n° 26 del 26 Giugno 2021 – RASSEGNA DI NEWS NAZIONALI E INTERNAZIONALI. NEWS DAI PARLAMENTARI ELETTI ALL’ESTERO

01 – Schirò (Pd)*: detrazioni e prestazioni familiari all’estero: tra rinvii e incertezze

02 – La Marca (Pd): informazioni per chi rientra dal Canada e dagli stati uniti. Restano le restrizioni per il Messico e per i paesi del centro America.

03 – SCHIRÒ (PD): IL NO dell’ade alla detassazione delle pensioni INPS in Bulgaria. Ho provato con fermezza e impegno tutte le strade percorribili ma mi sono imbattuta innanzitutto contro l’illogicità della legge e poi contro l’inflessibile e intirizzito muro della burocrazia.

04 – Nadia Urbinati*: Se le scuole cattoliche temono la legge Zan, rinuncino ai soldi pubblici. La Santa Sede ha ufficialmente chiesto al governo di “rimodulare” il testo del disegno di legge Zan perché nella forma attuale configurerebbe una violazione del Concordato mettendo a rischio “la piena libertà” della Chiesa cattolica.

05 – La Marca (Pd): servizi consolari, Spid, associazioni e patenti di guida in Québec nel mio intervento nel comitato per gli italiani nel mondo della camera.

06 – Schirò (Pd). Il drammatico stato dei servizi consolari al centro del mio intervento al comitato permanente sugli italiani nel mondo.

07 – Anna Maria Merlo*: L’Europa dei diritti dimentica i migranti. Diritti. Contro la discriminazione delle persone Lgbtqi+ l’Unione ritrova la sua anima. Ma sull’accoglienza è la linea Orbán ad avere la meglio.

08 – Felice Besostri*: Istruzioni per ridare credibilità al Parlamento. Prima una legge elettorale che garantisca ai cittadini un reale potere di scelta. E poi la riforma del meccanismo di elezione del presidente della Repubblica, all’insegna della trasparenza. Così deputati e senatori potrebbero riacquistare la fiducia perduta degli italiani.

09 – In America Latina le classi restano vuote. Per la prima volta da oltre un anno, questo mese piccoli gruppi di bambini sono entrati, con i loro zaini e il loro chiacchiericcio, in alcune scuole di Città del Messico. Si tratta di una riapertura molto cauta.

10 – Francesca Lazzarato*: Morales, una incontinenza verbale si avventa sul dicibile. Scrittrici spagnole. Nella cornice di un procedimento giudiziario e di una fuga, quattro donne della stessa famiglia esibiscono ognuna la propria disabilità intellettiva: «Lettura facile», da Guanda

11 – Rinnovo passaporto a Londra, va sempre peggio. Qualcuno svegli il Console Marco Villani

Perché sembra stia dormendo. Gli italiani residenti sono imbestialiti.

12 – Intanto nel mondo. Togoga, regione del Tigrai, Etiopia, 23 giugno 2021. Una donna viene portata in ospedale dopo il bombardamento sul mercato.

13 – AREALE*: LA DEFINIZIONE DI ECOCIDIO. PARLANDO DI SCALA SETTIMANALE, QUESTA SETTIMANA È SUCCESSO QUALCOSA DI IMPORTANTE, A MODO SUO STORICO.

 

 

01 – SCHIRÒ (PD): DETRAZIONI E PRESTAZIONI FAMILIARI ALL’ESTERO: TRA RINVII E INCERTEZZE. NON APPENA CI SIAMO RESI CONTO CHE L’INTRODUZIONE DELL’ASSEGNO UNICO UNIVERSALE IN ITALIA AVREBBE POTUTO COMPORTARE LA SOPPRESSIONE DELLE PRESTAZIONI FAMILIARI E DELLE DETRAZIONI PER I FIGLI A CARICO ATTUALMENTE EROGATE AI NOSTRI CONNAZIONALI RESIDENTI ALL’ESTERO, ABBIAMO SEGNALATO I RISCHI E SOLLECITATO I MINISTERI COMPETENTI AD INTERVENIRE PER NON PENALIZZARE LE NOSTRE COLLETTIVITÀ. TUTTAVIA IL PERICOLO PER ORA SEMBRA ESSERE STATO RIMANDATO A GENNAIO 2022 QUANDO LA NUOVA NORMATIVA – CHE SAREBBE DOVUTA PARTIRE GIÀ DAL PROSSIMO LUGLIO – ENTRERÀ IN VIGORE A PIENO REGIME. Roma, 22 Giugno 2021

Ma cosa è successo? Il Governo ha realizzato che non c’era tempo entro luglio per disporre e applicare i decreti attuativi della norma sull’Assegno unico contenuta nel Decreto Sostegni bis ed ha deciso quindi di rimandare all’anno prossimo le norme previste dalla legge delega ma nel contempo, nelle more di attuazione della legge delega, si è deciso di introdurre a decorrere dal 1° luglio 2021 e fino al 31 dicembre 2021 un assegno temporaneo (per i residenti in Italia) destinato alle famiglie con figli minori che non abbiano diritto ai vigenti assegni per il nucleo familiare.

Inoltre tra le misure temporanee è stato previsto che a decorrere sempre dal 1° luglio 2021 e fino al 31 dicembre 2021, gli importi mensili dell’assegno per il nucleo familiare già in vigore siano maggiorati dai 37,5 ai 55 euro. Questi aumenti, salvo sorprese, dovrebbero applicarsi anche ai percettori di ANF residenti all’estero.

Ma perché a partire dal prossimo anno, e sempre che Governo e Parlamento non intervengano per salvaguardare i diritti acquisiti dei nostri connazionali residenti all’estero, questi ultimi potrebbero essere privati delle detrazioni e delle prestazioni familiari italiane?

Lo ricordiamo: la legge sull’Assegno unico universale – prestazione di sostegno alle famiglie – porterà a regime all’abolizione delle detrazioni per i figli a carico e degli assegni familiari (ma anche dei numerosi bonus per la genitorialità introdotti negli anni).

L’abolizione di detrazioni e assegni familiari a partire dall’anno prossimo se da una parte non danneggerebbe i residenti in Italia perché essi percepiranno in sostituzione ed in compensazione il nuovo Assegno unico, dall’altra parte potrebbe invece arrecare danno ai nostri connazionali residenti all’estero i quali attualmente percepiscono le prestazioni familiari (anche grazie alle convenzioni di sicurezza sociale) e usufruiscono delle detrazioni per i figli, ma che, una volta che queste prestazioni saranno ufficialmente abolite, non potranno usufruire dell’Assegno unico perché la legge stabilisce che esso è inesportabile all’estero.

Tuttavia saranno i decreti attuativi a definire i dettagli applicativi per ottenere l’Assegno secondo i principi dettati dalla legge delega già approvata dal Parlamento italiano; in quest’ultimo contesto sarebbe quindi opportuno che il Governo valuti la possibilità di introdurre delle deroghe alla legge, non certamente per elargire trattamenti di favore per i nostri connazionali all’estero, ma per fare in modo che le prestazioni attualmente erogate non siano soppresse ma bensì semplicemente mantenute.

Per questi motivi ho scritto ai ministeri competenti di questo Governo per chiedere che essi dimostrino discernimento, raziocinio e sensibilità politici tali da adottare negli schemi dei decreti attuativi che saranno trasmessi alle Camere, o in altri provvedimenti legislativi, disposizioni correttive e/o integrative della legge delega che salvaguardino i diritti dei nostri connazionali emigrati. Permane purtroppo tanta incertezza, e dovremo quindi vigilare con attenzione che Governo e Parlamento non ignorino – per trascuratezza o indifferenza – i diritti dei nostri connazionali.

*(Angela Schirò – Deputata PD – Rip. Europa – – Camera dei Deputati)

 

02 – La Marca (Pd): INFORMAZIONI PER CHI RIENTRA DAL CANADA E DAGLI STATI UNITI. RESTANO LE RESTRIZIONI PER IL MESSICO E PER I PAESI DEL CENTRO AMERICA

L’annuncio dell’estensione della più favorevole regolamentazione per l’ingresso in Italia prevista per i paesi dell’UE a coloro che provengono da Stati Uniti, Canada e Giappone ha suscitato un forte interesse e una diffusa richiesta di chiarimenti. 22 giugno 2021

 

PER QUESTO, TORNO SU QUESTI ASPETTI NELLA SPERANZA DI CONTRIBUIRE A DARE ALCUNE INFORMAZIONI UTILI.

Con la recente ordinanza del Ministro Speranza, valida per ora dal 21 giugno al 30 luglio, si allarga notevolmente la possibilità di ingresso in Italia, finora legata ai voli Covid-tested in partenza da Stati Uniti e Canada.

Infatti, si stabilisce che chi proviene da Canada, Stati Uniti e Giappone ed è in possesso dei requisiti previsti dalla “Certificazione verde Covid” può entrare in Italia senza essere soggetto a tampone e isolamento fiduciario (quarantena).

Deve però compilare il digital Passenger Locator Form e comunicare la presenza all’azienda sanitaria competente per poter essere rintracciato in caso di contatti con positivi al Covid.

IN CHE CONSISTE LA COSIDDETTA “CERTIFICAZIONE VERDE” PER I VIAGGIATORI DAL CANADA E DAGLI USA?

– Nell’attestazione di essere stato vaccinato anti SARS-CoV-2 con vaccino riconosciuto dall’EMA da almeno 14 giorni.

