n° 10 – 6 Marzo 2021 RASSEGNA DI NEWS NAZIONALI E INTERNAZIONALI. NEWS DAI PARLAMENTARI ELETTI ALL’ESTERO ED ALTRE COMUNICAZIONI. (gz)

00 – Zingaretti si dimette con un post.
01 -La Marca (Pd): ho fatto appello al ministro David Lametti a unire gli sforzi per chiudere l’accordo sulle patenti. “Sono passati quattro anni dall’accordo quadro tra Italia e Canada sul reciproco riconoscimento delle patenti di guida
02 – Alfiero Grandi La Costituzione mette un limite agli affari spregiudicati di Renzi. Troppi fingono di non capire
03 – Philippe de Boeck*: È presto per parlare di passaporti.
04 – Fabrizio Floris*: Nelle guerre di ieri la spiegazione delle violenze di oggi in Congo. Cronologia di sangue. La verità senza giustizia del «Rapporto Mapping», redatto 10 anni fa dalle Nazioni unite sui crimini commessi nella Repubblica democratica del Congo tra il marzo 1993 e il giugno 2003
05 – Marco Revelli*: Le macerie nel passaggio di consegne tra l’Avvocato e il Banchiere
L’analisi politica . Ha vinto il blocco di potere di un capitalismo parassitario e speculativo, aggregato intorno alla ”impresa irresponsabile”, sul modello delle autostrade dei Benetton
06 – Per ridare senso alla rappresentanza politica. Riforma elettorale. Un sistema proporzionale è condizione necessaria, sebbene non sufficiente, per dare la possibilità ai conflitti che attraversano la società di trovare una rappresentanza reale in Parlamento,
07 – Draghi licenzia Arcuri, un militare, Figliuolo nuovo commissario Covid.
08 – Farnesina
09 – Alfiero Grandi*. Sfidare Draghi sul futuro e sulle scelte. Il governo Draghi è insediato e al completo, quindi può operare e ora occorre incalzarlo per verificare se e in quale misura ci siano disponibilità ad ascoltare e a tenere conto delle richieste che vengono da associazioni, dai cittadini, dal paese.
10 – Nicola Fratoianni * – NO, GLI interessi di Bonomi non sono quelli dei lavoratori. Sinistra italiana ha votato no alla fiducia mettersi a disposizione di quella parte di societa’ che e’ fuori dai radar di questo governo.
11 – Zuhair*: La visita del papa in Iraq è storica ma rischiosa. La visita di papa Francesco in Iraq (dal 5 all’8 marzo) è storica, ma rischiosa. Storica perché è la prima volta che un papa visita il paese.

 

00 – ZINGARETTI SI DIMETTE CON UN POST. LO STILLICIDIO NON FINISCE. MI VERGOGNO CHE NEL PD, PARTITO DI CUI SONO SEGRETARIO, DA 20 GIORNI SI PARLI SOLO DI POLTRONE E PRIMARIE, QUANDO IN ITALIA STA ESPLODENDO LA TERZA ONDATA DEL COVID, C’È IL PROBLEMA DEL LAVORO, DEGLI INVESTIMENTI E LA NECESSITÀ DI RICOSTRUIRE UNA SPERANZA SOPRATTUTTO PER LE NUOVE GENERAZIONI.
Sono stato eletto proprio due anni fa. Abbiamo salvato il Pd e ora ce l’ho messa tutta per spingere il gruppo dirigente verso una fase nuova. Ho chiesto franchezza, collaborazione e solidarietà per fare subito un congresso politico sull’Italia, le nostre idee, la nostra visione. Dovremmo discutere di come sostenere il Governo Draghi, una sfida positiva che la buona politica deve cogliere.
Non è bastato. Anzi, mi ha colpito invece il rilancio di attacchi anche di chi in questi due anni ha condiviso tutte le scelte fondamentali che abbiamo compiuto. Non ci si ascolta più e si fanno le caricature delle posizioni.
Ma il Pd non può rimanere fermo, impantanato per mesi a causa in una guerriglia quotidiana. Questo, sì, ucciderebbe il Pd.
Visto che il bersaglio sono io, per amore dell’Italia e del partito, non mi resta che fare l’ennesimo atto per sbloccare la situazione.
Ora tutti dovranno assumersi le proprie responsabilità. Nelle prossime ore scriverò alla Presidente del partito per dimettermi formalmente. L’Assemblea Nazionale farà le scelte più opportune e utili.
Io ho fatto la mia parte, spero che ora il Pd torni a parlare dei problemi del Paese e a impegnarsi per risolverli. A tutte e tutti, militanti, iscritti ed elettori un immenso abbraccio e grazie.
Ciao a tutte e tutti, a presto.

 

01 – LA MARCA (PD): HO FATTO APPELLO AL MINISTRO DAVID LAMETTI A UNIRE GLI SFORZI PER CHIUDERE L’ACCORDO SULLE PATENTI. “Sono passati quattro anni dall’accordo quadro tra Italia e Canada sul reciproco riconoscimento delle patenti di guida e poco meno dall’avvio delle trattative tra il governo italiano e quello del Québec, titolare della materia come le altre province canadesi, per giungere a un protocollo di intesa che possa consentire ai detentori dei titoli di guida di poterli utilizzare nelle località di residenza. 3 marzo 2021
Nonostante l’impegno di tutti coloro che stanno portando avanti le trattative, non si è giunti finora a un risultato concreto avviando la fase operativa. Con sconcerto e delusione di quanti da anni stanno aspettando che per gli italiani in Canada e per i canadesi in Italia possa accadere ciò che già da tempo accade ai cittadini di altri paesi.
Personalmente, sono intervenuta innumerevoli volte con atti parlamentari, sollecitazioni, incontri e contatti con rappresentanti istituzionali di vario genere, mi sono indotta a rivolgere al Ministro della giustizia, On. David Lametti, che ha sempre dimostrato una particolare sensibilità per i problemi della nostra comunità, un appello per unire le forze, sia sul versante italiano che canadese, con l’obiettivo di spingere le istituzioni responsabili a definire conclusivamente l’accordo.
L’ho fatto con rispetto dell’autonomia delle istituzioni impegnate nella trattativa e con considerazione del peso delle personalità interpellate, ma anche per spirito di servizio verso i tanti cittadini dei due paesi che hanno diritto ad avere finalmente una risposta”.
On./Hon. Francesca La Marca, Ph.D.
Circoscrizione Estero, Ripartizione Nord e Centro America

 

02 – ALFIERO GRANDI LA COSTITUZIONE METTE UN LIMITE AGLI AFFARI SPREGIUDICATI DI RENZI. TROPPI FINGONO DI NON CAPIRE.
Per fortuna in Italia c’è la Costituzione. Per quanto ammaccata da anni di tentativi di cambiarla in peggio resta un baluardo insostituibile.
Ricordo in particolare che l’articolo 67 della Costituzione afferma che: “ogni membro del parlamento rappresenta la nazione”, quindi non è solo il rappresentante di chi lo ha eletto ma ha un ruolo molto più impegnativo, o almeno la Costituzione lo invita a svolgerlo.
Ancora l’articolo 54 afferma che “ tutti i cittadini hanno il dovere di essere fedeli alla Repubblica e di osservarne la Costituzione e le leggi (quindi anche e tanto più sono chiamati a farlo i parlamentari)”. Troppe volte sono passati strappi che hanno incrinato l’etica dei comportamenti, la mozione che affermava che Ruby era la nipote di Mubarak resta una svolta negativa che non dovrebbe essere dimenticata.

