20 01 04 NEWS DAI PARLAMENTARI ELETTI ALL ESTERO ED ALTRE COMUNICAZIONI

TANTI AUGURI DI BUON ANNO

00 – La Marca (PD): Utilizzare il tempo del rinvio del rinnovo di COMITES e CGIE per fare le riforme e realizzare i progetti in cantiere.
01 – Un anno di odio e di speranza. Il bilancio. L’imprevedibile e clamoroso suicidio politico di Salvini nella crisi d’agosto rimette tutto in discussione, e nel Paese nasce lo sbarramento democratico. Il 2020 non sarà un anno bellissimo, ma interessante sì. Per i lavori in corso, quasi una «rifondazione», sia a destra che a sinistra. E per l’energia dei nuovi movimenti
02 – Per non dimenticare, Il 29 dicembre 1890, massacro di Wounded Knee, l’ultimo atto della “soluzione finale” degli americani! 100 milioni di indiani annientati dai civili colonizzatori bianchi!
03 – Diritti umani violati, territori devastati: l’anno nero del Brasile. Il 2019 brasiliano. Il 2019 di Bolsonaro ha visto l’aumento delle diseguaglianze, il negazionismo climatico e mano libera alle violenze della polizia.
04 – Argentina, «EL PUEBLO UNIDO» funziona: revocata la «LEY MINERA» a Mendoza
Argentina. La legge avrebbe dato il via allo sfruttamento minerario nella nota area vinicola
05 – Cartoline da un decennio. L’attivista Ieshia Evans durante una manifestazione contro la violenza della polizia a Baton Rouge, Stati Uniti, il 9 luglio 2016. (Jonathan Bachman, Reuters/Contrasto),
06 – Lula, i paradossi di una politica dalla parte degli ultimi. SCAFFALE. «La verità vincerà» edito da Meltemi è il libro sulla difesa giudiziaria del leader brasiliano

00 – LA MARCA (PD): UTILIZZARE IL TEMPO DEL RINVIO DEL RINNOVO DI COMITES E CGIE PER FARE LE RIFORME E REALIZZARE I PROGETTI IN CANTIERE
“Nel decreto ‘Milleproroghe’ varato dal Governo e ora all’attenzione del Parlamento, compare il rinvio al prossimo anno del rinnovo dei COMITES e di quello del CGIE. Era nell’aria, ma ora la decisione ha preso forma di legge.

Non posso nascondere le mie perplessità ogni volta che si manifestano impedimenti al regolare svolgimento della democrazia. Ad ogni modo il rinvio c’è ed è inverosimile che in fase di conversione del decreto si possa tornare indietro, anche perché mancherebbero ormai i tempi tecnici per rispettare la scadenza prevista dalla legge.

Allora, il vero problema è di non limitarsi a prendere atto che ci sarà lo slittamento di un anno, ma di investire il tempo a disposizione per fare cose utili a beneficio degli italiani all’estero. Le due leggi di riforma di COMITES e CGIE, proposte come base di discussione, sono state presentate da tempo dallo stesso CGIE. Governo e forze parlamentari dicano chiaramente se sono disposti ad andare avanti. In più, nella legge di bilancio di quest’anno sono state assegnate al Ministero dell’Interno risorse per sperimentare il voto elettronico. Anche in questo caso si parli chiaro e si faccia presto.

Infine, la reintegrazione dei fondi che abbiamo fatto con emendamenti alla legge di bilancio (1 milione in più ai COMITES e 500.000 al CGIE), che sarebbe stata svuotata dalla sospensione elettorale, sia utilizzata subito per mettere in campo progetti rivolti soprattutto al sostegno della nuova emigrazione e alla realizzazione della Conferenza Stato-Regioni-Province Autonome-CGIE.

Insomma, rinviare per fare cose urgenti e positive può essere l’unica giustificazione di una scelta che altrimenti sarebbe difficile da comprendere”.
On./Hon. Francesca La Marca, Ph.D.
Circoscrizione Estero, Ripartizione Nord e Centro America
Electoral College of North and Central America

01 – UN ANNO DI ODIO E DI SPERANZA. IL BILANCIO. L’IMPREVEDIBILE E CLAMOROSO SUICIDIO POLITICO DI SALVINI NELLA CRISI D’AGOSTO RIMETTE TUTTO IN DISCUSSIONE, E NEL PAESE NASCE LO SBARRAMENTO DEMOCRATICO. IL 2020 NON SARÀ UN ANNO BELLISSIMO, MA INTERESSANTE SÌ. PER I LAVORI IN CORSO, QUASI UNA «RIFONDAZIONE», SIA A DESTRA CHE A SINISTRA. E PER L’ENERGIA DEI NUOVI MOVIMENTI, di Norma Rangeri

POSSIAMO SALUTARE IL 2019 NON SOLO SENZA RIMPIANTI MA CON ANIMO SOLLEVATO E UN PIZZICO DI MOTIVATO OTTIMISMO?

Sì. E in primo luogo per una ragione “personale”, che riguarda proprio il manifesto: l’inizio di questo anno vecchio, e orribile, ci aveva infatti caricato sulle spalle l’avviso di una breve e durissima agonia della nostra cooperativa editoriale, a causa del taglio del Fondo per l’editoria. La mannaia grillina, minacciosa come una strega cieca e ignorante, era pronta per portare a termine la sua mortifera missione contro i giornali e la libertà di stampa. E nonostante la campagna di sottoscrizione, iorompo.it – che si va concludendo con un confortante risultato – difficilmente avremmo potuto continuare ad assicurare l’uscita del giornale nelle edicole.

ADESSO, CON IL NUOVO ANNO E CON IL NUOVO GOVERNO, POSSIAMO GUARDARE AL CINQUANTENARIO DEL MANIFESTO (1971-2021) CON UN DIVERSO IMPEGNO E UNA RINNOVATA FIDUCIA.

