n° 19 – 08 Maggio  2021  – RASSEGNA DI NEWS NAZIONALI E INTERNAZIONALI. NEWS DAI PARLAMENTARI ELETTI ALL’ESTERO

01 – Schirò  (Pd) *- I documenti scaduti saranno validi fino al 30 settembre. “Bene la proroga della validità dei documenti di identità scaduti al prossimo 30 settembre.

02 – La Marca (Pd)*: inaccettabile attacco del sindacato Cofsal Unsa alla rete dei consoli onorari nel mondo.

03 – Alfiero Grandi*: Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza: non è finita con l’invio a Bruxelles

In Evidenza.

04 – Schirò (Pd): L’Intreccio tra aire, “smart working” e tasse. Dove deve pagare le tasse un lavoratore italiano residente nel Regno Unito che lavora in “smart working” (telelavoro) per un società italiana? La risposta è che il regime fiscale applicabile è quello del Regno Unito.

05 – La Marca e Schirò *: sollecitano l’attuazione della circolare 7. Il diritto al vaccino non può essere negato . Ci siamo rivolte alla Ragioneria generale dello Stato per sollecitare l’attuazione dell’ordinanza n. 7 del Commissario straordinario Figliuolo.

06 –  La Marca (Pd)*: approvata in commissione esteri la mia risoluzione sul rafforzamento della rete dei consoli onorari nel mondo

07 – Schirò (Pd)*: bene il sostegno alla rete onoraria, ora altri passi in avanti sulla riorganizzazione della rete dei servizi consolari,

08 – Roberto Ciccarelli*: sempre più poveri nel paese dei ricchi e dei «resilienti» Botta di classe. Esplodono le disuguaglianze. Prima del covid 500 mila possedevano il 22% della ricchezza mentre 25 milioni hanno subito il calo più forte del reddito dagli anni ’90. Oggi ci sono già 1 milione di poveri e 950 mila senza lavoro in più. Il «recovery» parla di 750 mila posti solo nel 2026

09 – LONDRA E BRUXELLES Da AstraZeneca all’Irlanda, scintille post Brexit. Quasi amici

La scorsa settimana il Parlamento europeo ha approvato con 660 sì, 32 astensioni e 5 no il nuovo accordo di partenariato commerciale con il Regno Unito.

10 –  Viola Rita *:La cattiva scienza che la pandemia ci ha portato. Mancano 11 giorni al Wired Next Fest dedicato alla social innovation. A fronte di grandi passi in avanti, una fetta rilevante della ricerca clinica non è stata di buona qualità.

11 – Francesca Barbieri*:  Lavoro in smart working per un italiano su 3: cosa cambia da maggio in 10 domande e risposte – Salta la soglia minima del 50% nella P.A., procedura semplificata fino al 31 luglio o addirittura al 31 dicembre. Dopo il coronavirus cosa cambia con lo smart working? Dai permessi a ticket fino al diritto alla disconnessione e al voucher baby sitter.

12 – Andrea Colombo*: Sostegni bis, 40 miliardi in gran parte alle imprese. Governo Draghi. In consiglio dei ministri al più tardi giovedì. I rimborsi rispetto al calo di fatturato su cinque fasce dal 60 al 20% ma si allargano i criteri calcolo. Non passa la linea della Lega sui costi fissi. Ma Salvini si consola: no alla plastic tax.

13 – Filippo Barbera*: Per ripensare la sinistra più politica che politiche. Riflessione collettiva. Non è sufficiente invocare una cultura politica di sinistra. E’ il punto di arrivo, non di partenza. Dobbiamo chiederci come nasce una domanda di sinistra nel quotidiano.

14 – Rana Foroohar *: la battaglia di Joe Biden è appena cominciata. Biden non potrà  essere un presidente  favorevole ai diritti  dei lavoratori e al tempo stesso un presidente  indulgente nei confronti delle aziende della silicon valley

 

 

01 – SCHIRÒ – I DOCUMENTI SCADUTI SARANNO VALIDI FINO AL 30 SETTEMBRE. “BENE LA PROROGA DELLA VALIDITÀ DEI DOCUMENTI DI IDENTITÀ SCADUTI AL PROSSIMO 30 SETTEMBRE. IO STESSA L’AVEVO RICHIESTA AL GOVERNO NELLA MIA INTERROGAZIONE DEL 14 APRILE SCORSO, COME UNA SOLUZIONE TRANSITORIA E DI EMERGENZA. IL DECRETO PROROGHE, APPROVATO DAL CONSIGLIO DEI MINISTRI DEL 29 APRILE 2021, HA PREVISTO INFATTI – TRA LE ALTRE COSE – ANCHE L’ULTERIORE SPOSTAMENTO DI 5 MESI DEL TERMINE DI VALIDITÀ, FINORA FISSATO AL 30 APRILE, PER I DOCUMENTI DI IDENTITÀ SCADUTI DURANTE LA PANDEMIA.

Per i cittadini italiani residenti all’estero, tuttavia, la proroga dei documenti d’identità vale soltanto ai fini dell’identificazione personale e non per l’attraversamento delle frontiere.

Comunque, soprattutto con l’avvicinarsi della stagione estiva, nella quale molti pensano di ritornare a casa dopo molti mesi di forzata assenza a causa della pandemia, resta più che mai attuale e urgente la mia richiesta di fondo: garantire che i servizi consolari possano rispondere adeguatamente alla necessità di dotare i connazionali di documenti d’identità validi in tempi ragionevoli”.

(Angela Schirò – Deputata PD – Rip. Europa – Camera dei Deputati)

 

02 – LA MARCA (PD): INACCETTABILE ATTACCO DEL SINDACATO CONFSAL UNSA ALLA RETE DEI CONSOLI ONORARI NEL MONDO , Roma, 3 maggio 2021

Il comunicato che il Coordinamento esteri del sindacato CONFSAL UNSA ha emesso sulla risoluzione da me presentata sulla rete dei consolati onorari, attualmente all’esame della Commissione esteri della Camera, per il tono intimidatorio e per la totale deformazione delle finalità e del merito della risoluzione, rappresenta non un contributo alla discussione ma un atto intimidatorio e un tentativo di prevaricazione che respingo con sdegno e decisione.

Non è la prima volta che questo sindacato si costruisce strumentali bersagli di comodo, privi di obiettivo fondamento, allo scopo di alimentare la sua anima profondamente corporativa, anziché cercare un costruttivo dialogo e indispensabili alleanze a tutela dei giusti diritti di lavoratori che hanno molto dato alla rete dei servizi nel mondo e molto hanno ancora da avere.

Sono anni che non ho mancato occasione per ribadire che la situazione dei servizi ai connazionali sia diventata insostenibile e che sia indispensabile affrontarla riaprendo e incrementando i concorsi per il personale, sia di ruolo che a contratto, garantendo fino in fondo i diritti a chi vi lavora e assicurando retribuzioni dignitose, soprattutto al personale a contratto.

Queste posizioni le ho ribadite, ad esempio, quando ho avuto l’onore di fare a nome dei deputati del Gruppo PD la dichiarazione favorevole di voto sulla Proposta di legge Ciprini 1027-A/R come risulta dal verbale della seduta ad essa dedicata (link). In più, proprio in occasione dell’ultima legge di bilancio è stato approvato un emendamento a mia prima firma per l’assunzione di 80 nuovi contrattisti, che per quanto ancora limitato, rappresenta un passo coerente nella giusta direzione.

Ancora, nell’incontro diretto con il Ministro Di Maio, che ho avuto dopo la formazione del nuovo governo, la prima cosa che ho chiesto è stata quella di inserire l’amministrazione all’estero e la digitalizzazione del sistema dei servizi nei progetti di riforma della pubblica amministrazione e dello sviluppo digitale che questo governo persegue, come risulta dai comunicati pubblicati nell’occasione.

Mi è ben chiaro, dunque, senza le acide e inutili lezioncine del sindacato CONFSAL UNSA, quanto complessa sia la situazione di un’adeguata riorganizzazione dei servizi consolari e quanto profonda sia la prospettiva di una riforma capace di restringere la forbice tra la severa contrazione del personale e il costante aumento della domanda di servizio da parte della comunità di cittadinanza italiana nel mondo. Così chiaro che l’ho scritto nelle premesse della stessa risoluzione.

In questo quadro articolato e, ripeto molto complesso, vi è poi la situazione della rete onoraria, che rappresenta un tassello, certamente minore, del sistema.

I consoli onorari svolgono una funzione prevista dalla normativa internazionale e dall’ordinamento italiano e lo fanno a titolo gratuito. Solo chi non conosce nulla di ciò che avviene oltre le mura degli uffici può ignorare il beneficio che essi di fatto arrecano alle comunità più emarginate e distanti dalle sedi consolari, soprattutto nei paesi di maggiore estensione.

La mia risoluzione cerca di proporre solo alcune misure di buon senso, per altro affidate all’equilibrato intervento dell’amministrazione, per fare funzionare meglio qualcosa che già esiste ed è riconosciuto dalla legge, affinché dia risultati più soddisfacenti a beneficio dei connazionali e della stessa amministrazione. Affermare, dunque, che si sta cercando di subappaltare a privati funzioni dello Stato, quando la rete onoraria da decenni sta operando in termini di sommessa complementarietà rispetto alle (inadeguate) funzioni dello Stato, sulla base delle regole da esso stabilite, è pura farneticazione. Altrettanto farneticante è poi l’affermazione che chiedere qualche risorsa in più per il sostegno di questo servizio, ripeto gratuito, significhi cambiare la natura dell’istituto, visto che già da alcuni anni, rispetto ai circa 200.000 euro previsti in bilancio, il MAECI spende da 4 a cinque volte di più facendo spostamenti interni di bilancio, con operazioni burocratiche che comportano sottrazione di risorse ad altre finalità  e un nocivo ritardo nell’invio dei contributi.

Affrontare concretamente la situazione dei servizi ai connazionali all’estero, che la pandemia ha ulteriormente drammatizzato, comporterebbe uno sforzo comune e solidale di tutti i soggetti in campo, politici, sociali e istituzionali. Significherebbe abbandonare le casematte corporative e polemiche che ognuno si è costruito in modo autoreferenziale. Ma francamente non so quanta disponibilità vi sia in chi ogni giorno chiede disponibilità e sostegno agli altri e poi, nel momento del confronto, preferisce dedicarsi al cecchinaggio delle posizioni altrui, l’attività che sembra preferire.