L’articolo 54 prosegue inoltre che “i cittadini a cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore”.

Basta e avanza. Mi sembrano affermazioni chiarissime, che dovrebbero aiutare ad inquadrare e risolvere il problema sorto con l’incontro che si è svolto tra Renzi e il despota (per ora ereditario) dell’Arabia Saudita, indicato dal rapporto della Cia, reso pubblico dal nuovo Presidente americano Biden, che lo indica come il mandante dell’orribile omicidio del giornalista di origine saudita Kashoggi all’interno del consolato di Istanbul.

Un crimine orrendo, del tutto ignorato nell’incontro tra Renzi e Salman, ben retribuito dal mandante, che addirittura ha ricevuto nel corso dell’incontro l’elogio – più o meno in inglese – più incredibile: di essere protagonista di un rinascimento dell’Arabia Saudita. Naturalmente l’elogio fatto da chi è stato anche sindaco di Firenze e dovrebbe saperne qualcosa è doppiamente incomprensibile.

Renzi ha trovato il tempo per volare in Arabia Saudita in piena crisi del governo Conte, che peraltro aveva provocato, ed evidentemente non ha trovato per lo meno inopportuno incontrare un despota accusato di un delitto così efferato, e di altro.

Le leggi non vietano questi comportamenti, nè li puniscono ? Il Senato non ha un regolamento che censuri comportamenti come questo di suoi componenti ? Può essere, anche se se ne potrebbe discutere.

La Costituzione tuttavia c’è, in vigore per fortuna. E’ del tutto evidente che quello di Renzi è stato un comportamento inqualificabile, aggravato dall’avere ricevuto denaro da chi lo ha invitato e dalla natura del personaggio in questione.

Italia Viva farebbe bene a consigliargli di dimettersi dal Senato per tutelare l’onore di chi non è stato coinvolto direttamente nell’incontro, ma probabilmente non accadrà.

E’ una brutta pagina in cui si sommano diversi aspetti, tra i quali l’opportunità di un rapporto retribuito con un despota e il tempo scelto per l’incontro sono aspetti importanti.

Renzi non è Razzi che andava in Corea del Nord ma nessuno lo prendeva seriamente. La tutela della vita delle persone è questione ancora più importante, tanto più se sono in dissenso. Altrimenti con quale coerenza possiamo, ad esempio, rivendicare la verità su Regeni e la punizione dei colpevoli, oppure la libertà per Zaki, puntualmente detenuto ad ogni scadenza del periodo provvisorio di arresto ?

Sullo sfondo come sempre ci sono affari legati al commercio delle armi, che naturalmente vengono usate, come in Yemen e altrove.

Se il potere e gli affari giustificano tutto, anche togliere la vita non è più un ostacolo, ma è questo che lascia intendere la Costituzione ?

Inoltre un senatore che rappresenta la nazione scavalca e contraddice le posizioni del governo e della Repubblica sui diritti umani e la salvaguardia della vita, che cosa c’entra questo con la Costituzione ?

In conclusione, ammesso che non ci siano strumenti giuridici e coercitivi in senso stretto esistono altri strumenti ugualmente importanti.

Il primo è la sanzione etica e morale di questi comportamenti, in modo che il paese conosca quanto è avvenuto e la sua condanna.

Il secondo è uno strumento molto decantato, forse perfino troppo, nel funzionamento dell’economia: la credibilità. La non credibilità è un deterrente contro comportamenti inaccettabili.

Renzi ha dimostrato con l’incontro in Arabia Saudita di non avere alcuna credibilità e di piegare al suo tornaconto, anche personale, i comportamenti politici.

Un dibattito parlamentare potrebbe aiutare a mettere a fuoco l’avvenimento, a chiarire di fronte al paese la gravità di questo comportamento, a sanzionarlo almeno moralmente. Tanto più che i suoi voti, ammesso che li abbia ancora, non servono alla maggioranza parlamentare che esisterebbe anche senza di lui.
Quindi la via è libera, si può fare, ci sono le ragioni per farlo, per reintrodurre elementi di etica pubblica nei comportamenti, nella consapevolezza che il decantato ”amico” Jo (Biden) non ha esitato a rendere pubblico il rapporto della Cia e ha rotto l’incantesimo.
Alfiero Grandi

 

03 – Philippe De Boeck*: È PRESTO PER PARLARE DI PASSAPORTI. FORSE TRA NON MOLTO ALLE FRONTIERE EUROPEE DOVREMO MOSTRARE UN “PASSAPORTO VERDE” PER DIMOSTRARE CHE SIAMO STATI VACCINATI CONTRO IL COVID-19, COME SI FA CON IL CERTIFICATO DELL’ORGANIZZAZIONE MONDIALE DELLA SANITÀ CHE PERMETTE DI VIAGGIARE NEI PAESI AFFLITTI DALLA FEBBRE GIALLA.
È l’ultima trovata della Commissione europea, ma il progetto non è affatto chiaro dato che la vaccinazione non è obbligatoria e soprattutto i paesi dell’Unione sono divisi sulla questione, anche perché finora meno del 5 per cento degli europei è stato vaccinato.
Prima di parlare di un salvacondotto, bisognerebbe riconsiderare la strategia per la vaccinazione all’interno dell’Unione. I suoi pessimi risultati stanno minando sempre più la solidarietà europea. All’inizio dell’anno l’Ungheria è stata la prima ad annunciare che avrebbe fatto ricorso ai vaccini russi e cinesi senza aspettare l’autorizzazione dell’Agenzia europea del farmaco. Grazie a questa scelta è diventata il secondo paese europeo per rapidità della campagna di vaccinazione. Di fronte ai ritardi nelle consegne di AstraZeneca e Moderna, l’Austria e la Danimarca stanno valutando una cooperazione con Israele per produrre vaccini.
E altri paesi, soprattutto a est, stanno pensando di rifornirsi altrove.
Anche se il green pass digitale europeo dovesse vedere davvero la luce, bisognerà capire esattamente quali vantaggi offrirà rispetto a chi non è stato vaccinato.
La ministra degli esteri belga Sophie Wilmès ha già avvertito che l’idea di “legare la libertà di circolare in Europa alla vaccinazione” è fuori discussione.
(Philippe de Boeck , Le Soir, Belgio)

 

04 – Fabrizio Floris*: NELLE GUERRE DI IERI LA SPIEGAZIONE DELLE VIOLENZE DI OGGI IN CONGO. CRONOLOGIA DI SANGUE. LA VERITÀ SENZA GIUSTIZIA DEL «RAPPORTO MAPPING», REDATTO 10 ANNI FA DALLE NAZIONI UNITE SUI CRIMINI COMMESSI NELLA REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO TRA IL MARZO 1993 E IL GIUGNO 2003

La tragica morte dell’ambasciatore Attanasio ha portato al centro delle cronache il Congo, le sue risorse e i suoi drammi. Ma se si vuole onorare la memoria dell’ambasciatore Luca, come lo chiamavano affettuosamente, del carabiniere Vittorio Iacovacci e dell’autista Mustapha Milambo il Congo dovrebbe rimanere al centro dell’agenda politica europea.

