7 novembre 2020 NEWS DAI PARLAMENTARI ELETTI ALL ESTERO ED ALTRE COMUNICAZIONI

01 – La Marca (Pd): chi vuole veramente la giornata nazionale per gli italiani nel mondo non metta ostacoli alla sua approvazione unitaria
02 – Schirò (Pd): governo e MEF si impegnano a rinegoziare l’accordo fiscale con la Bulgaria.
03 – La Marca (Pd): chiesto un incontro con l’assessore siciliano Scavone per discutere del rilancio dell’associazionismo regionale.
04 – Primo vertice tra i leader, la verifica può attendere. Governo. La fase due del virus impone di rinviare i nodi rimasti in sospeso. Sul tavolo i due miliardi del decreto Ristori bis in arrivo domani 05- Così Washington si gioca la faccia. E nel mondo c’è già chi ride sotto i baffi. Le reazioni di fronte caos post-voto. In attesa del verdetto, occhi puntati sul Paese ha nelle critiche alle elezioni altrui uno degli strumenti più affilati della sua politica di ingerenze.
06 – Lo sguardo radicale di Helen Keller per raccontare l’America. Intervista. Una conversazione con John Gianvito, regista di «Her Socialist Smile», sull’attivismo politico dell’intellettuale sordo-cieca.
07 – Pietro Ingrao «Alla speranza», autunno 1940 . Incontriamo la Speranza raffigurata nelle xilografie degli Emblemata che Andrea Alciato pubblica nel 1531. Ritroviamo la sua immagine nelle ricche edizioni del 1593 e del 1603 dell’Iconologia di Cesare Ripa


01 – LA MARCA (PD): CHI VUOLE VERAMENTE LA GIORNATA NAZIONALE PER GLI ITALIANI NEL MONDO NON METTA OSTACOLI ALLA SUA APPROVAZIONE UNITARIA. La proposta di legge sulla istituzione della Giornata nazionale per gli italiani nel mondo, per la quale nell’aula della Camera si è svolta la discussione generale, è tornata in commissione perché la deputata di Forza Italia del Nord e Centro America e quello della Lega non hanno concordato sulla data proposta del 27 ottobre. 5 NOVEMBRE 2020
Devo ricordare che la data del 27 ottobre, che richiama l’istituzione dell’AIRE, era stata proposta dagli uffici della commissione come una data di compromesso e di incontro tra le diverse soluzioni sul tappeto.
La posizione che si sostiene è quella di farla coincidere con la data della scoperta dell’America, alla quale è connesso il Columbus Day. Ho già dichiarato ripetutamente che considero ingiustificati gli attacchi che vengono rivolti soprattutto in USA al significato che la scoperta dell’America ha assunto nel tempo e, soprattutto, alla celebrazione dell’emigrazione italiana in USA, che è fatta di lavoro, di emancipazione e di contributo allo sviluppo di quel grande Paese.
Tuttavia, come firmataria del testo base sul quale la proposta è stata definita, ritengo sia un errore utilizzare la Giornata per gli italiani nel mondo, che per sua natura deve essere un’occasione di unanime riconoscimento dell’emigrazione italiana e di coesione dentro e fuori i confini nazionali, per prendere parte a una polemica divisiva e controproducente.
La Giornata, in questa maniera, nascerebbe con un segno di divisione, contraddicendo lo scopo che invece si prefigge. Tra l’altro, abbiamo bisogno di mandare un messaggio positivo a tutta l’emigrazione italiana, vecchia e nuova, in ogni parte del mondo, e non solo a quella pur importante presente negli Stati Uniti.
A QUESTO PUNTO, BASTA CON LE DIVISIONI E LE POLEMICHE.
Chi vuole la Giornata lo dimostri con un atteggiamento ragionevole e aperto e, soprattutto, con i fatti. Da parte mia, rivolgo un appello a tutti affinché, nel più breve tempo possibile, si giunga ad una soluzione condivisa, rinunciando a strumentalizzare una proposta che deve avere un solo obiettivo: rendere onore e rendere uniti gli italiani nel mondo, ovunque si trovino.
On./Hon. Francesca La Marca, Ph.D.