Ma non è soltanto per questo specifico interesse che vediamo il futuro con maggiore serenità. Perché il 2019 è iniziato con i peggiori presagi per il Paese, terremotato dalle elezioni del 2018 e poi finito nelle mani di un ministro di polizia che ha fomentato odio contro gli immigrati, aizzato la povera gente delle periferie a danno dei più deboli, che ha distillato disprezzo contro i protagonisti delle battaglie per i diritti civili, che ha dimostrato dove arriva l’arroganza del potere quando si fonda sull’uomo solo al comando che vuole decidere tutto in prima persona.

Peraltro Conte, Di Maio e Salvini sembravano un’armata invincibile. I numeri in Parlamento erano schiaccianti, soprattutto grazie al battaglione di parlamentari Cinque Stelle, usciti trionfanti dalle elezioni politiche.

Durante la prima fase del governo giallo-verde, abbiamo visto all’opera una maggioranza determinata a rispettare il “contratto”, con un premier come figurina di subordine. Qualcuno tra i grillini scalpitava, intuendo che la sovraesposizione salviniana avrebbe eroso i loro consensi, come inesorabilmente avrebbe poi sancito il voto europeo.

Tuttavia le piazze della Democrazia erano ugualmente piene di giovani. In prima fila nelle grandi marce contro il razzismo (come a Milano), e in quelle immense che hanno caratterizzato il movimento esploso per difendere l’ambiente e il Pianeta dalla crisi climatica. Un movimento irriso dalla maggioranza di governo e dai media di complemento che usavano con scherno il riferimento a Greta Thunberg.

Persino il moderato Pd – primo responsabile della crisi politica e sociale del Paese nell’ultimo decennio e prima vittima dei propri errori (confermati dal disastro elettorale del 4 marzo 2018) – aveva indossato i panni di forza barricadera, mettendo in scena nelle aule parlamentari qualche rissa contro la manovra di bilancio del governo giallo-verde.

Il provvedimento contro il quale il Pd si accaniva di più era il reddito di cittadinanza (che invece mette in tasca qualche soldo a chi se la passa male, come riconosce il ministro Provenzano, chiedendo però che venga corretto, e non cancellato come vorrebbe una ministra renziana irresponsabile). Movimentismi a parte, nel Pd, soprattutto dopo l’elezione di Zingaretti, regnava un clima di scontro interno, poi confermato dalla scissione di Renzi, sintomo di una crisi di identità ancora irrisolta.

E LE FORZE ALLA SUA SINISTRA?

Dopo il magro risultato elettorale del 2018 – largamente prevedibile vista la congenita incapacità di trovare una unità di intenti e di impegni – ha vivacchiato, appoggiandosi ai movimenti, alla lotta in difesa degli immigrati, all’antifascismo, senza però trovare una energia in grado di andare oltre l’orticello delle tante sigle di partito. Non per caso, con un centrosinistra in deficit di credibilità, con una sinistra ridotta ai minimi termini e prosciugata, quando arrivarono le elezioni, regionali o europee, il risultato non cambiò: era sempre di più deserto rosso. Soprattutto in Italia dove alle elezioni europee dello scorso maggio, la lista di sinistra non prese nemmeno il quorum.

E mentre nel resto d’Europa i Verdi raggiungevano risultati sorprendenti e le varie sinistre tenevano botta, solo in Italia la destra xenofoba e razzista arrivava all’apoteosi con Salvini che schiacciava i grillini incassando la fiducia sul nefasto decreto sicurezza, e l’applauso del Parlamento sul Tav.

Eppure, proprio nel momento di maggior forza e potenza di fuoco del governo – nonostante le fibrillazioni interne ai 5S – accade qualcosa di imprevedibile, di inedito, di difficilmente spiegabile se non da una ipertrofica e autoreferenziale voglia di potere assoluto: è la crisi di agosto. È vero che il paese, con i continui strappi di Salvini, era sull’orlo della decomposizione istituzionale, come segnalò il vecchio socialista Rino Formica, in una lucida e allarmata intervista al manifesto. Ma è altrettanto vero che senza il masochismo salviniano, oggi forse avremmo ancora un governo a guida leghista.

Sta di fatto che quel suicidio politico ha dato il via libera ad una reazione di sbarramento democratico, come del resto già era avvenuto in Italia ai tempi del corrotto regime berlusconiano, caso di scuola nel mondo. In quei giorni di agosto ci tornò in mente la celebre immagine del rospo evocata da Luigi Pintor, con il relativo bacio che avrebbe aperto la stagione dei governi Prodi.

Eppure le voci che consigliavano il patto con il diavolo (i grillini) erano minoritarie, mentre corazzate mediatiche e forti correnti politiche chiedevano di votare, pur sapendo di consegnare il paese a una destra che reclamava esplicitamente pieni poteri per cambiare i connotati della Costituzione.

INVECE E NONOSTANTE I MILLE OSTACOLI, COME AI TEMPI DELLA PRIMA REPUBBLICA, LA STORIA SI È RIPETUTA, E I FAMIGERATI ROSPI NEL FRATTEMPO SI SONO MOLTIPLICATI.

Quello che credevamo impensabile in tanti, si è materializzato quando due importanti esemplari della specie, Renzi e Grillo, improvvisamente si sono rivolti parole amorose, dando il via libera al governo giallo-rosso.

E dunque a pensarci bene il 2019 è stato orribile per metà. E l’anno si chiude non solo con Salvini fuori dal Viminale, ma con un governo Pd-5Stelle-LeU, che l’ormai impotente Berlusconi definisce come «il più di sinistra della storia», con una manovra di bilancio che tappa le falle dei conti pubblici, con la possibilità di andare avanti con questa inedita compagine fino al termine della legislatura. Ma a determinate condizioni.

Naturalmente Salvini e la sua poderosa massa elettorale, nutrita da una strategica, e costosissima, macchina social, non sono svaniti nel nulla. Però, per uno strano effetto reattivo, anche questo imprevedibile, nel Paese sono esplosi gli anticorpi al veleno leghista, invadendo le piazze di tutta Italia con le Sardine, giovani e vecchie, e i loro elementari, eloquenti, balsamici messaggi per la nostra convivenza civile.

