n° 11 – 13 Marzo 2021 RASSEGNA DI NEWS NAZIONALI E INTERNAZIONALI. NEWS DAI PARLAMENTARI ELETTI ALL’ESTERO E ALTRE COMUNICAZIONI

a cura di Guglielmo Zanetta

01 – Stefano Galieni*: Mettiamo Von der Leyen sotto inchiesta A colloquio con l’europarlamentare Manon Aubry che accusa: «Vogliamo capire come la Commissione europea abbia potuto accettare condizioni così vantaggiose per le aziende che producono i vaccini anti-Covid grazie anche ai soldi dei cittadini Ue».
02 – Riccardo Chiari*: – “Nel Pd va recuperata una identità sociale, smarrita negli anni di Renzi”. Intervista a Cesare Damiano. L’ex ministro, ‘laburista’ del Pd, analizza la situazione alla vigilia dell’assemblea nazionale che sceglierà il successore di Zingaretti.
03 – Alfiero Grandi*: PD, le dimissioni di Zingaretti indicano con toni di alta drammaticità la crisi che il pd sta attraversando. Le tentazioni di imitare maramaldo sulla crisi del pd sono e saranno forti, non solo dal campo avversario, immagino che Zingaretti sapesse che questo sarebbe accaduto dopo le sue dimissioni.
04 – Stefano Fassina*: Le dimissioni di Zingaretti e il nostro mestiere. Sinistra. Con le dimissioni di Nicola Zingaretti, la campana suona per tutti noi, non soltanto per il Pd.
05 – Schirò (Pd) – “impatriati”: definite le modalità per prolungare le agevolazioni fiscali . Sono state definite con un importante Provvedimento dell’Agenzia delle Entrate (Prot. n. 60353/2021) i requisiti e le modalità con cui i lavoratori dipendenti e autonomi rientrati in Italia,
06 – Massimiliano Smeriglio*: La Piazza Grande è diventata un Vicolo Stretto – Democrack. Siamo l’unico Paese europeo senza una forza politica di sinistra ambientalista visibile e forte.
07- Massimo Villone*: il parlamento deve chiedere le carte di McKinsey. L’incarico dato dal ministero dell’economia e finanze alla società di «consulenza strategica» McKinsey
08 – Piero Bevilacqua*: Nella riforma fiscale la chiave per riunire l’agorà della sinistra
Per ripartire. Aprire nel paese, prima che in Parlamento, un approfondimento sul bilancio pubblico, mostrare come vengono spesi dai governi i soldi di tutti gli italiani.
09 – Alessandra Pigliaru – Lella Palladino:* «L’emergenza ha ribaltato i tempi di vita di tutte noi». Intervista. Parla la sociologa femminista e attivista dei centri antiviolenza. «Mancano diritti sociali, di accesso, ci sono troppi vincoli ancora da decostruire. Con la pandemia ormai siamo a una stretta e ci devono dare retta» .
10 – Elena Basso* America Latina: In strada e sui balconi, in Cile è di nuovo sciopero femminista
Tutto il paese si prepara alle iniziative di domani, organizzate dalla Coordinadora 8M. Parla la portavoce Nuriluz Hermosilla: «L’8 marzo scorso ha ridato animo ai manifestanti: oltre due milioni di persone solo a Santiago. La lotta femminista e la rivolta cilena hanno una connessione fortissima»
11 – Chiara Cruciati* Egitto: «INCAPACI» per legge, le donne egiziane si mobilitano. Fatta trapelare alla stampa una controversa bozza di riforma del diritto di famiglia. Servirà il permesso di un uomo per sposarsi, decidere sulla salute dei figli e viaggiare. Le organizzazioni femministe: si torna indietro di 200 anni.
12 – Giovanna Branca – Luiz Bolognesi* , la resistenza «magica» del popolo Yanomami. Intervista. Conversazione con il regista di «A ÙLTIMA FLORESTA», girato insieme alla comunità indigena dell’Amazzonia
13- Ricostruire l’Italia, con il Sud*: Dieci punti per il Piano di Rilancio L’appello . Come nella logica del Next Generation EU, il Piano deve valorizzare le complementarità e le interdipendenze produttive e sociali tra i Nord e i Sud, riconoscendo che i risultati economici e il progresso sociale dei Nord dipendono dal destino dei Sud e viceversa L’Italia si trova di fronte all’occasione irripetibile di avviare la sua “ricostruzione” coniugando sviluppo e coesione sociale, per giocare un ruolo di primo piano nell’Europa del prossimo decennio.
14 – Montevideo, On. Borghese (MAIE): “Nel 2022 pronta la nuova sede consolare, risultato concreto del lavoro del Sen. Merlo”
15 – FARNESINA | Incontro Di Maio-Merlo: “Visione politica condivisa su molti aspetti” Ricardo Merlo, presidente MAIE, già Sottosegretario agli Esteri, e il titolare della Farnesina Luigi Di Maio si sono confrontati soprattutto sul futuro politico dell’Italia e su quello che riguarda le politiche per gli italiani nel mondo.
16- Angela Schirò *(Pd): ho interrogato il ministro degli esteri sui tempi e sulle priorità del fondo per la lingua e la cultura italiana nel mondo.

 

01 – Stefano Galieni*: METTIAMO VON DER LEYEN SOTTO INCHIESTA A COLLOQUIO CON L’EUROPARLAMENTARE MANON AUBRY CHE ACCUSA: «VOGLIAMO CAPIRE COME LA COMMISSIONE EUROPEA ABBIA POTUTO ACCETTARE CONDIZIONI COSÌ VANTAGGIOSE PER LE AZIENDE CHE PRODUCONO I VACCINI ANTI-COVID GRAZIE ANCHE AI SOLDI DEI CITTADINI UE»
Non vanno tolti i vaccini ad altri Paesi ma le barriere sui brevetti che impediscono di produrne di più. on ci andrò leggera, signora Ursula von der Leyen…».
Iniziava così l’intervento di pochi minuti, limpido e appassionato, con cui l’europarlamentare francese Manon Aubry* si è rivolta alla presidente della Commissione europea in merito alla fallimentare gestione della campagna vaccinale Ue. Era il 10 febbraio e da allora le parole della Aubry hanno “accompagnato” tutte le iniziative delle associazioni e delle forze politiche
che sostengono la campagna di raccolta firme europea «per rendere i vaccini e le cure anti-pandemiche un bene pubblico globale, accessibile gratuitamente a tutti e tutte» facendo pressione sulla Commissione affinché metta l’istanza all’ordine del giorno.
Abbiamo intervistato Manon Aubry, co-presidente del gruppo parlamentare Gue/Ngl ed esponente di France insoumise. Partendo da quel durissimo j’accuse le abbiamo chiesto per quale motivo lei e il suo gruppo considerino inadeguate e piegate agli interessi di Big pharma le scelte della Commissione. «La strategia vaccinale della Commissione europea è tutta piegata agli interessi di Big pharma. La Commissione non si è neanche posta il problema di agire in modo diverso perché resa miope dai suoi dogmi: libera concorrenza, legge del profitto, legge del mercato. Così ha ceduto alle esigenze dei grandi produttori: nessuna trasparenza sui contratti,
nessuna regolamentazione dei profitti, nessuna responsabilità in caso di problemi. Ed è inaccettabile perché sono stati i cittadini europei a pagare la ricerca su quei vaccini. I vaccini ci sono grazie ai soldi pubblici. Chiediamo perciò una cosa semplice: togliere i brevetti ai vaccini affinché escano dal mercato e ogni Paese possa produrli».

DA COSA DIPENDE IL FATTO CHE CIÒ NON ACCADA?
C’è una dimensione ideologica, di fede quasi religiosa dei neoliberisti nella legge del mercato e del “laissez faire”. Ma c’è anche un rapporto di forza disastroso dopo anni di delocalizzazioni industriali, dovute a continui accordi di libero scambio. L’Europa ha perso ogni forma di sovranità sanitaria. Non è stata in grado di produrre il suo vaccino. Il caso della Francia è sintomatico: siamo il Paese di Pasteur ma abbiamo permesso a Sanofi di affossare le nostre conoscenze. Nel bel mezzo della crisi, mentre i suoi azionisti si spartivano quattro miliardi di dividendi, Sanofi ha annunciato la soppressione di 400 posti di ricercatori. Dovrebbe essere una lezione per il futuro. Nell’immediato invece si deve sbloccare la situa- zione al Wto per far sì che tutti possano produrre
vaccini in autonomia. Va poi ripreso il controllo dei laboratori, facendo in modo che trasmettano conoscenza. Infine non si permetta più che si faccia un solo euro di profitto sulla pandemia.

HA CHIESTO L’ISTITUZIONE DI UNA COMMISSIONE PARLAMENTARE DI INCHIESTA SULLE SCELTE FATTE DA BRUXELLES. SI ASPETTA CHE VENGA ACCETTATA?
La Commissione europea deve assumersi la responsabilità delle sue azioni ed è ora che il Parlamento assuma il suo ruolo di controllo. Noi a differenza della Commissione siamo stati eletti, rappresentiamo i cittadini, che vogliono conoscere tutta la verità. Vogliamo avere accesso a tutti i contratti stipulati con tutti i laboratori. Vogliamo sapere se la Commissione, in queste scelte disastrose, è stata guidata da lobby private.
E capire come la presidente Ursula von der Leyen abbia potuto accettare condizioni così vantaggiose per le multinazionali che hanno preso in giro una delle maggiori potenze mondiali. Vogliamo sapere quanto profitto realizzeranno le aziende biotech in condizioni così favorevoli. In breve, vogliamo piena trasparenza per stabilire responsabilità precise e per- ché non si verifichino errori simili in futuro.

LA PANDEMIA STA DETERMINANDO UNA NUOVA MAPPA GEOPOLITICA BASATA SUL POTERE DEI VACCINI. LE AZIENDE E LE DIVERSE POTENZE MONDIALI SI CONTENDONOL’EGEMONIA NEL PIANETA. COSA DOVE FARE LA SINISTRA?
Il nostro gruppo, così come France insoumise (La Francia indomita”, abbreviata FI)di cui faccio parte, proviene da una tradizione inter-nazionalista di cui andiamo fieri. Non chiediamo di “rubare” i vaccini ai Paesi vicini ma, al contrario, di togliere tutte le barriere di proprietà intellettuale che impediscono di produrne un numero maggiore. La confusione attuale porta con sé diseguaglianze catastrofiche. I Paesi del Sud dovranno aspettare mesi per avere i vaccini e questo è inaccettabile oltre ad essere insensato dal punto di vista sanitario. Il virus ritornerà come un boomerang se non è sradicato a livello globale. Il doppio discorso dell’Unione europea e della Francia sulla nozione di bene comune è scandaloso perché, di fatto, proviene dagli stessi Paesi che stanno bloccando la proposta di India e Sud Africa al Wto di far cadere i diritti dei vaccini nel dominio pubblico)».