*(On./Hon. Francesca La Marca, Ph.D. – Circoscrizione Estero, Ripartizione Nord e Centro America – Electoral College of North and Central America)

 

03 – Alfiero Grandi*: PIANO NAZIONALE DI RIPRESA E RESILIENZA: NON È FINITA CON L’INVIO A BRUXELLES IN EVIDENZA, 3 Maggio 2021

IL PIANO NAZIONALE DI RIPRESA E RESILIENZA (PNRR), CHE DOVREBBE CONSENTIRE ALL’ITALIA DI USCIRE DA UNA GRAVISSIMA CRISI CON L’AIUTO CONCRETO DELL’UNIONE EUROPEA, È ORMAI APPROVATO NELLE SUE LINEE GENERALI E INVIATO AL VAGLIO DI BRUXELLES. C’È STATO POCHISSIMO TEMPO PER DISCUTERNE E LA VERSIONE ATTUALE È SOSTANZIALMENTE IL TESTO PREDISPOSTO DAL GOVERNO DRAGHI E APPROVATO DAL PARLAMENTO. LA PRIMA NOVITÀ È CHE L’INVIO DEL PIANO A BRUXELLES NON CHIUDE LA DISCUSSIONE, NÉ OFFRE CERTEZZE CHE I RISULTATI SARANNO QUELLI SCRITTI. AD ESEMPIO, ONUFRIO, DIRETTORE DI GREENPEACE, SUL MANIFESTO HA SOTTOLINEATO CHE LE CIFRE DI CUI PARLA IL PIANO E CONFERMATE NEI CONTI, RIASSUNTE DA DRAGHI IN PARLAMENTO, NON SONO AFFATTO RISULTATI SCONTATI.

 

Onufrio ha giustamente ricordato che puntare sulle energie rinnovabili (quelle vere non il tentativo francese di camuffare il nucleare, per ora stoppato) vuol dire installare tra fotovoltaico ed eolico almeno 6/7 gigawatt di potenza all’anno fino al 2030. Altrimenti non solo non verranno rispettati gli impegni con l’Unione europea ma anche l’avvio della sperimentazione dell’idrogeno prodotto da rinnovabili, che il PNRR indica con chiarezza, rischia di restare scritto sulla carta. Per farlo occorre anzitutto rendere più svelte le pratiche di approvazione dei progetti delle Fer, non più facili perché anche una rinnovabile installata male può rovinare l’ambiente. Inoltre ci vogliono risorse finanziarie e quelle previste nel PNRR in sostanza affidano ai privati la realizzazione. Il concorso dei privati è molto importante e per di più possibile utilizzando le molteplici possibilità di intervento ma non può essere l’unica risorsa finanziaria in campo, tanto più nell’eolico, soprattutto offshore, che richiede investimenti rilevanti e un sostegno concreto dell’intervento pubblico.

Del resto è il ministro Cingolani per primo che ha chiarito che non tutto quello che non è scritto vuol dire che non ci sarà, anche se ha adoperato questo metro per l’unico intervento da evitare: la “cattura” della CO2 da stivare in depositi sotterranei perché questo intervento tradisce il retropensiero di grandi aziende di continuare a produrre con energie fossili ma promettendo di nascondere la CO2 sottoterra. Molto meglio non produrla, costa meno e saremmo più sicuri di raggiungere gli impegni presi con l’Europa. In altre parole, la transizione ecologica è in gran parte da scrivere e da realizzare e questo è un compito che non è definito nel PNRR ma inizierà a prendere forma quando avremo le proposte del governo sulle procedure di decisione, sia centrali che decentrate.

I quattrini sono tanti, ma, come è noto, i guasti da riparare e le novità da introdurre sono molto rilevanti. Può un governo realizzare da solo questi risultati senza finire nelle pastoie delle diverse lobbies di interessi? Draghi è sembrato consapevole del rischio e ha preso impegni importanti sul ruolo del parlamento, che è già un primo allargamento, e sul ruolo delle sedi decentrate di spesa, ma non basta ancora. Anzitutto i partiti dovrebbero uscire, se ne sono capaci, dall’atteggiamento di chi sembra temere di disturbare il manovratore. Anzi, il manovratore ha bisogno più che mai di contributi di idee e proposte che debbono venire anche dalla società, da associazioni di varia natura, da competenze diffuse (ora va di moda dire dagli scienziati) sulle diverse materie, dalle rappresentanze dei lavoratori, per la quali si presenta un’occasione storica come quella di rovesciare la tendenza pluridecennale a contrapporre occupazione e ambiente e salute di tutti, per realizzare una saldatura con le nuove generazioni e l’ambientalismo e per correggere un eccesso di attenzione alle sole imprese.

Accompagnare il PNRR con la previsione di un fondo di accompagnamento che con le stesse regole di spesa amplia l’intervento con risorse nazionali è una buona idea. Probabilmente non basterà e si dovrà ragionare sul fatto che il Next generation EU non può rimanere una parentesi ma deve diventare una politica organica, centrata su un capovolgimento di ruolo dell’Unione che deve abbandonare i residui tuttora presenti, non marginali, di austerità, per scegliere con nettezza una politica espansiva, altrimenti le decisioni di Biden per l’espansione economica e occupazionale e per correggere robustamente le disuguaglianze sociali diventeranno una divaricazione impressionante. Quando discuteremo di fisco ne vedremo delle belle, citare Biden diventerà una moda.

Il PNRR è in definitiva un piano, ma per realizzarlo occorrono strumenti, per questo stride che la logica con cui vengono gestite le partecipazioni pubbliche sembra condizionata da una condizione di minorità. Si decidono pro quota le composizioni degli organi societari, ma poi ci si fa un vanto di lasciare che le aziende operino secondo logiche di mercato, il golem che tutto deve decidere. Questa scelta non funziona più in questa fase. Le partecipazioni pubbliche esistenti non debbono essere gestite con complessi di inferiorità ma debbono diventare strumenti di attuazione del PNRR. È una questione politica di prima grandezza. Capisco che dopo l’ubriacatura delle privatizzazioni questa sia la sedimentazione rimasta, ma ora occorre una svolta. ENI, ENEL, CDP ecc. debbono diventare attuatori delle decisioni del PNRR, altrimenti il futuro sarà molto diverso da quello che ci si aspetta. Qualche esempio. Lo Stato sta intervenendo nel capitale dell’Ilva come da tempo era necessario, probabilmente acquisirà la maggioranza. Come si fa a non vedere che le scelte fortemente a tutela dell’ambiente, forni elettrici e uso delle energie rinnovabili, è il riequilibrio del disastro ventennale attuale, e inoltre se decolla l’eolico offshore ci sarà bisogno dell’acciaio per le piattaforme, sarebbe incredibile che dovessimo rifornirci all’estero. Ci vuole un piano in cui la mano sinistra sa cosa fa la mano destra, con tutte le connessioni del caso e il coraggio di puntare sul nuovo. L’Ilva non è l’unico esempio possibile di questo bisogno di novità. Il PNRR indica la scelta dell’eolico offshore, il presupposto è sapere dove si può mettere in mare, per decidere se è conveniente. Per questo il ministro Giovannini deve gettare il cuore oltre l’ostacolo e approvare un piano che regoli la materia, inviandolo a Bruxelles, come il Ministero avrebbe dovuto fare entro il 31 marzo scorso. Qui non c’entra la burocrazia, si tratta di una decisione tutta politica e per di più in attuazione del PNRR. C’è da attendersi che il ministro recuperi a tambur battente i ritardi della struttura, altrimenti il PNRR, per questo aspetto, sarebbe bloccato per responsabilità del governo che lo ha approvato. Inoltre, risulta che il nuovo gruppo di cui fa parte la Fiat Chrisler punterà sulla Spagna per le auto elettriche, a noi restano solo le colonnine di ricarica, senza dubbio necessarie?

Ultima considerazione, per ora. Un piano che deve ridisegnare l’Italia fino al 2026 avrà evidenti problemi di correzione delle ipotesi iniziali, alcune scelte probabilmente avranno difficoltà di implementazione e rischiano di lasciare residui passivi. Sarebbe un errore spendere senza criterio pur di spendere, perché non raggiungeremmo i risultati attesi. Quindi il governo e il Parlamento debbono essere pronti a fare delle scelte per correggere errori e sottovalutazioni. Per il momento è meno importante verificare se le singole percentuali di spesa trovano effettivo riscontro nel testo del PNRR. Qualche numero non torna, ma le scelte di fondo debbono essere rispettate. Ad esempio le scelte di investimento che abbiano al centro il Mezzogiorno nella convinzione che le ricadute degli investimenti sono quelle che aiuteranno di più tutto il Paese. Se si dovessero porre delle alternative questa scelta deve essere ben ferma. Oppure le ricadute occupazionali. Il salto dal trapezio dell’oggi al futuro può avere un saldo positivo, ma bisogna volerlo, sia con gli strumenti di cui ha parlato il ministro Orlando anche nella nostra iniziativa del 17 aprile, sia con una strategia di diritti dei lavoratori e di obblighi per le imprese. La legge Prodi è del ‘78, ha avuto diverse versioni nel tempo, ma la sostanza è che se l’impresa fallisce non è solo un problema dell’imprenditore ma di tutti lavoratori che hanno diritto a vedere separata la responsabilità personale che ha portato al fallimento dell’impresa e il ruolo sociale dell’impresa che va salvaguardato, proteggendolo dai fallimenti dei singoli. Questo capitolo manca nel PNRR, eppure tutti guardano preoccupati al momento in cui i licenziamenti non saranno più bloccati. Questa è una delle soluzioni possibili che spesso ha visto i lavoratori interessati decidere di gestire direttamente l’impresa. Come mai questo punto non è entrato nel PNRR e negli impegni di modifiche legislative proprio quando ci sono tanti casi difficili da affrontare?

Il lavoro sul PNRR è appena iniziato, occorre sviluppare controlli ed iniziative per correggere limiti ed errori e cambiarne parti se necessario.

