19 08 09 NEWS DAI PARLAMENTARI ELETTI ALL’ESTERO ED ALTRE INFORMAZIONI

01 -La priorità assoluta è un altro ministro al Viminale Scenari della crisi. Sul ministero dell’interno poggia il procedimento elettorale e al Viminale c’è il Salvini candidato premier che chiede pieni poteri agli italiani.

02 – LA Marca (pd): a Toronto per celebrare la giornata nazionale del sacrificio italiano nel mondo.

03 – Schirò (pd): 63 anni fa il disastro nella miniera di Bois du Cazier. Una tragedia simbolo della storia del lavoro italiano nel mondo.

04 – Persino il codice Rocco dà lezioni di garantismo al ministro della paura

05 – Schirò: le modifiche al codice della strada, previste dal decreto sicurezza penalizzano i lavoratori italiani residenti all’estero, gli stagionali e i frontalieri. Nulla e’ stato fatto per cambiare una situazione paradossale e dannosa.

06 – Adorno, l’intellettuale fuori dalla torre d’avorio. A cinquant’anni dalla scomparsa. L’attualità del filosofo tedesco.

07 – Il timing della crisi di governo passo per passo: quando si può andare a votare?

08 – Una crisi spericolata. Mai si era visto un simile azzardo. La protervia di imporre la data del voto, la pretesa di gestirlo dal Viminale, da arbitro e giocatore.

 

 

01 -LA PRIORITÀ ASSOLUTA È UN ALTRO MINISTRO AL VIMINALE SCENARI DELLA CRISI. SUL MINISTERO DELL’INTERNO POGGIA IL PROCEDIMENTO ELETTORALE E AL VIMINALE C’È IL SALVINI CANDIDATO PREMIER CHE CHIEDE PIENI POTERI AGLI ITALIANI. Basta pensare che spot sarebbe per lui un barcone di disperati in cerca del porto sicuro, lo sgombero di un edificio occupato, il crimine piccolo o grande commesso da una «zingaraccia» o da uno straniero di pelle scura. Si porrebbe una fondamentale questione di par condicio nella competizione elettorale. ( di Massimo Villone )

La mozione leghista di sfiducia chiude ogni discussione. Il treno gialloverde è arrivato all’ultima fermata. Invero, attendeva da tempo l’autorizzazione ad entrare in stazione da parte di Salvini. In realtà la crisi era già aperta il 7 luglio con il voto Tav.

Per il governo il sottosegretario alla presidenza Santangelo (M5S) si è rimesso all’aula. Ma è stato bruciato sul tempo dal viceministro leghista Garavaglia, che a nome della Lega ha chiesto un voto pro Tav, «e contro chi blocca il Paese». Una esternazione impropria, consapevole e voluta. Qui comincia l’attacco della Lega.

Perché sul Tav – avendo ormai vinto – e non su temi aperti e di impatto ben maggiore per il paese come flat tax e autonomie? Perché così tardi?

Forse Salvini si aspettava che l’evidenza parlamentare di una maggioranza dissolta spingesse Conte alle dimissioni volontarie, spianando così la via verso il voto, senza lasciargli in mano il cerino acceso.

Può anche darsi che indecisioni e ritardi fossero in realtà una tattica studiata a tavolino per spingere Mattarella, a causa dei tempi stretti, a lasciare a Palazzo Chigi il governo dimissionario con lo stesso Salvini agli interni per gestire le elezioni. Che fosse vera incertezza o callido disegno, poco importa. Il disegno, se c’era, deve fallire.

Il passaggio parlamentare vedrà – salvo improbabili colpi di scena – un diniego della fiducia, cui seguirà un obbligo giuridico di dimissioni. In teoria, Mattarella potrebbe lasciare il governo dimissionario, o una sua riedizione, a gestire le elezioni e le incombenze ineludibili in agenda. Sembra proprio questa la pretesa dei leghisti quando gridano no a governi tecnici, no ad altre maggioranze, e subito al voto. Le tre cose si tengono insieme solo sull’assunto che l’esecutivo attuale rimanga in carica, ancorché dimissionario.

Potrebbe anche sembrare una risposta istituzionalmente corretta, ma nella specie è invece inaccettabile.

Sul ministero dell’interno poggia il procedimento elettorale e al Viminale c’è il Salvini candidato premier che chiede pieni poteri agli italiani. Basta pensare che spot sarebbe per lui un barcone di disperati in cerca del porto sicuro, lo sgombero di un edificio occupato, il crimine piccolo o grande commesso da una «zingaraccia» o da uno straniero di pelle scura. Si porrebbe una fondamentale questione di par condicio nella competizione elettorale.

Né sembrerebbe sostenibile mantenere Conte a Palazzo Chigi, liberandosi del solo Salvini, soprattutto se – com’è possibile – Conte fosse in corsa personalmente. Ne verrebbero quanto meno convulsioni politiche, e attacchi a Mattarella per parzialità. Quindi, tutti a casa, e – lo dice lo spread – senza tirare per le lunghe.