In ITALIA I CONTAGI RISALGONO E I VACCINI SCARSEGGIA¬NO, QUAL È LA SITUAZIONE IN FRANCIA? E COSA ACCADE ALLE CLASSI PIÙ DISAGIATE?
La Francia ha livelli alti di contagi da diversi mesi. Sta aumentando il numero dei malati. Come ovunque nel mondo il Covid acuisce le disuguaglianze in ambito sanitario, con un tasso di mortalità maggiore tra le classi popolari. Ma acuisce le disuguaglianze anche in ambito sociale: i poveri sono ora più di 10 milioni, le mense popolari non riescono a far fronte all’afflusso di coloro che hanno difficoltà ad acquistare generi di prima necessità. Nel frattempo, Macron non alza un dito, fa regali alle aziende e rifiuta qualsiasi misura in grado di aumentare il potere di acquisto dei salari e dei contratti dei precari. Chiediamo uno scudo sociale d’emergenza per permettere alle persone di resistere.

ALLA PANDEMIA STA FACENDO SEGUITO UNA GRAVE CRISI ECONOMICA. COSA DOVREBBERO FARE I GOVERNI NAZIO-NALI E LE ISTITUZIONI EUROPEE? CHE TIPO DI SINISTRA SERVE PER AFFRONTARE QUESTA CRISI?
Noi siamo mobilitati per cambiare in modo radica-le l’attuale politica economica. Non si devono solo sospendere le politiche di austerità dell’Unione: le si deve far cessare una volta per tutte. E anche arrivato il momento di rivedere a fondo il ruolo della Bce: chiediamo la cancellazione di tutti i debiti pubblici e un cambiamento degli statuti affinché si possano prestare soldi direttamente agli Stati e sia possibile togliere i debiti pubblici dalle mani della specula-

VOGLIAMO CAMBIARE IN MODO RADICALE LA POLITICA ECONOMICA UE. L’AUSTERITÀ DEVE CESSARE UNA VOLTA PER TUTTE
zione del mercato. Chiediamo, infine, contropartite ecologiche e sociali al Recovery pian: non possiamo accettare che le multinazionali ricevano denaro pubblico per ingrassare i loro azionisti mentre fanno licenziamenti di massa e rifiutano di avviare la transizione ecologica della loro attività.

IN PASSATO HA OPERATO NELLA REPUBBLICA DEMOCRA¬TICA DEL CONGO E CONOSCE LA SITUAZIONE IN PAESI PRIVI DI SISTEMA SANITARIO. COSA PENSA DEL FATTO CHE SI CONTINUI A PENSARE SOLTANTO AL BENESSERE EU¬ROPEO?
In alcune regioni della RdC non ci sono ospedali. Le altre sono senza mezzi materiali e personale. Ho potuto conoscere di persona le conseguenze concrete dell’assenza d’investimenti pubblici nella salute. Ne sono uscita ancora più determinata a difendere un sistema sanitario pubblico e gratuito al livello mondiale.
FRA POCHI GIORNI RICORRONO I 150 ANNI DALLA CO¬MUNE DI PARIGI. PENSA CHE QUELLA STORIA CI POSSA ANCORA ESSERE DA INSEGNAMENTO VISTO CHE I POPOLI CONTINUANO A SOFFRIRE E AD ESSERE SFRUTTATI?
La Comune di Parigi, così come la storia della Rivoluzione francese in generale, ci sono di grande ispirazione. In Francia e nel mondo. Sono momenti di invenzione collettiva, di emancipazione attraverso la lotta, segni molto forti che nutrono il nostro impegno politico. E importante che questi momenti chiave della storia dei nostri movimenti politici restino nelle memorie. E anche importante guardare ai loro eredi. Penso al movimento delle donne in Polonia, che ha aggregato il malcontento popolare e lo ha canalizzato contro il governo reazionario, opponendo una resistenza incredibile al divieto di aborto. Tutto questo mi dà da sperare.
Traduzione di Annalisa Romani

Nota. Manon Aubry* (Gue/ Ngl) mentre si rivolge alla presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen, durante la sessione plenaria del Parlamento europeo, Bruxelles, 10 febbraio 2021
( di Stefano Galieni da LEFT)

 

02 – Riccardo Chiari: – “NEL PD VA RECUPERATA UNA IDENTITÀ SOCIALE, SMARRITA NEGLI ANNI DI RENZI”. INTERVISTA A CESARE DAMIANO. L’EX MINISTRO, ‘LABURISTA’ DEL PD, ANALIZZA LA SITUAZIONE ALLA VIGILIA DELL’ASSEMBLEA NAZIONALE CHE SCEGLIERÀ IL SUCCESSORE DI ZINGARETTI.

“QUELLA DI ENRICO LETTA È UNA BUONA SOLUZIONE, E NOI ABBIAMO BISOGNO DI UN SEGRETARIO CON PIENI POTERI, FINO AL 2023”. E SUL PARTITO: “IL VERO PROBLEMA DEL PD È LA SUA IDENTITÀ. A CHI SI RIVOLGE? QUAL È LA SUA PROPOSTA PROGRAMMATICA? DI QUESTO VA DISCUSSO”.
Raffinato disegnatore di gatti, Cesare Damiano si autoritrae come ‘laburista’ del Pd. “Ma non certo quello di Blair – precisa – io faccio parte della sinistra del partito”. Un partito che ha contribuito a fondare, dopo 30 anni in Cgil. E che secondo lui deve oggi nuovamente focalizzare la sua identità, dopo la stagione di Matteo Renzi segretario e premier che ha portato al Jobs act, e alla conseguente perdita di diritti e tutele per il mondo del lavoro.

IL CONDIZIONALE È ANCORA D’OBBLIGO, MA SEMBRA PROPRIO CHE ENRICO LETTA DIVENTERÀ IL NUOVO SEGRETARIO DEL PARTITO. UNA BUONA NOTIZIA PER IL PD?
“Penso che il Pd abbia al suo interno le risorse per individuare un nuovo segretario. Letta è una buona soluzione. Posso dirlo come testimone diretto, perché quando ero ministro del lavoro nel secondo governo Prodi, lui era sottosegretario alla presidenza del consiglio. Insieme abbiamo gestito il protocollo del 23 luglio 2007 siglato con le parti sociali, che dopo quello di Ciampi nel ’93, firmato sempre il 23 luglio, è stato il secondo, vero protocollo di concertazione. Ricordo le serate passate a casa di Tommaso Padoa Schioppa, per convincerlo a scucire i 40 miliardi destinati ai lavoratori più deboli e ai pensionati più poveri. Enrico è capace di esercitare un ruolo di direzione. Di stare sui problemi. E noi abbiamo bisogno di avere un segretario a tutto tondo, che non può essere temporaneo e deve restare in carica fino al 2023. Alla conclusione del mandato congressuale. Questo perché deve affrontare, nell’ordine, i vaccini, il Recovery plan, le elezioni amministrative di autunno, e l’elezione del capo dello Stato”.

INSOMMA UN SEGRETARIO CHE ABBIA PIENI POTERI.
“Deve averli. Le richieste di un congresso da parte di Base riformista sono irrealistiche e inaccettabili. Basta ricordare le motivazioni con cui Sergio Mattarella ha spiegato l’impossibilità di tenere elezioni politiche in tempo di crescente pandemia. E io non credo ai congressi virtuali”.

NEL SUO ULTIMO TWEET DEL 4 MARZO LEI HA SCRITTO: ‘E’ BENE CHE IL SEGRETARIO ZINGARETTI RESTI AL SUO POSTO. E’ STATO UN ADDIO FRETTOLOSO? OPPURE IL SEGRETARIO HA TIRATO LE SOMME DI UNA STRATEGIA POLITICA, QUELLA DELL’ALLEANZA ORGANICA CON M5S E LEU, INDIGERIBILE PER UNA PARTE DEL PD?
“Ho chiesto a Nicola di restare perché, in quel momento delicato, come tanti sono rimasto sorpreso dal modo con cui si è dimesso. Avrei preferito una sede formale e una discussione politica. Comunque lui ha scelto di non tornare sui suoi passi, e allora bisogna voltare pagina, in un momento molto difficile per il Paese. Certo era stato eletto con più del 60% dei voti, quindi sarebbe stato in grado di indirizzare le scelte del partito. Si trattava di una maggioranza solida, ma la minoranza si è comportata come se il congresso non si fosse tenuto. Invece sul piano delle possibili alleanze, siano esse quella Pd-M5s-Leu o un ritorno allo spirito ‘ulivista’, a mio avviso è sbagliato teorizzarle in astratto, se prima non ci poniamo il vero problema del Pd: la sua identità. A chi si rivolge? Qual è la sua proposta programmatica? Di questo va discusso. Mentre sarebbe inutile tornare alla vecchia discussione sulle origini, su Ds e Margherita. Il passaggio relativo all’identità culturale del partito, in primo luogo sui temi sociali, è già stato fatto”.
PERÒ MOLTI CRITICI PARLANO DI UN PARTITO VUOTO, SENZA IDEE, INVECCHIATO PRECOCEMENTE E TIMOROSO DI OGNI APERTURA. UN PARTITO CHE È SOLO UN CARTELLO DI CORRENTI.
“Secondo me è il segno che abbiamo smarrito la nostra anima ‘sociale’, dopo gli anni di Renzi e del Jobs act. Allora dobbiamo riconquistarla, pensando a come deve essere un partito progressista, democratico, che occupa un campo preciso dello schieramento politico, di sinistra o centrosinistra che dir si voglia. Dobbiamo insomma rimediare a quell’indebolimento dell’identità sociale del Pd che si è manifestato negli ultimi anni. E che ha portato molti nostri elettori ad essere sfiduciati. Delusi. A tal punto da rifugiarsi nell’astensione, o addirittura a decidere di cambiare il loro orientamento politico”.
UN’ULTIMA DOMANDA. MA TUTTO QUEL CHE È SUCCESSO NON SARÀ COLPA DEI MILIARDI DEL NEXT GENERATION UE, DI FRONTE I QUALI SI È COMPATTATO UNO SCHIERAMENTO LARGO E VARIEGATO, NON SOLO POLITICO, CHE RITENEVA IL SECONDO GOVERNO DI GIUSEPPE CONTE INADEGUATO A GESTIRLI?
“Sicuramente questa montagna di miliardi in arrivo dall’Europa, che dopo molti anni di rigore ha finalmente ritrovato la strada della solidarietà, fa gola a molti. A questo si è aggiunta la scelta, irresponsabile e dissennata, di Renzi, che ha fatto saltare il banco. Ma in questo il Pd non ha alcuna responsabilità. E per certo, a quel punto, la scelta di Mario Draghi è stata obbligata. Invece, quanto a noi del Pd, se Enrico Letta diventerà segretario sarà ‘misurato’ immediatamente, alla scadenza il 31 marzo della cassa Covid e del blocco dei licenziamenti, e nel confronto con il governo sul Recovery plan e il piano vaccinale”.
(Riccardo Chiari*, da Il Manifesto)

 

