La distruzione di Gaza e il mondo arabo: Intervista a Elisa Ferrero, docente di Lingua Araba all’Università Cattolica di Milano

A tre mesi dall’attacco di Hamas del 7 ottobre scorso e dalla brutale reazione di Israele che sta distruggendo Gaza, incontriamo Elisa Ferrero, torrese, che insegna Lingua Araba all’Università Cattolica di Milano.
Collaboratrice della rivista internazionale Jusur. A quarterly intercultural magazine [Ponte, in italiano], promossa dalla Muslim World League, la Lega musulmana mondiale. Elisa Ferrero è un’interlocutrice privilegiata per capire cosa stia succedendo nel mondo arabo e musulmano.

Elisa Ferrero: Il mio punto di vista non è quello di un’analista politico, mi occupo di didattica della lingua araba, traduzione, letteratura. Quello che ho visto, a partire dal 7 ottobre e dall’attacco a Gaza, è una ferita, che non è nuova, ma che adesso è più profonda nel mondo arabo. C’è uno stato di choc per il comportamento, non tanto di Israele, quanto dell’Occidente, che non sta facendo nulla per fermare questa aggressione a Gaza.
L’Occidente ha condannato fermamente gli attacchi di Hamas del 7 ottobre, ma è come se uscissero dal niente, dal vuoto, senza una storia di settantacinque anni. Lo choc è grandissimo anche per quella parte del mondo arabo che possiamo definire laica, che non fa riferimento ai movimenti islamisti come Hamas (che è una filiazione della Fratellanza musulmana, diffusa un po’ in tutti i paesi arabo-islamici) e che quei movimenti ha combattuto: il mondo degli artisti, degli intellettuali, anche di alcuni politici, degli attivisti per i diritti umani, ma anche tra la gente semplice che non milita nei gruppi islamisti. Da queste persone, la situazione di oggi è vissuta come un tradimento, un ulteriore tradimento dell’Occidente. Tra Occidente e mondo arabo c’è una storia pesante che riguarda il colonialismo, però l’Occidente e in particolare l’Europa, ha sempre rappresentato il mondo dei diritti e delle libertà: ora, vedere che quei diritti, quelle libertà, così tanto propagandate e studiate, non si applicano al caso palestinese, questo è vissuto come un tradimento, crolla un mito, e viene sentito come una offesa profonda della propria umanità. Si pensa: “Come palestinese, come arabo, allora io valgo di meno”. Questo attacco ai palestinesi è stato vissuto come qualcosa che riguarda tutto il mondo arabo. Vedere il silenzio, l’immobilità totale, è uno choc. E il sentimento di tradimento si trasforma lentamente in rabbia. La domanda è: cosa porterà tutto questo.
Poi, il mondo arabo è anche in casa, io ho diversi studenti arabi, vedo come sono arrabbiati anche loro. E questo si estende agli arabisti: gli studenti di arabo sono abbastanza scioccati anche loro, perché sono colpiti dagli stessi pregiudizi che subiscono gli arabi e non hanno gli strumenti per rispondere. A ottobre la domanda è stata quella di avere gli strumenti per capire meglio questa storia, perché i genitori o gli studenti di altre facoltà sostengono Israele e che sia giusta questa guerra contro Gaza e loro non sono d’accordo. Questa è una macchia che resterà a lungo.

 

Se si sente il tradimento dell’Occidente, qual è il sentimento dei palestinesi nei confronti dei paesi arabi e musulmani, che stanno assistendo al massacro di Gaza con interventi poco efficaci, a cominciare dall’Egitto?

Elisa Ferrero: Fra i palestinesi, la profonda delusione non è solo verso i paesi occidentali, ma anche verso i paesi arabi, dai quali ci si aspettavano delle reazioni forti, come il bloccare le esportazioni del petrolio. Non è stato fatto. C’è senz’altro una critica forte agli stati arabi, che hanno una posizione di debolezza nei confronti degli Stati Uniti, per i rapporti commerciali, finanziari, per relazioni che non possono essere interrotte senza conseguenze. Il fattore americano è quello che blocca i paesi arabi. L’Egitto è in una situazione particolarmente complicata. L’Egitto ha un trattato di pace con Israele che risale alla guerra del 1973, una pace fredda, ma dopo quel trattato ci sono stati rapporti commerciali e una collaborazione in Sinai per proteggere l’Egitto da infiltrazioni jiadhiste provenienti anche da Gaza, anche da Hamas. L’Egitto è quindi coinvolto più di ogni altro paese, svolge il ruolo quotidianamente di mediatore per arrivare a una tregua stabile (cosa che finora, purtroppo, è fallita) e nel frattempo è impegnato nel soccorrere la popolazione di Gaza come può. Israele ha impedito l’accesso di molti aiuti, bombardando il valico di Rafah e comunque Israele controlla chi esce dalla Striscia di Gaza. Tutti gli aiuti internazionali, passano attraverso la Mezzaluna rossa egiziana, arrivano in Egitto e inoltre l’Egitto sta accogliendo chi, poco alla volta, esce da Rafah, in primo luogo ha accolto e ha salvato i bambini nati prematuri, evacuati dagli ospedali, che ora sono al Cairo. Sta lavorando per ritrovare i genitori o almeno i familiari dei bambini feriti o in fuga, per farli uscire da Gaza. Ma anche qui tutto va a rilento, perché ci vuole il permesso di Israele. Ma l’Egitto non vuole assolutamente che la soluzione della guerra a Gaza sia lo trasferimento della popolazione palestinese in Sinai, in Egitto, come vorrebbe Israele. Su questo l’Egitto è irremovibile, la popolazione si ribellerebbe, e per i palestinesi vorrebbe dire perdere definitivamente la loro terra, cosa che non vogliono. Anche la Giordania è preoccupata per questo, nessuno vuole accogliere in toto la popolazione palestinese di Gaza, perché sa che non tornerà mai indietro. E il problema adesso è che comunque ci sono un milione e mezzo di sfollati che non hanno più una casa a cui tornare, anche se potessero.