È futile colluttare su pochi giorni in più o in meno, quando è già partito l’appello al popolo da parte del soggetto politico oggi più forte nel paese.

Il problema è che Mattarella dovrebbe nominare un governo presumibilmente privo di fiducia. C’è un precedente. Nel 1987 era in carica il secondo governo Craxi, nato sul cd «patto della staffetta», per cui a Craxi sarebbe subentrato un presidente del consiglio Dc. Un «contrattino» dell’epoca. Craxi voleva sottrarsi all’impegno, e arrivò la crisi. Dopo alcuni tentativi falliti, il presidente Cossiga conferì l’incarico a Fanfani, che formò il suo sesto governo (monocolore Dc con alcuni tecnici).

Andò alla fiducia sulla base di una mozione Dc che aveva come primo firmatario Martinazzoli, segretario. Ma nel voto sulla mozione i DC si astennero, causando la vittoria dei no e la sfiducia. Fanfani si dimise, e rimase in carica per gestire le elezioni.

Non interessa qui approfondire come e perché accadde. Conta il precedente. Mattarella dovrà decidere se seguirlo, o lasciare a Palazzo Chigi l’esecutivo dimissionario – o una sua riedizione – in vista del voto e delle scadenze in agenda.

A NOI SEMBRA PRIORITÀ ASSOLUTA CHE AL VIMINALE SIEDA UN ALTRO MINISTRO DELL’INTERNO.

C’è chi pensa a un governo di più lunga durata e con una (nuova) maggioranza, per una decantazione e il recupero dei valori repubblicani e costituzionali (Mazzarella, Avvenire dell’8 agosto). Quel recupero è certo la prima bandiera della battaglia elettorale. Ma usarlo come sponda per rinviare il voto, mentre si caccia la Lega da Palazzo Chigi? Rischiamo di regalare voti a Salvini martire.

 

02 – LA MARCA (PD): A TORONTO PER CELEBRARE LA GIORNATA NAZIONALE DEL SACRIFICIO ITALIANO NEL MONDO. L’on. Francesca La Marca ha partecipato alla celebrazione della  “Giornata nazionale del sacrificio italiano nel mondo” organizzata dal Comites di Toronto presso il “Monument for Fallen Italian Workers” di Woodbridge. Nel corso della partecipata cerimonia, il ricordo commosso dei presenti è andato alla tragedia di Marcinelle, dove persero la vita 262 minatori di cui 136 italiani.

L’on. LA Marca, nel suo intervento, ha sottolineato l’importanza di raccogliersi come comunità per esprimere gratitudine e affetto per tutti gli italiani caduti sul lavoro, in ogni parte del mondo.

“Marcinelle – ha ricordato la deputata democratica –  è stata una delle più grandi tragedie dell’emigrazione italiana. Tuttavia, essa ha rappresentato anche il punto di svolta del lavoro in miniera, che da allora divenne meno esposto a rischi grazie alle lotte sindacali e del movimento dei lavoratori in tutto il mondo. La lotta per la sicurezza del lavoro è un impegno che non ha mai fine – ha ribadito l’on. La Marca – e quindi è bene che ognuno di noi rinnovi il suo impegno, qualunque sia il livello di responsabilità in cui si trovi ad operare, volto a fare in modo che cresca il livello di attenzione su queste cose e si operi per perfezionare le norme, i controlli e le condizioni di salvaguardia del lavoro.

“Avremo fatto il nostro dovere – ha concluso l’on. La Marca – verso coloro che oggi ricordiamo e onoriamo se ogni giorno saremo attenti e vigili sulle condizioni di sicurezza del lavoro ma soprattutto se non abbasseremo mai la nostra tensione e il nostro impegno per costruire una società più giusta e solidale, nella quale le uniche differenze che contano sono quelle delle idee e delle libertà personali. Una società, insomma, aperta e libera come quella che gli emigrati italiani hanno sempre cercato percorrendo le vie del mondo” .

 

03 – SCHIRÒ (PD): 63 ANNI FA IL DISASTRO NELLA MINIERA DI BOIS DU CAZIER. UNA TRAGEDIA SIMBOLO DELLA STORIA DEL LAVORO ITALIANO NEL MONDO. «In nome dei 139 fratelli italiani sepolti in un’agonia che si teme purtroppo senza scampo e in nome dei loro compagni di ogni Paese fra i quali sono gli stessi figli del Belgio, sentiamo di dover chiedere che i tristi imperi rinnovino tutta la loro tecnica estrattiva, i loro impianti, i loro sistemi di sicurezza, il loro complesso sistema economico e sociale, se non vogliono che la loro ricchezza sia sinonimo di morte e se non vogliono che si debba su di essa stendere la nera bandiera d’un lutto che la civiltà non può accettare e contro il quale è doveroso che la Società stessa insorga condannando quella ricchezza che vive sui funebri cunicoli della morte». Così concludeva il suo bellissimo articolo, «Un amaro pane per gli italiani», Orio Vergani sul «Corriere della Sera» del 9 agosto 1956.