03 – Alfiero Grandi*: PD, LE DIMISSIONI DI ZINGARETTI INDICANO CON TONI DI ALTA DRAMMATICITÀ LA CRISI CHE IL PD STA ATTRAVERSANDO. LE TENTAZIONI DI IMITARE MARAMALDO SULLA CRISI DEL PD SONO E SARANNO FORTI, NON SOLO DAL CAMPO AVVERSARIO, IMMAGINO CHE ZINGARETTI SAPESSE CHE QUESTO SAREBBE ACCADUTO DOPO LE SUE DIMISSIONI.
Evidentemente questo strappo è stato ritenuto un male necessario per tentare di uscire da una crisi più drammatica di quanto non venisse percepito dall’esterno e per affrontarla non ci sono assolutamente i tempi che alcuni commentatori suggeriscono. Le dimissioni di Zingaretti, se hanno un senso, debbono provocare risultati entro le elezioni amministrative perché se dopo tanti successi elettorali delle destre nelle Regioni (oggi a quota 15) dovesse arrivare un risultato analogo nei comuni, quando si voterà, la destra ne ricaverebbe una spinta forte verso la vittoria elettorale alle prossime elezioni.
Tanto più che la legge elettorale in vigore assegna di fatto un vantaggio in partenza alla destra che rischia con una minoranza degli italiani di poter cambiare la Costituzione e procedere da sola ad altri cambiamenti sostanziali. È una sorta di “maledizione del faraone” che dopo l’incomprensibile scelta di avallare il taglio dei parlamentari da parte del Pd e della sinistra parlamentare li metterebbe in condizione di subire anche una legge elettorale non costituzionale. Ad esempio, il voto unico per il collegio uninominale e per la circoscrizione. Eppure, c’è stato tutto il tempo del governo Conte 2 per cambiare la legge elettorale in senso proporzionale e consentire agli elettori di scegliere direttamente i loro rappresentanti, chiudendo la fase dei cooptati dall’alto. Purtroppo, la politica dei rinvii e le incertezze sulle scelte da compiere tra proporzionale e maggioritario hanno lasciato che il tempo passasse, fino all’inizio di gennaio quando proprio il governo Conte 2 e la relativa maggioranza, che avevano interesse ad approvare una nuova legge elettorale, hanno invece approvato un decreto per rendere immediatamente applicabile il rosatellum corretto nel maggio 2019 su suggerimento di Calderoli . Ora, solo una nuova legge elettorale approvata prima della fine della legislatura può salvare il Pd, le sinistre, il M5Stelle dalla vittoria delle destre, divise su tutto ma unite nella volontà di conquistare il potere.
Altri errori si sommano. La fine del governo Conte 2 è conseguente all’esaurimento della spinta propulsiva in coincidenza con il referendum sul taglio del parlamento e con la gestione confusa delle proposte relative al PNRR (Next Generation EU), in sostanza i 209 miliardi che dovrebbero arrivare dall’Europa a sostegno dell’Italia. Il governo Draghi non è esattamente una successione lineare al governo Conte 2. Meglio che andare a votare in piena pandemia da Covid 19 e tuttavia il governo Draghi può avere esiti molto diversi sia per le sinistre che per l’Italia. Se il Pd si imballa e resta prigioniero di una discussione interna sequestrata da gruppi e gruppetti il futuro è veramente preoccupante. Chi come me non è mai entrato nel Pd, perché non ne ha condiviso il progetto anzi ha spesso polemizzato con scelte non condivise, è comunque preoccupato del “cratere” politico che si potrebbe determinare se il Pd non riuscisse a trovare una soluzione alla sua crisi nell’interesse del nostro paese. Il vuoto politico che si potrebbe determinare nessuno è in grado di occuparlo, di sostituirlo, si allargherebbe lo scoraggiamento, ed è già tanto, con l’effetto del ritiro dall’impegno politico. Eppure, fino a poche settimane fa il Pd veniva descritto come la cerniera del sistema politico.
Oggi, i cardini di quella cerniera hanno ceduto perché le dimissioni di Zingaretti non sono dimissioni come le altre in quanto è il segretario che avrebbe dovuto liberare il Pd dai condizionamenti e dall’ingombro di Renzi, che punta esplicitamente alla distruzione di questo partito in nome di un impossibile macronismo italiano. Ogni volta che le sinistre accettano un ruolo subalterno esplodono le contraddizioni e oggi gli interrogativi riguardano il senso stesso della costituzione del Pd 14 anni fa. Ricordate il nucleo dei fondatori? Non risulta che la creatura che è nata 14 anni fa li abbia soddisfatti, nessuno per ora ne rivendica la paternità. Del resto, un partito che si fa scegliere la guida politica da chi non fa parte del partito, attraverso le primarie, e si reca solo casualmente ai gazebo, è un partito più che leggero, semplicemente è senza una struttura riconoscibile. Senza trascurare l’incapacità di proporre battaglie riconoscibili su valori, obiettivi, o di sostenere le (ancora poche) iniziative promosse da cittadini, comitati locali e nazionali. Del resto, i referendum per l’acqua bene comune e contro il nucleare (che qualcuno sta cercando di rilanciare) del 2011 avevano avuto una partecipazione formidabile, ma il Pd non ha considerato queste battaglie veramente sue.
Altri ne hanno beneficiato per abbandono di campo. Né il referendum del 2016 contro la deformazione della Costituzione di Renzi ha avuto sorte migliore. Se le grandi mobilitazioni non vengono raccolte e tradotte politicamente dalle sinistre la malattia è seria. Da non Pd non mi auguro il suo tracollo né tanto meno il vuoto che oggi nessuno saprebbe colmare. Quindi mi auguro che venga compresa l’ora grave della storia di questo partito e Zingaretti ha certamente il merito di avere suonato la campana con vigore. Nessuno può dire di non avere sentito. Tuttavia, se in tempi rapidi non verranno proposte e iniziative adeguate il futuro potrebbe essere infausto proprio mentre il governo Draghi ha cominciato a muovere i primi passi e sta accelerando, compiendo scelte.
Basta pensare al PNRR. Le scelte relative decideranno del futuro dell’Italia, fino al 2026 bloccheranno di fatto la politica economica e sociale italiana, le conseguenze si sentiranno per molti anni. Sbagliare porterebbe a conseguenze serie. Occorrono idee e coraggio. Non si è al governo perché è comodo starci ma per fare politiche per il paese, per le fasce più deboli, per i lavoratori il cui mondo frantumato va ricomposto, per accrescere la coesione e combattere le disuguaglianze e chi vorrebbe abbandonare il Mezzogiorno al suo destino mentre può essere il motore della ripresa economica e sociale.
In tempi duri occorre nettezza nelle scelte e coerenza nell’attuazione, in particolare sulla transizione ambientale che è realmente un asse strategico per il futuro dell’Italia le sinistre dovrebbero intestarsi il superamento della storica frattura tra lavoro e ambiente, vedremo se ci sono ancora energie sufficienti

 

04- Stefano Fassina*: LE DIMISSIONI DI ZINGARETTI E IL NOSTRO MESTIERE. SINISTRA. CON LE DIMISSIONI DI NICOLA ZINGARETTI, LA CAMPANA SUONA PER TUTTI NOI, NON SOLTANTO PER IL PD

PER CHI SUONA LA CAMPANA? Con le dimissioni di Nicola Zingaretti, la campana suona per tutti noi, non soltanto per il Pd: noi, ossia quell’area di tre generazioni -dai traghettatori di Pci, Psi, Pri e Dc dalla Prima alla Seconda Repubblica alle “Sardine”- rimasta dentro o intorno alle sfrangiate filiere derivate dalla sinistra storica e dai movimenti cattolico-sociali. La decisione del leader del Pd è l’ennesimo, l’ultimo in ordine di tempo, indicatore dei nostri problemi di fondo, di senso politico, di funzione storica.
GUARDIAMO ALLE SCOMODE VERITÀ: da tempo, i discendenti della sinistra storica e del cattolicesimo sociale, ovunque nell’Unione europea, o sono quasi estinti, come negli Stati dell’Est oppure rappresentano prevalentemente, non esclusivamente, i segmenti benestanti della società, le fasce alte delle classi medie, le ZTL, ossia i settori sempre più ristretti, capaci con maggiore o minore fatica di cogliere le opportunità presenti nei flussi globali e europei di capitali, servizi, merci e persone.

Per decidere che fare, si deve affrontare la domanda di fondo: chi vogliamo rappresentare? Il Pd, l’unico erede significativo delle tradizioni progressiste italiane, può andare avanti così. Convinto, nelle sue espressioni serie, da “Tina”: non c’è alternativa sul terreno economico e sociale. Certo, la sua rendita di posizione “europeista” viene ridimensionata dalla ri-emersione dell’anima liberista nella Lega. Ma, la bandiera dei diritti civili, in particolare per i migranti, e della retorica ambientalista può garantire al Pd la differenziazione sufficiente ad un 15% di consensi, così da consentire ai suoi abili dirigenti di continuare a risiedere nei Palazzi, in una maggioranza eternamente centrista.

Un atto fondativo è, invece, necessario se si intende riconquistare la rappresentanza delle vaste periferie economiche e sociali e esprimerla nell’alleanza Pd-M5S-LeU. Una coraggiosa e faticosa avventura culturale, prima che organizzativa, intorno alla questione lavoro, da rideclinare come condizione di dignità della persona e di fondamento della democrazia, l’articolo 1 della nostra Costituzione.

Un’avventura per insediare, di fronte all’insostenibilità sociale, ambientale e democratica del “libero mercato”, un paradigma alimentato da socialismo, keynesismo e dottrina sociale della Chiesa e promuovere davvero la transizione ecologica; per rideclinare il primato della Politica sull’economia e ricostruire la gerarchia costituzionale con lo Stato sopra le Regioni; per attingere, infine, alle forze sociali, civiche e culturali attrezzate per tale sfida, largamente attive fuori dai recinti dei soggetti politici in gioco. Qui, si opera per un sistema politico imperniato su due campi alternativi.

Attenzione: l’atto fondativo può essere proficuo soltanto se in esso si può re-inventare anche il mestiere specifico della sinistra. Non avrebbe senso ritrovarsi soltanto sulla base di un ecumenico richiamo a valori che possono essere anche della sinistra, ma non sono distintivi della sinistra, in quanto e meno male, sono praticati anche dalle forze liberali e dalle destre liberiste: le pari opportunità di genere, i diritti dei migranti, i diritti connessi all’identità sessuale, ossia il grande e decisivo capitolo dei diritti civili, ma astratti dai diritti sociali.
Nemmeno sarebbe fertile fondarsi in riferimento alla “lotta alle disuguaglianze” come dettata dal “Bruxelles Consensus” e indicato nel Pnrr: disuguaglianze di genere, di generazione e di territorio, astratte dalla loro dimensione sociale, di classe, segnata da drammatica svalutazione del lavoro. Non soltanto del lavoro subordinato tipico, ma del lavoro “autonomo”, professionale, micro-imprenditoriale privo di potere negoziale nell’offerta al mercato della propria attività, sfruttato dal capitale economico e finanziario, dalle imprese esportatrici e dalle figure apicali a loro servizio.
Per promuovere l’atto fondativo, LeU potrebbe dare buon esempio. Oltre a raccomandare la strada da seguire, potremmo cominciare a percorrerla. Potremmo dare consistenza politica e trama aggregativa alla promessa elettorale rimasta da tre anni a galleggiare in Parlamento. Le elezioni amministrative, innanzitutto a Roma, dovrebbero essere la prima occasione per accumulare credibilità: senza velleità di fare l’ennesimo partito, ma al contrario per incrociare le forze nel Pd e nel M5S orientate a costruire l’ “Alleanza per lo sviluppo sostenibile”

 

05 – SCHIRÒ (PD) – “IMPATRIATI”: DEFINITE LE MODALITÀ PER PROLUNGARE LE AGEVOLAZIONI FISCALI . SONO STATE DEFINITE CON UN IMPORTANTE PROVVEDIMENTO DELL’AGENZIA DELLE ENTRATE (PROT. N. 60353/2021) I REQUISITI E LE MODALITÀ CON CUI I LAVORATORI DIPENDENTI E AUTONOMI RIENTRATI IN ITALIA, I QUALI USUFRUISCONO DEL REGIME FISCALE DEI COSIDDETTI ”IMPATRIATI”, POTRANNO OPTARE PER LA PROROGA DI ULTERIORI CINQUE PERIODI DI IMPOSTA AGEVOLATI (COSÌ COME STABILITO DAL “DECRETO CRESCITA”, MODIFICATO POI DALLA LEGGE DI BILANCIO PER IL 2021).10 marzo 2021
L’opzione di prolungamento può essere esercitata da lavoratori “impatriati” iscritti all’AIRE o cittadini di Stati UE che hanno trasferito la residenza prima del 30 aprile 2019 e che, al 31 dicembre 2019, erano già beneficiari del trattamento fiscale di favore previsto dall’articolo 16 del Dlgs n. 147/2015, finalizzato a incentivare il rientro nel nostro Paese attraverso la riduzione, per un determinato periodo di tempo, di parte dell’imponibile del reddito prodotto in Italia.

