n°32 – 6/8/2022 – RASSEGNA DI NEWS NAZIONALI E INTERNAZIONALI. NEWS DAI PARLAMENTARI ELETTI ALL’ESTERO

01 -La Marca (Pd) – mobilità giovanile: soddisfazione per l’approvazione definitiva dell’ accordo tra Italia e Canada.
02 – Roberto Ciccarelli*: di Aiuti bis: è in arrivo uno schiaffo a lavoratori e pensionati. IL CASO. Decreto Aiuti Bis e inflazione alle stelle. Incontro governo-sindacati al ministero dell’Economia. E Landini: «Non agire sugli extra profitti è uno schiaffo in faccia ai lavoratori, ai pensionati e a chi paga i rincari delle bollette. Situazione “drammatica” all’Ex Ilva di Taranto
03 – Marinella Correggia*:Quel pugno di spettatori che ha scioccato il mondo. L’omicidio di Alika nei giornali internazionali. Dai Paesi africani all’India passando per Europa e Stati uniti: lo stupore dei media
04- Davide D’Alessandro*: Pietro Citati amava scrivere al mattino.
05 – Antonella Soldo*: Legalizzare la cannabis, il coraggio di vincere sulla destra. Una legislatura, tre crisi di governo, una pandemia e una guerra. Può sembrare bizzarro, ma il tema della cannabis, nonostante lo scenario, è riuscito a resistere nell’agenda istituzionale. In realtà […]
06 – Luigi Pandolfi*: gli italiani tirano la cinta sui generi alimentari. INFLAZIONE. Gli ultimi dati sul commercio al dettaglio diffusi dall’Istat descrivono una situazione di grave difficoltà per milioni di cittadini a basso reddito. E mettono in allarme gli operatori economici
07 – Federico Gurgone*: «Intaccare la biodiversità è un suicidio» . INTERVISTA. La naturalista Valeria Barbi, autrice di un saggio appena pubblicato da Edizioni Ambiente: «Dopo essere stati il problema dobbiamo diventare la soluzione»
08 – David Paul Goldman*: ASIA. La presidente della camera dei rappresentanti degli stati uniti Nancy Pelosi visita il parlamento a Taipei.
09 – Francesca Sibani*:Viva l’indipendenza. Viva l’indipendenza è il nuovo numero di Internazionale storia e racconta la fine dei grandi imperi coloniali attraverso commenti, reportage, analisi e cronache dalla stampa internazionale dell’epoca.

 

 

01 – La Marca (Pd) – MOBILITÀ GIOVANILE: SODDISFAZIONE PER L’APPROVAZIONE DEFINITIVA DELL’ACCORDO TRA ITALIA E CANADA. CON L’APPROVAZIONE DEL SENATO SI È FINALMENTE CONCLUSO L’ITER DI RATIFICA DELL’ACCORDO IN MATERIA DI MOBILITÀ GIOVANILE SOTTOSCRITTO DALL’ITALIA E DAL CANADA FRA IL DICEMBRE 2020 E IL FEBBRAIO 2021.

“Da deputata eletta in Canada e da relatrice del provvedimento alla Camera non posso che rallegrarmi per questo risultato lungamente atteso. In questi anni, non ho mai smesso di sollecitare l’approvazione di questo importante accordo che, nel quadro delle relazioni bilaterali tra i due paesi, punta a migliorare le possibilità di scambio ed esperienza tra i cittadini dei due Paesi, creando opportunità di formazione professionale per i giovani che si affacciano al mondo del lavoro”, ha dichiarato l’on. La Marca a margine del voto del Senato del 3 agosto.
L’intesa, che sostituirà il Memorandum del 2006, estende per la parte italiana il permesso di lavoro a 12 mesi ed inserisce due nuove categorie di partecipanti: Young Professionals, dedicato a coloro i quali, già in possesso di un titolo di studio post-secondario, intendano acquisire un’esperienza lavorativa professionale nel Paese ospite, e International Co-op, rivolto a studenti che, al fine di completare il proprio corso di studi post-secondario, intendano effettuare un tirocinio curricolare su materie correlate al proprio percorso di studio presso un’azienda operante nel Paese ospite.
“Questo accordo – ha sottolineato l’on. La Marca – permetterà ai giovani italiani di sfruttare tutte le opportunità offerte dal programma International Experience Canada. Inoltre, l’accordo costituisce uno strumento concreto a disposizione dei giovani italo-canadesi che, mi auguro, sapranno approfittarne per conoscere l’Italia attraverso esperienze di lavoro e di studio”.
“Ora si tratterà di assicurare che nella successiva definizione del numero dei giovani ammessi ai programmi vengano garantiti numeri adeguati, tenendo nella giusta considerazione i legami che storicamente contraddistinguono i rapporti tra il Canada e l’Italia” – ha dichiarato l’on. La Marca commentando questo importante risultato.

I cittadini italiani residenti all’estero iscritti nelle liste elettorali della Circoscrizione estero votano per posta, ricevendo il plico elettorale al proprio indirizzo di residenza.

Si raccomanda quindi di controllare e regolarizzare la propria situazione anagrafica e di indirizzo presso il proprio consolato, utilizzando preferibilmente il portale online dei servizi consolari Fast It.

Attenzione!

Gli elettori italiani che si trovano temporaneamente all’estero per motivi di lavoro, studio o cure mediche per un periodo di almeno tre mesi nel quale ricade la data di svolgimento delle prossime elezioni politiche del 25 settembre 2022, nonché i familiari con loro conviventi, potranno esercitare il diritto di voto per corrispondenza (art. 4-bis, comma 1, legge 27 dicembre 2001, n. 459), ricevendo il plico elettorale contenente le schede per il voto all’indirizzo di temporanea dimora all’estero.