*(Alfiero Grandi è un politico e sindacalista italiano)

 

04 – SCHIRÒ (PD): L’INTRECCIO TRA AIRE, “SMART WORKING” E TASSE. DOVE DEVE PAGARE LE TASSE UN LAVORATORE ITALIANO RESIDENTE NEL REGNO UNITO CHE LAVORA IN “SMART WORKING” (TELELAVORO) PER UN SOCIETÀ ITALIANA? LA RISPOSTA È CHE IL REGIME FISCALE APPLICABILE È QUELLO DEL REGNO UNITO. 3 MAGGIO 2021

Il quesito era stato posto all’Agenzia delle Entrate da una società italiana (con sede a Genova) del settore del software che aveva assunto un lavoratore – cittadino italiano iscritto all’Aire –  al quale aveva concesso la temporanea possibilità di svolgere la sua attività nello Stato di residenza.

 

Il lavoratore ha quindi svolto la sua attività presso la propria abitazione nel Regno Unito, con decorrenza dal 1° agosto 2017 e sino al 31 agosto 2019, termine prorogato  fino al 31 luglio 2021.

L’attività di lavoro si è svolta con il personal computer dell’azienda, attraverso una connessione alla rete informatica dell’azienda, operando direttamente su archivi creati o presenti nei server presso la sede dell’azienda. Il lavoratore, infatti, è stato abilitato ad accedere, tramite la VPN, alla rete aziendale con accesso alle risorse interne (dischi di rete, archivi autorizzati, ecc.).

La società di software ha chiesto all’Agenzia delle Entrate di conoscere se, per gli emolumenti erogati a fronte delle prestazioni svolte nella modalità del telelavoro da parte del dipendente residente nel Regno Unito – con il quale è in vigore la Convenzione per evitare la doppia imposizione – fosse obbligata, ai sensi dell’articolo 23 del decreto del Presidente della Repubblica 29 settembre 1973, n. 600, a effettuare le ritenute a titolo d’acconto dell’imposta sul reddito delle persone fisiche ovvero se, in base alle disposizioni contro la doppia imposizione, detti emolumenti non siano fiscalmente rilevanti in Italia e quindi non soggetti alle predette ritenute.

L’Agenzia ha risposto che in virtù delle disposizioni nazionali (art. 23 del Tuir) e convenzionali (art. 15 della convenzione contro le doppie imposizioni fiscali tra Italia e Regno Unito) è prevista la tassazione esclusiva dei redditi da lavoro dipendente nello Stato di residenza del beneficiario, a meno che l’attività lavorativa, a fronte della quale sono corrisposti i redditi, sia svolta nell’altro Stato contraente (cioè l’Italia: ipotesi in cui i predetti emolumenti sono assoggettati a imposizione concorrente in entrambi i Paesi).

Ma cosa si intende per “luogo di prestazione” dell’attività lavorativa nella particolare ipotesi di svolgimento della prestazione medesima nella modalità del telelavoro?

Lo spiega l’Agenzia delle Entrate nella sua risposta (la 296 del 27 aprile 2021) dove indica che un utile riferimento interpretativo è fornito dal commentario all’articolo 15, paragrafo 1, del modello OCSE di convenzione per eliminare le doppie imposizioni, secondo il quale per individuare lo Stato contraente in cui si considera effettivamente svolta la prestazione lavorativa, bisogna avere riguardo al luogo dove il lavoratore dipendente è fisicamente presente quando esercita le attività per cui è remunerato.

Pertanto, anche se i risultati della prestazione lavorativa sono utilizzati in Italia dalla società committente, la tassazione del reddito deve avvenire solo nel Regno Unito, Paese in cui il telelavoratore è fisicamente presente e fiscalmente residente quando svolge la propria attività lavorativa.

Ne consegue che, non avendo i predetti emolumenti rilevanza fiscale in Italia, la società datrice di lavoro, nella qualità di sostituto d’imposta, potrà applicare direttamente, sotto la propria responsabilità, il regime convenzionale con il Regno Unito, non operando le ritenute alla fonte, previa tuttavia presentazione da parte del telelavoratore di idonea documentazione volta a dimostrare l’effettivo possesso di tutti i requisiti previsti dalla Convenzione per beneficiare del regime di esenzione.

*(Angela Schirò – Deputata PD – Rip. Europa – Camera dei Deputati)

 

05 – La Marca E Schirò *: SOLLECITANO L’ATTUAZIONE DELLA CIRCOLARE 7. IL DIRITTO AL VACCINO NON PUÒ ESSERE NEGATO . CI SIAMO RIVOLTE ALLA RAGIONERIA GENERALE DELLO STATO PER SOLLECITARE L’ATTUAZIONE DELL’ORDINANZA N. 7 DEL COMMISSARIO STRAORDINARIO FIGLIUOLO. 5 MAGGIO 2021

 

Il 24 aprile scorso con la sua ordinanza il Commissario ha ammesso alla somministrazione del vaccino anti SARS-CoV-2 alcune categorie di soggetti non iscritti al Servizio Sanitario Nazionale, inclusi i cittadini italiani iscritti all’A.I.R.E. (Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero), che vivono temporaneamente sul territorio nazionale.

All’articolo 4 dell’ordinanza si indica che “le modalità tecniche attuative delle funzionalità e le relative specifiche tecniche sono pubblicate entro cinque giorni dall’adozione della medesima ordinanza sul sito Internet www.sistemats.it a cura del Ministero dell’Economia e delle Finanze, d’intesa con il Ministero della salute e, per i profili di competenza, con il Ministero dell’Interno”.

Ebbene, sono ormai passati i giorni previsti dall’articolo 4 e non si hanno notizie né riferimenti precisi sui siti dedicati. Il call centre associato a www.sistemats.it, da noi contattato, non ha saputo fornire indicazioni.

Intanto i nostri cittadini AIRE che si trovano in Italia, alcuni dei quali anziani e fragili, continuano ad aspettare e a scriverci per avere informazioni.

*(Le deputate Pd elette all’estero: Francesca La Marca e Angela Schirò)

 

06 –  La Marca (Pd)*: APPROVATA IN COMMISSIONE ESTERI LA MIA RISOLUZIONE SUL RAFFORZAMENTO DELLA RETE DEI CONSOLI ONORARI NEL MONDO. La commissione Esteri della Camera ha approvato la risoluzione da me presentata, assieme alla collega Angela Schirò, con la quale si impegna il Governo a procedere al rafforzamento e alla semplificazione dell’attività della rete dei consoli onorari nel mondo. 5maggio 2021

 

È la prima volta che queste figure, che svolgono un’utile funzione complementare del ruolo dell’amministrazione all’estero, a titolo gratuito e sotto il controllo del personale diplomatico e consolare, ricevono attenzione dal Parlamento e dal Governo e si possono giovare di alcuni impegni scaturiti da una proficua interlocuzione con i Sottosegretari Della Vedova e Di Stefano e con la stessa amministrazione del MAECI.

Con questo atto, infatti, si favorisce un concreto riconoscimento della rete onoraria; si affronta la questione delle risorse previste per il sostegno della rete; si cerca di coprire i posti rimasti vacanti, a partire da quelli che hanno carattere di maggiore necessità; si valuta la possibilità di rendere più elastico il limite di età attualmente fissato a 70 anni; si semplificano gli adempimenti previsti per la rendicontazione; si cerca di anticipare i tempi di invio dei contributi.

Naturalmente, si tratta di un atto che affronta solo uno dei diversi aspetti del necessario miglioramento dei servizi consolari, che è un obiettivo di assoluta urgenza e necessità. Ma non fare intanto i passi concreti che si possono fare per migliorare lo stato delle cose a beneficio dei connazionali, significa aprire le porte al tanto peggio tanto meglio, che non è nella nostra cultura politica e nella nostra etica pubblica.

Per questo, abbiamo dovuto respingere le invasive e scorrette pressioni a non fare di un sindacato di categoria. Per questo, ancora, ringrazio la capogruppo Pd in Commissione esteri, On. Lia Quartapelle, e quanti hanno contribuito, in modo trasversale, al positivo risultato per la nostra rete onoraria.

*( On./Hon. Francesca La Marca, Ph.D. – Circoscrizione Estero, Ripartizione Nord e Centro America

Electoral College of North and Central America)

 

07 – SCHIRÒ (PD)*: BENE IL SOSTEGNO ALLA RETE ONORARIA, ORA ALTRI PASSI IN AVANTI SULLA RIORGANIZZAZIONE DELLA RETE DEI SERVIZI CONSOLARI, 6 maggio 2021

 

Esprimo sincera soddisfazione per l’approvazione della risoluzione sul rafforzamento e la semplificazione dell’attività dei consolati onorari, presentata dalla collega La Marca e di cui sono cofirmataria.

In un momento di crescente e seria difficoltà nell’espletamento dei servizi consolari per i nostri connazionali, cercare di far funzionare meglio la rete onoraria significa fare passi concreti, anche se parziali, per alleviare il congestionamento dei consolati e rendere più efficienti e veloci servizi di base accostando l’amministrazione ai cittadini, soprattutto nelle comunità più piccole e periferiche.

Naturalmente, le questioni della riorganizzazione dei servizi consolari, ormai di drammatica urgenza, restano in campo e da affrontare con lucidità e determinazione. Si tratta di costruire da subito un nuovo accettabile livello di servizio, muovendo diverse leve in modo coerente e magari evitando squilibranti tifoserie corporative.

Credo sia chiaro per tutti che questa, di fronte a una comunità italiana nel mondo quasi raddoppiata nel giro di pochi lustri, sia una indiscutibile priorità.  Per un’Italia della ripresa e della resilienza, protesa verso contesti più ampi e dinamici di quelli interni, che questa maggioranza e questo governo si propongono di perseguire, rappresenta anche una condizione essenziale di un cammino tanto necessario quanto difficile.

