19 11 02 NEWS DAI PARLAMENTARI ELETTI ALL ESTERO ED ALTRE COMUNICAZIONI.

01 – CULTURA. Alda Merini, la parola del «fuori» che ha cantato i diseredati. ANNIVERSARI. Oggi, dieci anni fa, scompariva la poeta e scrittrice milanese.
02 – I 98 senatori di Questo parlamento dovrebbero dimettersi . Non ha ottenuto l’unanimità la mozione per istituire una commissione straordinaria contro odio, razzismo e antisemitismo, proposta dalla senatrice a vita Liliana Segre. L’aula del Senato l’ha approvata con 151 voti favorevoli, nessun voto contrario e 98 astensioni.
03 – L’ON. LA MARCA (PD) HA INCONTRATO IL NUOVO AMBASCIATORE MESSICANO A ROMA PER DISCUTERE DEI RAPPORTI BILATERALI E DELLE RISPETTIVE COMUNITÀ. L’On
04 – A Palma di Maiorca 14 e 15 di novembre 2019. Siamo di fronte a un bellissimo evento, straordinario e molto interessante: “Donne Scienziate”.
05 – La macchina della disuguaglianza. Nate con l’idea che la conoscenza fosse un bene comune, le imprese del web hanno finito per ricavare profitti smisurati dalla registrazione, l’analisi e la vendita dei nostri dati.
06 – La stabilizzazione del Medio Oriente e di altre aree è un sogno. In questi giorni Siria, Afghanistan, Iraq, Libia, Libano lo ricordano
07 – La generazione G – Noi abbiamo deciso di indagarla, di ascoltarla, e per questo ci vedremo sabato 30 novembre a Milano in una giornata in cui i ragazzi insegnano e gli adulti imparano, si spera, nuove soluzioni perché quelle vecchie, evidentemente, non funzionano. Possibile a convegno.
08 – Cambiare il nome e la cosa. Congresso di «coalizione». La minimizzazione della portata del voto umbro è per la sinistra esiziale. Le polemiche di queste ore (Matteo Renzi che accusa il Partito Democratico per l’alleanza elettorale coi 5S, Nicola Zingaretti che accusa Renzi per la disfatta) fanno parte di quel navigare a vista che sta sbattendo l’intera storia della sinistra italiana contro gli scogli.
09 – Per salvare il pianeta «serve una via al post-capitalismo». Intervista. «La nostra economia dipende ancora dai combustibili fossili e dal disastroso concetto di “crescita”. Dobbiamo capire che quello che chiamiamo “progresso” altro non è che un’accumulazione di catastrofi».

 

 

01 – CULTURA. ALDA MERINI, LA PAROLA DEL «FUORI» CHE HA CANTATO I DISEREDATI. ANNIVERSARI. OGGI, DIECI ANNI FA, SCOMPARIVA LA POETA E SCRITTRICE MILANESE. ( di Alessandra Pigliaru )
Dei «grossi frumenti gentili» stanno tra le sue braccia, simbolo di fertilità primaverile. Come «Proserpina lieve», Alda Merini guarda frontale l’obiettivo di Giusy Calia, una delle artiste che più di altri ne è riuscita a ritrarre l’anima sconosciuta e ironica, circa vent’anni fa nella sua casa milanese. Ne sono invece trascorsi esattamente dieci dalla scomparsa della poeta, affezionata al suo Naviglio e a cui in questi giorni è stato dedicato un ponte insieme a molte altre iniziative per omaggiarne la parabola, letteraria e umana. Proprio dal ratto compiuto da Plutone ai danni della figlia di Cerere, a cui si possono facilmente attribuire le fattezze estetiche e sontuose del complesso scultoreo del Bernini, ci si potrebbe avvicinare alla enorme produzione poetica di Merini – difficile da sintetizzare. Chiamata Proserpina nella raccolta Vuoto d’amore (1991), nata appunto il 21 marzo del 1931, le fa da contrappunto il «sequestro» evocato in La pazza della porta accanto (1995), flusso esperienziale di notevole intensità. Sono stati un rapimento alla vita gli anni di internamento, con ricoveri sistematici dalla metà degli anni Sessanta e proseguiti, con meno frequenza, fino alla fine degli anni Settanta.

DI ESPROPRIO allora si può parlare, anche nel caso della lontananza necessaria eppure forzata dalle sue quattro figlie che di recente hanno ricostruito la complessa biografia materna (il sito ufficiale è www.aldamerini.it). Ciò che le è stato sottratto comincia però molto prima, quando durante la guerra i bombardamenti distruggono la sua abitazione e la costringono a spostarsi insieme alla famiglia, interrompe gli studi e vive nel riparo di un mondo che già stava preparando i termini di una espulsione eccentrica, a diversi livelli. Sia tra i tanti che ancora oggi la snobbano, sia tra chi si accosta ai suoi versi come a quelli di un generatore automatico da condividere sui social per tutte le stagioni.
Da sempre attaccata con passione alla scrittura, il suo apprendistato letterario viene sostenuto da Silvana Rovelli, sua professoressa di lettere alle scuole medie che la affida ad Angelo Romanò. Alla fine degli anni Quaranta quando incontra Giacinto Spagnoletti e comincia a frequentare la sua casa; da quel momento la giovanissima Alda entra a far parte di un coté culturale che ha segnato il Novecento e di cui lei, a pieno titolo, è stata presenza numinosa; da Maria Corti, David Maria Turoldo, a Luciano Erba ma soprattutto Giorgio Manganelli – uno dei suoi tormentosi e grandi amori.

È IL 1951 quando entra in contatto con Eugenio Montale e Maria Luisa Spaziani, partecipando alla antologia Scheiwiller Poetesse del Novecento; una precocità «disarmante», avvertiva Pier Paolo Pasolini nel recensirne due anni dopo la prima silloge, La presenza di Orfeo. Decisive le sue relazioni, da Giovanni Raboni a Laura Alunno, Alberto Casiraghi ma anche Paolo Volponi e altri ancora. Quanto abbia contato dunque la sua esperienza di sofferenza psichica non può essere espunto dalla temperie in cui è stata immersa, si badi a non fare l’errore di invertire i termini a patto di cadere nell’errore lombrosiano, quando non cialtronesco, di saldare genio e follia. Dall’ accesso privilegiato al mistero della parola invece, è riuscita a dare corpo alla violenza degli elettroshock e al dolore di sapersi tra gli ultimi di cui amava circondarsi; è il caso di Titano, uno dei suoi più recenti sodali senzatetto che ha accolto nella casa di Porta Ticinese fino alla morte di lui. È una dedizione per gli orli del mondo che anche lei ha perimetrato per intero, vero elemento che la differenzia e la rende, ancora oggi, così cara.

