n° 24/12 Giugno 2021  – RASSEGNA DI NEWS NAZIONALI E INTERNAZIONALI. NEWS DAI PARLAMENTARI ELETTI ALL’ESTERO

01 – On. A. Schirò (Pd): Riduzione IMU, le risposte del MEF e gli italiani all’estero. In attesa dei chiarimenti ufficiali del MEF, che speriamo arrivino presto visto che mancano pochi giorni alla scadenza (16 giugno) del pagamento della prima rata dell’IMU

02 – On. Angela Schirò(Pd)*:  l’europarlamento ha approvato il certificato vaccinale europeo

03 – Catherine Cornet *:ISRAELE E PALESTINA – Perché l’Europa non alza la voce con Israele.

04 – Simone Pieranni*: Variante Delta nel Guangdong, nuove chiusure e scali portuali nel caos Cina. Attivati 300 hotel in tutta la regione per la quarantena dei viaggiatori in arrivo

05 – Roberto Zanini*: Too big to pay: le zero tasse dei miliardari Usa. Scoop fiscale. ProPublica rivela 15 anni di dichiarazioni dei redditi dei 25 uomini più ricchi del paese. Versato in media il 3,4% dei patrimoni

06 – La Germania fa i conti con i crimini coloniali in Namibia*: Con la “dichiarazione congiunta” dei governi di Namibia e Germania sul genocidio dei popoli herero e nama tra il 1904 e il 1908, per la prima volta un’ex potenza coloniale si è scusata ufficialmente per dei crimini di massa che aveva ordinato.

O7 – Massimo Gaggi *: CORONAVIRUS. Vaccini, l’America rallenta: sarà superata dall’Italia? La diffidenza degli americani impedirà a Biden di centrare l’obiettivo del 70% di immunizzati entro il 4 luglio. In Italia, invece, con questo ritmo l’immunità di gregge potrebbe essere raggiunta entro fine agosto.

08 – Vera Pegna*: Palestina. IL COMMENTO DELLA SETTIMANA. Attualmente circolano due proposte di soluzione alla cosiddetta questione israelo-palestinese.

09 – Anna Lisa Bonfranceschi*:  home scienza medicina.

Da due punti di osservazione. Chi pagherà sarà sempre pantalone(ndr).

10 -10 – Roberto Ciccarelli*: Tassa del 15% sulle multinazionali: «È ridicolmente bassa, premiati gli autori degli abusi fiscali». Negli anni Ottanta era al 50%».

10a – Gianni Trovati Tassa minima globale: per l’Italia entrate potenziali da 2,7 miliardi. Il ministro Franco: «Ora l’ok al G20 di Venezia, per l’attuazione alcuni anni».

11  –  Nel mondo.

12  – Vanessa  Barbara *: – il piano criminale di Bolsonaro. L presidente brasiliano, a quanto pare, voleva portare il paese all’immunità di gregge facendo contagiare naturalmente le persone, incurante delle conseguenze

13 – Joseph Stiglitz *: l falso problema dell’inflazione. Un leggero aumento del tasso d’inflazione negli Stati Uniti e in Europa ha scatenato le ansie dei mercati finanziari. Il timore è che il presidente statunitense Joe Biden abbia surriscaldato l’economia con il pacchetto di salvataggio da 1.900 miliardi di dollari e una serie di piani di spesa aggiuntivi per infrastrutture, posti di lavoro e sostegno alle famiglie.

 

01 – Schirò (Pd): RIDUZIONE IMU, LE RISPOSTE DEL MEF E GLI ITALIANI ALL’ESTERO. IN ATTESA DEI CHIARIMENTI UFFICIALI DEL MEF, CHE SPERIAMO ARRIVINO PRESTO VISTO CHE MANCANO POCHI GIORNI ALLA SCADENZA (16 GIUGNO) DEL PAGAMENTO DELLA PRIMA RATA DELL’IMU, continuano a giungere segnalazioni relative alle decisioni  da parte di alcuni comuni che per una interpretazione errata e per mancanza di istruzioni e chiarimenti del MEF non applicano correttamente la nuova normativa per gli italiani residenti all’estero proprietari di immobili in Italia, limitandola ai paesi extracomunitari. Roma, 7 giugno 2021

In realtà il MEF si era già pronunciato nel corso di Telefisco 2021, l’evento annuale del quotidiano “il Sole 24 Ore” durante il quale gli esperti del Ministero delle Finanze hanno risposto alle specifiche domande sulle novità fiscali per il 2021.

Riportiamo qui di seguito alcuni importanti passaggi della risposta del MEF alle domande del quotidiano sulla nuova normativa sull’Imu per i residenti all’estero (chi è interessato può trovare le risposte a  questo “link”:

https://ntplusfisco.ilsole24ore.com/art/imu-tassa-rifiuti-e-aree-pubbliche-risposte-mef-telefisco-2021-ADVRmUGB

Al quesito de “Il Sole 24 Ore” sul significato del comma 48, articolo 1, della legge (di Bilancio) n. 178/2020 che ha previsto la riduzione del 50% dell’Imu per i pensionati residenti all’estero il MEF risponde (tra le altre cose) che “a differenza della precedente disposizione, l’articolo 1, comma 48 della legge di Bilancio 2021, ai fini del riconoscimento delle agevolazioni in commento, fa esclusivo riferimento ai «soggetti non residenti nel territorio dello Stato», senza prevedere al contempo l’iscrizione degli stessi all’Aire. In più, la medesima disposizione richiede, quali ulteriori requisiti, che tali soggetti siano: a) titolari di pensione maturata in regime di convenzione internazionale con l’Italia; b) residenti in uno Stato di assicurazione diverso dall’Italia.”

Il MEF quindi non fa distinzione tra paesi comunitari ed extracomunitari ma indica – in coerenza con la motivazione e il dettato della legge – che ciò che conta è essere residenti in uno Stato di assicurazione diverso dall’Italia. Non solo, il MEF indica inoltre nella risposta che “Si ritiene che le agevolazioni in argomento possano trovare applicazione anche  quando l’immobile è posseduto da un cittadino tedesco – quindi non residente nel territorio dello Stato – che sia titolare di una pensione maturata in regime di convenzione internazionale con l’Italia, residente in uno Stato di erogazione diverso dall’Italia. Ovviamente, devono ricorrere anche tutti gli altri requisiti prescritti dal citato comma 48, vale a dire deve trattarsi di una sola unità immobiliare a uso abitativo, non locata o data in comodato d’uso, posseduta in Italia a titolo di proprietà o usufrutto.”

Insomma ciò che secondo il MEF  è richiesto per ottenere la riduzione dell’Imu è la titolarità di una pensione (pro-rata) in regime di convenzione internazionale, a prescindere dal Paese di residenza e a patto che tale Paese non sia l’Italia.

I tecnici del MEF quindi  sono consapevoli che per pensione in  regime di convenzione  internazionale ovviamente non si intende in regime di convenzione bilaterale (come qualcuno ha erroneamente e inverosimilmente sostenuto)  ma bensì in regime di convenzione maturata tramite l’applicazione di un accordo di sicurezza sociale con un Paese terzo, sia esso comunitario che extracomunitario (il significato giuridico di convenzione è “accordo tra due o più Stati”).

Il legislatore infatti era intervenuto nella Legge di bilancio per il 2021 proprio per ovviare ai rilievi fatti dalla Commissione europea (non una Commissione extracomunitaria!) che aveva inviato all’Italia nel gennaio del 2019 una lettera di costituzione in mora per violazione del diritto europeo per aver introdotto e mantenuto condizioni più favorevoli riguardanti alcune imposte comunali (Imu, Tasi e Tari) sulle case ubicate in Italia appartenenti a pensionati italiani iscritti all’AIRE e residenti nella UE (Unione Europea) e nel SEE (Spazio Economico Europeo), escludendo invece dalle norme agevolative i pensionati di altra nazionalità europea.

Governo e Parlamento hanno quindi introdotto una norma per ripristinare l’agevolazione che già esisteva prima e che era stata cancellata per il 2020, adeguandola alle regole del diritto comunitario. Limitare perciò l’agevolazione ai soli Paesi extracomunitari sarebbe una misura priva di sensatezza, legittimità, coerenza e  logica giuridica.

*(Angela Schirò – Deputata PD – Rip. Europa – Camera dei Deputati)

 

02 – On. Angela Schirò(Pd)*:  L’EUROPARLAMENTO HA APPROVATO IL CERTIFICATO VACCINALE EUROPEO

L’Europarlamento ha approvato con ampia maggioranza (546 VOTI A FAVORE, 93 CONTRARI E 51 ASTENUTI) il certificato Covid digitale europeo che entrerà in vigore dal primo luglio 2021 e per i 12 mesi seguenti. Si tratta del certificato che permetterà a chi è vaccinato, testato negativo o confermato guarito dal Covid 19, di viaggiare nell’area Schengen, evitando le quarantene. 9 GIUGNO 2021

È un’ottima notizia poiché il certificato consentirà di riprendere gli spostamenti all’interno dell’Unione, contribuendo anche alla ripresa economica, che ormai non è meno necessaria della messa in sicurezza delle persone.

Il quadro comune dell’UE renderà i certificati compatibili e verificabili in tutta l’Unione europea, oltre a prevenire frodi e falsificazioni. I primi ad aver diritto al certificato digitale Covid sono i vaccinati. Il “pass” durerà 9 mesi. Anche i guariti dal Covid hanno diritto al certificato che avrà la durata di sei mesi. Chi invece si è sottoposto a tampone ed è risultato negativo, avrà libertà di circolazione per 48 ore, al massimo per 72 ore in caso di tampone molecolare.

