COVID-19: Je reste chez moi

di Patrizia Molteni (da Parigi)

Je reste chez moi

Je suis Paris. Quanti hanno postato questa frase sui social dopo l’attentato terroristico a Charlie Hebdo o dopo uno degli attentati successivi? Oppure dopo lo spettacolare incendio di Notre Dame? Abbiamo ammirato la forza, la dignità di un paese che ha fatto della grandeur uno stile di vita, che si piega ma non si spezza, sempre pronto a risorgere per tornare come prima, anzi più di prima.

Il Coronavirus si è innescato in una situazione già esplosiva, con i gilets jaunes in fin di vita ma con frange ancora combattive, e gli scioperi dei trasporti ad oltranza che hanno immobilizzato il paese per oltre 50 giorni, a cavallo delle feste natalizie. Sono state le nostre Sardine, che ci hanno costretto, in questo caso nostro malgrado, a stare stretti stretti gli uni agli altri, come sardine in scatola, con scatole a forma di vagone o di autobus. Lì sono nati i primi tentativi di telelavoro (qui non si parla di smartworking, per campanilismo linguistico ma anche perché loro hanno capito che non c’è niente di smart, di intelligente, a farsi sfruttare stando a casa). Pur nell’esasperazione, i francesi – e gli italiani in Francia con loro – hanno scoperto la bici e mezzi di trasporto alternativi, e si sono messi in gran parte dalla parte dei lavoratori. Macron non ha ceduto, ma ha perso consenso, si è guadagnato la fama di quello che vive in un altro mondo, alla Maria Antonietta e le famose brioche con le quali voleva sfamare il popolo che chiedeva pane (metaforico).

Proprio perché vive in un altro mondo il Presidente ha pensato che il coronavirus non potesse “attaccare” la Francia, che la Cina e l’Italia avessero reazioni esagerate anzi ha insistito per mantenere il primo turno delle elezioni municipali; per il secondo si è dovuto “arrendere”. Uso queste parole perché Macron nel suo primo discorso alla nazione, ha scandito il ritmo con la frase “Nous sommes en guerre”. Una guerra tra un nemico invisibile e Lui. Con sembianze diverse ma è lo stesso nemico fatto di tutte quelle categorie di invisibili che rendono la vita possibile – medici, infermiere, badanti, conducenti di autobus e metropolitane, cassiere, netturbini ….. Lo stesso nemico che voleva mantenere il privilegio di andare in pensione prima quando fanno lavori usuranti. Quello che voleva impedirgli di smantellare il servizio sanitario, a cui ha negato fondi per assunzioni, apparecchi medici, e ricerca. In queste guerre c’erano anche centinaia di Italiani poiché gli ospedali e gli istituti di ricerca sono strapieni di expat dall’Italia.

Sconfinamenti

Gli italiani in Francia hanno vissuto fin dall’inizio un isolamento sdoppiato: da una parte il panico in Italia, le notizie di morti e contagi, gli scientifici che davano interpretazioni apocalittiche, dall’altra la Francia che riteneva fosse una semplice influenza. Poi la quarantena, dieci giorni dopo i cugini transalpini. Ci siamo ritrovati confinati in un paese che non ha le stesse idee di isolamento, di cura, di informazione. A volte sembra di vivere in Italia a scoppio ritardato: quello che succede in Italia (numeri dei contaminati, picco, soluzioni) è quasi sicuro che succeda in Francia un paio di settimane dopo. Così, spesso, per non sbagliare, applichiamo tutte le regole, quelle italiane e quelle francesi, magari pure qualche straniera, un po’ come fare collezione di superstizioni, non si mai che qualcosa ci porti male a nostra insaputa.

Certo è che se dovessero istituire il premio #iorestoacasa, gli italiani sono di gran lunga quelli che obbediscono a tutte le regole. Anzi hanno sempre una marcia in più perché cominciano a studiare come fare con un vantaggio di dieci giorni. E non è sempre facile: se ora guanti monouso e gel idroalcolico si possono acquistare in quasi tutte le farmacie, i guanti sfusi in sacchetti di carta che fa molto proibizionismo, per le mascherine le farmacie hanno il divieto di venderle a chi non lavora per la Sanità. Chi le porta le ha comprate su internet a prezzi scandalosi. Dal primo giorno di quarantena, il 15 marzo, in tutti i discorsi del presidente c’è stato un accenno alle mascherine: sono state ordinate, sono partite da non si dove e non si sa come (a dorso di cammello si ironizza sui social), stanno per arrivare, stanno arrivando, ci saranno: da un mese. Idem per materiale medico come i ventilatori e i respiratori, il Presidente continua a visitare fabbriche che potrebbero eventualmente fabbricare pezzi, ma i tempi sono lunghi.

Vita quotidiana

Sono gli italiani che hanno lanciato la moda di applaudire al corpo medico alle 20 e di cantare dai balconi “à l’italienne” (che in Italia ormai non si fa più) e che per primi si sono organizzati a condividere cose da fare in quarantena: musei, biblioteche, cinemateche, gallerie d’arte, autori-interpreti, case discografiche… che danno accesso, gratis, a patrimoni culturali colossali. Anche Focus in, si è lanciato con forza su facebook con consigli online (Spotifai da te o Ho(m)me movies) e strane rubriche per rendere il confino meno pesante come le “pillole di filosofia quodiana” del disegnatore reggiano Gianni Carino, la trasmissione di “attualità reale in tempo scaduto” di Radio Sghimbescia o lo “Shhhconfinament” video di Francesco Forlani.

I corsi di italiano per adulti si fanno online con un carico di lavoro supplementare per i professori. Anche la scuola si è adattata e i bambini imparano online affiancati da genitori che avendo fatto le scuole in Italia, non hanno lo stesso schema educativo.

A giudicare dai social, hanno contagiato tutti con piatti tipici della tradizione italiana, tanto che i professori di italiano dell’Education Nationale (prevalentemente francesi) hanno creato il gruppo “Cuisiner italien à Paris” che a Pasqua è stato un tripudio di pastiere napoletane, a prova del fatto che sono di livello avanzatissimo.

Più seriamente il Comites di Lione ha fatto una guida in italiano di tutte le regole della quarantena, di modo che siano comprensibili anche da chi è arrivato da poco, mentre quello di Parigi sta collaborando con il Consolato per un’assistenza telefonica a chi ha bisogno di aiuto. Molti sono ricercatori che vorrebbero tornare in Italia, cosa ovviamente impossibile. L’associazione Psicologi italiani in Francia propone assistenza psicologica online, i patronati Inca e Acli continuano a rispondere ai tanti quesiti su lavoro e pensioni. Insomma si fa quel che si può.

Rimane il fatto che in Francia ci sono tantissimi ristoranti, bar, locali italiani e tantissime “braccia in fuga” hanno trovato lavoro nella ristorazione o nel commercio. Per fortuna qui gli aiuti dello Stato funzionano ma se dovesse durare troppo si insinuerebbero abitudini di consumo che pur necessarie richiedono strategie diverse per chi cerca di vivere.

FONTE: http://www.focus-in.info/

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