PUNTO DI PARTENZA rimane il «Rapporto Mapping» redatto 10 anni fa dalle Nazioni unite sulle violazioni dei diritti umani commesse nella Repubblica democratica del Congo tra il marzo 1993 e il giugno 2003. Un documento decisivo che denuncia la violenza nei confronti di oltre 40mila donne, definisce i contorni in cui sono avvenute un numero imprecisato di morti e la fuga di oltre 3 milioni di persone. È un punto di verità che si dipana negli anni e include le cause delle violenze odierne. Infatti, dieci anni non sono bastati per assicurare alla giustizia i responsabili dei crimini.

Nel Rapporto lungo 581 pagine viene descritto il massacro di Ntoto (Nord Kivu), in cui dozzine di contadini hutu Banyarwanda («gente che viene dal Ruanda») furono uccisi da gruppi armati Mai-Maî hunde e Nyanga in seguito a discorsi di odio da parte di politici locali che chiedevano di «sterminare i banyarwanda», in un contesto in cui le popolazioni Hunde e Nyanga del territorio di Walikale credevano nell’imminenza di un attacco da parte degli hutu. Le tensioni si erano create a seguito di contestazione da parte delle altre popolazioni dei diritti politici e fondiari dei Banyarwanda, il cui peso demografico era significativamente cresciuto negli anni.

IL TUTTO È AMPLIFICATO dagli effetti del conflitto nel vicino Ruanda fino al genocidio che ha spinto circa due milioni di hutu ruandesi a rifugiarsi nel vicino Zaire (l’attuale Repubblica democratica del Congo). Tra loro vi erano anche genocidaires, inclusi molti Interahamwe, membri della milizia responsabile della maggior parte dei massacri. L’effetto è stato uno spostamento del conflitto hutu-tutsi in territorio congolese, dove gli Interahamwe hanno iniziato ad attaccare i tutsi congolesi a partire dal 1996, con incursioni anche in Ruanda. Questo a sua volta ha provocato la diffusione di armi tra i tutsi congolesi e il sostegno militare del Fronte patriottico ruandese (il movimento rivoluzionario ruandese di Paul Kagame)

IN QUESTO CONTESTO l’Uganda decide di appoggiare con l’invio di militari i tutsi congolesi minacciati dagli Interahamwe. Anche se l’obiettivo pare essere quello di assumere il controllo del Congo Orientale per sfruttare le sue risorse naturali e cogliere altresì l’occasione per rovesciare il regime di Mobutu. Per quest’ultimo obiettivo i presidenti dell’Uganda Museveni e del Ruanda Kagame fondano con Laurent Désiré Kabila l’Alliance of Democratic Forces for the Liberation of Zaire (Afdl): è l’inizio della prima guerra del Congo.
Tra l’ottobre 1996 e il maggio 1997 cresce la spirale di violenze l’Afdl smantella i campi profughi hutu. L’esercito zairese non combatte, i soldati sono senza stipendio e disorganizzati, commettono saccheggi e stupri sulle popolazioni locali. A maggio 1997 Mobutu fugge in Marocco e Laurent Désiré Kabila si autoproclama presidente della Repubblica del Congo. L’Onu stima che 200.000 hutu siano stati uccisi. Fine primo atto.

A partire dall’agosto 1998 c’è una rottura tra i tutsi congolesi e il regime di Kabila. I tutsi ribelli fondano il Rassemblement Congolais pour la Democratie (Rcd) sempre con il sostegno di Ruanda e Uganda. In breve i ribelli prendono il controllo dell’est del Paese. Kabila per non essere sopraffatto chiede e ottiene il sostegno di Angola, Namibia, Zimbabwe e Ciad. È la seconda guerra del Congo, che dura tre anni. Nel 2003 si crea un governo di transizione ma ad est milizie armate e soldati congolesi continuano ad agire: la Regione resta in una condizione di insicurezza permanente.

Per dieci anni, tutte le parti coinvolte si sono rese colpevoli di gravi e massicce violazioni dei diritti umani. L’Onu ha avviato un processo per individuare i responsabili e tra mille difficoltà è stato istituito un team di specialisti sotto la supervisione dell’Alto commissariato delle Nazioni unite per i diritti umani (Ohchr), con oltre 2,7 milioni di euro di budget.

PER SETTE MESI, da ottobre 2008 a maggio 2009, 33 esperti congolesi e internazionali di diritti umani hanno raccolto documenti e intervistato testimoni e nonostante i tentativi di bloccare il Rapporto da parte di Ruanda e Uganda l’Ohchr ha reso pubblico il documento in data 1 ottobre 2010. Evidenziando violazioni che «presentano schiaccianti elementi di genocidio», ma senza rivelare l’identità delle circa 200 personalità di spicco coinvolte nei crimini.

Nel marzo 2016, il dottor Denis Mukwege ha presentato all’Ohchr una lettera firmata da quasi 200 ong in cui si chiedeva la pubblicazione del database che identifica i principali responsabili dei crimini descritti nel «Mapping Report», ma l’Alto commissariato ha risposto che «la divulgazione al pubblico di queste informazioni potrebbe mettere in pericolo le vittime e i testimoni delle suddette violazioni». Mukwege è tornato sul tema durante la cerimonia in cui gli è stato conferito il Nobel per la Pace (10 dicembre 2018), ma i nomi non escono.