Circoscrizione Estero, Ripartizione Nord e Centro America

02 – SCHIRÒ (PD): GOVERNO E MEF SI IMPEGNANO A RINEGOZIARE L’ACCORDO FISCALE CON LA BULGARIA
AVEVO DENUNCIATO L’ANOMALIA DELLE CONVENZIONE CONTRO LE DOPPIE IMPOSIZIONI FISCALI TRA ITALIA E BULGARIA ENTRATA IN VIGORE NEL 1990, PER CUI CENTINAIA DI PENSIONATI ITALIANI INPS RESIDENTI IN BULGARIA SI VEDONO TASSATE LE LORO PENSIONI ALLA FONTE, E CIOÈ DALL’INPS IN QUALITÀ DI SOSTITUTO DI IMPOSTA, MALGRADO CHE L’ARTICOLO 16 DELLA CONVENZIONE STABILISCA CHE “LE PENSIONI PAGATE AD UN RESIDENTE DI UNO STATO CONTRAENTE SONO IMPONIBILI SOLTANTO IN QUESTO STATO”, CIOÈ QUELLO DI RESIDENZA.
3 novembre 2020
Avevo rilevato che l’anomalia consiste nel fatto che poter ottenere la detassazione alla fonte (come di norma avviene in virtù di quasi tutte le convenzioni fiscali stipulate dall’Italia) il pensionato Inps italiano residente in Bulgaria deve eccezionalmente avere anche la nazionalità bulgara (requisito complicato e anomalo). E avevo quindi chiesto l’intervento delle autorità competenti italiane con una interrogazione e con specifiche lettere alle autorità fiscali italiane.
Sebbene il problema non sia stato ancora risolto, il mio costante interessamento e i miei interventi hanno sensibilizzato il Governo e il MEF che si sono ora impegnati a riprendere i contatti con le competenti autorità bulgare al fine di discutere un possibile protocollo di modifica della Convenzione tra i due Stati contro le doppie imposizioni fiscali.
In particolare, è stato lo stesso direttore del Dipartimento Finanze della Direzione Relazioni Internazionali, Dott. Marco Iuvinale, il quale suffragando “l’anomalia” della convenzione nella parte che prevede l’obbligatorietà del possesso della nazionalità bulgara per poter essere considerati residenti fiscali in quel Paese ai fini della detassazione delle pensioni Inps erogate ai cittadini italiani ivi residenti, mi ha risposto che “in considerazione delle problematicità relative alla questione, e per quanto è di competenza della Direzione rapporti fiscali europei e internazionali del MEF, stiamo procedendo alla ripresa dei contatti con le competenti autorità bulgare al fine di discutere di taluni elementi tecnici concernenti la Convenzione”.
Ma anche il Ministero del Lavoro in risposta alla mia interrogazione aveva sostenuto che se da una parte l’INPS è tenuto ad applicare le disposizioni vigenti in quanto in materia fiscale assolve unicamente alle funzioni di sostituto d’imposta, dall’altra – nelle more di un’eventuale proposta di modifica del trattato esistente da parte dei competenti uffici del Ministero dell’Economia e Finanze, al fine di eliminare il possesso della cittadinanza quale requisito per essere considerato residente nella Repubblica di Bulgaria per l’applicazione della convenzione contro le doppie imposizioni – si adeguerà ad ogni diversa espressa indicazione da parte dei competenti uffici fiscali dando eventuale pronta esecuzione a “nuove modalità di valutazione delle domande di detassazione presentate dai pensionati italiani Inps residenti in Bulgaria”.
Si tratta, a mio avviso, di una presa di coscienza del problema e della volontà politica di trovare una soluzione soddisfacente per i nostri pensionati residenti in Bulgaria sulla scorta del disposto di tutti gli accordi fiscali stipulati dall’Italia che prevedono la tassazione delle pensioni Inps nel Paese di residenza.
A questo punto, considerato che i tempi per la modifica di una convenzione (anche se con un Protocollo aggiuntivo) possono essere lunghi e consapevole che i nostri pensionati residenti in Bulgaria hanno già pazientato a lungo per questa ingiusta vessazione fiscale, mi premurerò di vigilare e sollecitare il MEF a mantenere i propri impegni.