La nuova normativa (“Decreto Crescita” e Legge di Bilancio) che ha modificato e integrato l’articolo 16 del decreto legislativo 14 settembre 2015, n. 147, ha previsto la proroga per ulteriori cinque periodi d’imposta del regime speciale per i lavoratori “impatriati” con una tassazione del 50 per cento del reddito ovvero del 10 per cento in presenza di specifici requisiti.

Il recente Provvedimento dell’ADE ha stabilito, come previsto dalla legge, che i lavoratori dipendenti e i lavoratori autonomi esercitino l’opzione mediante il versamento, in un’unica soluzione, di un importo pari al 5 per cento o al 10 per cento dei redditi di lavoro dipendente e di lavoro autonomo prodotti in Italia, relativi al periodo d’imposta precedente a quello di esercizio dell’opzione.

Il versamento è effettuato mediante il modello F24, utilizzando un apposito codice tributo. I lavoratori dipendenti devono richiedere in via principale l’applicazione dell’agevolazione direttamente al datore di lavoro, mentre i lavoratori autonomi devono comunicare l’esercizio dell’opzione nella dichiarazione dei redditi relativa all’anno di effettuazione del versamento.

Giova ricordare che al momento dell’opzione cambiano le modalità e i benefici fiscali a seconda che il lavoratore abbia almeno un figlio minorenne, anche in affido pre-adottivo o che sia proprietario di almeno un’unità immobiliare residenziale in Italia successivamente al trasferimento in Italia o nei dodici mesi precedenti, oppure che lo diventi entro diciotto mesi dal versamento richiesto.
Angela Schirò Deputata PD – Rip. Europa – Camera dei Deputati

 

06- Massimiliano Smeriglio*: LA PIAZZA GRANDE È DIVENTATA UN VICOLO STRETTO – DEMOCRACK. SIAMO L’UNICO PAESE EUROPEO SENZA UNA FORZA POLITICA DI SINISTRA AMBIENTALISTA VISIBILE E FORTE. CAPACE DI STARE AL GOVERNO, CAPACE, SE NECESSARIO, DI ANIMARE L’OPPOSIZIONE. ADDOLCENDO L’ALTERNATIVA DI SOCIETÀ SI È FINITI IN UN CONO D’OMBRA DOVE VIENE MENO ANCHE L’ALTERNANZA DI GOVERNO
Mi sono avvicinato al Pd, da indipendente, grazie a una idea forte di trasformazione del campo progressista. Si chiamava Piazza Grande, un movimento che ha portato oltre un milione di persone a votare Zingaretti alle primarie. Molte senza la tessera del Pd, gente di sinistra, ecologisti, intellettuali, femministe, amministratori locali, lavoratori. Compresi tantissimi attivisti democratici. Persone che hanno intravisto in quel movimento una speranza, una possibilità. Ho avuto l’onore di coordinare Piazza Grande, si respirava un clima positivo, di cambiamento ma è stata una promessa non mantenuta.
Una specie di ricreazione, uno spazio di libertà in cui far giocare i bambini e gli ingenui. Chiusa la parentesi il Pd ha continuato a funzionare come sempre, come se quella spinta non ci fosse mai stata. Anzi, chiudendo porte e finestre, ha di fatto ignorato quella spinta. Il Pd appare come uno spazio sequestrato da chi ha più potere. E non sempre sono i Segretari, che vengono consumati all’abbisogna. Tutti i Segretari.
Un luogo che funziona così, fondato su cordate e carriere. E che, nel tempo, ha visto asciugarsi la base militante e la dimensione ideale. Più che sulle singole responsabilità mi concentrerei su questo, sulla meccanica, su come il Pd funziona concretamente. Prima che la giostra riparta, prendendo seriamente le parole pesanti di Zingaretti. A Nicola, a cui va tutta la mia solidarietà, vorrei dire che il problema non è averci provato ma, forse, averci provato troppo poco a cambiare tutto. Ieri un autorevole dirigente del Pd ha detto che la scelta di Zinga è dettata da problemi personali, sorvolando sulla drammatica denuncia politica; ha parlato, lui liberale, come un Breznev qualsiasi. Io invece penso che le dimissioni testimoniano un gigantesco problema politico: valori, identità, letture, linguaggi, riferimenti sociali, genere, pratiche, conflitto.
Con il “Dream team” Draghi Giorgetti Mc Kinsey e Generali vari, la sola responsabilità nazionale non basta più a definire un profilo distintivo. Nelle persone che hanno animato Piazza Grande c’è delusione e disincanto per l’occasione mancata. Non pensavano di finire in Vicolo Stretto. Ma continuano a battersi, a tessere le fila del cambiamento possibile. Un patrimonio enorme, disinteressato, a cui andrebbero date le chiavi di casa.
In questo passaggio c’è in ballo l’esistenza stessa di una opzione di Sinistra nel nostro Paese. Siamo l’unico Paese europeo senza una forza politica di sinistra ambientalista visibile e forte. Capace di stare al governo, capace, se necessario, di animare l’opposizione. Addolcendo l’alternativa di società si è finiti in un cono d’ombra dove viene meno anche l’alternanza di governo. E se vivi solo come “governo”, finisce che governi con tutti. Come negli ultimi dieci anni. Con Draghi cambierà tutto, ci sarà un ulteriore smottamento del sistema politico.
Monti e le mancate elezioni nel 2011 hanno messo le ali al populismo. Oggi rischiamo la marea montante di destra. Dobbiamo predisporci a un confronto duro, insieme a Conte e alle parti migliori di un governo mandato a sbattere da Renzi in nome e per conto di una stabilizzazione moderata. Più atlantica che europeista. Dobbiamo continuare ad arare il campo largo progressista. Sarà un anno impegnativo. Servirebbe uno shock, una movimentazione, una discussione sincera dagli esiti non prevedibili. Una cosa che per approssimazione potrebbe somigliare a ciò che sarebbe dovuta essere Piazza Grande.
(Massimiliano Smeriglio è un professore universitario, politico e scrittore italiano, attualmente è eurodeputato al Parlamento Europeo. È stato vicepresidente della regione Lazio)

 

07 – Massimo Villone*: IL PARLAMENTO DEVE CHIEDERE LE CARTE DI MCKINSEY. L’INCARICO DATO DAL MINISTERO DELL’ECONOMIA E FINANZE ALLA SOCIETÀ DI «CONSULENZA STRATEGICA» MCKINSEY SUL PIANO NAZIONALE DI RIPRESA E RESILIENZA (PNRR) È UN SERIO INCIDENTE DI PERCORSO. ALLE POLEMICHE IL MEF RISPONDE, CON UNA NOTA, CHE SI CHIEDE «UN SUPPORTO TECNICO-OPERATIVO DI PROJECT-MANAGEMENT PER IL MONITORAGGIO DEI DIVERSI FILONI DI LAVORO PER LA FINALIZZAZIONE DEL PIANO». È PURO BUROCRATESE, ACCURATAMENTE PENSATO PER GARANTIRE L’OSCURITÀ DEL CONTENUTO.
Vediamo di capire.
CHI È MCKINSEY? Per documentarsi si possono visitare i siti web della società, o del think-tank McKinsey Global Institute. Sono spot sui buoni che con dignità e onore aiutano il mondo ad affrontare il presente e il futuro. Sarà vero? Per controprova, leggiamo il New York Times del 3 febbraio. Ci informa sui circa 600 milioni di dollari pagati da McKinsey per chiudere un procedimento a suo carico per il caso di una consulenza a una casa farmaceutica che doveva servire ad aumentare le vendite di una medicina contenente quelli oppioidi che avevano contribuito alla morte di oltre 450mila persone nell’arco di venti anni. I fatti sono noti. Ma il New York Times riferisce anche che la cliente di McKinsey si era dichiarata colpevole in giudizio di aver imbrogliato (misled) sui rischi del prodotto. Altresì, McKinsey aveva suggerito alla cliente di fare squadra (band together) con altri produttori di oppioidi per evitare i fulmini (uno strict treatment) della Food and Drug Administration. Conclude il Times che è un raro caso (rare instance) in cui la società è stata ritenuta pubblicamente responsabile (publicly accountable).
BUONI, O CATTIVI? Ancora lo stesso giornale ci informa il 22 febbraio che il governo francese aveva segretamente affidato a McKinsey una consulenza da quattro milioni di euro sulla campagna vaccinale. Che per molti è poi stata, almeno all’inizio, un flop. Il 26 febbraio Le Monde titola: «Comme les autres sociétés de conseil, McKinsey est régulièrement accusé d’entrisme dans le monde des affaires et de la politique». Entrisme viene definita nel dizionario come la tattica adottata da certe organizzazioni (partiti, sindacati) di far entrare propri membri in un’altra per modificarne le pratiche e gli obiettivi.