NON È UN SENTIMENTO aver conosciuto Gerico, per esempio, né un tentativo di trasmissione didattica bensì la credibilità, di donna e scrittrice, che onora la mistica, materica ed erotica, della parola poetica; dalle plaquette per la Pulcinoelefante alle raccole Crocetti ed Einaudi. Sguardo illanguidito dal fumo della sigaretta sempre accesa, rossetto rosso e smalto sbeccato, Alda Merini non ha mai scelto gli inferi, se non quando ce l’hanno trascinata. Al contempo ha detto la verità della «sua Palestina», di Francesco di Assisi e Maria di Nazareth. E altrettanto non ha mai pensato di aver vissuto senza onorare l’esistenza nella sua parte sacrale, che non è quella aristocratica dei salotti ma il «battesimo» di cui parla nella sua Terra Santa (1984). In quel ponte, sul Naviglio grande, vogliamo allora immaginare Proserpina che cammina nella notte. E ride, perché libera – in fondo – lo è sempre stata.

 

02 – I 98 SENATORI DI QUESTO PARLAMENTO DOVREBBERO DIMETTERSI . NON HA OTTENUTO L’UNANIMITÀ LA MOZIONE PER ISTITUIRE UNA COMMISSIONE STRAORDINARIA CONTRO ODIO, RAZZISMO E ANTISEMITISMO, PROPOSTA DALLA SENATRICE A VITA LILIANA SEGRE. L’AULA DEL SENATO L’HA APPROVATA CON 151 VOTI FAVOREVOLI, NESSUN VOTO CONTRARIO E 98 ASTENSIONI. UN LUNGO APPLAUSO E SENATORI IN PIEDI AL TERMINE DEL VOTO.
“Un’occasione persa. L’approvazione della mozione proposta dalla senatrice Liliana Segre con il voto unanime di tutto il Senato sarebbe stato un segnale forte e simbolico. La destra ha provato a piantare le sue bandierine e non è stato possibile, neanche su un argomento come questo, trovare una condivisione senza se e senza ma”. Lo dichiara la vicepresidente del Senato e senatrice del Pd Anna Rossomando.
“La #Lega e #FDI si astengono sulla costituzione della commissione proposta da #LilianaSegre contro chi istiga all’odio e alla violenza e purtroppo anche #fi che si professa liberale si accoda. È il segno della deriva di una destra che si consegna all’estremismo e lo difende”. Cosi Franco Mirabelli, vice presidente dei senatori del Pd su Twitter.
“Non condividendo taluni contenuti della mozione della maggioranza e ribadendo la massima solidarietà alla senatrice Segre per gli odiosi attacchi che subisce sulla rete, Forza Italia si asterrà sulla mozione della maggioranza ma sin d’ora assicura il suo fattivo contributo ai lavori della istituenda commissione parlamentare”, ha detto il vicecapogruppo vicario di Forza Italia al Senato Lucio Malan sulla mozione Segre. “Sul piano dei contenuti riteniamo troppo ambiguo il passaggio sul contrasto ai nazionalismi – ha spiegato il senatore – e la necessità di colpire anche dichiarazioni ‘sgradite’, anche quando non siano lesive della dignità della persona. Per noi prevalgono sempre i principi della libertà di espressione sanciti dalla nostra Costituzione, nei limiti previsti dalla legge. Affermare la propria identità deve essere sempre consentito, se non lede la libertà altrui. Ci dispiace che tali aspetti non siano stati espunti dalla mozione di maggioranza, impedendo un voto unanime che era a portata di mano”. E poi rivolgendosi al capogruppo di Italia viva, Davide Faraone, che aveva attaccato FI in Aula, ha aggiunto: “Deprechiamo la sua posizione intrisa da pregiudizi: ci accusa falsamente di aver cambiato la nostra mozione dopo il voto in Umbria. E’ una fake news per mettere in atto una posizione escludente rispetto all’opposizione, paradossale su un provvedimento come questo”.
“Fratelli d’Italia non ha votato a favore dell’istituzione della commissione perché non è una commissione sull’antisemitismo, come volevano far credere, ma una commissione volta alla censura politica. Purtroppo la mozione Segre è in realtà la mozione Boldrini, perché ricalca fedelmente la commistione ‘Jo Cox’ istituita dall’allora presidente della Camera, con la finalità di creare un gruppo di ‘saggi’ con il potere di censurare chi non rispetta i canoni del politicamente corretto. Insomma, la commissione approvata oggi riesce dove aveva fallito la Boldrini”. Così il senatore di Fratelli d’Italia Giovanbattista Fazzolari. “E’ impensabile parlare seriamente di contrasto all’antisemitismo e ai totalitarismi senza fare alcun riferimento all’integralismo islamico – ha aggiunto – visto che il pericolo deriva proprio dal fondamentalismo e dall’immigrazione musulmana, e senza recepire la risoluzione del Parlamento europeo di condanna delle dittature nazista e comunista. Purtroppo con il pretesto del contrasto all’antisemitismo, il Senato ha approvato l’istituzione di una struttura liberticida che avrà il potere di stabilire chi ha il diritto di dire cosa e di chiedere la censura in rete delle idee non gradite. Di fatto l’istituzione del ministero della verità di orwelliana memoria”, ha concluso Fazzolari.

 

03 – L’ON. LA MARCA (PD) HA INCONTRATO IL NUOVO AMBASCIATORE MESSICANO A ROMA PER DISCUTERE DEI RAPPORTI BILATERALI E DELLE RISPETTIVE COMUNITÀ. L’ON. FRANCESCA LA MARCA VENERDÌ 25 OTTOBRE HA INCONTRATO IL NUOVO AMBASCIATORE DELLA REPUBBLICA MESSICANA IN ITALIA, DR. CARLOS EUGENIO GARCÌA DE ALBA, CON CUI HA FATTO UN AMPIO GIRO DI ORIZZONTE SULLE TEMATICHE INTERESSANTI I DUE PAESI E LE RISPETTIVE COMUNITÀ ALL’ESTERO.

Tra i primi argomenti trattati quelli relativi agli italiani in Messico e ai messicani in Italia. L’ambasciatore ha avuto parole di riconoscimento per l’apporto che gli italiani hanno dato e stanno dando alla società messicana, con particolare riguardo al ruolo degli imprenditori nello sviluppo economico della realtà di insediamento.