Angela Schirò
Deputata PD – Rip. Europa –
Camera dei Deputati

03 – LA MARCA (PD): CHIESTO UN INCONTRO CON L’ASSESSORE SICILIANO SCAVONE PER DISCUTERE DEL RILANCIO DELL’ASSOCIAZIONISMO REGIONALE novembre 2020
Ho chiesto all’Assessore alle politiche sociali e al lavoro della Regione Sicilia, Dott. Antonio Scavone, assieme alla collega deputata Angela Schirò e al collega senatore Francesco Giacobbe, un appuntamento per avere uno scambio di vedute sul modo come rilanciare il ruolo dell’associazionismo regionale nella promozione dei rapporti tra la grande famiglia siciliana presente nel mondo e la terra d’origine.

Siamo consapevoli dell’autonomia delle regioni in questo campo, ancor più di una regione a Statuto speciale come la Sicilia. Ma il fatto di avere comuni origini siciliane e di avere vissuto, direttamente e tramite le nostre famiglie, l’esperienza di emigrazione ci spinge a richiamare il valore fondamentale della presenza e dell’attività dell’associazionismo regionale.

Questa decisiva funzione contribuisce a rafforzare l’identità culturale di origine, a mantenere i legami con la Terra Madre, con beneficio degli scambi culturali, turistici e commerciali, e a consolidare una rete globale di riferimento capace di sostenere l’internazionalizzazione della Sicilia.
Oggi, l’associazionismo vive una fase di difficoltà e le Regioni hanno più limitate disponibilità finanziarie. E tuttavia, crediamo che ogni sforzo debba essere fatto prima di tutto per ringraziare i siciliani per la grande prova che hanno dato in emigrazione e poi per l’importante ritorno che il sostegno alla rete associativa può dare alla terra d’origine.
Confidiamo di potere dialogare di queste importanti prospettive direttamente con l’Assessore Scavone non appena le condizioni concrete di questa fase lo consentiranno.
On./Hon. Francesca La Marca, Ph.D.
Circoscrizione Estero, Ripartizione Nord e Centro America

04 – PRIMO VERTICE TRA I LEADER, LA VERIFICA PUÒ ATTENDERE. GOVERNO. LA FASE DUE DEL VIRUS IMPONE DI RINVIARE I NODI RIMASTI IN SOSPESO. SUL TAVOLO I DUE MILIARDI DEL DECRETO RISTORI BIS IN ARRIVO DOMANI, di Andrea Colombo
Il governo varerà oggi il decreto Ristori bis, per sostenere le categorie colpite dalle nuove chiusure seguendo le tracce di quello appena varato, ma anche integrandolo per includere gli esercizi esclusi dal Ristori uno. Lo stanziamento previsto è di un miliardo e mezzo: lieviterà quasi sicuramente a due e forse oltre. Non sarà però necessario un nuovo scostamento di bilancio. Basteranno gli avanzi dei fondi a copertura delle casse integrazione, da reintegrare poi l’anno prossimo. Lo scostamento arriverà al momento di varare la legge di bilancio, in dicembre, ma a quel punto inciderà sui conti del 2021.
COME GIÀ NEL CASO del primo Ristori i fondi saranno erogati direttamente sui conti bancari. Come suddividerli è più complesso. Bisognerà destinare aiuti maggiori alle zone rosse, integrare il sostegno a bar e ristoranti tenendo conto delle chiusure totali nelle zone rossa e arancione, includere le categorie che non figuravano nel precedente dl. Tra le ipotesi in campo, per accelerare il percorso, c’è quella di svincolare in prima battuta l’erogazione dal calcolo della perdita di fatturato, distribuendo i fondi come acconto da riconteggiare poi sulla base dell’effettiva perdita di fatturato.

La necessità di garantire «ristori» non solo sufficienti ma anche tempestivi è stato uno dei temi affrontati ieri dal vertice dei segretari di maggioranza con il premier, primo passo dell’annunciata «verifica». In un altro momento si sarebbe trattato di un evento. Per la prima volta Renzi e Crimi si siedono intorno allo stesso tavolo. Con loro Conte, Zingaretti e Speranza, che oltre ai panni di ministro e capodelegazione deve rivestire anche quelli di segretario di Leu. Meno di un mese fa, quando la parola «rimpasto» rimbalzava da un angolo all’altro dei Palazzi, sarebbe stato un appuntamento forse importante e certamente teso. Le cose sono cambiate. Nessuno in questa situazione oserebbe pronunciare la parola maledetta. Alla fine probabilmente il rimpasto arriverà, anche solo perché l’inadeguatezza di alcuni ministri si è pienamente evidenziata. Ma quando arriverà «la fine» al momento nessuno saprebbe dirlo.