È con questa esplosione di partecipazione, ironica, tenace e democratica («Bella Ciao» è tornata ad essere il secondo inno nazionale), che possiamo salutare il bizzarro, contraddittorio, pauroso e preoccupante per un verso, carico di speranza e di voglia di cambiare per l’altro, anno vecchio.

COME SARÀ QUELLO CHE STA PER NASCERE NESSUNO PUÒ PREVEDERLO. PERCHÉ OLTRE L’ITALIA C’È IL MONDO ATTRAVERSATO DA SANGUINOSI VENTI DI GUERRA.

La tragica e infinita crisi siriana, la guerra civile in Libia, gli scontri politici in America Latina, i gilet gialli in Francia, la rivolta di Honk-Kong, le proteste popolari in India – tanto per fare qualche esempio – testimoniano la drammaticità dell’epoca che stiamo vivendo. Si spara nelle strade, si uccide senza pietà chi protesta, si reprimono nel sangue e nel carcere i dissensi sociali e politici in troppe zone nel mondo.

E PERÒ QUESTE STESSE “ZONE CALDE” CI DICONO CHE GRANDI MOVIMENTI E NUOVE GENERAZIONI SONO IN CAMPO.

Dalla rete alla piazza tutto cambia nei codici e nelle diversità: i teenager si mobilitano contro tutti i governi, non solo quelli reazionari; non ci sono i protagonisti che infiammavano le rivolte del 68 ma una ragazzina, Greta, che ne diventa il simbolo, con una prorompente carica utopica delle nuove generazioni. Anche le donne continuano a battersi con proteste di massa, contro i femminicidi, contro la violenza del patriarcato, raccogliendo larghi consensi tra le popolazioni di diversi paesi. Senza dimenticare le parole e l’esempio di papa Francesco, che ha risvegliato le coscienze non solo nel mondo cattolico ma anche in quello laico con i suoi messaggi di duro attacco al capitalismo.

Il 2020 non sarà un anno bellissimo, ma ci sono interessanti lavori in corso nella ”rifondazione” del sistema politico e di tutti i partiti, il cui esito non dipenderà dalle destre all’opposizione, bensì dalla capacità delle forze di centrosinistra (in senso lato) di offrire risposte credibili ai problemi sociali di un paese sfiancato da una durissima crisi economica, culturale e morale.

E quindi auguri. Alla comunità del manifesto, che quasi da mezzo secolo non smette di battersi per sostenere questo giornale e gli ideali che rappresenta.

E auguri a chi vuole cambiare nel segno dell’uguaglianza, dell’accoglienza, della solidarietà e della libertà.

02 – Per non dimenticare, IL 29 DICEMBRE 1890, MASSACRO DI WOUNDED KNEE, L’ULTIMO ATTO DELLA “SOLUZIONE FINALE” DEGLI AMERICANI! 100 MILIONI DI INDIANI ANNIENTATI DAI CIVILI COLONIZZATORI BIANCHI!
Ricorre oggi l’anniversario dello sterminio di Wounded Knee: l’ultima strage di pellirosse – Quando gli indiani del capo Big Foot sventolando, disarmati, bandiera bianca furono MASSACRATI dal glorioso esercito degli Stati Uniti – E parliamo di uomini, donne, bambini e anziani! leggi anche:
100 Milioni di Nativi Americani massacrati – Il più grande genocidio della storia del genere umano per durata e perdita di vite umane, del tutto ignorato dai media!

COS’È REALMENTE ACCADUTO AI NATIVI AMERICANI?
Gli studiosi hanno stimato che, prima della ‘scoperta’ delle Americhe da parte degli europei, il numero della popolazione dei Nativi americani poteva essere alto come 100 milioni di persone.
Henry F. Dobyns, antropologo americano e etno-storico noto per la sua ricerca pubblicata su Indiani d’America, ha stimato che più di cento e dodici milioni di persone abitavano nelle Americhe prima dell’arrivo europeo. Si stima che solo dieci milioni abitavano una zona a nord del Rio Grande. Nel 1983, ha rivisto quel numero ed è salito a diciotto milioni.
È anche importante notare che altri studiosi hanno stimato che il numero sia a partire da dieci milioni, e tutto il resto. Ad esempio, William M. Denovan, Professore Emerito di Geografia presso l’Università del Wisconsin-Madison, crede che ci sono stati circa 54 milioni di abitanti.
Il punto importante da prendere in considerazione è che c’erano già molte persone che abitavano le Americhe prima del contatto con gli europei. Persone che erano avanzate, con una vasta conoscenza della medicina, del cosmo, e molto altro ancora.
Che cosa è successo quando il “primo contatto” è emerso? Un massiccio declino della popolazione indigena, ecco cosa. È il maggior calo drammatico di popolazione nella storia conosciuta sul nostro pianeta.
Il numero dei nativi americani si è ridotto rapidamente di circa la metà dopo il contatto europeo. Questa trasformazione allarmante è attribuita alla malattia, la guerra, la schiavitù (commercio di schiavi indiani), e una perturbazione dei sistemi sociali degli indigeni, i quali hanno avuto effetti devastanti sulle popolazioni che abitavano le Americhe.
Pensaci per un momento. Una popolazione che era di cento milioni di persone si è ridotta a poche centinaia di migliaia nel 1900 …
Questo è stato, come molti studiosi ritengono, a dir poco uno sterminio, che possiamo attribuire a cause diverse. David Stannard, storico americano e professore di Studi Americani presso l’Università delle Hawaii, rivela nella sua opera che gli indigeni sono stati catturati tra le piaghe e atrocità barbare, che hanno provocato la distruzione del 95 per cento delle loro popolazioni. Nel suo libro americano L’Olocausto, si chiede quale tipo di persone poteva fare queste cose orribili ad altre persone, e tutto nel silenzio generale. Lui e molti altri sottolineano che i responsabili dell’Olocausto americano si sono mossi con le stesse ideologie, come gli architetti dell’Olocausto nazista.
Non sembra che le cose siano cambiate molto a tutti. Prima dell’arrivo degli europei, la Chiesa cattolica aveva completamente preso il sopravvento in Europa, brandendo il loro potere di controllare entrambe le persone e le idee. Non c’era separazione tra chiesa e stato, come tutti i cittadini erano tenuti a rispettare le regole e le credenze della chiesa. In caso contrario, essi sono stati considerati fuorilegge e gli eretici furono anche cacciati e uccisi. Questo tipo di attività di “lavaggio del cervello”, per così dire, si può far risalire fino a Roma, e tutta la strada in avanti nella nostra storia recente. La sua influenza può essere vista nel lavaggio del cervello di massa e della manipolazione della nostra mente oggi. Questo punto è anche chiaro da Stannard.
In Canada, per esempio, “scuole residenziali ” sono state istituite in tutto il paese. Queste erano scuole religiose sponsorizzato dal governo stabilito per assimilare i bambini aborigeni nella cultura euro-canadese, una cultura che è stata obbligata dalla classe dirigente. Questo sistema è nato in Francia non molto tempo dopo l’arrivo degli europei nelle Americhe, ed è stato originariamente concepito da chiesa cristiana e dal governo canadese per educare (lavaggio del cervello) e convertire la gioventù aborigena e di integrarli nella società canadese.

