n°05 – 03/02/24 – RASSEGNA DI NEWS NAZIONALI E INTERNAZIONALI NEWS DAI PARLAMENTARI ELETTI ALL’ESTERO.

01 – Sen. La Marca (PD) – Nessuna risposta da questo Governo alle mie interrogazioni riguardanti gli accordi con Québec e Messico Comunicato – 01 febbraio 2024
02 – Legge elettorale, «la toppa peggio del buco» * RIFORME. Va bene eliminare dalla proposta di revisione costituzionale la legge elettorale con un premio di maggioranza prestabilito nel 55% dei seggi, come la maggioranza si è convinta di dover fare, […]
03 – È impossibile analizzare il nuovo Pnrr. Nonostante gli annunci trionfalistici del governo, le informazioni disponibili sul Pnrr sono sempre meno. A oggi infatti è impossibile capire in maniera puntuale come sia cambiato dopo la revisione e a che punto siano i lavori.
04 – Sei milioni di profughi palestinesi necessitano di maggiore protezione Accoglienza.
Viste le condizioni catastrofiche della striscia di Gaza, la corte di giustizia dell’Ue ha affermato che la protezione dell’Unrwa non basta più e che i palestinesi potranno richiedere lo status di rifugiati. L’Europa potrà decidere se seguire il modello virtuoso applicato agli ucraini.
05 – sabato Angieri*: L’altro patto atlantico: 800 funzionari contro il sostegno Usa e Ue a Israele
ISRAELE/PALESTINA. Lettera anonima per «timore di ritorsioni». L’iniziativa segue i tentativi falliti di farsi sentire dai rispettivi vertici, accusati di mettere in pericolo la moralità delle istituzioni
Protesta davanti alla Commissione Ue.
06 – Sandro Mezzadra*: l vero dominio non è mai astratto. Nel dibattito su Marx, a livello internazionale, almeno due novità si sono affermate negli ultimi anni. Il progredire della nuova edizione critica delle opere (la MEGA2) ha in primo luogo trasformato in profondità il corpus dei testi marxiani, portando alla luce migliaia di pagine di manoscritti e scomponendo testi come i Grundrisse, le Teorie del plusvalore, il secondo e il terzo libro del Capitale.
07 – Riflessioni sulla Palestina di Comitato Antimperialista Arezzo e Collettivo Millepiani Arezzo
Manifestazione per la Palestina 3.jpeg1. Resistenza e Rivoluzione in Palestina (*)
08 – Paolo Griseri*: Dilemma dell’occidentale progressista: stare coi contadini delle Ande o con le auto elettriche?

 

 

01 – Sen. La Marca (PD) – NESSUNA RISPOSTA DA QUESTO GOVERNO ALLE MIE INTERROGAZIONI RIGUARDANTI GLI ACCORDI CON QUÉBEC E MESSICO COMUNICATO – 01 FEBBRAIO 2024
“QUESTO GOVERNO CONTINUA A MANCARE DI RISPETTO AGLI ITALIANI ALL’ESTERO ignorando costantemente le nostre questioni, puntualmente sollevate in alcune interrogazioni, come quella sul riconoscimento reciproco delle patenti di guida Italia-Québec, trattative che vanno avanti da anni, o come quella sulla stipula di convenzioni bilaterali di sicurezza sociale tra Italia e Messico. Il Viceministro Bignami (Viceministro delle Infrastrutture e dei Trasporti) e il Sottosegretario Silli (Sottosegretario agli Esteri con delega alle relazioni bilaterali con Canada e Messico e agli italiani nel Mondo), nonostante le mie numerose sollecitazioni, ancora non hanno formulato delle risposte”. Così ha affermato la Sen. La Marca.
La Senatrice La Marca, nello scorso anno, ha presentato più volte un’interrogazione sul riconoscimento reciproco delle patenti di guida tra l’Italia e il Québec, a distanza di mesi, una in data 31 gennaio 2023 e l’altra il 29 novembre, ma non è ancora pervenuta nessuna risposta. (qui il link all’interrogazione)
In merito alla convenzione di sicurezza sociale Italia-Messico invece, la Senatrice ha presentato un’interrogazione all’inizio dello scorso anno, il 28 febbraio 2023, ai Ministri degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, del Lavoro e delle Politiche Sociali e dell’Economia e delle Finanze per comprendere quale sia la politica del Governo in relazione alla tutela dei diritti previdenziali dei lavoratori italiani emigrati in Messico e dei lavoratori di tale Paese immigrati in Italia titolari di regolare permesso o carta di soggiorno. È una questione molto importante richiesta dagli italiani all’estero. (qui il link all’interrogazione)
“Dopo 11 mesi, il silenzio del Governo su questi due atti è assordante. Caro Sottosegretario Silli, se lei ha veramente a cuore l’interesse degli italiani nel mondo, risponda al più presto alle mie due interrogazioni e dimostri di avere attenzione e interesse verso questa grande comunità che anche lei rappresenta”.
*(Sen. Francesca La Marca – 3ª Commissione – Affari Esteri e Difesa- Electoral College – North and Central America- Senato della Repubblica XIX Legislatura)

 

02 – LEGGE ELETTORALE, «LA TOPPA PEGGIO DEL BUCO»* RIFORME. VA BENE ELIMINARE DALLA PROPOSTA DI REVISIONE COSTITUZIONALE LA LEGGE ELETTORALE CON UN PREMIO DI MAGGIORANZA PRESTABILITO NEL 55% DEI SEGGI, COME LA MAGGIORANZA SI È CONVINTA DI DOVER FARE, […]
Va bene eliminare dalla proposta di revisione costituzionale la legge elettorale con un premio di maggioranza prestabilito nel 55% dei seggi, come la maggioranza si è convinta di dover fare, ma «la toppa rischia di essere peggio del buco», denuncia il deputato Pd Federico Fornaro.
La “toppa” «non può certo essere un generico rimando a una legge che preveda un premio che garantisca la maggioranza, senza tetto massimo né soglia minima». Perché così, «in teoria si potrebbero generare mostri simili alla legge Acerbo. La soluzione migliore è non inserire in Costituzione il tema della legge elettorale».
*(Fonte: Il Manifesto)

 

03 – È IMPOSSIBILE ANALIZZARE IL NUOVO PNRR. NONOSTANTE GLI ANNUNCI TRIONFALISTICI DEL GOVERNO, LE INFORMAZIONI DISPONIBILI SUL PNRR SONO SEMPRE MENO. A OGGI INFATTI È IMPOSSIBILE CAPIRE IN MANIERA PUNTUALE COME SIA CAMBIATO DOPO LA REVISIONE E A CHE PUNTO SIANO I LAVORI. (*)

• Il nuovo Pnrr è stato approvato, ma a oggi abbiamo informazioni solo sulle scadenze, non sulle misure nuove o modificate e sui relativi importi.
• Fino a marzo non avremo dati aggiornati sui progetti finanziati dal piano, alla luce della revisione.
• Persistono le lacune di sempre: non ci sono dati sull’avanzamento dei lavori e della spesa per i progetti e sono sempre meno le informazioni sulle scadenze.
• Nonostante tutto la commissione europea si è espressa positivamente sull’operato italiano.
• Nelle ultime settimane la comunicazione del governo sul piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) ha assunto toni trionfalistici. Una modalità giustificata anche da alcuni importanti risultati raggiunti nell’arco di poco tempo. Dapprima l’approvazione da parte delle istituzioni europee della proposta di revisione del piano, inclusa la nuova missione dedicata all’energia: il Repower Eu. Successivamente l’erogazione della quarta tranche di fondi legata agli obiettivi che il nostro paese doveva raggiungere entro il giugno scorso. Seguita dall’invio della richiesta della quinta rata relativa alle scadenze fissate per la seconda parte del 2023. Infine, la ricezione di un anticipo di 551 milioni di euro per il Repower, annunciata giovedì scorso da Meloni.

CONSIDERIAMO QUELLO DI OGGI UN ULTERIORE ED IMPORTANTE PASSO AVANTI SULL’ATTUAZIONE DEL PNRR CHE IL GOVERNO STA PORTANDO AVANTI CON EFFICACIA E DETERMINAZIONE.
Recentemente anche la presidente uscente della commissione europea Ursula Von Der Leyen ha dato il suo endorsement al lavoro fatto dall’esecutivo italiano su questo fronte. Eppure le criticità sono tutt’altro che risolte. Anche e soprattutto per quanto riguarda la trasparenza e la disponibilità di informazioni. Anzi, da questo punto di vista sono stati fatti dei passi indietro.

IL NUOVO PNRR È STATO APPROVATO DA QUASI 2 MESI MA ANCORA NON CI SONO INFORMAZIONI DETTAGLIATE DI COM’È CAMBIATO.
Nonostante siano passati quasi due mesi dall’approvazione del piano rivisto infatti a oggi mancano all’appello ancora moltissime informazioni. A partire dall’elenco aggiornato di tutte le riforme e degli investimenti previsti e del relativo quadro finanziario. Il rilascio di molte di queste informazioni è legato all’entrata in vigore di un decreto legge che dovrebbe dare attuazione alla revisione del piano. Tale misura era stata anche annunciata dalla presidente del consiglio Giorgia Meloni durante la conferenza stampa di fine anno ma ancora non è stata emanata.
Il perdurare di questa situazione di stallo ha peraltro determinato, da mesi, il mancato aggiornamento di tutte le fonti ufficiali che pubblicavano informazioni sull’avanzamento del piano. Per questo motivo a oggi è impossibile capire esattamente come sia cambiato il Pnrr e a che punto sia. Chiediamo dunque che siano pubblicati al più presto dati aggiornati.
Il via libera definitivo al nuovo piano italiano è arrivato nel corso del consiglio dell’Unione europea dell’8 dicembre scorso, ma un primo semaforo verde era già arrivato dalla commissione europea il 24 novembre. Come abbiamo spiegato in questo articolo, per diverse settimane l’unico documento disponibile che fornisse informazioni sul nuovo piano era stato rilasciato proprio dalla commissione. Si trattava però di una relazione in cui venivano indicate in maniera molto sintetica le principali modifiche apportate.

123 LE MISURE MODIFICATE O AGGIUNTE NELLA NUOVA VERSIONE DEL PNRR APPROVATA DALLA COMMISSIONE EUROPEA.

PER DIVERSE SETTIMANE QUINDI, NON SONO STATE DISPONIBILI INFORMAZIONI DETTAGLIATE E SISTEMATICHE, MISURA PER MISURA, SU:

• importo assegnato (aumentato a 194,4 miliardi di euro complessivi);
• obiettivi da raggiungere (i nuovi milestone e target);
• progetti da realizzare.
A oggi, solo una di queste tre lacune è stata colmata. Lo scorso 19 gennaio infatti Italia domani ha pubblicato un dataset relativo alle scadenze. Certamente si tratta di un primo elemento importante. Grazie a questo file infatti è possibile capire molte cose. Ad esempio com’è cambiata la distribuzione degli impegni assunti dal nostro paese da oggi fino al 2026. Un primo dato che balza all’occhio è che gli impegni previsti per la fine del 2023 sono diminuiti, passando da 69 a 52. Di conseguenza è diminuito anche l’importo richiesto dall’Italia all’Ue, passando da 18 a 10,6 miliardi.

+90 LE SCADENZE DI RILEVANZA EUROPEA A SEGUITO DELL’APPROVAZIONE DEL NUOVO PNRR ITALIANO.
Possiamo concludere quindi che non solo si aggiungono delle nuove scadenze a cui il nostro paese dovrà adempiere – a partire da quelle riguardanti la missione aggiuntiva del Repower Eu – ma anche che alcune di quelle già previste sono state posticipate. Questo comporterà inevitabilmente uno sforzo importante nei prossimi 3 anni, anche per cercare di recuperare il ritardo accumulato.

I DATI CHE MANCANO
Dal database pubblicato sarebbe possibile dedurre anche un quadro aggiornato relativamente alle nuove misure del piano e alle componenti e missioni cui queste appartengono. Tuttavia, anche volendo effettuare autonomamente questa operazione, manca ancora un dettaglio fondamentale. E cioè il quadro aggiornato delle risorse assegnate a ogni misura del piano. Oltre a una descrizione dettagliata degli interventi che si intende realizzare che non si esaurisca con il mero titolo. Questo vale anche per il piano energetico Repower Eu, cioè un’intera missione che si va ad aggiungere al Pnrr, con interventi di cui a oggi di certo sappiamo poco o nulla.

Anche dal lato delle scadenze comunque, il dataset pubblicato rivela una mancanza che non viene in alcun modo spiegata. Sono infatti scomparse le scadenze italiane. Cioè quei target e milestone intermedi, che il governo nazionale aveva programmato per facilitare il raggiungimento degli adempimenti di rilevanza europea.