Sul tavolo ci sarebbero innumerevoli altri temi, da Alitalia al Recovery Plan italiano al futuro dell’alleanza al Mes. Ma quasi tutti sono destinati a scivolare in fondo alla lista, spinti in basso dall’impeto di un’emergenza che il governo non riesce ad affrontare. Quanto al Mes, che sarebbe invece attualissimo, non se ne può parlare prima degli Stati generali dei 5S. Anche perché parlarne ora significherebbe inaugurare la verifica con un fallimento.
ALLA FINE SIGNIFICATIVA è più la riunione in sé che non i suoi scarni contenuti. L’evento permette a Renzi, il solo a insistere apertamente per la verifica, di rivendicare l’avvio del processo, a Zingaretti di aver iniziato a delineare i punti chiave, a tutti di ostentare una più o meno effettiva compattezza.
Anche sul tema Covid, il copione è scritto in partenza. In un momento simile si può uscire da un summit solo sfoderando unità e massima concordia. E se Zingaretti sprona Conte esortandolo a muoversi anche su altri piani oltre che su quello delle chiusure, tutto resta a porte chiuse.
UN CAPITOLO A SÉ riguarda i rapporti con l’opposizione. Uno spiraglio si è socchiuso anche se sulla effettiva possibilità che si trasformi in vero dialogo nessuno scommetterebbe. Nonostante la rissa scoppiata ieri a Montecitorio dopo che Lia Quartapelle, Pd, aveva denunciato l’«incredibile gestione» della crisi da parte del presidente Fontana, il Pd non intende dare la partita per persa. La destra fa muro con i presidenti di regione. «Chiudono in casa milioni di italiani sulla base di dati vecchi di 10 giorni senza garantire rimborsi», tenta l’affondo Salvini e stavolta tutto il centrodestra è sulla stessa posizione. La maggioranza non si barrica. Iv chiede a propria volta «chiarezza». Il capogruppo Pd Delrio annuncia di aver «sollecitato il ministro a venire a fornire questi dati in maniera trasparente». Speranza sarà a Montecitorio oggi. Si capirà subito se esiste o meno spazio per un improbabile dialogo tra maggioranza e opposizione.

05- COSÌ WASHINGTON SI GIOCA LA FACCIA. E NEL MONDO C’È GIÀ CHI RIDE SOTTO I BAFFI. LE REAZIONI DI FRONTE CAOS POST-VOTO. IN ATTESA DEL VERDETTO, OCCHI PUNTATI SUL PAESE HA NELLE CRITICHE ALLE ELEZIONI ALTRUI UNO DEGLI STRUMENTI PIÙ AFFILATI DELLA SUA POLITICA DI INGERENZE, di Roberto Zanini
Il tabù si infrange alle otto del mattino ora di Washington. «Palese abuso di potere», dichiara l’Osce. «Accuse senza fondamento contro presunte pecche del sistema, in particolare da parte del presidente anche nella notte elettorale, sono dannose per la fiducia nelle istituzioni democratiche». È la prima istituzione internazionale a reagire all’assalto che Donald Trump sta portando alle istituzioni democratiche del proprio paese.
Negli Stati uniti i ragionieri del voto contano e ricontano, i media di tutto il mondo aspettano col fiato sospeso, il presidente tuona contro brogli che vede solo lui e mobilita avvocati, ma nessun governo estero aveva ancora aperto bocca, nessuna entità sovranazionale aveva commentato lo show in corso alla Casa bianca. Fino all’Osce.
