Ecuador: sorprendente primo turno delle elezioni

Domenico Musella da Santiago del Cile per Radio MIR

L’Ecuador si trova nel mezzo di un importante processo elettorale che culminerà tra un mese esatto, l’11 di aprile, con il ballottaggio presidenziale che determinerà il successore di Lenin Moreno.

Ricordiamo che nonostante il nome e la sua traiettoria da fedelissimo dell’ex presidente progressista Rafael Correa, l’attuale mandatario ecuadoriano ha di fatto tradito il progetto della Revolución Ciudadana, avviato proprio da Correa nel 2007, per stringere accordi con i vecchi partiti, la stampa egemonica e i poteri forti del Paese, abbracciare il neoliberismo nella sua politica economica e sociale, schierarsi nello scacchiere internazionale con gli Stati Uniti e a livello regionale con i conservatori del Gruppo di Lima… insomma, facendo retrocedere di più di 10 anni il Paese in vari aspetti. Anche per quanto riguarda la difesa dei diritti umani e della libertá di stampa: si pensi al caso di Julian Assange, fondatore di WikiLeaks, che dopo anni di asilo politico proprio nell’ambasciata ecuadoriana di Londra, è stato fatto arrestare proprio in questa sede diplomatica da Scotland Yard. Una violazione della sovranitá territoriale, autorizzata dallo stesso Moreno, con pochi precedenti nella storia delle relazioni internazionali.

Lo stesso Correa, che dal 2017 vive in Belgio, con tutti i suoi compagni di partito e alleati, è vittima di una vera e propria persecuzione politica, diventando il “nemico” numero uno dell’attuale presidente. Contro di lui è stato montato un processo a dir poco strumentale, per finanziamenti illeciti al suo ex partito Alianza País e un presunto sistema di corruzione da lui organizzato negli anni della presidenza. Indagini, arresti e persecuzioni sono state perpetrate anche nei confronti dei deputati, amministratori locali e mezzi di comunicazione definiti “correisti”. Come succede purtroppo anche in altri Paesi dell’America Latina, il potere giudiziario viene usato come arma politica per eliminare avversari scomodi. È il cosiddetto “lawfare”, che ha colpito Cristina Fernández de Kirchner, Dilma Rousseff e Lula, Evo Morales, solo per fare alcuni esempi.

 

Fatto sta che il mandato di Lenin Moreno volge al termine e lo scorso 7 febbraio si è svolto il primo turno delle elezioni presidenziali, oltre alle elezioni legislative. Un primo turno dagli esiti abbastanza sorprendenti, che tra l’altro sono stati comunicati in forma ufficiale solamente il 21 di febbraio, dopo due settimane di conteggi.

In un contesto segnato da una drammatica situazione sanitaria per il Covid-19, con vaccini che stanno arrivando grazie alle donazioni di altri Paesi sudamericani, l’81% di ecuadoriane ed ecuadoriani si è recato alle urne. Uno 0,7% in meno rispetto alle scorse presidenziali, in un Paese in cui il suffragio è obbligatorio.

 

Dei 16 contendenti per la presidenza, Andrés Arauz, economista, ex ministro e candidato appoggiato da Correa, è risultato primo con il 32,7 % dei voti. Se avesse avuto il 40%, oltre al 10% di differenza con il secondo arrivato, sarebbe stato eletto al primo turno.

È importante sottolineare che Rafael Correa sarebbe dovuto essere il candidato a vicepresidente, in coppia con Arauz e con una strategia simile a quella di Cristina Kirchner in Argentina, vicepresidente di Alberto Fernández. Tuttavia la Commissione Elettorale ecuadoriana, per un cavillo burocratico, non ha accettato la sua candidatura dal Belgio e pochi giorni dopo il rifiuto, con un tempismo che fa pensare, è arrivata la condanna definitiva a 8 anni di carcere per l’ex presidente, nell’ambito della già accennata persecuzione giudiziaria nei suoi confronti, che ha stroncato qualsiasi possibilità di concorrere alle elezioni.

 

Secondo, con il 19, 7% dei voti, ovvero 13 punti in meno di Arauz, si è posizionato Guillermo Lasso, il candidato del grande impresariato ecuadoriano, appoggiato dagli Stati Uniti e dall’OSA, l’organizzazione degli stati americani. Banchiere, storico esponente della destra neoliberista, il suo progetto è continuare sulla linea già tracciata da Moreno, totalmente pilotata dai grandi interessi economici, da Washington e dal Fondo Monetario Internazionale.

 

Con il 19,4%, ossia lo 0,3% e solo 30.000 voti in meno, si è posizionato al terzo posto Yaku Pérez, candidato del Movimento di Unità Plurinazionale Pachakútik, vera sorpresa di queste elezioni. Si tratta di un movimento político ecologista e indigenista, che esiste da 25 anni e rappresenta i popoli originari del Paese. Il suo eccellente risultato elettorale, con i consensi triplicati rispetto alle scorse presidenziali, è sicuramente riflesso delle grandi mobilitazioni iniziate in Ecuador nell’ottobre 2019, principalmente contro le misure economiche di Moreno e l’accordo con il Fondo Monetario Internazionale, delle quali i popoli originari sono stati protagonisti, insieme al movimento femminista e ad alcuni sindacati.

