Presentato a Roma il romanzo di Chiara Ingrao “Migrante per sempre”

MIGRAZIONI Al Circolo del Ministero degli Esteri  

Vignali (Maeci): Questo romanzo intreccia in parallelo diverse dimensioni legate ai fenomeni migratori: quella di chi è nato in Italia e si è recato all’estero, la dimensione del ritorno, ma anche quella di chi arriva in Italia come immigrato

Ricci (Cgie): Chi emigra rimane un migrante per sempre, perché crea al suo interno delle mediazioni con l’ambiente che lo circonda e con le persone con le quali entra in contatto

Ingrao: La voglia di scrivere un libro come questo nasce da un profondo interesse verso l’esperienza migratoria e verso la questione delle identità multiple e dei conflitti identitari

ROMA – E’ stato presentato a Roma, presso il Circolo del Ministero degli Esteri, il romanzo “Migrante per sempre” di Chiara Ingrao, edito da Baldini e Castoldi nel 2019. Scrittrice e animatrice culturale nelle scuole, Ingrao ha lavorato come sindacalista, interprete, parlamentare, programmista radio, consulente su diritti delle donne e diritti umani: è impegnata da anni nel femminismo, nel pacifismo e nel movimento anti-razzista. Ispirato da una storia vera, il libro narra cinquant’anni di vita di Lina: una giovane emigrata dalla Sicilia, cresciuta in Germania e poi rientrata in Italia, più precisamente a Roma, dove la sua vita di migrante s’intreccia con quella degli immigrati giunti nel nostro Paese.

La presentazione è stata introdotta e moderata dal Presidente del Circolo degli Esteri, Luigi Maria Vignali, Direttore Generale per gli Italiani all’estero e le politiche migratorie del Maeci. “Questo romanzo intreccia in parallelo diverse dimensioni legate ai fenomeni migratori: quella di chi è nato in Italia e si è recato all’estero, anche in altre epoche, ma con le stesse motivazioni di chi parte oggi; quindi vi ritroviamo la dimensione del ritorno ma anche quella di chi arriva in Italia come immigrato”, ha affermato Vignali contestualizzando il tutto rispetto alle problematiche attuali dell’emigrazione italiana.“Nel libro troviamo un intreccio che unisce le due anime della migrazione: di solito si parla molto di migranti in arrivo in Italia mentre si tende a toccare solo marginalmente le questioni degli emigrati italiani. Negli ultimi sei anni si è registrato un incremento di un milione di persone nelle iscrizioni degli  italiani nelle anagrafi consolari. Le cifre ufficiali parlano di circa centoventimila partenze annue ma sappiamo che non sempre chi arriva all’estero s’iscrive subito all’Aire. Con la Brexit, per esempio, abbiamo recentemente scoperto che i nostri residenti nel Regno Unito sono il doppio di quelli che immaginavamo”, ha aggiunto Vignali. “Quindi gli italiani che sono all’estero – ha proseguito Vignali – sono molti di più di quanto le cifre non dicano e non è soltanto una fuga di cervelli, perché c’è sicuramente un 30% di laureati e tanti dottorandi, giovani italiani che abbiamo formato e sono costati a questo paese, ma ci sono anche tante altre persone di livello di istruzione medio basso. Vi sono anche interi nuclei familiari che si muovo e che se non sono adeguatamente preparati, ad esempio non conoscono la lingua, rischiano poi incappare nei circuiti di sfruttamento. Una situazione di cui dobbiamo acquisire consapevolezza e questo libro lo fa in maniera particolarmente interessate”.

“Non è una vicenda romanzata in chiaroscuro: quella narrata nel libro di Chiara Ingrao – spiega Vignali – è una storia vera e racconta le vicende reali legate alla migrazione. La storia inizia negli anni Sessanta, quando ancora è viva nella mente delle persone la triste vicenda delle miniere in Belgio. Nel libro si parla poi di emigrazione italiana in Germania con annesso tutto un senso di nostalgia della casa e della terra, una nostalgia che si esprime attraverso i ricordi, il cibo e la tradizione. Si parla anche di risentimento per quella Patria che ha tradito e dalla quale si è costretti a partire, un risentimento che ancora oggi anima i nostri giovani che partono; per fortuna questo sentimento si trasforma poi nella terza dimensione, la voglia di riscatto degli italiani, che riescono a farsi accettare e rispettare nella terra che li ospita, che hanno successo e in molti casi tornando in Italia”.

“E’ un libro  – ha concluso Vignali – in cui si ritrova la nostra storia e che spiega le ragioni che spingono a partire da un Paese come l’Italia che nei secoli ha sperimentato la migrazione e continua tuttora a sperimentarla. Per attualizzare il tema ricordo che recentemente è stato raggiunto, dalle rimesse degli italiani all’estero, una quota equivalente al mezzo punto percentuale del Pil: non accadeva da 1980 ”.