Angela Schirò

Deputata PD – Rip. Europa –

Camera dei Deputati

 

 

08 – Roberto Ciccarelli*: SEMPRE PIÙ POVERI NEL PAESE DEI RICCHI E DEI «RESILIENTI»

BOTTA DI CLASSE. ESPLODONO LE DISUGUAGLIANZE. PRIMA DEL COVID 500 MILA POSSEDEVANO IL 22% DELLA RICCHEZZA MENTRE 25 MILIONI HANNO SUBITO IL CALO PIÙ FORTE DEL REDDITO DAGLI ANNI ’90. OGGI CI SONO GIÀ 1 MILIONE DI POVERI E 950 MILA SENZA LAVORO IN PIÙ. IL «RECOVERY» PARLA DI 750 MILA POSTI SOLO NEL 2026

La »ripresa», quando ci sarà, non sarà «resiliente» ma diseguale. Non siamo tutti nella stessa barca perché già viviamo in uno dei paesi più diseguali d’Europa. Il discorso salvifico sul «Recovery Plan» gestito dal suo profeta Mario Draghi è costruito su un’illusione: la pandemia finirà e la crescita sarà come la gara dei cento metri dove si parte tutti dallo stesso punto. No, non si parte dallo stesso punto. E, basta vedere i dati economici e sociali dopo 14 mesi di Covid, non si correrà nemmeno alla stessa velocità. I vincitori già si conoscono. I perdenti di una corsa falsata che non cambia la distribuzione della ricchezza rischiano di essere molti di più di prima.

GLI ECONOMISTI Paolo Acciari, Facundo Alvarado, Salvatore Morelli hanno pubblicato sul portale Vox-Cepr Policy uno studio dove si dimostra che, tra il 1995 e il 2016, circa 25 milioni italiani hanno sperimentato il più forte declino del reddito rispetto a Francia e Germania, mentre i 500 mila più ricchi (il famoso 1%) hanno aumentato la loro ricchezza dal 16% al 22% Tra questi ultimi c’è una super élite di capitalisti composta da 5 mila persone, lo 0,01% della popolazione, che hanno triplicato la loro ricchezza, passando dall’1,8% al 5%. Considerato in milioni il divario fa ancora più impressione. Lo 0,1% più ricco ha visto raddoppiare la ricchezza netta media reale da 7,6 milioni di euro a 15,8 milioni di euro con i prezzi del 2016. Al contrario, il 50% più povero controllava l’11,7% della ricchezza totale nel 1995, e il 3,5% nel 2016. Ciò corrisponde a un calo dell’80% della sua ricchezza netta media da 27 mila euro a 7 mila euro, calcolati con i prezzi del 2016. Dunque: tanto più cresce la ricchezza dei rentier, tanto più diminuisce quella di chi stenta in basso alla piramide sociale capitalista. A partire dall’analisi condotta sui dati contenuti nei registri dell’imposta di successione, gli autori della ricerca sostengono che il capitale dei più ricchi è concentrato nelle attività finanziarie e aziendali, mentre gli adulti più poveri detengono la maggior parte della loro ricchezza lorda in conti correnti, oggetti di valore ed è investita anche in una quota importante di debito nazionale. In un paese come l’Italia chi si trova in mezzo alla spaventosa forbice della diseguaglianza, ha concentrato la ricchezza nei beni immobili: la casa di proprietà.

NEL PIANO NAZIONALE di ripresa e resilienza (Pnrr) è forse preannunciata una riforma perlomeno per riequilibrare questa tendenza storica? Così non sembra. Il governo ha annunciato «un’ulteriore riduzione del cuneo fiscale sul lavoro» preservando la progressività. Avverrà «gradualmente», forse a partire dal 2022. Nonostante le suggestioni che arrivano dagli Stati Uniti dove Biden vuole aumentare l’aliquota dell’imposta sulle aziende multinazionali al 28% dall’attuale tasso del 21% non è chiaro se esiste la possibilità di legare la transizione ecologica alla giustizia fiscale.

IL PNRR RAGIONA a partire da una singolare asincronia. Mentre prospetta i primi effetti degli investimenti da oltre 248 miliardi a partire dal 2024 e il 2026, poco o nulla dice sulle conseguenze già prodotte dalla crisi socio-economica innescata nel primo anno della pandemia. Nel…2026 il «Recovery» prospetta «nuovi» 750 mila posti di lavoro. Solo nel 2020 ne sono stati persi però 950 mila. Se una crescita dunque arriverà, sarà selettiva e, in più, avverrà con le regole del Jobs Act. Sarà cioè funestata da un precariato più feroce.

DAL 26 APRILE sono stati riaperti negozi e ristoranti, sempre che non saranno richiusi tra un mese, toccherà vedere quante famiglie potranno permettersi di comprare merci e servizi. Nella terza edizione dell’Indagine straordinaria sulle famiglie italiane di Bankitalia pubblicata a marzo, a fine 2020 poco meno di un terzo delle famiglie pensava di ridurre i consumi per alimentari, abbigliamento, calzature, beni e servizi per la casa nel 2021. Le chiusure hanno imposto una drastica riduzione dei consumi. Tuttavia questo dato dimostra che non tutti torneranno a spendere come prima. All’inizio della pandemia più del 40% versava in condizioni di povertà finanziaria e non disponeva di risparmi per resistere più di tre mesi. Secondo le stime dell’economista Salvatore Morelli circa 20 milioni di persone avevano allora a disposizione un risparmio medio di circa mille euro Addirittura per 10 milioni il risparmio non superava circa 300 euro. L’Italia non è più un paese di risparmiatori.

E POI C’È LA POVERTÀ assoluta. Per l’Istat ha colpito un milione di persone in più nel 2020. In molti casi riguarda i lavoratori poveri, precari e autonomi, il cui ritratto corrisponde a quello della ricerca di Bankitalia. Il Welfare dell’emergenza fatto di bonus corporativi e temporanei non è bastato. E, nonostante l’estensione della cassa integrazione, i salari hanno già perso oltre 40 miliardi (Eurostat), Quando si dice «resilienza» ci si vuole adattare alle diseguaglianze di fondo riproducendo il sistema che ha reso più poveri i poveri.

*(Roberto Ciccarelli, filosofo, blogger e giornalista, scrive per «Il manifesto». )

 

09 – LONDRA E BRUXELLES DA ASTRAZENECA ALL’IRLANDA, SCINTILLE POST BREXIT. QUASI AMICI – LA SCORSA SETTIMANA IL PARLAMENTO EUROPEO HA APPROVATO CON 660 SÌ, 32 ASTENSIONI E 5 NO IL NUOVO ACCORDO DI PARTENARIATO COMMERCIALE CON IL REGNO UNITO. I

l via libera dell’Eurocamera, spiega Beda Romano, è stato accolto da Bruxelles e Londra con commenti di rito sui «legami forti e stretti» e la «nuova era» di relazioni fra i due blocchi usciti dall’odissea diplomatica della Brexit. Il galateo imponeva di mostrarsi entusiasti sul voto, il timbro su un documento di oltre 1000 pagine che dovrebbe disciplinare le relazioni commerciali dopo il divorzio. Ma le cronache più recenti lasciano intendere che la «nuova era» fra le due sponde della Manica non stia iniziando nella maniera più idilliaca, anzi.

Uno dei fronti caldi fra i due è quello vaccinale, un conflitto rimasto in bilico fin dalle primissime battute della corsa all’immunità di gregge. La miccia è sempre AstraZeneca, l’azienda anglo-svedese che sta intralciando gli obiettivi vaccinali della Ue con un ammanco previsto di 200 milioni di dosi rispetto alle consegne pattuite con Bruxelles per il primo semestre 2021. Londra si era già irritata a gennaio, quando la Ue ha approvato una stretta sull’export che non esentava il Regno Unito, sospettato anzi di beneficiare delle dosi destinate in origine al mercato europeo.

Ora i rapporti potrebbero surriscaldarsi di nuovo dopo che la Commissione ha formalizzato una minaccia ventilata per mesi: quella di portare in tribunale AstraZeneca, con l’accusa di aver violato gli accordi del contratto stipulato con Palazzo Berlaymont. Le ragioni di dissidio con Londra sull’azione legale Ue non riguardano tanto le motivazioni, quanto gli obiettivi di Bruxelles. La Ue, come ha chiarito da subito, ambisce semplicemente a farsi consegnare le dosi concordate nei tempi previsti. Per farlo potrebbe chiedere all’azienda di essere rifusa delle dosi mancanti con i farmaci prodotti nel Regno Unito, ipotesi ovviamente sgradita al governo di Boris Johnson e alla sua linea di blocco completo dell’export di farmaci anti-Covid oltre ai suoi confini.

Lo scontro sui vaccini si aggiunge ai malumori che già covano sotto i convenevoli sui legami «forti e stretti» fra i due blocchi. Neppure a dirlo, le frizioni più pericolose si consumano sugli equilibri del dopo Brexit, capitolo tutt’altro che chiuso dal sì dell’Eurocamera alla nuova partnership. Il dossier più scivoloso è quello sui confini fra l’Irlanda e l’Irlanda del Nord. La Unione europea ha già contestato a Londra di non aver rispettato il protocollo concordato fra le due parti, rinviando uno degli obblighi previsti dall’intesa: l’istituzione di controlli di frontiera fra Gran Bretagna e Irlanda del Nord, diventati necessari perché Belfast mantenga i confini aperti con l’Irlanda.

Londra sta temporeggiando un po’ troppo e si ritrova nel limbo fra le accuse della Ue di violazione unilaterale dell’accordo e la rabbia crescente degli unionisti nordirlandesi, ostili a una misura che sancisce de facto una separazione dalla madrepatria. Bruxelles ha già esortato Downing Street a rispettare la parola data (e scritta), senza grandi risultati. Ora però, ha ricordato la stessa presidente della Commissione von der Leyen, la Ue si trova per le mani uno strumento di pressione più incisivo: lo stesso accordo di partenariato sdoganato all’Eurocamera, documento che «ci dà gli strumenti necessari per assicurare una piena e affidabile osservanza degli obblighi sottoscritti da entrambe le parti».I patti sono chiari. Meno quanto, e se, possa durare l’amicizia.