 

NELLA TRAGEDIA DI MARCINELLE MORIRONO 262 LAVORATORI, 136 DEI QUALI ITALIANI.

Marcinelle è per tutti noi, anche se di generazioni lontane da quelle vicende, un richiamo forte del senso di liberazione che l’emigrazione ha avuto per milioni di persone, dello sfruttamento e dell’insicurezza a cui tanti sono stati sottoposti, della svolta in termini di sicurezza sociale che anche quelle tragedie hanno concorso a far maturare.

Chi veniva in miniera dalle campagne del Sud non aveva mai conosciuto questo tipo di lavoro, ma, allo stesso tempo, spesso non aveva conosciuto nemmeno una retribuzione salariale regolare, le protezioni assicurative, le ferie pagate, insomma le prerogative essenziali di un vero e dignitoso contratto di lavoro.

La tragedia del Bois du Cazier, la più grande di una serie purtroppo lunga di eventi che comportarono atroci perdite di vite umane, ha contribuito tuttavia ad una svolta nelle politiche di sicurezza sui luoghi di lavoro e nella costruzione di un welfare di modello europeo, che è stato storicamente uno dei più avanzati del mondo. Un esempio che i lavoratori, i sindacati ed alcuni stati hanno cercato di seguire per dare un segno profondo di giustizia a società in complessa evoluzione.

In senso più lato, con verosimiglianza storica, essa è stato il punto di partenza di un processo di dialogo e di responsabilizzazione degli stati a livello europeo che ha portato, sia pure nel corso di un articolato processo, agli accordi e all’unità che hanno presidiato la pace del vecchio continente e consentito la mobilità entro i suoi confini.

Marcinelle è stata dunque in qualche modo riscattata dal dolore inconsolabile dei familiari e dei compagni di lavoro nelle miniere, ma anche dal fatto che essa è diventata un fermento morale e un impulso di lotta per i lavoratori italiani e non solo.

Non retoricamente, dunque, essa è vissuta nelle coscienze e vive nella volontà di tutti coloro che anelano a rendere più giuste le società nelle quali vivono.

Questo universale senso di solidarietà sembra oggi dissolversi di fronte alle chiusure nazionalistiche, alla fatica di vedere riconosciuti e protetti i diritti umani, in sostanza di fronte alla disgregazione dei vincoli tra gli esseri umani e tra i lavoratori.

Dello spirito di Marcinelle, dunque, abbiamo ancora bisogno, oggi più che mai, per ricostruire il nostro profilo di civiltà umana e del lavoro e per ridare all’Europa quella funzione propulsiva nel mondo che è una garanzia per il nostro futuro e per lo stesso equilibrio mondiale.

Una prova della profondità delle radici che l’emigrazione ha messo in Europa e del beneficio che ha recato e arreca al rapporto tra i governi e i popoli si è avuto anche nel recente incontro del gruppo interparlamentare Italia-Benelux con gli ambasciatori dei tre Paesi europei a Roma. I legami di amicizia e di collaborazione che uniscono i nostri Paesi, è stato ribadito, ci consentono di lavorare con comune impegno per rafforzare l’Europa dei popoli, dei diritti e della giustizia sociale.

On. Angela Schirò – Camera dei Deputati – Piazza Campo Marzio, 42 – 00186 ROMA – Tel. 06 6760 3193

 

04 – PERSINO IL CODICE ROCCO DÀ LEZIONI DI GARANTISMO AL MINISTRO DELLA PAURA. DECRETO SICUREZZA BIS. TRA LE VARIE CASTRONERIE INCOSTITUZIONALI VI È UN’ENNESIMA NORMA SPOT, QUELLA CHE INNALZA A UN MILIONE DI EURO LA SANZIONE PER L’INGRESSO SENZA PERMESSO DI UNA NAVE CON NAUFRAGHI A BORDO. SI TRATTA DI UNA NORMA UTILE SOLO ALLA PROPAGANDA, MA DESTINATA ALL’INEFFETTIVITÀ.

NECESSITAS NON HABET LEGEM, da intendersi nel senso che allo stato di necessità non può opporsi alcuna legge contraria. Si tratta di una prerogativa che taluni illustri giuristi ritenevano sussistesse, prima del contratto sociale, già nello stato di natura. Dunque risultava connessa alla stessa qualità di essere umano.

Il soccorso di necessità, è specificamente richiamato nel codice penale vigente al primo comma dell’art. 54. Ebbene sì, si tratta del codice Rocco, del codice fascista che anche in questo caso, come già per la legittima difesa, dà lezioni di garantismo a Salvini!

Ma, a ben riflettere, tutta la normativa internazionale – quella che in base al combinato disposto di cui agli artt. 10, 11 e 117 Cost. impone allo stato italiano di legiferare nel rispetto della medesima – in materia di soccorso in mare rappresenta il precipitato normativo del necessitas non habet legem.