E COSÌ DA 25 ANNI la Regione dei Grandi Laghi è in balia del binomio violenza-sfruttamento. Eppure Mukwege continua a chiedere «la creazione di un tribunale internazionale per il Congo, che non deve restare un bastione dell’impunità». Lo stesso Papa Francesco nell’ultima enciclica Fratelli Tutti afferma che «gli accordi di pace sulla carta non saranno mai sufficienti. Occorrerà andare più lontano, includendo l’esigenza di verità sulle origini di questa crisi ricorrente. Il popolo ha il diritto di sapere che cosa è successo».
Senza questo diritto senza l’arresto dei responsabili non ci sarà pace in Congo e la morte dell’ambasciatore italiano svanirà come un fatto di cronaca.
(Fabrizio Floris* d Il Manifesto)

 

05 – Marco Revelli*: LE MACERIE NEL PASSAGGIO DI CONSEGNE TRA L’AVVOCATO E IL BANCHIERE L’ANALISI POLITICA . HA VINTO IL BLOCCO DI POTERE DI UN CAPITALISMO PARASSITARIO E SPECULATIVO, AGGREGATO INTORNO ALLA ”IMPRESA IRRESPONSABILE”, SUL MODELLO DELLE AUTOSTRADE DEI BENETTON

Le dimissioni di Nicola Zingaretti sono l’ultimo passaggio – drammatico – della reazione a catena innescata da Matteo Renzi quando ha dinamitato il governo Conte II. E insieme il segno dello sfacelo di un assetto istituzionale che nasconde le proprie macerie dietro il sorriso enigmatico – e vagamente minaccioso – di Mario Draghi.
Quel passaggio di consegne tra l’Avvocato (del popolo) e il Banchiere (dei potenti) non ha segnato solo un chiarissimo spostamento a destra dell’asse politico. Ha rilasciato anche uno sciame sismico che mina alla base il già precarissimo equilibrio del sistema politico, incrementando la tendenziale liquefazione di tutte lo forze che lo compongono. E può aprire la via ad avventure imprevedibili oggi (si pensi a quel 50% circa di elettori che nei sondaggi figurano come “incerti”, cioè privi di rappresentanza politica).
È stata, quella crisi di governo assurda e insieme logicissima, la vittoria del blocco di potere che costituisce il baricentro di un capitalismo fattosi in quasi un trentennio di declino arrogante e straccione. Un ceto parassitario e speculativo, aggregato com’è intorno a quella che Luciano Gallino aveva chiamato l’”impresa irresponsabile”, immaginata per intenderci sul modello delle autostrade dei Benetton.

Ci stanno dentro gli avvelenatori dell’Ilva, i pessimi manutentori del ponte Morandi, i tradizionali vincitori degli appalti di tutte le “grandi opere” devastatrici del paesaggio, gli immobiliaristi romani e i robber baron del capitalismo delle reti oltre che, sotto, molto sotto, il reticolo pulviscolare dell’economia molecolare padana, galleggiante solo grazie ai bassi salari e all’assenza di resistenza sindacale.

Sono loro i vincitori del 13 febbraio. Loro che avevano incominciato a picconare Giuseppe Conte prima ancora che entrasse a Palazzo Chigi, contestandone (ricordate?) il curriculum, preoccupati che il suo sguardo si posasse un pochino – poco poco, appunto – su quanto sta in basso. Loro che hanno sostenuto l’offensiva di Salvini per svuotare la pur debole spinta anti-establishment dei 5Stelle nella compagine giallo verde (epico il ribaltamento sul Tav Torino-Lione), e poi a lavorare per scavare la terra sotto i piedi a quella giallo-rossa chiedendo, fin dall’inizio della pandemia, di mettere l’economia al di sopra della salute. Sempre loro a usare il capitano di ventura Matteo Renzi nella mattanza finale… Facciamocene una ragione: l’Italia è questa cosa qui, nelle mani di questa gente qui.

In questo senso il gesto di Zingaretti ha un carattere esemplare: come ha scritto ieri Norma Rangeri, costituisce “la più cruda, eloquente rappresentazione” di cos’è oggi il Pd, ma anche di cos’è diventato il Paese. E’ un atto di onestà. O, meglio, di verità. Dà la dignità delle parole a ciò che ognuno di noi vede e ha visto ogni giorno. Pesa come un macigno il termine VERGOGNA, ed è difficile trovare espressione più calzante per i comportamenti di quel gruppo dirigente. E non solo di quello.

Esattamente due anni fa, il 17 marzo del 2019, Zingaretti aveva preso in mano un “partito morto” (così l’ha definito Cecilia D’Elia), svuotato da più di quattro anni di segreteria renziana: e in effetti come sarebbe stato possibile sopravvivere, con un corpo e con un’anima, per un partito che per quasi 1550 giorni si era dato anima e corpo a un simile avventuriero della politica? Tanto più che quel partito senz’anima, o con un’anima fragilissima, era nato, quando con sciagurato azzardo, nel 2008, Walter Veltroni aveva avviato la fusione fredda con la Margherita immaginando di farne il perno di un bipartitismo italiano spirato in culla.
A quel compito da rianimatore di terapia intensiva l’ultimo suo segretario si era applicato con buona volontà, anche se senza brillantissime idee, fino a dover scoprire, alla fine, l’inutilità di quell’accanimento terapeutico di fronte alla coriacea incapacità del partito di rapportarsi alla sofferenza diffusa, lacerante, di buona parte della popolazione o anche solo di includerla nel proprio orizzonte di pensiero.
Per una sorta di astuzia della ragione, che dissemina indizi anche se quasi mai vengono colti da chi dovrebbe, nello stesso giorno degli agguati a Zingaretti l’Istat ha rilasciato gli ultimi dati, terribili, sulla povertà assoluta. Versano in questa condizione, cioè non possono fruire del minimo indispensabile per “una vita dignitosa”, più di 5 milioni e mezzo di persone, quasi un cittadino su dieci. Un milione in più rispetto all’anno scorso, per la metà “operai o assimilati”, cioè titolari di un posto di lavoro che non gli permette comunque di vivere. E non sono stati ancora sbloccati i licenziamenti.
Chi rappresenterà questo bacino di sofferenza sociale nel tempo durissimo che ci aspetta? Chi li sottrarrà al fascino del demagogo di turno che li ammalia e tradisce? O alla dura legge della protezione in cambio di fedeltà, che è la tomba di ogni democrazia.

 

06 – PER RIDARE SENSO ALLA RAPPRESENTANZA POLITICA. RIFORMA ELETTORALE. UN SISTEMA PROPORZIONALE È CONDIZIONE NECESSARIA, SEBBENE NON SUFFICIENTE, PER DARE LA POSSIBILITÀ AI CONFLITTI CHE ATTRAVERSANO LA SOCIETÀ DI TROVARE UNA RAPPRESENTANZA REALE IN PARLAMENTO, di Gaetano Azzariti, Maria Luisa Boccia, Luigi Ferrajoli, Franco Ippolito, Livio Pepino*.

Si è appena costituito un anomalo governo di “salvezza nazionale” sostenuto dalla grande maggioranza delle forze politiche e si ricomincia, giustamente, a parlare, di riforma della legge elettorale. Non peraltro – come si era promesso nella campagna referendaria per la riduzione del numero dei parlamentari – in senso proporzionale ma insistendo nel riproporre soluzioni maggioritarie, già oggi rivelatesi inadeguate e pericolose.