Oppure

– NELL’ATTESTAZIONE DI ESSERE GUARITO DA COVID-19 E DI AVERE ULTIMATO LA FASE DI ISOLAMENTO.

Oppure

– DI AVERE EFFETTUATO, NELLE 48 ORE PRECEDENTI L’ARRIVO, UN TAMPONE ANTIGENICO RAPIDO O MOLECOLARE, CON ESITO NEGATIVO.

Attenzione: ciascuna delle due prime attestazioni deve essere rilasciata esclusivamente dai paesi di provenienza, da individuare caso per caso secondo le regole in essi vigenti (medico di base, unità sanitaria territoriale, ecc. A questo proposito, vi preghiamo di rivolgervi al vostro medico. Non è possibile dall’Italia fornire informazioni dettagliate che riguardano esclusivamente le autorità sanitarie del Canada e gli Stati Uniti).

– I BAMBINI SOTTO I SEI ANNI SONO SEMPRE ESENTATI DAI TEST MOLECOLARI.

– I RAGAZZI ENTRO I 18 ANNI SONO ESENTATI DALLA QUARANTENA, QUANDO SIA PREVISTA, SE IN COMPAGNIA DI UN ADULTO IN POSSESSO DELLA DOCUMENTAZIONE PREVISTA DALLA “CERTIFICAZIONE VERDE COVID”.

Attenzione: se non si possiede una “CERTIFICAZIONE VERDE” nei termini sopra indicati, si può comunque entrare/rientrare in Italia seguendo la disciplina generale per ingressi rientri dai Paesi dell’Elenco D e rispettare la quarantena di dieci giorni. Vai al link Elenco D

 

COS’È IL MODULO PER LA LOCALIZZAZIONE IN FORMATO DIGITALE (DIGITAL PASSENGER LOCATOR FORM)?

Si tratta di un semplice modulo adatto a raccogliere informazioni sui contatti e sull’indirizzo di permanenza del passeggero e della sua famiglia, di cui le autorità sanitarie italiane potranno eventualmente servirsi per comunicazioni relative all’esposizione a rischi di contagio. Insomma, uno strumento precauzionale, ma indispensabile per potere salire in aereo.

Per scaricarlo si consiglia di consultare il sito del Passenger Locator Form digitale Europeo, il sito web del Ministero della Salute oppure di rivolgersi al proprio vettore aereo.

Mi sono direttamente interessata con il Ministro degli esteri, inoltre, per fare in modo che le nostre autorità richiedano a quelle di Stati Uniti e Canada un rapporto di reciprocità per gli ingressi nei rispettivi paesi, affinché siano superate al più presto le ingiustificate restrizioni riguardanti coloro che pur avendo regolari visti di ingresso, devono soggiacere a quarantena.

Le regole che ho appena indicato, ripeto, valgono per chi arriva da Canada, Stati Uniti e Giappone, ma NON VALGONO per coloro che risiedono in Messico e negli altri paesi del Centro America, per i quali la regolamentazione non è cambiata rispetto al recente passato a causa del diverso andamento epidemiologico tra le diverse aree.

In ogni caso e assolutamente consigliabile consultare le informazioni, aggiornate quotidianamente sul sito del Ministero degli esteri italiano – VIAGGIARESICURI.IT – e sul sito del Consolato di riferimento.

Così come è opportuno controllare le informazioni fornite dalle autorità sanitarie dei paesi di residenza per il rientro. È indispensabile inoltre controllare sempre le disposizioni fornite dalle compagnie aeree con le quali si vola.

Allora, tranquillo e sereno arrivo in Italia.

*(Francesca La Marca PD)

 

03 – Schirò (Pd): IL NO DELL’ADE ALLA DETASSAZIONE DELLE PENSIONI INPS IN BULGARIA. Ho provato con fermezza e impegno tutte le strade percorribili ma mi sono imbattuta innanzitutto contro l’illogicità della legge e poi contro l’inflessibile e intirizzito muro della burocrazia. 23 giugno 2021

La risposta definitiva dell’ADE (Agenzia delle Entrate) alla mia richiesta di intervento sull’anomalia della convenzione tra Italia e Bulgaria contro le doppie imposizioni fiscali è la seguente: “In conclusione, sulla base del vigente quadro normativo applicabile alla fattispecie rappresentata, l’INPS è tenuto ad applicare le ritenute alla fonte, previste dal citato articolo 23 del D.P.R. del 29 settembre 1973, n. 600, sugli emolumenti corrisposti ai pensionati che, seppur residenti in Bulgaria ai sensi della vigente normativa interna di tale Stato, non risultano in possesso della cittadinanza bulgara”.

In sostanza le pensioni erogate dall’Inps ai nostri connazionali residenti in Bulgaria continueranno ad essere tassate alla fonte, e cioè in Italia, a meno che gli interessati non abbiano acquisito o acquisiscano la nazionalità bulgara (giova ricordare comunque che tali pensioni in virtù dell’articolo 22 della stessa Convenzione non possono essere tassate anche dalla Bulgaria – proprio per evitare una doppia tassazione.

Rimane il fatto, ovviamente, che le aliquote fiscali italiane sono molto più alte di quelle bulgare e per i nostri pensionati sarebbe più conveniente che fosse la Bulgaria a tassare le pensioni e non l’Italia.

Come si ricorderà proprio per correggere l’anomalia della Convenzione contro le doppie imposizioni fiscali tra Italia e Bulgaria ero intervenuta, nel corso del 2020, con una interrogazione parlamentare al Governo (ha risposto Il Ministero del Lavoro) e con interventi politici presso il Dipartimento delle Finanze del MEF.

L’anomalia sta nel fatto che mentre quasi tutte le convenzioni fiscali stipulate dall’Italia prevedano – come prescritto dall’OCSE – la tassazione delle pensioni delle gestioni private (tipo Inps) nel Paese di residenza, quella con la Bulgaria, a causa di una misteriosa clausola della convenzione di cui non né si conosce né si capisce il motivo, prevede la tassazione in Italia a meno che non si possegga la nazionalità bulgara. Per correggere questa situazione penalizzante e ingiusta per i nostri pensionati residenti in Bulgaria, e considerata realisticamente l’impraticabilità di una pronta modifica della convenzione, avevo suggerito al Direttore dell’Agenzia delle Entrate di valutare l’opportunità di dare disposizioni all’Inps, e alle sue strutture territoriali, di considerare utile al buon esito delle domande di esenzione dall’imposizione in Italia di pensione delle gestioni previdenziali dei lavoratori privati la certificazione attestante la qualità di residente fiscale in Bulgaria rilasciata dalle competenti autorità fiscali bulgare anche se essa non contiene il riferimento alla Convenzione per evitare la doppia imposizione in vigore tra l’Italia e la Repubblica di Bulgaria.

In questo modo l’Inps sarebbe stato in grado di detassare la pensione degli italiani residenti in Bulgaria, così come d’altronde praticamente previsto dalla convenzione contro le doppie imposizioni fiscali, venendo incontro alle pressanti e legittime richieste dei nostri pensionati residenti in Bulgaria, considerato che sia il Governo nella risposta alla mia interrogazione, sia il Dipartimento delle Finanze del MEF in risposta ad una mia richiesta, avevano manifestato la loro disponibilità ad una soluzione amministrativa della controversia.

Ma l’Agenzia delle Entrate, nella sua ultima risposta inviatami il 21 giugno u.s. ha ribadito che “l’INPS può applicare l’articolo 16 della Convenzione, che prevede la tassazione esclusiva delle pensioni nello Stato di residenza del beneficiario (nel caso di specie in Bulgaria), non operando la ritenuta prevista dalla normativa italiana, solo a fronte dell’attestazione da parte delle competenti Autorità estere del possesso del requisito della residenza previsto dalla Convenzione e, dunque, del possesso della cittadinanza bulgara del pensionato.“.

In sostanza, sulla base dell’accordo internazionale attualmente in vigore tra i due Stati, i benefici convenzionali possono essere riconosciuti alle persone fisiche che, in relazione alla Bulgaria, siano in possesso della cittadinanza di tale Stato.

Cosa fare ora? Fermo restando il fatto che la competenza tecnico giuridica dell’ADE è limitata all’interpretazione ed all’applicazione della vigente normativa interna ed internazionale riguardante la materia tributaria e, pertanto, non si estende all’attivazione di contatti con le competenti Autorità fiscali estere finalizzati alla modifica dei vigenti Trattati, dovranno essere nuovamente attivati al riguardo i contatti con il Dipartimento delle Finanze del MEF e con il Ministro degli Affari Esteri affinché si attivino i canali e i percorsi politici e amministrativi per la revisione della vigente Convenzione fiscale. Io ovviamente non lascerò nulla di intentato, ma non sarà facile.

*(Angela Schirò Deputata PD – Rip. Europa – Camera dei Deputati)

 

04 – Nadia Urbinati*: SE LE SCUOLE CATTOLICHE TEMONO LA LEGGE ZAN, RINUNCINO AI SOLDI PUBBLICI. LA SANTA SEDE HA UFFICIALMENTE CHIESTO AL GOVERNO DI “RIMODULARE” IL TESTO DEL DISEGNO DI LEGGE ZAN PERCHÉ NELLA FORMA ATTUALE CONFIGUREREBBE UNA VIOLAZIONE DEL CONCORDATO METTENDO A RISCHIO “LA PIENA LIBERTÀ” DELLA CHIESA CATTOLICA. 24 giugno

È evidente che la questione non riguarda la libertà delle scuole cattoliche, ma di quelle scuole cattoliche che ricevono finanziamenti pubblici (le parificate).  È questo un attentato alla libertà di opinione e di culto?

