20 Giugno 2020 – NEWS DAI PARLAMENTARI ELETTI ALL ESTERO ED ALTRE COMUNICAZIONI.

01 – Schirò (Pd): il “family act” è un investimento per il futuro dell’Italia. Ci sono solo 8 articoli nel “Family Act”, un disegno di legge Delega approvato nei giorni scorsi dal Consiglio dei Ministri, ma i contenuti sono qualitativamente importanti. Si tratta di uno strumento legislativo concepito per conciliare la famiglia al lavoro, con particolare riguardo alle donne.
02 – Schirò (Pd): prorogata al 31 luglio la domanda per il reddito di emergenza.
03 – La Marca (Pd): sul riconoscimento delle patenti di guida tra Italia e Canada il tempo è passato. si giunga al più presto a una conclusione “.
04 – Che fine hanno fatto Greta Thunberg e Bernie Sanders? Chi osserva lo scenario pandemico dovrebbe chiedersi che fine hanno fatto Greta Thunberg e Bernie Sanders
05 – Dentro e fuori dal palazzo.
06 – Le persone in fuga sono raddoppiate rispetto al 2010 Migranti, rapporto Unhcr: nel 2019 record di 79,5 milioni di rifugiati nel mondo Una persona ogni cento nel mondo è in fuga da conflitti, persecuzioni e violenze
07 – IN AMERICA. LIBRI DA UN MONDO IN RIVOLTA. Il razzismo endemico, la paura quotidiana dei neri di finire nel mirino della polizia senza motivo, l’ultimo rap che estetizza lo stile di vita delle gang. E la sana rivolta.
08 – America che passione.
09- Spagna | Italiani all’estero, Giuseppe Carlostella coordinatore del MAIE per le Isole Baleari

 

01 – SCHIRÒ (PD): IL “FAMILY ACT” È UN INVESTIMENTO PER IL FUTURO DELL’ITALIA. CI SONO SOLO 8 ARTICOLI NEL “FAMILY ACT”, UN DISEGNO DI LEGGE DELEGA APPROVATO NEI GIORNI SCORSI DAL CONSIGLIO DEI MINISTRI, MA I CONTENUTI SONO QUALITATIVAMENTE IMPORTANTI. SI TRATTA DI UNO STRUMENTO LEGISLATIVO CONCEPITO PER CONCILIARE LA FAMIGLIA AL LAVORO, CON PARTICOLARE RIGUARDO ALLE DONNE. 16 GIUGNO 2020

Una riforma integrata per le politiche familiari con un importante investimento del nostro Governo che va dall’assegno unico universale agli incentivi per il lavoro femminile, dal sostegno al lavoro all’istruzione universitaria, dai congedi parentali all’istruzione per i figli minorenni. Insomma un disegno organico di misure pensate per le famiglie con figli.
Si tratta, dal mio punto di vista, di una iniziativa moderna e progressista che ha l’obiettivo – di cui si parla da tempo ma finora con scarsi risultati – di sostenere la genitorialità e la funzione sociale ed educativa delle famiglie, contrastare la denatalità, valorizzare la crescita dei figli, e favorire la conciliazione della vita familiare con il lavoro, in particolare quello femminile.
Il disegno di legge delega impegna il Governo a: – istituire un assegno universale mensile per ogni figlio a carico fino all’età adulta, senza limiti di età per i figli con disabilità; – rafforzare delle politiche di sostegno alle famiglie per le spese educative e scolastiche, e per le attività sportive e culturali; – riformare i congedi parentali, con l’estensione a tutte le categorie professionali e congedi di paternità obbligatori e strutturali; – introdurre incentivi al lavoro femminile, dalle detrazioni per i servizi di cura alla promozione del lavoro flessibile; – assicurare il protagonismo dei giovani under 35, promuovendo la loro autonomia finanziaria con un sostegno per le spese universitarie e per l’affitto della prima casa.
Questa iniziativa legislativa mi sembra un gran salto di qualità in termini sociali e concettuali e un cambiamento epocale del welfare state perché fino ad ora in Italia la politica familiare si è basata su un modello di sussidiarietà allargata, ovvero nella famiglia sono state riposte aspettative di solidarietà, che vedono in primis le donne prendersi cura della casa e dei figli (nonché di eventuali genitori anziani o persone diversamente abili), nonché dei lavori domestici.
Il welfare state per la famiglia in Italia è stato sempre improntato ad un modello che sostiene più gli anziani (pensionati) che le famiglie (con figli); la redistribuzione delle risorse italiana va appunto nella direzione delle pensioni, mentre la quota destinata alla famiglia è ancora esigua. La situazione italiana è peraltro tipica dei paesi mediterranei, che spendono poco sia per i trasferimenti monetari che per i servizi di cura, considerando tali spese come un costo e non come un investimento nel futuro del Paese.
Ecco questo disegno di legge sembra essere invece un investimento per il futuro del Paese.
Angela Schirò – Deputata PD – Rip. Europa – Camera dei Deputati

 