È necessario e urgente ridare senso a una rappresentanza politica plurale, che pretende il confronto tra prospettive e programmi tra loro diversi. Altrimenti perché votare? È, dunque, tempo di mettere mano alle condizioni per il corretto funzionamento della dialettica democratica e delle istituzioni, gravemente compromesso dalla crisi della rappresentanza che coinvolge entrambi i lati del rapporto: i rappresentati non meno dei rappresentanti.

È alla costruzione di una società strutturata e vitale che si deve lavorare, dando piena dignità e ruolo adeguato all’associazionismo culturale e politico in tutte le sue diverse forme ed espressioni. Se non può farsi affidamento sulla capacità dei partiti di autoriformarsi, non si può neppure confidare sulla spontaneità dei soggetti sociali di farsi autonomamente valere. Senza partiti, o altre forme organizzate, la società civile è condannata a perdere forza ed efficacia politica.

Per perseguire un recupero del rapporto tra rappresentanti e rappresentati e per assicurare un corretto governo delle dinamiche sempre più delicate e conflittuali che attraversano il Paese, la strada da percorrere è un’altra.

Il primo passo è prevedere un sistema elettorale che eviti distorsioni, favorendo artificialmente alcune forze politiche a scapito di altre. Una legge elettorale pienamente proporzionale e che permetta a elettori ed elettrici di scegliere i propri rappresentanti non è la soluzione alla crisi della politica, ma ne rappresenta il presupposto.

L’approvazione di una legge siffatta toglierebbe ogni alibi a coloro che, da decenni ormai, sono stati portati a orientare l’intera propria azione politica al solo fine di governare senza rappresentare. L’ossessione di sapere “il giorno stesso delle elezioni” il nome dell’unico vincitore ha indotto diverse maggioranze parlamentari ad approvare leggi elettorali truccate, le quali alteravano a tal punto i risultati che alla fine è dovuta intervenire la Consulta per riportare un po’ d’ordine.

C’è voluto il giudice delle leggi per ricordare a tutti e tutte come la composizione delle Camere si deve fondare sul principio della rappresentanza democratica, la quale non può subire alcuna «alterazione profonda», poiché è su di essa che «si fonda l’intera architettura dell’ordinamento costituzionale vigente». Ma oggi si ricomincia come se nulla fosse accaduto.

L’essenza del voto nella nostra democrazia costituzionale non è la certezza dell’esito, bensì quello di permettere al popolo di scegliere i/le parlamentari affinché rappresentino, senza vincolo di mandato, la nazione nelle sue molteplici e complesse articolazioni. I partiti e i movimenti a forza di guardare solo a se stessi lo hanno dimenticato. Nessuna delle forze politiche, sempre alla ricerca di alleanze preelettorali insincere, strumentali a vincere ma non a governare, ha più curato con perseveranza e passione le necessarie alleanze sociali. Ma sono queste ultime che danno forza e sostanza all’azione politica dei diversi partiti, che si pongono tra loro in lotta per affermare ciascuno la propria visione del mondo attraverso le regole della democrazia parlamentare.

La retorica mainstream ha ripetuto per anni una palese falsità: bisogna costringere i partiti ad allearsi tra loro prima delle elezioni al fine di assicurare una mitica governabilità evitando la troppo breve durata dei Governi. È un’invenzione che non ha retto alla prova della realtà: è la litigiosità delle coalizioni – formate prima o dopo le elezioni – che ha continuato a rendere deboli i governi e breve la loro durata.

Quel che è mancato, allora, è altro. In Italia i governi sono deboli perché debole è la loro capacità di elaborare coerenti strategie e solidi programmi politici e ideali. Per questo un sistema elettorale proporzionale appare il più idoneo anche per cercare di ottenere il risultato di una maggiore stabilità dell’intera forma di governo.
Un sistema proporzionale è condizione necessaria, sebbene non sufficiente, per dare la possibilità ai conflitti che attraversano la società di trovare una rappresentanza reale in Parlamento. È poi al Parlamento che compete ‒ per Costituzione e per storia ‒ il compito di definire il compromesso politico e sociale tra forze realmente rappresentative, conferire la fiducia al governo, dare vita a un indirizzo politico condiviso ed espressione della sovranità popolare.
Sappiamo bene che il sistema elettorale non basta e che è necessario un rinnovamento profondo delle forze politiche in direzione delle persone e non del Palazzo, ma senza la sua adozione viene meno anche la speranza del cambiamento.
Per questo occorre aprire nel Paese un’ampia mobilitazione in favore di una riforma del sistema elettorale in senso autenticamente proporzionale.
(di Gaetano Azzariti, Maria Luisa Boccia, Luigi Ferrajoli, Franco Ippolito, Livio Pepino* , da Il Manifesto)

 

07 – DRAGHI LICENZIA ARCURI, FIGLIUOLO NUOVO COMMISSARIO COVID.
La giornata: Primo forte segno di discontinuità del nuovo governo Draghi. Il premier ha infatti “militarizzato” la macchina che si occuperà di gestire la campagna vaccinale di massa: congedato il commissario Arcuri, ha nominato al suo posto il Generale Figliuolo. L’avvicendamento arriva solo qualche giorno dopo un altro cambio di passo importante: quello alla Protezione Civile dove Borrelli ha lasciato il posto a Curcio. Insomma, il premier con questa doppia mossa ha lanciato un preciso messaggio su quanto reputa importante il piano vaccini e su come intende gestirlo. Anche perché le notizie sul fronte dei contagi non sono buone, il tasso di positività aumenta ancora così come ricoveri e terapie intensive, tanto che il primo Dpcm dell’era Draghi sarà ancora votato alla gestione di chiusure e nuove strette, soprattutto per quanto riguarda le scuole. Allargando lo sguardo oltre Manica, ci accorgiamo di quanto sia importante essere nell’Unione europea e soprattutto poter contare sul Recovery Fund: in Gran Bretagna sono costretti ad aumentare le tasse per far fronte alla crisi dei conti pubblici post Covid. La politica italiana vede ancora al centro la battaglia delle donne Pd per conquistare il posto da vicesegretario e al proposito abbiamo intervistato la Dem Giuditta Pini. Merita di essere segnalata la notizia che domani l’Arcigay si costituirà parte civile nel processo a carico del fratello di Maria Paola, uccisa perché amava un ragazzo trans.