MA ERA IL VERO SCOPO?
Quando dico governo canadese, voglio dire il Dipartimento delle Miniere e delle risorse naturali. Nel 1930, i presidi delle scuole residenziali sono stati effettuati dai tutori legali di tutti i bambini indigeni, li strappavano via dai loro genitori sotto la supervisione del Dipartimento delle Miniere e Risorse. Tutti i genitori sono stati costretti a cedere la custodia legale dei figli ad un impiegato della chiesa, in caso contrario c’era la reclusione.
I bambini sono stati uccisi, maltrattati, violentati in queste scuole. Sono stati inoltre sottoposti ad esperimenti nutrizionali da parte del governo federale nel 1940 e 1950, e sono stati utilizzati come cavie mediche pure. Molte di queste vittime e i loro corpi sono scomparsi senza lasciare traccia.
A parte il genocidio di massa che ha ucciso milioni di persone, il programma di scuola residenziale per sé è considerato un genocidio. Qui di seguito sono tre affermazioni che gettano luce sulla dura realtà di quello che è successo:
“Avevo solo otto anni, e ci avevano spedito giù dalla scuola residenziale anglicana di Alert Bay all’Ospedale Nanaimo indiano, quello gestito dalla United Church. Ci hanno isolato in una piccola stanza per più di tre anni, come se fossi un topo da laboratorio, mi alimentavano con pillole. Due dei miei cugini hanno fatto una grande confusione, urla e combattendo per tutto il tempo, in modo che le infermiere diedero loro dei colpi, ed entrambi sono morti subito. E’ tato fatto per farli tacere. ”
– Jasper Jospeh, un uomo nativo di 68anni dalla British Columbia, parlando mentre i suoi occhi si riempirono di lacrime.
“Sappiamo che ci sono stati iniziative di ricerca che sono stati condotti per quanto riguarda i farmaci che sono stati utilizzati in ultima analisi, per il trattamento della popolazione canadese. Alcuni di questi farmaci sono stati testati nelle comunità aborigene e nelle scuole residenziali prima di essere utilizzati pubblicamente “.
– Capo Wilton Littlechild della Commissione per la Verità e la Riconciliazione.
“Crediamo che ciò che è già stato esposto rappresenta solo una frazione della storia completa, vera e tragica delle scuole residenziali. Non ci sono senza dubbio più rivelazioni sepolti negli archivi “.
– Assemblea delle Prime Nazioni regionale capo Bill Erasmus
Aborigeni in Canada, nella nostra storia molto recente, sono stati deliberatamente uccisi, e questo è stato confermato da testimonianze oculari, documenti, documenti governativi, e le dichiarazioni di agenti indiani e gli anziani delle tribù. Alcuni stimano il tasso di mortalità nelle scuole residenziali per essere verso l’alto di cinquanta per cento. Stiamo parlando di più di 50.000 bambini indigeni in tutto il Canada, forse di più.
La massiccia campagna genocida che ha iniziato centinaia di anni fa, ha continuato fino ad oggi. E il fatto che questo sistema ha funzionato in condizioni legali e strutturali che hanno incoraggiato, aiutato e spalleggiato l’omicidio è inquietante per non dire altro.
Tenete a mente, questi orrori sono stati perpetrati in Canada; si può solo immaginare quello che è successo negli Stati Uniti e Sud America. Gran parte della nostra storia è nascosta a noi. Gli Stati Uniti da soli classifica più di 500 milioni di pagine di documenti ogni anno. Se uno storico vuole esaminare e preservare la storia della loro nazione, come posso fare questo quando la maggior parte della loro storia viene tenuta nascosta o addirittura deliberatamente alterata?