VENIAMO A NOI. Il ministero dell’economia e finanze non legge la stampa estera, o frequenta cattive compagnie, o entrambe le cose. Chi ha dato l’incarico a McKinsey non poteva non sapere. Proteste e censure sono giuste. Né basta la striminzita nota di risposta, che non chiarisce l’essenziale, e cioè cosa il committente ha chiesto al consulente, con quali indirizzi. Parametro necessario a valutare come e quanto il McKinsey-pensiero entrerà nelle scelte formalmente governative. Ancora su Le Monde in un articolo del 5 febbraio leggiamo: «È STUPEFACENTE (ÉTONNANT) COME A NESSUNO PIACCIA PARLARE DI MCKINSEY». Appunto.
Sono indispensabili due cose. La prima, che sia noto il carteggio con la McKinsey concluso con la consulenza. La seconda: che sia noto il report che la McKinsey consegnerà. Il ministero renda tutto pubblico sul suo sito. Il parlamento avanzi una richiesta in tal senso, con interrogazioni e interpellanze. Anche il silenzio sarebbe una risposta. Ne verrebbe una responsabilità politica individuale del ministro per l’articolo 95 della Costituzione. Diventerebbe collegiale a carico di Draghi e del governo nel momento dell’approvazione del Piano nazionale di ripresa e resilienza.
Vorremmo sapere, ad esempio, se il Mef pone in qualsiasi modo al consulente strategico l’unica domanda veramente strategica: se e come ridurre il divario Nord-Sud.
Fin qui, i segnali che vengono da Palazzo Chigi non sono affatto positivi. Ora, 25mila euro per McKinsey sono spiccioli, e niente a confronto dei quattro milioni di Macron. Forse il favore è stato fatto dal governo alla McKinsey, per rifarsi un po’ la faccia dopo i 600 milioni di dollari sborsati, e non viceversa. Ed esiste, come scrive Barbera su queste pagine, l’«isomorfismo burocratico». Ma la responsabilità politica comunque corre, tal quale. Mettere in cartellone McKinsey è stato un passo falso. Non si poteva tenere il segreto. E così si è collocato il Mef in un club di potenti tecnocrati che si grattano reciprocamente e riservatamente la schiena. Qualcuno avrebbe dovuto prevedere, nel Mef e dintorni, le insopprimibili allergie. La cabina di regia infelicemente proposta da Conte ha contribuito alla sua caduta. Sappiamo che il governo Draghi non può – almeno al momento – cadere. Ma se avrà o no vita serena è questione affatto diversa.
(*Massimo Villone è un politico e costituzionalista italiano. È professore emerito di Diritto costituzionale nell’Università degli Studi di Napoli “Federico II”.)

 

08 – Piero Bevilacqua*: NELLA RIFORMA FISCALE LA CHIAVE PER RIUNIRE L’AGORÀ DELLA SINISTRA, PER RIPARTIRE. APRIRE NEL PAESE, PRIMA CHE IN PARLAMENTO, UN APPROFONDIMENTO SUL BILANCIO PUBBLICO, MOSTRARE COME VENGONO SPESI DAI GOVERNI I SOLDI DI TUTTI GLI ITALIANI
Su questo giornale Gaetano Lamanna (3.3.2021) ha sottolineato il rilievo strategico che può assumere la riforma fiscale e l’impegno politico della sinistra a suo sostegno. Il tema merita di essere ripreso su entrambi i versanti. Intanto occorre ricordare che l’odierno sistema costituisce il pilastro portante del dominio del capitale sulla classe operaia degli ultimi 40 anni. Testimonia ancora oggi la controffensiva vittoriosa dell’imprenditoria industriale sulla classe operaia dopo i conflitti e le conquiste degli ani ’70. Fu avviata nel 1981 da Reagan con L’Economic Recovery Tax Act regalando una gigantesca esenzione fiscale ai ceti ricchi, e definita “il più grande taglio di tasse nella storia americana” (M.Prasad, The politics of free market, Chicago University Press, 2006).

La fine della fiscalità progressiva, messa in atto da quasi tutti gli stati, ha significato la riduzione di risorse per scuole, sanità, servizi pubblici, insomma la semi demolizione del welfare che aveva reso prospere e stabili le società avanzate del dopoguerra. La teoria economica del cosiddetto trickle down, di lasciare più soldi ai ricchi perché li avrebbero accresciuti reinvestendoli, con vantaggio di tutti, si è rivelato un grave errore di fatto e un inganno politico. La ricchezza è aumentata per pochi e la povertà per molti e perfino la solida middle class degli Usa (quella del “sogno americano”) è stata investita da una ondata senza precedenti di immiserimento e di regressione sociale. Il nuovo sistema fiscale dell’età neoliberista è dunque all’origine delle gravi disuguaglianze attuali, dell’aumento del debito pubblico e privato e – nel declino generale dei sindacati e dei partiti popolari – dell’esplosione del populismo che minaccia le democrazie in tante regioni del mondo.

Ora che l’esecutivo Draghi, riprendendo il proposito del governo Conte, promette di mettere mano a una riforma del fisco credo che la sinistra debba, in anticipo, battere un colpo. Nicola Fratoianni, pur se segretario di una piccola formazione politica, Sinistra Italiana, può prendere qualche iniziativa nel Paese. Senza attendere che la riforma venga discussa in Parlamento, sarebbe invece utile e necessario da subito prendere contatti con Maurizio Acerbo, anche lui segretario di un’altra piccola formazione politica, il Partito della Rifondazione Comunista, e concordare con il suo gruppo dirigente un’azione comune di discussione, mobilitazione e confronto. Così come occorre coinvolgere Fabrizio Barca e i dirigenti del Forum Disuguaglianze, ricco di intelligenze e competenze che costituiscono parte dell’élite della sinistra reale italiana, oggi resa invisibile dall’inerzia dei micro partiti e dai media, che parlano eternamente con le stesse facce e gli stessi stanchi linguaggi.

Il raggio deve essere più ampio. Non solo devono essere coinvolte, con varie modalità, vecchie istituzioni come Il Centro per la Riforma dello Stato, ma anche i movimenti delle donne, i gruppi organizzati come il Gruppo Abele di Don Ciotti o la Costituente Terra di Raniero La Valle e di Luigi Ferrajoli, e tante altre formazioni. Senza dimenticare il più grande movimento di resistenza del nostro Paese, che per ampiezza e durata non ha confronti in Europa, la comunità dei No Tav, in lotta da 30 anni contro lo sperpero di denaro pubblico per un’opera insensata. Aprire nel paese, prima che in Parlamento, un ampio approfondimento sulle strutture del bilancio pubblico, mostrare con settimane di incontri, in presenza e da remoto, con comunicati, volantini, messaggi via social, interventi in televisione, giornali amici, come vengono spesi dai governi i soldi di tutti gli italiani costituirebbe un grande evento di democrazia, una vasta agorà che ricomporrebbe almeno temporaneamente il vasto e disperso popolo della sinistra reale.

Gli italiani saprebbero quanti miliardi mancano per le scuole, la ricerca scientifica, le borse di studio, la manutenzione delle strade comunali, i mezzi pubblici, e quanti sono spesi per armi destinate a distruggere paesi, a uccidere la popolazione civile in questa o in quella regione dell’Africa e del Medioriente, o per rifornire gli eserciti di paesi che torturano e uccidono i nostri ragazzi, come accade in Egitto.
Le donne del Sud che non possono lavorare perché mancano gli asili nido, verrebbero così informate che ciò accade anche perché i soldi vengono spesi in raccordi autostradali inutili, in stipendi favolosi ai manager pubblici, in sostegno privilegiato a questo o a quell’ente importante per i consensi elettorali che può fornire. Potrebbero finalmente cogliere il nesso tra il comportamento del deputato che hanno eletto e i disagi e la marginalità della propria vita. L’iniziativa potrebbe costituire anche un contributo propositivo importante: l’ideazione di un sistema fiscale reso più semplice e comprensibile: colpire le grandi fortune, soprattutto immobiliari, e premiare gli investimenti, soprattutto in ricerca e formazione, scoraggiando e punendo le attività inquinanti, incentivando la formazione di giovani ispettori contro gli evasori in ogni angolo del paese e del mondo, prefigurando una fiscalità europea omogenea, che non dia scampo ai colossi multinazionali, nuovi padroni del pianeta
(Piero Bevilacqua è uno storico, scrittore e saggista, da Il Manfesto)

 

09 – Alessandra Pigliaru* – Lella Palladino: «L’EMERGENZA HA RIBALTATO I TEMPI DI VITA DI TUTTE NOI». INTERVISTA. PARLA LA SOCIOLOGA FEMMINISTA E ATTIVISTA DEI CENTRI ANTIVIOLENZA. «MANCANO DIRITTI SOCIALI, DI ACCESSO, CI SONO TROPPI VINCOLI ANCORA DA DECOSTRUIRE. CON LA PANDEMIA ORMAI SIAMO A UNA STRETTA E CI DEVONO DARE RETTA» .
Lella Palladino, sociologa femminista, attivista dei centri antiviolenza, fa parte del Forum Disuguaglianze Diversità e da anni, in Campania, con la Cooperativa E.V.A. di Santa Maria Capua Vetere, attiva servizi di prevenzione e contrasto della violenza maschile e interventi volti all’inclusione sociale e lavorativa di donne in condizioni di particolari difficoltà oltre a impegnarsi con i centri della rete.
Alla vigilia dell’8 marzo, se la libertà femminile non può esserci tolta, vediamo nel panorama internazionale alcuni diritti in pericolo. È il caso della Polonia che vieta l’aborto, tre deputate hanno sottoscritto un manifesto, sostenuto qui da Laura Boldrini, Lia Quartapelle e altre che domani faranno un flash-mob a Roma davanti all’ambasciata polacca. «Questi fenomeni – dice Palladino, che è anche autrice di Non è un destino (Donzelli) – si inseriscono in una deriva generale a destra. Non è indifferente avere avuto Orban, Trump o Salvini al governo. Lo scivolamento ha avuto come ricaduta grave l’attacco pesantissimo alle donne».

CHE RIFLESSIONI FA SULL’8 MARZO A UN ANNO DALLA PANDEMIA?
Lo vivo con una doppia preoccupazione, per una situazione cronica e storica che attiene alle donne nel nostro Paese, e nuova perché è evidente che un anno di restrizioni, crisi sanitaria e conseguenze socio-economiche hanno avuto una ricaduta prevalente sulle donne. Più carichi, più espulse dal mercato del lavoro e una precarizzazione moltiplicata perché, dai servizi al mondo della cultura, sono le donne le categorie più impegnate; in questo scenario la violenza maschile ha avuto un’impennata considerevole dalla coabitazione forzata e dalla condizione del lavoro in casa e tempi di vita ribaltati. Molte sono state le proposte, per esempio ciò che si è prodotto in vista della programmazione delle risorse europee in arrivo, penso al documento dell’Assemblea della Magnolia e anche quello delle Women New Deal o tutto ciò che si è coagulato intorno alle Donne per la salvezza o alle Donne per la salute. La richiesta è forte e non va sprecata: la cura è quella del mondo, delle relazioni, dei più fragili e d’altra parte un cambio di paradigma che non può più essere rimandato e che attiene ai diritti sociali, di accesso, di troppi vincoli ancora da decostruire ma anche di valutazioni, monitoraggi e indicatori.

SUL SENSO DELLA CURA, IL FEMMINISMO E LA POLITICA DELLE DONNE PRENDONO PAROLA DA DECENNI. SEMBRA PERÒ SIAMO ARRIVATE ALLE STRETTE, SUL LAVORO, SUI TEMPI DI VITA. COSA NON FUNZIONA PIÙ E COSA SI PUÒ TRASFORMARE?
Vivendo in un territorio come la Campania e a stretto contatto con donne che fanno un percorso di fuoriuscita dalla violenza o donne che spesso sono rese vulnerabili da deprivazioni avute fin dall’infanzia, oppure che hanno scarsa scolarizzazione e ascoltando esperienze che non prevedono l’assertività, credo si debba tornare a parlare di inserimento lavorativo e condivisione di buone prassi. Su questo abbiamo riflettuto a lungo su ciò che Amartya Sen e Martha Nussbaum hanno proposto sul cosiddetto welfare della capacitazione, ovvero come si fa a restituire capacità a chi non se ne riconosce. Parliamo di contesti complessi e svantaggiati con chi non riesce a inserirsi nel mercato. La disoccupazione femminile, restituita dall’Istat di Linda Laura Sabbadini, ci conferma che ormai è questione nazionale; tuttavia al sud l’indipendenza economica delle donne è sempre stato un problema. Non possiamo pensare a politiche sociali non integrate sui tre piani di eliminazione di vincoli di accesso, permanenza e crescita professionale. L’esempio di una sperimentazione che abbiamo portato avanti, insistendo anche sulle aspirazioni, un punto spesso taciuto, è quella con il laboratorio di Casa Lorena a Casal di Principe, in un bene confiscato alla criminalità organizzata, ripensato per scopi sociali.