Un altro argomento è stato il voto dei cittadini previsto dai rispettivi Paesi per i loro cittadini all’estero. Anche il Messico, infatti, dal 2006 consente ai suoi cittadini di votare nelle sedi diplomatico-consolari, anche se non prevede una circoscrizione Estero con propri eletti. Lo Stato, tuttavia, incoraggia i partiti a candidare i connazionali residenti all’estero, tant’è che attualmente 5 messicani residenti negli USA, dove risiede il 97% degli espatriati, fanno parte del Parlamento di quel Paese. Sui rispettivi sistemi di voto tra i due interlocutori c’è stato un utile confronto, che si è deciso di sviluppare in futuro.

L’incontro si è concluso con un ulteriore approfondimento sugli accordi di libero scambio esistenti tra i Paesi nordamericani e sulle opportunità che in tale quadro si presentano per gli imprenditori europei e, in particolare, per quelli italiani che fossero interessati a investimenti nel contesto messicano.
On./Hon. Francesca La Marca, Ph.D. – Circoscrizione Estero, Ripartizione Nord e Centro America – Electoral College of North and Central Amer

 

04 – A PALMA DI MAIORCA 14 E 15 DI NOVEMBRE 2019. SIAMO DI FRONTE A UN BELLISSIMO EVENTO, STRAORDINARIO E MOLTO INTERESSANTE: “DONNE SCIENZIATE”. PROGETTO ORGANIZZATO DAL COMITATO DELLA SOCIETÀ DANTE ALIGHIERI DELLE ISOLE BALEARI.
Questi sono gli argomenti che verranno discussi:
• Interesse per lo studio del linguaggio, delle parole e della scrittura.
• La formazione, la struttura e l’evoluzione della crosta terrestre.
• Il comportamento di atomi, elettroni e luce.
• La dualità onda-particella che è al centro della fisica quantistica: neutrini, onde gravitazionali, buchi neri e materia oscura.
• Cosa sono gli acceleratori di particelle e cos’è SESAME.
Per di più, queste scienziate che tratteranno siffatti argomenti, senza possibilità di dubbio, dedicheranno una breve parte dei loro interventi per commentare, in special modo, i problemi e le difficoltà comuni a tutte le donne.
L’evento prevede pure uno spettacolo teatrale, che riflette “la bellezza della vita di tutti i giorni”: “Zitelle”.
In esso, tre personaggi interagiscono in un’eccitante successione di arie, duetti e dialoghi, in cui non mancano momenti poetici e allusioni alle relazioni amorose.
L’evento scientifico comprende anche immagini, filmati … Ci sono molte ragioni per partecipare e rallegrarsi.
L’ingresso è libero e gratuito per tutte le attività.
Ti aspettiamo
“Per la componente femminile del genere umano è giunto il tempo di assumere un ruolo determinante nella gestione del pianeta” – Rita Levi Montalcini –
Per informazioni – Ivano Lovat

 