PERCHÉ QUESTA INFORMAZIONE È COSÌ RILEVANTE?
La nostra storia recente ci ha mostrato che non vi è stato un grande genocidio in Canada – un omicidio di massa intenzionale delle popolazioni indigene da parte della classe dirigente, al fine di prendere in consegna la loro terra e le sue risorse e stabilire il loro dominio, così come lo stesso gruppo di elite ha fatto e continua a fare in tutto il mondo. Questa è storia molto recente, e la campagna di lavaggio del cervello / assimilazione di tutte le persone (non solo indigene) continua ancora oggi. Il mondo è diventato estremamente “americanizzato”. Attraverso il marketing e le assimilazione tattiche di massa, siamo stati manipolati, le stesse vite e seguendo lo stesso percorso. Questo “piano” di “dominio mondiale” e cambio di gestione globale sembra aver iniziato a centinaia, se non migliaia, di anni fa e si è esteso fino ai giorni nostri.
Quindi cosa possiamo fare ora? Siamo in grado di ascoltare il messaggio del nucleo delle culture indigene che hanno occupato questa terra prima di noi. E’ tempo per noi di tornare alle nostre radici, e smettere di distruggere il pianeta come siamo stati per tanti anni.
E ‘questo tipo di messaggio che dovremmo prendere dalla nostra recente, brutta storia. Messaggi d’amore, il rispetto, l’unicità, la nostra connessione con la Madre Terra e il nostro patrimonio spirituale … tra le altre cose.
Noi siamo parte della Creazione, in tal modo, se rompiamo le leggi della creazione distruggiamo noi stessi. Noi, i Custodi originali di Madre Terra, non abbiamo altra scelta che seguire e sostenere le istruzioni originali, che sostiene la continuità della vita. Riconosciamo la nostra connessione ombelicale con la Madre Terra e capire che lei è la fonte della vita, non una risorsa da sfruttare. Noi parliamo a nome di tutta la Creazione di oggi, per comunicare un messaggio urgente che l’uomo è andato troppo lontano, ci pone nella condizione di sopravvivenza. Abbiamo avvertito che un giorno non sarebbe in grado di controllare ciò che avete creato. Quel giorno è qui. Non badare avvertimenti sia la natura e la gente della Terra ci mantiene sulla via di autodistruzione. Questo percorso distruttivo sé ha portato alla crisi nucleare di Fukushima, Golfo fuoriuscita di petrolio, sabbie bituminose devastazione, i fallimenti della conduttura, impatti delle emissioni di anidride carbonica e la distruzione delle acque sotterranee attraverso la fratturazione idraulica, solo per citarne alcuni. Inoltre, queste attività e gli sviluppi continuano a causare il deterioramento e la distruzione di luoghi sacri e sacre acque che sono vitali per la vita.
– Capo Looking Horse
fonti: http://infofree.myblog.it/2017/12/28/29-dicembre-1890-lo-sterminio-di-wounded-knee-lultima-strage-di-pellirosse-quando-gli-indiani-del-capo-big-foot-sventolando-disarmati-bandiera-bianca-furono-massacrati/
http://www.complottisti.info/cose-realmente-accaduto-ai-nativi-americani/

03 – DIRITTI UMANI VIOLATI, TERRITORI DEVASTATI: L’ANNO NERO DEL BRASILE. IL 2019 BRASILIANO. IL 2019 DI BOLSONARO HA VISTO L’AUMENTO DELLE DISEGUAGLIANZE, IL NEGAZIONISMO CLIMATICO E MANO LIBERA ALLE VIOLENZE DELLA POLIZIA di Francesco Bilotta

Un anno di governo Bolsonaro ha mostrato quanto fossero fondate le preoccupazioni che erano state espresse al momento del suo insediamento.
Il carattere antipopolare delle misure varate, la violazione sistematica dei diritti umani, l’assalto alle risorse naturali, fanno dire che Bolsonaro sta mantenendo ampiamente le promesse fatte in campagna elettorale. Un anno nero per il Brasile e per il pianeta.

Perché, se la prima misura varata dall’ex capitano aveva riguardato il taglio del salario minimo a milioni di lavoratori, l’ultimo atto si è compiuto a metà dicembre alla Conferenza sul clima di Madrid. Nella capitale spagnola il presidente brasiliano si è posto alla testa di quella «coalizione fossile» che non vuole fissare regole per una «cooperazione climatica» e l’Amazzonia è stata utilizzata come arma di ricatto nei confronti degli organismi internazionali e dei paesi che perseguono gli obiettivi fissati dagli accordi di Parigi.

IL RUOLO CHE BOLSONARO gioca sul piano internazionale, pur con tutto il discredito che lo circonda, è favorito dalla stretta alleanza con Trump con cui condivide una visione ultraliberista condita di sovranismo in campo economico e una posizione negazionista in campo ambientale.

Sul piano interno le politiche economiche, sociali e ambientali perseguite Bolsonaro stanno producendo effetti disastrosi su vasti strati della popolazione brasiliana. Le disuguaglianze sociali si sono approfondite come conseguenza della riduzione dei sussidi destinati ai più poveri.

Il programma Bolsa Familia, creato nel 2004 dal primo governo Lula e che sostiene i nuclei familiari in condizione di povertà, ha subito tagli che hanno portato a una riduzione del numero di famiglie (circa 600 mila) che ne possono usufruire. Il programma abitativo Minha Casa ha visto un dimezzamento dei contributi erogati, toccando il minimo storico. Altri programmi come il Fies, che favorisce l’accesso all’istruzione superiore della popolazione a basso reddito, e l’Abono salarial, una specie di 14° salario per lavoratori dipendenti a basso reddito, hanno subito drastici tagli.

LA RIFORMA PREVIDENZIALE varata dal governo Bolsonaro, che innalza i requisiti pensionistici e aumenta i contributi a carico dei lavoratori, va ad aggiungersi alla riforma del lavoro varata dal governo Temer.

Le due riforme operano in modo congiunto nel determinare gravi fenomeni di precarizzazione in ambito lavorativo e insicurezza sul piano previdenziale, in un paese in cui il 60% dei lavoratori svolge un lavoro informale, con attività lavorative senza diritti e tutele.

Secondo uno studio della Fondazione Getulio Vargas, nel 2019 si è registrata tra i brasiliani la più alta disuguaglianza di reddito degli ultimi 10 anni. L’indice Gini, indicatore usato per misurare le disuguaglianze, ha toccato quest’anno il valore di 0,627, uno dei più alti al mondo.

L’indice, che era progressivamente diminuito a partire dal 2005, ha ricominciato a risalire dopo il 2015, toccando quest’anno un livello particolarmente elevato. Le politiche antipopolari di Bolsonaro hanno avuto effetto immediato, ampliando il divario tra la parte più ricca del paese e il resto della popolazione.

SONO I GRUPPI INDUSTRIALI, finanziari e agrari a raccogliere i frutti delle politiche liberiste e dei tagli a istruzione, previdenza, sanità e festeggiano facendo impennare gli indici della borsa brasiliana. Intanto tutti i progetti legati alla riforma agraria sono interrotti e i 23 milioni di lavoratori rurali, piccoli agricoltori e senza terra devono fare i conti con fazendeiros sempre più aggressivi, autorizzati dalle nuove norme volute da Bolsonaro a usare le armi per difendere i latifondi dalle «invasioni».