MICHAEL GEORG LINK è un tedesco del Baden-Württenberg, ha 57 anni, è stato deputato per il vecchio partito liberale Fdp, insomma è tutto tranne che un radicale. È uno dei massimi dirigenti dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (Osce), che con 57 stati membri è la più vasta organizzazione internazionale per la sicurezza. In particolare Link dirige la divisione «Istituzioni e diritti umani», quella che sorveglia le elezioni. Negli Usa ha un team di 30 persone – dovevano essere 500 ma a un mese dal voto la missione è stata ridotta all’osso, ufficialmente causa Covid – e annaspa tra le limitazioni del democratico paese nordamericano, in cui la presenza di osservatori stranieri è vietata dalla legge tranne che in un paio di stati. Ebbene, nessuno dei suoi ispettori superstiti ha segnalato alcuno dei problemi per cui Donald Trump accusa, si infuria, e minaccia sfracelli.
Trump denuncia i presunti brogli dalla East Room della Casa bianca (Ap)
Il resto del mondo osserva uno stupefatto silenzio, in parte perché non c’è ancora niente da commentare – tra un assalto di avvocati e una manifestazione di trumpisti armati, il conteggio dei voti per ora prosegue – e in parte perché è difficile e politicamente pericoloso commentare il paese-guida, che ha nelle critiche alle elezioni altrui uno degli strumenti più affilati della sua politica di ingerenze. C’è un’autorità morale nordamericana che, vera o presunta, inibisce le voci dell’Occidente. È quella autorità ad essere in gioco.
Trump rischia di perdere solo le elezioni, ma gli Stati uniti rischiano di perdere la faccia.
Tra i pochi commenti all’indecoroso spettacolo offerto da The Donald c’è il Beijing News, giornale controllato dal Partito comunista cinese: «Non importa chi vince, la società americana non riuscirà più a tornare quella che è stata». Sempre in Cina il tabloid nazionalista Global Times ha scritto mercoledì che «le profonde divisioni contraddicono i valori democratici». E mentre in Russia il governo si limita a chiedere che «i voti siano contati correttamente», il canale di stato RT parla di «immagine sinistra della democrazia Usa».
L’ex ministro degli Esteri della Gran Bretagna Jeremy Hunt ha detto alla Bbc che questa vicenda «metterà un sorriso sulla faccia di presidenti come Putin o Xi Jinping». Superpotenze a parte, in tutti e cinque continenti ci sono cancellerie che ridono sotto i baffi, e altre – come il Brasile – in cui il metodo Trump potrebbe essere esportato. Eduardo Bolsonaro, figlio deputato del presidente di ultradestra, ha detto alla Folha de São Paulo: «Quello che succede lì si può ripetere qui».
L’EPISODIO PIÙ RECENTE è la Bielorussia, dove gli Usa non hanno riconosciuto l’elezione di Alexander Lukashenko. Ma senza andare lontano, nell’ottobre del 2019 in Bolivia gli Stati uniti giudicarono illegittima l’elezione di Evo Morales e, con un aiuto dell’Organizzazione degli Stati americani, favorirono il colpo di stato che costrinse Evo a fuggire in Argentina (Morales aveva da tempo espulso l’ambasciatore americano e ogni altro rappresentante di Washington, dalla Dea alla Cia).
Nelle prime ore di mercoledì, l’ambasciatore americano in Costa d’Avorio Richard Bell ha reso pubblico un comunicato in cui condannava «le violenze del periodo elettorale» e chiedeva ai leader politici del paese (più che altro al presidente Ouattara, rieletto col 94%) di «mostrare il loro impegno nei confronti del processo democratico e dell’autorità della legge».
Un pugno di ore prima, Donald Trump era apparso alla Casa Bianca strillando frode, brogli e Corte suprema. Processo democratico e autorità della legge? E chi se ne frega.

06 – LO SGUARDO RADICALE DI HELEN KELLER PER RACCONTARE L’AMERICA. INTERVISTA. UNA CONVERSAZIONE CON JOHN GIANVITO, REGISTA DI «HER SOCIALIST SMILE», SULL’ATTIVISMO POLITICO DELL’INTELLETTUALE SORDO-CIECA , di Giovanna Branca
«Il Paese è governato per i più ricchi, per le corporation, i banchieri, gli speculatori terrieri, e gli sfruttatori del lavoro». Le parole di Helen Keller, risalenti a oltre un secolo fa, sembrano raccontare il mondo di oggi. «È questa la ragione principale per cui ho fatto il film», spiega John Gianvito a proposito del suo Her Socialist Smile – presentato nei giorni scorsi alla Viennale – in cui ripercorre il fervente credo socialista della celebre intellettuale sordo-cieca statunitense. Nell’immaginario collettivo, la sua figura emerge dalla narrazione di Anna dei miracoli, ed è definita dal suo impegno per i disabili – ma quelli che lei definiva «gli occhi della mente» l’avevano portata a vedere molto oltre e più in profondità il mondo che la circondava – e quello a venire.