 

08 – FARNESINA

a – in arrivo 400 unità di personale. Merlo : “Effetto delle nostre politiche al governo”
“La rivoluzione che come MAIE abbiamo portato avanti al ministero degli Esteri negli ultimi tre anni, continua a dare i suoi frutti”, sottolinea il Senatore Ricardo Merlo, presidente del Movimento Associativo Italiani all’Estero
La Farnesina ha indetto un concorso pubblico, per esami, per il reclutamento di complessive 400 unità di personale. Non accadeva da decenni. Sono gli effetti delle politiche portate avanti in questa legislatura dal Sen. Ricardo Merlo, presidente MAIE, Sottosegretario agli Esteri nel Conte 1 e nel Conte 2.
“La prima cosa che mi colpì una volta entrato alla Farnesina, fu l’assenza di giovani”, commenta l’ex Sottosegretario. “Per questo – spiega – fin da subito mi attivai per trovare i fondi necessari a consentire nuove assunzioni al ministero, soldi trovati – non senza sforzo – nelle ultime leggi di bilancio. Sono molto soddisfatto di sapere che presto altre 400 unità di personale contribuiranno ad agevolare e velocizzare il lavoro a favore degli italiani all’estero e del Sistema Italia nel mondo”.
Le assunzioni – tutte a tempo indeterminato – riguardano, in particolare, personale non dirigenziale. Si tratta di collaboratori di amministrazione, di area contabile e consolare, ma anche di tecnici per i servizi di informatica e telecomunicazioni.
“La rivoluzione che come MAIE abbiamo portato avanti al ministero degli Esteri negli ultimi tre anni, continua a dare i suoi frutti”, sottolinea il Senatore, che conclude: “L’auspicio è che la formazione di questo personale possa terminare prima possibile, perché c’è tanto lavoro da fare; i nostri connazionali, ovunque siano nel mondo, meritano di ricevere servizi consolari efficienti in tempi dignitosi. Noi, nel Parlamento italiano, continueremo a batterci per questo”.

b – Farnesina,
en breve 400 nuevos empleados. Merlo (MAIE): “Efecto de nuestras políticas en el gobierno”
“La revolución que como MAIE hemos llevado a cabo en el Ministerio de Relaciones Exteriores en los últimos tres años, sigue dando sus frutos”, subraya el Senador Ricardo Merlo, Presidente del Movimiento Asociativo Italiano en el Exterior
La Farnesina ha convocado un concurso público, por exámenes, para la contratación de un total de 400 funcionarios. No sucedía desde hace décadas. Estos son los efectos de las políticas aplicadas en esta legislatura por el Senador Ricardo Merlo, Presidente de MAIE, Subsecretario de Relaciones Exteriores en los gobiernos Conte 1 y Conte 2.
“Lo primero que me llamó la atención una vez que entré en la Farnesina fue la ausencia de jóvenes”, comenta el ex Subsecretario. “Por esta razón -explica- inmediatamente tomé medidas para encontrar los fondos necesarios para permitir nuevas contrataciones en el ministerio, dinero encontrado – no sin esfuerzo – en las últimas leyes presupuestarias. Me complace mucho saber que pronto otros 400 empleados ayudarán a facilitar y acelerar el trabajo a favor de los italianos en el exterior y del Sistema italiano en el mundo”.
Las contrataciones -todas a tiempo indeterminado- se refieren, en particular, al personal no directivo. Se trata de personal administrativo, contable y consular, pero también de técnicos para los servicios de informática y telecomunicaciones.
“La revolución que como MAIE, hemos llevado a cabo en el Ministerio de Relacione Exteriores en los últimos tres años, sigue dando sus frutos”, subraya el Senador, que concluye: “Estamos esperanzados en que la formación de este personal pueda terminar lo antes posible, porque hay mucho trabajo por hacer; nuestros compatriotas, dondequiera que estén en el mundo, merecen recibir servicios consulares eficientes con tiempos de espera razonables. Nosotros, en el Parlamento italiano, seguiremos luchando por esto

 

09 – Alfiero Grandi*. SFIDARE DRAGHI SUL FUTURO E SULLE SCELTE. IL GOVERNO DRAGHI È INSEDIATO E AL COMPLETO, QUINDI PUÒ OPERARE E ORA OCCORRE INCALZARLO PER VERIFICARE SE E IN QUALE MISURA CI SIANO DISPONIBILITÀ AD ASCOLTARE E A TENERE CONTO DELLE RICHIESTE CHE VENGONO DA ASSOCIAZIONI, DAI CITTADINI, DAL PAESE.
Naturalmente è lecito avere dubbi e anche qualcosa di più sulla reale capacità del nuovo governo di realizzare gli impegni presi di fronte al parlamento e al paese.
Vale la pena di insistere sull’esigenza di fondo di non restare in attesa ma di farsi sentire al più presto, di incalzare il governo, anche perché alcuni importanti impegni sono a scadenza molto ravvicinata. Se i tempi dovessero slittare l’Italia rischia di pagare un prezzo pesante in salute e nel futuro economico e sociale.
Incalzare, premere sul governo è anche il modo migliore per spingere le forze politiche che sostenevano il governo Conte a non restare in attesa. Nella fase di formazione del governo Draghi non c’è stata sufficiente attenzione, né un confronto sulle scelte tali da rendere visibile e chiaro il modo di stare nella maggioranza e nel governo di questo schieramento con forze di norma antagoniste.

QUESTO HA LASCIATO SPAZIO ALLA DESTRA E IN PARTICOLARE ALLA LEGA PER ALZARE LA VOCE, AD USARE TONI ALTISONANTI, ANCHE SE QUESTO ERA SOLO UN MODO EVIDENTE PER COPRIRE I VOLTAFACCIA IMPROVVISI SU ARGOMENTI DI FONDO.
Salvini in particolare ha subito dichiarazioni nette sull’Europa, sull’Euro, sulle alleanze internazionali che hanno stracciato in pochi minuti anni di sedizione leghista. Questo non basta, non è una soluzione durevole in sé, serve solo a ricordare che Salvini e la Lega debbono cercare di nascondere i loro voltafaccia clamorosi e cercano di farlo alzando la voce, minacciando e ringhiando, prendendosela con altri a partire dal Ministro Speranza, oggi più che mai nel mirino della destra, anche se non è l’unico.
La maggioranza del governo Conte non deve assopirsi, tanto meno disgregarsi, anche se il M5Stelle sta attraversando una crisi difficile i cui sbocchi sono per ora imprevedibili.
Tanto più che è evidente una distinzione di ruoli tra Governo e parlamento, con quest’ultimo destinato a poter svolgere un ruolo più autonomo ed impegnativo e non solo sugli argomenti che non sono nel programma del governo Draghi.