05 – LA MACCHINA DELLA DISUGUAGLIANZA. NATE CON L’IDEA CHE LA CONOSCENZA FOSSE UN BENE COMUNE, LE IMPRESE DEL WEB HANNO FINITO PER RICAVARE PROFITTI SMISURATI DALLA REGISTRAZIONE, L’ANALISI E LA VENDITA DEI NOSTRI DATI. SFRUTTANDOLI A FINI PUBBLICITARI, POLITICI, E ANCHE PER CONDIZIONARE L’OPINIONE PUBBLICA. LE POLITICHE ECONOMICHE FAVORISCONO FASCE RISTRETTE DI POPOLAZIONE, RIDUCENDO LE TASSE AI PIÙ RICCHI.
( di Andrea Ventura da LEFT). Se trenta o quarant’anni fa un manager guadagnava circa 40 volte il salario medio di un lavoratore, oggi guadagna centinaia, forse migliaia di volte di più. Il Nobel per l’Economia Joseph Stiglitz qualche anno fa ha calcolato che i 50 top manager più ricchi guadagnano circa 19mila volte il salario del lavoratore medio nordamericano. Se il dato non vi fa abbastanza impressione, considerate che questi signori, IN UN GIORNO, guadagnano quanto un OPERAIO IN 75 ANNI DI LAVORO. Gli Stati Uniti, certo, sono un Paese assai diseguale, ma in tutto l’Occidente le diseguaglianze sono aumentate a dismisura: in Italia, ad esempio, mentre la percentuale di popolazione a rischio di povertà ed esclusione sociale è salita al 27%, il 5% più ricco possiede tante ricchezze quante ne ha il 90% più povero. Ma da che dipendono questi squilibri? Secondo l’ideologia neoliberista, maggiori guadagni sono indice di maggiore efficienza e produttività, pertanto il mercato realizza anche l’equità distributiva. Questa teoria stride sia con la complessità dei processi tramite cui si determinano le retribuzioni, sia con le posizioni di potere che i diversi gruppi sociali hanno acquisito, anche grazie ai loro legami con la sfera politica. Non si capisce infatti come potrebbero essere considerati “produttivi” quei top manager dei grandi gruppi finanziari responsabili della crisi del 2008, né in che modo il contributo alla produzione di un dirigente industriale, che è nella posizione di fissare per sé stesso compensi stratosferici – CON L’ULTERIORE POSSIBILITÀ DI UTILIZZARE QUALCHE PARADISO FISCALE -, possa essere misurato e posto a confronto con quello di un operaio, un insegnante o un ricercatore.
Si cancella inoltre che nelle moderne società industriali non c’è mercato se a monte non c’è una scelta politica e istituzionale: si deve stabilire, infatti, in che misura i diritti di proprietà e il lavoro debbano essere protetti, chi paga se un’impresa o una banca fallisce, cosa può e cosa non può essere scambiato; leggi e regolamenti devono definire quali tecnologie e quali invenzioni proteggere dal copyright, e per quanto tempo. Infine, dato che nessun mercato può funzionare senza qualcuno che faccia rispettare certe regole e senza infrastrutture, va deciso come finanziare tutto questo e come ripartire il carico fiscale tra i contribuenti. Ciascuna di queste scelte ha effetti sulle retribuzioni, sui profitti e quindi sulla distribuzione della ricchezza. Le diseguaglianze che si sono accumulate in questi decenni possono essere ricondotte a diversi ordini di ragioni, che nulla hanno a che vedere con la cosiddetta “giustizia distributiva” del mercato. Sintetizzando, due fenomeni sono da mettere in evidenza.
Il primo è che negli ultimi decenni le politiche economiche hanno favorito fasce assai ristrette di popolazione. Il carico fiscale per i più ricchi, infatti, si è ridotto radicalmente: secondo l’Oxfam, oltre alla riduzione del le imposte sulle successioni e sulla ricchezza, in media la tassazione sui redditi più elevati è scesa nei Paesi industrializzati dal 62% degli anni Settanta del secolo scorso
al 38% attuale. Nuovi diritti di proprietà su farmaci, tecnologie e materiale vivente hanno lasciato spazi crescenti per il profitto privato, spesso a scapito dei consumatori, mentre la globalizzazione e la finanziarizzazione hanno favorito l’evasione e l’elusione delle imposte da parte delle grandi imprese, alterando a loro vantaggio i rapporti di competitività anche nei confronti delle imprese medie e piccole. Infine la forza contrattuale dei lavoratori si è ridotta ovunque in misura considerevole.
Il secondo elemento è lo sviluppo delle tecnologie dell’informazione. Esse hanno portato all’affermazione di un modello industriale dei tratti completamente diversi da quelli di qualunque passato. Come ricostruisce Shoshana Zuboff nel suo volume II CAPITALISMO DELLA SORVEGLIANZA, ( Luiss University press) si sono combinate due spinte.
LA PRIMA È STATA LA SCOPERTA, da parte delle aziende informatiche, del valore commerciale delle informazioni che ciascuno di noi fornisce incidentalmente utilizzando i servizi della rete.
LA SECONDA è l’indebolimento delle protezioni legali sulla privacy che si sono avute a seguito degli attacchi terroristici dell’ 11 settembre 2001. Ciò ha completamente alterato dello di business di queste imprese: nate con l’idea che la conoscenza fosse un bene comune, e che la rete potesse mettere in contatto milioni di persone diffondendo informazioni e conoscenze, le imprese del web hanno ricavato profitti dalla registrazione, l’analisi e la vendita dei dati degli utenti. Orma: tecnologie, programmi e applicazioni sono studiati proprio per raccogliere la maggiore quantità possibile di informazioni sui comportamenti di chi li utilizza. In pochi anni abbiamo pertanto assistito ad un radicale rovesciamento: ciò che avrebbe dovuto rimanere protetto come spazio privato di ciascuno, è invece nella piena disponibilità di imprese private che sfruttano queste informazioni a fini pubblicitari, politici, per condizionare l’opinione pubblica e potenzialmente anche per presiedere l’affidabilità creditizia di un soggetto o la fedeltà aziendale di un richiedente impiego. Ma siamo ancora agli inizi: con l’internet delle cose, in un prossimo futuro gli oggetti della nostra vita quotidiana potranno raccogliere e trasmettere informazioni sull’ambiente circostante, rendendo realistica la possibilità del controllo totale delle nostre vite. I colossi della rete, inoltre, proprio per il carattere immateriale dei loro servizi, sono particolarmente favoriti nella possibilità di eludere il fisco. Essi, in Italia come in altri Paesi, hanno finora pagato solo poche decine di milioni di euro di imposte, sfruttando sia il fatto di operare su scala globale, sia le condizioni fiscali di favore offerte da alcuni Paesi europei e da altri paradisi fiscali sparsi nel mondo.
Controllo delle informazioni, potere politico e potere economico costituiscono insomma la pericolosa miscela che alimenta il capitalismo contemporaneo, e tutto questo non ha nulla a che vedere né con l’efficienza come tradizionalmente intesa, né con la “giustizia distributiva” del mercato. Eppure non è certo la tecnologia in sé ad avere effetti perversi. Infatti, così come il suo uso attuale presenta tratti sempre più inquietanti, potrebbe anche essere possibile un uso a vantaggio della collettività, che ad esempio, nello specifico, consenta ai governi di contrastare queste pratiche antisociali delle imprese. Sebbene ben poco indichi che si vada in questa direzione, è da seguire con attenzione quello che sta avvenendo negli Stati Uniti. Nel corso delle primarie del Partito democratico, sia Bernie Sanders che Elizabeth Warren hanno avanzato due proposte di rilievo.
La prima è quella di una tassazione del 2% sulle ricchezze superiori ai 30 milioni di dollari, proposta che ha provocato una levata di scudi da parte di economisti, politici e manager, ma che sembra incontri i favori di larga parte dell’elettorato democratico e repubblicano.
La seconda, avanzata in particolare dalla Warren, prevede lo smembramento dei monopoli della rete. Anche in questo caso le proteste non sono mancate, ma gli Stati Uniti hanno una antica tradizione di leggi anti trust: agli inizi del secolo scorso la Standard Oil, che aveva una posizione di monopolio nel settore petrolifero, venne smembrata in diverse società. Difficile valutare quali possibilità vi siano che queste proposte possano essere attuate in un prossimo futuro, eppure è significativo che nel Paese chiave per i destini dell’Occidente esse si trovino al centro del dibattito pubblico.

 