Cosa fare:

Per esercitare il proprio diritto di voto per corrispondenza, tali elettori dovranno far pervenire AL COMUNE d’iscrizione nelle liste elettorali un’apposita opzione entro mercoledì 24 agosto 2022.

L’opzione (esercitabile tramite questo modulo) deve essere inviata al Comune per posta, telefax, posta elettronica anche non certificata, oppure fatta pervenire a mano, sempre al Comune, anche da persona diversa dall’interessato.
L’opzione, obbligatoriamente corredata di copia di documento d’identità valido dell’elettore, deve in ogni caso contenere l’indirizzo postale estero completo cui va inviato il plico elettorale, l’indicazione dell’Ufficio consolare competente per territorio e una dichiarazione attestante il possesso dei requisiti per l’ammissione al voto per corrispondenza (ovvero di trovarsi – per motivi di lavoro, studio o cure mediche – per un periodo di almeno tre mesi nel quale ricade la data di svolgimento delle consultazioni in un Paese estero in cui non si è anagraficamente residenti, oppure che si è familiare convivente di un cittadino che si trova nelle predette condizioni).
È possibile la revoca dell’opzione presentata secondo le modalità di cui sopra entro lo stesso termine (24 agosto 2022).
Si ricorda infine che l’opzione è valida esclusivamente per la consultazione elettorale cui si riferisce (ovvero, in questo caso, per le elezioni politiche del 25 settembre 2022).
*(On./Hon. Francesca La Marca, Ph.D. – CAMERA DEI DEPUTATI – Ripartizione Nord e Centro America – Electoral College of North and Central America)

 

02 – Roberto Ciccarelli*: DI AIUTI BIS: È IN ARRIVO UNO SCHIAFFO A LAVORATORI E PENSIONATI. IL CASO. DECRETO AIUTI BIS E INFLAZIONE ALLE STELLE. INCONTRO GOVERNO-SINDACATI AL MINISTERO DELL’ECONOMIA. E LANDINI: «NON AGIRE SUGLI EXTRA PROFITTI È UNO SCHIAFFO IN FACCIA AI LAVORATORI, AI PENSIONATI E A CHI PAGA I RINCARI DELLE BOLLETTE. SITUAZIONE “DRAMMATICA” ALL’EX ILVA DI TARANTO
PER I LAVORATORI DIPENDENTI SAREBBE PREVISTO UN ESONERO CHE PASSEREBBE DA 0,8 A 1,8%. CIÒ COMPORTEREBBE UN AUMENTO LORDO PER I LAVORATORI DIPENDENTI NEI 6 MESI DI 100 EURO.
PER I PENSIONATI LA RIVALUTAZIONE DEL 2% COMPORTA UN AUMENTO NEI 3 MESI DI 10 EURO OGNI 500 EURO DI PENSIONE. E L’ANTICIPO DEL CONGUAGLIO DI CUI SI PARLA COMPORTEREBBE UN AUMENTO DI 1 EURO AL MESE OGNI 500 EURO.
«Ai lavoratori vanno meno dei duecento euro del bonus che sono stati erogati a luglio. Per quello che ci riguarda è poco più di un’elemosina» dicono Cgil e Uil.
Le misure sociali contenute nell’«Agenda Draghi» si restringono. Nel «decreto aiuti bis» al quale sta lavorando il governo postumo il bonus una tantum da 200 euro per 31 milioni di persone a luglio sarà sostituito da un taglio aggiuntivo del cuneo contributivo dei redditi fino a 35mila euro. Per i sindacati ciò porterebbe a una cifra di «100 euro lordi» per i lavoratori dipendenti pubblici e privati per i «prossimi sei mesi». Per i pensionati si ipotizza una rivalutazione del 2% che comporterebbe un aumento di 10 euro ogni 500 euro di pensione per 3 mesi. E l’anticipo del conguaglio di cui si sta parlando in questi giorni comporterebbe un aumento di 1 euro al mese ogni 500 euro sull’anno. Allo studio ci sarebbe una soglia da 25mila euro fino a dicembre.

«L’INCONTRO non è andato bene. Per quello che ci riguarda è poco più di un’elemosina» ha detto il segretario generale della Uil Pierpaolo Bombardieri al termine dell’incontro tenuto al Ministero dell’economia e delle finanze (Mef) – Noi abbiamo riconfermato la nostra condivisione sulla scelta del metodo, sulle quantità economiche siamo molto lontani». «Non ci siamo, le risorse sono del tutto inadeguate – ha aggiunto il segretario generale della Cgil Maurizio Landini – In questo modo in tasca ai lavoratori dipendenti e ai pensionati fino a 35mila euro andranno meno dei 200 euro di una tantum che sono stati erogati a luglio. Chiediamo che il Consiglio dei ministri affronti in modo diverso la situazione». Oggi, o al più tardi domani mattina, ci sarà un’altra riunione, in vista del varo del provvedimento. «Non sono deluso – ha commentato Ignazio Ganga (Cisl) – Questo è un decreto che sta nel perimetro di quanto ci era stato preannunciato a Palazzo Chigi. Per la misura su lavoratori e pensionati abbiamo chiesto di rafforzarla».

DRAGHI VUOLE AFFRONTARE UN «AUTUNNO COMPLESSO» CON UNA PIOGGIA DI BONUS
LA RICHIESTA è rivedere la ripartizione degli importi all’interno del perimetro dei 14,3 miliardi di euro stabiliti dal governo, due dei quali copriranno norme già approvate nel «Dl aiuti» precedente. Questi soldi sembrerebbero molti, ma in realtà devono finanziare anche un’altra pioggia di bonus: ad esempio, la proroga del taglio delle accise sulla benzina fino al 20 settembre, 900 milioni di euro che non risolvono il problema del pesante aumenti dei prezzi scatenato dalla speculazione sui beni energetici iniziata anche prima della guerra russa in Ucraina. Nonostante la riduzione delle accise già in vigore da marzo, oggi un litro di benzina costa il 13,4% in più rispetto allo stesso periodo del 2021, mentre il diesel è rincarato del 22,6% su base annua. Nel frattempo è tramontato il tentativo di ridurre l’Iva sui beni di prima necessità. Altre risorse andranno su un bonus bollette pari a 3 miliardi, identico a quello degli ultimi trimestri. Previsto, tra l’altro, un bonus per i trasporti locali.