02 – SCHIRÒ (PD): PROROGATA AL 31 LUGLIO LA DOMANDA PER IL REDDITO DI EMERGENZA. 17 GIUGNO 2020. IN DEROGA A QUANTO PREVISTO DALLA LEGGE ISTITUTIVA DEL REDDITO DI EMERGENZA LE DOMANDE PER TALE PRESTAZIONE POSSONO ESSERE PRESENTATE ENTRO IL 31 LUGLIO 2020 INVECE CHE ENTRO IL 30 GIUGNO 2020.
Lo stabilisce il Decreto Legge n. 52 entrato in vigore il 17 giugno u.s. L’Inps ha inoltre comunicato che si può chiedere il REM anche tramite CAF (oltre che tramite canale diretto Inps e patronati).
La decisione del Governo di prorogare i termini della presentazione della domanda e di concedere più tempo alle famiglie per l’invio dell’istanza è stata presa in considerazione della precaria situazione economica e occupazionale.
Non cambia invece la durata dell’aiuto economico, che sarà riconosciuto per due mesi, per un importo pari ad un minimo di 400 euro e fino ad un massimo di 840 euro. Ovviamente l’invio della domanda a luglio sposta di un mese la data di riconoscimento della somma complessivamente dovuta e presumibilmente il secondo bonifico verrà pagato nel mese di agosto, salvo nuove disposizioni da parte dell’INPS.
Ricordo a tutti gli italiani che sono rientrati dall’estero ed erano iscritti all’AIRE che non è richiesto ai fini del diritto al REM alcun requisito minimo di residenza in Italia, a differenza del Reddito di cittadinanza per cui è necessario aver risieduto in Italia nei due anni immediatamente precedenti alla domanda.
Angela Schirò – Deputata PD – Rip. Europa – Camera dei Deputati – Piazza Campo Marzio, 42 – 00186 ROMA Tel. 06 6760 3193 – Email: schiro_a@camera.it – angela-schiro.com

 

03 – LA MARCA (PD): SUL RICONOSCIMENTO DELLE PATENTI DI GUIDA TRA ITALIA E CANADA IL TEMPO È PASSATO. SI GIUNGA AL PIÙ PRESTO A UNA CONCLUSIONE “SULLA QUESTIONE DEL RECIPROCO RICONOSCIMENTO DELLE PATENTI TRA ITALIA E CANADA, DOPO AVER SCRITTO AL MINISTERO DEGLI ESTERI PER CONOSCERE LO STATO DELLE COSE, HO RIVOLTO UNA NUOVA SOLLECITAZIONE ALLE AUTORITÀ ITALIANE E DEL QUÉBEC AL FINE DI PERVENIRE NEL PIÙ BREVE TEMPO POSSIBILE A UNA SOLUZIONE CONCLUSIVA.
Sono costanti e numerose le richieste che arrivano in tal senso da nostri connazionali che si trovano in Canada e anche da canadesi che risiedono in Italia. 18 GIUGNO 2020
Purtroppo, la visita programmata da una delegazione del Québec per la fine di novembre, rivolta a definire gli ultimi dettagli, è slittata e poi è rimasta bloccata dalle misure di fermo adottate per il Coronavirus. Appena possibile, sarebbe il caso di riprogrammarla e realizzarla.
Allo stesso tempo, mi risulta che un’ulteriore bozza di accordo è stata inviata dall’Italia a fine febbraio alle autorità del Québec e quindi mi auguro che la risposta possa arrivare, augurabilmente in termini positivi, nel più breve tempo possibile
Il tempo dovuto è già passato, sicché spero che questa lunga vicenda giunga finalmente a soluzione. In ogni caso, come è già avvenuto in questi anni, la mia attenzione e la mia presenza sulla questione resteranno costanti”.
On./Hon. Francesca La Marca, Ph.D. – Circoscrizione Estero, Ripartizione Nord e Centro America – Electoral College of North and Central America

 