COME HA DECISO DI FARE UN FILM SU HELEN KELLER?
Circa 21 anni fa, leggendo dei testi dello storico radicale Howard Zinn, ho scoperto che Helen Keller era stata un’ardente socialista. Ne ho cercato le prove, e le ho trovate in alcuni dei suoi discorsi. Sono rimasto profondamente colpito da quanto fossero rilevanti rispetto al momento storico attuale, come se fossero stati scritti quella stessa settimana. La maggior parte degli studenti qui negli Stati uniti impara la storia di come la giovane sordo-cieca Helen Keller ha imparato a leggere e parlare grazie all’impegno «miracoloso» della sua insegnante Anne Sullivan. Ma cosa poi Keller abbia letto, scritto e detto è significativamente omesso dalle narrazioni ortodosse della sua storia. Così ho cominciato a esplorare la possibilità di fare un cortometraggio che delineasse questa dimensione poco conosciuta della sua vita. Ma dopo mesi di ricerca archivistica non ero stato in grado di trovare alcun film, materiale fotografico o audio che documentasse l’attivismo politico di Keller. Era un fatto particolarmente strano, soprattutto se si pensa che all’epoca era una delle donne più famose al mondo. Poi sono venuto a conoscenza dei molteplici incendi che hanno distrutto molti dei suoi materiali e il progetto di fare un film non mi è più parso possibile. Infine tre anni fa il pensiero di questo progetto è riemerso. Una voce nella mia testa mi diceva: «Volevi fare un film sulla donna sordo-cieca più famosa al mondo, non hai immagini né suoni, e questo è in realtà un interessante problema creativo a cui non dovresti sottrarti». Il modo in cui ho «risolto» il dilemma della scarsità di materiali archivistici tradizionali rappresenta l’esperienza stessa del film. Con Her Socialist Smile non desideravo semplicemente correggere un’omissione storica nella biografia di Keller. Come Howard Zinn, sono interessato alla Storia nella misura in cui ci aiuta a pensare al presente, a costruire una strada migliore verso il futuro.
Le convinzioni socialiste di Keller sembrano ancor più stigmatizzate nell’America di oggi di quanto non lo fossero più di un secolo fa, quando ci si poteva apertamente definire socialisti e aspirare a ricoprire cariche pubbliche.
«La parola socialismo è uno spauracchio che i repubblicani hanno scagliato contro ogni progresso fatto dal popolo negli ultimi vent’anni». Non sono parole mie: le ha pronunciate il presidente Truman nel 1952. È senz’altro vero che negli ultimi decenni il concetto di socialismo è stato distorto, al punto che molti politici conservatori impiegano il termine come se dovessimo considerarlo per sua natura peggiorativo. La strategia è sabotare una visione del mondo in cui, con le parole di Keller, «il benessere di ciascuno è legato al benessere di tutti». Ma nonostante tutti questi sforzi per denigrare il significato originario della parola, negli ultimi anni qui negli Usa abbiamo visto crescere la popolarità di figure dichiaratamente socialdemocratiche, come dimostra il caso di Bernie Sanders o l’elezione di parlamentari come Rashida Tlaib in Michigan e Alexandria Ocasio-Cortez a New York. E ripensando alla travolgente ascesa del movimento Occupy è evidente come sia montata una vasta insoddisfazione nei confronti del cosiddetto capitalismo del libero mercato. Anche se si tratta solo di un sondaggio, nel 2019 Axios/Harris ha stabilito che circa il 49% dei giovani statunitensi preferisce un sistema socialista a uno capitalista. E se ciò mi dà un po’ di ottimismo, questi restano per me ideali fondamentali per cui battersi anche se non si vede un progresso all’orizzonte.
Per Keller, il movimento femminista, la lotta di classe e quella razziale erano strettamente collegate. È una consapevolezza che è andata perduta nel discorso politico attuale?