AL MEF SI È DISCUSSO dei nove miliardi di euro mancanti dal contributo sugli «extraprofitti». «Credo che non intervenire ulteriormente sia uno schiaffo in faccia a chi ha pagato le bollette e paga le tasse» ha detto Landini che ha fatto l’esempio dell’Eni i cui utili sono passati nel primo semestre del 2022 da 1 a 7 miliardi. «Addirittura ci sono delle imprese che devono pagare l’extraprofitto, che hanno fatto dei ricorsi perché considerano incostituzionale la norma. Siamo di fronte ad uno schiaffo ai lavoratori e pensionati e a chi onestamente paga le tasse». Sul problema «qualcosa si farà ma temo che l’ambizione debba ridursi, con la caduta del governo tutto diventa più difficile» ha commentato il ministro del lavoro Andrea Orlando.

«SALVA-ILVA» di Taranto. Nel decreto aiuti bis ci potrebbe essere una norma ieri c’è stato un incontro al ministero dello sviluppo guidato dal leghista Giancarlo Giorgetti dal quale i sindacati sono usciti furiosi. Si aspettavano la conferma del miliardo per fare girare gli impianti e fare lavorare i lavoratori. Giorgetti non ha dato risposte. «Aspetta che il consiglio dei ministri decida» ha detto Michele De Palma (segretario generale Fiom-Cgil). «È stato un incontro drammatico e tra i lavoratori sta montando la rabbia» ha aggiunto Rocco Palombella (Uilm). «Gravissimo per il governo arrivare agli sgoccioli senza ancora nulla di nuovo, con una pesantissima crisi di liquidità e il rischio di uno tsunami nell’appalto» ha detto Francesco Rizzo (Usb).
*( Roberto Ciccarelli, filosofo, blogger e giornalista, scrive per il manifesto. Ha pubblicato, tra l’altro, Il Quinto Stato, con Giuseppe Allegri).

 

03 – Marinella Correggia*:QUEL PUGNO DI SPETTATORI CHE HA SCIOCCATO IL MONDO. L’OMICIDIO DI ALIKA NEI GIORNALI INTERNAZIONALI. DAI PAESI AFRICANI ALL’INDIA PASSANDO PER EUROPA E STATI UNITI: LO STUPORE DEI MEDIA
IL MONDO CI GUARDA. L’ORRORE DEL 29 LUGLIO A CIVITANOVA MARCHE HA FATTO IL GIRO DEI MEDIA IN TUTTI I CONTINENTI. UNA RISONANZA INUSUALE, NON TANTO LEGATA AL FATTO CHE UN CITTADINO AFRICANO IN CONDIZIONE DI INFERIORITÀ ECONOMICA – E FISICA – SIA STATO UCCISO: È GIÀ SUCCESSO TANTE VOLTE, IN ITALIA E ALTROVE.

L’elemento eclatante è stato il mancato intervento fisico da parte dei numerosi presenti per fermare l’aggressore: eppure era solo, a terra avvinghiato alla vittima, non armato, in pieno giorno, per quattro lunghissimi minuti. È del tutto improprio evocare, a mo’ di scusa, l’assassinio di Willy Monteiro che, nel 2020 a Colleferro, aveva provato a difendere un amico: lì il giovane aveva di fronte un intero branco di esperti di arti marziali.

Fin dai titoli, negli articoli corredati da immagini e video viene sottolineata l’ignavia dei presenti, insieme alla nazionalità della vittima. Si richiama poi lo choc generale provocato in Italia.

Un articolo su The Republic, media della Nigeria, riporta fin dal titolo le parole di Charity, vedova della vittima: «Perché nessuno lo ha aiutato? Erano tanti lì intorno…». Su Togoweb, la corrispondente dall’Italia Anne Le Nir è dura: «Un nigeriano ucciso freddamente in Italia, in una strada centrale, e i badauds – curiosi, ndr – hanno filmato la scena senza cercare di bloccare l’aggressore (…); i fiori e i messaggi che ne sono seguiti sembrano un po’ ipocriti…». Dalla Costa d’Avorio, Intellivoire.net sottolinea che la non azione dei presenti ha suscitato indignazione e proteste.

Africanews mostra il video della lunga agonia, sottolineando che «è stato girato in una strada molto frequentata». News Ghana si chiede: «La nazionalità della vittima ha avuto il suo peso nel mancato intervento?», riportando le parole di due analisti secondo i quali il fatto del 29 luglio rivelerebbe un «razzismo strutturale». Più morbido l’organo di informazione della Commissione della Diaspora nigeriana: «L’omicidio è avvenuto in una strada trafficata, di fronte a testimoni scioccati, alcuni dei quali hanno girato video, senza tentare davvero di prevenire l’esito fatale».

L’Indian Express parla di «pestaggio mortale di un ambulante nigeriano in una strada cittadina mentre i presenti filmavano senza tentare di intervenire fisicamente». Il sito iraniano HamShahri (Concittadino) evoca le «molte reazioni suscitate dal brutale omicidio in una strada trafficata della città costiera».

A Cuba, Radio Reloj ha dato subito la notizia, poi approfondita da Granma, come dalla venezuelana Telesur: «L’assassinio di Alika Ogorchukwu, in pieno giorno e con numerosi testimoni non intervenuti direttamente, provoca indignazione in Italia». Tono analogo da parte di diversi altri media latinoamericani, per esempio l’argentino El diario, il brasiliano Folha de S. Paulo, il peruviano El comercio («Commozione in Italia per l’assassinio di un venditore nigeriano en plena calle, nessuno è intervenuto…», La semana della Colombia («scabroso omicidio»).

