La questione sociale dimenticata, al voto con la prospettiva polacca

La campagna elettorale pare spalancare la strada ad una definitiva trasformazione “polacca” del nostro sistema politico. Intendiamo un sistema ridotto a destra nazional-populista contro centro liberal-progressista. Poco cambia, in effetti, a questo disegno che Calenda si sia defilato: il progetto di costruire con lui una coalizione, insistendo fino al punto di venirne umiliati, rivela che questa è la natura del PD. Non necessariamente sarà un esito clerico-reazionario, visto il grado di maggiore secolarizzazione del nostro paese ed il suo forte pluralismo democratico riconosciuto anche da Freedom House, che ci colloca tra i primi davanti alla Francia e molto davanti agli Usa.

In una società in cui avanza lo sfruttamento senza freni e il salario (unico caso in Occidente) non solo non cresce ma arretra, contrapporre un centro liberal-progressista ad una destra nazional-populista è il miglior modo per potenziare quest’ultima. Come in Polonia, una dialettica solo fra centro e destra, e l’assenza di un polo basato sulla questione sociale (meglio: il rifiuto a costruirlo da parte di chi un tempo venne da quella tradizione) prelude a un ulteriore deterioramento.

L’anomalia Pd

Il PD non può illudersi di rappresentare esso la categoria degli sfruttati (una definizione non retorica, ma sociologica purtroppo). Il Psoe ha fra i suoi elettori il 29,6% di lavoratori manuali, intendendo sia la classe operaia classica sia quella odierna dei servizi sottopagati. E il 32,6% di quella classe vota per il PSOE. Per la SPD queste cifre sono il 20,9% e 23,5%, Per le socialdemocrazie nordiche abbiamo il 20,2 e 36,5 in Danimarca, e in Svezia il 20,2 e il 41,4%. In Italia solo il 16,7% del voto PD è operaio (di industria e servizi) e solo il 17,6% della classe operaia vota PD.

Il Pd in questa classe (ecco il punto!) ancora così centrale nella nostra società (molto più che in Francia, Uk e Spagna) è solo quarto partito, il primo nel 2018 è stato il M5S (28,8% del voto dei «colletti blu»). Inoltre, il dato è frutto di un calo netto e progressivo negli anni. Il Pd ha visto crescere però il voto percentuale delle classi borghesi tradizionali (+1,4%). In totale contraddizione con la storia e la logica europea, il Pd è l’unico forte nella borghesia tradizionale (che vale l’8,1% del suo elettorato, il doppio che nella Spd, il triplo che nelle socialdemocrazie nordiche e nel Psoe). In questo ceto il Pd registra un dato elevatissimo: è il primo partito, con il 27,1%. Non accade in alcun partito di socialdemocratico europeo, e nemmeno nei Democrats USA.

Il fatto che la coalizione guidata dal PD, tanto più sommando questi dati agli alleati, sia un centro liberale-progressista è nei fatti. Nonché il risultato di scelte ideologiche nette e continue. Non ci sono presupposti di alcun tipo affinché esso si ponga il problema di un’economia che funzioni espellendo lo sfruttamento. Funzioni cioè meglio, più innovativamente, con meno “nero” ed evasione, giovando così anche al ridimensionamento del debito, ma in modo democratico e popolare, non tecnocratico.

L’inutile richiamo all’antifascismo

Ecco perché l’ennesimo richiamo all’antifascismo per respingere Meloni e i suoi vede una nulla capacità di coinvolgimento dei ceti popolari: giusto all’opposto dell’antifascismo di PSI e PCI, egemonico in ogni periferia sociale ed urbana. Ecco, anche, perché indicare una prospettiva polacca non è retorico, ma all’ordine del giorno. Da un lato un polo che non intende costruire emancipazione opposto (e perdente) rispetto ad uno che promette protezione.

lettaLa prospettiva polacca, insomma, è un deterioramento già presente della democrazia che ne produce uno progressivamente maggiore. Significa elitismo neoliberale e nazional-populismo che si combattono e però si alimentano a vicenda. Un esempio di come le cose potranno andare sta nel dibattito sullo Jus Scholæ: esso funziona come diritto per acquisire la cittadinanza se però viene anche potenziato come Jus in genere. Cioè rendendo l’istruzione un diritto sempre più (non sempre meno) accessibile. Non può invece funzionare rendendo la scuola veicolo di diritto di cittadinanza, ma negando però al contempo la scuola come diritto per tutti. Per italiani etnici e per nuovi italiani.