Il «Digital Covid certificate» sarà rilasciato gratuitamente dalle autorità nazionali (l’ente che vaccina, l’ospedale dove si è stati curati o il laboratorio che ha effettuato il tampone) e sarà disponibile in formato digitale o cartaceo con un codice QR.

Attualmente sono nove i Paesi già collegati al Gateway: Croazia, Danimarca, Spagna, Germania, Grecia, Bulgaria, Lituania, Polonia e Repubblica ceca. Al pass UE hanno aderito anche Norvegia, Svizzera, Islanda e Liechtenstein.

L’Italia, dove è già attivo il green pass nazionale (costituito dalle certificazioni cartacee di avvenuta vaccinazione, guarigione o del tampone negativo), ha già effettuato con successo i test tecnici e, da quanto dichiarato dal ministro Colao, e dovrebbe trasmettere il green pass allineato al sistema Ue prima del 1° luglio sulla app IO.

Non possiamo che augurarci che ciò avvenga nei tempi stabiliti e che le procedure siano facilitate al massimo per tutti gli utenti.

* (Angela Schirò – Deputata PD – Rip. Europa – Camera dei Deputati )

 

03 – Catherine Cornet *:ISRAELE E PALESTINA – PERCHÉ L’EUROPA NON ALZA LA VOCE CON ISRAELE. ALLA FINE DI APRILE L’ONG STATUNITENSE HUMAN RIGHTS WATCH (HRW) HA PUBBLICATO IL RAPPORTO A THRESHOLD CROSSED (LA SOGLIA OLTREPASSATA) IN CUI HA DENUNCIATO LE VIOLAZIONI DEI DIRITTI DEI PALESTINESI COMMESSE DA ISRAELE, CHE SAREBBERO CLASSIFICABILI COME CRIMINE DI APARTHEID, SECONDO LA DEFINIZIONE DATA DALLA CORTE PENALE INTERNAZIONALE (Cpi).

Un mese dopo il New York Times, pubblicando un articolo intitolato “Erano solo bambini” accompagnato dalle foto dei 67 bambini e ragazzi palestinesi uccisi dai raid israeliani sulla Striscia di Gaza e dei due bambini israeliani uccisi dai razzi di Hamas, ha oltrepassato una nuova soglia nella guerra mediatica israelo-palestinese.

Per la prima volta il grande quotidiano statunitense ha cambiato prospettiva e mostrato che “le vite palestinesi contano”. Oggi anche al congresso di Washington i parlamentari progressisti chiedono più equità su questo tema. Cinquecento persone che lavorano nello staff del Partito democratico e hanno partecipato alla campagna elettorale di Joe Biden hanno inviato una lettera al presidente chiedendogli un “approccio più equilibrato” alla questione. Secondo l’esperto di Medio Oriente H.A Hellyer, del centro studi Carnegie, “la domanda da farsi non è se le politiche statunitensi cambieranno, ma quando”.

In Europa, invece, la copertura del conflitto sembra rimasta la stessa di vent’anni fa. Cosa sta succedendo all’Europa, da sempre paladina del diritto internazionale e umanitario, che oggi sembra rendersi complice di gravi violazioni in questo campo? La domanda è stata posta in diverse occasioni in Europa e in particolare se n’è discusso in un seminario che si è svolto online il 31 maggio 2021 intitolato Storia in divenire. Esistenza, violenza e aspettative in Palestina e Israele, organizzato da tre centri di ricerca europei: l’Istituto affari internazionale di Roma, l’Istituto universitario europeo di Firenze e Sciences Po di Parigi.

 

SCONNESSI DELLA REALTÀ

Amjad Iraqi vive ad Haifa e scrive per il sito israeliano +972 Magazine. Da palestinese cittadino di Israele, sorride prima di commentare la posizione europea: “L’Europa ha bisogno di capire a che punto è arrivata la conversazione sul campo. Deve aggiornare i suoi dossier. Qui nessuno parla più della soluzione a due stati. A tutti risulta chiaro che ormai c’è un unico stato, Israele, con in mezzo dei bantustan per i palestinesi”. È quasi comico, osserva Iraqi, vedere gli europei sforzarsi di edulcorare i discorsi della destra o dell’estrema destra israeliane, giustificando azioni che alcuni israeliani praticano senza il minimo imbarazzo. Continua Iraqi: “Se il premier Benjamin Netanyahu dice: ‘Sostengo l’annessione della Cisgiordania’, gli europei traducono: ‘Oh no, in realtà sostiene ancora la soluzione a due stati’. Se il governo israeliano dice: ‘Abbiamo votato una legge sullo stato-nazione ebraico in base alla quale gli ebrei hanno più diritti’, l’Unione europea traduce: ‘Israele è una democrazia che offre pari diritti ai suoi cittadini’. Gli europei devono smetterla di giustificare sempre Israele in questo modo!”.

Da Gaza il giornalista Muhammad Shehada spiega quanto gli inviti della comunità internazionale a non esacerbare il conflitto siano percepiti come ipocriti dagli abitanti della Striscia. Sono anni che i palestinesi di Gaza hanno provato a giocare la carta della non violenza: basti ricordare l’enorme mobilitazione pacifica della marcia del ritorno negli anni 2018 e 2019, che secondo l’Onu, è costata la vita a 214 palestinesi, mentre altri 36.100 sono stati feriti. “Con la marcia del ritorno”, spiega Shehada, “pensavamo di conquistare i favori della comunità internazionale. E invece cos’è successo? Un silenzio assordante, mentre molti giovani venivano uccisi o menomati per la vita. Se fai un giro a Gaza, puoi vedere tanti ragazzi che hanno perso un braccio o una gamba perché hanno manifestato pacificamente”.

 

LE RAPPRESENTANZE DIPLOMATICHE EUROPEE SONO DUE: UNA A TEL AVIV PER PARLARE CON ISRAELE, UNA A GERUSALEMME PER PARLARE CON I PALESTINESI

Secondo Inès Abdel Razek, responsabile delle campagne dell’Istituto palestinese per la diplomazia pubblica, in un contesto di abbandono internazionale l’Unione europea è considerata irrilevante, perché “bloccata nei meandri di un ‘processo di pace’ che ha portato solo alla burocratizzazione dell’Autorità palestinese e ha finito per creare comitati su comitati, basati su falsi presupposti”. Le rappresentanze diplomatiche europee sono sempre due: una a Tel Aviv per parlare con Israele, una a Gerusalemme per parlare con i palestinesi. Gli europei fanno ancora finta che ci siano due stati, due parti. Oggi, precisa Razek, “il quadro è totalmente cambiato per via delle annessioni israeliane. Solo gli europei continuano a parlare dei ‘due stati’ nei negoziati. Invece, non c’è più un conflitto da negoziare, ma una situazione coloniale di apartheid. Quello di cui dobbiamo discutere sono i diritti”.

 

L’EVOLUZIONE DELLA POSIZIONE EUROPEA

Questa posizione europea “lontana della realtà”, spiega in un’intervista Daniela Huber, responsabile del Programma Mediterraneo e Medio Oriente dell’Istituto affari internazionali e autrice di The international dimension of the Israel-palestinian conflict (la dimensione internazionale del conflitto israeliano-palestinese), non è sempre stata cosi: “Prima degli accordi di Oslo, la comunità europea costituita da dodici membri contestava fortemente l’approccio statunitense: parlava di diritto all’autodeterminazione e di insediamenti illegali”. Per Huber il cambiamento è arrivato negli anni novanta quando gli Stati Uniti hanno incluso gli europei nel processo di Oslo. L’Europa allora ha cominciato a cambiare vocabolario. Gli insediamenti non erano più “illegali” ma “illegittimi”.

Se negli anni ottanta i leader europei promuovevano il dialogo con l’Organizzazione per la liberazione della Palestina (Olp), considerata un’organizzazione terroristica dagli statunitensi, si sono poi allineati sulle posizioni di Washington per non parlare con Hamas, che hanno cominciato a definire come un gruppo terroristico. Sulla questione dell’autodeterminazione si sono ritrovati con un’equazione impossibile da risolvere, spiega Huber: “La soluzione a due stati implica il diritto all’autodeterminazione, che però è impossibile da mettere in atto in una situazione dove c’è un occupante e un occupato”.

Il riposizionamento europeo, spiega Huber, è arrivato in un momento in cui l’ordine internazionale era dominato dagli Stati Uniti: in un’Unione europea che si stava ampliando, la posizione americana metteva tutti d’accordo. Storicamente quest’atteggiamento ha fornito “una copertura” più che una soluzione al conflitto.

 

INCAPACITÀ O COMPLICITÀ

Ora questa stessa copertura proviene direttamente dall’Europa. È il riflesso di un’Unione “paralizzata dalle sue divisioni interne”, scrive Le Monde, e sotto pressione per il crescente numero di leader di estrema destra, come l’ungherese Viktor Orbán, che ha stretto una forte alleanza con Netanyahu? Oltre a questo, un elemento ancora più preoccupante sono le dichiarazioni britanniche e tedesche contro la Cpi – la cui creazione è stata fortemente voluta da questi stessi paesi – che rimettono in discussione le basi del diritto internazionale umanitario.

Su Foreign Policy, Benjamin Haddad esamina nel dettaglio le ragioni di questo cambiamento europeo: “Questa mutazione è il simbolo di qualcosa di più profondo. Di fronte agli attacchi terroristici negli ultimi anni, gli europei hanno sempre più associato Israele a un paese che affronta sfide simili. Aurore Bergé, portavoce della République en marche! – il partito del presidente Macron – al parlamento francese, ha dichiarato: ‘Abbiamo un fronte comune con Israele: la lotta al terrorismo islamista’. Più che mai, è ciò che ci avvicina e questo spiega il cambiamento diplomatico in Europa”.