Il francese Le Figaro: «Viva emozione in Italia dopo la morte di un nigeriano percosso per strada sotto gli occhi di passanti rimasti immobili». La Cnn riferisce che «il pestaggio mortale di un nigeriano davanti a spettatori inerti ha rinnovato la discussione sul razzismo alla vigilia delle elezioni». Esplicito il New York Times: «Il fatto ha scioccato sia per la brutalità che per l’indifferenza di chi guardava». E così via.
*( Marirella Correggia, è giornalista, scrittrice e attivista. Ha scritto “La rivoluzione dei dettagli” (Feltrinelli) …)

 

04 – Davide D’Alessandro*: PIETRO CITATI AMAVA SCRIVERE AL MATTINO. LA CIVILTÀ LETTERARIA PERDE UNO DEI SUOI PIÙ GRANDI CANTORI.
Si sentiva più critico che scrittore, ma era critico e scrittore insieme. Eccelso
Quante volte ho citato Citati! Lo facevo perché la sua lettura di un autore era totale, ne comprendeva e racchiudeva ogni singolo spazio e respiro. Quando su Repubblica e Corriere usciva un suo articolo, la lettura del quotidiano iniziava da quell’articolo. Come se non ci fosse altro. Come se fosse il giornale. Quando scrive di Kafka, diceva qualcuno pensando di ferirlo, diventa il libro di Kafka su Pietro Citati.

 

05 – Antonella Soldo*: LEGALIZZARE LA CANNABIS, IL CORAGGIO DI VINCERE SULLA DESTRA. UNA LEGISLATURA, TRE CRISI DI GOVERNO, UNA PANDEMIA E UNA GUERRA. PUÒ SEMBRARE BIZZARRO, MA IL TEMA DELLA CANNABIS, NONOSTANTE LO SCENARIO, È RIUSCITO A RESISTERE NELL’AGENDA ISTITUZIONALE. IN REALTÀ È SOLO L’INDICE DEL FATTO CHE LA QUESTIONE È BEN PIÙ SERIA E SENTITA DI QUANTO I PARTITI E I LORO LEADER PENSINO.

La crisi di governo è arrivata proprio durante la discussione di un disegno di legge sulla coltivazione domestica di 4 piante di cannabis, che era nato in Commissione Giustizia su iniziativa degli onorevoli Riccardo Magi e Caterina Licatini. E sul quale molta pressione hanno fatto le organizzazioni della società civile impegnate sul tema.

Anche questa volta, nulla di fatto. Ma non basterà il tentativo dei leader dei partiti di area progressista di far finta di nulla e aspettare che le discussioni si sopiscano, in qualche modo. Tanto più che i loro stessi elettorati sono attenti alla questione: secondo un sondaggio condotto da Swg, il 74% degli elettori del Pd e l’81% di quelli del M5S si è dichiarato favorevole alla legalizzazione della cannabis.

Lo scorso anno il Segretario del Pd Enrico Letta aveva pubblicamente dichiarato la necessità di «aprire un dibattito per arrivare a una posizione comune sul tema della cannabis» utilizzando il metodo delle Agorà Democratiche per trovarne una. Nell’ultimo anno è aumentato l’interesse da parte dei propri iscritti che hanno organizzato nei diversi circoli Pd più di 140 eventi sulla cannabis, presentando 19 iniziative nell’Agorà supportate da oltre 600 iscritti. Negli scorsi giorni, durante la relazione alla direzione nazionale, Letta ha presentato la lista «Democratici e Progressisti» nata proprio dal lavoro comune di idee e proposte emerse dalle Agorà. Per quanto il Segretario del Pd non abbia mai apertamente preso una posizione, questi elementi non possono che dimostrarsi vincolanti per la stesura del prossimo programma elettorale.

Quanto al M5S, il tema della legalizzazione non era incluso nel programma elettorale del 2018 quando si presentarono agli elettori come movimento di rottura. Ciononostante, sono stati registrati diversi avvenimenti positivi in questa legislatura: la convocazione della Conferenza nazionale sulle droghe da parte della ministra Dadone, dopo oltre 10 anni di rinvii, in cui sono emerse delle chiare indicazioni a favore della decriminalizzazione della coltivazione domestica; e infine, l’impegno del Presidente della Commissione Giustizia Perantoni e di altri esponenti del M5S nel supportare il ddl sulla coltivazione domestica.

Tuttavia ciò che avrebbe fatto davvero la differenza non è accaduto, ovvero la calendarizzazione della legge di iniziativa popolare sulla cannabis. Nel suo discorso di insediamento come presidente della Camera, Roberto Fico aveva promesso la discussione delle leggi di iniziativa popolare. Ma non l’ha mai fatto. Ecco, nel momento in cui assistiamo al tentativo del M5S di tornare ai valori delle origini, forse è il caso che tra quei valori recuperino anche la questione della democrazia diretta. Dell’obbligo di discussione delle leggi popolari e della possibilità di presentarle raccogliendo le firme con Spid su una piattaforma del governo (che avrebbe dovuto essere attiva da gennaio ma di cui non abbiamo notizie ad oggi).
Insomma l’appello ai progressisti, a quelli che si presentano e considerano tali è questo: Giorgia Meloni, Matteo Salvini Silvio Berlusconi sulla cannabis non hanno dubbi. Insieme all’immigrazione è l’argomento con cui aprono e portano avanti la loro propaganda. Con cui spaventano le persone, aumentano un sistema ingiusto, e dannoso. Una finta guerra alla droga che ha come bersaglio ragazzi e ragazzini ma che non si pone il problema della lotta alla mafia.
Ecco, nel momento in cui ci si presenta come alternativa a Meloni, Salvini e Berlusconi bisogna rispondere qual è l’idea che si ha anche su questo tema. Far sapere se si sceglie lo status quo, facendo spallucce, oppure se si ha il coraggio e il buonsenso di dire che questo sistema ha fallito e va cambiato.
*( Antonella Soldo, coordinatrice dell’Associazione Meglio Legale)