La Convenzione di Londra del 1974 e la Convenzione di Amburgo del 1979, unitamente ad altre Convenzioni tutte riconosciute dall’Italia, integrate nel 2004 da emendamenti da parte dell’International Maritime Organisation, disciplinano fondamentalmente la materia. Il comandante che soccorre naufraghi ha l’obbligo non solo morale, ma anche giuridico, di individuare un luogo sicuro di sbarco. Si tratta di adempimento di un dovere, art.51 c.p., che scrimina la condotta del comandante e di chi con lui coopera anche a fronte di un ordine perentorio di un Ministro, al di là delle sbruffonate bulliste da parte di Salvini, dato che quando si arriverà all’eventuale processo il giudice non dovrà fare altro che applicare le norme che dicono tutto il contrario di quel che urla il ministro dell’interno.

E a questo proposito, vorrei far notare al ministro che, tra le altre castronerie incostituzionali, in via di approvazione nel decreto sicurezza bis, vi è un’ennesima norma spot. Mi riferisco a quella che innalza a un milione di euro la sanzione per l’ingresso senza permesso di una nave con naufraghi a bordo. Si tratta di una norma utile solo alla propaganda, ma destinata all’ineffettività. Tanto per capirci meglio, anche se la sanzione fosse portata ad un miliardo di euro, in base al complesso della normativa scriminante vigente, non la pagherebbe alcuno.

Vale la pena ricordare che, se la nave batte bandiera italiana ed ha raccolto i naufraghi a bordo, l’obbligo di sbarco in un porto sicuro conferisce alle persone soccorse in mare una condizione di libertà personale. In genere viene ventilata l’idea che sulla nave italiana soccorrente fossero presenti non aventi diritto di asilo, né qualificabili come rifugiati, per cui il divieto di farli sbarcare sarebbe stato funzionale ad esigenze di “interesse generale”. Ma l’argomento non regge. Innanzitutto, perché l’ipotesi aprioristica dell’irregolarità dei naufraghi è smentita costantemente dal fatto che sono tantissime le persone che, una volta sbarcate, dimostrano di avere diritto allo status di rifugiato, secondo quanto stabilito all’art.33 della Convenzione di Ginevra, che compete a chi ha “il giustificato timore d’essere perseguitato” per razza, religione, opinione politica e così via. In questo caso opera il principio di non respingimento, art. 33 par. 1 della Convenzione di Ginevra, che vieta allo Stato interessato di respingere i naufraghi verso altra destinazione.

A questa ipotesi va aggiunta quella della presenza a bordo di persone che necessitano di soccorsi urgenti – caso frequentissimo – per le condizioni di salute. Dunque, anche in tali evenienze, si impone lo sbarco senza ritardo, pena la violazione delle Convenzioni richiamate. Essendo presente un obbligo di sbarco dei naufraghi, costoro non possono essere costretti a restare sulla nave: si determina, altrimenti, un’ingiustificata compressione della libertà personale attraverso la costrizione in un spazio chiuso, al di fuori dei casi consentiti dall’ordinamento giuridico ed in mancanza di un provvedimento legittimamente dato dall’autorità giudiziaria, così come dispone l’art.13 Cost.

E per chi dovesse impedire lo sbarco dovrebbe aprirsi la strada di un processo penale, a seconda dei casi, per sequestro di persona aggravato, 605 co.3 c.p., o per finalità di coazione, art.289-ter c.p. Ma finché Salvini sta al governo, la vedo difficile

 

05 – SCHIRÒ: LE MODIFICHE AL CODICE DELLA STRADA, PREVISTE DAL DECRETO SICUREZZA PENALIZZANO I LAVORATORI ITALIANI RESIDENTI ALL’ESTERO, GLI STAGIONALI E I FRONTALIERI. NULLA E’ STATO FATTO PER CAMBIARE UNA SITUAZIONE PARADOSSALE E DANNOSA.

Sono mesi che lo ripetiamo, in ogni sede opportuna e con ogni strumento a nostra disposizione. Ma purtroppo a nulla sono valse le nostre richieste al governo di disporre soluzioni normative adeguate per risolvere i problemi creati ai familiari residenti in Italia di cittadini AIRE, ai lavoratori stagionali e frontalieri dalle modifiche apportate dal Decreto sicurezza del 2018 al codice della strada.

Nonostante le diverse interrogazioni e gli appelli a fare in fretta, il governo è riuscito soltanto a tamponare la situazione dei lavoratori stagionali con una circolare amministrativa del mese di giugno. Nient’altro. Gli emendamenti presentati alla Camera al decreto sicurezza bis sono stati dichiarati inammissibili e al Senato, dove sono stati riproposti dal PD, non hanno trovato, ad oggi, l’attenzione che ci si aspettava. Inoltre, il provvedimento in materia di codice della strada, calendarizzato nelle scorse settimane alla Camera, altra occasione per ripresentare gli emendamenti correttivi, è slittato a settembre.