MANCANO ANCORA INFORMAZIONI AGGIORNATE SU QUADRO FINANZIARIO E PROGETTI da realizzare.
Ma l’aspetto più critico è forse quello riguardante i dati sui progetti. Nell’ultimo anno infatti la ragioneria generale dello stato aveva iniziato ad aggiornare queste informazioni con cadenza trimestrale. L’ultima pubblicazione risale allo scorso 4 dicembre. Come abbiamo visto però a quel giorno il nuovo Pnrr non era ancora entrato definitivamente in vigore. I dati più recenti sui progetti (attualmente circa 229mila) non sono quindi allineati al piano modificato. E questo comporta diversi problemi. Non ultimo quello di capire una volta per tutte che fine faranno gli interventi – tuttora presenti nell’ultimo dataset pubblicato – rientranti nelle 9 misure che il governo ha deciso di definanziare.
Il rischio quindi è che questo disallineamento tra progetti e nuovo Pnrr si protragga ancora almeno fino a marzo. Sempre ammesso che questo processo non richieda più tempo vista la necessità di aggiornare le misure del piano. Per tutti questi motivi a oggi è impossibile capire con chiarezza come sia cambiato il Pnrr e a che punto ci troviamo per quanto riguarda lo stato di avanzamento dei lavori. Ma queste non sono le uniche lacune in termini di trasparenza.

UN PASSO INDIETRO SULLA TRASPARENZA
Da un lato, le criticità che abbiamo appena descritto rappresentano una svolta negativa rispetto ai lievi miglioramenti degli scorsi mesi sul fronte dei progetti. È dallo scorso aprile infatti, che il governo pubblica trimestralmente su Italia domani, dataset relativi ai progetti finanziati dal Pnrr. INFORMAZIONI QUALI LA NATURA DEGLI INTERVENTI, LE RISORSE ASSEGNATE E I TERRITORI INTERESSATI.
LE RICHIESTE FOIA PER IL PNRR.
È un risultato che deriva almeno in parte dalla nostra continua domanda di trasparenza, dati e informazioni, che negli anni si è tradotta anche in due richieste di accesso agli atti (Foia), presentate da noi e altri soggetti della società civile.

NON CONOSCIAMO LO STATO DI AVANZAMENTO DEI LAVORI E DELLA SPESA.
Dall’altro lato tuttavia, i problemi rilevati si inseriscono perfettamente in un quadro che fin dall’avvio del Pnrr presenta lacune in termini di trasparenza. Per quanto riguarda i progetti, mancano ancora dati relativi allo stato di avanzamento dei lavori e della spesa. Sono informazioni fondamentali per capire concretamente come stanno procedendo opere e interventi che avranno un impatto sulla vita dei cittadini italiani. E che inoltre dovranno necessariamente concludersi entro il 2026.
Sappiamo che sulla piattaforma Regis queste informazioni esistono, tant’è che abbiamo recentemente analizzato una relazione allarmante dell’ufficio parlamentare di bilancio sull’andamento della spesa per il Pnrr. Tuttavia questi dati non sono accessibili pubblicamente e questo tipo di relazioni e rilasci sono sporadici, insufficienti a un monitoraggio.

CI SONO SEMPRE MENO DATI SULLE SCADENZE.
Anche sulle scadenze continuiamo a evidenziare mancanze. Innanzitutto l’ultima relazione del governo al parlamento sullo stato di attuazione del piano risale al 31 maggio 2023. Mentre per legge dovrebbe essere trasmessa con cadenza semestrale. Al di là della relazione poi, sono pochi i dati accessibili sull’andamento di milestone e target anche da altre fonti. Questa condizione, che va avanti fin dall’inizio, si è aggravata negli ultimi mesi, a fronte dello stallo dovuto al processo di revisione del piano nazionale. I ministeri non hanno più aggiornato i propri siti a riguardo e anche la documentazione parlamentare sul tema ha subito un calo di qualità e aggiornamenti.

IL PIANO PROCEDE NONOSTANTE TUTTO
Parallelamente però il Pnrr è andato avanti: il governo ha richiesto a Bruxelles la quinta rata di finanziamento e Italia domani ha condiviso il conseguimento di tutte le scadenze che erano previste per il quarto trimestre del 2023. Questa attività è praticamente inutile ai fini di un monitoraggio dell’andamento del piano. Sulla piattaforma infatti vengono condivisi aggiornamenti solo a posteriori, quando il governo considera già completati tutti gli interventi. Tra l’altro in molti casi non viene neanche pubblicata una documentazione che provi l’effettivo conseguimento, che è solo dichiarato.

D’altra parte il passo indietro in termini di trasparenza, che abbiamo appena descritto, non è in alcun modo osteggiato dalla commissione europea. Anzi, l’organo esecutivo Ue ha un approccio assolutamente favorevole al lavoro del governo sul piano nazionale.

L’ITALIA È ASSOLUTAMENTE IN LINEA CON LA TABELLA DI MARCIA DEL PNRR: METÀ DEI FONDI È STATA GIÀ EROGATA È QUESTA È UNA BELLISSIMA NOTIZIA.

Per le istituzioni europee l’importante sembra dunque essere l’erogazione dei fondi al nostro paese. Intanto la quinta rata ammonta a 7 miliardi in meno del previsto, nel 2023 abbiamo speso solo il 7,4% dei fondi preventivati e a oggi non sono disponibili informazioni complete sul nuovo Pnrr. Ma in vista delle elezioni europee di giugno, quando la presidente della commissione Von der Leyen si giocherà la rielezione, e con altri temi di negoziazione sul tavolo, in primis il patto di stabilità, le priorità dei rapporti tra la commissione Von der Leyen e il governo Meloni evidentemente sono altre.

IL NOSTRO OSSERVATORIO SUL PNRR
Questo articolo rientra nel progetto di monitoraggio civico OpenPNRR, realizzato per analizzare e approfondire il piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr). Ogni lunedì pubblichiamo un nuovo articolo sulle misure previste dal piano e sullo stato di avanzamento dei lavori (vedi tutti gli articoli). Tutti i dati sono liberamente consultabili online sulla nostra piattaforma openpnrr.it, che offre anche la possibilità di attivare un monitoraggio personalizzato e ricevere notifiche ad hoc. Mettiamo inoltre a disposizione i nostri open data che possono essere riutilizzati liberamente per analisi, iniziative di data journalism o anche per semplice consultazione.

PER RICEVERE NUOVE RISORSE, IL GOVERNO DEVE COMPLETARE ENTRO LA FINE DELL’ANNO ANCORA 2 SCADENZE Ue del terzo trimestre e 38 del quarto.
L’esecutivo vuole modificare il Pnrr, individuando come principali problemi il rincaro dei costi di energia e materie prime e il rischio di ritardi.
La volontà di modificare il piano è comunque subordinata ad alcune clausole poste dall’Unione europea.
Finché non saranno approvate eventuali modifiche al Pnrr, il governo deve conseguire le scadenze rimaste se non vuole perdere fondi.
Il dipartimento per la trasformazione digitale e il ministero dell’ambiente e sono gli enti con più scadenze da completare entro dicembre.
Manca meno di un mese alla fine dell’anno, un appuntamento cruciale nel cronoprogramma del piano nazionale di ripresa e resilienza. Il 31 dicembre infatti si chiude il quarto trimestre del 2022 e con esso il termine per completare le scadenze europee previste dal Pnrr. Non solo quelle indicate per il periodo che va da ottobre a dicembre, il quarto trimestre appunto, ma anche per i tre mesi precedenti tra giugno e agosto, cioè il terzo trimestre 2022. Il loro conseguimento è un passaggio necessario per poter chiedere all’Unione europea un nuovo rilascio di fondi.

OGNI SEI MESI LA COMMISSIONE EUROPEA CONTROLLA CHE I PAESI ABBIANO COMPLETATO LE SCADENZE UE DEL PNRR. IN CASO DI VERIFICA POSITIVA, SI PROCEDE ALL’EROGAZIONE DEI FONDI. VAI A “COME L’UE VERIFICA L’ATTUAZIONE DEI PNRR NEGLI STATI MEMBRI”

In base alla nostra attività di monitoraggio, l’ultimo aggiornamento al 25 novembre 2022 conferma che 2 scadenze europee del terzo trimestre sono ancora da completare e quindi in ritardo. Si tratta in particolare dell’aggiudicazione di tutti gli appalti pubblici per le green communities e dell’entrata in vigore della riforma per i servizi idrici integrati. A queste 2 milestone si aggiungono poi le 38 scadenze ancora da completare, sulle 51 previste per il quarto trimestre.

40 SU 55 LE SCADENZE EUROPEE DEL PNRR CHE L’ITALIA DEVE ANCORA COMPLETARE PER POTER CHIEDERE NUOVE RISORSE ALL’UE.

Sempre in base al nostro monitoraggio, dei 38 milestone e target da completare nel quarto trimestre, 15 sono a buon punto, quindi a un passo dal completamento, ma ben 23 ancora in corso, cioè interventi avviati ma lontani dalla loro realizzazione. Solo 13 scadenze su 51 risultano invece completate.

IN ALTRE PAROLE: MANCA POCO AL TERMINE E IL NOSTRO PAESE NON HA RISPETTATO NEANCHE METÀ DEGLI IMPEGNI PREVISTI PER IL TRIMESTRE IN CORSO.

LE SCADENZE EUROPEE DEL PNRR PER IL QUARTO TRIMESTRE 2022
LE 51 SCADENZE UE DEL PNRR DA RAGGIUNGERE TRA OTTOBRE E DICEMBRE 2022, IL LORO STATO DI AVANZAMENTO, LE MISURE E I TEMI
La questione è capire come il governo Meloni si sta ponendo rispetto a queste scadenze da completare. Sempre in base al nostro monitoraggio, possiamo segnalare che nelle ultime settimane, di passi avanti nell’attuazione di milestone e target ce ne sono stati pochi. Se questo da un lato è comprensibile, per via di tempi e passaggi di consegne che l’insediamento di un nuovo esecutivo comporta, dall’altro lascia aperti molti dubbi su quello che succederà da qui ai prossimi mesi.
Come abbiamo avuto modo di raccontare in altri articoli, la coalizione a sostegno del governo Meloni ha dichiarato in diverse occasioni – già a partire dalla campagna elettorale – di voler modificare il Pnrr attuale. E anche se l’esecutivo non ha ancora presentato alla commissione europea una proposta di revisione, diverse dichiarazioni anche recenti ne confermano le intenzioni.
In primis l’intervento della presidente Giorgia Meloni all’assemblea dell’Anci (associazione nazionale comuni italiani) del 24 novembre scorso. In quell’occasione Meloni ha ribadito infatti la volontà di verificare con la commissione europea le misure più idonee ad aggiornare il piano. Posizioni riprese anche da Raffaele Fitto, ministro per gli affari europei, il sud, le politiche di coesione e il Pnrr. Il quale ha sottolineato in un recente colloquio con Repubblica l’intenzione di implementare il piano e di armonizzarlo con i fondi di coesione. Oltre che di modificare obiettivi e scelte che ormai non considera più attuali.

ABBIAMO AVUTO GUERRA E SHOCK INFLAZIONISTICO: IMPENSABILI. NON SAPPIAMO A QUALI ALTRI CIGNI NERI ANDREMO INCONTRO.
– Raffaele Fitto, ministro per gli affari europei, il sud, le politiche di coesione e il Pnrr
Le criticità sottolineate finora dall’esecutivo si concentrano quindi su due questioni principali. La prima è quella relativa alla guerra ancora in corso tra Russia e Ucraina e alle sue conseguenze economiche. L’aumento del costo dell’energia e delle materie prime infatti pone inevitabilmente delle difficoltà e dei ritardi nella realizzazione di opere e progetti Pnrr così come erano stati definiti originariamente.
La seconda questione, collegata in parte alla prima, riguarda i tempi di attuazione del piano. Quando ancora non era in carica, Meloni aveva già evidenziato i ritardi nella realizzazione dei progetti previsti ponendo l’attenzione, oltre che sul rincaro dei costi, anche sulla lentezza delle procedure rispetto alla rigidità del cronoprogramma. Un tema che a partire dal 2023 si farà più pressante perché molti investimenti entreranno nel vivo della loro messa a terra.
Siamo nella fase in cui siamo chiamati ad affrontare concretamente l’avvio dei cantieri, per questo ovviamente è necessario accelerare l’iter di approvazione dei progetti e rilascio dei pareri, è un tema enorme.