 

10 –  Viola Rita*: LA CATTIVA SCIENZA CHE LA PANDEMIA CI HA PORTATO. MANCANO 11 GIORNI AL WIRED NEXT FEST DEDICATO ALLA SOCIAL INNOVATION. A FRONTE DI GRANDI PASSI IN AVANTI, UNA FETTA RILEVANTE DELLA RICERCA CLINICA NON È STATA DI BUONA QUALITÀ. Le ragioni riguardano un approccio obsoleto alle sperimentazioni, inclusa la mancanza di collaborazione e di coordinamento, insieme a ostacoli normativi. Ma c’è un modello cui riferirsi ricerca

 

La pandemia ha cambiato il modo di fare ricerca, determinando una vera e propria rivoluzione, sia nelle scienze di base sia in quelle applicate. Le competenze umane, l’impegno e gli sforzi anche economici hanno prodotto risultati di successo e di impatto per la sanità pubblica a livello globale. Ricordiamo per esempio i nuovi vaccini contro Covid-19, fra cui quelli basati sulle nuove tecnologie a RNA messaggero. C’è però anche un rovescio della medaglia, una sorta di effetto collaterale non da poco: quello che nella grande massa di ricerche ce ne siano diverse anche non sufficientemente accurate. A volte si tratta di studi diffusi o revisionati in fretta oppure basati su dati limitati ma condivisi con un pubblico generale vasto, cui non viene spiegato questo limite, o ancora ripetuti in doppioni a causa della mancanza di un coordinamento nazionale e internazionale. Gli ingredienti alla base della torta di questa scienza non buona sono molti: la grandissima mole di ricerche prodotte, la forte pressione e la velocità richiesta agli scienziati per trovare nuove soluzioni contro il coronavirus, l’ampia cassa di risonanza di alcune ricerche potenziata dall’era di internet.

Tutti questi elementi aprono tanti interrogativi sul presente e sul futuro della scienza, sia nel caso di nuove emergenze sia per futuri tempi tranquilli. Dopo un’attenta analisi della scienza associata a Covid-19 e alla pandemia, diverse indagini hanno messo in luce il problema, fornendo esempi concreti delle criticità della ricerca scientifica dell’emergenza.

QUANTITÀ O QUALITÀ? MEGLIO INSIEME

Una premessa doverosa riguarda i dati sulla ricerca ai tempi del coronavirus, che ha prodotto una vastissima quantità di pubblicazioni. Tanti hanno lasciato i progetti in corso nel loro settore di ricerca per dedicarsi al virus. Basti pensare che digitando la parola Covid-19 sulla banca dati scientifica Pubmed, alla fine di aprile 2021 si riscontrano quasi 130mila studi che citano a vario titolo l’argomento. La corsa alla pubblicazione è in atto fin dall’inizio della pandemia, ricordando che già alla data del 20 marzo 2020 – circa un mese dopo che il coronavirus arrivasse e prendesse piede in Italia – si contavano già migliaia di paper sempre su Pubmed.

Se volessimo utilizzare un approccio statistico anche in questo caso (la matematica non vale solo nell’ambito della pandemia) la statistica ci porterebbe a pensare che in un così ampio campione di studi pubblicati all’interno di una finestra di tempo molto breve ci sia una percentuale delle ricerche, magari anche piccola, non raggiunga degli standard di qualità ottimali. Il punto non è che ci sono troppi studi, o meglio non è questa la causa della cattiva scienza, ma i nodi vengono al pettine quando per produrre di più si sceglie di abbassare la qualità.

L’idea che ci sia una quota di studi di qualità ridotta viene sostenuta e argomentata da un gruppo internazionale di ricerca, di cui fa parte l’università McMaster in Canada, che ha svolto un’ampia analisi delle criticità della ricerca clinica, pubblicata su The Lancet Global Health. Nella mole di lavori che trattano o citano soltanto il coronavirus, all’inizio di dicembre 2020 c’erano soltanto 68 pubblicazioni relative a trial clinici su Covid-19  randomizzati (in cui l’assegnazione dei partecipanti ai gruppi è casuale) e peer reviewed, come sottolineano gli autori su Lancet, di cui un’ampia proporzione svolti in Cina, il primo epicentro della pandemia.

Gli interventi maggiormente studiati sono il trattamento con idrossiclorochina, seguito da quello con lopinavir-ritonavir e con remdesivir. Gli autori notano che la maggior parte dei trial sono svolti in ospedale e si concentrano sulle fasi critiche della malattia, mentre c’è ancora poca ricerca sugli stadi precoci di Covid-19, su come evitare che l’infezione progredisca. Questo è in parte legato alla maggiore difficoltà di svolgere studi in ambito domiciliare (come invece avvenuto per esempio in uno studio sull’uso del corticosteroide budesonide).

SE L’APPROCCIO È OBSOLETO

Con la pandemia la ricerca ha assunto un carattere di urgenza della ricerca, imposto da una situazione del tutto anomala, un unicuum non solo per la società ma anche per la scienza. “Il problema principale – ha spiegato a Wired Edward Mills, coautore del lavoro, docente di metodi della ricerca in ambito medico all’università McMaster in Canada – è la mancanza di preparazione nel prendere decisioni rapide. La ricerca clinica continua a utilizzare in maniera più o meno costante lo stesso approccio da circa 70 anni”. Dunque sarebbe la mancanza di prontezza, più che la fretta, ad aver favorito indirettamente e involontariamente la produzione di risultati di dubbia qualità.

All’approccio obsoleto si aggiungono problemi organizzativi e burocratici. “Il processo è rallentato da ostacoli amministrativi”, prosegue l’esperto, “ad esempio nell’ottenimento dei finanziamenti, nelle approvazioni regolatorie e nel reclutamento di personale sanitario e pazienti partecipanti alle sperimentazioni”. Ma c’è anche un’eccezione. “L’unico paese che ha adottato un approccio differente è stato il Regno Unito”, chiarisce Mills, “dove era già stata istituita a livello nazionale, un’unità di ricerca che conducesse studi medici di impatto. La struttura è stata in grado di muoversi rapidamente per avviare i trial Recovery e Principle. Il resto del mondo dovrebbe guardare al Regno Unito per cercare in futuro di imitarlo”. Insomma, il peso della burocrazia in questo caso avrebbe colpito quasi tutti.

LA PRIMA COSA DA FARE

Per modificare la situazione bisognerebbe attuare un intervento radicale, per modificare l’approccio alla ricerca clinica e avvicinarsi all’ultimo modello inglese, secondo l’esperto. Questa rivoluzione potrebbe costare sforzi in termini di competenze e investimenti, soprattutto all’inizio, ma risulterebbe vincente e cost-effective alla lunga. “C’è la necessità di creare infrastrutture per svolgere sperimentazioni cliniche nei siti o nelle aree che hanno dimostrato di poter condurre ricerche utili o hanno un carico di malattia così rilevante per cui ha senso investire lì”, rimarca Mills. “La creazione delle infrastrutture include il coinvolgimento dei siti, garantire che siano state ottenute le approvazioni normative, che il personale sia reclutato e formato e che ci siano finanziamenti duraturi per fare ricerche al di là di una singola esigenza. Con una rete di siti sufficientemente ampia, si riduce anche la ripetizione dello stesso lavoro e gli studi duplicati”.

Anche i risultati di successo, in questa pandemia, come la messa a punto rapida di vaccini sicuri ed efficaci, è stato in realtà un traguardo di pochi, secondo l’esperto. “I trial sui vaccini sono stati condotti dalle più ampie Contract Research Organization [Organizzazioni di ricerca a contratto, che forniscono supporto all’interno delle industrie farmaceutiche e biotecnologiche ndr]”, precisa Mills. “Si tratta di strutture che possiedono forti reti e un meccanismo sofisticato di reclutamento dei pazienti. Pochissime aziende più piccole o enti accademici possono competere con loro. Le sperimentazioni sui vaccini hanno sicuramente rappresentato un successo, ma probabilmente non avrebbero potuto essere replicate da strutture che non sono fortemente finanziate”.

Insomma, è un risultato di pochi, che potrebbe in futuro essere maggiormente esteso. “Ci auguriamo – scrivono gli autori nelle conclusioni dello studio su The Lancet Global Health – che la pandemia Covid-19 diventi un’occasione storica di svolta che porti a un migliore coordinamento e una migliore collaborazione all’interno della comunità della ricerca medica, ma questo risultato richiederà prima il consenso dei finanziatori e dei ricercatori in ambito sanitario a livello globali (in particolare quelli nei paesi a alto reddito) che attualmente controllano la progettazione degli studi”.

RIDURRE GLI SPRECHI E AUMENTARE LA FIDUCIA

Se è vero che poco è meglio di niente, ci sarebbe comunque un risparmio di energie e forze economiche qualora ci fosse più coordinamento, comunicazione e condivisione dei dati e del lavoro fra enti di ricerca a livello nazionale e possibilmente su scala internazionale. Per esempio alcune delle 68 ricerche già randomizzate e peer reviewed a dicembre 2020, inoltre, non indicano la dimensione del campione, che in media è composto da 186 partecipanti. Questo numero segnala la presenza di numerosi studi basati su gruppi molto ristretti di volontari e da cui difficilmente si possono trarre delle conclusioni. Sono stati avviati oltre 100 trial sull’idrossiclorochina per Covid-19, come sottolinea Mills. “Organizzare e strutturare in maniera diversa il lavoro avrebbe consentito di evitare replicazioni delle stesse prove”, aggiunge l’esperto, “riducendo tempo e risorse perse e non alimentando le aspettative dei partecipanti”.

Il problema non riguarda soltanto lo spreco di energie e denaro, ma anche il calo della fiducia da parte delle persone. I volontari nei trial clinici su Covid-19 sono generalmente pazienti, spesso ricoverati, che prendono parte alla sperimentazione, assumendosi inevitabilmente dei rischi a fronte di un possibile beneficio per la loro salute o comunque di un avanzamento in termini di scoperte e di conoscenze sul coronavirus. Quando viene a mancare uno di questi requisiti anche la partecipazione successiva riceve una minore adesione. Gli avanzamenti per poter essere tali, gli avanzamenti “richiedono collaborazione”, scrivono gli autori su Lancet, “che include la pubblicazione di tutti i dati, a prescindere dai risultati, e renderli disponibili per la comunità scientifica che si occupa di ricerca”.

PREPRINT O PEER REVIEWED?

Le criticità nella ricerca non riguardano soltanto l’approccio alla ricerca medica e il modo di creare gli studi, ma anche le modalità di diffusione dei risultati ottenuti. Con la pandemia alcuni cambiamenti  che erano già in atto, sono stati accelerati e sono diventati evidenti, con qualche risvolto negativo. Fra questi, la divulgazione in anteprima dei dati con il rilascio degli studi nella loro versione preprint prima della correzione attraverso il processo di revisione da parte di altri scienziati non coinvolti nel lavoro – la revisione fra pari o peer review.