Ma tant’è. Siamo arrivati ormai all’estate e con l’incremento dei rientri sono tantissimi i connazionali che ci chiedono spiegazioni, lamentando la mancanza di informazioni e manifestando la loro preoccupazione per non sapere esattamente come comportarsi. Avevamo chiesto al governo di attivare tutte le modalità possibili per informare adeguatamente gli interessati. Neppure questo è stato fatto.

E così, per ora, rimane una sola cosa fare per non incorrere in sanzioni. Osservare scrupolosamente le disposizioni vigenti che richiedono, per poter guidare un veicolo targato all’estero, una documentazione ufficiale che attesti l’effettiva residenza estera del proprietario-conducente. In ogni caso, per ogni dubbio o esigenza, finché non si arriverà ad una modifica di queste norme sbagliate e dannose, i connazionali non esitino a leggere direttamente e con attenzione le circolari emesse dal Ministero dell’interno (circolare del 10.1.2019 e relativo allegato esplicativo – Circolare del 4 giugno 2019 – stagionali).

On. Angela Schirò – Camera dei Deputati – Piazza Campo Marzio, 42 – 00186 ROMA -Tel. 06 6760 3193 Email: schiro_a@camera.it

 

06 – ADORNO, L’INTELLETTUALE FUORI DALLA TORRE D’AVORIO. A CINQUANT’ANNI DALLA SCOMPARSA. L’ATTUALITÀ DEL FILOSOFO TEDESCO. SUL REDIVIVO ESTREMISMO DI DESTRA, SI POSSONO RIASCOLTARE LE SUE RUBRICHE RADIOFONICHE CON CUI SI IMPEGNÒ NELLA MISSIONE DI «ILLUMINAZIONE SOCIOLOGICA». Il 6 agosto ricorre il cinquantesimo anniversario della morte del filosofo e sociologo Theodor W. Adorno, scomparso inaspettatamente durante le vacanze estive sulle montagne svizzere, ai piedi del Cervino. All’epoca, l’evento ebbe un grande risalto giornalistico. La stampa internazionale gli tributò vasti riconoscimenti e numerosi documentari sulla movimentata vita e l’opera del pensatore nato nel 1903 furono trasmessi dalle radio e dalle televisioni.

ADORNO HA SEMPRE cercato di affrontare i mali del mondo, compresa la morte («una vergogna dell’uomo»), con gli strumenti della riflessione critica, ogni volta superando i confini delle singole discipline. È vero che generalmente è stato accompagnato dalla reputazione di essere un pensatore complicato, ossia un pensatore dialettico della negazione determinata.

Questo giudizio, tuttavia, trascura il fatto che, dopo i quindici anni di esilio in Inghilterra e negli Stati Uniti, dove fu costretto a fuggire a causa della dittatura hitleriana, dal primo dopoguerra, nella Repubblica Federale tedesca, Adorno si è occupato anche di questioni molto pratiche, ad esempio la ricostituzione di una cultura politica e la riforma della formazione degli insegnanti. Nell’intento di «educare alla responsabilità», uno dei motivi più ricorrenti fu la crisi e la decadenza della cultura, una questione complessa che oggi è tornata quanto mai attuale.

Ancora più centrale – e offensiva, all’epoca – era la richiesta di un’educazione che tenesse conto di un fatto storico mostruoso come i crimini contro l’umanità di Auschwitz. Sulla minaccia del redivivo radicalismo dell’estrema destra nella giovane democrazia rappresentativa si possono rileggere le pagine di «Che cosa significa elaborazione del passato» o «Per combattere l’antisemitismo oggi» (saggi tradotti in italiano nel volume Contro l’antisemitismo, manifestolibri).

Oppure riascoltare il linguaggio articolato e la voce pregnante delle rubriche radiofoniche con cui, quasi settimanalmente, nel ruolo giornalistico di critico del proprio tempo, Adorno si impegnò nella missione di «illuminazione sociologica».

Per colui che ha sentenziato con gesto provocatorio che scrivere una poesia dopo Auschwitz è un atto di barbarie, la rielaborazione del passato poteva essere conclusa solo dopo aver eliminato le cause sociali che l’avevano prodotto. Tra queste, in primo luogo, l’impotenza dell’individuo di fronte alle tendenze opache e schiaccianti dell’insieme sociale.

NEL RUOLO dell’intellettuale pubblico, Adorno, come Hannah Arendt e Karl Jaspers, si è assunto il rischio di abbandonare la torre d’avorio della scienza pura per affrontare i temi interdetti nella patria dei colpevoli. Tuttavia, l’influenza che ebbe sui modi di pensare del dopoguerra non è la ragione principale della sua attualità a cinquant’anni dalla morte.

Il fatto che il modo adorniano di fare teoria sociale non sia polveroso è dimostrato dalle numerose riedizioni del suo libro più famoso, la raccolta di aforismi sulla «vita offesa» dal titolo Minima Moralia, ma anche dai tanti convegni e congressi annuali in cui si discute la tensione propria del pensiero adorniano tra il «negativismo» e l’etica della vita giusta.