L’ultimo colpo a livello europeo è stato dato dalla guerra civile siriana che ha raggiunto l’apice nel 2013. L’Unione da allora ha deciso di fortificare le sue frontiere e i migranti mediorientali sono stati circondati da “un cerchio di fuoco”, spiega Huber.

La studiosa intravede comunque dei piccoli cambiamenti a livello europeo. Nelle università il lavoro dello storico palestinese Rashid Khalidi sul colonialismo israeliano è sempre più studiato e nelle risoluzioni europee, su pressioni dei paesi nordici, si chiede di risalire alle “radici” del conflitto israelo-palestinese. Il parlamento irlandese ha approvato a maggio una mozione che condanna l’”annessione di fatto” dei territori palestinesi da parte delle autorità israeliane. È il primo dei 27 paesi dell’Unione europea a farlo.

*( Catherine Cornet, giornalista e ricercatrice)

 

04 – Simone Pieranni*: VARIANTE DELTA NEL GUANGDONG, NUOVE CHIUSURE E SCALI PORTUALI NEL CAOS CINA. ATTIVATI 300 HOTEL IN TUTTA LA REGIONE PER LA QUARANTENA DEI VIAGGIATORI IN ARRIVO.

Nei giorni scorsi il Guangdong, regione nel sud della Cina, ha registrato decine di nuovi casi confermati di Covid-19 trasmessi localmente. Sotto pressione, in particolare, c’è Guangzhou (Canton), mentre misure restrittive sono applicate in molte città della regione. Pur in una situazione che viene considerata sotto controllo sono state imposte restrizioni a causa delle varianti.

I racconti che arrivano dal sud ricordano quelli che arrivavano dalla Cina un anno fa (analogamente anche Vietnam e Australia hanno riadottato misure restrittive per via delle varianti): un lavoratore del porto di Yantian a Shenzhen, città di oltre 17 milioni di abitanti, è risultato positivo dopo 11 test di amplificazione degli acidi nucleici negativi. Da allora il suo villaggio è stato sottoposto a test di massa. Guangzhou, Shenzhen e Foshan in momenti diversi hanno avviato test di massa dopo aver riscontrato nuove infezioni.

La situazione più a rischio è quella di Guangzhou: nei giorni scorsi un uomo è stato arrestato dopo aver violato la quarantena per andare a trovare i genitori, entrambi positivi. Un altro si è scontrato con gli agenti che hanno richiesto il tampone per uscire da un’area in lockdown, altri due sono stati arrestati per aver diffuso fake news sui contagi nella città. Come riportato dalla stampa locale «Le autorità sono preoccupate che alcuni dei casi nel cluster del Guangdong riguardino il ceppo Delta altamente trasmissibile, rilevato per la prima volta in India e hanno cercato di fermare la diffusione con blocchi nelle aree colpite, restrizioni di viaggio imposte in tutta la provincia e test obbligatori».

«La variante ha un periodo di incubazione più breve, una velocità di trasmissione più elevata e una carica virale più elevata, rendendo la situazione a Guangzhou completamente diversa dal passato», ha affermato Zhang Zhoubin, vice capo del Centro per il controllo delle malattie. Per questo la situazione è totalmente nuova, anche rispetto alla prima ondata: anche durante i giorni peggiori dell’epidemia domestica nel 2020, Guangzhou è rimasta una delle poche città cinesi aperte al mondo.

L’aeroporto della città ha ricevuto 43,8 milioni di viaggiatori nel 2020, rendendolo l’aeroporto più trafficato del mondo durante la pandemia. In questi giorni, invece, ci sono più di 300 hotel in quarantena in tutta la regione del Guangdong per ricevere i viaggiatori in arrivo, che sono tenuti a prendere una quarantena obbligatoria di 14 giorni una volta arrivati in Cina. Questo si riverbera anche nei commerci perché analoghe chiusure sono applicate ai principali porti della regione, nelle scorse settimane, provocando ritardi e “traffico” in un settore che già risente di questo anno pandemico che sembrava superato

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05 – Roberto Zanini*: TOO BIG TO PAY: LE ZERO TASSE DEI MILIARDARI USA. SCOOP FISCALE. PROPUBLICA RIVELA 15 ANNI DI DICHIARAZIONI DEI REDDITI DEI 25 UOMINI PIÙ RICCHI DEL PAESE. VERSATO IN MEDIA IL 3,4% DEI PATRIMONI.

el 2011 l’uomo più ricco del mondo non ha pagato un dollaro di tasse federali: con una fortuna di 18 miliardi, Jeff Bezos ha chiesto un credito di 4.000 dollari per i figli. L’ha ottenuto. Nel 2018 il secondo uomo più ricco del mondo, Elon Musk, non ha pagato alcuna tassa federale. Dal 2014 al 2018 il decano mondiale dei finanzieri, Warren Buffett, ha pagato in tasse federali lo 0,98% dei 24 miliardi che ha accumulato.

E NESSUN DIO ha fatto piovere pece e zolfo sulla città. Da ieri il Fbi e l’Internal revenue service (l’Agenzia delle entrate americana) hanno lanciato indagini sulla clamorosa fuga di dati fiscali pubblicata dalla testata online ProPublica: quindici anni di dichiarazioni dei redditi dei 25 uomini più ricchi del paese. Tutto quello che hanno accumulato, tutto il poco o nulla che hanno pagato.

ProPublica non è una ong di sognatori. È una testata online con elmetto e paradenti, che negli ultimi dieci anni ha vinto quattro Pulitzer, pubblicata dal 2007 da una società senza scopo di lucro creata da Herbert e Marion Sandlers, marito e moglie newyorchesi che vendettero la loro banca e nel 2007 aprirono la loro innovativa redazione.

PROPUBLICA non ha rivelato la sua fonte, dichiarando di «aver ricevuto una vasta raccolta di dati in forma cruda». È il suo prestigio, e il meticoloso lavoro svolto per mesi, che ha fatto sì che ogni altra testata mondiale abbia preso quei dati per buoni.

La Casa Bianca ha dichiarato «illegale» la pubblicazione, il resto del mondo legge allibito. Nei quattro anni 2014-2018, i 25 top miliardari d’America hanno visto la loro fortuna aumentare di 401 miliardi, e in quel periodo hanno pagato 13,6 miliardi in tasse federali.

Un cifrone? Una barzelletta: è il 3,4%. Meno di un quarto dell’aliquota media delle famiglie americane, che incassano circa 65mila dollari l’anno e pagano il 14%. Ed è tutto legale. Lo scoop fiscale di ProPublica arriva in un momento delicato, in cui il neopresidente Biden parla di aumentare le tasse ai ricchi. Ma Biden vuole alzare dal 37% al 39% l’aliquota sulle grandi fortune. Il problema è che le grandi fortune non pagano il 37, e neanche il 3,7. Pagano il 3,4 – chi lo paga. Perché tra i paperoni d’America va di moda non pagare nulla.

NON HA PAGATO NULLA Jeff Bezos (Amazon) nel 2007 e nel 2011 – e in questo 2021, dopo aver bloccato l’ingresso del sindacato, Amazon sta chiedendo finanziamenti pubblici. Non ha pagato nulla Elon Musk (Tesla) nel 2018. Ha pagato lo 0,98% in quattro anni il decano degli speculatori, Warren Buffett (Berkshire Hataway). George Soros non ha pagato nulla nel 2016, 2017 e 2018.

L’ex sindaco di New York Michael Bloomberg (gruppo Bloomberg Lp) ha pagato l’1,30% dei 10 miliardi di dollari che ha guadagnato nel 2018. Altre cifre seguiranno, promette ProPublica. Alla fine del 2018, i 25 paperoni valevano tutti insieme 1,1 trilione di dollari (un trilione, per chi non lo vedesse spesso, sono mille miliardi). Per fare la loro ricchezza ci vorrebbero 14,3 milioni di americani normali.

 

LA DISTRUZIONE DEI SISTEMI fiscali «keynesiani» avvenuta negli anni 80 e 90, e il concetto che i mercati sarebbero stati più efficienti degli stati nel redistribuire risorse, hanno portato a questo brillante risultato. Il problema è che l’Irs, che pure ha 80mila dipendenti, continua a dare la caccia all’income, al reddito, e lascia indisturbata la wealth, la ricchezza.

Ma è nella ricchezza che i super-ricchi hanno il loro reddito. Nei clamorosi dati di ProPublica non c’è un solo reato, solo decenni di leggi fiscali pro-ricchezza. Lo scorso aprile gli economisti Emmanuel Saez e Gabriel Zucman avevano calcolato e reso pubblico che le grandi ricchezze esentasse d’America valevano 2,7 trilioni (o mila miliardi). Nemmeno allora piovvero pece e zolfo.

E all’inizio dello stesso mese, la rivista Forbes – non il manifesto – aveva recensito 55 grandi aziende americane che non avevano pagato un solo dollaro di tasse federali, grazie al Tax cuts act firmato Donald Trump. C’era il gotha del paese: Nike, FedEx, il gigante del food Archer Daniels Midlands, quello delle tv via cavo Dish Network, quello del software Salesforce… . Contro i primi tagli ai ricchi di George W. Bush, nel 2003 fu proprio Warren Buffett, all’epoca arzillo 73enne, a scrivere un editoriale di fuoco sul Washington Post contro le «tasse voodoo», chiedendo di alzare le aliquote ai ricchi. Quell’editoriale, in Europa lo pubblicò soltanto il manifesto. Non accadde nulla. E il vecchio Warren si stufò e diventò il recordman del taglio fiscale – darà tutto in beneficenza alla sua morte, dice.