Nel corso degli ultimi 10 anni il concetto di intersezionalità ha acquisito un notevole seguito qui negli Usa. Definibile come la natura interconnessa delle categorie sociali di genere, razza e classe, il termine è attribuito alla docente di giurisprudenza Kimberlé Crenshaw, che lo descrive come un «prisma da cui osservare il modo in cui le varie forme di ineguaglianza operano congiuntamente e si acuiscono a vicenda». Anche se non si serviva di questa parola, mi pare chiaro dagli scritti di Keller che fosse consapevole di queste connessioni, e che avesse letto Marx. La pressione perché Joe Biden scegliesse non solo una candidata donna alla vicepresidenza, ma anche nera, è a mio parere un’indicazione ulteriore che la consapevolezza di questi rapporti non è andata perduta.

«Her Socialist Smile» è anche una riflessione sulle parole e il loro potere. Sullo schermo le parole di Helen Keller appaiono come lunghi intertitoli, mentre altre volte vengono pronunciate dall’attrice Carolyn Forché. Come ha lavorato per portare il suo discorso politico al cinema?
Anche se Keller teneva periodicamente dei discorsi pubblici, comunicava con il mondo principalmente attraverso la parola scritta, e inoltre è attraverso la parola stampata che lei stessa coglieva gran parte di ciò che accadeva intorno a lei e nel mondo intero. Mi sembrava quindi appropriato fare esperienza delle sue parole concentrandosi, in silenzio, senza sentire il bisogno di immagini che catturino l’attenzione come accade nella maggior parte dei documentari storici.
Le immagini del film hanno una qualità tattile, e in qualche modo ci accompagnano in quella che Keller diceva essere la sua attività preferita: passeggiare nei boschi.
Leggendo le sue autobiografie ho scoperto quanto intensamente amasse passare del tempo da sola in mezzo alla natura. La sua capacità nel descrivere questa esperienza, in assenza di vista e udito, era straordinaria. Ad esempio questo passaggio di Midstream: «Avevo sempre amato le meraviglie della natura; ma non avevo neanche sognato l’abbondanza di piacere fisico in mio possesso finché non mi sono seduta e ho cercato di esprimere a parole i merletti di ombre sulle foglioline, le ali velate degli insetti, il mormorio della brezza, i palpitanti tremolii dei fiori, il respiro leggero del petto di una colomba, i filamenti sonori dell’erba agitata dal vento, e i fili delle ragnatele che si fanno e disfano senza sosta». La scoperta di questo aspetto del mondo interiore di Keller ha stabilito una connessione profonda con il mio spirito, e ha aperto una porta cinematografica attraverso la quale rapportarmi al film, specialmente perché per me il nostro rapporto con la natura ha una dimensione intrinsecamente politica.
Cosa pensa di quello che sta accadendo in questi giorni con le elezioni presidenziali, e del rifiuto di Trump di accettare il risultato se non dovesse essere il vincitore?
Virtualmente nulla di ciò che fa Donald Trump mi sorprende. Quando una persona è completamente priva di scrupoli morali, tutto è possibile. E tragicamente, questo individuo maligno e spregevole continua ad avere una vasta schiera di sostenitori. Se da un lato il testa a testa dei risultati elettorali mi sorprende e mi sgomenta, tutto questo va considerato anche attraverso la lente del nostro arcaico sistema del collegio elettorale. Con tanti voti ancora da conteggiare, il ticket Biden-Harris ha già diversi milioni di preferenze in più nel voto popolare. Sfortunatamente, mi aspetto ancora tanta divisione nei giorni, mesi, e anni a venire. La lotta continua.