 

06 – Luigi Pandolfi*: GLI ITALIANI TIRANO LA CINTA SUI GENERI ALIMENTARI. INFLAZIONE. GLI ULTIMI DATI SUL COMMERCIO AL DETTAGLIO DIFFUSI DALL’ISTAT DESCRIVONO UNA SITUAZIONE DI GRAVE DIFFICOLTÀ PER MILIONI DI CITTADINI A BASSO REDDITO. E METTONO IN ALLARME GLI OPERATORI ECONOMICI

GLI ULTIMI DATI SUL COMMERCIO AL DETTAGLIO DIFFUSI DALL’ISTAT DESCRIVONO UNA SITUAZIONE DI GRAVE DIFFICOLTÀ PER MILIONI DI CITTADINI A BASSO REDDITO. E METTONO IN ALLARME GLI OPERATORI ECONOMICI. A GIUGNO 2022 È STATA STIMATA UNA FLESSIONE CONGIUNTURALE DELLE VENDITE SIA IN VALORE (-1,1%, NONOSTANTE I PREZZI PIÙ ALTI) CHE NELLE QUANTITÀ (-1,8%). E, SE PER I BENI NON ALIMENTARI IL CALO RIFLETTE IL DATO GENERALE (DIMINUZIONE IN VALORE DEL 2,2% E IN VOLUME DEL 2,5%), PER IL CIBO, A FRONTE DI UNA DIMINUZIONE NELLE QUANTITÀ, SI È REGISTRATO UN LIEVE AUMENTO IN VALORE (+0,4%), SPIEGABILE NATURALMENTE CON L’AUMENTO DEI PREZZI. IN PARTE, È QUELLO CHE VIENE FUORI ANCHE DALL’ANALISI DEI DATI RIFERITI AL SECONDO TRIMESTRE (+1,1% IN VALORE, -0,3% IN VOLUME).

E’ il dato tendenziale, nondimeno, che dà l’idea del deterioramento della situazione sociale del Paese. A giugno 2022 (su base annua), le vendite al dettaglio sono aumentate dell’1,4% in valore e diminuite del 3,8% in volume. Per i beni alimentari parliamo rispettivamente di un +4,5% e di un -4,4%. Significa che le merci costano di più e che sempre più italiani risparmiano, ormai, anche sul cibo. A causa dei rincari e delle bollette sempre più salate, si mangia di meno e male, insomma. E non è quello che si aspettavano gli osservatori specializzati. Almeno per quanto riguarda la congiuntura (mese su mese).
Nel frattempo, la corsa dell’inflazione non si ferma. Nella zona euro, a luglio, c’è stato un nuovo record: 8,9% contro l’8,6% di giugno. In Italia, invece, colpisce principalmente il dato relativo al «carrello della spesa». A luglio, l’inflazione tendenziale (anno su anno) è scesa di un decimo di punto rispetto al dato di giugno (da +8,0% a +7,9%), grazie soprattutto ad un piccolo calo della componente energia. Ma i prodotti alimentari e quelli per la cura della casa e della persona hanno fatto registrare un +9,1%. Non accadeva dal 1984. Prezzi che salgono, salari che restano fermi in un paese con sempre più poveri assoluti (il 10% della popolazione).

Inflazione dal lato dell’offerta, trainata dagli alti costi dell’energia. Un fenomeno che, per il momento, non subisce attenuazione. La guerra va avanti e con essa permangono le tensioni sul gas. La scorsa settimana, complice il timore di nuove decisioni restrittive da parte di Mosca sui flussi del North Stream1, il prezzo del gas naturale è schizzato a 200,40 euro al megawattora (+12,6% rispetto a marzo).

Ecco perché l’autunno fa paura. Si teme per i prezzi e per gli approvvigionamenti. Secondo l’Arera (l’authority italiana per l’energia), in assenza di provvedimenti efficaci del governo, dal 1° ottobre si rischiano aumenti fino al 100% delle tariffe di luce e gas. C’è un problema di speculazione, certo. Ma anche il fatto che l’Italia rimane il terzo acquirente di gas russo al mondo, dopo Cina e Germania (7,2 miliardi di euro da inizio conflitto). Crisi energetica, inflazione, recessione. E’ quello che rischiamo nei prossimi mesi. Per adesso l’economia italiana sta beneficiando degli effetti del «rimbalzo» post-pandemico (eravamo andati troppo sotto nel 2020) e della ripresa del settore delle costruzioni grazie al Super bonus 110%.
Ma, come ha ammonito l’Ufficio parlamentare di bilancio (Upb) nei giorni scorsi, un’interruzione delle forniture di gas dalla Russia potrebbe costarci fino a quattro punti di Pil. In questo quadro, intanto, i comportamenti dei consumatori e il sentimenti delle imprese non sono da sottovalutare. Farebbe bene a tenerne conto anche la Bce, che vuole combattere l’inflazione da offerta colpendo la domanda (già insufficiente).
*( Luigi Pandolfi. Giornalista economico e saggista. Giornalista pubblicista, scrive di economia e politica su vari giornali, riviste e web magazine)

 

07 – Federico Gurgone*: «INTACCARE LA BIODIVERSITÀ È UN SUICIDIO» . INTERVISTA. LA NATURALISTA VALERIA BARBI, AUTRICE DI UN SAGGIO APPENA PUBBLICATO DA EDIZIONI AMBIENTE: «DOPO ESSERE STATI IL PROBLEMA DOBBIAMO DIVENTARE LA SOLUZIONE»

IL TERMINE BIODIVERSITY, INTRODOTTO NEL 1986 DALL’ENTOMOLOGO AMERICANO WILSON, HA DA ALLORA APERTO BRECCE NELL’IMMAGINARIO COLLETTIVO. LA NATURALISTA VALERIA BARBI DEDICA ORA ALLE NARRAZIONI SOTTESE DA TALE DEFINIZIONE IL SAGGIO CHE COSA È LA BIODIVERSITÀ OGGI (EDIZIONI AMBIENTE, PP. 264, EURO 18), IN CUI METTE ORDINE NELLE SUE MULTIFORMI DECLINAZIONI RIBADENDO COME «DOPO ESSERE STATI IL PROBLEMA DOBBIAMO DIVENTARNE LA SOLUZIONE».