Pandemia. Per ora si avverte che le ragioni le difficoltà del governo Conte 2 sono le stesse del governo Draghi: mancano i vaccini, condizione essenziale per vaccinazioni di massa. Il ritmo di vaccinazione per ora è buono ma si esercita su una quantità di vaccini insufficienti a garantire il raggiungimento della soglia necessaria di immunità.
A questo proposito propongo di cassare la definizione immunità di gregge, anzitutto perché i cittadini non sono né possono essere paragonati ad un gregge, notoriamente subalterno, inoltre perché ci sono altre espressioni del tutto paragonabili che non hanno questo tono paternalistico verso i cittadini.
Le dichiarazioni della Commissione europea al venir meno dei vaccini promessi sono risultate inefficaci e nulla di concreto è stato fatto finora, se non minacce senza seguito, tanto che pare che lo stesso Draghi abbia alzato la voce contro le multinazionali che non mantengono gli impegni.
Se dovesse continuare questo stallo inutile prendersela con chi romperà il fronte europeo, che invece è stata una buona scelta per evitare concorrenze interne all’Unione, ma per sostenerla occorrono fatti. Difficile non vedere il parallelismo tra il buon andamento delle vaccinazioni negli Usa accelerate – giustamente – da Biden e in Gran Bretagna da Johnson di fronte all’aggravamento della pandemia. Multinazionali con sede negli Usa non possono non essere state influenzate dal governo USA e AstraZeneca (anglo-svedese) ha spiegato che l’impegno con la Gran Bretagna era precedente a quello con l’Unione, quindi una certa influenza del governo inglese c’è stata.
Comprensibile l’iniziativa straordinaria per immunizzare di questi paesi, ma anche per questo la Commissione europea deve decidere subito cosa intende fare. O è in grado di imporre l’arrivo dei vaccini promessi alle multinazionali oppure deve imporre, usando le regole internazionali in caso di pandemia (è in corso una raccolta di firme europea che chiede la sospensione dei brevetti e va sostenuta in tutti i modi) e sospendere i brevetti per il periodo necessario di fronte all’emergenza vaccini in Europa, per fronteggiare la pandemia aggravata dalle mutazioni e dalla loro pericolosità.

TUTTO NON SI PUÒ FARE, O SI DÀ PRIORITÀ ALLA SALUTE O SI RISPETTANO ASTRATTE REGOLE SUI BREVETTI.
Imitare la Gran Bretagna con una sola vaccinazione non è convincente, non solo comunque aumenterebbe di poco le vaccinazioni ma vorrebbe dire prendere atto di un fallimento degli accordi con le multinazionali che invece l’Europa ha tutte le condizioni per costringere a fare quanto è necessario con accordi o con metodi costrittivi. Senza trascurare che ci sono altri vaccini in arrivo e occorre decidere in fretta se sono buoni oppure no, ad esempio quello russo.
E’ un boccone duro da digerire per i liberisti ancora tanto forti in Europa ma la salute della popolazione europea viene prima di tutto. Whatever it takes, disse Draghi dallo scranno della BCE, ora deve ripeterlo con forza da Presidente del Consiglio, altrimenti la spinta propulsiva che voleva imprimere alle vaccinazioni per salvare vite e rimettere in moto l’economia non funzionerà. Ore, non settimane per decidere.
Il secondo punto decisivo su cui puntare è il PNRR. È stato fatto osservare che le decisioni che si prenderanno all’inizio di maggio dureranno fino al 2026 e decideranno del futuro economico e sociale dell’Italia e dopo la presentazione all’Unione non sarà possibile modificare granché.
Draghi ha fatto la scelta istituzionale di partire dall’ultima versione del PNRR presentata al parlamento e agli italiani (e alla Commissione) anche se non definitiva. Il significato di questa scelta non è del tutto chiaro, in ogni caso quel piano va cambiato a fondo, perché non ha la forza di progettare uno sviluppo diverso del nostro paese, né di essere lo strumento per rinsaldare il rapporto Nord/Sud, né di riuscire a inglobare nel futuro quella parte del paese che la pandemia ha gettato ai margini, divaricando condizioni sociali, redditi, ricchezze in modo esplosivo.
Il vulcano sociale ribolle. Occorre il pathos delle grandi scelte, dei momenti di svolta. Può essere che ad un certo punto il blocco dei licenziamenti non regga più, ma allora occorrono progetti nuovi all’altezza del progetto roosveltiano della Tennessee Valley, cioè lavoro creato ad hoc per unire la gestione della tragedia passata con la speranza di futuro. Poiché lo sviluppo innovativo richiede tempi e forza nel frattempo occorre riempire questo vuoto o dopo la crisi da pandemia verrà una nuova fase di crisi sociale ed economica senza speranza, con milioni di persone allo sbando e questo sarebbe un momento tragico per il futuro della nostra democrazia.
Per questo non si può sbagliare, il PNRR deve essere discusso, confrontato, recependo idee forti, cercando di arrivare alla speranza che tutti ce la caviamo, per parafrasare un bel libro.
È vero che contrariamente al passato occorrerà dedicare ben altra attenzione anche alla parte attuativa, che di solito è la parte più trascurata delle politiche dei governi. Basta guardare a quanti decreti attuativi siano tuttora da approvare dei provvedimenti dei governi Conte: un’enormità, e siamo ancora alle carte poi c’è il lavoro per attuare le decisioni.
Tuttavia prima di curare al meglio la procedura attuativa occorre discutere le scelte e queste non sono decisioni che possono assomigliare ai passi felpati tipici degli organi delle banche centrali e non solo. Occorre un dibattito politico pubblico sulle scelte. I partiti della maggioranza precedente vogliono occuparsi del futuro dell’Italia?
Draghi ha preso l’impegno di innovare, andiamo a vedere le carte e incalziamo con proposte che abbiano la necessaria radicalità e fondatezza realizzativa, a partire dalla scelta di una riconversione ambientale dell’economia e di un nuovo sistema energetico. Le banche hanno riverniciato parte delle loro scelte come solidali, alla prova finestra questo si è rivelato non vero. Ora si tratta dell’Italia e questo pericolo non possiamo permetterlo. Non possiamo consentire di riverniciare il vecchio perché non ci sarà una prova d’appello.
*(Alfiero Grandi da Jobsnews)

 