 

E QUI C’È UN ALTRO PROBLEMA: a parte pochi politici liberal, i soli che combattono davvero per tassare i ricchi sono… altri ricchi. Segnatamente il curiosissimo gruppo Patriotic Millionaires, un insieme di gente assai solvibile fondato da Morris Pearl, ex dirigente del fondo mammuth BlackRock (il più grande investitore privato del mondo) e dall’avvocato d’affari Erica Payne. Pearl e Payne hanno scritto «Tax the rich», la bibbia della fuga dal fisco, che denuncia tutti i trucchi. Farsi fare enormi prestiti garantiti dalle azioni possedute, e spendere e spandere quelli (non tassati) lasciando il malloppo al sicuro. Raccogliere beneficienza il cui principale beneficiato è il raccoglitore stesso. Investire in opere d’arte il cui valore cala o cresce sulla base di criteri fantasiosi.

I Milionari Patriottici – per entrare nel gruppo serve un milione cash – propagandano il libro, organizzano show, premono su media e politica, fanno girare ovunque grandi insegne con le facce di Bezos o Musk e la scritta «Tax me if you can», prova a tassarmi. La loro bandiera è la Buffett rule, la regola Buffett, proprio quella proposta di aumenti per i ricchi che il vecchio megamiliardario Warren pretendeva – e che non ha mai applicato a se stesso.

Perché una cosa è vera: tassare il reddito è facile, ma tassare la ricchezza è tecnicamente un autentico incubo. L’Irs ha da tempo gettato la spugna. Ma bisognerà farlo. Prima che una jacquerie globale obblighi i ricchissimi esentasse a fuggire nelle stesse remote isolette che custodiscono i loro soldi.

*(Roberto Zanini, caporedattore presso il manifesto)

 

06 – LA GERMANIA FA I CONTI CON I CRIMINI COLONIALI IN NAMIBIA*: CON LA “DICHIARAZIONE CONGIUNTA” DEI GOVERNI DI NAMIBIA E GERMANIA SUL GENOCIDIO DEI POPOLI HERERO E NAMA TRA IL 1904 E IL 1908, PER LA PRIMA VOLTA UN’EX POTENZA COLONIALE SI È SCUSATA UFFICIALMENTE PER DEI CRIMINI DI MASSA CHE AVEVA ORDINATO.

L’accordo raggiunto dai governi di Berlino e di Windhoek prevede che nei prossimi trent’anni la Germania destini 1,1 miliardi di euro a progetti di sviluppo in Namibia.

Agli occhi di alcuni, quest’accordo potrebbe essere il modello per la riconciliazione tra altre ex potenze coloniali e i paesi che avevano occupato. È la prima volta infatti che un ex colonizzatore riconosce un’ingiustizia storica nell’ambito di un dialogo tra stati. Tuttavia, questo compromesso ha dei limiti ed è eccessivamente prudente, perché cerca di proteggere la Germania ed evita di creare dei precedenti. Inoltre nei negoziati non sono state sufficientemente coinvolte le comunità dei discendenti del genocidio, compromettendo le prospettive di una reale riconciliazione.

 

COME SI È ARRIVATI ALL’ACCORDO

L’accordo annunciato il 28 maggio è il risultato di una lunga trattativa. Il punto di partenza fu il discorso pronunciato nel 2004 dalla ministra tedesca della cooperazione economica Heidemarie Wieczorek-Zeul in occasione nel centesimo anniversario della battaglia di Waterberg, che oppose le truppe coloniali tedesche ai ribelli locali herero ed è considerata l’inizio del genocidio. Negli anni successivi alla battaglia i tedeschi uccisero migliaia di appartenenti alle etnie herero e nama, e rinchiusero i sopravvissuti in campi di concentramento, costringendoli ai lavori forzati e ad altre atrocità. Wieczorek-Zeul ammise che in Namibia fu condotta una “guerra di sterminio, quella che oggi chiameremmo ‘genocidio’”. E aggiunse: “Perdonate le nostre violazioni e le nostre colpe”.

Nel 2011 Berlino fece un primo passo avanti restituendo alla Namibia i resti di vittime del genocidio. I teschi e altre parti dei corpi degli herero e dei nama uccisi erano stati portati in Germania per essere sottoposti a studi antropologici e anatomici, studi che contribuirono all’elaborazione di una “scienza della razza” da parte dei nazisti.

Nel 2015 il ministero degli esteri tedesco riconobbe che tra il 1904 e il 1908 in Namibia fu commesso un genocidio. Alla fine di quell’anno cominciarono dei negoziati bilaterali, che nel corso del tempo hanno incontrato vari ostacoli. La Germania, preoccupata delle possibili conseguenze legali, ha voluto definire con esattezza la forma delle sue scuse. Era anche riluttante a usare il termine “genocidio” e non ha mai accettato di pagare delle riparazioni. Ancora oggi sul processo in corso incombono i dubbi legati alle possibili implicazioni legali e sul fatto che questo accordo potrebbe costituire un precedente sia per la Germania sia per le altre ex potenze coloniali, aprendo la porta a nuove richieste di riparazioni, come quelle presentate da Grecia, Italia e Polonia per le atrocità compiute dai soldati tedeschi durante la seconda guerra mondiale.

Con il compromesso trovato in Namibia, la Germania vorrebbe evitare di finire nella “trappola” delle riparazioni. Ma gli 1,1 miliardi di euro promessi per i progetti di sviluppo in Namibia sono un prezzo troppo basso per liberarsi del rimorso. La cifra è simbolica se paragonata al costo umano e ai danni materiali inflitti al paese africano. Secondo Vekuii Rukoro, leader della comunità herero, questa promessa è una presa in giro.

I finanziamenti tedeschi ammontano a 37 milioni di euro all’anno per i prossimi trent’anni. Al cambio attuale sono 618 milioni di dollari namibiani. Le previsioni di spesa del governo namibiano per il periodo 2021/2022 sono di 67,9 miliardi di dollari namibiani. Per Windhoek quel denaro è allettante: l’economia nazionale è in profonda recessione. Il covid-19 ha colpito un paese già segnato da una grave crisi finanziaria. L’iniezione di denaro è ancora più gradita, se si considera che il governo sta perdendo consensi. I fondi dovranno servire per la riforma terriera e per lo sviluppo delle infrastrutture rurali, energetiche e idriche, e per la scuola.

 

IL RISCHIO DI PROTESTE

Il presidente tedesco Frank-Walter Steinmeier è atteso in Namibia, dove presenterà le sue scuse all’assemblea nazionale. Tuttavia questo gesto ufficiale non può sostituire uno scambio diretto con i discendenti delle comunità colpite, che hanno minacciato di accogliere Steinmeier con una protesta.

Dopo la conclusione dei negoziati il ministero degli esteri tedesco ha precisato in un comunicato che il riconoscimento del genocidio non implica alcuna “richiesta legale di risarcimento”. Inoltre, “il sostanzioso programma per la ricostruzione e lo sviluppo” è da considerarsi “un gesto” con cui la Germania “ha riconosciuto i propri torti”. Viene da chiedersi se il “gesto” sia sufficiente. Considerando l’ampiezza dei crimini commessi all’inizio del secolo scorso, una maggiore empatia non avrebbe guastato. Inoltre un linguaggio così formale può risultare umiliante e offensivo.

La compensazione materiale non basta per la riconciliazione. Le devastanti conseguenze demografiche e socioeconomiche del genocidio non potranno mai essere compensate. Il miglioramento delle condizioni di vita dei discendenti delle vittime è un elemento decisivo, ma per garantirlo non bastano i soldi.

 

LA COMPENSAZIONE MATERIALE NON BASTA PER LA RICONCILIAZION

Altrettanto importante sarebbe un’adeguata manifestazione di rimorso. Nella “dichiarazione congiunta” si legge che: “Il governo e il popolo della Namibia accettano le scuse della Germania e credono che possano aprire la strada a una comprensione reciproca duratura e al consolidamento di un rapporto speciale tra i due paesi”. Ma se non sono state adeguatamente consultate le comunità herero e nama, è come se i due governi imponessero le condizioni che il popolo namibiano è tenuto ad accettare.

Con un processo lungo e difficile la Germania ha fatto importanti progressi nell’affrontare le atrocità della shoah. La memoria di quella tragedia fa ormai parte del dna tedesco, come dimostra il memoriale costruito nel centro di Berlino. La Germania si è riconciliata con la Francia e, in parte, anche con la Polonia per i crimini commessi durante la seconda guerra mondiale.

Anche le atrocità compiute dalla Germania nelle sue imprese coloniali dovrebbero diventare parte della memoria nazionale tedesca. Da tempo si attende una commemorazione pubblica di questi crimini, a cominciare da quelli in Namibia.

Gli accordi bilaterali tra i governi non possono sostituire la riconciliazione tra i popoli. I discendenti delle vittime del genocidio in Namibia sono facilmente rintracciabili, ma che dire dei carnefici? Come ha detto lo scrittore e attivista namibiano Jephta U. Nguherimo, “il presidente Steinmeier dovrebbe porgere le sue scuse al Bundestag, in modo che il popolo tedesco scopra e comprenda fino in fondo questo genocidio taciuto”. Finora non è stato proposto nulla di simile.

L’accordo tra Germania e Namibia è il risultato di un negoziato imperfetto tra governi. È un passo avanti perché rompe la prolungata amnesia coloniale. La decolonizzazione e la riconciliazione, però, devono essere un processo condiviso. I governi possono facilitarlo, ma non devono mai monopolizzarlo.

(Traduzione di Andrea Sparacino) Questo articolo è uscito sul sito The Conversation.