Se una scuola confessionale sceglie di accedere ai finanziamenti pubblici, la sua “libertà” cessa di essere “piena” perchè deve sottostare alle leggi che lo Stato stabilisce.

La Santa Sede ha ufficialmente chiesto al governo di “rimodulare” il testo del disegno di legge Zan perché nella forma attuale configurerebbe una violazione del Concordato mettendo a rischio “la piena libertà” della Chiesa cattolica.

Nel Concordato (rivisto nel 1984) si assicura alla Chiesa la «libertà di organizzazione, di pubblico esercizio di culto, di esercizio del magistero e del ministero episcopale» (comma 1) e si garantiscono «ai cattolici e alle loro associazioni e organizzazioni la piena libertà di riunione e di manifestazione del pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione» (comma 2).

La “piena libertà” sarebbe dunque “a rischio” a causa soprattutto dell’articolo 7 del disegno di legge Zan, dove si esclude l’esenzione alle scuole private dall’organizzare attività in occasione della costituenda Giornata nazionale contro l’omofobia, la lesbofobia e la transfobia. Qui sta il tema del contendere.

È evidente che la questione non riguarda la libertà di tutte le scuole cattoliche, ma soltanto di quelle scuole cattoliche che ricevono finanziamenti pubblici (le parificate).  È questo un attentato alla libertà di opinione e di culto?

Se una scuola confessionale sceglie di accedere ai finanziamenti pubblici, la sua “libertà” cessa di essere “piena” perché deve sottostare alle leggi che lo Stato stabilisce. L’art. 33 della Costituzione che contempla una scuola privata “senza oneri per lo Stato” tutelerebbe la “piena libera”. Ma la Chiesa vuole i soldi pubblici.

Se l’idea di “pubblico” è (come oggi) estesa per comprendervi anche le scuole private (laiche o confessionali) che a certe condizioni (pubbliche) vengono ad essere parificate, perché stupirsi se il privato perde parte della propria libertà? Fino a quando non ci sono in ballo questioni di principio, la tensione non appare. Ma col disegno di legge Zan questi nodi vengono al pettine.

Il clero è preoccupato che la libertà di espressione venga compressa dalle nuove norme e che «non si possa più svolgere liberamente l’azione pastorale, educativa, sociale». E perché mai?

Nelle chiese, nelle associazioni cattoliche e nelle scuole confessionali che non ricevono finanziamenti pubblici nessuno può sindacare quel che vi si dice o crede.

L’azione del Vaticano ha spiazzato la maggioranza, che è divisa anche all’interno dei singoli partiti, a cominciare dal Pd. Ora, si può discutere sull’opportunità che uno stato di diritto abbia una legge che nomina esplicitamente le minoranze da non offendere; si può discutere sull’opportunità di inserire in un testo di legge una troppo stretta relazione tra quel che si dice con quel che si fa. Ma l’argomento della Santa Sede è molto diverso.

Nessuno toglie a un cattolico la libertà di pensiero sulla famiglia e il matrimonio. Ma questa libertà trova un limite se e laddove si parla di istituti educativi che scelgono di accedere ai finanziamenti pubblici. La clausola «senza oneri per lo Stato» è la condizione per la «libertà piena» degli istituti educativi cattolica.

*(Nadia Urbinati, red. Domani)

 

05 – La Marca (Pd): SERVIZI CONSOLARI, SPID, ASSOCIAZIONI E PATENTI DI GUIDA IN QUÉBEC NEL MIO INTERVENTO NEL COMITATO PER GLI ITALIANI NEL MONDO DELLA CAMERA.

Nel corso dell’audizione con il Sottosegretario Benedetto Della Vedova, titolare della delega per gli italiani all’estero, avvenuta nel Comitato per gli italiani nel mondo della Camera, sono intervenuta per richiedere l’attenzione e l’intervento del governo su alcune questioni di forte sensibilità per i nostri connazionali.

Prima di tutto ho richiesto, come già fatto al Ministro Di Maio e con la presentazione di un emendamento all’ultimo decreto, un intervento immediato e straordinario per ripristinare l’efficienza degli uffici consolari, dai quali i connazionali non riescono ad avere risposte in tempi ragionevoli, né per gli appuntamenti né per il disbrigo delle pratiche.

Anche per le difficoltà di avere servizi elementari in tempi utili dalla rete estera, ho poi sollecitato una accelerazione della possibilità di accedere al sistema SPID in Nord America, dove i connazionali incontrano ancora molte difficoltà ad attivare la loro identificazione.

Ho sollecitato, inoltre, maggiore attenzione sulla situazione di seria crisi in cui si trovano molte associazioni italiane a causa del prolungato fermo delle loro attività, unica forma di auto-sostentamento. A questo proposito ho chiesto la costituzione di un fondo di ristoro per evitare la perdita di questi essenziali promotori di italianità El mondo.

Sono tornata, infine, sull’ormai annosa questione dell’accordo con il Québec sul reciproco riconoscimento delle patenti di guida, che dopo una serie di scambi di documenti tra le parti, speriamo si possa finalmente chiudere a seguito della risposta che dovrà dare il nostro ministero dei trasporti. Il Sottosegretario Della Vedova, a questo proposito, ha promesso il suo interessamento che si aggiunge a quello di tutti gli altri soggetti che ho finora sollecitato.

*(On./Hon. Francesca La Marca, Ph.D. – Circoscrizione Estero, Ripartizione Nord e Centro America- Electoral College of North and Central America)

 

06 – SCHIRÒ (PD). IL DRAMMATICO STATO DEI SERVIZI CONSOLARI AL CENTRO DEL MIO INTERVENTO AL COMITATO PERMANENTE SUGLI ITALIANI NEL MONDO. Lo stato dei servizi consolari è ormai insostenibile per un paese che vuole riaprirsi ai rapporti con il mondo e rilanciare i suoi interessi in campo internazionale. 24 giugno 2021

I connazionali non riescono ad avere risposte in tempi accettabili nemmeno per gli adempimenti più necessari ed urgenti, quali il rinnovo di un passaporto o di una carta d’identità. Senza contare le lentezze con cui procedono il rilascio carta di identità elettronica e l’entrata a regime del sistema SPID per gli italiani all’estero.

È questo il richiamo che ho sentito di dover ribadire, dopo averlo già fatto in Aula il 16 giugno, nel Comitato per gli italiani nel mondo della Camera dei Deputati in occasione dell’audizione del sottosegretario Benedetto Della Vedova titolare delle deleghe per le materie che ci interessano.

La piena operatività del sistema dei servizi della nostra rete estera è diventata la vera priorità tra gli interventi per gli italiani all’estero. Alla cronica carenza di personale, alla quale solo in parte si è posto rimedio con i recenti concorsi, si sono aggiunte le limitazioni dovute alle turnazioni e altre restrizioni imposte dalla pandemia.

La situazione – ripeto – è diventata insostenibile come emerge da un semplice ascolto delle voci e delle proteste che provengono da ogni area del mondo.

È necessario, dunque, procedere al più presto con un piano straordinario di interventi volti a riattivare i consolati e a riassorbire il pregresso che si è accumulato.

Più personale, più digitalizzazione, più semplificazione: sono queste le leve da muovere con urgenza per superare una situazione che nega i diritti ai cittadini italiani che risiedono all’estero e rallenta la ripresa del paese.

*(Angela Schirò – Deputata PD – Rip. Europa -Camera dei Deputati)

 

07 – Anna Maria Merlo*: L’EUROPA DEI DIRITTI DIMENTICA I MIGRANTI. DIRITTI. CONTRO LA DISCRIMINAZIONE DELLA PERSONE LGBTQI+ L’UNIONE RITROVA LA SUA ANIMA. MA SULL’ACCOGLIENZA È LA LINEA ORBÁN AD AVERE LA MEGLIO.

 

La discussione di fondo sui “valori fondamentali” dell’Unione europea a proposito della legge ungherese, che rappresenta una «minaccia contro i diritti fondamentali, in particolare il principio di non-discriminazione a causa dell’orientamento sessuale», come è scritto nella lettera firmata da 17 capi di stato e di governo (18 se si tiene conto della “favorevole neutralità” del Portogallo, che ha la presidenza del Consiglio Ue), «non è mai stata così profonda e onesta, almeno per quanto mi ricordi» ha commentato Angela Merkel, al suo ultimo vertice dei capi di stato e di governo e veterana dei summit. In primo piano, anche gli altri due primi ministri da più tempo in carica tra i 27: su fronti opposti, l’ungherese Viktor Orbán e l’olandese Mark Rutte, che ha invitato l’Ungheria a uscire dalla Ue se non è d’accordo con i suoi fondamenti.

 

LA SPACCATURA È tra l’ovest e il nord da un lato (tra i 17 ci sono tutti i paesi della “vecchia Europa” e dall’est hanno aderito solo Estonia e Lettonia) e la cosiddetta “nuova Europa” dall’altro. «Non è un problema Viktor Orbán – ha commentato Emmanuel Macron – ma il crescente anti-liberalismo di società che oggi sono attratte da modelli politici contrari ai nostri valori»: succede in Ungheria, in Polonia, ma anche altrove, «come arrivano a questo alcuni popoli?». Per Macron siamo di fronte a «una forma di deriva», che va contrastata ridando «contenuto, prospettiva, senso» alle forze democratiche.