– Giorgia Meloni, presidente del consiglio
Per questi motivi c’è chi dal governo auspica già ora una proroga dei termini di attuazione dell’agenda. A partire dal ministro delle infrastrutture e dei trasporti Matteo Salvini, alla guida del dicastero responsabile della quota maggiore di fondi Pnrr. Il ministro ha infatti recentemente sostenuto l’importanza di rivedere non solo i modi e i costi, ma anche i tempi di realizzazione dei progetti.

PENSARE DI ULTIMARE E RENDICONTARE ENTRO IL 2026 LE OPERE DEL PNRR È PURO ESERCIZIO DI FANTASIA.
A fronte di un esecutivo che richiama l’attenzione sulle criticità di tempi e costi del Pnrr e sulla necessità di modifiche, è bene però ricordare due elementi cruciali. Il primo riguarda le modalità con cui un processo di revisione può avere luogo.
Gli stati possono apportare delle modifiche ai rispettivi Pnrr purché esse siano giustificate da circostanze oggettive. Vai a “Quanto e come può essere modificato il Pnrr”
Dunque si possono rivedere – almeno secondo il regolamento – solo quegli interventi diventati impossibili da conseguire così come erano stati previsti. Una clausola che si applicherebbe, per esempio, ai cambiamenti resi necessari dall’aumento dei prezzi delle materie prime e dell’energia. Ma forse non ad altri interventi inclusi nel Pnrr, come la riforma della giustizia ideata dal governo Draghi e che l’esecutivo Meloni vorrebbe modificare.

PER RICEVERE I FONDI, VANNO COMPLETATE LE SCADENZE.
Il secondo elemento è il meccanismo di rilascio delle risorse da parte dell’Ue. Per richiedere alla commissione la prossima tranche di finanziamento, il nostro paese deve in ogni caso riuscire entro dicembre a realizzare quelle 40 scadenze europee da completare. Fino a che non sarà inviata e approvata una richiesta di modifica del piano infatti, interrompere l’attuazione di target e milestone comporterebbe inevitabilmente la mancata ricezione delle risorse.
Ma chi se ne deve occupare? Ogni scadenza, così come ogni misura, è di titolarità di un’organizzazione responsabile, principalmente ministeri o dipartimenti della presidenza del consiglio. Come è noto, il governo Meloni ha apportato delle novità a deleghe e denominazioni di ministeri e dipartimenti. Formalmente non sono ancora state apportate modifiche al Pnrr e quindi gli enti titolari non sono stati ancora rinominati né confermati nelle rispettive responsabilità. Tuttavia, è possibile prevedere i passaggi di titolarità e quindi identificare quali tra i ministeri e i dipartimenti attuali saranno più coinvolti da qui alla fine dell’anno nel conseguimento di milestone e target.

GLI ENTI CHE HANNO PIÙ SCADENZE DA COMPLETARE ENTRO L’ANNO
SCADENZE UE DEL PNRR DA REALIZZARE ENTRO L’ANNO, DIVISE PER TRIMESTRE ED ENTE TITOLARE, AGGIORNATE AL 25 NOVEMBRE 2022

DA SAPERE
I dati mostrano il numero di scadenze Pnrr europee che l’Italia deve ancora completare entro dicembre per richiedere la terza tranche di finanziamento all’Ue. I nomi dei ministeri rispecchiano la ridenominazione voluta dal governo Meloni, anche se formalmente non è stata ancora applicata al Pnrr.
Il dipartimento per la trasformazione digitale dovrà conseguire 8 scadenze prima della fine dell’anno. È l’organizzazione titolare con più impegni da rispettare, seguita dal ministero dell’ambiente e della sicurezza energetica (6) e dal ministero dell’economia e delle finanze (4).
Il governo è consapevole dell’urgenza di completare i 40 milestone e target mancanti entro dicembre. Tant’è che indiscrezioni diffuse dalla stampa parlano della lavorazione di uno o più decreti ad hoc per velocizzare le procedure e quindi realizzare per tempo le scadenze rimaste. Il consiglio dei ministri potrebbe approvarlo entro la fine dell’anno, per completare gli interventi in linea con il cronoprogramma e chiedere a Bruxelles nuovi fondi. Una pratica – questa dei cosiddetti “decreti Pnrr” – avviata già dal governo Draghi per riuscire a rispettare i tempi delineati dall’agenda.
L’esecutivo potrebbe quindi riuscire a centrare l’obiettivo di fine anno. Tuttavia, il destino del Pnrr, le sue eventuali modifiche e i ritardi nella realizzazione dei progetti sono questioni cruciali e delicate, che dovranno essere necessariamente dipanate nei prossimi mesi, in accordo con l’Unione europea.

IL NOSTRO OSSERVATORIO SUL PNRR
Questo articolo rientra nel progetto di monitoraggio civico OpenPNRR, realizzato per analizzare e approfondire il piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr). Ogni lunedì pubblichiamo un nuovo articolo sulle misure previste dal piano e sullo stato di avanzamento dei lavori (vedi tutti gli articoli). Tutti i dati sono liberamente consultabili online sulla nostra piattaforma openpnrr.it, che offre anche la possibilità di attivare un monitoraggio personalizzato e ricevere notifiche ad hoc. Mettiamo inoltre a disposizione i nostri open data che possono essere riutilizzati liberamente per analisi, iniziative di data journalism o anche per semplice consultazione.
*(FONTE: elaborazione e dati OpenPNRR)

 

04 – SEI MILIONI DI PROFUGHI PALESTINESI NECESSITANO DI MAGGIORE PROTEZIONE, ACCOGLIENZA. VISTE LE CONDIZIONI CATASTROFICHE DELLA STRISCIA DI GAZA, LA CORTE DI GIUSTIZIA DELL’UE HA AFFERMATO CHE LA PROTEZIONE DELL’UNRWA NON BASTA PIÙ E CHE I PALESTINESI POTRANNO RICHIEDERE LO STATUS DI RIFUGIATI. L’EUROPA POTRÀ DECIDERE SE SEGUIRE IL MODELLO VIRTUOSO APPLICATO AGLI UCRAINI.

L’UNRWA OFFRE PROTEZIONE A 5,9 MILIONI DI PROFUGHI PALESTINESI.
Negli ultimi 23 anni le persone sotto protezione dell’Unrwa sono aumentate di oltre 2 milioni.
La corte di giustizia europea ha affermato che i palestinesi possono richiedere lo status di rifugiati.
Alcuni giorni fa Nicholas Emiliou, avvocato generale della corte di giustizia europea, ha affermato che i profughi palestinesi avranno diritto a richiedere lo status di rifugiati, visto che l’agenzia Onu creata appositamente (l’Unrwa) non può da sola gestire la catastrofe in corso nella striscia di Gaza e garantire agli abitanti sicurezza e protezione.

Sono parole che assumono un peso ancora maggiore oggi che almeno 11 paesi tra cui anche l’Italia hanno sospeso i finanziamenti all’Unrwa a seguito delle accuse mosse da Israele, secondo cui alcuni membri dell’agenzia sarebbero stati coinvolti nell’attacco di Hamas del 7 ottobre scorso.

Da quando Israele ha attaccato la striscia di Gaza, oltre 26mila palestinesi, quasi tutti civili, hanno perso la vita. Tra di loro, oltre 10mila bambini e quasi 80 giornalisti. Pressoché la totalità della popolazione di questo paese, oggi uno dei più densamente abitati del mondo, è sfollata e al momento è in corso una crisi umanitaria senza precedenti, con risorse del tutto insufficienti a garantire la sopravvivenza delle persone. A cominciare dalla più essenziale, l’acqua.

L’UNRWA E LA PROTEZIONE DEI PROFUGHI PALESTINESI
Data l’unicità e la prominenza della questione palestinese, si è creata una istituzione apposita per gestirla. Si tratta dell’Unrwa, un’agenzia delle Nazioni unite che si occupa specificamente dei profughi di nazionalità palestinese presenti nel vicino oriente.
Istituita nel 1949, dopo la guerra arabo-israeliana, essa si occupa sia della gestione delle emergenze che della protezione e inserimento, educativo, sociale ed economico, dei profughi palestinesi e dei loro discendenti. Fornisce beni di prima necessità, gestisce 58 campi per rifugiati e più di 700 scuole, oltre a occuparsi di sanità e assistenza sociale.
In totale, l’agenzia si occupa di quasi 6 milioni di persone e riceve (l’ultimo dato è relativo al 2022) fondi pari a 1,17 miliardi di dollari provenienti da governi nazionali, associazioni e fondazioni private e dalle stesse Nazioni unite. Nel 2022, in termini assoluti i donatori principali erano gli Stati Uniti (circa 344 milioni di dollari). Seguono Germania (202 milioni) e Unione europea (114 milioni).

 

05 – Sabato Angieri*: L’ALTRO PATTO ATLANTICO: 800 FUNZIONARI CONTRO IL SOSTEGNO USA E UE A ISRAELE ISRAELE/PALESTINA. LETTERA ANONIMA PER «TIMORE DI RITORSIONI». L’INIZIATIVA SEGUE I TENTATIVI FALLITI DI FARSI SENTIRE DAI RISPETTIVI VERTICI, ACCUSATI DI METTERE IN PERICOLO LA MORALITÀ DELLE ISTITUZIONI. PROTESTA DAVANTI ALLA COMMISSIONE UE.

«Ribadiamo pubblicamente la nostra preoccupazione per il fatto che Israele non ha mostrato alcun limite nelle sue operazioni militari a Gaza che hanno provocato decine di migliaia di morti civili evitabili, e per il fatto che il blocco deliberato degli aiuti da parte di Israele ha portato a una catastrofe umanitaria».
A SCRIVERE SONO 800 FUNZIONARI DEI GOVERNI DI STATI UNITI E GRAN BRETAGNA E DELLE ISTITUZIONI DELL’UNIONE EUROPEA, IN UNA LETTERA APERTA, RESA PUBBLICA IERI MATTINA. I funzionari, che si autodefiniscono «transatlantici» per sottolineare lo spirito sovranazionale dell’iniziativa e al contempo ribadire che si tratta degli stessi membri della Nato, dei paesi leader dell’Onu, insomma delle economie e degli eserciti più forti del mondo, hanno deciso di affidare a un testo anonimo il proprio dissenso. Perché si temono rappresaglie, ha rivelato al New York Times uno degli organizzatori, un funzionario che ha lavorato al Dipartimento di Stato Usa per più di due decenni.
NON È LA PRIMA volta che un’azione del genere viene intrapresa negli Usa, dove più di 500 dipendenti di circa 40 agenzie governative hanno inviato una lettera (anonima anche quella) al presidente Biden lo scorso novembre criticando le sue politiche sulla guerra. Anche in quella lettera i funzionari non hanno rivelato i loro nomi.

Contro la linea Biden 400 funzionari e una causa penale
Oltre mille dipendenti dell’Agenzia statunitense per lo sviluppo internazionale hanno pubblicato testo simile. E decine di funzionari del Dipartimento di Stato hanno inviato almeno tre cablogrammi di dissenso interno al segretario di Stato Antony J. Blinken.

Nella Ue, invece, il dissenso è stato espresso da un gruppo di circa 850 dipendenti della Commissione e altre istituzioni continentali che hanno scritto all’ufficio della presidente Ursula Von der Leyen lo scorso 20 ottobre dichiarandosi «preoccupati dalle sue posizioni sul conflitto in corso a Gaza».
Ma si tratta del primo caso in cui i funzionari dei paesi occidentali si uniscono da una sponda all’altra dell’Atlantico per criticare apertamente i loro governi in merito alla guerra. Come si legge in calce alla lettera: «Coordinato dai funzionari delle istituzioni e degli organi dell’Unione europea, dei Paesi Bassi e degli Usa; approvato anche dai funzionari pubblici di Belgio, Danimarca, Finlandia, Francia, Germania, Italia, Spagna, Svezia, Svizzera, Regno unito».
D’altronde, il problema è sia esistenziale per i palestinesi che continuano a morire, sia etico per tutti noi e riguarda «la difesa delle nostre costituzioni e dei compiti che ci sono stati affidati dai nostri leader democraticamente eletti». «Le attuali politiche dei nostri governi indeboliscono la loro posizione morale e minano la loro capacità di difendere la libertà, la giustizia e i diritti umani a livello globale».
L’ACCUSA al governo israeliano è diretta e inequivocabile: «Le operazioni militari di Israele non hanno contribuito al suo obiettivo di liberare tutti gli ostaggi e, anzi, ne stanno mettendo in pericolo la salute, la vita e un eventuale rilascio; la guerra non ha contribuito all’obiettivo di sconfiggere Hamas ma al contrario ha rafforzato l’attrattiva di Hamas, Hezbollah e di altri attori negativi; l’operazione militare in corso sarà dannosa non solo per la sicurezza di Israele, ma anche per la stabilità regionale».
Ogni gruppo nazionale ha provato a far sentire «internamente» le sue «preoccupazioni» ma senza successo. E, infatti, accusano i firmatari, «le nostre preoccupazioni professionali sono state superate da considerazioni politiche e ideologiche».
Dunque si è deciso di arrivare alla pubblicazione di ieri, sperando che le indicazioni presenti nella lettera acquistassero il più possibile clamore mediatico e che questo si trasformi in movimento d’opinione e opposizione aperta alle operazioni militari israeliane a Gaza. Così che «un attacco come quello del 7 ottobre e un’offensiva su Gaza non si ripetano mai più».
*(Fonte: Il Manifesto. Sabato Angieri – Giornalista, scrittore, traduttore e autore teatrale. Dodici anni di esperienza come reporter per la carta stampata e per diverse pubblicazioni on-line.)