*( Henning Melber, Reinhart Kössler, The Conversation, Australia)

  

O7 – Massimo Gaggi *: CORONAVIRUS. VACCINI, L’AMERICA RALLENTA: SARÀ SUPERATA DALL’ITALIA? LA DIFFIDENZA DEGLI AMERICANI IMPEDIRÀ A BIDEN DI CENTRARE L’OBIETTIVO DEL 70% DI IMMUNIZZATI ENTRO IL 4 LUGLIO. IN ITALIA, INVECE, CON QUESTO RITMO L’IMMUNITÀ DI GREGGE POTREBBE ESSERE RAGGIUNTA ENTRO FINE AGOSTO. L’AMERICA RALLENTA: SARÀ SUPERATA DALL’ITALIA?

L’Italia che sorpassa gli Stati Uniti sulle vaccinazioni? Può sembrare una battuta, ma in realtà il quesito non è poi così ozioso ora che nel nostro Paese stanno arrivando molte dosi e il meccanismo di distribuzione è ormai ben oliato. Negli Stati Uniti, leader dei mondiale dei sieri immunizzanti, il problema si è invece capovolto: non è più di offerta ma di domanda di vaccini. Nelle somministrazioni quotidiane il sorpasso è già a portata di mano: l’Italia è passata in poche settimane da quasi zero a oltre 600 mila inoculazioni quotidiane. Gli Stati Uniti sono scesi dalle 3,4 milioni di dosi giornaliere di aprile a meno di un milione. E la prospettiva è quella di cali ulteriori perché l’abbondanza di vaccini che tanto abbiamo invidiato (conosco gente arrivata a New York al mattino che di pomeriggio si è vaccinata senza prenotazione e potendo scegliere tra Pfizer, Moderna e J&J) continua a essere invidiabile, ma ormai serve a poco ai fini del raggiungimento dell’obiettivo dell’immunità di gregge.

Il problema non è più quello di riuscire a vaccinare chi lo vuole ed è pronto a mettersi in fila nei centri: il problema è diventato quello di fare campagne mirate andando a stanare e a convincere uno per uno i perplessi, i tanti scettici mentre pare non ci sia molto da fare con gli oppositori ideologici ai vaccini. E, complessivamente, gli americani restii a vaccinarsi sono molti più degli italiani. Ciò porta gli esperti a ritenere che Joe Biden — dopo aver brillantemente superato la prova dei suoi primi 100 giorni di presidenza riuscendo addirittura a raddoppiare le somministrazioni inizialmente promesse — non riuscirà a centrare l’obiettivo di arrivare a vaccinare il 70% della popolazione entro la festa nazionale del 4 luglio. Non per mancanza di vaccini — i frigoriferi sono pieni di dosi inutilizzate — ma per mancanza di braccia.

Hanno fatto notizia i modi più fantasiosi, o addirittura bizzarri, escogitati per incentivare le vaccinazioni — birre e ciambelle fritte gratis, biglietti per eventi sportivi ambiti, lotterie, in West Virginia vaccinandosi si può anche vincere un fucile — ma tutto questo è la conseguenza del rapido prosciugarsi del bacino degli americani intenzionati a vaccinarsi, una volta arrivati a immunizzare quella metà, circa, del Paese che aspettava con ansia la sua dose. Mentre il 70% di Biden rischia di diventare un miraggio, gli immunologi hanno, poi, alzato l’obiettivo per l’immunità di gregge dal 70% all’80-85% alla luce della maggiore trasmissibilità delle varianti. La prospettiva è quella di un’America a macchia di leopardo: avremo Stati dove si arriverà all’immunità (il Maine è già al 75% di vaccinati e presumibilmente le metropoli delle due coste, da New York a Los Angeles, centreranno l’obiettivo) e altri nei quali, faticando a stare sopra il 60% di vaccinati, il virus continuerà a circolare in modo endemico, sua pure depotenziato e più controllabile, senza grandi emergenze ospedaliere.

Qualche numero: a Chatttanooga, città industriale del Tennessee, meno del 50% della popolazione ha ricevuto la prima dose. In Stati come l’Oklahoma e il North Carolina siamo al 54%. Nello Utah, Provo e altre località a sud di Salt Lake City che stanno diventando una piccola Silicon Valley zeppa di imprese tecnologiche, i cittadini pienamente vaccinati sono meno del 30%. Gli astenuti: un mix di giovani che si sentono invulnerabili e considerano l’epidemia già sconfitta e di conservatori ostili ai vaccini (le statistiche dicono che il 30% dei repubblicani e il 28% dei cristiani evangelici è ideologicamente contrario alle immunizzazioni). In Italia, invece, come ha scritto sul Corriere Fabio Savelli, mantenendo il ritmo delle 600mila dosi al giorno è tecnicamente possibile arrivare all’immunità di gregge al 70% entro fine agosto (il generale Figliuolo oggi ha detto al Parlamento che l’obiettivo è di arrivare all’80% entro fine settembre). Se non è un sorpasso sugli Usa, poco ci manca (ma forse lo sarà). Resta da vedere se questo livello basterà per raggiungere la tanto sospirata herd immunity.

 

08 – Vera Pegna*: Palestina. IL COMMENTO DELLA SETTIMANA. Attualmente circolano due proposte di soluzione alla cosiddetta questione israelo-palestinese.

LA PRIMA, quella dei due popoli due Stati sostenuta dall’intera diplomazia internazionale, attribuisce ai palestinesi non uno Stato sovrano bensì un territorio di circa il 20% della Palestina, collegato a Gaza con un tunnel e inframmezzato dagli insediamenti di 700.000 coloni israeliani comunicanti tra loro con dei cavalcavia di proprietà israeliana; per giunta, questo non-Stato sarebbe totalmente dipendente da Israele per la fornitura di energia elettrica, telefonia mobile, aeroporto e altri servizi essenziali; né avrebbe come capitale Gerusalemme est, bensì un sobborgo di questa chiamato Abu Dis. Avete capito, palestinesi? È prendere o lasciare.

DELLA SECONDA proposta, quella di un unico Stato per i due popoli, la diplomazia internazionale non parla, né tantomeno ne parlano i media. È radicalmente diversa dalla prima, in quanto parte dalla constatazione della realtà sul terreno, ovvero dal fatto che nel territorio della Palestina storica esiste un solo Stato, Israele – senza confini stabiliti – con a fianco e senza soluzione di continuità la Cisgiordania, cui si aggiunge Gaza; l’intero territorio è governato da un’unica autorità, il governo israeliano che, a suo piacimento, ne annette pezzi, erge muri e impone regimi politici diversi alle popolazioni ivi residenti: pieni diritti di cittadinanza agli ebrei, diritti minori ai palestinesi d’Israele (chiamati arabi d’Israele, cristiani, drusi, beduini sì da confondere la loro comune identità nazionale), apartheid per i palestinesi della Cisgiordania e ghettizzazione di Gaza.

La differenza fra le due proposte salta agli occhi: quella dei due popoli due Stati garantisce a Israele, in cambio della sua funzione di difesa degli interessi occidentali nel Medio Oriente, il compimento del progetto sionista di uno stato ebraico in Palestina, con il minore numero possibile di palestinesi (si fa di tutto per farli uscire di scena ma loro non mollano); con ogni evidenza è una proposta che parte, non dall’intento di trovare una soluzione duratura di convivenza pacifica fra i due popoli, bensì da una visione verticistica e eurocentrica della difesa degli equilibri geopolitici della regione.

 

LA SECONDA proposta, quella di uno Stato due popoli, è tabù in quanto volta unicamente a una prospettiva pacificatrice; ma anche in quanto si pone in controtendenza rispetto alla visione geostrategica delle grandi potenze e dei loro alleati: quella di un’Israele forte ed egemone in un Medio oriente di ex stati sovrani, anomici e in disgregazione (Afghanistan, Irak, Siria, Yemen, Libia).

Non sopravaluto il crescente, anche se ancora limitato, gradimento che tale proposta suscita nei popoli interessati. Ai palestinesi è sempre più chiaro che è preferibile battersi per i propri diritti all’interno di un unico Stato invece che accettare la resa incondizionata a Israele insita nella soluzione due popoli due stati. Fra gli israeliani la situazione è più complessa. Oltre il venti percento della popolazione è composta da palestinesi, oltre il cinquanta percento è di provenienza araba e sefardita (fra cui i miei avi) e solo il venti percento è di origine europea; però è quest’ultimo gruppo che costituisce l’establishment e, con l’arroganza tipica dei colonialisti europei verso i popoli oppressi, ha sempre disprezzato tutto ciò che è arabo e sostenuto l’equazione fra palestinese e terrorista; come pure i media israeliani, la cui libertà è valutata all’ottantaseiesimo posto dal World Press Freedom Index. Tuttavia, se è vero che l’idea di convivere con i palestinesi non è gradita alla grande maggioranza della popolazione, è anche vero che si moltiplicano le imprese comuni e i matrimoni misti e che nascono gruppi di cittadini che militano a favore dello stato comune ai due popoli.

Non sottovaluto le obiezioni, gli ostacoli, i ricatti e magari anche il peggio di cui sono capaci i potenti alla sola idea di perdere le loro posizioni di forza, ma nulla inficia la possibilità di prendere atto della realtà e dichiarare l’esistenza di uno Stato comune a entrambi i popoli; non domani, s’intende, ma in prospettiva, perché appunto di prospettiva si tratta, cioè di un processo politico lento, volto a svelenire il clima di odio diffuso e porre le basi di una convivenza pacifica. Non un sogno, ma un futuro possibile: a patto che lo si voglia.

 

09 – Anna Lisa Bonfranceschi*:  HOME SCIENZA MEDICINA

CI SERVIRÀ UNA TERZA DOSE DI VACCINO CONTRO COVID-19?