Con Zingaretti, in verità, il PD aveva compreso che occorreva riconnettersi ai settori popolari che erano piombati nella pura protesta del M5S originario. Ma tutto è saltato subito, alla prima sollecitazione, confermando che dietro c’erano le intuizioni per la verità sempre un poco ampollose e sovrastrutturali di Bettini, non la svolta storica che serve assolutamente. Occorrerebbe infatti rivolgersi al M5S per ricreare un insediamento popolare e dirigerlo non alla protesta o alla protezione, ma a riprendere il cammino dell’emancipazione. Di un’economia che compete senza sfruttamento. Contando sul fatto che oggi per il M5S lo spazio politico-sociale è ormai esclusivamente un’agenda riformatrice pro ceti disagiati e pro classi medie in ansia.

Al contrario, il PD rifiuta il rapporto anche tecnico con M5S, proprio mentre grida per l’ennesima volta contro il pericolo fascista. Ma il pericolo è tanto grave da richiedere ogni possibile alleanza oppure no? Come non vedere che questo richiamo suona completamente falso?

Dalla grande stampa (sempre meno letta ma sempre più monopolista) proviene anche una spinta decisiva all’uso strumentale, nonché storicamente e socialmente infondato dell’antifascismo. E intriso di elitismo: in una tipica mentalità auto-razzista, in quei giornali il fascismo è una tendenza “antropologica” del popolo italiano, da correggere grazie ad elites “virtuose”. Ma come abbiamo detto, invece, accade tutt’ altro: l’interazione fra un regresso nazional-populista e un regresso elitista, sia di modello sociale sia di rappresentanza democratica. Mentre semplicemente nessun presupposto storico del fascismo è presente nella società italiana.

L’eterno ritorno

Non esiste alcun uso diffuso della violenza politica, basta un confronto con gli anni 1970, o tenere conto della bassissima, spesso calante incidenza del crimine violento nella nostra società. Veniamo anche noi sconvolti da alcuni eventi repellenti di cronaca, ma il fatto che essi alimentino i media per settimane dev’essere un monito, non può manipolare il quadro oggettivo di analisi. Osservate anche i dati comparati OSCE, vedrete che anche il crimine di intolleranza razzista non è maggiore (anzi quasi sempre minore) da noi di quanto sia in Scandinavia, Germania ed Europa in genere.

Soprattutto, per un reale pericolo fascista mancano altre condizioni fondamentali: il paese non è, come l’Italia nel 1922 o la Germania nel 1932, lanciato in una riscossa paranoide, per imporre in modo aggressivo la superiorità della propria nazione/razza. Il nazional/populismo è, se si vuole, una destra giusto inversa: non l’aggressione, ma la protezione della posizione o della identità (sociale, culturale) percepita come “minacciata”. Per questo (è deprecabile ma comprensibile) larghe masse di europei votano a destra senza ritenersi fascisti né razzisti.

Esiste casomai in molti la convinzione di vivere in un modello sociale e valoriale occidentale “superiore”, questo sí. Ma intanto, da scandinavista, posso assicurare che questo “complesso di superiorità” è caso mai più presente nel nord Europa che da noi. Inoltre, con quale senso del ridicolo si può sostenere questa sia una caratteristica del nazional-populismo e non anche dei media neoliberali del continente, non di rado intrisi (lo sappiano o meno) del neoliberalismo quasi-razzista di Hayek?

Infine, al vero pericolo fascista manca un’ultima caratteristica storica: Meloni non è, a differenza del fascismo, sostenuta del grande capitale agrario-industriale. E non è, rispetto ai fascisti reali ancora negli anni Settanta (cioè ancora convinti di instaurare un regime autoritario per evitare il socialismo o il comunismo) sostenuta da apparati del potere connesso alla NATO. Oggi quegli apparati e quegli interessi economici sono schierati altrove, ovvero come già detto dalla parte di un antifascismo che della Costituzione del dopoguerra però ignora volentieri l’articolo 3. Ovvero ciò che rese l’antifascismo egemone per 45 anni.