La Commissione, con una lettera inviata a Orbán dai commissari Didier Reynders (Giustizia) e Thierry Breton (Mercato interno), attende una risposta entro fine mese per poi, eventualmente, agire contro Budapest. Contro l’Ungheria è già stato utilizzato l’articolo 7, per il non rispetto dello stato di diritto (come contro la Polonia), c’è stato il riferimento alla “condizionalità” dei versamenti del Recovery Plan: ma entrambe queste iniziative sono di fatto spuntate, la prima per i tempi lunghi della procedura, che prevede alla fine un voto all’unanimità che non ci sarà (Polonia e Ungheria si tengono bordone), la seconda è stata annacquata e congelata in attesa del risultato del ricorso di Budapest e Varsavia alla Corte di Giustizia, che non prevede una sentenza prima di due anni. Le ultime minacce rischiano di fare la stessa fine (molti paesi, anche la Francia, non sono d’accordo nel “punire” finanziariamente l’Ungheria).

La reazione della Ue, questa volta è stata importante e onesta, come dice Merkel. Segna anche l’esistenza di un’opinione pubblica europea, in un’Unione accusata di essere un non-stato senz’anima. Ma non è il primo scarto guidato da Orbán.

NEL 2015, AL MOMENTO della “crisi dei migranti” a causa della guerra in Siria, l’Ungheria era stata alla punta del rifiuto della solidarietà dell’accoglienza. Anche allora erano stati evocati i “valori”, ma senza grande forza. L’accoglienza della Germania, in quell’occasione, aveva salvato l’anima della Ue. Ma, con il passare del tempo, è purtroppo la “linea Orbán” che ha avuto la meglio. Al Consiglio europeo, ai paesi del sud (Italia, Grecia, Spagna) che chiedono di non essere lasciati soli, non solo l’est ha di nuovo alzato il muro del rifiuto di condividere il “fardello”. Anche i grandi paesi che sono già in campagna elettorale – Germania e Francia – hanno optato per la soluzione del denaro e del rafforzamento delle “difese”, nel bilancio Ue 2021-2027 ci sono 18 miliardi destinati al controllo delle frontiere esterne e al contenimento dell’immigrazione non voluta. La Commissione propone dei “canali legali” di entrata, ma la questione è a un punto morto.

IL PATTO GLOBALE per la migrazione, proposto dalla Commissione nel settembre 2020 resta nei cassetti, a parte l’accordo sull’Agenzia per l’asilo. Nessuno solleva il rispetto dei “valori”, quando l’International Rescue Committee parla di condizioni “orribili” di detenzione dei migranti in Libia o quando vengono rivelati i numeri dei morti nel Mediterraneo (più di 500 dall’inizio dell’anno).

L’Europa fortezza si barrica dietro Frontex e ignora le inchieste che denunciano le pratiche dei respingimenti. La Ue punta a risolvere i problemi con i soldi, altri 3,5 miliardi alla Turchia con il rinnovo dell’accordo del 2016, perché si tenga gli esuli siriani, finanziamenti anche per Giordania e Libano, “formazione” per i guardiacoste libici. Ai paesi d’origine, reticenti a riprendersi i loro cittadini arrivati illegalmente nella Ue, per esempio la Tunisia, gli aiuti finanziari sono correlati a minacce sui visti, che saranno limitati se non accettano i ritorni forzati.

In Danimarca, il governo a guida social-democratica, propone di “esternalizzare” verso paesi africani – nella lista ci sono Ruanda e Egitto – i richiedenti asilo e l’analisi delle richieste, per evitare arrivi precipitati sul territorio poi difficile da gestire. La Grecia costruisce muri.

 

08 – Felice Besostri*: ISTRUZIONI PER RIDARE CREDIBILITÀ AL PARLAMENTO. PRIMA UNA LEGGE ELETTORALE CHE GARANTISCA AI CITTADINI UN REALE POTERE DI SCELTA. E POI LA RIFORMA DEL MECCANISMO DI ELEZIONE DEL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA, ALL’INSEGNA DELLA TRASPARENZA. COSÌ DEPUTATI E SENATORI POTREBBERO RIACQUISTARE LA FIDUCIA PERDUTA DEGLI ITALIANI.

 

Contro il rosatellum ci sono già due ricorsi: uno al tribunale civile di roma e l’altro alla corte d’appello di Messina.  L’attuale procedura per eleggere il capo dello stato non prevede che ci siano candidati

La maggioranza Draghi è – volendo usare un’espressione antiquata – una maggioranza bulgara sia al Senato, dove può contare sull’81,61% dei voti, che alla Camera dei deputati, dove i voti a sostegno sono l’84,92%.

Al momento una alternativa non c’è, e non ci sarà almeno fino all’elezione del presidente della Repubblica nel gennaio 2022, dove si formerà una maggioranza presidenziale, non necessariamente coincidente con quella di governo, anche se l’eletto fosse proprio l’attuale presidente del Consiglio, come troppi hanno, incautamente, dato per scontato.

Le nostre istituzioni sono in crisi da anni e la pandemia ha reso solo più evidente questa crisi, che ha le sue radici nella crisi del sistema politico dei partiti rappresentati nel Parlamento, che non è più quello della Prima Repubblica e che, peraltro, non è mai stato quello previsto dalla Costituzione nel suo articolo 49, mai attuato, in cui si prescrive che: «Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale».

Paradossalmente la crisi si è accentuata con le scelte dettate dalla volontà di assicurare la stabilità degli esecutivi, la cosiddetta governabilità, attraverso una riforma della legge elettorale da proporzionale a maggioritaria, con prevalenza iniziale di collegi uninominali pari ai 3/4 dei seggi (Mattarellum) e successivamente grazie a un premio di maggioranza bipolarizzante nelle intenzioni. Il progetto è fallito nei fatti e, per di più, era fondato su una legge elettorale, la n. 270/2005, conosciuta come Porcellum, con la quale si sono svolte le elezioni del 2006, 2008 e 2013 finché non è stata dichiarata incostituzionale, negli aspetti essenziali di premio di maggioranza e liste totalmente bloccate, in una storica sentenza della Consulta, la n. 1 del 2014. In questi ultimi quindici anni al popolo italiano, al quale apparterrebbe la sovranità, è stato garantito il diritto di voto, ma non quello di eleggere i propri rap- presentanti, rubato nel 2005 e mai più restituito.

Il Parlamento eletto nel 2013, infatti ha approvato una legge, la n. 52/2015, l’Italicum, funzionale alla deforma costituzionale sconfitta nel referendum del 4 dicembre 2016, anch’essa incostituzionale per i motivi della sentenza della Corte costituzionale n. 35/2017, e ha concluso la legislatura con l’approvazione della legge n. 165/2017, il Rosatellum, con otto voti di fiducia, tre alla Camera e cinque al Senato – in violazione dell’art. 72 della Costituzione che per i disegni di legge in materia elettorale prescriverebbe la «procedura normale di esame e di approvazione diretta da parte della Camera» – a ridosso dello scioglimento delle Camere e della convocazione dei comizi elettorali per il 4 marzo 2018 disposti con i due decreti del presidente della Repubblica del 28 dicembre 2017, nn. 208 e 209.

Questa concatenazione di atti e tempi escludeva ogni possibile tempestiva impugnazione in via incidentale in tempo utile per un esame della costituzionalità della lontana la possibilità teorica di un ricorso per conflitto d’attribuzione promosso da un singolo parlamentare, stabilita soltanto due anni dopo con ordinanza n. 17/2019 della Consulta.

La crisi delle istituzioni ha portato con sé una perdita di prestigio dei loro componenti, salvo il presidente della Repubblica, e a fasi alterne il presidente del Consiglio, resa evidente dalla costante diminuzione della partecipazione al voto, una volta eccezionalmente alta in Italia, ancora il 90,62 % nel 1979 e rimasta superiore all’ 80% fino alle elezioni del 2008, per cadere al 75,20% del 2013 e al 72,94% del 2018: guarda caso in coincidenza con la fine del bipolarismo, che si era cercato di imporre con le leggi elettorali. In termini assoluti si sono perduti più di sei milioni di votanti tra il 2006, le prime elezioni con la Circoscrizione estero, e il 2018 e quattro milioni di votanti rispetto al 1979, quando però il corpo elettorale era composto da 42.203.354 cittadini, molti meno dei 50.835.751 del 2018.

La classe politica parlamentare era votata dai cittadini, ma non eletta, e il disprezzo si è manifestato con il consenso popolare al taglio dei vitalizi effettuato con deliberazioni degli Uffici di presidenza delle Camere, invece che con legge, per fare in fretta, ma soprattutto per mettersi a riparo con l’autodichia da un possibile un magistrato: una furbizia che si è tradotta in un boomerang. Ma il sacrificio degli ex parlamentari non bastava, bisognava colpire quelli in carica, con una riduzione consistente del 36,5% approvata in tutta fretta nel 2019 alla Camera addirittura in seconda votazione, con la maggioranza dei due terzi dei suoi componenti, nella seduta dell’8 ottobre 2019 e consacrata da 17.913.089 di italiani, il 68,77% dei votanti, nel referendum costituzionale del settembre 2020.