04 – CHE FINE HANNO FATTO GRETA THUNBERG E BERNIE SANDERS? CHI OSSERVA LO SCENARIO PANDEMICO DOVREBBE CHIEDERSI CHE FINE HANNO FATTO GRETA THUNBERG E BERNIE SANDERS. SE SI ESCLUDONO LE POCHE RIGHE CON CUI THUNBERG SI DICE CONVINTA DI ESSERE SOPRAVVISSUTA AL COVID-19, SI SENTE PARLARE POCHISSIMO DEL MOVIMENTO MOBILITATO DALLA SUA PROTESTA. QUANTO A SANDERS, NONOSTANTE ABBIA INVOCATO MISURE (COME LA COPERTURA SANITARIA UNIVERSALE) CHE OGGI, DURANTE L’EPIDEMIA, SONO RICONOSCIUTE COME NECESSARIE IN TUTTO IL MONDO, ANCHE LUI NON SI VEDE O SENTE PIÙ DA NESSUNA PARTE.
Perché l’epidemia di covid-19 ha avuto quest’effetto su figure politiche che hanno programmi e intuizioni più attuali che mai?
Negli ultimi mesi, il tema del covid-19 ha totalmente eclissato le preoccupazioni ambientali ed è stato a sua volta eclissato nelle ultime settimane dalle proteste antirazziste che si sono diffuse dagli Stati Uniti a tutto il mondo.
LEGAMI FONDAMENTALI – La cruciale battaglia ideologica e politica in corso in questi giorni riguarda il legame tra questi tre ambiti: epidemia di covid-19, crisi ambientali, razzismo. L’establishment preme perché restino separati, e suggerisce addirittura che siano in contrasto tra loro. Sentiamo dire che il nostro compito principale ora è di far ripartire l’economia, e che di conseguenza dovremmo disinteressarci un po’ dei problemi ambientali. Sentiamo dire che le rumorose proteste antirazziste spesso violano le norme di distanziamento sociale, e dunque contribuiscono al contagio, e così via.
Per opporsi a questi ragionamenti è necessario sottolineare i legami fondamentali tra questi ambiti: l’epidemia scoppia nel quadro delle nostre squilibrate relazioni con l’ambiente naturale, non è solo un problema sanitario; le proteste antirazziste sono rafforzate dal fatto che le minoranze sono più minacciate dall’epidemia rispetto alla maggioranza bianca, che può permettersi l’autoisolamento e migliori cure mediche. Perciò stiamo facendo i conti con crisi che esplodono come parti di una stessa dinamica del capitalismo: tutte e tre – epidemia, proteste antirazziste, crisi ambientali – non solo erano previste, ma ci accompagnavano già da decenni.
Quanto alle proteste antirazziste, alla domanda “perché otto anni di Obama non sono riusciti a garantire un sufficiente cambiamento delle relazioni razziali negli Stati Uniti?”, ecco come ha risposto Spike Lee: “Ottima domanda. Ma dovete capire: le relazioni razziali – che sono peggiorate – sono una risposta diretta al fatto di avere avuto un presidente nero”. Perché? Non perché Obama “non fosse abbastanza nero”, ma perché incarnava un’immagine di statunitense nero propugnata dalla sinistra democratica, uno statunitense nero che ha avuto successo rispettando pienamente le regole del gioco democratico.
I bianchi progressisti non dovrebbero comportarsi come se volessero liberare i neri, dovrebbero sostenere i neri nella loro lotta per la liberazione
Le proteste sono una risposta brutale al ritornello “avete un presidente nero, che altro volete di più”. Tocca a noi, dunque, articolare cosa sia questo “altro”. Basta ricordare che, durante gli otto anni della presidenza Obama, la tendenza generale degli ultimi anni non si è arrestata: il divario tra ricchi e poveri si è allargato, e il grande capitale si è rafforzato. In un episodio della serie The good fight, il seguito della serie The good wife, la protagonista si sveglia in una realtà alternativa nella quale Hillary Clinton ha vinto le elezioni del 2016, sconfiggendo Trump. Ma il risultato è paradossale per le femministe: non esiste alcun movimento Me Too, e non ci sono grandi proteste contro Weinstein, perché le femministe dell’establishment moderato di sinistra temono che, in caso di proteste troppo accese contro le molestie maschili nei confronti delle donne, Clinton potrebbe perdere voti tra gli uomini e non essere rieletta, e inoltre Weinstein è un importante contribuente della campagna elettorale di Clinton… Qualcosa di simile non è forse capitato a Obama?
Il punto non è solo (o principalmente) che i neri dovrebbero ricevere un maggior sostegno economico che contribuisca a migliorare la loro situazione. C’è un fantastico dettaglio nel film Malcolm X di Spike Lee: dopo che Malcolm ha tenuto un discorso in un’università, una studente bianca lo avvicina e gli chiede cosa può fare per la lotta dei neri per la liberazione. L’uomo risponde freddamente “niente”, e se ne va. Quando ho usato quest’esempio alcuni anni fa, sono stato criticato perché avrei suggerito che noi bianchi non dovremmo fare nulla per sostenere la battaglia dei neri. Ma il senso del mio discorso (e, credo, della risposta di Malcolm) era più preciso.
I bianchi progressisti non dovrebbero comportarsi come se volessero liberare i neri, dovrebbero sostenere i neri nella loro lotta per la liberazione: i neri dovrebbero essere trattati come soggetti autonomi, non come semplici vittime delle circostanze.
E quindi, tornando alla nostra domanda iniziale: la scomparsa di Thunberg e Sanders dalla nostra sfera pubblica non significa che fossero troppo radicali per la nostra epoca di crisi virale, nella quale sono necessarie più voci capaci di unificare. Tutto il contrario, non erano abbastanza radicali: non sono riusciti a proporre una nuova visione globale che avrebbe reso nuovamente d’attualità il loro progetto in tempi d’epidemia. ( di Slavoj Žižek da Internazionale)
(Traduzione di Federico Ferrone)

 

05 – DENTRO E FUORI DAL PALAZZO. Annalisa Camilli – CI SONO DUE IMMAGINI CHE SPIEGANO BENE LE CONTRADDIZIONI DEL MOMENTO CHE STIAMO VIVENDO. IL 16 GIUGNO DENTRO UNA VILLA ROMANA SONO IN CORSO DA TRE GIORNI GLI STATI GENERALI, UN EVENTO CONVOCATO DAL GOVERNO CONTE PER DISCUTERE DEL FUTURO DELL’ECONOMIA DEL PAESE DOPO LA PANDEMIA DI CORONAVIRUS. Una foto diffusa dall’ufficio stampa mostra un lungo tavolo dentro villa Pamphili intorno al quale sono seduti i ministri e i rappresentanti delle regioni e delle organizzazioni sociali, tra loro solo quattro donne e nessun italiano di origine straniera.
Tra le molte questioni all’ordine del giorno per il rilancio dell’economia non compaiono né misure per sostenere la parità tra uomini e donne – in un paese in cui ancora il 50 per cento delle donne non lavora – né un piano per superare leggi sull’immigrazione e sulla cittadinanza che impediscono ad almeno un milione di bambini che frequentano le scuole italiane di poter chiedere di diventare italiani e a 600mila lavoratori di origine straniera che vivono come fantasmi di ottenere un permesso di soggiorno regolare.
C’è un’altra immagine che fa da contrappunto a quella degli Stati generali e viene dai giardini intorno alla villa, d0ve intanto il sindacalista dell’Usb, Aboubakar Soumahoro, nato in Costa d’Avorio e naturalizzato italiano, ha proclamato lo sciopero della fame e della sete per chiedere di essere ascoltato dal governo su alcune questioni: la riforma della filiera agricola, un piano di emergenza per il lavoro dopo la pandemia e la riforma delle leggi sull’immigrazione.