 

06 – Sandro Mezzadra*: IL VERO DOMINIO NON È MAI ASTRATTO. NEL DIBATTITO SU MARX, A LIVELLO INTERNAZIONALE, ALMENO DUE NOVITÀ SI SONO AFFERMATE NEGLI ULTIMI ANNI. IL PROGREDIRE DELLA NUOVA EDIZIONE CRITICA DELLE OPERE (LA MEGA2) HA IN PRIMO LUOGO TRASFORMATO IN PROFONDITÀ IL CORPUS DEI TESTI MARXIANI, PORTANDO ALLA LUCE MIGLIAIA DI PAGINE DI MANOSCRITTI E SCOMPONENDO TESTI COME I GRUNDRISSE, LE TEORIE DEL PLUSVALORE, IL SECONDO E IL TERZO LIBRO DEL CAPITALE.
Il confronto con Marx ne risulta certo arricchito, anche se a tratti è difficile evitare un’impressione di vertigine di fronte a un’opera che appare quasi in dissolvenza. In secondo luogo, in particolare nel mondo anglofono e in Germania, ha guadagnato influenza la cosiddetta “Nuova lettura di Marx”, anticipata negli anni Sessanta e Settanta dai lavori di Hans-Georg Backhaus e Helmut Reichelt e sviluppata poi tra gli altri da Michael Heinrich – di cui è da poco uscito in italiano il libro più importante, La scienza del valore, Pgreco, a cura di R. Bellofiore e S. Breda. Proprio la “forma valore” sarebbe in questa prospettiva – per molti versi in continuità con gli sviluppi della Scuola di Francoforte – il centro logico della marxiana critica dell’economia politica, mentre la lotta di classe e lo sfruttamento ne sono respinti ai margini.

È all’interno di questo quadro che si comprende l’ampia discussione che sta suscitando il libro di Søren Mau, Mute Compulsion. A Marxist Theory of the Economic Power of Capital (Verso, 2023, pp. 340, £ 19.99), con una prefazione firmata proprio da Heinrich. Il titolo fa riferimento a un noto passo di Marx, dove si legge che nel processo di “accumulazione originaria” viene il momento in cui la violenza aperta, senza la quale il modo di produzione capitalistico non potrebbe nascere, cede il passo alla “silenziosa coazione dei rapporti economici” come forma specificamente capitalistica di dominio. Di questo “potere economico” Mau propone un’articolata teoria, rivendicandone l’importanza accanto alla violenza e all’ideologia, le due questioni su cui si è a suo giudizio perlopiù concentrata la discussione marxista del potere e dello Stato. Fedele alla impostazione della “Nuova lettura di Marx”, Mau lavora sulle opere e sui manoscritti marxiani per definire l’“essenza del modo di produzione capitalistico”, le sue logiche di fondo che trovano poi realizzazioni storicamente e spazialmente diverse.

Dall’impostazione di interpreti come Heinrich, tuttavia, Mau si differenzia con decisione proprio per il tentativo di rendere conto della centralità del dominio e della lotta di classe nella critica dell’economia politica (e dunque in ogni teoria critica del capitalismo contemporaneo, che costituisce esplicitamente l’obiettivo prioritario del libro). Definito come “capacità del capitale di imporre la sua logica sulla vita sociale”, il potere economico di cui qui si parla opera attraverso il mercato e riproduce un duplice assoggettamento, “quello dei proletari ai capitalisti e quello di ognuno al capitale”. Detto altrimenti, assicura il “rapporto verticale” in cui si esprime il dominio di classe e disciplina – in particolare attraverso la concorrenza – i “rapporti orizzontali” all’interno di ciascun campo. È assumendo questa duplice prospettiva che Mau analizza la riproduzione del capitale, la sua unità continuamente ricomposta a fronte di molteplici fratture. Ed è a quest’altezza che situa lo sfruttamento, colto nelle sue dimensioni sociali dato che – in termini analitici – il lavoro è sempre “sfruttato dal capitale in quanto tale piuttosto che da singoli capitalisti”.

Uno degli aspetti più originali di Mute Compulsion consiste nell’interpretazione dell’“ontologia sociale del potere economico”. Mau lavora sulla categoria marxiana di “frattura metabolica”, al centro di molti lavori recenti su ecologia e socialismo, per mettere in evidenza la costitutiva fragilità del “metabolismo umano”, derivante dalla plasticità del rapporto che l’animale umano intrattiene con la natura. Alla sua capacità di “produzione” e di “produrre più di quanto è necessario per la semplice sopravvivenza” corrisponde una separazione dalle condizioni oggettive della vita in cui si installa secondo Mau il potere economico del capitale, una forma “impersonale” di dominio che organizza in forme storicamente inedite l’insieme della produzione e della riproduzione sociale secondo la logica della valorizzazione del capitale.

Diviso in tre parti – dedicate rispettivamente alle “condizioni”, ai “rapporti” e alle “dinamiche” – il libro di Mau si confronta con i più recenti dibattiti marxisti ma anche con figure come Michel Foucault e Giorgio Agamben, che pur entro un’analisi critica gli offrono elementi importanti per definire la “frattura biopolitica” determinata dall’affermazione dei rapporti capitalistici di produzione. Lo sviluppo di questi ultimi è poi analizzato attraverso un uso decisamente originale della categoria di “sussunzione reale”, che Mau applica anche alla natura e alla trasformazione capitalistica dell’agricoltura, al “potere logistico” e alla produzione di “sovrappopolazione”. Anche le ricorrenti crisi del capitalismo sono in fondo ricondotte a questo quadro interpretativo, considerato che Marx avrebbe progressivamente abbandonato l’idea della crisi come indebolimento del potere del capitale per arrivare a considerarla una sua componente essenziale – ovvero un momento di riorganizzazione delle condizioni dell’accumulazione.

Nella crisi, si potrebbe dire, il potere economico del capitale si pone al tempo stesso come presupposto e risultato: questo linguaggio di derivazione hegeliana è notoriamente spesso usato da Marx. Mau ne deriva uno degli aspetti costitutivi sia del suo uso del concetto di “sussunzione reale” sia più in generale del suo lavoro. “Una delle fonti del potere economico del capitale”, scrive ad esempio, “è il suo esercizio”. La circolarità di questo rapporto è ben dimostrata in molte pagine del libro, e tuttavia – combinata con l’enfasi sull’“essenza” del capitalismo, sulle sue logiche – rischia di oscurare la radicalità delle trasformazioni che del capitalismo scandiscono la storia, secondo quella che Marx nei Grundrisse definiva una “rivoluzione permanente”. Mau si confronta certo con queste trasformazioni, ma in fondo per derivarne l’estensione di una logica che conferma il suo nucleo originario.
È un problema che emerge anche nel capitolo su “capitalismo e differenza”, dove le grandi questioni del rapporto che il capitale intrattiene con la razza e soprattutto con il genere sono discusse con ampi riferimenti ai dibattiti contemporanei. Non si può negare che siano questioni a tutti gli effetti cruciali, anche per via delle lotte e dei movimenti che attorno a esse continuano a svilupparsi. Mau in qualche modo esita di fronte a esse, è consapevole della loro importanza ma afferma che patriarcato e razzismo non si possono ricondurre alla “struttura fondamentale del capitalismo”. È dunque costretto a ricondurli a “livelli inferiori di astrazione”, definiti dall’“integrazione teorica” di forme sociali che non devono al capitalismo la loro origine. A me pare che questa gerarchia tra diversi livelli di astrazione sia il sintomo di un limite dell’insistenza sull’“essenza” del capitalismo, evidente anche in altri passaggi del libro, ad esempio – per citarne uno particolarmente rilevante – nell’interpretazione del concetto marxiano di lavoro astratto e del suo rapporto con il “lavoro vivo”.
Mau propone a più riprese una rivendicazione dell’importanza di una teoria “astratta” del capitale, sostenendo che da essa non può certo essere derivata una strategia politica di lotta contro il dominio del capitale ma che quest’ultima può giovarsi di un lavoro di chiarificazione logica e concettuale. Non si tratta di mettere in discussione questo punto, ma semmai di sottolineare l’importanza direttamente teorica di un lavoro che guardi al modo in cui le astrazioni del capitale (quelle che Alfred Sohn-Rethel ha chiamato “astrazioni reali”) si radicano in eterogenee realtà, dando luogo ad attriti, scontri, resistenze. Mute Compulsion, in ogni caso, apporta un contributo importante anche alla definizione delle condizioni di questo lavoro
*(Sandro Mezzadra, insegna Filosofia politica nell’Università di Bologna ed è «adjunct research fellow», presso l’Institute for Culture and Society della Western Sydney University)

 

07 – RIFLESSIONI SULLA PALESTINA DI COMITATO ANTIMPERIALISTA AREZZO E COLLETTIVO MILLEPIANI AREZZO MANIFESTAZIONE PER LA PALESTINA. RESISTENZA E RIVOLUZIONE IN PALESTINA (*)
Il genocidio che lo Stato neocoloniale israeliano sta perpetrando sui palestinesi di Gaza e della Cisgiordania, un genocidio che strazia le sue vittime con tutta la sproporzione tecnica dei suoi mezzi offensivi, a cominciare dal calcolato piano generale – amministrativo, militare ed etnico – inflessibilmente seguito, si scontra tuttavia con un ostacolo, poiché viene contrastato, e quindi indebolito, nella sua furia genocida, dalla irriducibile Resistenza di mobilissime formazioni di fedayyin, che spuntano improvvise e che scompaiono prontamente in quelle distese di macerie che una volta erano gli edifici di Gaza. Il genocidio sta dentro una guerra implacabile: una guerra di sterminio, da una parte; una guerra di liberazione dall’altra. Questo è il senso storico e politico di quanto sta avvenendo in Palestina, dal quale non si può assolutamente prescindere, in un’azione di massa che miri a dare forza e valore all’espressione “Palestina libera”, gridata in tutte le piazze. Infatti, se non si appoggia, se non si rende visibile, se non si dà un volto politico alla “lotta di liberazione armata” del popolo palestinese, la parola d’ordine “Palestina libera” diviene semplice coreografia. Occorre pertanto rendere netto e inconfondibile il profilo della lotta di liberazione armata dei palestinesi e, contemporaneamente, occorre adoperarsi con tutte le nostre forze per conquistare le masse popolari occidentali a un deciso e completo “riconoscimento” di questa guerra popolare di liberazione. Come per la Repubblica spagnola, aggredita nel ’36 dall’imperialismo nazifascista, e per il Vietnam bombardato con il Napalm dall’imperialismo statunitense negli anni Sessanta, una mobilitazione internazionalista sostenne il peso di una lotta comune, così oggi, di fronte alla “soluzione finale” avanzante a Gaza con gli aerei e i blindati israeliani, diventano urgenti le idee e le parole d’ordine internazionaliste per sostenere fino in fondo e senza perifrasi la Resistenza palestinese.

