FRANCIA: GIOVE DEVE ANDARSENE

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di Sandro De Toni

Quale governo inaugurerà i giochi olimpici che inizieranno a Parigi il 26 luglio prossimo con una sfilata sulla Senna di battelli con a bordo le squadre nazionali? Probabilmente un governo dimissionario, quello di Gabriel Attal, mentre l’incaricato da Emmanuel Macron di formare il nuovo governo proseguirà gli incontri ed i negoziati alla luce dei risultati del secondo turno delle elezioni legislative del 7 luglio. Una cosa è certa, Giove, come Macron si è autodefinito nel suo ruolo di presidente, dovrà scendere dall’Olimpo e fare i conti con la Francia reale che gli ha voltato le spalle. “Ora e sempre … desistenza!”, questa è stata la parola d’ordine di un composito “front républicain” che ha dato i suoi frutti ma che certo non ha delineato un vero progetto politico.

A sorpresa il Nouveau Front Populaire (Nfp) è risultato primo con 195 deputati, conteggiando anche gli eletti indipendenti di sinistra, di fronte al campo macroniano che passa dai 250 parlamentari del 2022 ai 168 attuali (erano 351 nel 2017). La coalizione centrista deve comunque un centinaio di eletti alle desistenze dei candidati della sinistra. Il Rassemblement national (Rn) pur crescendo da 89 a 143 deputati, non raggiunge né la maggioranza assoluta (289 seggi) né quella relativa. I Républicains (Lr), malgrado la scissione da destra di Éric Ciotti, salvano il mobilio con 56 eletti mentre ne avevano 61 prima della dissoluzione dell’Assemblea. Tutto merito delle desistenze, della disciplina repubblicana delle forze di sinistra, molto meno della coerenza dei macroniani e dei gollisti. Nessun schieramento ha la maggioranza assoluta. Ritorna centrale il ruolo dell’Assemblea nazionale ancor più legittimata da una partecipazione record alle elezioni del 66,7%, mezzo punto in più rispetto al primo turno ed una ventina rispetto al 2022.

Adesso comincia il difficile avendo presente due tappe: una possibile, per nuove elezioni legislative che si potranno tenere solo fra un anno, l’altra sicura, la madre di tutte le battaglie, l’elezione presidenziale del 2027. Queste scadenze spiegano in larga misura tutte le mosse sullo scacchiere politico. Il Rn si lecca le ferite ma rimane molto forte, punta tutto sull’instabilità politica e sul bersaglio grosso: Marine Le Pen all’Eliseo. Il suo risultato ha patito decine di candidature improponibili, apertamente razziste, islamofobiche, antisemite, le dichiarazioni contro i bi-nazionali (3,5 milioni in Francia) e l’impreparazione palese dei suoi quadri dirigenti dietro la bella presenza del suo candidato a premier, il ventottenne Jordan Bardella. Denunciando il “patto indegno” e “il partito unico dai gollisti ai trotskisti” (si, anche quest’ultimi hanno aderito al Nfp) che ha scippato loro la vittoria, continueranno a dare voce, se la sinistra non riuscirà a tornare tra questi ceti popolari, alla Francia degli invisibili, degli impoveriti, dei dimenticati dalla globalizzazione che si sentono da decenni disprezzati, marginalizzati e che odiano i “parigini”: deindustrializzazione, crisi del piccolo commercio e dell’artigianato, agricoltori in rivolta contro le politiche green declinate con modalità antisociali, aumento delle tasse sui carburanti fossili mentre si toglie l’imposta sui patrimoni finanziari. Sono gli eredi dei gilets jaunes ai quali non sono state date vere risposte, mentre i servizi pubblici a partire dalla sanità hanno abbandonato i territori rurali e la Francia minore delle piccole città dove vivono milioni di persone.