A fronte del grande merito di una peer review più agile e dell’esistenza di server come biorXiv o medRxiv, che forniscono le versioni preprint e permettono di conoscere e condividere dati importanti sul coronavirus accorciando tempi spesso molto lunghi, in qualche caso però questo processo ha favorito anche la diffusione di dati non di qualità e di ricerche non sufficientemente valutate, come sottolineano gli autori del lavoro su Lancet.

Sul piatto della bilancia, di nuovo, ci sono rapidità e rigore. Bisognerebbe sempre cercare di trovare il giusto equilibrio fra una diffusione delle conoscenze quanto più possibile tempestiva e il controllo dei dati: una volta accertata la validità e la correttezza, a parità di rigore, meglio pubblicare prima.

Un esempio di studi pubblicati forse troppo presto e poi eliminati riguarda il caso di due articoli, uno su farmaci per la pressione, pubblicato sul Nejm, e l’altro sulla clorochina e l’idrossiclorochina, su Lancet, ritirati poco dopo dagli autori. Una situazione ancora diversa è quella delle riviste predatorie, giornali non prestigiosi che esistono per ottenere entrate economiche dagli autori a scapito del processo di revisione della peer review.

Gli effetti collaterali vanno da un effetto di distrazione, nel migliore dei casi, allo spreco di risorse considerevoli e a danni per la salute, nel peggiore. E nell’era di internet, in cui tutti possono parlare e divulgare i loro studi, anche riconoscere la validità di un dato può essere difficile, in un momento di fragilità collettiva in cui tutti vogliono risposte, come spiega Walter Scheirer, docente del dipartimento di Scienze computazionali e ingegneria all’università di Notre Dame, autore di un articolo intitolato A pandemic of bad science. Lo scienziato richiama l’attenzione sul bisogno di un maggior controllo sia dei server per i preprint sia dei social media, insieme alla necessità che solo chi ha competenze competenze specifiche possa imbarcarsi in un determinato campo e che i ricercatori per primi accettino di rispettare le naturali e necessarie tempistiche per i controlli di qualità prima delle pubblicazioni.

*(da Wired, di Viola Rita Contributor)

 

11 – Francesca Barbieri°:  LAVORO IN SMART WORKING PER UN ITALIANO SU 3: COSA CAMBIA DA MAGGIO IN 10 DOMANDE E RISPOSTE – SALTA LA SOGLIA MINIMA DEL 50% NELLA P.A., PROCEDURA SEMPLIFICATA FINO AL 31 LUGLIO O ADDIRITTURA AL 31 DICEMBRE. DOPO IL CORONAVIRUS COSA CAMBIA CON LO SMART WORKING? DAI PERMESSI A TICKET FINO AL DIRITTO ALLA DISCONNESSIONE E AL VOUCHER BABY SITTER.

 

1 MAGGIO 2021 – COME FAR FUNZIONARE LE RIUNIONI A DISTANZA

I punti chiave

1) Fino a quando è possibile fare smart working senza accordo individuale? Cosa succederà dopo?

2) Come funziona lo smart working nel settore pubblico?

3) Chi lavora in smart working ha diritto al bonus baby sitter?

4) Esiste qualche obbligo di concessione dello smart working ai genitori?

5) Le lavoratrici ai primi mesi di gravidanza hanno diritto allo smart working?

6) Ci sono regole particolare se il lavoratore in smart working si ammala?

7) Il lavoratore smart ha diritto ai permessi?

8) I lavoratori fragili e quelli che hanno figli disabili possono accedere più facilmente allo smart working?

9) Chi lavora in smart working ha diritto al buono pasto?

10) Lo smart worker ha diritto a disconnettersi?

 

Primo maggio festa dello smart working, almeno per un lavoratore su tre. Con il lockdown è stato la chiave a stella per la tenuta del mercato del lavoro. Passata l’emergenza sanitaria per molti italiani il “telelavoro” è rimasto comunque la regola, tanto che a oltre un anno dallo scoppio della pandemia da Coronavirus in Italia ci sono ancora 5,4 milioni di lavoratori dipendenti “agili” (oltre 7 milioni se si considerano anche gli autonomi, il 32% del totale) secondo le stime della Fondazione studi dei consulenti del lavoro, rispetto ai 500mila dell’era pre Covid e agli 8 milioni di marzo 2020.

Per oltre 7 aziende su 10 i vantaggi dello smart working superano le criticità tanto che il 68% – secondo un’indagine condotta dall’Associazione dei direttori del personale Aidp – ha deciso che prolungherà le attività da remoto anche nella fase di ritorno ad una “nuova normalità”.

Dalla procedura per richiederlo alle regole per i dipendenti pubblici, dal diritto alla disconnessione ai buoni pasto, vediamo in 10 domande e risposte i punti chiave del lavoro agile, destinati a restare anche quando sarà finita l’emergenza.

 

SMART WORKING, UNA RIVOLUZIONE NEL LAVORO DEGLI ITALIANI

1) Fino a quando è possibile fare smart working senza accordo individuale? Cosa succederà dopo?

Il decreto legge 22 aprile 2021, n. 52 (decreto Riaperture) ha prorogato lo stato di emergenza al 31 luglio 2021 (articolo 10, comma 1): è stato così esteso a questa data il termine per l’utilizzo della procedura semplificata di comunicazione dello smart working

Non servirà dunque l’accordo individuale tra azienda e lavoratore per avviare o proseguire il lavoro agile. Del resto anche l’aggiornamento delle regole anti Covid da rispettare sui luoghi di lavoro incentiva lo smart working con una serie di previsioni:

– la chiusura di tutti i reparti diversi dalla produzione o, comunque, di quelli che possono funzionare con il ricorso al lavoro agile e da remoto;

– l’utilizzo del lavoro agile e da remoto per tutte quelle attività che possono essere svolte in tale modalità, in quanto utile e modulabile strumento di prevenzione.

E il regime semplificato di smart working potrebbe essere addirittura prorogato fino a settembre prossimo: la possibilità allo studio del governo è emersa nel corso del tavolo di confronto del 27 aprile tra il ministro del Lavoro, Andrea Orlando, Cgil Cisl Uil e Ugl e le associazioni datoriali. Le imprese avrebbero chiesto un tempo maggiore, almeno fino a dicembre ma il governo si è limitato ad ipotizzare lo spostamento della data dal 31 luglio alla fine di settembre.

Per il futuro, invece , la strada tracciata dall’esecutivo prevederebbe la possibilità che il lavoro agile possa proseguire sulla base di “accordo quadro volontario “ fra le parti sociali, magari con il supporto di incentivi fiscali e altro.

Quando torneremo alla normalità, dunque, per lo smart working saranno necessari gli accordi individuali previsti dagli articoli da 18 a 23 della legge 81/2017.

 

2) COME FUNZIONA LO SMART WORKING NEL SETTORE PUBBLICO?

Le regole sono diverse nel settore della Pa. Il decreto proroghe, varato dal governo il 29 aprile, ha fatto saltare l’obbligo dello smart working al 50% nella pubblica amministrazione, introducendo un’importante novità: il lavoro agile nel settore pubblico si potrà proseguire in deroga fino alla definizione delle nuove regole con il contratto nazionale e comunque non oltre la fine dell’anno.

Nel dettaglio la norma conferma lo smart working senza bisogno del preventivo accordo individuale anche nel pubblico impiego fino a massimo il 31 dicembre 2021, mentre per i comparti sicurezza, difesa e soccorso pubblico la scadenza viene legata a quella dello stato di emergenza, cioè il 31 luglio.

La misura però non si limita a intervenire sulle regole straordinarie applicate durante la pandemia ma anche sul nuovo sistema organizzativo a regime del settore pubblico: per le attività che si possono condurre con modalità smart le norme sui piani organizzativi per il lavoro agile (I cosiddetti Pola) prevedevano che i dipendenti si potessero avvalere dello smart working “almeno per il 60%” nell’ambito dei piani organizzativi e per minimo “il 30%” in caso di mancata adozione dei Pola. Ora la percentuale del 60% sparisce e il minimo passa dal 30% al 15%.

 

3) CHI LAVORA IN SMART WORKING HA DIRITTO AL BONUS BABY SITTER?

Gli ultimi provvedimenti del Governo Draghi hanno escluso dai beneficiari del voucher baby sitter gli smart worker, per cui se un lavoratore svolge la sua prestazione in modalità agile non ha diritto a chiedere questa agevolazione.

La ministra per la famiglia Elena Bonetti ha tuttavia dichiarato che il bonus baby sitter verrà esteso anche a chi lavora in smart working e ha bambini piccoli non autonomi durante la didattica a distanza.

«I criteri di assegnazione del voucher baby sitter vanno definiti a prescindere dalla modalità di lavoro – sottolinea Arianna Visentini, ceo di Variazioni, società di consulenza nata 10 anni fa per affiancare imprese e enti pubblici nella ricerca e nello sviluppo di percorsi di innovazione organizzativa – . Se si escludono dai beneficiari del voucher gli smart worker, il lavoro agile viene configurato come misura di welfare e come sostituto delle indennità di genitorialità trasferendo in questo modo i costi della conciliazione sull’azienda, con il rischio di diminuire la produttività delle persone in smart working. Qui c’è una grossa contraddizione: non si riconosce il voucher baby sitter quando si è in smart working e allo stesso tempo si chiede che una donna o uomo a casa con figli possa garantire il lavoro a distanza».

 

4) ESISTE QUALCHE OBBLIGO DI CONCESSIONE DELLO SMART WORKING AI GENITORI?

In linea generale la risposta è no. Prima del Covid la legge di bilancio 2019 ( 30 dicembre 2018, n.145) ha, tuttavia, introdotto una corsia preferenziale per la concessione dello smart working alle madri nelle aziende che lo implementavano.

Il datore di lavoro che introduce in azienda il lavoro agile – secondo quanto stabilito dalla legge – deve riconoscere priorità alle richieste di svolgimento dell’attività in smart working alle lavoratrici nei tre anni successivi alla fine del periodo di maternità obbligatoria.

Il decreto Covid, in via temporanea, reintroduce dal 13 marzo fino al 30 giugno 2021 la possibilità – già prevista, con alcune differenze, per alcuni periodi del 2020 – per i lavoratori dipendenti di ricorrere al lavoro agile o, in alternativa, ad un congedo straordinario retribuito, per il periodo corrispondente ad alcune fattispecie relative al figlio minore, rispettivamente, di 16 o di 14 anni.