Se con il pensiero corriamo alle Resistenze europee al Nazifascismo, Resistenza significa anche Rivoluzione; o almeno così appare quella situazione di conflitto fra poteri costituiti e statali, da un lato, ed eserciti popolari – o formazioni armate popolari -, dall’altro, che le Resistenze europee espressero vigorosamente, per quanto tale carattere del conflitto divenga riconoscibile soltanto se si va “alla radice delle cose”. Naturalmente nelle Resistenze europee, le borghesie più o meno liberali poterono manovrare gli avvenimenti, soprattutto grazie alla continuità burocratica degli Stati, all’inerzia dell’economia capitalistica e, soprattutto, all’occupazione anglo-americana del territorio. Ciò non toglie che nelle ambizioni, negli ideali, nelle motivazioni dei combattenti, nei simboli e, soprattutto, in molti programmi politici – oltre che in atti costituenti concreti di poteri politici partigiani – le Resistenze antifasciste potessero trascinare nel loro cammino, un mutamento profondo dei rapporti sociali di classe. Questo stato di cose è stato particolarmente intenso in Italia, e anche uno storico come Claudio Pavone, piuttosto lontano dal marxismo, ha riconosciuto che la Resistenza è stata anche una guerra di classe. Inoltre, se andiamo alla “radice delle cose”, come Marx raccomandava di fare, troviamo che sono stati soprattutto i rapporti di classe vacillanti a mettere in allarme i comandi anglo-americani, a provocare la crisi del C.L.N. e dell’unico suo fragilissimo e impotente governo, nonché a generare, subito dopo, una penosa catena di compromessi nel segno dell’unità nazionale. Le Resistenze antifasciste non sono state tuttavia “rivoluzioni mancate”; sono state piuttosto situazioni rivoluzionarie non sfruttate dai partiti proletari, risucchiati nell’orbita delle borghesie nazionali. Quindi, per concludere, in ogni resistenza scaturita dall’antifascismo europeo, per quanto l’esito della lotta non sia mai stato rivoluzionario, la prospettiva della rivoluzione è sempre rimasta aperta. Tale circostanza è istruttiva per la Resistenza palestinese, dove il dominio coloniale deve necessariamente accrescere la misura e le dimensioni dello scontro di classe. Qui la Resistenza non può che scavalcare sé stessa verso la Rivoluzione.

Le guerre anticoloniali di liberazione hanno spesso mostrato questa parabola. L’Algeria è stata, a tal proposito, un caso esemplare, poiché durante la mobilitazione capillare del popolo contro l’occupante francese – attraverso attentati, scioperi, boicottaggi e varie forme di guerriglia dislocate nei due poli geografici della città e della campagna – il Fronte di liberazione algerino strappò il popolo alla duplice ipoteca della modernizzazione capitalistica francese e della ricaduta reattiva nella tradizione, favorendone una maturazione politica che le insurrezioni dei primi anni sessanta avrebbero reso imponente e risolutiva. Una lotta per l’indipendenza coloniale aveva acquisito, in tale cammino, una prospettiva socialista che, nonostante il ricatto neocoloniale degli accordi di Evian, orientò i primi passi della nuova società algerina. La circostanza che di lì a pochi anni una controrivoluzione arrestasse questo moto storico, nulla toglie al fatto che, nel periodo precedente, una Resistenza era divenuta, nelle vicissitudini della lotta, una Rivoluzione.

Rispetto a questo corso storico, la vicenda delle organizzazioni della Resistenza palestinese sembra – dal punto di vista della cronaca dei fatti – un po’ diversa. La Resistenza palestinese, infatti, ha compiuto i suoi passi decisivi in un tempo ben più lungo, dagli anni ’60 agli anni ’90 – segnati, questi ultimi, dalla battuta di arresto del protocollo di Oslo, con tutto il disorientamento che ne è seguito -, ed è poi proseguita, dopo l’avvio della possente Intifada del 2000/2005, in forme più spontanee, con una direzione frammentaria, e contando su una base logistico-militare e su reti di protezione sociale costruite da confraternite mussulmane riunite nel cartello Hamas. Solitamente, in questo lungo arco storico, vengono distinti due periodi, o due fasi, che spesso vengono contrapposti, ma che invece corrispondono a due diverse congiunture storiche: il periodo dell’OLP e il periodo di Hamas, con un passaggio intermedio, quello delle trattative avviate ad Oslo, con il penoso strascico di un tutore palestinese dell’ordine israeliano. Un tutore con la divisa, denominato Autorità Nazionale Palestinese.

Siamo dell’avviso che la differenza fra questi due contesti storici sia tutt’altro che irrilevante e che l’O.L.P., soprattutto nelle sue componenti marxiste, abbia rivestito un ruolo importantissimo di avanguardia politica, ideologica e culturale, riuscendo a intrecciare con esso una lotta armata capace di contrapporsi all’occupazione israeliana e di irrompere nel quadro degli equilibri e delle penetrazioni imperialistiche in Medio Oriente. Per questo, la dissoluzione dell’O.L.P., in seguito all’assorbimento dei moderati di Al-Fatah nel sistema di governo dei territori nato all’ombra di Israele, ha lasciato un vuoto immenso, causa di disgregazione e di smarrimento. Tuttavia, la Rivoluzione palestinese era già in moto, sospinta e alimentata dai decenni di Resistenza armata e di educazione politica del popolo palestinese, nelle quali si erano prodigati i gruppi dell’O.L.P., e questa onda della Rivoluzione, culminata nell’Intifada del 1987, era stata una realtà cosi pervasiva, e, al tempo stesso, una forza così radicale, che, in forme diverse, è proseguita successivamente. E’ stata questa Rivoluzione – frutto maturo della Resistenza – a mantenere la lotta dei palestinesi in un asse antimperialistico che ha attirato su di loro l’avversione e la diffidenza dei regimi oligarchici o dispotici della regione, laici o religiosi che fossero, e a ispirare alle diplomazie piani di neutralizzazione tutelare delle organizzazioni politiche del popolo, con affidamenti a rappresentanze diplomatiche terze; ed è stata questa Rivoluzione che ha reso il popolo palestinese così poco manovrabile per il mantenimento degli assetti neocoloniali della regione; e infine, e soprattutto, è stata questa Rivoluzione palestinese che ha reso impraticabile la strategia israeliano-nordamericana di reclusione dei palestinesi in uno Staterello satellite e subordinato, agganciato a una nuova e ancor più iniqua spartizione della Palestina, denominata, questa volta, “Processo di pace”. Ma queste tenaglie sono sempre state rotte: la Rivoluzione continua.

Ma la Resistenza palestinese, come tutte le altre Resistenze, antifasciste o anticoloniali, non è stata un movimento uniforme e compatto, in quanto la composizione di classe della società apre sempre la via alle divisioni interne delle organizzazioni di lotta. Così, quando si profilò, intorno alla metà degli anni Ottanta del Novecento, un’intesa tra Arafat e Re Hussein per il progetto di una Confederazione giordano-palestinese, che conteneva una clamorosa capitolazione, le correnti rivoluzionarie dell’O.L.P., che avevano in Habash e Hawatmeh i loro rappresentanti più noti, costituirono il “Fronte del rifiuto”. Certo, la Confederazione era un ripiegamento, era, in parte, la conseguenza dei colpi durissimi che la Resistenza palestinese aveva ricevuto in Libano, dove la guerra di sterminio israeliana del 1982 aveva già sperimentato la tattica dei bombardamenti terroristici sui quartieri palestinesi di Beirut, sepolti sotto tonnellate di bombe, e dove, in combutta con i governi israeliani, le bande fasciste cristiano-maronite dei signori della guerra libanesi, finanziate dai banchieri e dai magnati del paese dei cedri, avevano compiuto scempi e massacri fra i palestinesi dei campi-profughi, da Tell al Zatar, nel 1976, a Sabra e Shatila, nel 1982. E non mancò, nel periodo libanese della Resistenza, un pieno appoggio siriano alla morsa che veniva stretta intorno ai palestinesi, poiché l’intento manifesto del regime di Damasco, sempre rinascente durante la guerra civile libanese, era quello di sbarazzarsi dell’O.L.P. È questo, dunque, il contesto nel quale Fatah immaginò un avvicinamento al re di Giordania, all’uomo che, qualche anno prima, nel “settembre nero” del 1970, aveva spopolato i quartieri palestinesi di Amman con i carri armati e i tiratori scelti. Quelle infauste circostanze rendono facilmente riconoscibile la drammatica crisi attraversata dalla Resistenza palestinese, ma ciò non toglie che la china capitolarda della trattativa con Hussein avrebbe affossato definitivamente ogni prospettiva di Rivoluzione; per questo essa venne decisamente osteggiata dalle frazioni marxiste e radicali dell’O.L.P. Poi venne la prima intifada, e lo stato insurrezionale permanente, nei territori occupati e tra i rifugiati, spazzò via quel piano, con tutte le illusioni che lo accompagnavano. Ma la cecità e l’ingenuità del compromesso, sullo sfondo del quale già si intravedevano gli interessi di una sorniona borghesia commerciale palestinese, rispuntò nei primi anni Novanta. E così la Resistenza si arenò negli accordi di Oslo.

Dopo l’Intifada che ha inaugurato il XXI secolo in Palestina e che ha svincolato i palestinesi dalla ragnatela ideologica e diplomatica che spettacolarizzava la finzione della pace, la Resistenza palestinese ha ripreso slancio e determinazione, anche se Hamas e le altre organizzazioni della Resistenza – riuniti in un blocco politico e militare, eterogeneo nelle idee e nei programmi, ma compatto nell’azione – non soltanto non colmano il vuoto lasciato dalla dissoluzione dell’O.L.P., ma, rispetto alle correnti radicali e marxiste di quella fase della Resistenza palestinese, la loro strategia e i loro programmi appaiono ristretti in un orizzonte nazionale che vela – o lascia ai margini – le ripercussioni e gli effetti di un’azione rivoluzionaria – comunque intransigente – nel quadro generale del Medio Oriente. Gli obiettivi nazionali dei palestinesi, infatti, quando questi ultimi rifuggono dagli inganni diplomatici e smascherano la disparità delle posizioni nelle trattative, intaccano i meccanismi sociali e la distribuzione del potere politico in tutta l’area mediorientale, e in tal modo sconvolgono i piani dell’imperialismo degli Stati Uniti e dell’Europa occidentale nella regione. La guerra di liberazione nazionale dei palestinesi sottrae a Israele la sua periferia coloniale e quindi indebolisce tutta la catena imperialistica, anzi, per dirla con il linguaggio di Lenin, ne spezza un anello fondamentale. Per questo, la portata rivoluzionaria della Resistenza palestinese va ben oltre i fini tattici che, per astuzia diplomatica o per la congiuntura storica sfavorevole, essa, di volta in volta, si propone.
Ed eccoci a un nodo decisivo di ogni discorso su Resistenza e Rivoluzione in Palestina. Questo nodo riguarda, infatti, la “composizione di classe” di un vasto movimento popolare – oltreché delle sue avanguardie politiche e guerrigliere – che è iniziato nel periodo del mandato inglese sulla Palestina, durante il quale divamparono ben due intifade, la prima nel 1929, e la seconda nel 1936, repressa dagli inglesi con i fucilieri, le torture e lo stato d’assedio. In quel periodo la popolazione della Palestina, prevalentemente contadina, venne espulsa dalla terra, e fittavoli e piccoli coltivatori autonomi vennero trasformati in braccianti occasionali, con salari da fame, o in sradicati urbani. Infatti, le terre dove vivevano e lavoravano, e che fruttavano rendite a notabili e possidenti sparsi per l’Oriente e per l’Europa, vennero acquistate dalla ricca e vorace agenzia sionista che dirigeva la colonizzazione economica della Palestina. Gli insediamenti sionisti diventarono ben presto un sistema sociale, l’Ishuv, con un suo ben addestrato strumento militare, l’Haganà, e la terra, che Ben Gurion, da nazionalista tutto d’un pezzo, non si stancava di reclamare per i coloni, venne sottratta ai palestinesi, non soltanto con il potere del denaro, ma anche con la forza delle armi. Le origini della Resistenza palestinese sono dunque origini contadine e tali restarono anche dopo la nascita dello Stato d’Israele, nei primi anni Cinquanta del Novecento, quando, dopo la Nakba e le prime cruentissime pulizie etniche, si formarono, in condizioni avverse e con scarsi mezzi, i primi movimenti di guerriglia.