Come ricostruire un rapporto con il popolo, cui appartiene la sovranità, da parte di un Parlamento percepito come non rappresentativo? Questo Parlamento, benché frutto di una legge che ha bloccato tutte le candidature comprese quelle uninominali maggioritarie, sconfessione eclatante di un voto libero e personale, come richiesto dall’art. 48 della Costituzione, deve riscattarsi e riaffermare la sua centralità, come organo costituzionale.

Questa XVIII legislatura dovrebbe prendere esempio dalla XI, in carica dal 23 aprile 1992 al 14 aprile 1994, per un totale di 722 giorni.

È stata la legislatura più breve della storia della Repubblica Italiana nonché l’ultima della cosiddetta Prima Repubblica. Era un periodo turbolento, segnato da attentati terroristico mafiosi nel 1992 e 1993 e dallo scoppio di Tangentopoli. Quel Parlamento fu capace di approvare una nuova legge elettorale e di modificare l’art. 68 della Costituzione sull’immunità dei parlamentari. Anche questa volta la prima sfida è sulla legge elettorale, visto che il Rosatellum ha avallato una riduzione dei parlamentari del 36,5% senza preoccuparsi di assicurare una rappresentatività politica e territoriale equilibrata e il principio supremo dell’uguaglianza dei cittadini. Chiaramente non c’è una maggioranza per una nuova legge elettorale, ma dovrebbe esserci un comune interesse a votare il prossimo rinnovo del Parlamento con una legge che abbia superato il vaglio di costituzionalità. Sono già pendenti due ricorsi contro il Rosatellum presso il Tribunale civile di Roma e la Corte d’Appello di Messina, altri ricorsi sono stati depositati contro la legge elettorale vigente, ossia il Rosatellum ter – cioè la legge n. 165/2017 come modificata dalla legge n. 51/2019 e completata dal d.lgs. n. 177/2020 e altri – a iniziativa di comitati regionali del Coordinamento per la democrazia costituzionale, saranno presentati nei Tribunali delle città capoluogo di distretto di Corte d’Appello. I parlamentari possono sottoscrivere i ricorsi e/o appoggiarli con ordini del giorno e con interrogazioni e interpellanze per conoscere quali istruzioni saranno date all’Avvocatura dello Stato. I tempi tecnici ci sono per una decisione durante il semestre bianco e cioè prima dell’elezione del nuovo presidente della Repubblica.

Il secondo segnale sarebbe quello di dare un minimo di regole all’elezione del presidente della Repubblica: l’attuale procedura non prevede nemmeno l’esistenza di candidati e neppure che si possa votare solo per candidati chiaramente individuati. Nell’ordinamento costituzionale della Germania, per fare un esempio, le regole sono chiare, ogni membro dell’Assemblea federale, composta dai membri del Bundestag e da un pari numero di nominati dai 16 Länder che costituiscono la Federazione tedesca, ha la facoltà di proporre candidati in connessione con ogni votazione, le prime due a maggioranza assoluta, mentre si procede a maggioranza relativa a partire dalla terza, che è quella finale e decisiva, salvo che il candidato più votato non accetti la carica. La durata del mandato è di cinque anni e il presidente federale è rieleggibile, ma finora non è mai successo che il presidente uscente chiedesse la riconferma, pertanto la recente dichiarazione di Frank-Walter Steinmeier, il 12esimo presidente tedesco, di candidarsi per un secondo mandato è una novità, segno di una difficoltà del sistema politico tedesco di trovare un nuovo equilibrio con la fine dell’era Merkel e la crisi manifesta della Grosse koalition, che non ha più la maggioranza assicurata nella configurazione ormai stabile di sei partiti a livello federale.

Proprio per la mancanza di regole trasparenti l’elezione italiana del capo dello Stato ha sempre riservato delle sorprese e si è prestata a colpi di scena, come la mancata elezione di Prodi nel 2013. I nostri parlamentari devono decidere se la scelta spetta a loro insieme con i 58 delegati regionali ovvero siano ridotti a figuranti al servizio di chi li ha nominati o di altri interessi ovvero di manovre di candidati, che tatticamente vogliono agire rimanendo al coperto. Nulla è scontato, ma almeno una conoscenza anticipata dei candidati sarebbe un messaggio chiaro all’opinione pubblica, che i parlamentari rappresentano la nazione e non oscure congreghe o soltanto chi li ha nominati, un messaggio che consentirebbe un nuovo rapporto di fiducia tra il popolo e le istituzioni.

*(Felice Besostri è avvocato ed ex senatore della Repubblica. Fa parte del Circolo Rosselli di Milano), da LEFT

 

09 – IN AMERICA LATINA LE CLASSI RESTANO VUOTE. PER LA PRIMA VOLTA DA OLTRE UN ANNO, QUESTO MESE PICCOLI GRUPPI DI BAMBINI SONO ENTRATI, CON I LORO ZAINI E IL LORO CHIACCHIERICCIO, IN ALCUNE SCUOLE DI CITTÀ DEL MESSICO. SI TRATTA DI UNA RIAPERTURA MOLTO CAUTA. La scelta è affidata alle scuole e solo una minoranza ha deciso di farlo. Solo una parte della classe frequenta tutti i giorni. Questo vale per diciotto dei trentuno stati del Messico. Negli altri le scuole restano chiuse. Con la pandemia neanche lontanamente finita, la precauzione potrebbe essere comprensibile. Ma tra i sopravvissuti i bambini continuano a essere le sue vittime principali, in Messico e in tutta l’America Latina.

La regione è stata colpita in modo particolarmente duro dal covid-19 per tre ragioni. Con l’8 per cento della popolazione mondiale ha subìto circa un terzo del totale dei decessi ufficialmente attribuiti al covid-19 (e molti altri sono quelli non registrati). Nel 2020 le sue economie hanno perso in media il 7 per cento, un dato peggiore rispetto a quello globale. Una cosa di cui si parla molto meno è il fatto che le scuole dell’America Latina sono rimaste chiuse molto più a lungo di quelle di qualsiasi altra regione. Gli effetti si faranno sentire a lungo dopo che la pandemia sarà conclusa e l’economia si sarà ripresa.

 

Restare indietro

Tranne che in sei paesi più piccoli, quasi tutte le scuole dell’America Latina hanno chiuso nel marzo 2020 e molte non hanno più riaperto. L’Argentina o la Colombia, all’inizio del 2021 avevano cominciato a riaprirle, ma con l’arrivo della seconda ondata le hanno subito richiuse.

La perdita prolungata di apprendimento non farà che peggiorare standard educativi già drammatici. Nel 2018 i test internazionali Pisa per i quindicenni rilevavano come in lettura, matematica e scienze i partecipanti latinoamericani fossero in media tre anni indietro rispetto ai coetanei nel gruppo di paesi prevalentemente ricchi dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse).

Con le scuole chiuse per 13 mesi, secondo la Banca mondiale circa il 77 per cento degli studenti potrebbe collocarsi al di sotto dei risultati minimi previsti per la loro classe di età, un dato che nel 2018 si fermava al 55 per cento. Questo potrebbe avere effetti sul lungo periodo. Con soli dieci mesi di lezioni perse, secondo la Banca mondiale uno studente medio potrebbe perdere l’equivalente di 24mila dollari in entrate nel corso della sua vita lavorativa. I più poveri, gli studenti delle aree rurali e le bambine sono le categorie più colpite dalle chiusure delle scuole, un dato che va ad aggravare le disuguaglianze già enormi in America Latina.

Le chiusure delle scuole hanno avuto un enorme costo in termini emotivi e hanno provocato un forte incremento della dispersione scolastica

Molti paesi latinoamericani hanno compiuto grandi sforzi per organizzare lezioni a distanza. Tuttavia una consistente minoranza di scuole non ha accesso a internet per scopi didattici. Se il 98 per cento del quinto più ricco di studenti nella regione ha internet a casa, nel caso degli studenti più poveri la percentuale è del 45 per cento. In Brasile i telefoni cellulari rappresentano l’unica possibilità di accesso a internet per più del 60 per cento di studenti neri e indigeni. Molti governi usano canali tradizionali come la televisione, la radio e i materiali stampati. Il Messico ha offerto a 25 milioni di studenti lezioni a distanza con questi strumenti.

Tutto questo non sostituisce la didattica in presenza. “Non tutti gli studenti hanno gli stessi ritmi di apprendimento”, afferma Marco Fernández, esperto di didattica dell’università messicana di Monterrey Tech. “Non possono fare domande o avere riscontri come avverrebbe in classe”. Oltre alla perdita di apprendimento, le chiusure delle scuole hanno avuto un enorme costo in termini emotivi e hanno provocato un forte incremento della dispersione scolastica.

 

L’ARTICOLO CONTINUA DOPO LA PUBBLICITÀ

In molti paesi di altre regioni le scuole hanno riaperto già da mesi grazie al distanziamento sociale, ai tamponi e a un’igiene accurata. Al di là della gravità della pandemia, in America Latina questo non è accaduto per diverse ragioni.

I genitori in generale non sono stati propensi a rimandare i figli a scuola. In Messico, finché la maggior parte delle persone non sarà vaccinata “purtroppo non ci sono le condizioni per un rientro in massa a scuola”, afferma Luis Solís dell’Unione nazionale dei genitori, un gruppo di volontariato. Anche i sindacati degli insegnanti sono stati riluttanti. In Argentina, quando il sindaco di Buenos Aires ha cercato di riaprire le scuole a marzo ha dovuto affrontare l’opposizione dei sindacati e del governo nazionale, loro alleato. “Non ci sono pressioni” sui governi per riaprire le scuole, si lamenta Fernández.