UNO DEI TEMI DI DOMANI È LA RECRUDESCENZA DELLA VIOLENZA MASCHILE. COME RETE SIETE STATE TENACI A MANTENERE IL PUNTO. SI DOVREBBERO APRIRE PIÙ TAVOLI O COSA MANCA?
Dopo aver partecipato per anni ai piani antiviolenza del Dipartimento pari opportunità, posso dire che se alla partecipazione ai tavoli non segue un cambiamento effettivo e i fondi non arrivano direttamente ai centri, evitando che gli enti locali li disperdano, allora abbiamo un problema. E dobbiamo risolverlo, non solo l’8 marzo.
(Alessandra Pigliaru*, da Il Manifesto)

 

10 – Elena Basso* AMERICA LATINA: IN STRADA E SUI BALCONI, IN CILE È DI NUOVO SCIOPERO FEMMINISTA, TUTTO IL PAESE SI PREPARA ALLE INIZIATIVE DI DOMANI, ORGANIZZATE DALLA COORDINADORA 8M. PARLA LA PORTAVOCE NURILUZ HERMOSILLA: «L’8 MARZO SCORSO HA RIDATO ANIMO AI MANIFESTANTI: OLTRE DUE MILIONI DI PERSONE SOLO A SANTIAGO. LA LOTTA FEMMINISTA E LA RIVOLTA CILENA HANNO UNA CONNESSIONE FORTISSIMA»

Lo scorso anno hanno portato in piazza oltre quattro milioni di persone e quest’anno vogliono replicare. Sono le femministe cilene e si stanno preparando a scioperare contro il governo di Sebastian Piñera il prossimo 8 marzo.
Come si legge nel comunicato: «VOGLIAMO LA FINE DI QUESTO GOVERNO, PENE PER CHI LO HA SOSTENUTO E LA LIBERAZIONE IMMEDIATA DEI MANIFESTANTI INCARCERATI».
Quest’anno la marcia femminista dovrà affrontare le restrizioni imposte per l’emergenza sanitaria legata al Covid-19, ma le donne della Coordinadora 8M – organizzatrici dello sciopero dell’8 marzo – non demordono.

«A SANTIAGO LA MARCIA si terrà lo stesso, anche se con le dovute cautele – spiega al manifesto Nuriluz Hermosilla, 62 anni, archeologa e portavoce del movimento – Nel resto del Paese ci saranno diverse iniziative per permettere anche a chi vive nelle zone più colpite dalla pandemia di partecipare all’8 marzo femminista».
Le donne cilene sciopereranno dal lavoro, per la notte dell’8 in tutte le città sono previsti cacerolazos (forma popolare di protesta: si fa rumore colpendo utensili da cucina) e le donne appenderanno un panno dalla propria finestra con su scritto: «In questa casa si appoggia lo sciopero femminista».
«QUESTO 8 MARZO ARRIVA IN UN MOMENTO PARTICOLARE PER IL NOSTRO PAESE – RACCONTA HERMOSILLA – NON SOLO SIAMO NEL MEZZO DI UNA PANDEMIA, MA IL NOSTRO POPOLO È IN RIVOLTA DA OLTRE UN ANNO».

Nell’ottobre del 2019 in Cile gli studenti hanno iniziato a protestare per l’aumento del costo del biglietto della metro e in pochi giorni oltre un milione e mezzo di persone sono scese in piazza a manifestare a causa delle fortissime disuguaglianze sociali che affliggono il Paese e i disordini continuano ancora oggi.

«I PROSSIMI MESI saranno caratterizzati da una povertà feroce e da una crisi enorme – continua Hermosilla – In Cile è piena estate, ma questo mese c’è stato un picco di contagi e morti causati dal Covid».

La Coordinadora femminista 8M è nata da due anni, non ci sono leader e ogni azione viene decisa collettivamente attraverso riunioni plenarie. Dall’ottobre 2019 a oggi oltre 8mila cileni hanno denunciato di aver subito abusi dalle forze dell’ordine durante le manifestazioni: torture, pestaggi e detenzioni illegali.

«Come donne siamo state represse molto duramente – dice Hermosilla – insieme alle altre fasce più fragili della popolazioni: i Mapuche (il popolo originario di Cile e Argentina), i poveri e i giovani. Nelle proteste noi donne siamo state punite con l’umiliazione e lo stupro. Due compagne del nostro movimento sono state colpite in pieno viso e hanno perso un occhio».

Nell’ultimo anno la Coordinadora 8M si è distinta per il supporto costante ai manifestanti vittime della violenza delle forze dell’ordine. Come sostiene l’archeologa: «Tutti i giorni siamo in tribunale al fianco delle vittime dello Stato, dei prigionieri politici della rivolta e di chi è stato assassinato durante i disordini. Le proteste e la violenza contro i manifestanti non sono mai terminate. Venerdì ho partecipato a una manifestazione a Santiago e le forze dell’ordine hanno accecato un’altra donna».

Il 19 febbraio Francisca Mendoza, una professoressa di 30 anni, stava manifestando pacificamente a Santiago del Cile quando un proiettile di gomma ha colpito il suo occhio.

LA SORELLA DI FRANCISCA, Paola, giovedì 25 febbraio ha dichiarato durante una conferenza stampa convocata dall’associazione delle vittime di trauma oculare: «In questo momento mia sorella si sta operando e questa è la peggiore tragedia che potesse capitare alla mia famiglia. Voglio dire a chi le ha sparato che non provo odio, perché non ho abbastanza forze per farlo». I casi di persone accecate dalle forze dell’ordine cilene durante le manifestazioni dall’ottobre 2019 a oggi sono oltre 460.

Nel novembre 2019, nel pieno dei disordini, un canto ha fatto il giro del mondo: «Un violador en tu camino» del collettivo femminista cileno Las Tesis. Il canto, ideato dal collettivo, è una forte denuncia che recita: «LA COLPA NON ERA MIA, NÉ PER DOVE MI TROVAVO, NÉ PER COME ERO VESTITA. LO STUPRATORE SEI TU. SONO I POLIZIOTTI, I GIUDICI, LO STATO E IL PRESIDENTE».

DIVENTATO UN INNO femminista globale, il collettivo Las Tesis è stato nominato fra le 100 persone dell’anno dalla rivista Time. «IL CANTO “UN VIOLADOR EN TU CAMINO” è stato importantissimo per la rivolta: ha ridato animo ai manifestanti – spiega Hermosilla – Così come la protesta dell’8 marzo scorso: oltre due milioni di persone hanno marciato nella sola Santiago. La lotta femminista e le proteste cilene hanno una connessione fortissima».

Il 25 ottobre scorso si è tenuto un referendum sulla Costituzione cilena: oltre il 78% dei votanti ha deciso di abrogare quella attuale, scritta durante la dittatura militare di Pinochet.

«Come Coordinadora 8M abbiamo deciso di appoggiare e sostenere la campagna di alcune candidate femministe per scrivere la nuova Costituzione», dice Hermosilla. Il prossimo 11 aprile si eleggeranno 155 cittadini che nei successivi due anni avranno il compito di redigere la nuova Costituzione cilena.
«Per cambiare il nostro Paese – ribadisce Hermosilla – dobbiamo modificarlo alla radice: dalla Costituzione e dalla legislatura di base. E vogliamo che in questo processo siano coinvolte le donne».
(Elena Basso* America Latina, da Il Manifesto)

 

11 – Chiara Cruciati* EGITTO: «INCAPACI» PER LEGGE, LE DONNE EGIZIANE SI MOBILITANO. FATTA TRAPELARE ALLA STAMPA UNA CONTROVERSA BOZZA DI RIFORMA DEL DIRITTO DI FAMIGLIA. SERVIRÀ IL PERMESSO DI UN UOMO PER SPOSARSI, DECIDERE SULLA SALUTE DEI FIGLI E VIAGGIARE. LE ORGANIZZAZIONI FEMMINISTE: SI TORNA INDIETRO DI 200 ANNI.
Il regime egiziano mette le mani sul diritto di famiglia e le donne si mobilitano. In un paese in cui la povertà avanza a passo spedito colpendo soprattutto le categorie economicamente più fragili, tra cui le donne, in cui l’Onu stima che il 99% di loro ha subito almeno una volta nella vita una forma di violenza, in cui si calcolano centinaia di prigioniere politiche sottoposte ad abusi quotidiani (tre di loro condannate alla pena capitale), ora Il Cairo sta lavorando a un arretramento dei diritti delle donne.

Sul tavolo ci sono una serie di emendamenti al diritto di famiglia che riducono le donne a soggetti meno capaci degli uomini nella gestione della propria vita e di quella dei figli.

Nella bozza della riforma fatta trapelare alla stampa è infatti prevista la figura del guardiano, un uomo che dovrà dare il proprio consenso alla donna – che sia la figlia, la moglie o la sorella – che intende viaggiare, sposarsi o prendere decisioni sulla salute dei figli.

Quarantacinque pagine che hanno provocato la sollevazione delle organizzazioni per i diritti umani e le associazioni femministe che descrivono la bozza una riforma «arcaica» che riporta il paese indietro di 200 anni.

Tra gli articoli più controversi, c’è quello che riconosce al guardiano il diritto di annullare il matrimonio della figlia, della sorella o della nipote entro un anno se ritiene che il coniuge non sia di pari livello sociale o di suo gradimento, o se l’unione è avvenuta senza il suo consenso.

Una forma legale di oppressione, l’hanno definita sulla stampa araba svariati analisti, «che ribadisce la cultura patriarcale dominante della classe dirigente». A nulla serve avere otto ministre nel governo o quote rosa in parlamento se la stragrande maggioranza delle donne egiziane è legalmente considerata incapace di decidere per sé.

Lo mette nero su bianco un altro articolo della riforma che toglie potestà alla madre in merito alla salute e l’educazione dei figli, fino alla registrazione dei nuovi nati, possibile solo in presenza del padre.

C’è poi il capitolo poligamia: l’uomo potrà sposare un’altra donna limitandosi a informare la moglie, pena l’arresto. Alla moglie viene tolto il diritto di rigettare il secondo matrimonio e di divorziare, le condizioni previste dall’islam.

Unica nota positiva è l’«assicurazione» a favore della donna in caso di divorzio non consensuale, una previsione apprezzata soprattutto dalle classi più basse, dove un divorzio può costare alla donna che non lavora l’unica fonte di sopravvivenza economica.