DOPO GLI ANNI SESSANTA DEL NOVECENTO, e soprattutto dopo la guerra del 1967 e l’occupazione israeliana della Cisgiordania e di Gaza, la diaspora palestinese divenne imponente ed i campi di rifugiati accolsero una popolazione ridotta in una miseria estrema, sostentata a malapena con le elemosine dell’O.N.U., alloggiata in baraccopoli e circondata dall’ostilità delle classi agiate dei paesi di approdo, dalla Giordania, alla Siria, al Libano. I palestinesi rimasti nei territori divennero manodopera precaria e sottopagata, sottoposta a una maniacale sorveglianza e reclutata a giornata dietro ai fili spinati dei check point dai commessi delle ditte, dei cantieri e delle fattorie israeliane. Naturalmente è stata l’edilizia a sfruttare di più questa riserva di forza lavoro, poiché in Israele le cementificazioni e le “grandi opere” non hanno conosciuto limiti. Anche l’industria pesante non è mai stata scarsa nell’economia israeliana, ma l’industria israeliana, intrecciata com’è con gli apparati militari, ha filtrato etnicamente i dipendenti, e quindi per i palestinesi non è mai stata uno sbocco lavorativo importante. Spesso i precari palestinesi hanno intrapreso difficili lotte sindacali, e sono stati loro gli attori principali dei pochi scioperi che sono avvenuti in Israele. Pochi furono gli agricoltori che cercarono di sopravvivere nei territori, anche perché la moltiplicazione degli insediamenti, le requisizioni e il metodo delle punizioni collettive, con il quale l’IDF (le forze armate israeliane) mirava a soffocare in una cappa di terrore un popolo irriducibile a una condizione di pariah, e infine il controllo delle forniture e delle reti idriche, resero impraticabile, per i palestinesi, il lavoro nelle campagne. Le campagne divennero, da un lato, gli orti lussureggianti intorno alle villette dei coloni, e dall’altro, la terra arida dei palestinesi. Gli olivi curati intorno alle decorose dimore degli uni; gli olivi segati intorno alle case degli altri. Ecco qua il quadro umano di un rapporto di classe.
Fino a qui, nel profilo sociale della Resistenza, appare chiara e netta la fisionomia di un proletariato palestinese. Tuttavia, una borghesia commerciale e professionale non manca. Questa borghesia, per i suoi traffici, si appoggia sui territori, ed in parte vi risiede; ma la parte più consistente di essa si è stabilita all’estero, nel Golfo e in Europa, ed è da queste aree che essa muove la sua rete commerciale. All’origine di questa borghesia ci sono, soprattutto, le emigrazioni di piccoli proprietari e di artigiani espulsi dalla Palestina nel corso delle frequenti “pulizie etniche”; si è trattato, nel caso in questione, di un’emigrazione che ha favorito il successo economico di lavoratori specializzati, di professionisti e di imprenditori e dalla quale è emerso uno strato sociale molto distante, nella condizione sociale, dai palestinesi dei territori e dai profughi. Alla borghesia palestinese appartengono inoltre i funzionari dell’Autorità Nazionale Palestinese e la burocrazia degli enti e degli uffici a essa connessi, poiché la posizione politica di questi gruppi è inseparabile da uno status sociale nettamente privilegiato rispetto agli altri gruppi della popolazione. La borghesia palestinese, trascinata anch’essa nella Resistenza, l’ha appoggiata e sostenuta con un guardingo timore delle svolte rivoluzionarie, e non è difficile riconoscere gli interessi e le aspettative di questa classe nelle opzioni moderate di Fatah, dalla Confederazione Giordano-palestinese ai negoziati di Oslo e agli inganni del dopo-Oslo, fino al disastro dell’ANP, ridotta a una brutta maschera dell’occupazione israeliana.
A questo punto, in conclusione, ci domandiamo: quale carattere specifico della Rivoluzione palestinese viene lasciato intravedere da un proletariato composito, lontano dalla fabbrica taylorista, proveniente dallo sradicamento contadino, ammassato nei suburbi o disperso in mezzo a insediamenti coloniali, in una condizione di servaggio sub industriale e infine, ed è la cosa più importante, esposto al terrore militare di uno Stato colonialista e razzista? La risposta viene fuori facilmente: qui la lotta anticoloniale è immediatamente un attacco ai rapporti di classe, poiché in Palestina una borghesia nazionale consolidata non c’è, e il popolo, ampiamente proletarizzato, riversa le sue basi contadine in una periferia metropolitana sempre pronta a insorgere. E allora l’immagine della Rivoluzione palestinese prende piede, ed è quella, maoista, della “campagna che accerchia le città”. Così un detto di Mao che oppone il colonialista metropolitano al contadino colonizzato può dischiudere il fondo sociale e di classe di una Resistenza palestinese che, forse, fin dall’inizio era già incamminata verso una Rivoluzione. Per Fanon e Che Guevara, nelle prime sollevazioni popolari dei paesi colonizzati, i contadini erano la classe rivoluzionaria. I Palestinesi di oggi, non sono certo i fellàhin di un tempo, ma la Palestina di Gaza e della Cisgiordania è, nell’economia-mondo capitalistica, una campagna che accerchia la metropoli.

2. PROSPETTIVE RIVOLUZIONARIE
Dove va oggi la Rivoluzione palestinese? La risposta è ancora una volta semplice e diretta, poiché si riassume in una parola d’ordine, in un nome e in un aggettivo che sono diventati un’onda sonora nelle nostre piazze: Palestina libera! Già, Palestina libera; ma che cosa vuol dire veramente? E perché queste due parole che diventano un grido appassionato, possono accordarsi, se prese sul serio, con una rivoluzione anticoloniale in cui sono in gioco importanti rapporti di classe internazionali? In fondo, la parola libertà è così vaga e indeterminata che può andare bene per padroni e proletari. Perché, allora, in questo caso, l’aggettivo “libera”, nello slogan “Palestina libera”, può essere altrettanto esplosivo della parola d’ordine “Palestina rossa”, che gridavamo un tempo, in anni politicamente migliori di questi? E che cosa intendiamo quando diciamo che queste due parole, innocue se rituali, hanno in sé un potenziale rivoluzionario se vengono prese sul serio? I sentieri di queste domande ci conducono nelle prospettive della Rivoluzione palestinese.

Innanzitutto la prospettiva di ogni Resistenza al dominio coloniale è la Rivoluzione anticolonialista, e la Rivoluzione anticolonialista, per essere veramente tale, deve liberare lo spazio geografico e sociale della società, ossia deve distruggere la base materiale della “condizione coloniale”. Ciò comporta la dissoluzione del mondo asimmetrico delle sorveglianze disseminate, la fine dell’incubo quotidiano dell’iscrizione razziale dello sfruttamento di classe – nel quale lo sfruttamento del lavoro salariato è raddoppiato dalla fungibilità illimitata di una forza-lavoro ghettizzata – e la ricomposizione dei territori, spezzettati dai colonizzatori per fortificare le terre sottratte e per tenere a bada i colonizzati. Ebbene, tutto ciò, in Palestina, reclama un assetto politico unitario, uno spazio comune per le popolazioni, con istituzioni e ordinamenti plurinazionali e socialisti, e non la permanenza dello Stato d’Israele, che è il braccio armato coloniale dell’Occidente in Medio Oriente e uno Stato genocida e razzista. La circostanza che i gruppi della Resistenza palestinese, in questi tempi, e nelle tremende avversità che devono affrontare, non trasformino questa esigenza – emergente con forza dalla situazione storica – in un programma, o, se non in un programma, perlomeno in un intento esplicito, dipende dalla priorità tattica che, nelle lotte anticoloniali, spetta alla questione nazionale. Molto spesso, infatti, dalle ferite e dai traumi inferti dal padrone occidentale alle forme di vita culturali e storiche dei popoli assoggettati, è scaturita la rabbia per le umiliazioni subite, per le tante umiliazioni che esasperavano l’impoverimento estremo delle società coloniali. Così, assai frequentemente, l’identità nazionale è stata la prima e più immediata espressione del progetto anticoloniale. In questa identità, tuttavia, per la tipica composizione di classe delle periferie coloniali, si nascondevano tensioni sociali ben più profonde, tensioni che dovevano esplodere man mano che la questione nazionale avanzava verso le sue soluzioni. Lo scontro di classe, inevitabile all’interno del processo travagliato e contraddittorio delle decolonizzazioni, con il passaggio delle borghesie nazionali all’imperialismo, e con l’emergere di tendenze socialiste e internazionaliste nei movimenti anticoloniali, proviene proprio da questa dinamica rivoluzionaria di forze sociali inizialmente orientate su forme di resistenza. Franz Fanon ha descritto questi passaggi in pagine famose e Ho Chi Minh li ha mostrati con la sua condotta.

Tuttavia, se ci addentriamo nell’intrico fra la questione nazionale palestinese e la matassa dei rapporti di classe in Palestina, l’aspirazione a una “Palestina libera” acquista un significato che la Resistenza palestinese intravede e lascia intravedere, ma che soltanto ulteriori traguardi rivoluzionari potranno rendere manifesto. Infatti, la prima e fondamentale condizione di una Palestina libera, è, in base a ogni elementare coerenza, l’eliminazione di muri, di corridoi, di sbarramenti, di reticolati, di enclaves e di tutti i ritagli di territorio che sono la forma spaziale della carcerazione dei palestinesi, lo strumento amministrativo del sistema concentrazionario che li distribuisce nelle superfici geografiche della Palestina. Ma l’eliminazione delle prigioni a cielo aperto – prigioni! Quindi non soltanto Gaza! – è impensabile senza l’abbattimento dell’apparato di repressione e di controllo che di queste “tattiche locali” di annichilimento umano e sociale è sia il patrocinatore che il “risultato strategico”. E allora – proseguendo nel ragionamento -, se lo Stato d’Israele e la sua periferia coloniale sono un unico complesso sociale polarizzato sul dominio coloniale e attraversato da un’esplosiva contraddizione di classe, balza agli occhi l’insensatezza estrema e irritante – nonché il carattere subdolamente propagandistico – della formula “due popoli, due Stati”. Questa formula è infatti l’insegna di Oslo. Di contro, la Resistenza palestinese può emergere come Rivoluzione anticoloniale, e attaccare i rapporti di classe in Medio Oriente, solo in quanto non si accontenta di uno Stato palestinese rinserrato nell’entroterra e dislocato in monconi di territorio, e per di più adiacente e subordinato allo Stato d’Israele; ma concentra le proprie forze e la propria azione “sulla decolonizzazione di tutta la Palestina”, i cui effetti possono essere enormi, per l’integrità del territorio, per il ritorno dei profughi, per la condizione del lavoro salariato e per lo scompaginamento delle strategie occidentali in Medio Oriente. “Palestina libera”, se le parole sono impiegate correttamente, significa tutto questo. E tutto questo sta dentro la Resistenza palestinese, tutto questo vi è racchiuso; anche se va trovato, perché il conteso coloniale ha il suo tempo storico e la sua dialettica, una dialettica di cui Fanon e Mao sono stati i sottili scopritori. È questa dialettica che intende le spinte e le controspinte, le contraddizioni e i rovesciamenti che fanno di una Resistenza, una Rivoluzione.

Edward Said, una delle figure più importanti della militanza culturale antimperialista, è stato un critico tagliente della vicenda di Oslo. La definì, infatti, “una Versailles” palestinese, alludendo, con ciò, a un accordo contenente il tacito presupposto di un abissale squilibrio di forze tra le parti, uno squilibrio paragonabile ad un trattato tra un vincitore e un vinto. La retorica della pace – in questo caso la Pax americana – ricoprì il fatto politico di belle frasi e subito vennero annunciati gli immancabili premi Nobel. Negli anni seguenti gli insediamenti israeliani, sospinti dai governi laburisti che si erano distinti nelle trattative, non conobbero limiti. Da una parte c’era uno Stato sovrano, abbarbicato in un territorio omologato dal suo comando, dall’altra parte un popolo confinato negli interstizi dell’apartheid, dissanguato dalla repressione israeliana della prima intifada, e soprattutto indebolito dalla crisi e dalle divisioni dell’O.L.P. in declino. In quel contesto, il trattato fu una resa palestinese, un cedimento che il tardivo tentativo arafattiano di introdurre nell’accordo il ritorno dei rifugiati non attenuò. Comunque, non è il trattato in quanto tale che non va, ciò che non va è la resa. Un altro tipo di trattati, infatti, se conclusi con un nemico coloniale umiliato nella sua tracotanza da sconfitte cocenti, potrebbe avere esiti diversi. Resta comunque innegabile che fino a quando la lotta dei palestinesi dovrà bilanciare la Resistenza con la sopravvivenza fisica, sociale e culturale, a causa dei piani di sterminio e di deportazione ostinatamente perseguiti dal ticket U.S.A.-Israele, l’uso tattico e propagandistico del riferimento ad uno Stato palestinese potrà tornare alla ribalta. Ciò non significa, tuttavia, che lo sbocco rivoluzionario della Resistenza – la sua prospettiva! – sia venuto meno, e che la liberazione di tutta la Palestina dalle strutture, dagli strumenti e dalle transazioni del dominio coloniale sia stata archiviata dalle organizzazioni di lotta palestinesi. La situazione storica non ammette fughe, una frontiera israeliana senza muro e senza elicotteri da guerra è impossibile, perciò la pace in Palestina richiede la decolonizzazione e la decolonizzazione dissolve lo Stato coloniale di Israele. Il groviglio di contraddizioni sociali che il contesto storico della Resistenza palestinese rende riconoscibile, delinea questa prospettiva. La guerra imperialista infuria contro di essa.