06 – LA STABILIZZAZIONE DEL MEDIO ORIENTE E DI ALTRE AREE È UN SOGNO. IN QUESTI GIORNI SIRIA, AFGHANISTAN, IRAQ, LIBIA, LIBANO LO RICORDANO. PAPA FRANCESCO HA DENUNCIATO NEL MONDO UNA GUERRA FRAMMENTATA, MA NON PER QUESTO MENO GRAVE, PER NUMERO DI MORTI, DI PROFUGHI, DI SOFFERENZE UMANE E SOCIALI, PER DEVASTAZIONI.
Non basta che la guerra non riguardi direttamente l’Europa in cui viviamo (anche se non lontano dall’Italia ci sono tuttora focolai non risolti) e altre zone del nostro pianeta più fortunate, conta che ci siano zone ampie di guerre che sembrano senza fine e ai cui protagonisti vengono vendute armi prodotte proprio nelle nostre aree. Il peso degli affari in armi sono tanto forti da prevalere su tutto.
Il tradimento Usa dei curdi è solo l’episodio più recente e più odioso, non solo perchè riguarda un popolo che soffre da decenni e che pensava di avere conquistato il diritto alla propria identità sul campo nella lotta contro l’Isis, pagata con prezzi umani enormi e tuttavia riuscendo a introdurre nell’area segni di civiltà e dignità delle persone a partire dalle donne. Ora i curdi debbono sottostare, sotto il ricatto dello sterminio turco, alle condizioni di sopravvivenza che porranno loro Assad e Putin. Pochi hanno notato che al tradimento si è aggiunta una beffa con la decisione di Trump di lasciare nell’area un contingente militare americano, non per difendere la vita delle persone ma – guarda caso – per custodire i pozzi petroliferi della zona.
La guerra diffusa riguarda aree diverse e distanti del mondo, in particolare in Asia, in Africa e sembra non avere possibilità di soluzione. Le potenze politico militari provocano destabilizzazioni e guerre che però non sanno come concludere, come insegna da ultima la Libia. Quando il vaso di Pandora della guerra è scoperchiato diventa difficile richiuderlo, a volte impossibile, fino a dare per scontata la convivenza con gli attentati, l’uso diffuso delle armi, perfino la soggezione di interi popoli.
La stabilizzazione è un sogno, in questi giorni Afghanistan, Iraq e Libano lo ricordano al mondo.
Il ruolo dell’Onu è tragicamente insufficiente perchè le potenze che potrebbero incoraggiarne la funzione di interposizione, di stabilizzazione e di pace sono quelle che ne paralizzano gli interventi. Le risoluzioni dell’Onu, quando ci sono, non hanno effetti o si limitano a prendere atto dei fatti compiuti.
La denuncia di Papa Francesco oggi si accompagna e si intreccia con altro non meno grave come situazioni di vera e propria rivolta interna in tanti paesi che hanno in comune con le situazioni di guerra tradizionale condizioni di vita inaccettabili, senza speranza. In America latina diversi paesi, per ragioni in parte diverse, sono di fronte a tensioni inimmaginabili fino a poco tempo fa. L’affermazione del Presidente del Cile “siamo in guerra” è tremenda ed esplicita e ha avuto come prova l’uso dei militari e dei carri armati per tentare di reprimere la rivolta.
Senza stabilire automatismi è un fatto che la globalizzazione che abbiamo conosciuto è stata l’occasione per frantumare il potere e il ruolo delle classi sociali non dirigenti, di volta in volta definite in modo approssimativo ceto medio, rendendo esplicita una divaricazione sociale crescente tra ristrette oligarchie sempre più ricche e potenti e la grande massa della popolazione impoverita, preoccupata per il futuro, relegata in modo crescente nella povertà e nell’emarginazione.
Questa divaricazione crescente della ricchezza e del potere genera un malcontento fortemente caratterizzato da pulsioni distruttive e si intreccia con la ricerca di spazi territoriali ritenuti più adatti ad affrontare la propria condizione. La ricerca di spazi identitari più vicini e limitati sembra spesso la dimensione in cui si ritiene di fare valere il proprio punto di vista. La democrazia è messa pesantemente alla prova su diversi piani e manifesta evidenti difficoltà a favorire le soluzioni. Se la democrazia non è in grado di regolare e incanalare la soluzione dei conflitti sociali e tra aree territoriali e stati nazionali si apre una crisi in cui la democrazia stessa rischia di entrare in crisi, di lasciare spazio al miraggio di soluzioni autoritarie e personalistiche, senza adeguati contrappesi, in sostanza derive autoritarie e ideologiche. La composizione dei punti di vista e dei conflitti non ha alternative come dimostra la situazione in Catalogna, dove un conto è registrare un contrasto duro e cercare di affrontarlo, altro è ritenere di poter risolvere la situazione per via giudiziaria con condanne durissime. Inoltre se la risposta è solo la repressione dura dov’è la differenza con Hong Kong ? Il pensiero unico della globalizzazione rischia di essere messo in alternativa al pensiero unico prevalente di una comunità imposto a sua volta con ogni mezzo, come in Polonia e in altri paesi in cui risorge l’ideologia di stato.
La democrazia come confronto, compromesso, coesistenza e soluzione di punti di vista diversi tende a lasciare il posto a nuovi autoritarismi ideologici.
Ci sono soluzioni, che piacciono molto a settori economici proprio perchè sembrano in grado di imporre il loro ordine, come il sistema cinese che per ora garantisce autoritariamente la crescita all’interno ma al prezzo di settori della popolazione letteralmente segregata e di regole autoritarie di decisione.
C’è un’alternativa a questo mondo che sembra per certi versi impazzito, ingovernabile ?
Proprio quando è a rischio la sopravvivenza della specie umana per la crisi ambientale, quando il controllo e la riduzione degli armamenti e delle guerre per risolvere i problemi e gli stessi conflitti è in crisi evidente come dimostra il vanto di Putin sulla disponibilità di un nuovo missile in grado di colpire in ogni parte del mondo. Queste affermazioni ricordano da vicino le vanterie del dittatore della Corea del Nord confermando che è in atto una drammatica rincorsa degli armamenti dovuta sia all’insicurezza e alla volontà di dominio. America first copre in realtà una scelta di rincorsa agli armamenti. La spinta agli armamenti deriva certamente dall’aumento degli enormi affari relativi ma anche da nuovi parametri ideologici che considerano l’uso della guerra come regolazione dei rapporti di forza. Questa deriva provoca la crescita di tensioni con esiti imprevedibili, spesso ingovernabili.
La contraddizione è evidente. La situazione reale spingerebbe a risolvere pacificamente, a limitare e ridurre il peso degli armamenti, a usarne per scopi pacifici le risorse in aumento senza freni. La situazione dovrebbe spingere a un nuovo equilibrio tra realtà locali e realtà statuali, tanto più che il confronto mondiale avviene tra potenze di grande forza economica e militare e quindi, come in Europa, occorre più che mai avere un quadro di insieme che contenga i diversi aspetti superando egoismi, visioni limitate, illusorie fughe.
Le tensioni crescenti, in particolare sociali, all’interno delle diverse realtà nazionali confermano che la dimensione nazionale esiste ma è insufficiente se non è rivolta al governo complessivo dei processi.
La verità è che la dichiarazione di Buffet che la guerra di classe esiste ma l’abbiamo vinta noi è purtroppo largamente vera ma è anche all’origine di tensioni e conflitti che si pensa di risolvere con il ricorso crescente alla forza, perfino alla guerra. Chi ha vinto rischia di portare alla conclusione peggiore la civiltà che conosciamo.
Chi non vuole questo, in nome dell’etica, del futuro delle nuove generazioni, chi non vuole lasciare la situazione peggio di prima dovrebbe porsi il problema allo stesso livello globale, altrimenti di fatto rinuncia a contendere i fondamenti delle scelte.
A relazioni umane fondate sulla guerra e la repressione occorre reagire con una piattaforma altrettanto forte, con un nuovo umanesimo condiviso.