I governi potrebbero fare molto di più per promuovere una riapertura in sicurezza, con l’informazione e il coinvolgimento di tutte le parti. “A questo punto tutti i paesi dovrebbero almeno aver fatto un tentativo concreto di riaprire le scuole”, dice Emanuela Di Gropello della Banca Mondiale. “Non dovremmo trovarci in questa situazione”. Recuperare sarà una sfida enorme. Le scuole devono rapidamente valutare il livello di ogni studente, organizzare lezioni di recupero e compensare il tempo perduto con lezioni di sabato e orari più lunghi. Per poterlo fare occorreranno soldi e un grande sforzo. Molti governi durante la pandemia hanno speso di più per la sanità e gli aiuti alle famiglie e alle imprese. Anche l’istruzione dovrà essere una priorità se l’America Latina vuole evitare di deludere un’intera generazione.

(Traduzione di Giusy Muzzopappa)

Questo articolo è stato pubblicato dal settimanale britannico The Economist

 

 

10 – Francesca Lazzarato*: MORALES, UNA INCONTINENZA VERBALE SI AVVENTA SUL DICIBILE. SCRITTRICI SPAGNOLE. NELLA CORNICE DI UN PROCEDIMENTO GIUDIZIARIO E DI UNA FUGA, QUATTRO DONNE DELLA STESSA FAMIGLIA ESIBISCONO OGNUNA LA PROPRIA DISABILITÀ INTELLETTIVA: «LETTURA FACILE», DA GUANDA

Andalusa emigrata a Barcellona, anarchica e femminista, avvocato che ha scelto di non esercitare per dedicarsi alla letteratura e alla danza, Cristina Morales è di difficile collocazione nel panorama della narrativa spagnola contemporanea, anzitutto per la sua adesione a un’estetica dissidente che fa del linguaggio uno strumento di lotta ed esprime una rivolta beffarda contro ogni manifestazione del potere, compresa la cosiddetta «nuova politica», pronta ad appropriarsi dei messaggi critici e a svuotarli di significato. Sin dal suo esordio, avvenuto nel 2008, i critici l’hanno indicata come «una virtuosa della scrittura», la cui produzione (un libro di racconti, tre romanzi e una eterodossa versione della vita di Santa Teresa d’Avila) è connotata dal rifiuto delle convenzioni letterarie e di una narrativa che non si mostra capace di intervenire sul nostro modo di vedere il mondo: giudizio del quale i lettori italiani potranno misurare l’esattezza grazie all’arrivo in libreria dell’ultimo romanzo di Morales, Lettura facile (traduzione di Roberta Arrigoni, Guanda, pp. 406, € 19,00) costruito a partire da improvvise virate stilistiche, cambi di tono e materiali diversi, che in Spagna ha suscitato polemiche e conosciuto un imprevisto successo.

 

CUGINE SPECIALI

Lettura facile racconta la storia di quattro donne della stessa famiglia con diversi livelli di disabilità intellettiva che vivono in un appartamento offerto e sorvegliato dalle istituzioni pubbliche di una Barcellona lontana dalla consueta immagine turistica, dove okupas, emarginati privi di risorse e una controcultura tenacemente decisa a resistere convivono con le rivendicazioni e la propaganda della borghesia indipendentista. Uno scenario tutt’altro che neutro, insomma, dove l’autrice (nata a Granada nel 1985) ha scoperto la propria identità di migrante tra migliaia di altri, provenienti da lontananze ben più remote.

Articolato intorno a un procedimento giudiziario e a una fuga, Lettura facile lascia ampio spazio alla prima persona delle cugine Nati, Marga, Àngels e Patri, per nulla disposte a lasciarsi addomesticare e pronte a mettere in questione la società in cui vivono, rivendicando il diritto di essere ciò che sono e di respingerne le norme: protagoniste irresistibili le cui voci si alternano, esibendo un’incontinenza verbale che si avventa contro il discorso del sistema e allo stesso tempo censura il suo opposto, ovvero un silenzio che stabilisce i confini del dicibile. Ciascuna di loro ha i requisiti per apparire una vittima o una caricatura, ma l’autrice si guarda bene dal presentarle come tali e ne sottolinea piuttosto l’intrepida e sempre rinnovata insubordinazione, che interpella il lettore ed esige una sua presa di posizione.

 

TROPPO SESSO, SIGNORA

Nati, l’unica ad aver studiato, soffre di una misteriosa «sindrome dei pannelli scorrevoli», che a tratti la trasforma in «guerrigliera bastardista» (riferimento diretto alla anarcofemminista boliviana Maria Galindo, citata nel testo come in epigrafe, che propone di sostituire il termine «bastardo» al più neutro «meticcio») e innesta un furore delirante nella sua critica lucida e sboccata della morale imposta, del sistema patriarcale che impregna tutto, del neoliberismo che tutto corrompe, delle lezioni di danza «integrata», che dovrebbero imporre a membra e menti irregolari un’armonia prestabilita, suscitando la sua rabbia di ballerina decisa a esplorare senza remore il proprio corpo e quelli altrui.

La placida Marga è colei che scatena il conflitto al centro della trama, perché la sua ipersessualità ha indotto le assistenti sociali a proporne la sterilizzazione forzata, spingendola a occupare con l’aiuto degli anarchici un appartamento diroccato, pur di vivere in piena indipendenza. Di Patri ascoltiamo le fluviali dichiarazioni alla giudice che deve decidere la sorte di Marga, mentre Àngels si industria a rievocare su WhatsApp il passato del gruppo: l’infanzia in un paesetto, i parenti avidi e opportunisti, l’internamento e la clausura nei centri per disabili dove si impone la disciplina per mezzo dei farmaci, e infine il modo in cui le cugine sono riuscite a uscirne per approdare all’alloggio della Barceloneta.

Inevitabile, davanti a figure come queste, il rimando a testi quali L’urlo e il furore di Faulkner, o Las primas dell’argentina Aurora Venturini, la cui protagonista è una disabile mentale che impara a scrivere per raccontarsi, o ancora, per ammissione dell’autrice, Tonto, muerto, bastardo e invisible di Juan José Millás e Fiori per Algernon di Daniel Keyes, fino a «Makoki», serie a fumetti degli anni ’80 di Gallardo e Mediavilla su un picaro in fuga dal manicomio, che a sua volta richiama l’antieroe del Mistero della cripta stregata di Eduardo Mendoza, catapultato dall’istituzione psichiatrica in una Barcellona sordida e oscura. Diversamente dagli autori citati, però, Morales imbocca in modo esplicito la via del romanzo politico, trasformandolo in un sabba quasi carnevalesco e rinunciando a ogni dogmatismo per adottare una comicità che non ne sminuisce la forza critica.

La prosa di Morales è demolitrice, intenzionalmente eccessiva e abilissima nell’adottare registri differenti, dalla confessione al sarcasmo alla rabbia alla parodia, ma anche nel mescolare generi diversi, come le fanzine libertarie (punto di riferimento ineludibile per l’autrice, che ne riproduce integralmente una proprio nel cuore del romanzo), il pamphlet, il saggio (alcune teorie rifanno all’esperienza con il collettivo di danza Iniciativa Sexual Femenina), i verbali giudiziari insieme glaciali e ridicoli, gli atti delle assemblee anarchiche che registrano con ironia il candore puerile di certi dibattiti, ma confermano la possibilità di un agire solidale.

 

CORPI DISSIDENTI

Nell’alternarsi di generi e voci che interrompono e fratturano la trama, così da favorire brechtianamente il distanziamento del lettore dai personaggi e obbligarlo a concentrarsi sul senso del discorso, spiccano le memorie di Àngels, fedeli al metodo «lettura facile» creato negli anni Sessanta per garantire a chi abbia difficoltà di lettura l’accessibilità dei testi (il catalogo degli adattamenti disponibili è ampio e va dal documento legale a Virginia Woolf), rendendoli diretti e concisi, eliminando le astrazioni e servendosi di un vocabolario basico o spiegando ogni termine complesso.

Questo stile nudo, che scarnifica la realtà (e che Angels, pur usandolo, mette in questione come un ulteriore tipo di tutela), sembra opporsi alle torrenziali e sboccate invettive di Nati, ma in realtà le completa e segna pause esilaranti e tristissime nel complesso montaggio di un romanzo altrimenti denso e carnale, che sembra suggerire la «corporeità» del testo. E proprio il corpo dissidente e desiderante è uno dei temi principali di Lettura facile, le cui pagine trasudano fluidi, secrezioni, odori, contatti fisici e amplessi, che si insinuano nelle crepe del sistema e mirano a ridefinire il limite, oppure a dissolverlo.

 

11 – RINNOVO PASSAPORTO A LONDRA, VA SEMPRE PEGGIO. QUALCUNO SVEGLI IL CONSOLE MARCO VILLANI. PERCHÉ SEMBRA STIA DORMENDO. GLI ITALIANI RESIDENTI SONO IMBESTIALITI: “Rinnovare un documento di viaggio è pressoché impossibile”, sostengono. Bassissima la valutazione che danno gli utenti del Consolato Generale d’Italia a Londra. Governo a Farnesina che intendono fare? I nostri connazionali residenti in UK sono abbandonati a sé stessi.