L’editore Suhrkamp sta ora cogliendo l’occasione dell’anniversario per attualizzare Adorno e le sue diagnosi dell’epoca. Le eminenti doti di Adorno, quale sintesi di analista sociale e intellettuale pubblico, sono documentate in modo particolarmente vivido dal volume delle opere complete curato da Michael Schwarz che include venti conferenze del periodo 1949-1968, recentemente uscito da Suhrkamp (Vorträge 1949-1968. Herausgegeben von Michael Schwarz, Berlin, Suhrkamp, 2019). Qui il lettore si confronta in blocco con tutti gli «interventi opposizionali» di Adorno, che ebbero un’influenza significativa sul clima culturale e politico di quegli anni.

PROPRIO IN COINCIDENZA con l’anniversario della morte Suhrkamp ha pubblicato un saggio inedito, ma non sconosciuto, sugli Aspetti del nuovo radicalismo di destra – il testo di una conferenza tenuta a Vienna nel 1967, seguito da un istruttivo commento dello storico Volker Weiß (Aspekte des neuen Rechtsradikalismus – Ein Vortrag, Berlin, Suhrkamp, 2019). Adorno vi analizza aspetti del nuovo radicalismo di destra, definito «fantasma di un fantasma» (Gespenst eines Gespenst), che possiamo trasferire all’interpretazione delle attuali varianti del populismo di destra, per le quali sembra davvero calzante la formula adorniana sulla interna relazione tra «sistema folle e perfezione tecnologica». Altrettanto degno di nota è il dibattito in corso negli Stati Uniti, innescato dallo storico di Harvard Peter E. Gordon.

Come curatore dell’ultima edizione della Authoritarian Personality, egli ha sollevato la questione in che misura la ricerca sociologica di Adorno sulla personalità autoritaria contenga un dirompente potenziale interpretativo che contribuisce a spiegare il successo di Donald Trump. Tra i suoi elettori è stata rilevata una tendenza all’autoritarismo, che va di pari passo con il pensiero stereotipato e la denigrazione degli stranieri e delle minoranze – tutti tratti paranoici che Adorno aveva riscontrato nel suo studio della fine degli anni Quaranta, come modello di reazione autoritaria.

Lo storico americano avalla l’interpretazione secondo cui il carattere autoritario non può essere spiegato principalmente sul piano psicologico. Piuttosto, la sindrome è il prodotto dell’introiezione di esperienze di strumentalizzazione e di controllo estraneo sull’uomo nella società moderna, che contribuiscono all’indebolimento dell’individuo.

Questo specifico punto di vista sociologico è stato accentuato da Adorno, in particolare, nelle «Osservazioni sulla personalità autoritaria», che non furono pubblicate all’epoca ma che ora sono finalmente disponibili e rese accessibili in un volume con una prefazione e un epilogo di facile lettura (Bemerkungen zu The Authoritarian Personality und weitere Texte, a cura di Eva-Maria Ziege, Berlin, Suhrkamp 2019).

In occasione dell’anniversario della morte di Adorno, queste pubblicazioni non sono solo l’espressione di un rinnovato interesse per le sue diagnosi sull’autoritarismo, ma anche il segno di una nuova Adorno-Orthodoxie – anche se, per contro, questa lettura canonica è incompatibile con lo spirito di una teoria critica la cui intima convinzione è che ogni verità serbi in sé un nucleo temporale.

NEI DUE LIBRI, la conferenza viennese sul radicalismo di destra e le «Osservazioni» americane del 1948 sull’interesse conoscitivo negli studi sulla personalità autoritaria, non c’è fondamentalmente nulla che Adorno prima o poi non abbia detto o scritto altrove. Ma ciò non sminuisce il fatto che grazie alle due edizioni diventano trasparenti non solo le concrete origini e occasioni delle diagnosi adorniane, ma piuttosto la continuità con cui egli, come intellettuale pubblico, prese la parola e intervenne nei dibattiti, mosso da una responsabilità interiore, un impulso a penetrare le apparenze superficiali e andare sino in fondo alle cose.

Così, nelle «Osservazioni», egli sottolineava come il carattere autoritario – potenzialmente fascista e, quindi, pericoloso per la democrazia – rappresenti un’unità strutturale esplosiva e possa essere interpretato come espressione di una nuova costituzione antropologica dell’uomo nella società tardo-capitalistica.

Gordon adotta questo punto di vista. Per lui, il trionfo del trumpismo è il risultato di sviluppi socio-politici patologici e vi include espressamente anche il declino del giornalismo serio, sostituito da un’opinione demagogica e dall’infotainment. Naturalmente, Adorno non poteva essere in grado di prevedere gli attuali segnali di decadenza della comunicazione nella sfera pubblica, soprattutto nei social media. Ma le sue ricerche sullo stereotipo del Ticket-Denken («pensare per tickets») e le analisi sull’onnipresenza dell’«industria culturale» contribuiscono a sensibilizzarci al «falso». Secondo Adorno, questa pratica era una conditio sine qua non per maturare la consapevolezza di ciò che egli intendeva con l’espressione «vita giusta».