Anche perché non abbiamo alternative. Esiste forse un piano B?

No, e non c’è alcun pianeta B. L’astronomo Carl Sagan, commentando una foto scattata alla Terra nel 1990 dalla sonda Voyager 1, disse che «il nostro pianeta è un granellino solitario nel grande, avvolgente buio cosmico». Pur intuendolo, continuiamo a perdere tempo – che so – col metaverso. A quanto pare, Homo sapiens non vuole emanciparsi dal perenne bisogno di affidarsi a un senso ingegneristico auto-contemplativo e fine a se stesso. Investire in una realtà virtuale sarebbe semplicemente un atto di codardia e di estremo egoismo: prendo quel che posso, tanto avrò la possibilità di costruirmi una dimensione altra. Eppure sappiamo, almeno dalla Conferenza di Stoccolma del 1972, che l’inerzia ci condurrà a un punto di non ritorno.

Lo spazio è un abisso disperato?

Di sicuro non lo è il nostro pianeta, del quale ignoriamo, a seconda dei report scientifici, tra l’86 e il 99,9 % delle forme di vita, avendo identificato 8,7 milioni di specie quando ne stimiamo un miliardo. Dei fondali oceanici, conosciamo appena il 5 %. Nessuno vuole negare il senso dell’evoluzione – basta lo sviluppo delle arti e della medicina per consolarci – ma serve ricordare che questa è indissolubilmente collegata alla biodiversità: è la natura a darci tutto. Se intacchiamo la biodiversità, perdiamo la nostra battaglia evolutiva.

E se ci elevassimo a demiurghi?

JCVI-syn3A è un microrganismo il cui genoma è stato creato in un laboratorio del Maryland, nel 2010. Evidentemente ci serviva capire se ne fossimo in grado. E certamente la genetica ne trarrà giovamento. Ma investire le stesse risorse per sostenere una delle specie in crisi per colpa nostra sarebbe stato più utile: una singola estinzione provoca effetti a cascata perché siamo tutti interconnessi. Se i coralli dovessero scomparire, la ricchezza ittica mondiale si dimezzerebbe. Inoltre, studiare una specie ignota ci porta a scoperte epocali. Per esempio, negli anni di pandemia ci siamo affidati alla PCR: la tecnica di biologia molecolare usata per processare i tamponi e studiata a partire dal Thermus aquaticus, un batterio termofilo isolato per la prima volta nelle pozze di acqua calda dello Yellowstone.

Nel 1979 James E. Lovelock ha descritto gli ecosistemi come entità indissolubilmente legate all’intera biosfera. L’ipotesi Gaia ha qualche merito?

Secondo Lovelock la biosfera contribuirebbe a mantenere stabile la temperatura globale, la salinità, il livello di ossigeno nell’atmosfera e gli altri fattori di abitabilità del pianeta, in una omeostasi perfetta. Trovo la sua teoria, filosoficamente, di qualità. Riconoscere nella natura un principio di interconnessione trasfigura ai nostri occhi la Terra in un’entità vivente composta da infiniti sotto-organismi che interagiscono positivamente. I limiti risiedono nelle falle del suo storytelling, spesso infatti ridicolizzato per bersagliare i movimenti ambientalisti. Al di là del dubbio valore scientifico, l’ipotesi Gaia offre una metafora veritiera di come funziona la Terra: se narrata nel modo giusto, può essere preziosa. Soprattutto perché siamo nel pieno della sesta estinzione di massa. Con un’aggravante: il meteorite, stavolta, siamo noi.

I Paesi ricchi hanno un debito ecologico da saldare?

Per secoli abbiamo strutturato il nostro modello economico sul concetto di debito, uno degli strumenti politici di dominio nei confronti dei Sud del mondo. Non abbiamo tuttavia mai considerato la prospettiva opposta: il degrado causato dal sovrasfruttamento delle risorse naturali nelle terre dei popoli colonizzati, sul quale abbiamo fondato il nostro «progresso» e la loro povertà. Perfino la nascita della conservazione è stata manipolata a uso e consumo degli occidentali. Ancora in questi giorni, nel Kenya settentrionale, con il pretesto della tutela vengono espropriati territori ancestrali a comunità di pastori, per altro per dubbi fini, in una sorta di neocolonialismo ecologico.

Cosa intende per biofilia, in una delle interviste inserite nel libro, Ferdinando Boero?

Boero, professore di zoologia all’Università di Napoli, sostiene che gli esseri umani possiedono uno slancio istintivo verso la natura, ma già nell’infanzia sono trattati culturalmente dai sistemi educativi in modo da rimuoverlo per sostituirlo con valori allineati al sistema economico predominante. Ma noi siamo parte della natura: allontanarla porta a disturbi del comportamento, soprattutto nell’età dello sviluppo. L’esposizione alla natura limita lo stress e ci rasserena. La curiosità e il desiderio della scoperta si sviluppano con difficoltà lontano da essa.

David Quammen, a una sua domanda, risponde che la speranza è un dovere morale e non un’emozione. È controproducente l’eco-ansia?