Così come è paralizzata l’attività di demarcazione delle terre indigene. Se il governo Temer nel 2018 aveva effettuato una sola demarcazione, Bolsonaro è fermo a zero demarcazioni, non avendo avallato alcune delle 500 richieste attualmente in corso. Per questo, invasioni, attacchi alle comunità indigene, incendi, sono all’ordine del giorno.

I DATI DEL 2019 indicano un sensibile aumento di tutte le attività illegali nei confronti dei territori e delle popolazioni.

La Commissione pastorale della Terra indica che il numero di indigeni assassinati nel 2019 è il più alto degli ultimi 11 anni. Sonia Guajajara, coordinatrice dell’Apib (Articolazione dei popoli indigeni del Brasile), dopo gli assassini di queste settimane dei rappresentanti indigeni nello Stato del Maranhao, così descrive la situazione: «Siamo in un campo di battaglia e sono forze politiche conservatrici, autoritarie e razziste a disseminare l’odio, con un governo fascista che sta superando ogni limite». A fine novembre un gruppo di giuristi brasiliani ha presentato al Tribunale penale internazionale dell’Aia una denuncia contro Bolsonaro per istigazione al genocidio degli indigeni brasiliani.

LA DENUNCIA È ACCOMPAGNATA da una vasta documentazione sullo smantellamento degli organismi di controllo, l’omesso intervento di fronte ai crimini ambientali, l’attacco ai difensori dei diritti sociali e ambientali.

Intanto, in nome della lotta alla criminalità, la polizia opera in forma sempre più estesa e violenta nei quartieri poveri e degradati dei centri urbani. Sono state 1.250 le persone uccise durante operazioni di polizia dall’inizio di quest’anno e sono i giovani neri a pagare il prezzo più alto. Il governo Bolsonaro teme che le forti tensioni sociali che si sono manifestate in Cile, Bolivia e Colombia possano propagarsi anche al Brasile a causa delle misure antipopolari che sono state varate.

DI FRONTE A UNA PROSPETTIVA di questo tipo e dopo l’appello di Lula a scendere in piazza contro il governo, Eduardo Bolsonaro e il ministro dell’economia Paulo Guedes hanno richiamato la possibilità di ricorrere a misure emergenziali in caso di rivolte sociali, con la sospensione delle garanzie costituzionali, come avvenne durante la dittatura con l’Atto Istituzionale 5. Nel Brasile di Bolsonaro tutti gli scenari sono possibili.

04 – ARGENTINA, «EL PUEBLO UNIDO» FUNZIONA: REVOCATA LA «LEY MINERA» A MENDOZA, ARGENTINA. LA LEGGE AVREBBE DATO IL VIA ALLO SFRUTTAMENTO MINERARIO NELLA NOTA AREA VINICOLA di Claudia Fanti

A fare la differenza è stato davvero il «pueblo unido», una volta tanto non solo evocato nelle piazze, ma concretamente e fisicamente presente nella lotta. Perché solo la mobilitazione oceanica, corale e permanente degli abitanti di Mendoza, protagonisti della più grande manifestazione della storia della provincia, ha costretto il governatore Rodolfo Suárez a revocare la legge (la 9209) che dava il via libera allo sfruttamento minerario nella nota area vinicola argentina.

La cosiddetta «ley minera», approvata in tempi record il 20 dicembre scorso grazie a un accordo tra le forze politiche e promulgata da Suárez il 24 dicembre, modificava la precedente legge 7722, la quale, proibendo l’uso di sostanze tossiche come il cianuro e il mercurio – in un territorio già in forte emergenza idrica -, sbarrava di fatto la strada ai progetti estrattivisti perseguiti da tempo dalle multinazionali. Il presidente Alberto Fernández in persona – di cui sono ben noti i piani per rafforzare l’estrattivismo nel paese, sulla scia delle politiche già portate avanti dai governi Kirchner – aveva dato la benedizione al progetto, per poi cambiare linea dinanzi all’esplosione delle proteste. Né aveva potuto calmare le acque l’annuncio da parte del governatore, il 26 dicembre, della sospensione della «regolamentazione della legge», accompagnato da «un grande invito al dialogo» per «dare alla gente la possibilità di informarsi», per esempio sul fatto che «lo sfruttamento minerario non necessariamente è inquinante». Dichiarazioni a cui il noto dirigente popolare Juan Grabois aveva risposto consigliando ai difensori dell’attività mineraria, al momento del brindisi, di versare nelle coppe di champagne «una goccia di cianuro».

L’annuncio del governatore, seguito ad attacchi ai manifestanti «violenti e prepotenti», aveva anzi avuto l’effetto di un boomerang, tanto più dinanzi alla notizia dell’immediato avvio delle procedure per l’autorizzazione di un progetto minerario a Uspallata.
«Vogliono mandarci a casa, guadagnando tempo per consentire l’avanzamento dei progetti estrattivisti», aveva messo in guardia, tra molti altri, Karina Castañar, dell’Assemblea di Tupungato in difesa dell’acqua.

E le proteste, con tanto di minaccia di sospensione del Festival della vendemmia – una delle principali attrazioni turistiche della regione – erano così continuate, unendo un’intera popolazione attorno alla stessa causa: «la legge 7722 non si tocca», «l’acqua non è una merce». Persino i figli del governatore, secondo fonti vicine alla famiglia, si sarebbero pronunciati contro il provvedimento.

La capitolazione è avvenuta la sera del 27 dicembre, quando Suárez è apparso nuovamente in conferenza stampa, accompagnato da tutti i suoi ministri, per annunciare l’invio in parlamento del progetto di revoca della «ley minera»: «Evidentemente – ha detto – la legge non ha legittimità popolare».

Per festeggiare, però, dopo un fine settimana ancora nel segno delle mobilitazioni – talmente bassa la fiducia nelle autorità da indurre i manifestanti a non abbassare ancora la guardia – la popolazione ha atteso la giornata di ieri, quando prima il Senato e poi la Camera dei deputati hanno approvato il ritiro del provvedimento. Una vittoria piena, dunque, e dalle forti implicazioni in un paese estrattivista come l’Argentina.