I DIRITTI E IL LAVORO
Nelle ultime settimane in tutto il mondo il movimento Black lives matter ha portato in piazza migliaia di persone, che hanno chiesto giustizia per l’omicidio di George Floyd, un afroamericano ucciso brutalmente da un agente durante un controllo di polizia a Minneapolis. Il movimento si è espanso rapidamente in tutto il mondo ed è arrivato anche in Europa, dove in ogni paese ha sollevato questioni nazionali nel quadro più largo della lotta al razzismo e alla disuguaglianza strutturale a cui sono sottoposti i neri e le minoranze. In Italia ci sono state manifestazioni in tutte le principali città, in cui sono emerse le rivendicazioni di un movimento eterogeneo che tiene insieme diverse istanze.
Parlando in una piazza del Popolo piena di giovanissimi, il 7 giugno Aboubakar Soumahoro aveva chiesto di superare anche la questione razziale e di porre una questione più generale di giustizia sociale. Così il 16 giugno la sua protesta ha provato proprio a spingere il discorso in questa direzione: da una parte il sindacalista ha chiesto che siano riformate le leggi che regolano l’immigrazione in Italia, che sia estesa la sanatoria a tutte le categorie di lavoratori (e non solo a quelli che lavorano nell’agricoltura e nell’attività di cura), ma ha posto anche altre questioni di accesso ai diritti nel quadro di una più vasta riforma del sistema produttivo, per esempio della filiera agricola che si regge sullo sfruttamento dei braccianti, spesso di origine straniera.

Il suo gesto di incatenarsi è stato individuale, ma molte associazioni e organizzazioni si sono unite alle sue richieste: il cartello di organizzazioni riunite intorno alla campagna Ero straniero ha chiesto al governo di estendere la sanatoria ai lavoratori stranieri dell’edilizia, della logistica, dell’attività manifatturiera e di tutti gli altri ambiti lavorativi, gli Italiani senza cittadinanza hanno chiesto che sia ripensata da subito una riforma della legge sulla cittadinanza che è del 1992, l’Associazione studi giuridici sull’immigrazione ha chiesto l’immediata abrogazione dei cosiddetti decreti sicurezza e il rilascio temporaneo di un permesso di soggiorno per tutti gli irregolari, svincolato dalle volontà dei datori di lavoro.
Dopo otto ore di protesta nei giardini di villa Pamphilij, Soumahoro è stato ricevuto dal presidente del consiglio Giuseppe Conte, dal ministro dell’economia Roberto Gualtieri e della ministra del lavoro Nunzia Catalfo. Il colloquio è durato circa mezz’ora. Uscendo, Soumahoro ha detto di aver raccolto segnali di apertura da parte del governo e ha promesso di convocare degli “Stati popolari” nelle prossime settimane a Roma, per dare voce ai giovani, ai disoccupati e ai lavoratori precari.

GLI INVISIBILI
Da quando il movimento antirazzista internazionale è sceso in piazza nel mondo, in Italia sono morti tre immigrati, tutti per ragioni legate all’assenza di diritti e alle condizioni di lavoro. Il 1 giugno è morto Thomas Daniel, quarant’anni, un muratore originario della Liberia che viveva a Castelvolturno, travolto da un crollo mentre lavorava in nero in un cantiere abusivo di Pianura, in provincia di Napoli. Daniel, a causa dei decreti sicurezza, era diventato irregolare dopo essere stato dieci anni in Italia con un regolare permesso di soggiorno e non avrebbe potuto accedere alla regolarizzazione prevista dal decreto rilancio perché era un muratore (il decreto riguarda solo chi lavora nell’agricoltura e nei lavori di cura alla persona).
Secondo l’Ispi, dall’approvazione del primo decreto sicurezza, nel novembre del 2018, centomila persone sono diventate irregolari in Italia. Thomas Daniel ha lasciato una moglie in Italia, Cinthia, e tre figli in Ghana che non vedeva dal 2002. Insieme al muratore liberiano è morto anche un operaio italiano, Ciro Perrucci, di 61 anni. “È come se Thomas non fosse mai esistito”, ha dichiarato la moglie, parlando alla stampa. “Non ho avuto sue notizie per un giorno intero. Trattato come un fantasma. Ma era un uomo, era mio marito. Il padre dei nostri tre figli”.
A Bella Farnia, vicino Sabaudia, in provincia di Latina, il 6 giugno si è tolto la vita Joban Singh, un bracciante indiano di 25 anni. Prima di lui altri dodici lavoratori stranieri si sono tolti la vita in tre anni. La sua storia è stata raccontata dal ricercatore e sociologo Marco Omizzolo, che da anni si occupa della situazione di semischiavitù dei braccianti stranieri della zona. Per il ricercatore l’uomo si è suicidato per sottrarsi a un sistema di “sfruttamento, emarginazione, ricatti, indifferenza e speculazione”.
Infine nella baraccopoli di Borgo Mezzanone, in provincia di Foggia, in un incendio il 12 giugno è morto Mohamed Ben Ali, soprannominato Bayfall, un uomo di 37 anni di origine senegalese. Lavorava nei campi di pomodori della Capitanata e faceva l’ambulante. La sua è l’ennesima morte dovuta a un incendio spontaneo o doloso in una delle baraccopoli più degradate d’Italia, in cui vivono i braccianti stagionali del Meridione. A 31 anni dall’omicidio di Jerry Masslo, avvenuto in una baracca a Villa Literno nel 1989, in Italia molti stranieri continuano a essere invisibili: la loro vita e la loro morte è strettamente legata alle condizioni di lavoro a cui sono costretti e alla mancanza di politiche strutturali che li riconoscano come lavoratori e come persone. ( di Annalisa Camilli, giornalista di Internazionale)