Continua il caos passaporti a Londra. Anzi, peggiora. Rinnovare un documento di viaggio al Consolato generale d’Italia è ormai un’impresa. Linee telefoniche che non funzionano, email che non ricevono alcuna risposta, sistemi di prenotazione online ingolfati. Tra i connazionali residenti in terra inglese si respira un clima da si salvi chi può. C’è anche chi ha perso la pazienza e si è rivolto a un avvocato per poter essere ascoltato dalla sede consolare e così ricevere quei servizi che gli spettano di diritto, quale cittadino italiano nel mondo.

La situazione a dir poco scandalosa che riguarda il Consolato è arrivata anche in Parlamento: “È vergognoso che i nostri connazionali debbano affrontare mille ostacoli per poter rinnovare il proprio documento di viaggio”, ha denunciato alcune settimane fa l’On. Andrea Cecconi, deputato della federazione dei Verdi. Intanto, secondo quanto apprende ItaliaChiamaItalia, è in dirittura d’arrivo una interrogazione parlamentare del MAIE.

Sul caso passaporti a Londra sono intervenuti più volte alcuni eletti all’estero. Comunicati stampa, dichiarazioni, sollecitazioni. Cosa è cambiato? Nulla.

Cecconi ha poi concluso così: “Sarà in grado il governo Draghi di dare le giuste risposte agli italiani di Londra e a quelli del resto del mondo?”. Bella domanda. Noi in realtà non ne siamo così sicuri, a giudicare dal buongiorno.

Chissà se il Console Generale d’Italia a Londra, Marco Villani, sa quanto sia bassa la valutazione che i connazionali danno nei confronti del Consolato che egli stesso guida. Nel caso, gli basterebbe andare a leggere sul web i commenti degli italiani residenti in UK.

La valutazione degli utenti online non arriva a 2 (1,8) su un punteggio massimo di 5. E a leggere le recensioni c’è da spaventarsi.

“Nel 2021 si organizzano viaggi su Marte e noi Italiani non riusciamo a prendere un appuntamento al consolato di Londra, roba da quarto mondo”, osserva Maurizio Di Stefano. Tieta Samadi: “Sono 3 giorni che sto chiamando, dalle 9 del mattino, resto in linea fino a fine orario del consolato. Nessuna risposta! Ma è possibile? Anche in caso di estrema urgenza (è il mio caso) non c’è modo di contattarli. Una roba assurda”.

Elisa De Paoli racconta di “persone incompetenti, svogliate, spesso maleducate”, mentre Marco Moscatiello sottolinea: “Il sito per le prenotazioni online non permette neanche di cambiare la data di una prenotazione, tantomeno di cancellarla. E per prenotare il rinnovo di una carta d’identità devo aspettare oltre un mese. Imbarazzante e assurdo”

Non è finita qui. Francesco Visin spiega che alle ultime Politiche “sono riusciti a mandarmi il certificato elettorale tre ore prima della chiusura dei seggi dell’ultimo giorno di elezioni”. E ancora: “L’unico modo per rifare un documento è tornare in Italia, perché è impossibile riuscire a prenotare un appuntamento”.

Vanessa Fidanza: “Patetico! Se potessi non darei nemmeno una stella. Servizio completamente inutile. Gli italiani sono totalmente abbandonati a sé stessi. Nonostante le continue lamentele degli italiani, il Consolato non fa nulla per migliorare il suo servizio. Ogni volta che mi sta per scadere il passaporto mi viene l’angoscia per il rinnovo… Fortuna che è solo ogni 10 anni”.

Concetta Ragno sul gruppo Facebook degli italiani a Londra, a chi le chiede consigli su come rinnovare il passaporto, risponde così: “Rientra in Italia per il rinnovo, io ho rinnovato il mio passaporto in Italia, dopo avere provato a prendere appuntamento al Consolato di Londra. Dopo più di un mese, ci ho rinunciato “.

Insomma, ci siamo capiti. Di recensioni del genere, tutte molto negative, se ne contano a centinaia, se non migliaia. Certo, ci sono anche connazionali che sostengono di avere ricevuto un servizio rapido ed efficiente, ma sono mosche bianche. Siamo altresì sicuri che tanti tra coloro che lavorano in Consolato lo fanno al massimo delle loro capacità, mettendoci tutto l’impegno possibile. Ma purtroppo la realtà che emerge dalle testimonianze dei connazionali – e anche dalle chiacchierate che pure noi di ItaliaChiamaItalia abbiamo fatto in questo ultimo periodo con tanti italiani residenti a Londra – è che il Consolato Generale fa acqua da tutte le parti. Non serve a nulla, poi, diffondere dati sull’operatività della sede – come ha fatto il Console Villani – se nella realtà dei fatti il servizio è gravemente insufficiente e se la percezione dei connazionali – che però è molto più di una percezione – è quella di avere a che fare con un Consolato del quarto mondo.

Che fare? Fino a quando continuerà questa situazione? Che intenzioni ha il governo italiano? E il ministero degli Esteri, proverà almeno a richiamare Villani e a fargli capire che così non si può andare avanti? E ancora: quando diavolo apre il Consolato d’Italia a Manchester? Si sono trovati i fondi nello scorso governo, è stata individuata la nuova sede. Che cosa sta aspettando il Console? Alla prossima puntata.

Fonte: ItaliaChiamaItalia

 

12 – INTANTO NEL MONDO. TOGOGA, REGIONE DEL TIGRAI, ETIOPIA, 23 GIUGNO 2021. UNA DONNA VIENE PORTATA IN OSPEDALE DOPO I BOMBARDAMENTO SUL MERCATO.

 

ETIOPIA

Il 23 giugno fonti locali hanno rivelato che decine di civili sono morti o sono rimasti feriti in un raid aereo delle forze etiopi contro un mercato a Togoga, nella regione settentrionale del Tigrai, dov’è in corso un conflitto dal novembre scorso. Non si conosce il numero delle vittime, ma secondo fonti mediche sarebbero circa sessanta. Le Nazioni Unite hanno chiesto un’inchiesta indipendente sull’episodio.

 

MOZAMBICO

Il 23 giugno, nel corso di un vertice nella capitale Maputo, la Comunità di sviluppo dell’Africa meridionale (Sadc) ha deciso d’inviare un contingente per lottare contro i gruppi jihadisti che da più di tre anni seminano il terrore nella provincia di Cabo Delgado, nel nordest del paese. Lo stesso giorno i miliziani jihadisti hanno lanciato un attacco a Patacua, nel distretto di Palma.

 

COSTA D’AVORIO

L’ex primo ministro e capo ribelle Guillaume Soro è stato condannato il 23 giugno all’ergastolo in contumacia dalla corte d’assise di Abidjan per “attentato alla sicurezza dello stato”. Soro, che ha lasciato il paese due anni fa, era accusato di aver fomentato un’insurrezione fallita contro il presidente Alassane Ouattara nel 2019.

 

BRASILE

Il 23 giugno il ministro dell’ambiente Ricardo Salles si è dimesso dopo essere rimasto coinvolto in uno scandalo legato all’esportazione illegale di legname proveniente dall’Amazzonia. Salles era contestato da tempo dagli ambientalisti per l’accelerazione della deforestazione sotto la presidenza di Jair Bolsonaro.

 

STATI UNITI

Il presidente Joe Biden ha approvato il 23 giugno un piano che prevede maggiori finanziamenti alla polizia per combattere l’aumento della criminalità nel paese. Nel 2020 gli omicidi sono aumentati del 25 per cento rispetto all’anno precedente, e la tendenza è confermata anche nei primi mesi del 2021. Biden ha attribuito l’aumento della criminalità alle troppe armi in circolazione nel paese.

 

SPAGNA-STATI UNITI

Il 23 giugno John McAfee, fondatore dell’omonimo antivirus per pc, si è suicidato in una prigione vicino a Barcellona, in Spagna. Aveva 75 anni. Poche ore prima il tribunale dell’Audiencia nacional aveva autorizzato la sua estradizione negli Stati Uniti, dov’era accusato di frode e rischiava una condanna fino a trent’anni di prigione.

 

RUSSIA-REGNO UNITO

Il 23 giugno il ministero della difesa russo ha affermato che alcuni colpi di avvertimento sono stati sparati contro una nave da guerra britannica accusata di aver violato le acque territoriali russe al largo della Crimea, nel mar Nero. Londra ha smentito l’incidente sostenendo che la nave si trovava in acque territoriali ucraine. La Crimea è stata annessa dalla Russia nel 2014.

 

13 – AREALE*: LA DEFINIZIONE DI ECOCIDIO. PARLANDO DI SCALA SETTIMANALE, QUESTA SETTIMANA È SUCCESSO QUALCOSA DI IMPORTANTE, A MODO SUO STORICO. LA STOP ECOCIDE FOUNDATION HA RAGGIUNTO UN RISULTATO AL QUALE SI LAVORAVA DA TEMPO: UNA DEFINIZIONE LEGALE DI ECOCIDIO DA PROPORRE ALLA CORTE PENALE INTERNAZIONALE DELL’AIA COME NUOVO CRIMINE DA PERSEGUIRE COME QUELLI DI GUERRA, CONTRO L’UMANITÀ, DI AGGRESSIONE O DI GENOCIDIO.

Sono 165 parole che potrebbero cambiare la percezione pubblica e la scala di come vengono affrontate legalmente le crisi ambientali. La definizione comincia così: «L’ecocidio è un atto illegale o sconsiderato commesso con la consapevolezza della sostanziale possibilità di arrecare un danno grave, esteso o a lungo termine sull’ambiente». Potete leggere il testo completo qui.