Ma se la legge non è stata ancora approvata, 50 organizzazioni di donne egiziane si sono già mobilitate con una dichiarazione congiunta che chiede il rispetto dei diritti umani fondamentali e della stessa Costituzione: alla base sta la richiesta, basilare, di riconoscere l’uguaglianza legale di donne e uomini, nella società come in famiglia.
«Rigettiamo totalmente questa legge – il commento dell’Egyptian Centre for Women’s Rights – Abbiamo donne ministre che firmano contratti milionari in nome dello Stato, ma che con questa riforma non potrebbero nemmeno sposarsi liberamente o viaggiare, nemmeno per lavoro, senza il permesso del guardiano».
(Chiara Cruciati* Egitto, da Il Manifesto)

 

12 – Giovanna Branca – Luiz Bolognesi* , LA RESISTENZA «MAGICA» DEL POPOLO YANOMAMI. INTERVISTA. CONVERSAZIONE CON IL REGISTA DI «A ÙLTIMA FLORESTA», GIRATO INSIEME ALLA COMUNITÀ INDIGENA DELL’AMAZZONIA. NELLA MITOLOGIA DEGLI YANOMAMI, POPOLAZIONE INDIGENA DELLA FORESTA AMAZZONICA AL CONFINE FRA BRASILE E VENEZUELA, I MINERALI CHE SI TROVANO SOTTO TERRA SONO FORIERI DI MORTE: PROPRIO L’ORO SCOPERTO NEGLI ANNI OTTANTA NELLE LORO TERRE HA ATTIRATO MIGLIAIA DI PROSPECTORS CHE HANNO MASSACRATO LE PERSONE E LA FORESTA, AVVELENATO IL FIUME CON IL MERCURIO, OLTRE A PORTARE LE MALATTIE DEGLI «UOMINI BIANCHI» – OGGI IL COVID CHE MIETE VITTIME SENZA SOSTA FRA LE POPOLAZIONI INDIGENE DEL BRASILE. FRA LORO E INSIEME A LORO GIRA IL SUO FILM – A ULTIMA FLORESTA, PRESENTATO IN QUESTI GIORNI NELLA SELEZIONE DI PANORAMA DELLA BERLINALE 71 – LUIZ BOLOGNESI, REGISTA BRASILIANO CHE SCEGLIE UNA FORMA A METÀ FRA IL DOCUMENTARIO E LA «FINZIONE», SCRIVENDO LA SCENEGGIATURA PROPRIO INSIEME ALLO SCIAMANO DEGLI YANOMAMI: Davi Kopenawa.

Davanti alla macchina da presa non si svolge infatti solo la vita quotidiana del villaggio, ma prendono forma i suoi miti ed episodi importanti come la cacciata di un gruppo di cercatori d’oro, messi in scena dagli stessi Yanomami che hanno partecipato al film da «attori»: «Ho sempre ascoltato molto – spiega Bolognesi – senza mai dire a nessuno cosa fare. Nella foresta da ’uomini bianchì non siamo neanche capaci di rimanere vivi, siamo così deboli che non possiamo avere la pretesa di controllare la situazione. Quindi il mio metodo era chiedere continuamente: come potremmo fare per raccontare questa storia?».

COME HA LAVORATO INSIEME A DAVI KOPENAWA?
Il mio film precedente, Ex-Shaman, parla di uno sciamano che non ha più potere dopo l’arrivo dei preti evangelici e il loro lavoro di indottrinamento. Volevo raccontare anche il contrario: lavorare con una comunità indigena dove ancora lo sciamano detiene il suo pieno potere – politico, mitologico, scientifico. Perché è molto importante mostrare anche la lotta, la resistenza contro la distruzione della loro cultura e della loro stessa lingua. Per prima cosa mi sono chiesto con che popolo lavorare: qui in Brasile ci sono oltre 200 diverse nazioni native, che parlano diverse lingue e vivono situazioni molto differenti tra loro. Mentre giravo Ex- Shaman avevo letto il libro di Davi Kopenawa – La caduta dal cielo – così ho pensato di chiedere a Davi di essere non soltanto il personaggio principale del film, ma il suo coautore. Mi ha invitato a passare del tempo con loro nel mezzo della foresta per trovare le storie che cercavamo: stando lì ho capito che le persone non mi raccontavano solo ciò che gli accadeva ma anche miti, episodi in cui non è chiaro il confine fra realtà ed evento magico, perché per loro questo confine non esiste: il piano dei sogni non è diverso da quello della realtà.

Il film è anche una denuncia di come il governo Bolsonaro sta lasciando campo libero alle compagnie minerarie per saccheggiare le loro terre.
La legge brasiliana riconosce la terra Yanomami come loro proprietà, e per la costituzione una terra indigena legale non è accessibile da esterni senza invito. Prima dell’elezione di Bolsonaro l’esercito brasiliano e la polizia federale hanno lavorato a lungo nelle foreste per cacciare gli invasori, i cercatori d’oro – le istanze di questi popoli erano rispettate. Dal 2019 invece le forze dell’ordine hanno smesso di fare questo lavoro. E addirittura il governo Bolsonaro sta cercando di cambiare la legge per dare alle compagnie minerarie la possibilità di entrare liberamente in questi territori. È un momento difficile in cui è molto importante che l’opinione pubblica brasiliana si opponga ai piani del governo, e soprattutto che venga esercitata una pressione internazionale – ad esempio un boicottaggio sull’acquisto di soia dal Brasile – finché la legge non verrà di nuovo rispettata. Quando gli invasori sono pochi gli Yanomami riescono a cacciarli. Ma gli è impossibile opporsi a migliaia di persone armate, con gli elicotteri… E il pericolo non è solo ovviamente per gli Yanomami: la distruzione della foresta è una catastrofe per tutti.

La minaccia rappresentata dall’«uomo bianco» è anche di un altro tipo: la seduzione esercitata da uno stile di vita.
È quello che Davi chiama «l’incantesimo della merce», che esercita una sorta magia come le creature della foresta. Nel film, quando suo marito non torna una donna pensa che sia stato incantato da una creatura dell’acqua, perché lo ha visto in sogno. Allo stesso modo, Davi dice che i più giovani restano incantati dalla merce: vogliono oggetti come scarpe, telefoni… Nonostante nella foresta non ci sia connessione. Così vanno a lavorare in città, o per le stesse compagnie minerarie.

Dalle parole di Davi Kopenawa emerge la consapevolezza di come i popoli indigeni vengano spesso rappresentati in maniera esotica.
Per lui è fondamentale non essere ridotto a una figura esotica. Lo dice anche nel film: gli uomini bianchi non ci conoscono, hanno un’immagine che si sono fatti di noi che non ci rappresenta. Quando parlavamo del progetto di A ùltima floresta mi ha spiegato di voler denunciare la loro situazione – la persecuzione da parte dell’amministrazione Bolsonaro, il Covid… – ma che non voleva che gli Yanomami fossero rappresentati come delle vittime, ammalati, deboli. È così che ho lavorato con il film: opponendomi all’esibizione del dolore.
(Giovanna Branca – Luiz Bolognesi*, Il Manifesto)

 

13 – Ricostruire l’Italia, con il Sud*: DIECI PUNTI PER IL PIANO DI RILANCIO L’APPELLO . COME NELLA LOGICA DEL NEXT GENERATION EU, IL PIANO DEVE VALORIZZARE LE COMPLEMENTARITÀ E LE INTERDIPENDENZE PRODUTTIVE E SOCIALI TRA I NORD E I SUD, RICONOSCENDO CHE I RISULTATI ECONOMICI E IL PROGRESSO SOCIALE DEI NORD DIPENDONO DAL DESTINO DEI SUD E VICEVERSA L’ITALIA SI TROVA DI FRONTE ALL’OCCASIONE IRRIPETIBILE DI AVVIARE LA SUA “RICOSTRUZIONE” CONIUGANDO SVILUPPO E COESIONE SOCIALE, PER GIOCARE UN RUOLO DI PRIMO PIANO NELL’EUROPA DEL PROSSIMO DECENNIO.

Per tale ragione, a nostro avviso, l’obiettivo di ridurre le disparità di genere, generazionali e territoriali – per molti aspetti strettamente collegate nelle aree più deboli del paese – deve essere al centro del Piano di Rilancio e di tutti i suoi interventi, coerentemente con la complessiva impostazione comunitaria del programma Next Generation EU.

Dunque, lo sviluppo del Mezzogiorno deve essere un grande obiettivo del Piano: per la rilevanza dei divari interni al paese, che in base ai criteri di riparto comunitari hanno determinato la dimensione del finanziamento destinato all’Italia; per motivi di uguaglianza fra i cittadini e di rispetto del dettato costituzionale; per motivi di efficienza economica: gli investimenti nel Mezzogiorno hanno un moltiplicatore più elevato e determinano impatti sull’attività produttiva dell’intero sistema nazionale.

Il recupero del ritardo accumulato dall’Italia in Europa si supera tenendo insieme le parti del Paese in una strategia di sviluppo comune. Come nella logica del Next Generation EU, il Piano deve valorizzare le complementarità e le interdipendenze produttive e sociali tra i Nord e i Sud, riconoscendo che i risultati economici e il progresso sociale dei Nord dipendono dal destino dei Sud e viceversa.

Nella sua attuale formulazione il Piano non dà garanzia che le sue risorse saranno investite con questo indirizzo, e ancor meno che ci saranno effetti sulla riduzione delle disparità e sulla crescita del Mezzogiorno e quindi dell’intero paese. Per questo, a nostro avviso, il Piano dovrebbe essere riformulato:

1) RENDENDO ESPLICITO IL RUOLO DEL SUD nelle sue principali missioni e il contributo che dal Sud può venire alla crescita del paese, con particolare riferimento alla transizione green, alla logistica, alle nuove attività manifatturiere, al ruolo delle sue aree urbane anche nella trasformazione digitale, al rafforzamento del sistema della ricerca e delle filiere scolastica e formativa e dei servizi socio-sanitari;

2) CONTENENDO UN CHIARO INDIRIZZO POLITICO verso la produzione di beni pubblici per la coesione e la competitività nell’intero paese, e quindi verso la riduzione dei divari civili, a partire da scuola, sanità e assistenza sociale, anche attraverso un concreto riconoscimento del ruolo del Terzo Settore, e delle disparità nelle dotazioni infrastrutturali materiali (mobilità di lungo e breve raggio) e immateriali (reti digitali, istruzione, ricerca);

3) RENDENDO ESPLICITO COME L’OBIETTIVO traversale della coesione territoriale viene perseguito all’interno di ciascuna missione, e di ciascuna linea di progetto, attraverso una puntuale localizzazione degli interventi (o dei criteri per la loro successiva selezione) e definizione degli obiettivi territoriali di spesa;

4) DEFINENDO A LIVELLO TERRITORIALE in tutte le missioni, e in tutte le linee di progetto, i risultati attesi per i cittadini e le imprese;

5) FACENDO COMPLESSIVAMENTE SCATURIRE da questa impostazione di metodo l’allocazione al Sud di una quota delle risorse complessive del Piano significativamente superiore al suo peso in termini di popolazione (al netto dei finanziamenti FSC e REACT-EU e al netto dei progetti “in essere”), coerentemente con l’impostazione e gli indicatori del programma comunitario;

6) E IMPEGNANDOSI A REALIZZARE UN SISTEMA di monitoraggio ad accesso aperto, sulla base del quale il Governo riferirà annualmente in Parlamento sull’avanzamento negli obiettivi di spesa e nei risultati ottenuti, nell’insieme e a livello territoriale;
La semplice allocazione di risorse non garantisce tuttavia il cambiamento del Sud e del paese. Pertanto, a nostro avviso, il Piano dovrebbe anche:

7) PREVEDERE UNA GOVERNANCE con una significativa discontinuità anche rispetto alle precedenti programmazioni delle politiche di coesione, aperta al contributo delle forze economico-sociali e tale da garantire, molto più che in passato l’avanzamento della spesa da parte dei soggetti attuatori nei tempi previsti e il raggiungimento dei risultati attesi;

8) PREVEDERE UN INTERVENTO STRAORDINARIO di riforma e rafforzamento delle Amministrazioni pubbliche ed in particolare di quelle comunali, di semplificazione delle norme e delle procedure e di potenziamento del loro personale e delle loro capacità, sulla base di un’analisi accurata dei fabbisogni. Senza uno straordinario rafforzamento dei Comuni difficilmente le risorse disponibili per investimenti potranno essere spese nei tempi;

9) CONTENERE PRECISI IMPEGNI affinché nelle future Leggi di Bilancio siano destinate risorse correnti ordinarie adeguate a garantire il mantenimento nel tempo dei risultati attesi via via raggiunti, sia per quanto riguarda la dotazione e la qualità dei servizi attivabili con i nuovi investimenti (es. mobilità) sia per la dotazione e la qualità dei servizi di cittadinanza, a partire da salute, istruzione, assistenza, abitazione, connessioni digitali.