Rodolfo Ricci, membro del Comitato di Presidenza del Cgie, ha visto in questo romanzo uno strumento in grado di riportarlo alla sua esperienza di migrante che ha vissuto per quindici anni in Germania. “Si tratta di storie spesso molto intricate proprio per la questione legata alle diverse identità del migrante. Alla fine chi emigra rimane appunto un migrante per sempre, perché crea al suo interno delle mediazioni con l’ambiente che lo circonda e con le persone con le quali entra in contatto. Cerchiamo troppo spesso d’interpretare gli immigrati in base alla nostra cultura, focalizzandoci solo sull’immigrazione, mentre l’emigrazione italiana va a finire nell’oblio benché oltre trenta milioni di persone siano partite dall’Italia nell’arco di un secolo. Si tende in un certo senso quasi a cancellare il dolore dell’emigrazione”, ha spiegato Ricci narrando alcune storie legate alla sua conoscenza diretta del fenomeno migratorio italiano in Germania. “Nelle vicinanze di Duisburg mi è capitato per esempio d’incontrare intere comunità provenienti dalla Sicilia. A Colonia, Francoforte, Monaco e Stoccarda c’erano molti lavoratori provenienti dalla Sicilia: operai apprezzati e spesso premiati proprio per i miglioramenti nei processi produttivi, soprattutto nel settore automobilistico, realizzati grazie alle loro capacità”, ha aggiunto Ricci ricordando altresì le insidie insite nel sistema burocratico e nella stessa mentalità della Germania che, fino a poco tempo fa, ha quasi finto di non essere stato un Paese cresciuto grazie al contributo di decine di migliaia d’immigrati. La vita, ha rilevato Ricci, era tutt’altro che semplice per i cosiddetti “Gastarbeiter”, come venivano appunto chiamati i lavoratori giunti in Germania da altri Paesi: le difficoltà nell’inserimento nella società tedesca cominciava già dalle scuole per chi era figlio di una famiglia di emigrati e soprattutto per quanto riguarda i nostri connazionali che per molto tempo hanno vissuto, anche a causa della politica migratoria tedesca, l’esperienza migratoria come un disegno di vita provvisorio volto al rientro in Italia.

L’autrice del libro, Chiara Ingrao, ha spiegato come la voglia di scrivere un libro come questo nasca da un profondo interesse verso l’esperienza migratoria e verso la questione delle identità multiple e dei conflitti identitari. “Il mio primo romanzo raccontava la storia della guerra in Bosnia, dove un’italiana ospitava una sua amica di Sarajevo; poi ho scritto un libro per ragazzi, avente come protagonista una bambina d’origine africana che viveva a Roma. Sono arrivata a quest’ultimo romanzo grazie a un incontro speciale con una persona che mi ha raccontato la sua esperienza di vita in Germania, ossia la protagonista del libro alla quale ho dato il nome di Lina”, ha spiegato l’autrice. “Il padre di Lina ha attraversato da clandestino la frontiera di Ventimiglia. E’ la testimonianza che, certamente, noi emigravamo legalmente ma c’erano anche persone che tentavano la sorte da clandestini, proprio come il padre di questa persona: dapprima in Francia e poi in Germania. L’impatto di Lina con l’emigrazione è legato al senso dell’abbandono: dopo il padre anche la madre, infatti, decide di partire; quindi, alla fine, diventa migrante lei stessa seguendo i genitori. Nel libro troviamo un concentrato d’identità diverse ma anche la questione della migrazione femminile, spesso accompagnata da una sorta di lacerazione iniziale nel rapporto tra madre e figli; infine emerge la volontà di autoaffermazione femminile, tipica delle donne operaie e non necessariamente di quelle degli ambienti intellettuali. Credo che il messaggio fondamentale sia quello di riuscire a vedere le persone dal lato umano ed empatico, evitando la disumanizzazione verso i migranti in generale visti come invasori”, ha aggiunto Ingrao che ha spiegato la scelta di usare il dialetto siciliano in diverse parti del libro. “Ho antiche origini siciliane da parte dei bisnonni; tuttavia non ho mai parlato siciliano e non avevo alcuna conoscenza della lingua. Lina, nel raccontarmi gli eventi emotivamente più pregnanti per lei, utilizzava il dialetto siciliano. Per me è stato difficile l’approccio con questa lingua tanto che ho richiesto l’aiuto della protagonista, anche perché esistono diverse sfumature di dialetti siciliani. Per Lina la conquista dell’italiano è stata parte della lotta per affermarsi, così come farà con il tedesco”, ha evidenziato Ingrao. Da segnalare fra i vari interventi del dibattito anche quello del giornalista Lorenzo Colantoni, autore insieme al fotoreporter Riccardo Venturi, del volume “Italiani di Germania”. Colantoni, affrontando il cosiddetto “mito del ritorno” in Italia, ha voluto sottolineare come questo concetto fosse molto più forte e sentito nella vecchia emigrazione, ossia quella postbellica, rispetto all’attuale emigrazione definita anche come “nuova mobilità”.

 

(Simone Sperduto/Inform)

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