Certo. E non si può demandare alle nuove generazioni, infondendo un inutile senso di colpa, ogni responsabilità sui cambiamenti climatici. Urgenza c’è, ma va comunicata con cura. Già abbiamo raccontato ai giovani che andranno incontro a pandemie, guerre, instabilità professionale. Pensiamo così di favorire in loro un’attitudine proattiva? Ciò nonostante, sono consumatori più attenti, guidati da scelte etiche. E stanno lanciando movimenti di un’efficacia mai vista. La dodicenne canadese Severn Suzuki, con il suo discorso al Vertice della Terra dell’Onu nel 1992, aveva già urlato che i genitori stanno lasciando ai figli un’eredità tremenda. Ma l’impatto avuto dai moniti di Greta Thunberg è decisamente superiore.

Che farà ora?

Dal 15 luglio, per oltre un anno, con il reporter Davide Agati viaggeremo in van dall’Alaska all’Argentina allo scopo di documentare gli impatti delle attività umane sulla biodiversità attraverso le storie di chi prova a fare la differenza. Abbiamo chiamato il progetto WANE: We Are Nature Expedition. Vorremmo imparare, vivendo con le comunità contattate, le buone pratiche da esportare. In Europa, intanto, trovo interessanti le assemblee deliberative sul clima sperimentate in Francia, cui hanno partecipato, oltre agli esperti, cittadini estratti a sorte e statisticamente rappresentativi della popolazione, alla ricerca di un’intersezione tra ecologia e giustizia sociale.
*( Federico Gurgone – Teacher – Istituto Comprensivo Rugantino.)

 

08 – David Paul Goldman*: ASIA. LA PRESIDENTE DELLA CAMERA DEI RAPPRESENTANTI DEGLI STATI UNITI NANCY PELOSI VISITA IL PARLAMENTO A TAIPEI, TAIWAN, IL 3 AGOSTO 2022. ) PERCHÉ LA VISITA DI NANCY PELOSI A TAIWAN È MOLTO PERICOLOSA.
“SE GIOCATE CON IL FUOCO, FINIRETE PER BRUCIARVI”. QUESTO AVVERTIMENTO, CHE IL PRESIDENTE CINESE XI JINPING HA LANCIATO AL PRESIDENTE DEGLI STATI UNITI JOE BIDEN, ESPRIME LA RETORICA PIÙ BELLICOSA MAI USATA DALLA CINA VERSO GLI STATUNITENSI NEGLI ULTIMI DECENNI. PROBABILMENTE DA QUANDO WASHINGTON E LA REPUBBLICA POPOLARE CINESE HANNO STABILITO DELLE RELAZIONI DIPLOMATICHE, NEL 1972.
Ma perché la Cina è tanto infuriata per la visita della presidente della camera statunitense Nancy Pelosi a Taiwan, per la quale tra l’altro non ha avuto l’esplicito sostegno dell’amministrazione Biden? La risposta si trova negli accordi diplomatici siglati tra i due paesi.

All’origine delle relazioni tra Cina e Stati Uniti
Le relazioni degli Stati Uniti con la Cina cominciano con il comunicato di Shanghai del 1972. Nel documento la Cina definisce la propria posizione su Taiwan: “Quella di Taiwan è la questione centrale che ostacola la normalizzazione delle relazioni tra Cina e Stati Uniti; il governo della Repubblica Popolare Cinese è l’unico governante legale della Cina; Taiwan è una provincia della Cina che da tempo è stata riannessa alla madrepatria; la liberazione di Taiwan è una questione interna della Cina, nessun altro paese ha il diritto d’interferire; tutte le truppe e gli impianti militari degli Stati Uniti a Taiwan devono essere ritirati. Il governo cinese si oppone a qualsiasi attività volta alla creazione di ‘una Cina, una Taiwan’, ‘una Cina, due governi’, ‘due Cine’, una ‘Taiwan indipendente’, o sostenga che ‘lo statuto di Taiwan deve ancora essere determinato’”.

Nello stesso documento gli Stati Uniti rispondono: “Gli Stati Uniti riconoscono che tutti i cinesi, da entrambi i lati dello stretto di Taiwan, ritengono che esista una sola Cina e che Taiwan sia parte della Cina. Il governo degli Stati Uniti non mette in discussione questa posizione e afferma il suo interesse in una risoluzione pacifica della questione di Taiwan da parte degli stessi cinesi”.

Una visita presidenziale costituisce sempre un riconoscimento di fatto della sovranità del paese di cui si è ospiti

Rivolgendosi in maniera confidenziale ad Asia Times, uno dei membri della delegazione dell’allora presidente statunitense Richard Nixon ha dichiarato che la visita di Pelosi “viola chiaramente lo spirito del comunicato di Shanghai”. Questo a causa del ruolo costituzionalmente riconosciuto che ricopre Pelosi.

Supponiamo, infatti, che il presidente o il vicepresidente degli Stati Uniti vada in visita a Taiwan: questo contravverrebbe il comunicato di Shanghai, perché una visita presidenziale costituisce un riconoscimento di fatto della sovranità del paese in cui si è ospiti. I capi di stato non vanno mai in visita da altri capi di stato di paesi che non riconoscono. Non a caso, proprio il riconoscimento diplomatico era l’obiettivo e il risultato della visita di Nixon in Cina del 1972. Un’eventuale visita del vicepresidente – il secondo del presidente, eletto nelle stesse votazioni in cui si sceglie il capo di stato – a Taiwan equivale al riconoscimento, perché una delle funzioni del vicepresidente è rappresentare il presidente quando lui non può essere presente.

Secondo il Presidential succession act, la legge sulla successione presidenziale del 1947, in termini di autorità il presidente della camera viene subito dopo il vicepresidente. È la terza carica istituzionale degli Stati Uniti, quindi. E se una visita a Taiwan del presidente o del vicepresidente oltrepassa la linea rossa tracciata dalla Cina, quella della presidente della camera ci si avvicina molto. L’amministrazione Biden, ribadendo più volte che Pelosi è in viaggio per iniziativa personale, non fa che peggiorare le cose.