La sinistra non è mai stata così debole, divisa, poco internazionalizzata e ha finito per essere subalterna a quanto accade, al punto che hanno acquisito forza le tesi che destra e sinistra sarebbero superate.
Eppure di sinistra c’è bisogno. Anzi la sinistra esiste comunque in tanti aspetti della vita sociale e pubblica ma finora non ha trovato una espressione di valori e politica convincente e questo è il vero problema con cui dovremo misurarci. I movimenti sono importanti, basta pensare a come è cresciuta la consapevolezza ambientale grazie all’impulso di tanti giovani a partire da Greta, ma la risposta politica resta necessaria, altrimenti il rischio per il futuro di tutti noi è enorme.
( di Alfiero Grandi)

 

07 – LA GENERAZIONE G – NOI ABBIAMO DECISO DI INDAGARLA, DI ASCOLTARLA, E PER QUESTO CI VEDREMO SABATO 30 NOVEMBRE A MILANO IN UNA GIORNATA IN CUI I RAGAZZI INSEGNANO E GLI ADULTI IMPARANO, SI SPERA, NUOVE SOLUZIONI PERCHÉ QUELLE VECCHIE, EVIDENTEMENTE, NON FUNZIONANO. POSSIBILE A CONVEGNO.
Appare ormai chiaro che il motivo per il quale un inizialmente dubbioso Zingaretti ha accettato di governare coi Cinque Stelle è un azzardato all-in, la scommessa cioè di mettere sul piatto la legislatura solo se insieme a una sistematica alleanza nelle amministrative. Per vincere, si poteva pensare, o per perdere in modo meno devastante, verrebbe da dire dopo i risultati di ieri. Come quelle coppie che si conoscono in un casinò di Las Vegas, appunto, si sposano la sera stessa in una cappella improbabile e la notizia non fa in tempo ad arrivare agli amici che quelli sono già per avvocati.
E tutto questo sarebbe stato anche comprensibile se in questi primi due mesi di nuovo-vecchio Governo si fosse trovata la forza di scegliere due o tre battaglie simboliche su cui marcare una profonda discontinuità, o almeno una differenza, e le occasioni non mancavano, dai decreti sicurezza alle parole sull’accoglienza fino al rinnovo degli accordi con la Libia per la gestione dei migranti che scatterà fra meno di due settimane, e su cui grava un silenzio che purtroppo è tombale. Invece si è tenuto a confermare il vecchio adagio, quello per cui se non ci si distingue dalla destra poi l’elettore alla copia preferisce l’originale. Era anche l’occasione per una generazione, quella che oggi guida il mondo e il Paese, di andare incontro a quella nuova, mollando qualcosa, rinunciando a favore di chi verrà dopo, del futuro, di chi ha meno, tema che ad esempio nel Partito Democratico americano è molto sentito, mentre qui da noi evidentemente no. Invece, niente.
In questa gestazione fulminea, l’unica cosa veramente veloce di questo nuovo assetto, la gatta frettolosa ha fatto i gattini umbri, e anche se per assurdo questa sconfitta blinda ancora di più il Governo, perché certamente l’attuale maggioranza ora non avrà nessuna voglia di andare a votare per vedersi certificare un esito del tipo “tanti a pochi”, questo vuole anche dire che questo Governo andrà avanti per inerzia – poca – senza cambiare nulla di significativo, che l’occasione di fare le cose davvero importanti andrà persa e lo stesso i prossimi anni, che invece proprio non possiamo permetterci di sprecare, poiché banalmente è già tardi e non abbiamo tempo da perdere.
Forse non ci si poteva aspettare altro, forse è un problema di mentalità, o forse di generazioni, anche se lo si nega sempre, semplicemente questa classe dirigente non ha gli strumenti per comprendere la situazione e per intervenire di conseguenza. E invece serve proprio una nuova generazione, serve la Generazione G, quella che nell’ultimo anno si è imposta all’attenzione del mondo, senza altre forze se non le proprie, e quella delle proprie idee.
Noi abbiamo deciso di indagarla, di ascoltarla, e per questo ci vedremo sabato 30 novembre a Milano in una giornata in cui i ragazzi insegnano e gli adulti imparano, si spera, nuove soluzioni perché quelle vecchie, evidentemente, non funzionano. Lo faremo adesso, con un senso di urgenza, perché è del tutto evidente che se loro stessi avessero pensato di poter aspettare di crescere, beh, non ne avremmo mai sentito parlare.
POSSIBILE

 

08 – CAMBIARE IL NOME E LA COSA. CONGRESSO DI «COALIZIONE». LA MINIMIZZAZIONE DELLA PORTATA DEL VOTO UMBRO È PER LA SINISTRA ESIZIALE. LE POLEMICHE DI QUESTE ORE (MATTEO RENZI CHE ACCUSA IL PARTITO DEMOCRATICO PER L’ALLEANZA ELETTORALE COI 5S, NICOLA ZINGARETTI CHE ACCUSA RENZI PER LA DISFATTA) FANNO PARTE DI QUEL NAVIGARE A VISTA CHE STA SBATTENDO L’INTERA STORIA DELLA SINISTRA ITALIANA CONTRO GLI SCOGLI. ( di Pietro Folena da Il Manifesto)
La Waterloo umbra dev’essere riconosciuta nella sua radicalità. I flussi ci diranno quanti elettori, nel giro di dieci-quindici anni, hanno lasciato il Pd e la sinistra, prima per l’astensione e poi per questa destra. Operai e imprenditori, impiegati e dirigenti, artigiani, casalinghe: popolo, insomma. Già elettori comunisti, o figli di comunisti e socialisti, incontrano nelle sezioni della Lega dirigenti che a parole li difendono. Si consegnano a un capo, che usa toni forti, che chiede pieni poteri. Sono imbevuti dell’idea che chiudendo le frontiere staranno meglio.

La storia della sinistra, però, non torna indietro. Non è come la pellicola di un vecchio film che si può riavvolgere. Io, che quella storia amo -perché ad essa devo molto della mia vita, e ad essa l’Italia deve molto del suo presente- non penso che si possa senza essere patetici riproporre vecchi schemi, linguaggi, simboli. Le domande sono altre.