Chi la dura la vince, si potrebbe dire guardando alla situazione nei due blocchi arrivati per primi. Il tentativo palese dei macronisti è quello di raggrumare una maggioranza sia pure relativa intorno ad Ensemble!, la coalizione che elesse Macron all’Eliseo. Ma nel campo presidenziale tutti prendono le distanze dal Presidente e si dividono attorno ad un quesito: occorre proporre o meno alla sinistra una coalizione? Edouard Philippe, ex primo ministro e leader di Horizons, uno dei partiti macroniani, che vorrebbe presentarsi candidato alle elezioni presidenziali, propone un’alleanza di destra con i repubblicani (insieme sulla carta si tratterebbe di circa 235 deputati) guidata dall’ex-ministro dell’Interno, Gérald Darmanin, ma sconterebbe una spaccatura del suo campo e probabilmente anche tra i gollisti. Gabriel Attal, ex primo ministro ed ex socialista, vuole invece negoziare con la sinistra non insoumise un accordo di governo che faccia della lotta al cambiamento climatico una priorità assoluta, una maniera per evitare di parlare di altri scottanti dossier a partire da quello riguardante la riforma delle pensioni.

La gauche soddisfatta di questo risultato inatteso per ora tiene; da Jean-Luc Mélenchon à François Hollande passando per Olivier Faure, segretario del Partito socialista (Ps) e Marine Tondelier, presidente dei verdi, tutti ribadiscono il grande valore dell’unità raggiunta e mettono in primo piano il programma del Nfp. Mélenchon ha chiesto a Macron di affidare l’incarico di costituire il governo ad un esponente del Fronte per formare un esecutivo che attui i punti principali delle loro proposte: da subito pensione di nuovo a 62 anni, aumento del salario minimo a 1.600 euro netti al mese, blocco di alcuni prezzi di beni di consumo e delle tariffe di gas e luce, ampia riforma per ovviare ai deserti sanitari della Francia rurale e periurbana, ripristino della tassazione sulle ricchezze finanziarie, rispetto dei diritti delle donne e degli immigranti e così via. Tra le righe si percepisce la volontà da parte di qualcuno di confrontarsi, pur partendo dai punti programmatici della sinistra, con alcuni esponenti macroniani. Impresa particolarmente difficile visto che si chiede loro di rinnegare alcune delle riforme faro dei loro governi. Come che sia il Front populaire si è impegnato ad indicare in settimana un nome per l’incarico da primo ministro.

È vero, il Nfp ha incrementato i suoi voti passando dai 138 seggi della Nupes (Nouvelle union populaire écologique et sociale) ai 182 eletti del Nfp ai quali vanno aggiunti altri 13 deputati orientati a sinistra. Ma i rapporti di forza si sono riequilibrati perché Lfi rimane sostanzialmente stabile, i socialisti eleggono 59 parlamentari (il doppio anche a causa della desistenza selettiva dei candidati di centro e di destra che ha penalizzato Lfi), i verdi 28 e i comunisti solo 9. Lfi conosce anche il distacco di cinque suoi esponenti di primo piano guidati da François Ruffin e Clémentine Autain che contestano la guida di Mélenchon. Si tratta di un disaccordo che riguarda la mancanza di democrazia interna, la messa in disparte dei dissidenti e la non sufficiente attenzione alla Francia che vive fuori dalle grandi città e dalle periferie urbane. Sarebbe un grave errore per la sinistra, sostengono, mettere i ceti popolari delle banlieue contro i perdenti della globalizzazione. Come dice Ruffin: “dobbiamo unire gli abitanti dei borghi e quelli delle torri” (le case di edilizia popolare delle banlieue).

Va decostruito il blocco sociale del Rn per costruire una nuova maggioranza di sinistra stabile che superi anche alcuni aspetti di alleanza solo elettorale del Nfp. C’è comunque da considerare che dopo il fallimento dei socialisti ed in particolare della presidenza di François Hollande, la sinistra sarebbe sparita nelle elezioni del 2022 se Mélenchon non l’avesse salvata proponendo la Nupes che consentì a tutti i partiti della gauche di ottenere una rappresentanza parlamentare. Ora ha ripetuto l’operazione salvataggio con la proposta del Front populaire. La visione di Mélenchon è quella di una “Nuova Francia” creola e multietnica, “il cui cuore siano i quartieri popolari dove vive la maggioranza dei suoi giovani che sono la parte più importante della società. Gli altri vogliono dividere i francesi, noi vogliamo unirli”.
Mentre Parigi viene addobbata per celebrare in pompa magna la festa dello sport, difficilmente la sola fiamma olimpica darà conforto ad un paese così lacerato.

 

 

 

 

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