Il Wired Next Fest torna il 16 giugno con Next Generation – Scopri di più

Probabile, ed è per questo che gli studi nel campo procedono. Ma molto dipenderà dall’evoluzione del virus e della pandemia, oltre che dalla durata della risposta immunitaria vaccini

Una, due, forse tre. E via a continuare, ogni anno. La questione dosi è stata più che mai centrale in tema di vaccini anti-Covid. Da sempre. Tralasciando le questioni tecniche – ricorderete la possibilità di estrarre più dosi dalle fiale di vaccino – il numero di dosi è stato centrale nelle discussioni di strategia ed efficacia vaccinali. A partire dal Regno Unito, con la scelta di vaccinare in massa il più alto numero di persone con una sola dose inizialmente, fino alle evidenze in materia di efficacia contro le varianti (e pare, per esempio, una doppia dose faccia la differenza contro la variante delta (B.1.617.2, un ceppo della variante sequenziata in India).

Così, mentre ormai la campagna anche da noi è in pieno corso, con le ultime aperture, senza distinzioni di fascia di età o categorie, già da qualche tempo si comincia a guardare al prossimo futuro. Si parla in sostanza già di una possibile terza dose (eccezion fatta per Johnson & Johnson, l’unico al momento a prevederne una invece di due), a intendere più generalmente un richiamo vaccinale. Servirà? Ogni anno? La risposta è quanto mai sfumata, ma l’idea praticamente condivisa è che sia possibile e che ci si debba preparare.

Lo sa bene Big Pharma, e da tempo. Solo a gennaio, infatti, poco dopo l’approvazione del suo vaccino, Moderna per esempio annunciava di essere al lavoro con una sperimentazione per capire se una terza dose del suo prodotto, un booster, potesse aumentarne l’efficacia, soprattutto nella lotta all’emergere di nuove varianti. Il nodo varianti infatti, insieme all’interrogativo o sulla durata dell’immunità conferita da infezione naturale e vaccino, sono i temi centrali nelle discussioni sull’utilità o meno di un richiamo, con versioni identiche del vaccino o aggiornate, ovvero mirate a combattere in modo più specifico le varianti. Un vaccino ovvero che utilizza le informazioni genetiche delle varianti per la produzione della proteina spike contro cui indirizzare la risposta immunitaria, facilmente e rapidamente adattabile, soprattutto con la tecnologia dei prodotti a mRna. È quello che ha fatto l’azienda Moderna, lanciando una sperimentazione con un vaccino specifico per la variante beta B.1.351 (scoperta in Sud Africa), che stando ai risultati diffusi solo poche settimane fa riesce nell’intento di potenziare la risposta immunitaria contro le varianti.

L’altro grande enigma di fronte alla necessità di uno (o più) possibili richiami, ha a che fare con la durata dell’immunità acquisita dopo la vaccinazione (e più in generale dopo l’esposizione al coronavirus). Gli studi accumulati finora hanno prodotto dati un po’ diversi tra loro, ma portano a credere che l’immunità acquisita dopo l’infezione, pur con qualche variabile da persona a persona, scemi nel tempo ma duri in generale almeno qualche mese, sei circa anche con i vaccini, forse anni, anche se non è del tutto chiaro che livello di risposta immunitaria necessario a garantire protezione.

La pubblicazione di uno studio recente in materia, che ha osservato la presenza di cellule che producono anticorpi a distanza di quasi un anno dalla guarigione, depone a favore dell’esistenza di un’immunità molto duratura, dovuta alla presenza di cellule a lunga sopravvivenza, capaci di produrre anticorpi contro il coronavirus potenzialmente per tutta la vita. Se questo sia sufficiente però a fornire protezione, di nuovo, non è chiaro.

Ed è per questo che servono studi, e dati. È in questa direzione che va anche l’iniziativa del Regno Unito che ha appena lanciato uno studio per capire se e quanto una terza dose di vaccino anti-Covid (diversi quelli testati) aiuti a potenziare la risposta immunitaria. Combinandone diversi, considerando che il booster, la terza dose potrebbe essere diversa da quelle ricevute in precedenza. Sono però in corso anche tentativi di combinazione con altri vaccini. Pfizer, per esempio, ha appena annunciato l’intenzione di somministrare la terza dose del suo vaccino anti-Covid insieme a quello contro lo pneumococco negli adulti over 65.

Le preparazioni sono in sostanza già in atto, come dovuto, come ha commentato, tra gli altri anche l’esperto statunitense Anthony Fauci interpellato sul tema. Sarebbe “sciocco” non farlo, ha detto, pur considerando il clima di incertezza in cui ci troviamo. A fronte infatti dell’incertezza sulla durata delle risposte immunitarie all’infezione naturale e al vaccino, ci sono anche quelle che riguardano l’evoluzione epidemiologica della pandemia, con la diffusione delle varianti e la loro capacità di evadere o meno i vaccini.

Con diversi ormai approvati, e pur con studi ancora in corso, c’è chi si sbilancia a immaginare il tipo di booster che potremmo ricevere. Per esempio Nathan Bartlett, esperto di infezioni respiratorie della Newcastel Universiy, sulle pagine di The Conversation, spiegava come difficilmente sul lungo termine, se richiesto, la soluzione sarà fare ricorso a vaccini ad adenovirus (come Astrazeneca o anche J&). Non solo per i rari problemi di coagulazione associati ai vaccini, ma perché cicli ripetuti infatti con prodotti ad adenovirus rischiano di diventare sempre meno efficaci, perché il sistema immunitario risponde anche all’adenovirus, interferendo sulla capacità di rilasciare il materiale genetico necessario per montare la risposta contro il coronavirus.

*( Anna Lisa Bonfranceschi Contributor da WIRED)

 

10 – Roberto Ciccarelli*: TASSA DEL 15% SULLE MULTINAZIONALI: «È RIDICOLMENTE BASSA, PREMIATI GLI AUTORI DEGLI ABUSI FISCALI». NEGLI ANNI OTTANTA ERA AL 50%».

Pagherete poco e non nemmeno tutto. Dure le reazioni critiche all’accordo fiscale tra i paesi dominanti al G7 di Londra. Oxfam: «La maggioranza dei paesi non accetterà queste briciole». Tax Justice Network: «Il problema è la distribuzione dei proventi, ora rischia di essere iniqua». L’economista Gabriel Zucman, coordinatore dell’Osservatorio fiscale europeo: «Serve un’aliquota al 25%, il15% è un tasso ridicolmente basso. Negli anni Ottanta era al 50%»

Gabriel Zucman, il coordinatore dell’osservatorio fiscale europeo presentato il primo giugno dalla Commissione Europea (Il Manifesto, 2 giugno) ritiene che un’imposta del 15% sui profitti delle grandi multinazionali a livello globale sia «un tasso ridicolmente basso» rispetto a quella che è stata storicamente la norma e a quella che è oggi la norma. A metà degli anni Ottanta, l’aliquota globale dell’imposta sulle società era del 50%. In quarant’anni siamo passati dal 50 al 22%. Oggi, tutti i paesi del G7 (Germania, Canada, Stati Uniti, Francia, Italia, Giappone e Regno Unito) sono già molto al di sopra di questa soglia. La proposta dell’osservatorio è fissare un’aliquota del 25% che garantirebbe entrate per 170 miliardi di euro in più ogni anno solo a livello europeo. Servirebbe a rompere la spirale della concorrenza fiscale che caratterizza ha trasformato l’Ue in un casinò dove i governi irlandesi, olandesi, lussemburghesi o ciprioti permettono alle multinazionali di sfuggire a una tassazione equa.

SU QUESTA BASE è possibile comprendere le critiche che hanno accolto ieri l’intesa al G7 di Londra sulla tassa unica. L’aliquota del 15% , da considerare una soglia minima, non ha soddisfatto chi ha presente la storia recente di un sistema fiscale che arricchisce i vincitori dell’economia del mercato e impone salari pessimi e tasse stratosferiche sulle persone fisiche. Per Oxfam è più vicina alle aliquote vigenti nei paradisi fiscali come Irlanda, Svizzera o Singapore. Andrebbe alzata subito al 25%. «L’accordo non è equo. È un patto fiscale dall’alto verso il basso mediato da soli sette paesi e deciso prima dell’accordo globale atteso per quest’estate. Avvantaggerà in modo schiacciante i paesi ricchi e aumenterà la diseguaglianza. Miliardi di dollari di entrate persi nei paradisi fiscali ogni anno andrebbero ai paesi ricchi dove hanno sede la maggior parte delle grandi multinazionali come Amazon e Pfizer. Il G7 non può aspettarsi che la maggioranza dei paesi del mondo accetti le briciole dalla sua tavola».

L’ACCORDO di cui parla Oxfam è quello che il G20 dovrebbe raggiungere un accordo a luglio. A settembre l’Onu potrebbe iniziare i negoziati per formare un organismo intergovernativo che fissi le regole fiscali per tutti. Rispetto all’accordo di ieri esistono proposte più coraggiose avanzate dai paesi in via di sviluppo. L’ha presentata l’African Tax Administration Forum (Ataf), a nome di 38 paesi africani. Anche il G24 ha chiesto un sistema fiscale più equo.

LA PARTITA IN CORSO è iniziata nel 2019 e coinvolge 140 paesi Ocse che stanno trattando su un pacchetto di riforme fiscali. Oltre alla percentuale dell’aliquota, e il sistema di calcolo, il problema è anche quello della distribuzione delle entrate aggiuntive. La proposta Ocse al momento privilegia i paesi più ricchi dove le multinazionali hanno la loro sede. Questi paesi rappresentano il 45% del Pil lordo globale, anche se hanno solo il 10% della popolazione mondiale. Se redistribuiti solo al loro interno, ai G7 spetterebbe più del 60% delle entrate aggiuntive (altri parlano del 75%). Dunque non solo il piccolo club dei paesi ricchi è responsabile dei due terzi degli abusi fiscali commessi dagli anni Ottanta, ma godrebbe dell’aumento dei proventi. Invece i paesi a basso reddito perderebbero una quota significativa delle loro entrate fiscali e guadagnerebbero pochissimo dalla tassa minima.