 

06 – LE PERSONE IN FUGA SONO RADDOPPIATE RISPETTO AL 2010 MIGRANTI, RAPPORTO UNHCR: NEL 2019 RECORD DI 79,5 MILIONI DI RIFUGIATI NEL MONDO UNA PERSONA OGNI CENTO NEL MONDO È IN FUGA DA CONFLITTI, PERSECUZIONI E VIOLENZE.
E’ come se quasi l’intera popolazione della Germania si mettesse in movimento alla ricerca di un nuovo luogo in cui tentare di vivere in pace e senza patire la fame. I minorenni sono circa 34 milioni, ovvero quanto l’intera popolazione di Australia, Danimarca e Mongolia insieme TweetCoronavirus: Unhcr, ’emergenza e solidarietà senza confini’ Migranti. Unhcr: 3,7 milioni di bambini rifugiati non vanno a scuola Unhcr: 70 milioni di persone in fuga nel 2018, la metà sono minorenni 18 giugno 2020 Nel 2019 è stato registrato un numero record di 79,5 milioni di rifugiati, pari all’1% della popolazione mondiale, 10 milioni in più rispetto all’anno precedente. Costretti a scappare da conflitti, persecuzioni e violenze e con sempre minori possibilità di riuscire a fare ritorno a casa loro. Questo il dato principale contenuto nel rapporto annuale dell’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR), Global Trends, che offre una panoramica globale degli spostamenti forzati. Conflitti annosi Il 77% dei rifugiati proviene da scenari di crisi a lungo termine, quali Afghanistan, oltre a Siria e Yemen, ma ai conflitti annosi si aggiungono altre zone fortemente destabilizzate, quali Repubblica Democratica del Congo, il Venezuela e diverse nazioni del Sahel. Due terzi delle persone in fuga all’estero provengono da soli cinque Paesi: Siria, Venezuela, Afghanistan, Sud Sudan e Myanmar. Raddoppiati dal 2010 a oggi Ricollocando il dato 2019 in una prospettiva storica, il numero di persone in fuga è quasi raddoppiato rispetto ai 41 milioni del 2010. Nell’ultimo decennio almeno 100 milioni di persone sono state costrette a fuggire dalle proprie case, in cerca di sicurezza all’interno o al di fuori dei propri Paesi. Si tratta di un numero di persone maggiore di quello dell’intera popolazione dell’Egitto, il 14esimo Paese più popoloso al mondo. Non è un fenomeno a breve termine “Siamo testimoni di una realtà nuova che ci dimostra come gli esodi forzati, oggi, non soltanto siano largamente più diffusi, ma, inoltre, non costituiscano più un fenomeno temporaneo e a breve termine”, ha dichiarato l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati, Filippo Grandi. “Non ci si può aspettare che le persone vivano per anni e anni una condizione precaria, senza avere né la possibilità di tornare a casa né la speranza di poter cominciare una nuova vita nel luogo in cui si trovano. E’ necessario adottare sia un atteggiamento profondamente nuovo e aperto nei confronti di tutti coloro che fuggono, sia un impulso molto più determinato volto a risolvere conflitti che proseguono per anni e che sono alla radice di immense sofferenze”, ha sottolineato Grandi. Da Congo, Siria e Yemen principalmente Il rapporto Global Trends mostra che dei 79,5 milioni di persone che risultavano essere in fuga alla fine dell’anno scorso, 45,7 milioni erano sfollati all’interno dei propri Paesi. La cifra restante era composta da persone fuggite oltre confine, 4,2 milioni delle quali in attesa dell’esito della domanda di asilo, e 29,6 milioni tra rifugiati (26 milioni) e altre persone costrette alla fuga fuori dai propri Paesi. L’incremento annuale, rispetto ai 70,8 milioni di persone in fuga registrati alla fine del 2018, rappresenta il risultato di due fattori principali. Il primo riguarda le nuove preoccupanti crisi verificatesi nel 2019, in particolare nella Repubblica Democratica del Congo, nella regione del Sahel, in Yemen e in Siria, quest’ultima ormai al decimo anno di conflitto e responsabile dell’esodo di 13,2 milioni di rifugiati, richiedenti asilo e sfollati interni, più di un sesto del totale mondiale. Preoccupazione per i venezuelani Il secondo è relativo a una migliore mappatura della situazione dei venezuelani che si trovano fuori dal proprio Paese, molti non legalmente registrati come rifugiati o richiedenti asilo, ma per i quali sono necessarie forme di protezione. Non si torna più indietro L’altro dato preoccupante riguarda il numero sempre minore di rifugiati che riescono a fare ritorno a casa: negli anni ’90 erano una media di 1,5 milioni l’anno mentre negli ultimi 10 non sono stati oltre i 385 mila. Una cifra che testimonia come oggi l’aumento del numero di persone costrette alla fuga ecceda largamente quello delle persone che possono usufruire di una soluzione durevole. Insicurezza alimentare Altro motivo di preoccupazione è che l’80% delle persone in fuga nel mondo è ospitato in Paesi o territori afflitti da insicurezza alimentare e malnutrizione grave, molti dei quali soggetti al rischio di cambiamenti climatici e catastrofi naturali. Oltre otto rifugiati su 10 (85%) vivono in Paesi in via di sviluppo, generalmente in un Paese confinante con quello da cui sono fuggiti. Dietro a tutte queste cifre ci sono storie di sofferenza individuale profonda. Un popolo di minorenni Il numero di minori in fuga – stimato intorno ai 30-34 milioni, decine di migliaia dei quali non accompagnati – per esempio, è più elevato di quello dell’intera popolazione di Australia, Danimarca e Mongolia messe insieme. Contemporaneamente, la percentuale di persone in fuga di età pari o superiore ai 60 anni, il 4% – è estremamente inferiore a quella della popolazione mondiale (12%) – una statistica che attesta lo strazio, la disperazione, i sacrifici e la separazione dai propri cari. – See more at:
http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/migranti-rapporto-unhcr-2019-record-rifugiati-mondo-a4a958cb-53c4-4b1d-b157-7335385ac054.html