Cosa c’entra con la generazione del Friday for Future Salvini? Chi può rappresentare questo bisogno di riprendere in mano il proprio destino? Cosa c’entra con la ribellione di Me Too, in opposizione alla violenza aperta e nascosta che ogni giorno si consuma contro le donne, una destra machista, paternalista e nemica dei diritti civili? Cosa c’entra con la domanda di diritti, garanzie e lavoro che nel magma del precariato e dello sfruttamento propongono lavoratori e lavoratrici -indigeni o immigrati- chi difende la deregolamentazione più selvaggia del mercato del lavoro?

OCCORRE PRENDERE ATTO DI UN PARADOSSO, CHE ESPRIMEREI COSÌ: “IL PD È MORTO, VIVA IL PD”.
Il Pd è ormai giunto alla fine della sua stagione. Non perché abbia un’anima cristiana. I cristiani e i cattolici di oggi, specie nell’era di Francesco, sono assai più critici dell’ordine di cose esistente di tanti ex comunisti o socialisti. Il tema è diventata la natura istituzionale, governista, moderata del Pd, incapace di rappresentare le faglie e le fratture sociali e civili.
Tuttavia -torno sul paradosso- oggi c’è solo il Pd, in termini di insediamento elettorale e di potenziale democratico. Nessun altro progetto politico ha credibilità nel campo del centrosinistra.
Tutta l’attenzione in queste ore è sulla coalizione di governo. Il problema-a me sembra – non è questo. Bisogna provare a rendere utile questa esperienza governativa. Ma bisogna pensare soprattutto a una svolta radicale che parta dal principale partito di centrosinistra.

Ci vorrebbe un Congresso vero. Partecipativo e inclusivo. Non per distribuire poltrone o future candidature. Un Congresso a tesi. Che non si limiti a cambiare nome a questo contenitore, ma che ne cambi il contenuto. Mi piacerebbe che si formasse, in quest’occasione una vasta coalizione, interna ed esterna all’attuale Pd, capace di proporre una strada originale e mai battuta fin qui.
La rottura con l’ultimo ventennio dev’essere netta. Occorre una forza nuova di critica all’esistente, capace di fare delle sfide ecologiste, femministe e socialiste un programma pratico e esigente.
Occorre indicare un nemico, per sapere chi sei: la speculazione finanziaria, il capitalismo che, dopo la fine di Bretton Woods, ha dichiarato la propria onnipotenza, la propria blasfema divinità; e l’individualismo come modello di organizzazione sociale. Occorre indicare chi sei, da che parte stai. Quella dei giovani, delle donne, del lavoro. Stai dalla parte dell’altro, dell’altruismo come progetto di vita e di società, dell’amore come idea politica -contro le nuove ideologie dell’odio della paura-.
Ma la rottura dev’essere netta con un’idea di pratica politica quotidiana, di partito. Un partito che fa quel che dice, coerente tra i propri ideali e i propri comportamenti (sì: la questione morale), che combatte carrierismo, correntismo e leaderismo. Un partito che vive nei territori, che si propone di educare ai valori dell’altruismo e della convivenza quelle grandi parti della società che nella solitudine e nelle ingiustizie si sono ripiegate su sé stesse coltivando rancore, rinunciando a immaginare un futuro di convivenza.
BISOGNA FARE L’OPERAZIONE OPPOSTA DI QUELLA CHE FECE MATTEO RENZI CON LA SUA SCALATA AL PD. PORTARE NUOVI FERMENTI SOCIALI NELLA POLITICA.

 

09 – PER SALVARE IL PIANETA «SERVE UNA VIA AL POST-CAPITALISMO». INTERVISTA. «LA NOSTRA ECONOMIA DIPENDE ANCORA DAI COMBUSTIBILI FOSSILI E DAL DISASTROSO CONCETTO DI “CRESCITA”. DOBBIAMO CAPIRE CHE QUELLO CHE CHIAMIAMO “PROGRESSO” ALTRO NON È CHE UN’ACCUMULAZIONE DI CATASTROFI». IL GREEN NEW DEAL SECONDO IL FILOSOFO SRECKO HORVAT, FONDATORE DI DIEM25.

Srecko Horvat è un filosofo e attivista croato; nel 2016 ha fondato assieme a Yanis Varoufakis il movimento progressista paneuropeo Diem25. Autore di diversi libri, ha collaborato e collabora con varie testate internazionali, tra cui il Guardian, il New York Times, Al Jazeera, Jacobin e Der Spiegel; il settimanale tedesco Der Freitag lo ha definito «una delle voci più entusiasmanti della sua generazione». Uno dei punti principali del programma politico di Diem25 è il Green New Deal, ovvero la necessità di cambiare radicalmente l’attuale sistema economico, ritenuto insostenibile dal punto di vista ambientale.

CONSIDERANDO LA SITUAZIONE GENERALE DEL PIANETA, QUANTO ABBIAMO BISOGNO DI UN GREEN NEW DEAL?

Stando ai dati scientifici abbiamo forse un decennio per trasformare radicalmente la nostra economia che dipende ancora fortemente dai combustibili fossili e dal disastroso concetto di “crescita”. Dobbiamo capire che quello che chiamiamo “progresso” altro non è che un’accumulazione di catastrofi. Questo è il motivo per cui abbiamo bisogno di un Green New Deal, un programma di investimenti massicci nelle infrastrutture pubbliche e nella “green technology”, cosa che implica una totale ridefinizione del modo in cui viviamo, ci muoviamo e consumiamo. Perché ogni persona dovrebbe avere una macchina? Perché il trasporto dovrebbe essere privato e non pubblico? Perché l’Ue non sta investendo in più linee ferroviarie? Perché abbiamo bisogno delle bottiglie di plastica? Perché continuiamo a comprare così tanti vestiti nuovi se sappiamo che l’industria della moda è uno dei più grandi agenti inquinanti al mondo?

A VOLTE LE AZIONI SOVVERSIVE DI DISOBBEDIENZA CIVILE SONO NECESSARIE… I RAGAZZI VEDONO GIUSTO QUANDO DICONO CHE NON HA SENSO ANDARE A SCUOLA SE NON C’È ALCUN FUTURO
VEDERE COSÌ TANTI GIOVANI CHE MANIFESTANO PER IL CLIMA, COME NEGLI ULTIMI MESI, È INCORAGGIANTE, MA I POLITICI ANCORA NON FANNO ABBASTANZA. COSA SERVE DUNQUE?

Alle manifestazioni non segue necessariamente l’azione politica; al contrario, l’establishment sta ora giocando il gioco della “pulizia verde”, come la Commissione europea che ultimamente sta parlando del Green New Deal. Il capitalismo è sempre stato molto rapido ad aggiustare le idee radicali, quindi ora vedremo anche delle riforme “green” qua e là. Ma non è abbastanza. Abbiamo bisogno di una trasformazione radicale dell’economia. Il movimento globale per il clima sta andando nella giusta direzione, capendo che a volte azioni sovversive di disobbedienza civile sono necessarie.