10 – Nicola Fratoianni * – NO, GLI INTERESSI DI BONOMI NON SONO QUELLI DEI LAVORATORI. SINISTRA ITALIANA HA VOTATO NO ALLA FIDUCIA METTERSI A DISPOSIZIONE DI QUELLA PARTE DI SOCIETA’ CHE E’ FUORI DAI RADAR DI QUESTO GOVERNO.
IL passaggio fra i due governi è stato accompagnato da narrazioni tossiche. Innanzitutto la poderosa campagna di delegittimazione di Giuseppe Conte, del suo governo e della sua maggioranza “irregolare”, capaci di ottenere un risultato storico in Europa sul Recovery fund, ma inadatti a gestire la programmazione e la spesa di quei fondi secondo buona parte della stampa italiana e un pezzo del mondo politico, con Matteo Renzi in testa. A cosa serviva la delegittimazione? A preparare il terreno al “governo dei migliori”, all’élite tecnica e culturale del Paese, che entra in campo per commissariare la politica incapace. Anche questo è parte della narrazione tossica: il ritornello del fallimento della politica, che ciclicamente ritorna, quando le decisioni della politica non piacciono ai manovratori.
E poi l’unità come dovere. Ne ha parlato il presidente del Consiglio Mario Draghi nel suo discorso al Senato ed è diventato un vero e proprio mantra del discorso pubblico. Utile a rappresentare come identitari o come traditori dell’interesse generale coloro che si oppongono. Ma di quale interesse parliamo? Non mi convince l’idea che di fronte alle conseguenze della pandemia siamo tutti sulla stessa barca. Ecco perché va ristabilita qualche verità.
Il No, mio e di Sinistra italiana, alla fiducia si basa essenzialmente su due elementi. Il primo ha a che fare con la caduta del precedente governo, che non è avvenuto per un incidente. Al contrario, come già detto, è stato un processo politico premeditato, con l’obbiettivo di rovesciare l’ordine delle priorità che la precedente maggioranza aveva stabilito, seppur a fatica. Il governo Sinistra italiana ha votato no alla fiducia per mettersi a disposizione di quella parte di società che è fuori dai radar di questo governo Draghi nasce quindi sotto un disegno politico ben diverso dal precedente.
In secondo luogo, il perimetro del nuovo governo è un caso unico in Europa, dove non esistono governi composti da tali maggioranze, nemmeno in nome della presunta unità nazionale. L’unità non è mai un dovere. Al contrario, il dovere della politica è prendere parte, sapendo costruire mediazioni e compromessi ma sempre ricordando che gli interessi ed i bisogni non sono indistinti. Non stanno insieme gli interessi della Confindustria di Bonomi che vuole sbloccare i licenziamenti con quelli dei lavoratori e delle lavoratrici.
Non è conciliabile chi considera il reddito un insopportabile spreco assistenzialista, col diritto alla dignità di precari, lavoratori poveri ed esclusi.
Così come non è possibile tenere assieme il disegno di legge di Alessandro Zan (contro omotransfobia e misoginia, ndr) con il medioevo sul corpo delle donne sognato dal senatore Simone Pillon .
Sui migranti poi, i primi segnali che possiamo valutare, direttamente dalle parole del presidente del Consiglio, non sono per nulla rassicuranti. E ulteriori elementi di preoccupazione arrivano su quel che non si dice: come si vuole affrontare la riforma fiscale?
Cosa si fa per i ristori alle categorie in difficoltà?
E ancora, che fine fanno i lavoratori delle “imprese da non finanziare”?
Mi pare che questo governo parli soprattutto ai , a chi può farcela surfando sulle dinamiche del mercato, cui si ritorna ad affidare il ruolo di regolatore della vita sociale ed economica. Proprio nel momento storico in cui è ampiamente dimostrato che il mercato non è solo inefficace, ma persino dannoso.
Per questo ci opponiamo. Non solo per tenere aperta una prospettiva, ma anche per segnalare un punto di vista diverso sulle cose del mondo e sui guasti che questo mondo ha provocato alla vita della maggioranza delle persone, per parafrasare Tony Judt. Perché è nel mondo, e non solo nelle istituzioni o addirittura dentro il perimetro del governo, che si misura la capacità della politica di farsi efficace per il destino di milioni di persone. E il No di Sinistra italiana è anche un messaggio, un mettersi a disposizione con le sue funzioni e con il suo ruolo per quel pezzo di società cui il governo sembra non parlare e non guardare.
(* L’autore – Nicola Fratoianni è segretario di Sinistra italiana e deputato di Liberi e uguali)

 

11 – Zuhair*: LA VISITA DEL PAPA IN IRAQ È STORICA MA RISCHIOSA. LA VISITA DI PAPA FRANCESCO IN IRAQ (DAL 5 ALL’8 MARZO) È STORICA, MA RISCHIOSA. STORICA PERCHÉ È LA PRIMA VOLTA CHE UN PAPA VISITA IL PAESE. RISCHIOSA, IN PARTICOLARE PER QUATTRO MOTIVI.

IN PRIMIS, un pericolo è rappresentato dalla diffusione dell’epidemia di covid-19 in un paese con un servizio sanitario carente. Il 5 marzo il ministero della sanità iracheno ha registrato 5.043 nuovi casi giornalieri di infezione, mentre la campagna vaccinale non è neppure cominciata.

Altro motivo di preoccupazione sono le forti tensioni tra l’Iran e gli Stati Uniti, con le loro ripercussioni sull’Iraq. Nel corso del secondo giorno della sua visita papa Francesco terrà un delicato incontro con il grande ayatollah Ali al Sistani nella città santa di Najaf. Agli occhi degli iraniani più suscettibili questo potrebbe sembrare come un riconoscimento di Najaf come riferimento religioso degli sciiti di tutto il mondo (e non della città iraniana di Qom e della guida suprema iraniana Ali Khamenei). Finora non ci sono stati commenti ufficiali di Teheran, ma milizie irachene fedeli agli Hezbollah iraniani hanno denunciato la visita dichiarando: “Attenzione alle macchinazioni che si nascondono dietro la facciata del dialogo interreligioso”, e l’hanno definita un “ulteriore passo verso la normalizzazione con Israele”. Appena quattro giorni prima della visita era stata attaccata la base militare di Balad, in rappresaglia contro il bombardamento statunitense delle postazioni filo-iraniane in Siria, al confine con l’Iraq. Nell’attacco un contractor statunitense è stato ucciso e molti altri sono rimasti feriti.
La scorsa settimana inoltre il gruppo Stato islamico ha ripreso le sue attività militari in molte città irachene, compresa Baghdad, prima tappa del viaggio del papa.
Infine un’altra tappa delicata nella visita del pontefice sarà il governatorato di Dhi Qar, dove è prevista una visita al sito archeologico di Ur, considerato la patria di Abramo, padre delle tre grandi religioni monoteiste. La città di Dhi Qar è il fulcro delle proteste cominciate nell’ottobre del 2019. Negli scontri tra manifestanti e forze di sicurezza sette persone sono state uccise e oltre quaranta ferite. Per accogliere il papa con un messaggio di pace, in un paese teatro di aspre divisioni, i manifestanti hanno deciso di sospendere le proteste. Un giorno prima dell’arrivo del pontefice i manifestanti protagonisti della “rivolta di Tishrin” hanno diffuso una dichiarazione in cinque punti in cui chiedono a papa Francesco di aiutarli a fermare le uccisioni e garantire la correttezza delle prossime elezioni previste a ottobre 2021.
Alla luce di tutti questi pericoli il governo sta facendo del suo meglio per salvaguardare la visita del papa. Una forza militare speciale appartenente al corpo presidenziale è arrivata nel governatorato di Dhi Qar per assicurarne la protezione nel corso della tappa nell’antica città di Ur. Lo sforzo è garantire la sicurezza del viaggio del pontefice come messaggio di pace in un paese con una lunga storia di guerre e divisioni sanguinose.
(Zuhair al Jezairy, giornalista, Traduzione di Francesco De Lellis)

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