 

07 – IN AMERICA. LIBRI DA UN MONDO IN RIVOLTA. IL RAZZISMO ENDEMICO, LA PAURA QUOTIDIANA DEI NERI DI FINIRE NEL MIRINO DELLA POLIZIA SENZA MOTIVO, L’ULTIMO RAP CHE ESTETIZZA LO STILE DI VITA DELLE GANG. E LA SANA RIVOLTA.
L’autore di Americana Luca Briasco racconta gli scrittori che aiutano a capire i mutamenti in atto.
«Una quantità inquietante di casi come quello di Floyd sono accaduti anche durante la presidenza Obama».
• UN ALTRO GIORNO DI MORTE IN AMERICA, di Gary Younge.
• RAP, In Minimum Fax Di Cesare Alemanno.
• UNA LOTTA MERAVIGLIOSA di Ta-Nehisi Coates.
• OTTO ANNI DI POTERE, di Ta-Nehisi Coates
• AMERICANA, di Luca Briasco.
L’ assassinio di George Floyd è tutt’altro che un caso isolato, purtroppo. Dopo la sua morte è emersa la vicenda di un altro afroamericano, Maurice Gordon, ucciso dalla polizia nel New Jersey. E ancora: Il 23 febbraio a Brunswick, in Georgia, il venticinquenne Ahmaud Arbery è uscito per fare jogging; vederlo correre ha fatto scattare il grilletto a un poliziotto, bianco, in pensione che l’ha ucciso con la complicità del proprio figlio. La violenza della polizia e la discriminazione della minoranza afroamericana sono un fatto drammaticamente endemico negli Usa. «Sarebbe un errore pensare che accada solo sotto la presidenza Trump», avverte lo scrittore, editor e traduttore Luca Briasco, autore di Americana. Libri, autori e storie dell’America contemporanea (Minimum Fax), di cui uscirà una nuova edizione, ampliata, a luglio. «Non ci dobbiamo dimenticare che casi del genere sono accaduti anche all’epoca della presidenza Obama. Specialmente durante il suo secondo mandato… una quantità inquietante». Ma cosa ha fatto scattare solo ora una reazione cosi forte nelle piazze americane e non solo? «E stata la presa di posizione del presidente Usa. Trump è divisivo e indirettamente è riuscito a compattare l’opposizione. E razzista, è figlio di un razzista, un palazzinaro che non affittava ai neri, QUEL MR TRUMP CANTATO DA
WOODY GUTHRIE IN “MR TRUMP”», risponde Briasco e aggiunge: «Imbracciando la Bibbia, ha detto faccio intervenire l’esercito. Così ha innescato una escalation, ha acceso la reazione di insofferenza contro i metodi della polizia, acuita dalla crescita delle disparità sociali. Perché il fenomeno che abbiamo sotto gli occhi è di discriminazione sociale e razziale ad un tempo».
Lo racconta bene il libro inchiesta di Gary Younge Un altro giorno di morte in America (Add editore) in cui il giornalista inglese sceglie un giorno a caso ricostruendo le storie delle persone uccise in quelle 24 ore con un colpo di arma da fuoco. Ogni giorno negli Usa muoiono in questo modo in media sette ragazzini, perlopiù neri, dei quartieri più svantaggiati. Spesso ad ucciderli sono le forze dell’ordine. Non è facile comprendere per chi non l’abbia vissuto sulla propria pelle cosa significhi sperimentare tutti i giorni questo rischio e senso di pericolo. «Il razzismo non è un fenomeno solo americano, ovviamente. Ma per quanto possano accadere anche qui casi simili, da noi non è problema strutturale come negli Usa», approfondisce Briasco. «Il razzismo è il “peccato originale” degli Stati Uniti che nascono su quel retaggio e che poi, di fatto, non è stato mai superato perché sono rimaste le disparità economiche, perché la politica delle cosiddette quote non funziona. Perché non dà a tutti le stesse possibilità. La mitologia dell’ascensore sociale, l’idea di poter passare dalle stalle alle stelle è un discorso interamente bianco, raramente afroamericano».