10) INSERIRE FRA GLI INTERVENTI DI RIFORMA l’attuazione di quanto previsto dalla modifica costituzionale del 2001 e dalla successiva legislazione di attuazione (42/2009) con particolare riferimento alla rapida definizione dei “livelli essenziali delle prestazioni” (ex art. 117 Cost.) per tutti i cittadini italiani, in base ai quali determinare fabbisogni standard e interventi perequativi nella finanza di Regioni e Comuni.

Senza una migliore capacità amministrativa e coerenti politiche ordinarie i risultati conseguiti con il Piano non potranno essere mantenuti nel tempo, l’Italia non sarà davvero “ricostruita” e non potrà contare in Europa.
(Ricostruire l’Italia, con il Sud*: Documento proposto da: Laura Azzolina, Università di Palermo; Luca Bianchi, economista; Carlo Borgomeo, Fondazione con il Sud; Luciano Brancaccio, Università Federico II Napoli; Luigi Burroni, Università di Firenze; Domenico Cersosimo, Università della Calabria; Leandra D’Antone, storica; Paola De Vivo, Università Federico II Napoli; Carmine Donzelli, editore; Maurizio Franzini, Università La Sapienza Roma; Lidia Greco, Università di Bari; Alessandro Laterza, editore; Flavia Martinelli, Università Mediterranea Reggio Calabria; Alfio Mastropaolo, Università di Torino; Vittorio Mete, Università di Firenze; Enrica Morlicchio, Università Federico II Napoli; Rosanna Nisticò, Università della Calabria; Emmanuele Pavolini, Università di Macerata; Francesco Prota, Università di Bari; Francesco Raniolo, Università della Calabria; Marco Rossi-Doria, maestro; Isaia Sales, Università S. Orsola Benincasa Napoli; Rocco Sciarrone, Università di Torino; Carlo Trigilia, Università di Firenze; Gianfranco Viesti, Università di Bari)

 

14 – MONTEVIDEO, ON. BORGHESE (MAIE): “NEL 2022 PRONTA LA NUOVA SEDE CONSOLARE, RISULTATO CONCRETO DEL LAVORO DEL SEN. MERLO”
“Fin dall’inizio della legislatura, il Sen. Merlo, nella sua qualità di Sottosegretario alla Farnesina, si è battuto con forza affinché a Montevideo ci fosse una sede consolare degna di tale nome” – commenta il l’On. Mario Borghese, vicepresidente MAIE – “Oggi l’ufficio Consolare in Uruguay è di quindici metri quadrati, spazio evidentemente insufficiente per dare servizio a oltre 130.000 connazionali; il fatto di sapere che presto i nostri connazionali avranno una nuova struttura, più grande (700 metri quadrati), funzionale, dotata delle più moderne tecnologie, ci riempie di soddisfazione”
Continua ad avanzare il progetto per il nuovo Consolato di Montevideo, Uruguay. Si è infatti conclusa nelle scorse ore la gara per la costruzione della nuova struttura. Trascorsi i tempi tecnici e avvenuta la firma del contratto, i lavori potrebbero cominciare nel mese di maggio.
Se l’impresa vincitrice della gara rispetterà i tempi, a metà del 2022 la nuova sede potrà già essere operativa.
Determinante, in tutto questo, il supporto dell’allora Sottosegretario agli Esteri, Sen. Ricardo Merlo, presidente del MAIE – Movimento Associativo Italiani all’Estero.
“Fin dall’inizio della legislatura, il Sen. Merlo, nella sua qualità di Sottosegretario alla Farnesina, si è battuto con forza affinché a Montevideo ci fosse una sede consolare degna di tale nome” – commenta il l’On. Mario Borghese, vicepresidente MAIE – “Oggi l’ufficio Consolare in Uruguay è di quindici metri quadrati, spazio evidentemente insufficiente per dare servizio a oltre 130.000 connazionali; il fatto di sapere che presto i nostri connazionali avranno una nuova struttura, più grande (700 metri quadrati), funzionale, dotata delle più moderne tecnologie, ci riempie di soddisfazione”.
“Come MAIE – continua il deputato – ci siamo battuti in tutti questi anni, ancora prima di arrivare al governo, affinché a Montevideo ci fosse una sede più grande e comoda, capace di accogliere gli utenti nel modo adeguato. Stiamo mantenendo le promesse fatte agli italiani nel mondo durante l’ultima campagna elettorale. Per noi la cosa più importante, sempre, è offrire risposte e soluzioni concrete alle richieste e alle necessità dei nostri fratelli italiani residenti all’estero. E a tutto questo – conclude Borghese – va aggiunto il personale nuovo entrato alla Farnesina che sicuramente in parte andrà a coprire le esigenze degli italo-uruguaiani”.

 

15- FARNESINA | INCONTRO DI MAIO-MERLO: “VISIONE POLITICA CONDIVISA SU MOLTI ASPETTI” RICARDO MERLO, PRESIDENTE MAIE, GIÀ SOTTOSEGRETARIO AGLI ESTERI, E IL TITOLARE DELLA FARNESINA LUIGI DI MAIO SI SONO CONFRONTATI SOPRATTUTTO SUL FUTURO POLITICO DELL’ITALIA E SU QUELLO CHE RIGUARDA LE POLITICHE PER GLI ITALIANI NEL MONDO.
Incontro alla Farnesina tra il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, e il Sen. Ricardo Merlo, fondatore e presidente del MAIE, già Sottosegretario agli Esteri nel Conte 1 e nel Conte 2.
Un faccia a faccia durato oltre 45 minuti, durante il quale i due hanno affrontato diversi temi, ripercorrendo prima di tutto le tappe del lavoro svolto insieme al ministero, fino a trattare l’argomento pandemia, con tutto ciò che riguarda i vaccini. Senza dimenticare gli aspetti legati alla crisi economica che moltissimi italiani, anche all’estero, stanno soffrendo.
Soprattutto, Merlo e Di Maio si sono confrontati sul futuro politico dell’Italia e su quello che riguarda le politiche per gli italiani nel mondo.
Lasciando il ministero, dopo la riunione, il presidente del MAIE ha dichiarato che quello con il ministro Di Maio “è un rapporto consolidato”, “condividiamo una visione politica coincidente in molti aspetti”, ha aggiunto il senatore.

 

16 – SCHIRÒ (PD): HO INTERROGATO IL MINISTRO DEGLI ESTERI SUI TEMPI E SULLE PRIORITÀ DEL FONDO PER LA LINGUA E LA CULTURA ITALIANA NEL MONDO. 12 MARZO 2021. SULLO STATO E SULLE PROSPETTIVE DELLA PROMOZIONE DELLA LINGUA E DELLA CULTURA ITALIANA ALL’ESTERO, CHE ASSIEME ALLE QUESTIONI DEI SERVIZI CONSOLARI E DELLA TUTELA SOCIALE È UNA DELLE PRIORITÀ DELLA MIA ATTIVITÀ PARLAMENTARE, HO INTERROGATO IL MINISTRO DEGLI AFFARI ESTERI PER CHIARIRE ALCUNI CRITERI ESSENZIALI DELLA UTILIZZAZIONE DELLE IMPORTANTI RISORSE ASSICURATE DAL FONDO PER IL SOSTEGNO ALLA LINGUA E ALLA CULTURA NEL MONDO.
Dopo non poche sollecitazioni e richieste, con la legge di bilancio di quest’anno il Fondo è stato rifinanziato per un ammontare di 130 milioni per il prossimo triennio e, cosa molto importante, stabilizzato dal 2024 in poi. Già l’anno scorso, per aprire la strada al prolungamento, con un emendamento avevo ottenuto un altro milione, che si aggiunge a quelli indicati.
Ho già espresso e ribadisco la mia grande soddisfazione per la soluzione che si è raggiunta su un tema di valore strategico come questo. Tuttavia, si pongono, ora, seri problemi di ordine temporale, di scelte e di distribuzione delle risorse tra i diversi interventi, problemi che vanno affrontati al più presto.
Il primo riguarda i tempi e l’entità della ripartizione, che deve essere fatta dal Presidente del consiglio dei ministri, su proposta del Ministro degli esteri, tra i ministeri interessati. Naturalmente è auspicabile non solo la celerità dei diversi passaggi per evitare che le somme arrivino ai soggetti attuatori a fine anno, ma anche una riflessione sull’esigenza di assicurare prioritariamente la disponibilità degli interventi gestiti dal Ministero degli esteri, visto che come dotazione complessiva si è scesi dai 150 milioni del primo ciclo deliberato dal governo Gentiloni, agli attuali 130 milioni di questo triennio.
Una seconda questione riguarda i corsi di lingua e cultura promossi dagli enti gestori e precisamente i 2,160 milioni di euro che con un mio emendamento, firmato anche dalla collega La Marca, siamo riusciti a ottenere da quest’anno al 2023. All’inizio di quest’anno sono stati usati per reintegrare i soldi derivanti dal Fondo non ancora ripartito, ma lo scopo del mio emendamento era quello di aggiungere queste somme alla spesa storica per i corsi degli enti gestori, in modo da andare oltre i livelli degli scorsi anni (14 milioni circa). Ripartito il Fondo, dunque, bisognerà recuperarli e ricaricarli sul capitolo ad essi destinato.
Nella precedente esperienza, infine, la parte più consistente delle risorse del Fondo assegnate al Ministero degli esteri (circa 10,5 milioni) è andata a reintegrare gli assegni degli Istituti di cultura, mentre meno della metà di tale somma è stata usata per le borse di studio e un quinto per le cattedre di italianistica in università straniere. Ebbene, credo che questo rapporto sia da modificare sostenendo di più e meglio l’italianistica all’estero e le borse di studio.
Sulle risposte che avrò dal ministro non mancherò di dare, in piena trasparenza, le dovute informazioni a tutti coloro che credono nel valore strategico della diffusione della lingua e della cultura italiana all’estero.
Angela Schirò – Deputata PD – Rip. Europa – Camera dei Deputati – Piazza Campo Marzio, 42
00186 ROMA – Tel. 06 6760 3193 – Email: schiro_a@camera.i

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