Ciò che la Meloni verosimilmente farà, se stravince tanto da cambiare la Costituzione, sarà eliminarne la sua implicita base valorale antifascista, piegandola ad un generico “anti totalitarismo” che pone sullo stesso piano tutti i regimi repressivi di un tempo. Un atteggiamento coerente con la definitiva ammissione della sua origine ideologica nelle famiglie politiche europee. Meloni non a caso si definisce conservatrice, e in effetti tutti i partiti conservatori classici (britannici, americani, scandinavi) stanno contaminandosi con culture più estreme della destra. Del resto, Meloni è nella fase realizzativa del principio che fu già di Almirante e Fini “né condannare né restaurare”. Ma ė coerente anche con una recente risoluzione del Parlamento Europeo che proclama esattamente quella comparazione fascismo-comunismo che lei si propone. Poco problematica altrove ma in Italia notoriamente assai di più.

Insomma: ciò che avviene oggi è tutt’altro dal fascismo: da un lato il banalissimo voto a destra di gran parte dei ceti borghesi conservatori, dall’altro periferie geografiche e sociali che non pensano al fascismo (e purtroppo nemmeno all’antifascismo) ma a seconda dei casi esprimono protesta con l’astensione, oppure con chi di volta in volta appare più credibile di altri. Ad esempio: Meloni non era nel governo Draghi, mentre precedentemente i prescelti sono stati M5s e per un istante la Lega.

meloni orban
Meloni e Orban

Ecco perché dinanzi a un certo uso dell’antifascismo Pd(che rispetto a quello che profondamente sentiamo ci appare strumentale), è opportuno citare le parole di Emilio Gentile: “”Penso che la tesi dell‘eterno ritorno del fascismo possa favorire la fascinazione del fascismo sui giovani… introdurre l’eternità nella storia umana, attribuire l’eternità a un fenomeno storico, comporta una grave distorsione della conoscenza storica. Senza poi considerare che tale attributo di eternità è riservato soltanto al fascismo, perché non circolano tesi sul “giacobinismo eterno”, il “liberalismo eterno”, il “nazionalismo eterno”, il “socialismo eterno”, il “comunismo eterno”, il “bolscevismo eterno” ecc. In realtà, la tesi dell’eterno ritorno del fascismo si basa sull’uso di analogie, che solitamente producono falsificazioni nella conoscenza storica” (E. Gentile, Chi è fascista, p. 6).

Il terzo polo con M5s e la questione sociale

Anche il richiamo al “pericolo Orban”, oppure “pericolo Putin” in caso di vittoria del centro-destra è francamente esagerato o sospetto. Come non vedere che la nostra industria è legata a filo quadruplo alla Germania, specie nelle regioni della Lega? Come non vedere che la Russia offrirebbe in cambio solo il Pil della Spagna e nessuna interazione industriale anche lontanissimamente degna della nostra economia? Come non vedere che, per ragioni ambientali e belliche, anche la dipendenza energetica dalla Russia sta drasticamente diminuendo? Come è possibile stravolgere tanto le analisi proponendo fattori di infima importanza (le relazioni di un Berlusconi bollito da lustri, qualche proclama o visita di Salvini) di fronte a fattori fondamentali, anzi vitali per tutti? Soprattutto proprio per il potere della Lega in Veneto e Lombardia?

jean-luc mélenchonIn conclusione, per evitare in ogni modo che la nostra democrazia sia invasa dalla sindrome polacca, occorre aprire un rapporto fra sinistra e M5S fondato sulla questione sociale, per una democrazia più inclusiva ed equilibrata. In cui cioè, come è riuscito ad ottenere Mélenchon in Francia, vi sia un terzo polo, ben radicato nelle classi medie in difficoltà e nelle classi lavoratrici in arretramento. E quindi autonomo dall’azione elitista della stampa diretta dal capitale finanziario (sempre meno industriale e nazionale), che dirige e condiziona il PD. E che non perde occasione per esigere ossequio dagli ultimi eredi della tradizione PCI in quel partito. Basta essi richiamino la sensatezza del Reddito di cittadinanza e subito dalle colonne del Corriere scatta l’accusa di “riflesso comunista”. Come si può continuare in questo stato di perenne umiliazione?

 

 

 

FONTE: https://www.strisciarossa.it/la-questione-sociale-dimenticata-al-voto-con-la-prospettiva-polacca/

 

 

 

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