La presidenza Obama da questo punto di vista ha cambiato poco le cose? «Chi si illudeva che bastasse eleggere il primo presidente nero non capisce la profondità del problema», chiosa l’americanista traduttore di Joe Lansdale, Richard Powers, di Ballard, di Stephen King e di molti altri autori inglesi e americani. Per farci capire quanto la discriminazione sia capillare e quotidiana Luca Briasco ci racconta un fatto personale che la dice lunga: «La prima volta che sono andato a studiare in America sono andato ad Harvard, una roccaforte bianca, liberal… ebbene ho ancora nella mente l’immagine di due afroamericani, avranno avuto 18 anni, che camminavano seguiti dall’auto della polizia che faceva urlare la sirena ogni venti passi, come per avvertirli: “Guardate che vi stiamo controllando”. Anche al netto di atti di materialmente violenti e lesivi, comportamenti di que sto genere trasmettono la sensazione di avere le forze dell’ordine essenzialmente contro». In un contesto simile il gesto dello sceriffo che a un certo punto si
mette a marciare con i dimostranti assume un senso di forte rottura, fa notare Briasco proprio «perché la contrapposizione frontale fra afroamericani e polizia è la regola, non l’eccezione». Per giustificare questa situazione, per poter esercitare un controllo totale i comportamenti degli afroamericani sono stati sistematicamente e a lungo criminalizzati. Ancora oggi un nero che corre o che sosta in uno spazio pubblico desta sospetti, anche se non sta facendo nulla di male. «Il problema però – avverte Briasco – è che una parte della cultura afroamericana, per esempio la seconda stagione del rap americano nasce proprio dalla traduzione di questa criminalizzazione in uno stile di vita estetizzandolo».
Il rap originario, invece, era molto più politico, colto schierato politicamente. Alcuni dicono che sia stato tradito proprio da questa seconda ondata che contiene anche varie dosi di misoginia. Molte gang storiche di Los Angeles sono nate in questo solco, come racconta Cesare Alemanni in Rap (Minimum Fax). «E un libro che aiuta a capire quel che sta accadendo in questo momento», commenta Briasco, che ne è stato l’editor, «perché attraverso la storia di un fenomeno musicale racconta, per esempio, la storia urbana degli Usa. La ghettizzazione degli afroamericani nasce anche dall’urbanistica. Il rap ha radici nel Bronx quando venne costruita una superstrada che praticamente tagliava fuori un pezzo del quartiere dal resto di New York, isolandolo. A volte l’urbanistica influisce quanto un concreto atto di violenza e quella musica nacque per reagire». Dal punto di vista politico una lettura imprescindibile in questo momento è anche quella di Ta-Nehisi Coates che in pochi anni è diventato la voce attraverso cui l’America di Obama e di Trump si è dovuta confrontare con il suo passato.
Suo padre, W. Paul Coates, veterano del Vietnam, è poi diventato inaspettatamente capo delle Black Panthers e ha influito molto nella vita del giornalista e scrittore come lui stesso racconta in Una lotta meravigliosa (Codice). «In quella specie di memoir c’è il racconto di due generazioni, quella che fu protagonista della grande protesta della fine degli anni Sessanta e inizi Settanta e quella successiva, senza riferimenti politici così forti, circondata dalla realtà delle gang, che deve imparare a schivare la polizia. Ma – aggiunge Luca Briasco – consiglierei di leggere anche il suo Otto anni al potere che ripercorre i due mandati di Obama».
Quanto a un film da rivedere? «Fra i tanti anche Fa’ la cosa giusta di Spike Lee. Ci sono figure emblematiche come il ragazzone che va in giro con il suo stereo gigante che suona “Fight thè power” a volume altissimo e che viene ucciso dalla polizia. Lee dice che quel film, malgrado tutto, fu un gesto di ottimismo, perché nell’ultima scena il pizzaiolo italo- americano Denny Aiello e lo stesso Spike Lee, ragazzo di bottega, arrivano a capirsi. Anche ora Spike Lee, in una intervista, dice di vedere una nota di ottimismo nel fatto che bianchi e neri marciano insieme. Certo, perché tutto questo si trasformi in un qualcosa di reale e duraturo, ci vorrebbe un cambio politico, a cominciare da un cambio di presidenza». ( di Simona Maggiorelli da LEFT)

 

