Meloni e i liberali, Meloni liberale

di Stefano Azzarà (da Facebook)

Le accuse propagandistiche di “fascismo” con le quali il campo liberaldemocratico cerca di delegittimare Meloni sono inutili e inefficaci perché sono sbagliate a monte. E cioè in quanto formulate alla luce dell’antifascistismo strumentale dirittumanista e non secondo il concetto di ciò che il fascismo è storicamente stato.

Meloni avrà sempre buon gioco nel respingerle e nel confutarle.

Se il fascismo è inteso nel senso della teoria del totalitarismo, e cioè nel senso della alternativa artificiosa e ideologica tra dispotismo eterno e libertà liberale, e se è identificato con le leggi razziali del 1938 – e dunque con la persecuzione di una minoranza determinata che dopo la Seconda guerra mondiale è stata cooptata a pieno titolo nello spazio sacro dell’Occidente bianco, dimenticando la precedente e fondativa esperienza coloniale -, Meloni non ha nessuna ragione per non dissociarsi da questi aspetti, e non avrà difficoltà nemmeno nel convincere pedagogicamente la propria base e in questo è del tutto sincera.

È questo il terreno comune dei liberali e della destra, che si identificano entrambi con l’occidente e la sua difesa.

Ciò vale già per i liberali e Casa Pound, che giustamente si stupisce delle accuse ad un proprio militante partito mercenario per difendere sul terreno quegli stessi valori per i quali il parlamento repubblicano borghese ha inviato a Zelensky le armi.

A maggior ragione vale per i liberali e Meloni, la quale si colloca anche espressamente nel liberalconservatorismo.

Togliere la fiamma, che sarebbe sufficiente per gli antifascististi ipocriti di rito estetico, non sarà un problema.

Cio che Meloni non potrà mai rinnegare è invece la natura reale del fascismo come movimento reazionario di massa che si pone in contrapposizione alla rivoluzione democratica internazionale, e cioè al processo di emancipazione delle classi subalterne nel suo nesso con il processo di decolonizzazione e di costruzione universale e condivisa del genere; una contrapposizione che nell’epoca del socialismo possibile in Europa e della lotta per l’indipendenza nazionale non poteva che esprimersi nelle forme militari della violenza squadrista e della guerra di conquista.

Ma questa sostanza, riformulata nelle diverse condizioni odierne e dunque nel contesto della Grande Convergenza del mondo extra europeo e della necessità di rinsaldare l’alleanza atlantica dei bianchi (compresi coloro che sono stati riconosciuti tali indipendentemente dal colore della pelle) – e dunque espressa essa stessa in forme diverse come manipolazione continua dei confini di quello spazio sacro e loro salvaguardia dall’Altro -, nemmeno il liberalismo odierno potrà mai contestarlo, perché la condivide da cima a fondo.

C’è un segreto condiviso, tra i liberali e Meloni. C’è una affinità elettiva, c’è una variazione del medesimo.

È sufficiente che Meloni renda un po’ più esplicita la domanda di iscrizione al club dei Pari, rimarcando la propria fedeltà ai valori occidentali, e avrà presto piena cittadinanza, oltre alla simpatia dei media atlantisti e dello stesso liberalismo democratico italiano, se non del New York Times.

È necessario per noi, invece, non cadere in queste trappole.

È necessario un autonomo revisionismo storico di sinistra che ribalti il senso comune.

All’opposto di quanto viene sostenuto nel discorso dominante, non c’è nessuna affinità o continuità totalitaria e antiliberale o antidemocratica tra socialismo e fascismo, nemici necessari perché filosoficamente e antropologicamente inconciliabili.

Esiste invece affinità e continuità storica e concettuale tra il fascismo e il liberalismo assoluto e cioè privo di limiti, il quale in fascismo si trasforma, o il fascismo genera, per la gestione dello stato d’eccezione.

Fascismo è in questo senso l’applicazione in Occidente – e cioè entro lo spazio sacro stesso e per il fronteggiamento della crisi – delle teorie, delle ideologie e delle pratiche che il liberalismo puro ha sempre adottato, ritenendole legittime e normali, fuori dall’Occidente nell’espansione coloniale.

La storia della democrazia moderna è invece inscindibile dalla storia del movimento socialista e dalla sua capacità di porre limiti al liberalismo e salvarlo da se stesso, rendendolo autenticamente liberale nel senso che fino a 30 anni fa davamo a questa parola, prima del neoliberalismo.

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