 

5) LE LAVORATRICI AI PRIMI MESI DI GRAVIDANZA HANNO DIRITTO ALLO SMART WORKING?

Solo in caso di caso di gravidanza a rischio, il datore di lavoro può offrire la possibilità di scegliere alle neo-mamme di proseguire il lavoro in sicurezza attraverso la modalità smart.

 

6) CI SONO REGOLE PARTICOLARE SE IL LAVORATORE IN SMART WORKING SI AMMALA?

La malattia resta un evento tutelato dalla legge, in cui non si svolge in alcun caso la prestazione lavorativa. Lo smart working non va quindi ad inficiare regole giuslavoristiche imprescindibili.

 

7) IL LAVORATORE SMART HA DIRITTO AI PERMESSI?

Anche i permessi sono un patrimonio del dipendente per soddisfare esigenze ordinarie e di norma non sono un capitolo toccato dalla policy dello smart working. Ma indirettamente possono essere condizionati dall’introduzione del lavoro agile.

L’azienda, se non mette a punto un regolamento efficace dal punto di vista dell’organizzazione dei permessi, al di là della policy di lavoro agile, potrebbe correre il rischio di ritrovarsi con esubero di permessi non fruiti e accumulati.

 

8) I LAVORATORI FRAGILI E QUELLI CHE HANNO FIGLI DISABILI POSSONO ACCEDERE PIÙ FACILMENTE ALLO SMART WORKING?

Il decreto legge 17 marzo 2020, n.18 ha introdotto da un lato il diritto allo smart working:

– per i lavoratori disabili ai sensi dell’articolo 3, comma 3, della legge 104/92;

– per i lavoratori che hanno un componente diversamente abile all’interno del nucleo familiare ai sensi dell’articolo 3, comma 3, della legge 104/92, se compatibile con la prestazione lavorativa.

Dall’altro: la precedenza nell’accesso allo smart working per i lavoratori fragili.

In particolare il decreto legge 14 agosto 2020, n.104 prevede la possibilità di accedere allo smart working venendo adibiti a diverse mansioni, purchè ricompresa nella medesima categoria o area di inquadramento contrattuale oppure svolgere da remoto specifiche attività formative professionalizzanti.

 

9) CHI LAVORA IN SMART WORKING HA DIRITTO AL BUONO PASTO?

I buoni pasto non sono un diritto previsto dalla legge: il ticket spetta se lo prevede il contratto collettivo applicato o il contratto di lavoro individuale. In caso affermativo dunque, anche il lavoro agile ha diritto ai buoni pasto. Secondo l’Agenzia dell Entrate – risposta a interpello 123/2021 – il buono pasto può essere corrisposto da parte del datore in favore dei dipendenti assunti, sia a tempo pieno che a tempo parziale, incluse le ipotesi in cui l’articolazione dell’orario di lavoro non preveda una pausa per il pranzo. Dunque, la normativa tiene conto che la realtà lavorativa è sempre più caratterizzata da forme di lavoro flessibili. conseguenza, i buoni pasto assegnati ai lavoratori agili hanno diritto alle agevolazioni fiscali.

 

10) LO SMART WORKER HA DIRITTO A DISCONNETTERSI?

La legge 81/2017 sul lavoro agile si limita a contenere un riferimento generico e indiretto a l diritto alla disconnessione (nel solco della adeguata tutela della salute del lavoratore), rimettendone la specifica regolamentazione all’accordo individuale tra datore e lavoratore. Ma importanti novità stanno per arrivare. Le commissioni Lavoro e Affari sociali della Camera hanno infatti approvato un emendamento al decreto Covid che riconosce «alla lavoratrice o al lavoratore che svolge l’attività in modalità agile il diritto alla disconnessione dalle strumentazioni tecnologiche e dalle piattaforme informatiche, nel rispetto degli eventuali accordi sottoscritti dalle parti e fatti salvi eventuali periodi di reperibilità concordati».

La disconnessione, inoltre, «non può avere ripercussioni sul rapporto di lavoro o sui trattamenti retributivi».

Per la Pa resta la disciplina dei contratti collettivi.

*(Francesca Barbieri è una giornalista del Sole 24 Ore, dove segue i temi del lavoro, della scuola e dell’università.)

 

12 – Andrea Colombo*: SOSTEGNI BIS, 40 MILIARDI IN GRAN PARTE ALLE IMPRESE. GOVERNO DRAGHI. IN CONSIGLIO DEI MINISTRI AL PIÙ TARDI GIOVEDÌ. I RIMBORSI RISPETTO AL CALO DI FATTURATO SU CINQUE FASCE DAL 60 AL 20% MA SI ALLARGANO I CRITERI CALCOLO. NON PASSA LA LINEA DELLA LEGA SUI COSTI FISSI. MA SALVINI SI CONSOLA: NO ALLA PLASTIC TAX.

 

Il secondo decreto Sostegni sarà varato giovedì, al più tardi venerdì. La bozza del Sostegni bis, declinata in 48 articoli, è pronta ma di qui alla riunione del consiglio dei ministri qualche particolare potrebbe cambiare. Stanzia in aiuti vari alle categorie e alle persone colpite dalla crisi conseguente alla pandemia 40 miliardi e la voce più corposa è ancora quella relativa ai ristori destinati a imprese e partite Iva. Il criterio sul quale valutare il rimborso resta il calo di fatturato: non sono cioè state accolte le richieste che invocavano l’introduzione di criteri diversi, come le spese sostenute. Identica anche la ripartizione in 5 fasce: imprese e partite Iva con fatturato fino a 100 mila euro prenderanno il 60% di rimborso fino alla fascia più alta, tra i 5 e i 10 milioni, con il 20% rimborsato. Cambia però il criterio per misurare il calo di fatturato: a quello già presente nel primo Sostegni, basato sul calo del 2020 rispetto a quello del 2019 valutato nella media del mese per mese, si affianca, a scelta, il calo nel periodo 1 aprile 2020-31 marzo 2021 rispetto agli stessi mesi negli anni 2019-2020. L’opzione dovrebbe permettere di rientrare nella platea dei rimborsati, cioè di chi ha perso almeno il 30% di fatturato, a molte imprese altrimenti escluse.

COME PROMESSO DA DRAGHI, c’è l’intervento sulle spese fisse saltato nel primo decreto. Torna, fino a fine maggio, il credito d’imposta sugli affitti del 60% e sono prorogati sino alla stessa data gli sgravi sugli affitti del settore turistico. Sospesa anche la prima rata Imu per le imprese in difficoltà e la tassa sull’occupazione di suolo, misure che potrebbero in realtà essere già anticipate grazie agli emendamenti sul dl Sostegni attualmente in Commissione al Senato. Dovrebbe arrivare in aula il 5 maggio. Lo sgravio sulla Tari sarà invece a discrezione dei Comuni, che per questo disporranno di un fondo di 600 milioni mentre gli interventi sulle bollette sono annunciati ma non ancora quantificati.

NON SI CAPISCE ANCORA, invece, se ci sarà l’intervento di perequazione chiesto da più voci in Parlamento e necessario perché alcune imprese hanno preso sinora più del dovuto mentre altre sono rimaste a secco, pur avendo diritto ai rimborsi. Infine slitta di sei mesi, fino al primo gennaio 2022 l’introduzione della Plastic Tax, risultato che si accredita con tanto di mortaretti Salvini: «Grazie alla Lega (e al governo) si rinvia una tassa che metterebbe a rischio 30 mila posti di lavoro. Lavoriamo perché si cancelli definitivamente». Gli aiuti per contrastare la povertà, impennatasi con la pandemia, sono costituiti soprattutto dalla proroga di due mesi del Reddito d’emergenza. Il dl in discussione al Senato lo aveva portato sino a maggio, si allunga adesso fino a luglio. In più sono stanziati 500 milioni a disposizione dei comuni per aiuti alle famiglie bisognose, con buoni spesa e contributi agli affitti.

L’invio delle cartelle esattoriali, sin qui congelate, sarà prorogato ma solo fino al 31 maggio. Poi la riscossione riprenderà ma con la possibilità di una rateizzazione che potrà arrivare sino a 10 anni. Data la mole delle cartelle accumulatesi sarà comunque necessario scaglionare la trasmissione delle cartelle nell’arco di sei mesi. Lo smart working, svincolato nel primo Sostegni dall’obbligo di coinvolgere almeno il 50% dei dipendenti pubblici, verrà invece prorogato sino al 30 settembre in quello privato. Le start-up considerate più innovative godranno di uno sgravio fiscale temporaneo, fino al 2025, e per i giovani sotto i 36 anni sono inserite facilitazione suli mutui per la prima casa.

SUL FRONTE SANITARIO è previsto il finanziamento di un sistema di monitoraggio dei pazienti ricoverati per Covid con l’esenzione per due anni dal ticket e uno stanziamento per i vaccini e per il confezionamento degli anticorpi monoclonali, ma molto ridotto rispetto a quello del primo dl. Un totale di 61 milioni andrà infine alle società sportive come rimborso per i test anti Covid.

Ma il fronte politicamente più caldo è quello del primo decreto. Il senatore 5S De Nicola ripropone infatti il suo emendamento contro il condono fiscale delle cartelle sotto i 5 mila euro e potrebbe seguirlo una parte non indifferente della maggioranza.

 

13 – Filippo Barbera*: PER RIPENSARE LA SINISTRA PIÙ POLITICA CHE POLITICHE. RIFLESSIONE COLLETTIVA. NON È SUFFICIENTE INVOCARE UNA CULTURA POLITICA DI SINISTRA. E’ IL PUNTO DI ARRIVO, NON DI PARTENZA. DOBBIAMO CHIEDERCI COME NASCE UNA DOMANDA DI SINISTRA NEL QUOTIDIANO.

La lettura del documento “Governare la società del dopo Covid”, a cura del network “Ripensare la cultura politica della sinistra”, è salutare. Una riflessione collettiva sui temi analizzati potrebbe rappresentare un buon punto di partenza per la costruzione di una piattaforma di sinistra.