08 – AMERICA CHE PASSIONE. IL MOVIMENTO NATO NEL 2014 NEGLI USA STA DIVENTANDO UN’ONDA INTERNAZIONALE DI CONSAPEVOLEZZA, DI PRESA DI COSCIENZA E DI PROFONDO RIFIUTO DELLA VIOLENZA, VISIBILE E INVISIBILE.
Violenza che, in uno Stato fondato sul genocidio dei pellerossa e sullo schiavismo, si è tradotta in una quotidiana criminalizzazione del comportamento dei neri e delle minoranze per impedirne l’emancipazione. Un fenomeno tanto più evidente oggi che alla guida del Paese c’è un presidente espressione di una minoranza bianca suprematista, razzista, bigotta, armata fino ai denti, disposta a tutto pur di difendere i propri privilegi.
Ma i RIOTS che incendiano le strade nordamericane non rappresentano tutta la verità. Un immenso fiume di persone, non solo in USA, ha manifestato con responsabilità, con calma, con vibrante compostezza. Sono attivisti di BLACK LIVES MATTERS, come dicevamo, sono i giovani di Bernie Sanders, sono gli ex OCCUPY, sono le donne della WOMEN MARCH che all’indomani della elezione di Trump inondarono le strade di Washington. Chissà che da quella parte dell’America dove ora si inizia a parlare di riforma della polizia (mentre il sindaco di New York annuncia di voler diminuire i fondi alle forze di sicurezza per dirottarli verso servizi sociali e per la comunità) non possa nascere qualcosa di nuovo e contagioso anche per noi.
AMERICA IERI:
Sono 5.399 le persone uccise negli Stati Uniti dalla polizia durante una sparatoria da gennaio 2015 ad oggi registrate nel database del Washington Post. Le vittime tra i bianchi sono il 45,8% (2.469), tra i neri 23,9% (1.291) mentre tra gli ispanici il 16,7% (900).
Cifre drammaticamente significative, che ad uno sguardo superficiale parrebbero evidenziare un grave problema di gestione della sicurezza del Paese, ma non un problema di razzismo. Guardando però alla demografia degli States, le cose cambiano.
Secondo i dati dell’American community survey del 2017, solo il 12,7% della popolazione statunitense è afroamericana, il 17,6% ispanica, il 73% bianca. Le possibilità di morire in un conflitto a fuoco con le forze dell’ordine, dunque, lievitano sensibilmente per chi ha la pelle nera. Anche la popolazione carceraria conferma questo squilibrio.
Stando agli ultimi dati del Bureau of Justice Statistics, pubblicati ad aprile, nel 2018 i neri detenuti nelle prigioni statali o federali sono stati 465.200, a fronte di 430.500 bianchi e 330.200 ispanici

AMERICA OGGI:
“Da quando sono cominciate le proteste contro la polizia, amministratori locali, aziende e organizzazioni di vario tipo hanno preso decisioni importanti contro il razzismo”, scrive The Atlantic.
In alcune città, tra cui Denver e Kansas City, sono stati approvati provvedimenti che impediscono ai poliziotti di usare le prese al collo durante un arresto e modificano i procedimenti disciplinari.
Il giocatore di basket LeBron James ha creato un’organizzazione per incoraggiare il voto dei neri alle prossime elezioni.
Roger Goodell, presidente della lega professionistica di football (Nfl), si è scusato per aver ignorato le richieste degli atleti neri in passato. Nel 2016 Colin Kaepernick era stato escluso dalla lega dopo essersi inginocchiato durante l’esecuzione dell’inno nazionale.
La Nascar, l’azienda che organizza i principali campionati automobilistici, ha detto di voler impedire ai tifosi di andare alle corse con la bandiera confederata. La lega femminile di calcio ha cancellato una regola che impedisce alle giocatrici d’inginocchiarsi durante l’esecuzione dell’inno nazionale.
Monumenti che celebrano la confederazione sudista sono stati rimossi o saranno rimossi ad Asheville, Birmingham, Tuscaloosa, Alexandria e Louisville.
Il corpo dei marines ha vietato l’uso della bandiera confederata nelle sue strutture. Ota
NEGLI STATI UNITI QUALCOSA SI STA MUOVENDO.
MARCUSE aveva ragione, la prossima rivoluzione potrà partire solo dagli USA per le diseguaglianze, le nuove povertà e il razzismo, faranno da collante alla immensa ingiustizia di quel paese. (ndr gz)

 

0 9- SPAGNA | ITALIANI ALL’ESTERO, GIUSEPPE CARLOSTELLA COORDINATORE DEL MAIE PER LE ISOLE BALEARI, ROBERTA MARTIN, COORDINATRICE NAZIONALE DEL MAIE SPAGNA: “GIUSEPPE È MOLTO BEN INSERITO NEL TESSUTO SOCIALE ED ECONOMICO ITALIANO DI PALMA DI MAIORCA, FARÀ BENE”. IL NEO COORDINATORE: “PER NOI ITALIANI NEL MONDO IL MAIE È L’UNICA ALTERNATIVA POLITICA POSSIBILE”
Giuseppe Carlostella è il nuovo coordinatore MAIE per Palma di Maiorca / Baleari. Si occuperà, da subito, di individuare un referente MAIE per le isole più importanti che fanno parte delle Baleari: Formentera, Minorca, Ibiza.
A nominare Carlostella è stata Roberta Martin, coordinatrice nazionale del MAIE Spagna.
“Giuseppe è una persona leale, obiettiva, socievole, con animo aperto e disponibile verso le altre persone”, dichiara Martin, che prosegue: “Imprenditore nel settore immobiliare e delle costruzioni, è molto ben inserito nel tessuto sociale ed economico italiano di Palma di Maiorca. Sono convinta – conclude Roberta – che potrà dare un forte contributo alla crescita del MAIE Spagna anche in quella zona del Paese”.
“Ho già iniziato a lavorare per diffondere anche qui nelle Baleari la visione culturale del Movimento Associativo Italiani all’Estero – dichiara Carlostella -, l’unica vera alternativa politica possibile per noi che viviamo oltre confine”. Fonte: ItaliaChiamaItalia

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