Tant’è che l’eco delle proteste in Mendoza, insieme a un’ampia mobilitazione popolare al grido di «no vuol dire no», ha almeno per il momento scongiurato un analogo tentativo di introdurre lo sfruttamento minerario nella provincia di Chubut da parte del governatore Mariano Arcioni, alleato del presidente Fernández.

Dopo le voci di una possibile modifica della legge 5001, che nel 2003 ha proibito la «megaminería» nella provincia, il parlamento locale non si è infatti azzardato a trattare la questione nella sessione straordinaria del 27 dicembre. Ma la popolazione resta, opportunamente, vigile

05 – CARTOLINE DA UN DECENNIO. L’ATTIVISTA IESHIA EVANS DURANTE UNA MANIFESTAZIONE CONTRO LA VIOLENZA DELLA POLIZIA A BATON ROUGE, STATI UNITI, IL 9 LUGLIO 2016. (JONATHAN BACHMAN, REUTERS/CONTRASTO), di Ida Dominijanni, giornalista
All’ingresso negli anni venti del secolo scorso furono le flapper, donne giovani, indipendenti e anticonformiste, a imprimere il segno della gioia di vivere su un decennio che si sarebbe poi colorato di tinte funeree. Finita la grande guerra che le aveva emancipate forzosamente mettendole al lavoro al posto degli uomini spediti al fronte, scorciarono le gonne, si tagliarono i capelli e decisero che era venuto il momento di invadere la città e di godersi la vita, a costo di scandalizzare tutti i benpensanti dell’occidente che con quel termine, flapper, le stigmatizzavano come ragazzine di troppo facili costumi. Cominciava così, fra il gioco e la necessità, quella mutazione della specie che avrebbe smantellato il monopolio maschile della felicità pubblica e che da allora in poi non si è mai arrestata, dilagando dall’occidente a tutte le latitudini del pianeta.

Un secolo dopo delle flapper non c’è più bisogno: le cattive ragazze sono dappertutto, con gli orli e i capelli corti o lunghi, con desideri espliciti e ambizioni autorizzate, anche se la specie non ha ancora fatto i conti con questa mutazione e non manca di resisterle. Eppure sono di nuovo le donne a dare il segno del mutamento e della felicità pubblica a un passaggio di decennio per lo più marcato dall’incertezza e da passioni tristi.

I decenni, si sa, sono come il bicchiere del proverbio: li si può vedere mezzi vuoti o mezzi pieni. Di quello che sta per chiudersi è più facile enumerare i vuoti che i pieni, i moti retrogradi che gli sprazzi di futuro, i capovolgimenti inattesi che le promesse mantenute. Anche stavolta, intanto, c’è stata una grande guerra, non militare ma economica, con il suo corredo di morti, feriti, azzoppati, declassati, impoveriti, illividiti; qui in Europa non ne siamo ancora fuori, tanto meno in Italia, ed è pressoché certo che qui le cose non torneranno mai più com’erano prima e altrove chissà, se alla crisi economica aggiungiamo quella ambientale che toglie il respiro anche a quelle parti della terra dove il motore della crescita gira vorticosamente.

La crisi ci ha aperto gli occhi, trasformando la disillusione non sempre in rancore, paura e nostalgia ma anche in rivolta

C’è una crisi demografica, che precipita l’Europa in una vecchiaia senza ritorno a meno che non apra ai popoli che vengono dal sud quelle porte che oggi si ostina a tenere chiuse. C’è una crisi democratica, che capovolge in rancore l’illusione che la democrazia avrebbe messo tutto il mondo a regime e ne scombina tutti i piani, con capi impresentabili che spuntano ovunque e popoli gregari che ne inseguono false promesse e velleità di potenza. C’è una crisi tecnologica, anche qui con un rovesciamento del miraggio egualitario della rete nella presa d’atto dei suoi dispositivi gerarchici di sorveglianza, controllo, estrazione di lavoro e di valore. C’è una crisi, perfino, epistemologica, con l’appannarsi del confine fra vero e falso, informazione e fake news, lumi della ragione e buio delle credenze, che erode il nocciolo stesso dell’autodeterminazione e ci mette tutti nella condizione dell’angelo di Benjamin, con il futuro alle spalle e il progresso ridotto a una montagna di macerie. E potremmo chiuderla qui, con l’immagine di un decennio avvolto nella parola “crisi” variamente declinata ma riassumibile sotto il nome di crisi del neoliberalismo, e senza che se ne vedano le soluzioni o l’uscita.

Eppure, il bicchiere si può rovesciare, come fa Rebecca Solnit sul Guardian, invitandoci a guardare le cose da un’altra prospettiva. Perché proprio questa infilata di crisi ci ha aperto gli occhi, trasformando la disillusione non sempre in rancore, paura e nostalgia ma anche in rivolta, resistenza, immaginazione del futuro. Guardato da questa prospettiva, il decennio è attraversato da un filo rosso di movimenti che non smettono di ripresentarsi da ogni parte del mondo: Occupy Wall street, le primavere arabe, Black lives matter, il movimento sul cambiamento climatico dall’Artico all’Equatore, le piazze gremite degli ultimi mesi in America Latina, i gilet gialli in Francia. E il femminismo di ultima generazione dappertutto, dal Cile al Messico, dal Giappone alla Corea del Sud, dall’Europa all’India, dal Pakistan al Kenia, e da Hollywood alle periferie più sofferenti: una rivolta dentro la rivolta, come da sempre il femminismo si presenta, ad ammonire che non c’è ribellione contro la finanza, contro il capitalismo delle piattaforme, contro i dittatori, contro le polizie, contro i fondamentalismi, contro il razzismo, contro lo sfruttamento mortifero della natura, che non passi per lo smantellamento delle strutture profonde del dominio sessuale e per la tessitura di una diversa trama dell’io, del noi, delle relazioni umane. Non c’è uscita dalla razionalità neoliberale, che ha ridisegnato l’antropologia politica del mondo mettendo sul trono un individuo tanto proprietario, narcisista e competitivo quanto deprivato, isolato e infelice, senza ritessere la trama delle alleanze intersezionali fra quante e quanti in quell’individuo non si riconoscono.