GRETA THUNBERG È UNO DEI FENOMENI DI MAGGIOR SUCCESSO DEL DECENNIO, MA ALLO STESSO TEMPO È UN PERSONAGGIO MOLTO CRITICATO; MOLTI PENSANO CHE NON ABBIAMO BISOGNO DI ASCOLTARE LE OPINIONI DI UN’ADOLESCENTE. ABBIAMO DAVVERO BISOGNO DI GRETA THUNBERG?

Assolutamente. Avevamo bisogno di Giovanna d’Arco, anche lei una teenager? Sì, perché se i cosiddetti “adulti” si comportano come bambini irresponsabili, sono proprio i bambini a dover far sentire la propria voce, e, se necessario, scioperare e saltare la scuola. I nostri leader mondiali – da Merkel a Putin – hanno detto che dovrebbero piuttosto tornare a scuola, ma i ragazzi vedono giusto quando dicono che non ha senso andare a scuola se non c’è alcun futuro.

UNO DEI PROBLEMI MAGGIORI IN QUESTO CONTESTO SONO I NEGAZIONISTI CLIMATICI. COME AFFRONTARLI?

Non sono così sicuro di quanto possa continuare a reggere la vecchia tesi dei “negazionisti climatici”. Le multinazionali e i leader populisti sanno molto bene cosa stanno facendo… e continuano a farlo. Per essi è un modo facile di guadagnare un sacco di soldi. Il problema non è la negazione ma l’accettazione, e addirittura la preparazione, dell’Apocalisse. Il miliardario Warren Buffett, ha proposito dell’inevitabilità della catastrofe ecologica, ha scritto: «Diversamente dagli altri assicuratori, noi cercheremo di fare affari il giorno successivo». Il problema sono i negazionisti o quelli che già contano il profitto della mega-catastrofe che loro stessi hanno prodotto?

CI SONO 20 COMPAGNIE DI COMBUSTIBILI FOSSILI CHE POSSONO ESSERE LEGATE DIRETTAMENTE A UN TERZO DELLE EMISSIONI DI GAS SERRA. LA POLITICA DOVREBBE FRENARE LA LORO ATTIVITÀ?

Purtroppo, i nostri governi sono spesso nelle mani di queste compagnie. Pensa alla discussione in Germania sull’industria automobilistica e quanta influenza ha sulla politica. Il punto sul futuro della democrazia non è tanto legato a chi ha il diritto di governare un Paese, ma a chi ha il potere di decidere il futuro del pianeta. Sono pochi singoli ricchi, è lo Stato, è un’istituzione mondiale, è la gente comune o chi non è ancora nato?

Srecko Horvat
Sembra che 7 miliardi e mezzo di persone debbano pagare il prezzo affinché una dozzina di compagnie continuino a incassare i loro profitti da record…

Precisamente, ma questo potrebbe cambiare. Pensa alle grandi proteste che stanno prendendo piede dal Cile al Libano, dalla Francia a Hong Kong. Le persone ovviamente sono stufe di un sistema che crea crescente disuguaglianza e che conduce il pianeta alla distruzione. Questo è il motivo per cui mi piace molto lo slogan cileno «no es por 30 pesos, es por 30 anos»: la vera ragione delle proteste non è l’aumento del prezzo dei trasporti, ma decenni di politiche neoliberali dei Chicago Boys. Potremmo pure dire che non sono 30 gli anni, ma perlomeno 300, perché tutto ciò affonda le radici nel colonialismo. Il capitalismo ha una storia molto lunga, ma così la resistenza.

IN GENERALE LA GENTE NON SI ASPETTA PIÙ CHE LA POLITICA POSSA RISOLVERE VERAMENTE DEI PROBLEMI IMPORTANTI. È DIVERSO IL CASO DEL CLIMA?

La politica, come al solito, non ci porterà fuori da questo caos. Se continuiamo sempre con la politica vecchio stampo, che nella pratica è un sistema costruito per soddisfare gli interessi del capitale o di particolari privati, già tra alcuni decenni vivremo in un pianeta completamente diverso. Alcuni stanno già sperimentando la “fine del mondo”. Se non è ancora successo nel tuo piccolo angolino, non significa che non sia successo altrove – o che non possa succedere a te.

Alcuni pensano che non ci sia alcuna emergenza climatica e che si tratti solo di allarmismo gratuito…

Oggi abbiamo bisogno, come non mai, di una cooperazione transnazionale senza precedenti tra movimenti progressisti, partiti politici, scienziati, comunità locali, sognatori coraggiosi e filosofi. Dobbiamo capire che la “natura” non è solo una materia prima da modificare e da cui trarre un profitto, ma un “bene globale” che serve a sostenere l’umanità e la vita stessa.

FIGURE COME TRUMP E SALVINI, INVECE DI AFFRONTARE QUESTI PROBLEMI, SEMPLICEMENTE CI SCHERZANO SOPRA. QUANTO È PERICOLOSO IL POPULISMO PER L’AMBIENTE?

Non solo per l’ambiente ma anche per il futuro del pianeta, perché capovolge i fatti. Greta può ripetere quanto vuole «ascoltate gli scienziati», ma dubito che questo possa bastare. I populisti hanno realizzato quello che la filosofia francese chiamerebbe “economia libidinale”, ovvero il potere degli affetti. Qualcosa che Spinoza ha realizzato secoli fa, e su cui in Italia Toni Negri ha scritto moltissimo. La sinistra, per affrontare il populismo, deve riscoprire il potere degli affetti e dell’immaginazione. Abbiamo bisogno di fatti e scienza, ma non è abbastanza.

IL GREEN NEW DEAL È UNO DEI PUNTI CHIAVE DI DIEM25. IN COSA CONSISTE?

Diem25 da anni sta lavorando al Green New Deal, che diversamente da altre sue versioni, non è solo un’altra politica “green” ma prevede una transizione adeguata, una via verso il post-capitalismo. Include non solo proposte concrete su come usare le istituzioni europee esistenti per portare grossi investimenti verso le tecnologie verdi, ma anche parti sulla creazione di lavoro o quello che chiamiamo «dividendo basico universale», ovvero un modo di usare la rivoluzione tecnologica per liberarci finalmente dai “lavori spazzatura” e dalla tirannia del lavoro.

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