In un’intervista del 2 agosto dell’ Observer il professor Wang Wen dell’Università Renmin ha commentato il tentativo dell’amministrazione Biden di prendere le distanze da Pelosi. Gli è stato chiesto se si tratta di una scelta politica “effettivamente stupida”, o se “gli Stati Uniti stanno fingendo di essere stupidi”. Ha risposto che “gli Stati Uniti si stanno comportando da stupidi, ed effettivamente lo sono. Fingendo di esserlo significa che sanno quali sono gli interessi della Cina sulla questione di Taiwan e la sua linea rossa. Ma, nonostante questo, la calpestano ripetutamente”.

Se Biden fosse stato davvero contrario alla visita di Pelosi a Taiwan avrebbe potuto dissuaderla dal partire o, come minimo, le avrebbe potuto negare l’uso di un velivolo militare statunitense.

Così, dopo una serie di passi falsi e correzioni ufficiali – tra cui la scheda informativa del dipartimento di stato sulle relazioni degli Stati Uniti con Taiwan e l’improvvisata promessa di Biden in Giappone di difendere Taiwan da un eventuale attacco militare cinese – Pechino vede la visita di Pelosi come un tentativo di Washington di sfumare i contorni di quella linea rossa che per la Cina è la ragion d’essere dello stesso stato cinese. Tanto che il 2 agosto il ministro degli esteri cinese Wang Yi ha parlato di “perfidia” statunitense.

Non è chiaro, quindi, cos’abbia in mente l’amministrazione Biden. Ma che tutto questo sia successo per caso o per scelta, la Casa Bianca ha in ogni caso aperto una crisi molto grave.

*(David Paul Goldman, Asia Times Traduzione di Federico Ferrone, Questo articolo è stato pubblicato da Asia Times. Internazionale ha una newsletter settimanale che racconta cosa succede in Asia.)

 

09 – Francesca Sibani*:VIVA L’INDIPENDENZA. VIVA L’INDIPENDENZA È IL NUOVO NUMERO DI INTERNAZIONALE STORIA E RACCONTA LA FINE DEI GRANDI IMPERI COLONIALI ATTRAVERSO COMMENTI, REPORTAGE, ANALISI E CRONACHE DALLA STAMPA INTERNAZIONALE DELL’EPOCA.

“DECOLONIZZARE” È UNA PAROLA CHE RICORRE SPESSO DI QUESTI TEMPI. LA S’INVOCA NEI CONTESTI PIÙ VARI, DALL’UNIVERSITÀ AI MUSEI ALLA TOPONOMASTICA, IN OCCASIONE DI PROTESTE E INIZIATIVE CHE PROMUOVONO I VALORI DELL’ANTIRAZZISMO, DELLA GIUSTIZIA SOCIALE E DELLA PARITÀ DI GENERE. PER “DECOLONIZZARE” I LEADER DEI PAESI EUROPEI PRESENTANO SCUSE TARDIVE, COMMISSIONANO STUDI STORICI O DECIDONO DI RESTITUIRE LE OPERE D’ARTE TRAFUGATE NELLE EX COLONIE.

In tutto questo non stupisce che possa risultare poco chiaro cos’è stata, in origine, la “decolonizzazione”, un termine usato nei libri di storia per descrivere uno dei processi più importanti del novecento, un processo così ampio e profondo da cambiare in maniera irreversibile l’assetto mondiale.

Nei quarant’anni successivi alla fine della seconda guerra mondiale i grandi imperi coloniali fondati dalle potenze europee – Regno Unito, Francia, Paesi Bassi, Belgio, Portogallo – si sono sgretolati, in alcuni casi sono esplosi, e al loro posto sono nati nuovi stati indipendenti in Asia, in Africa e in America Centrale. Nel 1945 le Nazioni Unite erano formate da 51 paesi, nel 1960 ne contavano 99 e oggi sono 193 (e il comitato per la decolonizzazione dell’Onu ha ancora diciassette dossier da chiudere). In quei decenni alcuni paesi di nuova indipendenza e quelli dove i movimenti di liberazione erano impegnati in dure lotte per scacciare i colonialisti hanno sviluppato la consapevolezza di appartenere a un nuovo schieramento, quello che il demografo francese Alfred Sauvy chiamò “terzo mondo”.

L’IMMAGINAZIONE AL POTERE
Gli articoli raccolti in questo volume – che sono stati selezionati per rappresentare una pluralità di voci, in un periodo compreso tra la fine della seconda guerra mondiale e il 1990 (l’anno in cui fu scarcerato Nelson Mandela in Sudafrica) – raccontano una serie di processi molto diversi, dall’indipendenza negoziata di India e Pakistan alla lotta armata contro le truppe francesi in Algeria alla metodica preparazione all’autogoverno in Guinea-Bissau. Allo stesso tempo, mostrano che l’indipendenza e la liberazione furono sì frutto di grandi imprese diplomatiche e militari dei popoli colonizzati, ma anche di un immenso sforzo d’immaginazione, sul piano politico e su quello culturale.
Se da un lato l’abitante del mondo colonizzato, come lamentava lo scrittore tunisino Albert Memmi, non era “un soggetto della storia” ma ne subiva il peso “spesso più crudelmente degli altri”, dall’altro nelle colonie grandi pensatori e politici carismatici (Gandhi, Kwame Nkrumah, Frantz Fanon, Patrice Lumumba, Amílcar Cabral) riflettevano sui modelli di stato e di società da adottare per creare un’alternativa a quello imperialista, basato sullo sfruttamento e sulle gerarchie razziali. Modelli che non sempre hanno dato i risultati sperati, ma che sono la testimonianza di una grande vitalità intellettuale, che oggi è giusto riscoprire.
*( Francesca Sibani, giornalista di Internazionale)

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