(Traduzione di Luca Corchia e Leonardo Ceppa)

 

07 – IL TIMING DELLA CRISI DI GOVERNO PASSO PER PASSO: QUANDO SI PUÒ ANDARE A VOTARE?

LO SCONTRO TRA LE FORZE DI GOVERNO È SUI TEMPI. SALVINI HA FRETTA, MA “I TEMPI DELLA CRISI NON LI DECIDE LUI”, HA DETTO CONTE. LA CRISI DI GOVERNO È APERTA. E ora tra le forze politiche è scontro sul timing. Perché i tempi per uscire da un governo senza maggioranza ed andare così alle elezioni si incrociano in maniera decisiva con la manovra di bilancio.

PARLAMENTARIZZARE LA CRISI – Il tempo minimo che deve intercorrere dallo scioglimento delle Camere alle urne è di 45 giorni (quello massimo è di 70 giorni). Ecco, la prima domanda da porci è: quando verranno sciolte le Camere? Salvini vorrebbe portare subito Conte in Parlamento, mentre Di Maio e i 5 stelle vorrebbero affrontare il taglio dei parlamentari prima del voto di sfiducia. Come scrive Gabriella Cerami su HuffPost ”il leader leghista ha in mente di andare al voto entro il 20 ottobre, ma non è detto che la sua strada sia priva di ostacoli: e, già in questi giorni, il titolare del Viminale potrebbe trovarsi a fare i conti con un Parlamento con i battenti chiusi per almeno un’altra decina di giorni. Non solo. Tra i 5Stelle c’è anche chi ipotizza un governo tecnico o di transizione per evitare l’esercizio provvisorio e portare il Paese alle urne a marzo o aprile. Per adesso però, in casa M5s, è una speranza più che una realtà”. Staremo a vedere.

I 60 GIORNI In realtà – scrive l’Agi – “occorrono almeno 60 giorni dallo scioglimento delle Camere al momento del ritorno al voto, questo per consentire l’adempimento delle procedure necessarie per il voto degli italiani all’estero (norma, tuttavia, che potrebbe – anche se finora non è mai successo – essere modificata per ‘accorciare’ i tempi)”.

FINESTRE ELETTORALI – Per votare il 13 ottobre, le Camere dovrebbero essere sciolte a ridosso di Ferragosto. Molto improbabile, al momento. Per andare alle urne la terza domenica di ottobre, cioè il 20, Camera e Senato dovrebbero essere sciolte tra il 20 e il 22 agosto. Mentre per andare a votare il 27 ottobre, si deve archiviare il governo gialloverde entro il 27 agosto. Discorso diverso se l’obiettivo è novembre. Ma…

 E LA MANOVRA? È qui che c’è l’inghippo. Tutte le date ipotizzate per il voto si scontrano con il timing della manovra di bilancio. Alla ripresa dell’attività parlamentare, il governo dovrà affrontare la nota di aggiornamento del Def, che va presentata a Camera e Senato entro il 27 settembre. Il 15 ottobre, invece, è il termine ultimo del documento programmatico al Def, da inviare alla Commissione Ue. Il 20 ottobre il governo deve presentare la Legge di Bilancio vera e propria. Sempre che un governo ci sia..

 

08 – UNA CRISI SPERICOLATA. MAI SI ERA VISTO UN SIMILE AZZARDO. LA PROTERVIA DI IMPORRE LA DATA DEL VOTO, LA PRETESA DI GESTIRLO DAL VIMINALE, DA ARBITRO E GIOCATORE. E IL RISCHIO DI NON AVER UN GOVERNO PER LA PROSSIMA MANOVRA. IL PLEBISCITO SOVRANISTA È UN DELIRIO DI ONNIPOTENZA.  By Alessandro De Angelis

UNA CRISI

Mai si era vista una manovra così spericolata, irregolare, ad alto rischio, col paese che precipita al voto in piena sessione di bilancio: è la crisi ai tempi del populismo, aperta l’8 agosto sulla spinta propulsiva del Papeete, con mezza Italia in vacanza. E con l’onnipotenza di chi pensa che, a questo punto, crisi, scioglimento, convocazione delle urne si risolvano in 48 ore, con le “inutili” istituzioni chiamate ad assecondare il ruggito sovranista in poche ore e già fa trapelare la data del 13 ottobre, prerogativa che non è nelle sue disponibilità, ma in quelle del Quirinale. E con l’inaudita pretesa di gestire il voto dal Viminale, inedito assoluto nella storia repubblicana, con Salvini candidato premier e garante delle elezioni, arbitro e giocatore.