Questo drammatico crinale non è mai scomparso dalla storia della Palestina. Il “fronte del rifiuto”, all’interno dell’O.L.P., non lo perse mai di vista nella sua ferma opposizione alla Confederazione giordano-palestinese, e quando la prospettiva di quel dualismo si è offuscata nella Resistenza palestinese, la capitolazione di Oslo era in arrivo. Giova ricordare, inoltre, che quel temibile discrimine è stato scorto con preveggenza anche da importanti personalità culturali e religiose dell’ebraismo. La loro denuncia degli inizi dello Stato d’Israele, oltre che degli avvenimenti e dei poteri che lo hanno preceduto, non è stata un fatto marginale nelle vicende novecentesche della Palestina. Prima della spartizione del 1948, che, in realtà, non spartiva niente, ma assegnava di fatto all’amministrazione e ai gruppi paramilitari sionisti la parte della Palestina sotto il loro controllo, quel piano di spartizione, e l’incombente fondazione dello Stato d’Israele come Stato etnico, vennero duramente criticati ed energicamente contrastati dal movimento Brit Shalom, del quale facevano parte molte delle più importanti figure della cultura ebraica del Novecento. Il loro programma – nonché l’opera in cui si spesero – mirava a preparare le condizioni per uno Stato plurinazionale che doveva accomunare, con pari diritti, arabi ed ebrei. Si trattò, certamente, di un’impresa volontaristica e, in un certo senso, puramente etica; tutto sommato cieca nei confronti dei circuiti economici e della forza militare che appoggiavano le istituzioni coloniali sioniste, che le incoraggiavano e le proteggevano nell’appropriazione di terre e di spazi sociali, oppure nell’occupazione di luoghi e di ambienti che subito venivano chiusi agli abitanti della Palestina. Tuttavia, la denuncia di Brit Shalom, che si allargò in seguito ad altri intellettuali ebrei, molto allarmati dal protervo nazionalismo del nuovo Stato d’Israele, ha avuto il merito di scoperchiare il latente razzismo sotteso a quella divisione territoriale.
Noi, scorgendo la parabola dei rapporti di classe dietro le genealogie del razzismo, possiamo andare molto oltre, e riconoscere nella politica dell’Ishuv verso la popolazione araba i prodromi di un riassetto neocoloniale del Medioriente, le basi di una sua riconfigurazione geografica, politica ed economica destinata a rimpiazzare l’ordine amministrativo dell’Inghilterra mandataria. Pertanto la divisione della Palestina ci appare come lo snodo storico delle “cosiddette geometrie dell’imperialismo” in un’area geografica in cui, dopo la dissoluzione dell’impero Ottomano, erano in corso importanti cambiamenti. In quei cambiamenti, dei quali la Palestina era la chiave di volta, si stava compiendo il passaggio dal vecchio colonialismo al neocolonialismo. Si capisce perciò fino a che punto, e con quale radicale coerenza, “Palestina libera” significhi Palestina liberata dallo Stato d’Israele. La Resistenza palestinese deve modulare i suoi obiettivi secondo tempi e fasi che possono richiedere la difesa dell’idea di uno Stato palestinese; ma la prospettiva della Resistenza, delineata dalle circostanze storiche, è la riorganizzazione politica e sociale di tutta la Palestina. Per questo la Resistenza palestinese è, per dirla con una vecchia e suggestiva espressione, “una Rivoluzione permanente”.

3. LA PALESTINA E NOI
Mentre scriviamo, il gigante militare israeliano sta spazzando via Gaza. Riflettiamo di nuovo su Resistenza e Rivoluzione. Mentre Gaza viene fatta scomparire nell’aria incandescente delle bombe teleguidate e nei tralicci spettrali che sporgono dalla sue illimitate rovine, e mentre in queste si contano a decine di migliaia i corpi delle vittime, pensare processi rivoluzionari presenti e futuri o resistenze da proseguire nel solco di esperienze precedenti, o tracciando nuovi solchi, potrebbe sembrare un patetico vaneggiamento, oppure un ostinato e astratto volontarismo. Dobbiamo desistere? Dobbiamo limitarci a firmare petizioni per un “cessate il fuoco”, contenti se qualche divo e un gruppetto di accademici appoggiano l’iniziativa? Ma quale iniziativa? Bene che ci sia, certo; ma essa significa soltanto “quelle persone esistono”, e lo ricorda a noi, lo ricorda a tanta gente impotente, che tuttavia rimane impotente e isolata; mentre la macchina militare e diplomatica del ticket N.A.T.O.-Israele-Unione Europea non rallenta per così poco. Non rallenta neppure per tante generose manifestazioni; e meno che mai rallenterà perché qualcuno insiste a parlare di Rivoluzione palestinese. Comunque sia, non siamo i soli a pensare che, pur nella generale e disperante impotenza, i militanti delle lotte antimperialiste debbano stare dalla parte della guerra di liberazione del popolo palestinese, e quindi dei suoi fedayyin, di quei fedayyin che il popolo avvolge, accoglie, protegge e aiuta, come avviene e deve avvenire in ogni guerra partigiana.

Questa scelta del “partigiano” tellurico ci appare tutt’altro che astratta, anzi, la consideriamo una risposta all’appello che le immani distruzioni di Gaza, con il genocidio che minaccia tutti i palestinesi, ci lanciano senza sosta. Pertanto riteniamo che quella richiesta, che si leva dai luoghi del massacro e della devastazione, ci impegni nel proseguimento di una lotta che non è retorico chiamare comune. Ed è comune perché soltanto le sollevazioni, le insubordinazioni e le resistenze destate dalle traiettorie sempre più fitte e veloci del neocolonialismo occidentale, riescono a far riapparire, nel volto dei “dannati della terra”, quell’internazionalismo delle classi operaie che in Europa e negli Stati Uniti sembra scivolato in un lungo letargo; è comune perché il risveglio delle lotte di qui, che la miseria crescente delle società tardo-capitalistiche incalza sempre più, è inseparabile dalle rotture di altri anelli della catena imperialista, e, soprattutto, di quell’anello, forte e debole al tempo stesso, che si trova in Palestina; è comune, infine, perché la Palestina, forse ancor più del Vietnam, forse ancor più dell’America Latina, ha dato alle masse europee, purtroppo dimentiche dell’Africa, un immagine coinvolgente, tormentosa e ossessiva del colonizzato, al punto che la nostra storia recente si aggroviglia con quella dei palestinesi. Qui e altrove dunque, Ici et Ailleurs, come ricorda il titolo di un film; e si tratta di un film che dipana le trame che uniscono – pur nella separazione dei mondi storici – la solitudine e l’impotenza dei proletari europei al contrattacco dei “dannati della terra” nei confronti del terrore coloniale. Questo terrore abbraccia tutta la vita del colonizzato, pressandolo da tutti i lati, dalla sotto economia alla distribuzione spaziale della popolazione, dai rastrellamenti alle punizioni militari. In quel film si mostrano soprattutto palestinesi. Ma vogliamo parlare ancora dei contrattacchi.

La prospettiva rivoluzionaria che la lotta di liberazione dei palestinesi sviluppa dal proprio seno, sembrerebbe contraddetta, secondo molte obiezioni, provenienti, in questo caso, anche dalle file dei movimenti antimperialisti, dalla deriva culturale e ideologica della Resistenza palestinese dopo la disgregazione dell’O.L.P. e il successivo insediamento negoziale di un’amministrazione fantoccio denominata Autorità Nazionale Palestinese. Tale deriva avrebbe il suo segno distintivo nella rigida ortodossia mussulmana dell’organizzazione più popolare tra quelle che formano l’ampio fronte della Resistenza. Quindi piuttosto spesso, nelle nostre file, le remore che inceppano la comprensione delle contraddizioni sociali e di classe del sistema coloniale vigente in Palestina, dipendono dallo spauracchio Hamas. Anche noi muoviamo molte critiche, politiche, culturali e ideologiche a quell’organizzazione, e ad altre più o meno affini che fanno parte della Resistenza palestinese, ma riteniamo che non siano Hamas e la Jihad palestinese a spingere e a indirizzare il popolo palestinese, bensì il popolo palestinese ad adattare queste formazioni, che possono convogliare verso la Palestina aiuti e mezzi – sia civili che militari -, alle proprie forme di vita, ai propri bisogni e alle proprie pratiche di scontro con il nemico coloniale. Indubbiamente, queste organizzazioni introducono fra i palestinesi simboli e linguaggi che svisano, o addirittura mistificano, la natura sociale delle azioni di lotta, sia di quelle collettive che di quelle guerrigliere, rinchiudendole nel cerchio nazione-religione; ma le tradizioni rivoluzionarie sedimentatesi nella memoria popolare, o la lunga storia di rivolte di massa e di educazione politica che il popolo palestinese ha attraversato nei decenni dell’O.L.P., colorano di sé questi recenti proselitismi islamici.

Ma non dobbiamo rimuovere il lato più controverso dell’attuale egemonia di Hamas, né trascurarne le cause. Bisogna comprenderne invece la molla fondamentale, facilmente rintracciabile nel fallimento delle rivoluzioni arabe socialiste e laiche. Soltanto in Palestina una rivoluzione sociale araba, o panaraba, è rimasta in piedi. Infatti, della catena di tensioni che accese fuochi insurrezionali e mantenne focolai di guerriglia nel corso di alcuni decenni del Novecento, dal Marocco al Libano e dalla Palestina all’Iran del 1979, rimase in fermento soltanto la situazione palestinese. Tutte le altre vennero soffocate, e spesso disperse, o dall’imperialismo occidentale o da autocrazie regionali, teocratiche o dinastiche. In questo vuoto, e nell’inarrestabile disgregazione di società tradizionaliste sottoposte alle pressioni di un’economia-mondo capitalistica sempre più aggressiva, l’Islam divenne l’emblema unificante di popolazioni sfruttate e umiliate. La Palestina ha successivamente condiviso questa sorte, ma ha impresso sull’Islam la propria immagine storica. Così, in Palestina, una religione disprezzata dal padrone imperialista, ha ridato al colonizzato la dignità della lotta.

Di fronte alla stragrande maggioranza degli israeliani, e non soltanto in faccia ai coloni degli insediamenti, i palestinesi scivolano fuori dall’ideale umano che i privilegiati ricavano sempre da sé stessi, dai loro modi di vita, dalle loro ambizioni professionali, dal loro denaro, dai loro passatempi. Il mondo coloniale, suggeriva Fanon, respinge il colonizzato in una condizione di semi-esistenza; finché sta buono, non ci si accorge di lui; poi, quando si ribella, la sua malvagità appare illimitata, poiché è giudicata secondo i valori morali che fondano e confermano la “supremazia occidentale”. In Palestina questa situazione ha spezzato tutte le remore della “falsa coscienza” e i palestinesi, nell’“immaginario sociale” degli israeliani, appaiono come “sottouomini”, per quanto questa sottoumanità conosca differenti gradazioni nella loro società. I pacifisti israeliani non hanno mai “riconosciuto” la Resistenza palestinese, e soltanto coraggiose minoranze sfidano, in Israele, questa messa al bando paranoica. Pertanto, il “sottouomo” palestinese, soltanto attraverso il dolore e le perdite umane illimitate di una lotta instancabile, si è tolto di dosso la sua sottoumanità coloniale, irrompendo nella scena culturale e ideologica dell’imperialismo, sia in Israele che in tutto l’Occidente, come “contro-uomo”, come “terrorista”. Il “sottouomo” e il “contro-uomo” – due personaggi che, insieme ad altri dello stesso tipo, si aggirano nelle opere di Sartre – sono il retroscena inconfessabile dell’ideale umano che la borghesia capitalistica ha estratto dal proprio mondo e che l’imperialismo ha fatto dilagare tra i “dannati della terra”. Per i palestinesi questo duplice ruolo è stato la stoffa di un abito tagliato dal colonialista, indifferentemente israeliano, statunitense o europeo. E lo è stato con una radicalità e un accanimento che non ha riscontro in altri contesti coloniali. Per questo, dopo la crisi dell’O.L.P. e lo sbandamento del cosiddetto “processo di pace”, molti palestinesi hanno afferrato l’Islam come simbolo di identità. Naturalmente, si tratta di un’identità transitoria, assunta per negare la propria condizione di “sottouomo”, abbracciata per il suo potenziale antagonistico, che è la scintilla del “contro-uomo”. I filosofi, quelli importanti per il marxismo, l’hanno chiamata lotta per il “riconoscimento” e l’hanno definita durissima e implacabile. Le guerre di liberazione dal colonialismo l’hanno potenziata al massimo, proprio perché in tali guerre si sono sempre fusi due punti di attrito, quello della classe e quello del colore. Se prescindiamo da questa lotta non possiamo comprendere fino in fondo la Resistenza palestinese.