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Conosciamo le obiezioni: questi movimenti spuntano e passano, non vincono, sono poca cosa rispetto alle torsioni verso destra dei popoli e degli elettorati. Ma i movimenti non vincono le elezioni, cambiano la testa e il cuore di chi li fa e di chi ne è contagiato; scavano in profondità, aprono l’immaginazione del presente e del futuro, rimettono al mondo la felicità pubblica dove imperano le passioni tristi; rilanciano il desiderio di politica dove la politica costituita agonizza; modificano, appunto, la prospettiva. Sotto questa prospettiva, la visione del decennio cambia: l’infilata delle crisi diventa un generatore imprevedibile di soggettività, e l’icona che meglio la condensa è quella di un maschio bianco impaurito che pretende di tornare sovrano erigendo barriere e confini circondato da una moltitudine di donne che glielo impediscono. Trump e il Metoo, Salvini e Carola Rackete, Putin e Olga Misik, i potenti della terra e Greta: cartoline da un decennio niente male.
Oggetto privilegiato di addomesticamento del neoliberalismo, le donne ne sono diventate la principale spina nel fianco, le frontwomen di una rivolta che i media mainstream riducono alla conta delle presidenze e delle onorificenze femminili ma che ha per posta in gioco un cambio di civiltà. Non ci sono tetti di cristallo da rompere ma basi sociali da ricostruire. Il gioco, nel decennio che verrà, si farà certamente più duro se non tragico come un secolo fa, ma giocato dalla parte giusta si annuncia anche gravido di buone promesse.

06 – Lula, i paradossi di una politica dalla parte degli ultimi. SCAFFALE. «La verità vincerà» edito da Meltemi è il libro sulla difesa giudiziaria del leader brasiliano, di Paolo Vittoria

«Non ha senso tentare di distruggere le mie idee perché già stanno planando e non c’è modo di arrestarle. I potenti possono uccidere una, due o tre rose, ma giammai impediranno l’arrivo della primavera e la nostra lotta è per la primavera». La voce roca e affaticata, occhi negli occhi commossi del suo popolo, l’emozione vibra nell’aria quando parla ai militanti del sindacato prima di essere trasferito in carcere.

LE METAFORE prendono forma nelle parole dell’operaio metallurgico, figlio di genitori analfabeti, da cui eredita una sintassi popolare dai colori straordinari. Lula comunica con la sua stessa presenza che rappresenta la storia di un Paese le cui abissali diseguaglianze, frutto di secoli di colonizzazione e sfruttamento, sono state decisamente affrontate dalle sue politiche.
La verità vincerà (Meltemi, pp. 254, euro 18) è la difesa politica e giudiziaria del leader più popolare della storia del Brasile, imputato in un processo il cui capo d’accusa reale sembra essere la lotta alla povertà. Durante i suoi governi, grazie ai programmi sociali, milioni di brasiliani sono usciti dalla condizione di miseria. La crescita economica ha reso possibili investimenti in settori produttivi e culturali. Si respirava un clima di entusiasmo; giovani delle favelas entrarono nelle università, furono creati campus universitari nelle zone più povere e isolate, borse di studio a studenti di origine afrobrasiliana o indigena. Ci sentivamo parte di un processo rivoluzionario per un Paese in cui l’istruzione è sempre stata un privilegio per pochi.

TUTTAVIA, nella cornice capitalista, la conoscenza può essere intesa come strumento di accesso ai beni di consumo e l’impressione era che ci stessimo integrando più a quel sistema che a una reale alternativa. I paradossi della politica di Lula, basata su una strategia di conciliazione di classe, erano vissuti nelle nostre aule, così come nelle zone rurali dove si rivendicava un processo radicale di riforma agraria mai avvenuto.
Lula chiuse il secondo mandato con quasi il 90% dei consensi, ma le contraddizioni della politica del Partido dos Trabalhadores andavano a spiazzare parte dei movimenti popolari ed erodere la base sociale. Si espandeva il malcontento, anche nella sinistra, per casi di corruzione di dirigenti del Pt. L’accesso ai beni individuali non implica un miglioramento di quelli comuni, come scuole, ospedali e trasporti. A dare la spallata, tuttavia, saranno gli ex alleati centristi che orchestrarono l’impeachment ai danni di Dilma Rousseff, accusata di aver richiesto, senza coinvolgere il Parlamento, prestiti alle banche per coperture di bilancio. Nessun caso di corruzione da parte sua, laddove i principali registi dell’impeachment – o golpe parlamentare – Eduardo Cunha e Michel Temer, saranno poi colti in fragrante con borse piene zeppe di banconote.

IL PROGETTO del Partido si infrange e i settori ultraconservatori conquistano il potere con Bolsonaro, smantellando i diritti dei lavoratori e impiantando una politica di repressione, oscurantismo e austerità. La scena diviene sempre più fosca con la politica di devastazione ambientale, ma potrebbe cambiare ancora con la recente liberazione di Lula dopo 18 mesi di carcere. Non si tratta di assoluzione definitiva dall’accusa principale costruita dal magistrato Sergio Moro, poi ministro della giustizia di Bolsonaro, che imputa a Lula di aver ricevuto in favore un appartamento mai abitato e per cui non ha firmato nulla. Il riconoscimento della verità giudiziaria è ancora lungo, ma le verità storiche sono più complesse e non si riducono ai diversi gradi di un processo.
Caro Lula, non sorprenderebbe se provassero a imbrigliarti alla vigilia delle prossime elezioni per sottrarti di nuovo le libertà politiche. Il tuo rivale non avrebbe altro modo per sconfiggerti, così come avvenne nel 2018. Si gongolerebbe all’idea di vederti di nuovo in carcere mentre lui simula liberamente l’uso di armi nei suoi comizi. Forse è solo una comprensibile diffidenza di chi vede trame e congiure laddove ci sono chiarissimi e legittimi processi oppure, chissà, la verità vincerà.

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