A causa della piccola quantità di voti che separa Lasso da Pérez e che ha portato il candidato della destra, di misura, ad essere il secondo partecipante del ballottaggio, il movimento Pachakútik ha chiesto da subito una verifica dello scrutinio. Se inizialmente il riconteggio era stato accettato anche dal candidato della destra, in un secondo momento il direttivo della Commissione elettorale ha deciso di non realizzarlo e di proclamare direttamente Arauz e Lasso come sfidanti per il secondo turno. A seguito di questa decisione, i popoli originari si sono mobilitati in varie regioni del Paese e hanno presentato una denuncia penale per frode elettorale, contestando la trasparenza dello scrutinio.

 

Quarto classificato, anche qui con un risultato alto e non previsto dai sondaggi, il candidato del partito “Sinistra Democratica”, Xavier Hervas, con il 16%.

 

Per pochi voti, quindi, non potremo assistere ad un ballottaggio tra due sinistre, una più sviluppista e nel solco del progressismo latinoamericano dei primi anni 2000, e un’altra più marcatamente ecologista, antiestrattivista e che fa proprie le rivendicazioni dei popoli originari. Tuttavia, complessivamente, il primo turno delle presidenziali ecuadoriane ci presenta uno scenario in cui la stragrande maggioranza del Paese ha votato per candidati di sinistra, che sommati raggiungono i ⅔ dei voti totali.

 

Questa tendenza si riflette anche nei risultati delle legislative che hanno eletto i 137 membri della Asamblea Nacional, il parlamento unicamerale di Quito. L’Unione per la Speranza, ovvero la sinistra correista, detiene il 32% dei seggi, gli indigenisti ecologisti il 17% e i socialdemocratici di Izquierda Democratica il 12%. Se fossero uniti, la sinistra avrebbero una solida maggioranza parlamentare.

 

E qui viene il problema: lo scenario in vista del secondo turno è complesso, proprio perché sono complicate le alleanze tra le candidature in lizza. Da un lato Arauz, forte dell’ampio margine che lo separa dal secondo arrivato, è dato in netto vantaggio per vincere le presidenziali. Ciononostante, non sarà facile convincere gli elettori delle altre forze progressiste. Dovrá impegnarsi molto per “recuperare il futuro” (come recita lo slogan della sua campagna) e andare oltre Correa e il correismo, conquistando i voti dei popoli originari e degli ambientalisti. E questo perché il correismo è inviso agli ecologisti, dato che gli indiscutibili risultati economici e sociali della Revolución Ciudadana, che ha diminuito enormemente i tassi di povertà, disoccupazione e disuguaglianza, sono stati ottenuti privilegiando un modello sviluppista estrattivista, basato principalmente sul petrolio e sul settore minerario. Proprio questo ha causato la separazione tra i movimenti dei popoli originari e Correa, un tempo alleati, e da vari anni in discordanza.

Pérez dal canto suo ha già annunciato che non sosterrà nessuno dei due contendenti, mentre continua la sua battaglia legale. Un discorso simile si può fare per la Sinistra Democratica, che ha basato la sua campagna elettorale sulla novità e sulla discontinuità dal correismo. Dobbiamo tener presente, inoltre, che la propaganda anticorreista è forte nei grandi mezzi di comunicazione, fomentata dal governo in carica, dagli Stati Uniti e da molti vicini alleati, dal Gruppo di Lima e dalla OSA.

Nonostante l’anticorreismo esplicito, è difficile che tutto questo elettorato si riversi sul candidato dell’élite, il banchiere Guillermo Lasso, nonostante i suoi espliciti corteggiamenti alle forze progressiste arrivate terza e quarta nel primo turno, corteggiamenti che fanno leva sulla comune ostilità ad Arauz, visto come rappresentante di Correa in Ecuador.

 

Solamente tra un mese sapremo se l’Ecuador consoliderà la svolta a destra di Lenin Moreno scegliendo come presidente Lasso, che di fatto è molto vicino al governo uscente, o se invece deciderà di seguire il cammino di Messico, Argentina e Bolivia in una direzione più marcatamente antiliberista e contraria al neocolonialismo statunitense, continuando quella che si intravede come una nuova “ondata” progressista latinoamericana.

 

L’11 aprile sarà tra l’altro una giornata elettorale cruciale per il Sudamerica.

Al di là del ballottaggio presidenziale in Ecuador, in Cile è previsto un “election day” che porterà a decidere chi saranno le delegate e delegati alla convenzione costituente che scriverá la nuova carta fondamentale del Paese, dopo le rivolte popolari partite nell’ottobre 2019 e la schiacciante vittoria del Sí al referendum sulla nuova costituzione dello scorso 25 ottobre. Nella stessa occasione (che probabilmente sarà spalmata su due giorni a causa dell’emergenza sanitaria), si terranno anche le elezioni comunali e quelle dei governatori regionali. Nello stesso giorno anche il Perù si recherà alle urne, per le elezioni presidenziali e parlamentari.

 

 

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