IL GRUPPO di pressione di ricercatori e attivisti Tax Justice Network ha proposto il «Minimum Effective Tax Rate», un indice che permetterebbe di distribuire i proventi anche nei paesi dove si svolge l’attività economica reale delle multinazionali senza discriminare tra i paesi in cui hanno sede e quelli dove operano. L’India guadagnerebbe tre volte in più l’importo stimato dall’Ocse, quasi 13 miliardi di dollari. La Cina 32 miliardi di dollari. Il Brasile 10 miliardi di dollari contro 3 miliardi. Gli stessi paesi del G7 guadagnerebbero 250 miliardi di dollari invece di 170.

LIZ NELSON di Tax Justice Network ci permette di capire come la partita in corso non sia solo numerica, ma profondamente politica. «Potenze coloniali come il Regno Unito e l’Olanda – ha detto – sono state determinanti nello sviluppo di un sistema fiscale globale abusivo che oggi deruba i paesi a basso reddito – dove vive la metà della popolazione mondiale – di tasse equivalenti a più della metà dei loro bilanci di salute pubblica. Non dobbiamo dimenticare che furono i proprietari di schiavi ad essere compensati dall’impero quando la schiavitù fu abolita, invece degli schiavi stessi. Oggi non dobbiamo ripetere la storia e non dobbiamo premiare i peggiori autori di abusi fiscali globali».

 

10a – Gianni Trovati TASSA MINIMA GLOBALE: PER L’ITALIA ENTRATE POTENZIALI DA 2,7 MILIARDI. IL MINISTRO FRANCO: «ORA L’OK AL G20 DI VENEZIA, PER L’ATTUAZIONE ALCUNI ANNI». FISCO, ACCORDO G7: TASSA DEL 15% A SOCIETÀ BIG TECH, I PUNTI CHIAVE, SUCCESSO POLITICO.

Gli effetti sui conti pubblici Il gettito per l’Italia

Per l’Italia l’accordo di principio sulla minimun tax raggiunto al G7 di Londra rappresenta un successo politico e un’entrata potenziale da 2,7 miliardi di euro. Ma mentre il primo è sicuro, rafforzato dal fatto che il cambio di rotta statunitense alla base dell’intesa si è sviluppato nel corso della presidenza italiana del G20 e dovrebbe sfociare in un accordo più ampio nella riunione veneziana dell’8-11 luglio, il secondo è futuribile. E per essere tradotto in pratica ha bisogno di passaggi operativi complicati quanto essenziali sull’adesione effettiva dei diversi Paesi controinteressati, sul rapporto fra aliquote legali e aliquote reali e sui meccanismi di raccolta e distribuzione del deficit fiscale a carico delle multinazionali interessate.

 

SUCCESSO POLITICO

Sabato è stato il giorno dei festeggiamenti politici. Il premier Mario Draghi parla di «passo storico», il commissario Ue Paolo Gentiloni lo definisce «accordo globale senza precedenti» e il ministro dell’Economia Daniele Franco si dice fiducioso sul fatto che a Venezia «si troverà un’intesa anche a livello di G20». Ma l’attuazione, ha riconosciuto Franco, richiederà «alcuni anni».

 

GLI EFFETTI SUI CONTI PUBBLICI

A calcolare i possibili effetti sui conti pubblici dei diversi Paesi è l’Osservatorio fiscale europeo, l’organismo lanciato dalla commissione circa un anno fa e non a caso presentato ufficialmente il 1° giugno, alla vigilia dell’atteso accordo «storico» di Londra. Le preferenze dell’organismo, che ha sede a Parigi ed è diretto dall’economista francese Gabriel Zicman, sono orientate a un’aliquota del 25%, che offrirebbe un gettito più consistente.

Fissando al 15% il pavimento fiscale per le multinazionali, nei calcoli dell’organismo parigino l’Europa riuscirebbe a raccogliere 48,3 miliardi di euro, mentre negli Stati Uniti il conto si attesterebbe a 40,7. La fetta più ricca della torta fiscale europea spetterebbe al Belgio (10,5 miliardi), che però proprio sulle tasse ultraleggere per le multinazionali basa la propria politica fiscale aggressiva, finita più volte al centro delle accuse comunitarie, e con Olanda, Irlanda e altri Paesi alza gli ostacoli principali all’applicazione effettiva dell’accordo di ieri.

 

IL GETTITO PER L’ITALIA

I 2,7 miliardi di quota italiana, poco più della metà rispetto ai 4,3 miliardi di pertinenza francese, si spiegano con alcune residue tassazioni agevolate incontrate in giro per il mondo dalle nostre (poche) multinazionali. Alcune sono società pubbliche, come l’Eni che opera in 72 Paesi e secondo l’Osservatorio ha pagato nel 2019 poco più di 4,73 miliardi di tasse e dovrebbe aggiungere un obolo da 171,5 milioni sull’altare della minimun tax, o l’Enel, che dovrebbe rafforzare con 356,3 milioni il proprio conto fiscale da 1,91 miliardi versato con le attività realizzate in 15 Paesi. L’altro settore interessato è quello delle banche, ma solo ai piani più alti, occupati da Intesa SanPaolo e Unicredit.

Il terreno più promettente, anche se privo al momento di cifre, è quello della riallocazione, in base alla geografia delle vendite e non delle sedi legali, per le tasse delle multinazionali digitali. Anche lì l’esperienza insegna che la strada dagli accordi politici alle regole operative è lunga. Ma anche che i tentativi unilaterali portati avanti a livello nazionale hanno un valore più simbolico che pratico. Lo dimostrano i 233 milioni del primo versamento della Digital Tax italiana: irrilevanti in un bilancio pubblico da 800 miliardi, e decisamente più modesti anche rispetto ai 780 milioni stimati dal Mef. Un tentativo che sarebbe archiviato in caso di decollo operativo dell’intesa di ieri.

 

11  –  NEL MONDO

PAESI BASSI

L’8 giugno i giudici del Meccanismo per i tribunali penali internazionali dell’Aja, l’organismo che nel 2018 ha preso il posto del Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia, hanno confermato in appello la condanna all’ergastolo di Ratko Mladić, l’ex capo militare dei serbi di Bosnia. Mladić è stato riconosciuto colpevole di genocidio, crimini di guerra e crimini contro l’umanità durante la guerra in Bosnia (1992-1995).

STATI UNITI

L’8 giugno il senato ha approvato con un’ampia maggioranza, in seguito a un accordo tra democratici e repubblicani, un progetto di legge che prevede investimenti per 250 miliardi di dollari nella scienza e nella tecnologia. L’obiettivo del provvedimento è contrastare la minaccia cinese. Cinquanta miliardi saranno destinati alla produzione dei semiconduttori, fondamentali per vari settori industriali, tra cui quello automobilistico e quello delle telecomunicazioni.

STATI UNITI

Secondo un’inchiesta dell’organizzazione indipendente ProPublica, presentata l’8 giugno, molti miliardari statunitensi eludono le imposte sul reddito. Il presidente di Amazon Jeff Bezos non ha pagato imposte federali nel 2007 e nel 2011, mentre il fondatore della Tesla Elon Musk non le ha pagate nel 2018. I venticinque statunitensi più ricchi pagano in media al fisco cifre che corrispondono ad appena il 15,8 per cento del loro reddito.

NICARAGUA

L’8 giugno la polizia ha arrestato Juan Sebastián Chamorro e Félix Maradiaga, candidati alle elezioni presidenziali del 7 novembre. Il 2 giugno era stata messa agli arresti domiciliari, dopo essere stata incriminata per riciclaggio, Cristiana Chamorro, considerata la principale avversaria del presidente Daniel Ortega. Tre giorni dopo era stato arrestato un altro oppositore, Arturo Cruz.

FRANCIA

L’8 giugno il presidente Emmanuel Macron è stato schiaffeggiato da un uomo durante una visita ufficiale a Tain-l’Hermitage, nel sudest del paese. Al momento dell’aggressione l’uomo, che è stato arrestato insieme a un’altra persona, ha gridato slogan monarchici e contro il “macronismo”.

NAZIONI UNITE

Il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha approvato all’unanimità l’8 giugno l’attribuzione di un secondo mandato per il segretario generale António Guterres, che dirigerà quindi l’organizzazione fino al 31 dicembre 2026. La conferma del portoghese Guterres sarà presto formalizzata dall’assemblea generale.