 

Hamas con l’azione del 7 ottobre ha certamente ottenuto l’obiettivo di bloccare lo sviluppo degli accordi di Abramo, tra Israele, paesi arabi e Stati Uniti, e di rimettere al centro del dibattito internazionale la questione palestinese, seppur in modo drammatico, che Israele aveva di fatto rimosso negli ultimi anni. Forse anche la vostra rivista, Jusur, nasceva all’interno di un clima che sembrava più disteso in Medio Oriente fino al 7 ottobre.

Elisa Ferrero: In realtà è dalla primavera almeno che la situazione andava degenerando, specialmente in Cisgiordania. Io insegno anche Lingua araba dei mass media e bastava seguire le notizie in arabo per capire che la situazione non era tranquilla. Non sapremo mai se davvero se l’Arabia Saudita avrebbe concluso l’accordo con Israele, perché Bin Salman, principe ereditari saudita, aveva chiesto garanzie per i palestinesi e non c’era molta fiducia…

In primavera i palestinesi di Cisgiordania erano in stato di sommossa a causa dei nuovi insediamenti di nuove colonie, progetti che avrebbero di fatto spezzato in due la Cisgiordania. C’era stato un attacco israeliano al campo di Jenin. Alcuni paesi come gli Emirati Arabi Uniti cercavano, per motivi politici ed economici, questi accordi con Israele, ma la situazione non era affatto tranquilla e non è stata una sorpresa che sia deflagrata.
Il modo, i tempi, quelli sì. Ma, vedendola dalla prospettiva araba, la situazione non era una situazione sostenibile.

 

Dopo l’attacco del 7 ottobre e dopo la risposta senza misura di Israele, si è tornati a parlare della ipotesi “due popoli due stati”, anche da parte americana. Ti sembra una prospettiva credibile, realistica? O è ormai una fantasia occidentale, una proposta per non fare nulla?

Elisa Ferrero: Infatti è percepita così nel mondo arabo questa proposta di “due popoli due stati”, un modo per mantenere lo status quo e permettere a Israele di occupare più terra possibile illegalmente. La Cisgiordania è una groviera, piena di colonie, per farne uno stato bisognerebbe espellere migliaia di coloni. E chi lo fa? Ci vuole un’azione forte. Mi sembra infattibile. Mi sembra una soluzione “buonista”, chi la enuncia sembra che non parteggi né per l’uno né per l’altro. Resterebbe l’idea di uno stato per due popoli, ma con l’odio che si sta coltivando, anche questo mi sembra difficile. Ci vorrebbe un progetto anche rieducativo, di riconciliazione lunghissimo…

 

Un modello sudafricano.

Elisa Ferrero: Non so quale abile diplomatico o politico possa trovare una situazione. La soluzione “due popoli due stati” sarebbe accettabile da parte araba se Israele tornasse ai confini definiti dalle risoluzioni Onu. Quando Israele dice che i paesi arabi non lo riconoscono come stato, la risposta araba è “con quali confini”? e sul campo, il movimento espansivo dei coloni non è mai stato fermato. Non si vede una soluzione immediata di alcun modo. Al momento è già tanto se si arriva a un cessate e il fuoco e poi a cominciare a ragionare su come costruire su queste macerie. Sarà dura. I palestinesi non hanno nessuno che li sostenga. Finché Israele ha il sostegno degli Stati Uniti, i palestinesi muoiono lentamente. Vivono all’estero, c’è una grande diaspora palestinese che è intenzionata a mantenere la memoria e a continuare a lottare per i propri diritti, per la propria terra. Anche se fossero tutti espulsi da Gaza e dalla Cisgiordania, non finirebbe la cultura, la memoria e la storia dei palestinesi.

 

FONTE: Qualcosa di Sinistra

 

 

 

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