Le proposte sono di alto profilo e all’altezza dei tempi. Stato, diseguaglianza/e, ricomposizione sociale, accumulazione e capitalismo, mobilitazione sociale: grandi questioni di sfondo, ricomposte in un quadro organico. Più politica che politiche, più coordinate di sfondo che proposte operative (pur non del tutto assenti), ma con una trama unificante.

La diagnosi di partenza è quella del deficit di idee: sono stati persi troppi decenni (non anni, decenni) inseguendo parole d’ordine e proposte che, semplicemente, non sono di sinistra. Occorre rimettere le cose al loro posto. Se nel paese manca una destra liberale, non può essere la sinistra a occuparne il posto. Servono idee di sinistra, che però non camminano da sole. Nel paragrafo dedicato alla mobilitazione sociale si ribadisce la necessità di rinforzare i corpi intermedi e la rappresentanza, contro la narrazione di una politica disintermediata. Obiettivo, questo, tanto importante quanto sconsolante.

Lo stato della rappresentanza politica e l’inconsistenza dei processi di selezione della classe dirigente sono la plastica rappresentazione del flebile raccordo tra la politica che decide nei luoghi del potere e la domanda di sinistra diffusa nel paese. Il tema, diciamolo con chiarezza, non è invocare la società “buona” e contrapporla alla politica “cattiva”.

È, piuttosto, riconoscere che quel (poco o tanto) di valore che c’è nella società non alimenta materialmente la classe dirigente e la composizione della rappresentanza. I saperi diffusi non diventano potere costituito. La domanda di sinistra radicata nella politica del quotidiano non trova un’offerta di partito e una classe politica all’altezza delle aspettative. Per questo, si rifugia nell’astensione o si fa sedurre da troppo semplici proposte.

Le ragioni di questo mancato raccordo sono, in parte, contenute nel documento programmatico, ma si tratta di risposte parziali, come scrivono gli stessi firmatari : “Come arrivarci è certo una domanda difficile, ma qualcosa sappiamo, benché sia lecito chiedersi se siano immaginabili altri vettori in grado di supplire alla debolezza dei partiti.

Sappiamo che un partito si riconosce in una cultura politica condivisa circa l’ordine possibile della società e si organizza per promuovere le sue idee”. Non è sufficiente invocare una cultura politica di sinistra. Questo è il punto di arrivo, non quello di partenza. Dobbiamo piuttosto chiederci perché e a quali condizioni nasce una domanda di sinistra, nel quotidiano e nei vissuti delle persone.

Quali sono le condizioni materiali, sociali e organizzative che stimolano una riflessività di sinistra e una domanda sociale rivolta alle idee contenute nel documento? La risposta non può che essere una: quando le persone articolano un discorso pubblico – quindi potenzialmente valido per tutti – atto a soddisfare contemporaneamente un bisogno/interesse privato e un progetto pubblico.

La domanda di sinistra non deve caratterizzarsi per il sacrificio degli interessi oggettivi, di classe, etnia o genere: ma deve negoziarli in modo trasparente alla luce della loro valenza collettiva e a salvaguardia di chi non può difendere tali interessi, vuoi perché marginale e privo di potere, vuoi perché non ancora nato.

La domanda di sinistra è costruita da un impegno congiunto orientato a un futuro condiviso, valido qui e ora per i miei bisogni/interessi e domani per il mio “io futuro” insieme a “voi”. Ci sentiamo parte di un progetto collettivo con queste caratteristiche solo se esistono luoghi, spazi e oggetti mobilitanti, piattaforme e processi dove i bisogni individuali qui e ora si intrecciano con soluzioni collettive proiettate nel futuro.

In quali occasioni, oggi, abbiamo questa possibilità? Quanto spesso abbiamo occasione di sperimentarci, insieme ad altri, in azioni pratiche dove i nostri interessi incrociano soluzioni che chiamano in causa gli assetti sociali più generali e i bisogni di chi è privo di voce?

Oggi, la sfera privata del consumo e della riproduzione si è schiacciata sulla competizione di status, il cui valore sociale è la distanza guadagnata rispetto agli altri. La famiglia è il luogo per la mobilitazione di risorse private, il cui obiettivo è non precipitare lungo la stratificazione sociale o cogliere le poche buone occasioni offerte da un mercato del lavoro asfittico.

Per ripensare la sinistra, si sostiene nel documento, serve una nuova cultura politica basata su: “una capacità di critica dell’esistente e un impianto intellettuale predisposto a mantenere in campo un punto di vista alternativo. Il cambiamento delle cose si fa nelle cose, ma senza idee non si va da nessuna parte”. Ricordiamoci però che se le idee sono fondamentali, le condizioni quotidiane e materiali della loro genesi e diffusione lo sono anche di più.

*(Filippo Barbera, Professore Ordinario di Sociologia Economica presso l’Università di Torino.)

 

14 – Rana Foroohar *: LA BATTAGLIA DI JOE BIDEN È APPENA COMINCIATA. BIDEN NON POTRÀ  ESSERE UN PRESIDENTE  FAVOREVOLE AI DIRITTI  DEI LAVORATORI E AL TEMPO STESSO UN PRESIDENTE  INDULGENTE NEI CONFRONTI DELLE AZIENDE DELLA SILICON VALLEY,

La maggior parte dei democratici che  conosco è rimasta positivamente sor presa dal presidente statunitense Joe  Biden. Quest’uomo è una specie di Yoda politico, capace di fare appello alla  Forza del governo e capovolgere in  cento giorni la peggiore crisi economica dai tempi  della grande depressione. Il suo piano di stimolo per  l’occupazione, la gestione della crisi  del covid-19 e le iniziative per portare il  paese verso un sistema che premi il lavoro e non il patrimonio prevedono  misure che molte persone sognavano  da decenni. Promettono standard più  alti per i lavoratori e un fisco più equo,  investimenti nella sanità pubblica,  nell’assistenza e nell’istruzione per i  bambini, e filiere produttive più solide.

Perfino i repubblicani appoggiano gli  investimenti su infrastrutture e banda  larga.

Alcune riforme che Biden propone, come il ripristino dei diritti sindacali che Trump, il suo predecessore, aveva tolto ai dipendenti federali, e la difesa degli interessi commerciali statunitensi, possono  essere fatti con una semplice firma alla Casa Bianca.

Ma i programmi di stimolo economico da migliaia di  miliardi di dollari dovranno passare dal congresso. I  democratici hanno una maggioranza scarsa alla camera (mentre il senato è diviso a metà). Inoltre, anche se i progetti saranno approvati, la loro realizza zione sarà complicata. I dettagli di molti di questi  programmi sono ancora poco noti. Man mano che  emergeranno, tuttavia, è probabile che piani più  concreti siano anche il risultato di compromessi. Ed  è qui che le cose si fanno davvero difficili.

Dai sondaggi emerge che sia i repubblicani sia i  democratici sono a favore d’investimenti infrastrutturali in nuove strade e nella banda larga. La domanda è dove andrà prima il denaro. Molti iscritti ai sindacati dell’edilizia hanno votato per Donald Trump alle  ultime elezioni. Questi elettori, che spesso vivono  negli swing states (stati contesi), chiedono che vengano spesi soldi per progetti attuabili subito e in grado di  dare lavoro a molte persone. Ricostruire strade e ponti è necessario e garantisce la possibilità di avviare  molte nuove opere. Ma rafforzare la banda larga nelle  zone rurali e nelle aree urbane è ancora più importante, anche se garantisce una minore visibilità.

Emergono così le tensioni tra priorità a breve e  quelle a lungo termine. I mercati finanziari, e in particolare gli investitori di capitali a rischio, vogliono  risultati rapidi e grandi margini di guadagno. Ma ri costruire la base industriale e fare una transizione  all’economia verde richiede decenni. Servirà anche il sostegno degli alleati stranieri.  Colmare il divario tra quello che racconterà in patria  e quello che racconterà all’estero potrebbe essere la  principale sfida di Joe Biden. Nel suo discorso al congresso, Biden ha dichiarato che i leader mondiali con  cui si è confrontato sono convinti che  gli Stati Uniti siano “tornati”, ma vogliono sapere “per quanto tempo?”. Gli

europei devono poter contare sulla stabilità politica di Washington prima  d’impegnarsi in alleanze sul commercio, la tassazione e la tecnologia, vista  anche l’importanza dei legami commerciali tra l’Unione e la Cina.

L’Europa ha bisogno degli Stati  Uniti e viceversa. È necessario sviluppare un’alleanza digitale che fornisca  un’alternativa liberaldemocratica al  capitalismo fondato sulla sorveglianza di stato di Pe chino, oppure ai monopoli senza limiti delle aziende  tecnologiche della Silicon valley. Forse l’Europa si  renderà conto che i suoi interessi a lungo termine saranno più protetti rafforzando i legami con Washington, invece che con Pechino.

Ma europei e statunitensi devono fare i conti con gli azionisti delle grandi aziende che esercitano  pressioni per ricevere trattamenti preferenziali. Basta guardare, per esempio, a come la Apple e Google  si battono contro la Bayer e la Siemens a proposito  delle regole sui brevetti e sull’economia digitale. O  alle preoccupazioni europee per le regole statunitensi sui dati personali. La Germania sarà l’epicentro di  queste battaglie, con gli Stati Uniti che la stanno  spingendo a scegliere tra vari sistemi 5g e microchip.  Gli esportatori tedeschi, che vendono sia agli Stati  Uniti sia alla Cina, hanno molto da perdere. Biden non potrà essere un presidente favorevole  ai diritti dei lavoratori e al tempo stesso un presidente indulgente nei confronti delle aziende tecnologiche. La Silicon valley è una lobby potente a Washington, e può contare su politici di entrambi gli schieramenti. La sempre maggiore “uberizzazione” del lavoro, l’incapacità dei sindacati di organizzarsi all’interno di Amazon, l’idea che i monopoli non debbano  essere smantellati perché rappresentano gli interessi economici degli Stati Uniti sono tutte cose che minacciano la prospettiva del presidente improntata  “al lavoro e non al patrimonio”. La battaglia di questo Yoda politico è appena cominciato.

*(RANA FOROOHAR è una giornalista  statunitense esperta  di economia.  Collabora con il  canale televisivo Cnn  ed è columnist del  Financial Times, il  giornale che ha  pubblicato questo  articolo)

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