 

12  – Vanessa  Barbara *: – IL PIANO CIMINALE DI BOLSONARO. L PRESIDENTE BRASILIANO, A QUANTO PARE, VOLEVA PORTARE IL PAESE ALL’IMMUNITÀ DI GREGGE FACENDO CONTAGIARE NATURALMENTE LE PERSONE, INCURANTE DELLE CONSEGUENZE

Non capita spesso che un’inchiesta parlamentare ci risollevi il morale. Ma è esattamente quello che sta facendo l’inchiesta del senato brasiliano cominciata il 27 aprile sulla gestione della pandemia. Mentre il covid continua a infuriare in tutto il Brasile, uccidendo più di mille persone al giorno, l’inchiesta potrebbe obbligare il presidente Jair Bolsonaro a rendere conto del suo operato (più o meno). È anche una grande distrazione dalla dura realtà. Trasmessa in streaming e dal canale Tv Senado, è una dimostrazione stranamente affascinante di inettitudine e bugie. Ecco un esempio. Nel marzo 2020, mentre la pandemia si diffondeva, gli uffici della comunicazione del presidente hanno lanciato sui social network una campagna intitolata “Il Brasile non può fermarsi”. Invitava le persone a non cambiare abitudini, affermando: “i decessi legati al covid-19 tra adulti e giovani sono rari”. Questa iniziativa, dura mente criticata, è stata poi vietata da un giudice federale e infine dimenticata. Poi la trama si è infittita. L’ex capo della comunica zione del governo, Fabio Wajngarten, ha dichiarato agli inquirenti che non sapeva chi era il responsabile della campagna. Più tardi si è ricordato che effettivamente era stato il suo ufficio a svilupparla, ma ha detto che era partita senza autorizzazione. Un senatore ha chiesto l’arresto di Wajngarten, che ha lanciato uno sguardo quasi poetico all’orizzonte. Un momento straordinario. Non stupisce che all’inchiesta s’interessino molti brasiliani. Finora ci siamo goduti la testimonianza di tre ex ministri della sanità, l’ex ministro degli esteri, l’ex direttore della comunicazione e il responsabile regionale della casa farmaceutica Pfizer. Il contenuto delle testimonianze è scontato, eppure scandaloso: il presidente Jair Bolsonaro, a quanto pare, voleva portare il paese all’immunità di gregge facendo contagiare naturalmente le persone, incurante delle conseguenze. Questo – immaginando un tasso di mortalità di circa l’1 per cento e il 70 per cento d’infezioni come soglia plausibile per l’immunità di gregge – significa che Bolsonaro prevedeva almeno 1,4 milioni di morti in Brasile. Ai suoi occhi i 450mila brasiliani morti finora di covid-19 sono come un lavoro lasciato a metà. Descritto così, il suo tentativo appare sconvolgente. Ma per i brasiliani governati da Bolsonaro non è una sorpresa. Dopotutto è sembrato che il presidente facesse tutto il possibile per facilitare la diffusione del virus. Ha passato il 2020 a parlare e ad agire contro ogni misura scientificamente provata per limitare la diffusione del virus. Il distanziamento sociale, ha di chiarato, è una cosa per “idioti”. Le mascherine sono una “finzione”. E i vaccini possono trasformarci in coccodrilli. Poi c’è stata l’idrossiclorochina, il farmaco antimalarico che Bolsonaro ha promosso come cura miracolosa, nonostante tutti gli studi indicasse ro il contrario. E non finisce qui. Secondo Wajngarten e Carlos Murillo, il responsabile regionale della Pfizer, tra l’agosto e il novembre del 2020 la casa farmaceutica si sarebbe più volte offerta di vendere il suo vaccino al governo brasiliano, senza ricevere alcuna risposta. Considerando che il Brasile è stato uno dei primi paesi a essere stati avvicinati dall’azienda, una risposta rapida avrebbe garantito fino a 1,5 milioni di dosi alla fine del 2020, e altri 17 milioni nella prima metà del 2021. E invece, dopo aver respinto altre tre offerte, il governo ha firmato un contratto a marzo, addirittura sette mesi dopo la prima offerta. Il primo milione di dosi è arrivato alla fine di aprile. La campagna vaccinale, a causa delle negligenze del governo nel procurarsi le dosi, è andata avanti a singhiozzo, con frequenti carenze di vaccini e una mancanza di forniture che ha portato a ritardi di produzione. Chissà se tutto questo faceva parte del piano. Quando è stato chiesto al generale Eduardo Pazuello, ministro della salute brasiliano tra il maggio 2020 e il marzo 2021, perché il suo ministero avesse richiesto meno dosi di qualsiasi altro paese al Covax, il programma globale per la distribuzione del vaccino guidato dall’Organizzazione mondiale della sanità, lui non ha battuto ciglio. Il procedimento, ha spiegato con disinvoltura, era troppo rischioso e i vaccini troppo costosi. Tutto qua. Il Brasile avrebbe potuto chiedere un numero di dosi sufficiente a immunizzare metà della popolazione, ma si è accontentato del die ci per cento. Sembra sempre più chiaro che l’obiettivo del go verno era l’immunità di gregge. L’amara ironia è che forse è impossibile raggiungerla. Nella città di Manaus, dove a ottobre era stato infettato il 76 per cento della popolazione, il risultato non è stato l’immunità, ma una nuova variante. L’inchiesta del senato sta svelando lentamente una trama ordita da un gruppo di cattivi. Che poi i cattivi abbiano il castigo che si meri tano, è un’altra storia.

*(VANESSA  BARBARA  è una giornalista e  scrittrice brasiliana.  Collabora con il  quotidiano O Estado  de S. Paulo. Ha scritto  questa column per il  New York Times.)

 

13 – Joseph Stiglitz *: IL FALSO PROBLEMA DELL’INFLAZIONE. UN LEGGERO AUMENTO DEL TASSO D’INFLAZIONE NEGLI STATI UNITI E IN EUROPA HA SCATENATO LE ANSIE DEI MERCATI FINANZIARI. Il timore è che il presidente statunitense Joe Biden abbia surriscaldato l’economia con il pacchetto di salvataggio da 1.900 miliardi di dollari e una serie di piani di spesa aggiuntivi per infrastrutture, posti di lavoro e sostegno alle famiglie.

Queste preoccupazioni sono premature, considerando la fa se d’incertezza che stiamo attraversando. Non abbiamo mai affrontato una  recessione indotta da una pandemia e caratterizzata da un declino sproporzionato del settore dei servizi, da un au mento della disuguaglianza e da un’im pennata del tasso di risparmio. Non si sa nemmeno se o quando il covid-19 sarà arginato a livello globale. Mentre valutiamo i rischi, dobbiamo prepararci per ogni evenienza. L’amministrazione Biden ha correttamente valutato che fare troppo poco è più rischioso che fare troppo. Inoltre gran parte dell’attuale pressione inflazionistica deriva da strozzature a breve termine dal lato dell’offerta, che sono inevitabili quando si rimette in moto un’economia. Non ci manca la capacità globale di costruire automobili o microchip; il punto è che quando tutte le auto nuove usano microchip e la domanda di auto ristagna a causa dell’incertezza, la produzione di microchip viene ridotta. Più in generale, coordina re tutti gli input di produzione in un’economia globale complessa è un compito difficile, che tendiamo a dare per scontato.

Ora che il normale funzionamento è stato inter rotto, ci saranno dei colli di bottiglia che si tradurranno nell’aumento dei prezzi di alcuni prodotti. Ma questi movimenti non alimenteranno le aspettative di un rialzo dei prezzi generando una spinta inflazionistica, soprattutto visto l’eccesso di capacità complessiva a livello mondiale. Negli Stati Uniti, un paese caratterizzato da disuguaglianze profonde che la pandemia ha messo a nudo, un mercato del lavoro rigido è proprio quello che ci vuole.

Quando la domanda di lavoro è forte, i salari più bassi aumentano e i gruppi emarginati entrano nel mercato. Naturalmente, quanto esattamente sia rigido il mercato del lavoro statunitense è oggetto di dibattito, viste le denunce di carenza di manodopera nonostante l’occupazione sia ancora nettamente sotto i livelli di prima della crisi. Anziché farci prendere dal panico per l’inflazione manda aggregata quando finiranno le agevolazioni fiscali straordinarie. Molte persone povere hanno accumulato debiti: in alcuni casi, più di un anno di affitti arretrati a causa del blocco provvisorio degli sfratti. È improbabile che la riduzione della spesa delle famiglie indebitate sia compensata da quelle più ricche, che durante la pandemia hanno accumulato risparmi. Dato che la spesa per i beni di consumo durevoli è rimasta alta negli ultimi 16 mesi, è probabile che i ricchi impiegheranno questo risparmio come impiegherebbero qualsiasi altro guadagno inatteso: investendolo o spendendolo nel corso degli anni. In mancanza di nuova spesa pubblica, l’economia rischia di soffrire di nuovo di una domanda aggregata insufficiente. Inoltre, anche se le pressioni inflazionistiche dovessero diventare davvero preoccupanti, ci sono diversi strumenti per raffreddare la domanda (e il loro utilizzo rafforzerebbe le prospettive a lungo termine dell’economia).

Anzitutto c’è la politica dei tassi d’interesse della Federal Reserve, la banca centrale statunitense. L’ultimo decennio con tassi d’interesse vicini allo zero non è stato sano. Tornare a tassi d’interesse normali sarebbe una buona cosa, anche se i ricchi, i principali beneficiari di questa era, non sarebbero d’accordo.

Alcuni commentatori temono che la banca centrale non interverrà quando sarà necessario. Io penso invece che le dichiarazioni della Fed colgano nel segno e spero che la sua posizione cambierà se e quando cambieranno i dati. L’istinto di combattere l’inflazione fa parte del DNA dei banchieri centrali. Se ora non la considerano il problema principale, non dovremmo farlo nemmeno noi.

Il secondo strumento è l’aumento delle tasse. Garantire la salute dell’economia richiede molti più investimenti pubblici, che dovranno essere finanziati.  Il rapporto tra tasse e pil degli Stati Uniti è troppo basso, soprattutto alla luce delle disuguaglianze. C’è bisogno di una tassazione più progressiva e di più tasse ambientali per far fronte alla crisi climatica. Ma è comprensibile che il governo esiti a introdurre nuove imposte, viste le condizioni economiche precarie.

L’attuale dibattito sull’inflazione va preso per quello che è: fumo negli occhi creato da chi vuole ostacolare il tentativo dell’amministrazione Biden di affrontare alcuni problemi fondamentali degli Stati Uniti. Per riuscirci serve più spesa pubblica. Il paese finalmente ha la fortuna di avere una leadership che non è disposta a cedere agli allarmismi.

*(JOSEPH STIGLITZ , insegna economia  alla Columbia  university. È stato  capo economista  della Banca mondiale  e consulente  economico del  governo statunitense.  Nel 2001 ha vinto il  premio Nobel )

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