Mai al Viminale, che ha il compito di esercitare un ruolo di garanzia dalla presentazione dei simboli al conteggio dei voti, ha governato la stanza dei bottoni, in periodo elettorale, un leader politico candidato a governare il paese, ma sempre una personalità in grado assicurare una neutralità per tutti. Tutti ricordano quella notte del 2006, in cui il centrosinistra vinse per 20mila voti: a un certo punto quando non arrivavano i risultati dai seggi di Caserta, si narra che Berlusconi chiamò l’allora ministro Beppe Pisanu a palazzo Grazioli. E, in un clima di tensioni e sospetti, si precipitò al Viminale dal “Botteghino” (l’allora sede dei Ds) Marco Minniti con il compito di “vigilare”. Fatto sta che quei 20mila voti furono fatali per Pisanu, la cui correttezza non è stata messa in discussione da nessuno, ma che, guarda caso, vide schiantata la sua carriera nel mondo berlusconiano in una notte.

Ecco, pare un dettaglio, ma guardando alle prossime settimane è una questione ad altissima sensibilità che sarà oggetto delle riflessioni del Quirinale e di tutti gli attori in campo, in questa inedita crisi, che si aprirà in Parlamento, quando sarà convocato. E che ne condizionerà anche modi e tempi. Il punto è questo: se il governo Conte cadrà in Aula, su un voto di sfiducia, sarà questo governo dimissionario a portare il paese al voto. Se invece, registrato il dibattito in Parlamento, Conte rassegnerà le dimissioni nelle mani del capo dello Stato, a quel punto si aprirà la riflessione su un eventuale “governo elettorale” che garantisca le operazioni di voto.

Perché poi, parliamoci chiaro, al netto della narrazione dell’uomo forte, e dell’arbitrio di chi “se ne frega”, la democrazia ha la sua complessità che mal si concilia col delirio di onnipotenza sotto forma di turpiloquio sui parlamentari che “devono alzare il culo e venire a Roma già lunedì” per formalizzare la crisi. Crisi aperta a Camere chiuse, quando sarebbe stato molto semplice e lineare anticiparla di qualche settimana. C’è tutto il senso di questa ebbrezza in alta quota nelle modalità di un vicepremier che piomba a palazzo Chigi con il suo avviso di sfratto al premier, a cui chiede di togliere il disturbo con lo spirito del padrone che caccia di casa un intruso. E che poi, nel comizio da bettola a Pescara, pretende di trasformare la sua volontà e la sua fame di Potere in legge per tutti, senza “che rompano i coglioni” perché ha fretta di passare all’incasso, per scatenare la sua ordalia finale contro l’Europa.

Invece, la manovra spericolata, proprio perché fatta in spregio al buonsenso rischia di essere un azzardo costoso sulla pelle del paese, che fa già piombare l’incertezza sul terreno della prossima finanziaria. Non è affatto banale il discorso dei tempi. Eccoli. Le Camere sono chiuse, e toccherà a Conte chiedere ai presidenti di Camera e Senato, di riconvocarle per il voto di fiducia e, in questo clima di tensione, è ipotizzabile che non avrà tutta questa fretta, anzi il calendario diventerà il terreno del contendere, perché è chiaro che, a questo punto, i Cinque stelle utilizzeranno ogni terreno per disturbare Salvini, scaricandogli la responsabilità e le implicazioni di questa scelta. Bene, facciamo due conti: il 20 in Aula, poi le consultazioni, poi lo scioglimento, e siamo già al 25 agosto, se non si pone di il tema di un governo elettorale, il che sarebbe assai bizzarro. A quel punto, dallo scioglimento al voto, il tempo minimo sono 65 giorni e siamo a fine ottobre. Poi ci vogliono 20 giorni per insediare le Camere, eleggere i presidenti, fare le consultazioni per il nuovo governo, e siamo, bene che vada a inizio dicembre. In queste poche date c’è già la follia di un governo che rischia di non varare la finanziaria e il paese che precipita nell’esercizio provvisorio, il che significa non disinnescare le clausole di salvaguardia e far scattare aumento dell’Iva.

Nel discorso ducesco di Pescara, al grido di “regole, ordine, disciplina” dove mancava solo il “credere, obbedire, combattere”, nell’orgia machista degli strali contro la perfida Europa, c’è questa bancarotta del paese che ognuno cercherà di scaricare sugli altri: Salvini contro quelli che non lo hanno mandato al voto domani mattina, i Cinque stelle contro Salvini che è voluto andare al voto. E il capo dello Stato nei panni di chi ha il compito di tutelare l’interesse nazionale, in una situazione complicatissima. Perché la macchina del voto è già avviata e la campagna elettorale, nell’era del populismo, è già iniziata senza che siano stati consumati i necessari passaggi istituzionali, con tutti i soggetti in campo che invocano le elezioni. Non ci sono, al momento, tanti margini per soluzioni alternative, dopo il fallimento dell’esperienza gialloverde. Anche la mossa di Di Maio di votare prima la riduzione dei parlamentari, che allungherebbe la legislatura di qualche mese, più che un tentativo politico di formare una nuova maggioranza, appare come la costruzione narrativa della sua campagna elettorale. La crisi è aperta. Ma il come arrivare al voto è già il primo terreno del conflitto. Appare chiaro che le elezioni non le indice Salvini. E che non può gestirle dal Viminale.

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