Da qui l’assegnazione di un compito per noi; anzi, da qui una consegna coinvolgente che ci tocca e ci sorpassa: rifiutarsi alla contraffazione razzista della violenza dei “dannati della terra”, sempre riemergente negli “apparati ideologici di Stato” in Occidente. Infatti, la lotta armata del “contro-uomo” delle periferie coloniali, e quindi, nella situazione di cui si analizzano gli aspetti, del fedayyin palestinese, viene inscritta, dai codici del padrone imperialista, nel “non-umano” o nel “disumano”; nello stesso modo in cui il “non-umano” e il “disumano”, nei rapporti di classe capitalistici, hanno sempre ricoperto con la propria ombra, i proletari insorti, gli illegalismi dei poveri, gli emarginati irriducibili e ogni devianza. Di fronte al terrore scatenato dagli “olocausti” aereo-navali pianificati dalle potenze imperialiste e reso cronico e capillare dalle estorsioni di suolo, di sottosuolo e di esseri umani attraverso il “grande gioco” finanziario del Fondo Monetario Internazionale, l’uso della parola “terrorismo”, abituale nello spettacolo mediatico, e volto a esecrare solennemente le azioni armate dei popoli schiacciati dalla rete planetaria dell’accumulazione capitalistica, suona beffardo. I Palestinesi subiscono ed hanno subito queste campagne di razzismo giornalistico, cartaceo e televisivo, lungo tutta la loro dolorosa e fiera vicenda, e inoltre con esse, prima è stato lanciato il segnale dello sterminio di Gaza, poi è stata preparata ideologicamente la normalizzazione di quello sterminio. Così le azioni armate palestinesi, sempre spudoratamente deturpate nella loro realtà effettiva da manipolazioni di ogni sorta, vengono fatte rientrare nelle immagini del “contro-uomo” consumabili nella metropoli imperialistica, dove la situazione coloniale, nei suoi abissi di paura, di miseria e di umiliazione, non è in alcun modo percepibile. Unirsi alla coscienza candeggiata dei fabbricanti di opinioni pubbliche, per i movimenti antimperialistici significa avvolgersi nell’equivoco più melmoso, poiché, in tal modo, viene implicitamente avallata la disumanizzazione eurocentrica del “ribelle” della periferia coloniale, e inoltre viene opportunisticamente accantonata ogni domanda sull’origine del contro-uomo, della sua rocciosa lotta per il “riconoscimento” e della sua perturbante negazione. Questa lotta, secondo Fanon, è la radice antropologica di tutte le rivoluzioni anticoloniali e il compito che ci è affidato è quello di restituirla alla parola, di sottrarla alle rimozioni, di problematizzarla con la coscienza della sua genesi, e di sobbarcarcene il dramma, rifiutando condanne astratte. Ricordiamoci allora due versi dell’internazionale di Franco Fortini: “questa lotta che uguale/l’uomo all’uomo farà”.

“Qui e altrove”, abbiamo scritto, ritornando su un titolo di film. Ciò non significa soltanto che nei circuiti degli investimenti capitalistici planetari le guerre chiudono e aprono mercati, dirottano capitali, risolvono endemiche sovrapproduzioni e trasformano i bisogni compressi di qua in bombe assassine di là. Tutto ciò è senz’altro vero; ma “qui e altrove” significa anche altre cose. Significa, per esempio, la povertà relativa di una sopravvivenza sempre calante, accompagnata dall’immaginario delle merci, per le classi popolari dell’Occidente; e la povertà assoluta senza difese, nella morsa estrattiva della “cooperazione” capitalistica, per le masse della periferia coloniale. Significa, inoltre, differenti alienazioni culturali; qua solitudine e isolamento, là codificazioni religiose dei legami collettivi. Significa, infine, differenti prese di coscienza, qua intermittenti e dispersi conflitti, che non diventano insubordinazione di classe al comando capitalistico, le cui istituzioni culturali rimangono egemoniche; là, in Palestina, una Resistenza anticoloniale le cui prospettive rivoluzionarie non si sono offuscate; ma che oggi è travolta da una controrivoluzione che assume la forma e le proporzioni del genocidio. Due spazi eterogenei, avvicinabili soltanto nel discorso e nell’azione, nella teoria e nella prassi. Ma la nostra prassi – che è sempre anche teoria – non può che essere radicalmente diversa da quella di chi difende la propria gente dai droni, dai missili e dai rastrellamenti con i quali la si vuole costringere alla fuga. Per questo, se là, in Palestina, la Resistenza deve nascondere la Rivoluzione, qua, in Europa, dobbiamo insistentemente ricordarla. La dimensione della Resistenza palestinese cui noi possiamo – e dobbiamo! – dare un’espressione politica – e se la parola non è eccessiva, anche etica – è la Rivoluzione palestinese.

La nostra riflessione, o il nostro discorso, termina qui, ma si accomiata lasciando in sospeso molti temi e ritraendosi da importanti problemi. Scegliamo di fermarci perché lo scopo di questo discorso è stato conseguito, almeno formalmente; e tale scopo era soltanto, o voleva essere soltanto, un’introduzione. Un’introduzione a una discussione su un “coinquilino segreto” della Resistenza palestinese, oppure, detto fuor di metafora, l’avvio di una discussione su un intrico di rapporti, di storie, di poteri e di interessi che la guerra d’annientamento dei palestinesi condotta dall’imperialismo occidentale impone di considerare. I palestinesi, infatti, non sono soltanto un tormentato popolo della diaspora minacciato di estinzione, ma sono anche gli artefici di un progetto politico antimperialista, e per di più, di un progetto politico antimperialista in un’area cruciale della geografia politica del pianeta, cruciale per i traffici commerciali, per il coacervo di gruppi religiosi, per le collisioni militari e, soprattutto, per l’accesso alle fonti energetiche e ai nuovi minerali del mercato informatico. E inevitabilmente è lì, proprio lì, in quella terra dove i popoli ritrovano le tracce e i sedimenti di storie millenarie, che l’Occidente ha insediato, e armato oltre ogni misura, la sua tracotante “guardia bianca”. Non è cosa da poco, una rivoluzione anticoloniale in Palestina. Noi abbiamo voluto parlarne.

Ne abbiamo parlato solo in parte, in minima parte. Quante cose sono rimaste fuori! Per esempio, non abbiamo sfiorato la complicata trama delle alleanze politiche e dei blocchi religiosi della regione, non necessariamente intrecciati e non di rado mutevoli, e non abbiamo fatto parola su come tali rivalità e ambizioni egemoniche possono influenzare le scelte e gli obiettivi della guerriglia palestinese, costringendola a valersi di appoggi militari che rientrano in piani di espansione regionale di Stati vicini e che costituiscono un pericolo futuro per una lotta antimperialista orientata verso prospettive socialiste e di universale emancipazione umana. E qui il pensiero corre subito all’Iran, uno Stato teocratico e ultrareazionario, coraggiosamente sfidato da un’opposizione interna di cui occorrerebbe studiare la composizione sociale e di classe, senza farsi accecare dai tentativi dell’imperialismo statunitense di servirsene per i propri disegni.

Un altro campo di questioni che abbiamo lasciato fuori dalle nostre analisi e dalle nostre ricostruzioni è quello, anch’esso ricco di risvolti e di implicazioni, della posizione sociale delle donne nella società palestinese; e, correlativamente a esso, quello della posizione e del ruolo delle donne in una guerra anticoloniale; poiché, in tali contesti, l’accelerazione rivoluzionaria delle resistenze, il loro passaggio nella fase della disgregazione del vecchio ordine, può ricevere – e spesso ha ricevuto; l’Algeria è un modello – una spinta decisiva dall’uscita delle donne dalle forme familiaristiche di oppressione in cui esse erano state imprigionate. Tuttavia, per parlare delle donne palestinesi, occorrerebbero conoscenze specifiche delle quali purtroppo non disponiamo, per cui rinunciamo a un giudizio che non può avvalersi di un’“inchiesta”; resi accorti da una lunga esperienza e dai nostri “testi classici”, per i quali se non si fa l’inchiesta è bene stare zitti.
Ed eccoci alla domanda di chiusura, allo sguardo a ritroso. Ci chiediamo: che cosa abbiamo voluto fare? Qual è il senso di questa riflessione sulla Palestina? E inoltre, dal momento che essa è incompleta, lacunosa – e vorrebbe essere soltanto un suggerimento da proseguire, un gesto che chiama altre forze -, perché argomenta una tesi decisa e perentoria, come quella di una Rivoluzione palestinese da riconoscere e da sostenere? La risposta ruba la parola al filosofo, questo manifesto per la Palestina è un “discorso sul metodo”. Se l’appoggio alla Resistenza palestinese deve diventare una pratica militante, se questa pratica militante potrà aiutare la Resistenza palestinese a proseguire la sua Rivoluzione e se nonostante l’orrore per l’olocausto di Gaza la parola dovrà insistere nella critica e nell’accusa, allora serve un metodo. Un metodo per comprendere la mappa della lotta di classe in Palestina e per comprendere quali forze sociali bisogna mettere in moto qui in Europa, per vincere, come per il Vietnam, il gigante nordamericano.
Fonte: Sinistrainrete)

 

08 – Paolo Griseri*: DILEMMA DELL’OCCIDENTALE PROGRESSISTA: STARE COI CONTADINI DELLE ANDE O CON LE AUTO ELETTRICHE? STORIA ISTRUTTIVA DA PURMAMARCA. LE MULTINAZIONALI DEL LITIO, CHE SERVE PER LE BATTERIE, DRENANO L’ACQUA CHE SERVE PER CAMPI E ANIMALI. COME VA IN CORTOCIRCUITO IL CORRETTISMO AMBIENTALISTA. PICCOLA MORALE.
Piantato in mezzo alla distesa di sale sull’altopiano di Purmamarca, il cartello ammonisce: “No alla grande miniera. Tuteliamo le nostre risorse naturali”. È lo stesso slogan che si trova lungo la strada, brandito dai capannelli degli originarios, le popolazioni che coltivano le terre sotto i vulcani a 4 mila metri nelle Ande Argentine. La “grande miniera” è il progetto delle multinazionali americane, canadesi, cinesi e anche europee per scavare in quest’area grandi quantità di litio. I contadini “originarios” protestano perché le miniere di litio hanno bisogno di molta acqua che finisce per essere drenata dal sistema idrico lasciando all’asciutto campi e animali.
Chi ha ragione in questo scontro? Guardandola con gli occhi di un occidentale progressista non ci sarebbe dubbio alcuno: hanno ragione i contadini dell’altopiano che si battono coraggiosamente a difesa della loro terra contro le pretese delle rapaci multinazionali. Ed è effettivamente così. Lo scontro è stato uno degli elementi della campagna elettorale. L’anarco-reazionario Javier Milei le ha vinte anche promettendo alle multinazionali il via libera a nuove miniere che moltiplicheranno per sette l’attuale valore delle esportazioni di litio argentino.
A che cosa serve il litio? Nel 2010 il 23 per cento del minerale scavato nelle miniere del mondo veniva utilizzato nelle batterie delle auto. Nel 2021 quella percentuale è salita al 74 per cento. Le batterie al litio servono a sostituire con la propulsione elettrica delle auto quella tradizionale dei combustibili fossili. Che cosa preferisce l’occidentale progressista? Naturalmente l’auto elettrica perché, riteniamo, è meno inquinante.
Ecco che il cerchio si chiude. Il disorientamento è totale. L’occidentale progressista e ambientalista non sa che fare: difendere il contadino dall’aggressione delle multinazionali o devastare il sistema idrico argentino per abolire i combustibili fossili in Europa e in California (e lasciare al loro destino i campesinos sudamericani)?
La parabola del litio ha naturalmente una morale: il mondo è complesso. Buoni e cattivi sono categorie che funzionano nei talk show per l’audience e in campagna elettorale per acchiappare voti. Ma nella realtà sono illusioni ottiche, come tali totalmente inaffidabili. Non esiste il combustibile fossile totalmente cattivo né quello delle batterie integralmente buono. La devastazione di Purmamarca è lì a dimostrarlo: quell’altipiano è la retrobottega dell’ambientalismo da salotto del nostro caro Occidente.
*(Paolo Griseri . Vicedirettore ‘La Stampa’. Giornalista, racconta Torino e il Piemonte dalle colonne de “la Repubblica”, dopo aver lavorato in precedenza presso “il Manifesto”.)

 

 

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