07 – PIETRO INGRAO «ALLA SPERANZA», AUTUNNO 1940 . INCONTRIAMO LA SPERANZA RAFFIGURATA NELLE XILOGRAFIE DEGLI EMBLEMATA CHE ANDREA ALCIATO PUBBLICA NEL 1531. RITROVIAMO LA SUA IMMAGINE NELLE RICCHE EDIZIONI DEL 1593 E DEL 1603 DELL’ICONOLOGIA DI CESARE RIPA. Un tratto le è regolarmente conferito: d’esser cioè intenzionata la speranza a un accrescimento di opportunità favorevoli, da mettere in mora e neutralizzare impedimenti, mancanze e dolori attuali. Un tratto della speranza resa in allegoria è convalidato dalla rappresentazione che ne fa in una elegia Tibullo (II, 6, 21-22): «la speranza affida ai solchi arati/i semi perché il suolo li restituisca a usura», di Alberto Olivetti
Bene, così, ce la descrive Ripa: «Una fanciulletta allegra, con un vestito longo e trasparente e senza cingersi, tiene con dui dita della mano un’erba di tre foglie, e con l’altra mano s’alza la veste, e par che camini in punta di piedi». Verde è il colore della sua veste perché, aggiunge Ripa: «L’erba chiamata trifoglie è quella prima erba che nasce dal grano seminato, e questo è quello che si chiama il verde della speranza». Giacché sempre, la speranza, quando e finché è viva, («mentre che la speranza ha fior del verde» nelle parole di Dante), si dà come lo spuntare d’un primo fragile sboccio, e, se viene meno e cade, cede il campo, così dicevano i Romani che la venerarono, ai suoi fratelli: il Sonno, che sostenta i dolori dell’uomo, e la Morte, che li annulla. Molti, credo, rivolgono oggi, in epoca di crudele pandemia, un pensiero alla speranza. Sono, questi dell’autunno del 2020, le quotidiane notizie delle morti che il contagio semina nel mondo, giorni di diffuso dolore.
Nell’autunno di ottanta anni fa, nel 1940, da dodici mesi l’Europa in guerra e, dal giugno, in armi l’Italia che è scesa nel conflitto, una grande inquietudine si diffonde e una cupezza, che le fanfare non sciolgono. Sembra allontanarsi ogni ragionevole speranza nel futuro che incombe. A Roma, un giovane uomo appunta su due foglietti certi suoi versi, per poi dimenticarli. Sono versi intitolati Alla speranza, stilati da Pietro Ingrao, al tempo venticinquenne. Li ho ritrovati fra vecchie sue carte manoscritte che trattano delle Myricae di Giovanni Pascoli, contengono appunti sulle liriche di Frantumi di Giovanni Boine, e considerazioni sull’Esame di Renato Serra. Su un foglio strappato leggo: «Perché io mi abbandono ad una vena e poi tutt’a un tratto la tronco, la considero con severità, la stacco quasi da me, la ripudio? È cosa di quasi ogni nostra quotidiana esperienza. Pare che per l’arte sia utile, necessario, questo modo di essere e c’è una qualche verità nascosta. Pare. Rifletterci».
Trascrivo qui, di seguito, la lirica Alla speranza, senza commento. «Ora che tu sei morta e cadono su me/i segni del buio,/aspetterò il sonno./Nemmeno il sonno ci appartiene./Poiché/anche nel sonno/segni non nostri,/mondo che non volemmo,/ci possiederanno,/tenteremo il lamento./Ma nel lamento la musica:/tu non sei morta,/consolaci.//Aspetteremo nel sonno il domani, in quell’altro/costretto mondo aspetteremo/l’alba, il suono della campana/che non toccammo:/la nascita. O la morte.//Perché ci lamentiamo della morte,/se non ci lamentiamo/della sigaretta che si spegne/del vento e della luce./Non demmo vita all’albero,/non nacque dalla nostra/luce la luce,/su quella fronte/non segnammo il sopracciglio.//Battaglia di notte è la battaglia nostra./Continueremo a fuggire?/a piangere l’atto/che non compimmo,/a cercar l’atto da compiere,/nostre compagne ancora/le immagini di ieri?/Ancora, senza vederlo, si leverà/il compagno dimenticato,/il noi che fummo o/non fummo/a guidarci con la mano/invisibile.//In altro tempo/impareremo a dubitare dell’ingenua/favola che ti dice moritura./Quando/spezzato il filo che ci tiene/calasse/l’impossibile, il nulla,/nasceremo ad un altro mondo.//Guarderemo a noi come/all’albero di cui non si piange/la morte. Amen. Segno/che vivi, speranza//Se nulla è mio,/non la luce,/non la pace,/non il sonno,/se nemmeno il dolore è mio,/tu sei dell’uomo, o speranza./Questo è il mio saluto/oggi, in questo inizio di notte,/quando sembri morire,/saluto l’oscuro dio che ti volle».

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