È un altro fronte di qualcosa che stiamo vedendo crescere davanti ai nostri occhi: cittadini e organizzazioni che affidano ai tribunali la speranza di un cambiamento. La definizione di ecocidio e una sua possibile adozione sono una cosa diversa dalle sentenze contro Shell, il governo olandese, tedesco o francese, ma nasce nello stesso clima, per rispondere allo stesso bisogno: si fa poco, i governi sono impreparati, i meccanismi politici sono lenti mentre i tribunali stanno offrendo risposte più interessanti.

L’ecocidio è una forma di innovazione legale, non è facile creare un nuovo crimine internazionale da zero. Rispetto agli altri crimini di cui si occupa la Corte dell’Aia, una delle novità dell’ecocidio è che non deve necessariamente esserci un danno contro le persone per poter accusare una persona o un’azienda di ecocidio. «Gli altri crimini si focalizzano esclusivamente sugli esseri umani e il loro benessere. Anche questo lo fa, ma introduce un nuovo approccio non antropocentrico, mettendo l’ambiente al centro della legge internazionale», ha detto Philippe Sands, docente di diritto internazionale all’University College di Londra e capo del gruppo di esperti sull’ecocidio.

Ci sono alcuni aspetti interessanti: la proposta non fa esempi diretti, per non puntare il dito contro singoli paesi e per non irrigidire la possibile applicazione della legge. Però esempi si possono fare: per come è stata scritta, è pensata per perseguire la distruzione della foresta amazzonica o una catastrofe ecologica come quella che abbiamo visto in Sri Lanka, ma anche – sottolineano alcuni analisti, e gli stessi esperti che hanno scritto la definizione – l’estinzione irreversibile di una specie: la morte dell’ultimo rinoceronte bianco settentrionale potrebbe configurarsi come ecocidio al pari del crollo di una piattaforma petrolifera in mare.

Di ecocidio si parla da decenni, dai tempi dell’uso massiccio dell’agente arancio in Vietnam. Il primo politico a spingere una sua adozione fu il primo ministro svedese (assassinato nel 1986) Olof Palme, a una conferenza dell’Onu per l’ambiente a Stoccolma nel 1976.

Per decenni però ecocidio è stato un concetto accademico buono da mettere sui cartelli delle manifestazioni ambientaliste, finché il clima (in ogni senso) non è cambiato. Di recente è entrato nel lessico morale e nelle intenzioni politiche di leader potenti e ascoltati, da papa Francesco a Macron. È entrato nel nostro orizzonte comune, ma a un livello molto teorico, finché la Stop Ecocide Foundation non ha lavorato per specificare cosa sia un ecocidio.

Da qui a vederlo entrare nella legge internazionale la strada è in ogni caso lunga: per aggiungere i crimini di aggressione ci vollero vent’anni. Secondo la fondazione, in questo caso potrebbe volerci meno, nell’ordine dei cinque anni. Serve che uno degli stati che aderiscono al Trattato di Roma (al quale mancano grandi inquinatori come Stati Uniti, Russia, Cina e India) presenti formalmente la proposta. I due terzi dei paesi membri devono approvarla, e poi devono ratificare la modifica internamente. La fondazione ha presentato gli strumenti legali, ora tocca alla politica decidere cosa farne.

 

UN RAPPORTO MOLTO CUPO

A proposito di ecocidio, è uscito, anzi, è filtrato un gigantesco nuovo rapporto dell’Ipcc (l’organismo Onu sui cambiamenti climatici) che sarebbe un eufemismo definire «cupo». Doveva essere pubblicato solo nel 2022, ma AFP ne ha ottenuto una bozza, ed è un bene che queste informazioni siano arrivate all’opinione pubblica in anticipo, in tempo per essere metabolizzate prima dell’incontro mondiale sul clima di Glasgow a novembre. «La vita sulla Terra può riprendersi dopo un cambiamento climatico drastico», si legge nel rapporto. «Gli esseri umani no». Il tema dello studio del massimo organismo Onu sull’ambiente è la vita nei prossimi trent’anni, quindi come sarà il mondo quando saranno adulti i bambini nati durante la pandemia.

 

COME SARÀ?

Orribile, se continuiamo così. Ed è significativo che a usare toni così apocalittici sia l’Onu, non è più il tempo delle mezze parole o delle mediazioni. Pare che il rapporto sia lungo 4.000 pagine e chi lo ha letto lo descrive come un catalogo di minacce: estinzioni, malattie, ondate di calore intollerabili, collasso degli ecosistemi, scomparsa di città costiere. Insomma, se avete voglia di fare un investimento immobiliare da lasciare ai vostri figli, fatelo nell’entroterra.

Intervenire ora (ora, non tra dieci anni, ora) è cruciale. Abbiamo superato 1,1°C di aumento di temperatura, la soglia per evitare il disastro prevista dall’accordo di Parigi è tra 1,5°C e 2°C, secondo la World Meteorological Organization entro il 2026 il 40 per cento della Terra avrà già superato 1,5°C per almeno un anno su cinque.

Tra le previsioni dell’Ipcc c’è la scomparsa della barriera corallina (un ecosistema dal quale dipende mezzo miliardo di persone), l’estinzione culturale delle popolazioni che vivono in Artico, miliardi di dollari da spendere per l’adattamento climatico in Africa, 420 milioni di persone esposte a temperature intollerabili tutte le estati. Vengono citati i tipping point dei quali parlavamo nell’ultimo numero di Areale, che in passato Ipcc non aveva preso in considerazione (attirandosi critiche). Alcune regioni vengono citate come le più pericolose per la vita umana tra trent’anni: Brasile orientale, Sud-est asiatico, la Cina Centrale e il Mediterraneo, cioè noi.

È estate, è finita la pandemia, abbiamo le vacanze nel mirino e da qui in avanti c’è il futuro, che auguro promettente su un piano individuale per tutte e tutti. Però lasciamo un po’ di spazio mentale per un cambiamento che si può ancora fare, ma deve essere imminente.

 

I COSTI DELLE RINNOVABILI

Una grande parte di questo cambiamento, di questa transizione, riguarda l’energia, passare dalle fonti fossili a quelle rinnovabili, un dibattito che in Italia è già diventato estenuante (sarà anche il caldo), con i difensori del territorio, le lentezze burocratiche che si spera siano state sbloccate e un governo il cui approccio è teso tra un ancoraggio nel presente a gas e gasdotti e un’immaginazione futuribile di nucleare di nuova generazione, «quello delle stelle», dice sempre Cingolani.Un esperto che ho incontrato questa settimana me l’ha messa giù così: Cingolani è un fisico, per un fisico sembra incomprensibile pensare che la tecnologia in grado di salvare l’umanità sia una cosa tutto sommato meccanica ed elementare come una pala eolica.

Il preambolo serve a introdurre i numeri interessanti di un nuovo rapporto Irena, l’Agenzia internazionale per le energie rinnovabili. Il tema sono i costi, che è sempre un tema importante, quando si parla di transizione energetica. Secondo Irena, le rinnovabili costano sempre meno, la percentuale di energia rinnovabile che ha toccato costi più bassi rispetto ai combustibili fossili più economici è raddoppiata.

Nel 2020, il 62 per cento della produzione totale di energia rinnovabile aggiunta, pari a 162 gigawatt (GW), ha registrato costi più bassi del più economico nuovo combustibile fossile. L’energia solare a concentrazione (CSP) è scesa del 16 per cento, l’eolica onshore del 13 per cento, l’eolico offshore del 9 per cento e il solare fotovoltaico del 7 per cento.

«Le oramai più economiche rinnovabili offrono ai paesi sviluppati e in via di sviluppo una ragione di per sé sufficiente per eliminare progressivamente il carbone verso un’economia a impatto zero. Le nuove aggiunte di progetti riguardanti le energie rinnovabili di Just 2020 faranno risparmiare alle economie emergenti fino a 156 miliardi di dollari nel corso della loro vita».

 

L’AUSTRALIA SI È OFFESA

Il rapporto Ipcc di cui si parlava sopra menzionava anche la barriera corallina, che è un esempio classico, quasi di studio, quando si vogliono spiegare le differenze tra un mondo più caldo di 1.5° e uno più caldo di 2°C. A 2°C la barriera corallina non c’è più.

Un’altra comunicazione Onu, in questo caso da parte di Unesco, ha affrontato i gravi pericoli che corre quella australiana, facendo arrabbiare moltissimo il governo di Canberra, per il quale il Great Barrier Reef è un simbolo internazionale da difendere (e a nessuno piace essere associato a quello che fa il Brasile con l’Amazzonia) e anche una risorsa turistica ed economica. Le prospettive per la barriera corallina in Australia sono passate da «poor» a «very poor». Da cattive a pessime, insomma. La comunicazione parla di «pericolo accertato», chiede azioni immediate.

Nel paese la polemica sul governo (che è legatissimo all’industria del carbone e uno dei più lenti – eufemismo – a capire e affrontare la situazione climatica) è esplosa, anche perché l’Australia custodisce livelli di biodiversità e bellezza che pochi paesi possono vantare, ed è già sotto pressione per il disastro causato dagli incendi nel 2019 e nel 2020.

Il governo ha risposto molto piccato all’Unesco, «La barriera corallina australiana è quella meglio gestita al mondo e questa raccomandazione è stata fatta senza esaminarla di prima mano e senza informazioni», ha detto la ministra dell’ambiente australiana Sussan Ley.

*(AREALE da Domani)

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