PIANGERE SU GERUSALEMME

di Raniero La Valle

Dinanzi allo scempio che dilania la Palestina, apriamo il Vangelo e leggiamo che Gesù, ebreo di Galilea, salendo a Gerusalemme, alla vista della città pianse su di essa dicendo: “Gerusalemme, se tu avessi conosciuto ciò che giova alla tua pace!”. Così oggi, come allora Gerusalemme non ha capito dove fosse la sua pace, ha creduto che fosse nella vittoria, mentre la guerra ora caduta su di lei è proprio il salario della vittoria.

Aveva vinto infatti Israele, o almeno così credeva, tanto che i partiti religiosi erano saliti al potere, dimentichi dei moniti a “non forzare il Messia”, e Netaniahu aveva istituito un “governo di annessione ed esproprio”, come scrive Haaretz, e anche il diritto interno era stato piegato, e le difese allentate, come se la pace fosse stata raggiunta, l’atto di fondazione fosse stato innocente e il problema palestinese fosse ormai cancellato e risolto.

A Israele non era bastato vincere tornando nella terra dei padri. Non era bastato occupare la Cisgiordania, non era bastato riaprire i kibbutz che ne erano stati espulsi, non era bastato aprire le terre occupate ai coloni, non era bastato demolire le case dei palestinesi e segregarli oltre muri e chekpoint, non era bastato salire a sfidarli sulla spianata delle Moschee, non era bastato sigillare le frontiere di Gaza e colpirla di embargo, come ora l’affama, le toglie l’acqua e la luce. Israele voleva ormai anche negare, come ha fatto il suo ministro delle finanze Bezalel Smotrich in piena Europa, a Parigi, che i palestinesi esistano: «non esiste un “popolo palestinese”», aveva detto, si tratterebbe di una «finzione» elaborata un secolo fa per lottare contro il movimento sionista; dunque, causa finita.

Non ha capito Israele ciò che Raimundo Panikkar aveva letto in quei circa 8000 trattati di pace, scritti anche sui mattoni, che si sono susseguiti nella storia da prima di Hammurabi ai giorni nostri: che la pace non si raggiunge mai con la vittoria, sicché mentre l’inchiostro o i mattoni sono ancora freschi, già si approntano le lance e i cannoni, e prima o poi il vinto risorge e si vendica. Perciò Israele piange ora sulla vittoria e il rischio è che voglia vincere ancora, e procacciandosi sicurezze ancora maggiori, e devastanti per gli altri, quando il primo a piangere, nella sua tomba, è il premier Rabin, che al suo popolo voleva dare e stava per dare un’altra pace, fondata sulla riconciliazione e sul rispetto l’uno del volto dell’altro (secondo l’invito dell’ebreo Levinas), israeliani e palestinesi insieme: ma prima che la pace fiorisse, e perché non fiorisse, fu abbattuto da fuoco amico.

Non erano mancate altre voci che a Israele avevano indicato un’altra strada, e voci che addirittura venivano da reduci del genocidio nazista, scampati alla Shoà, come Yehuda Elkana, illustre filosofo e storico della scienza in Israele. Nato in Serbia, aveva raccontato su Haaretz (2.3.1988) di essere stato portato con i suoi genitori ad Auschwitz a soli dieci anni, di essere sopravvissuto all’Olocausto, liberato dall’Armata Rossa e poi immigrato in Israele nel 1948 dopo aver passato alcuni mesi in un “campo di liberazione russo”. E aveva scritto: “Dalle ceneri di Auschwitz sono emerse una minoranza che afferma che “questo non deve accadere mai più” e una maggioranza spaventata e tormentata che dice “questo non deve accaderci mai più.” É evidente che, se queste sono le uniche lezioni possibili, io ho sempre creduto nella prima e considerato l’altra una catastrofe… Se l’Olocausto non fosse penetrato così profondamente nella coscienza nazionale, dubito che il conflitto tra israeliani e palestinesi avrebbe condotto a così tante “anomalie” e che il processo politico di pace si sarebbe trovato oggi in un vicolo cieco.…”.

E in Italia Bruno Segre, nel raccontare in una lunga intervista “Che razza di ebreo sono io”, ha denunciato l’uso strumentale della memoria della Shoah, come si mostrò nella “menzogna raccontata senza pudore” al Congresso sionista mondiale nell’autunno 2015 dal premier Netanyahu, secondo la quale l’idea della Shoah sarebbe stata suggerita a Hitler da Amin al-Husseini, il gran muftì di Gerusalemme. Una bugia “inventata dal premier israeliano – ha detto Segre – per insinuare l’idea che la colpa della Shoah vada attribuita ai palestinesi”, e che vi fosse una continuità fra la Shoah e l’intifada.

E ha scritto Ali Rashid, palestinese a Roma: “Come in una “discarica”, sono finiti a Gaza gli abitanti della costa meridionale della Palestina, vittime della pulizia etnica. Secondo i nuovi storici israeliani, per svuotare ogni città o villaggio palestinese furono compiuti piccoli o grande massacri, lo stesso è avvenuto nei luoghi dove sono sorte le nuove città e insediamenti intorno a Gaza che sono stati teatro degli ultimi eccidi compiuti da noi palestinesi. Mi addolora il fatto che abbiamo adottato il terrore e l’orrore che abbiamo subito per affermare il nostro impellente diritto alla vita. Ma questa catena di morte è inarrestabile? Eppure una volta eravamo fratelli.”

Noi dunque piangiamo con Israele su Gerusalemme, la città divisa che pur unisce due popoli nel dolore, e li abbracciamo nello stesso amore. Ma non così possono piangere quanti hanno concorso alla sciagura di oggi, facendo propria e promulgando senza remore l’ideologia della vittoria, incurante della giustizia e tributaria solo della forza.

 

 

 


 

 

CRYING OVER JERUSALEM

by Raniero La Valle

Faced with the havoc that is tearing Palestine apart, let us open the Gospel and read that Jesus, a Jew from Galilee, going up to Jerusalem, at the sight of the city wept over it, saying: “Jerusalem, if you had known what is good for your peace!” So today, as then Jerusalem did not know where her peace was, she believed it to be in victory, whereas the war that has now fallen upon her is precisely the wages of victory.

In fact, Israel had won, or so it believed, so much so that the religious parties had come to power, oblivious to the warnings not to “force the Messiah”, and Netaniahu had set up a “government of annexation and expropriation”, as Haaretz writes, and even domestic law had been bent, and defences loosened, as if peace had been achieved, the founding act had been innocent, and the Palestinian problem had now been erased and resolved.

It was not enough for Israel to win by returning to the land of the fathers. It had not been enough to occupy the West Bank, it had not been enough to reopen the kibbutzim that had been expelled from it, it had not been enough to open the occupied lands to settlers, it had not been enough to demolish the homes of Palestinians and segregate them beyond walls and chekpoints, it had not been enough to go up and challenge them on the Esplanade of Mosques, it had not been enough to seal Gaza’s borders and hit it with an embargo, as it now starves it, takes away its water and light. By now, Israel also wanted to deny, as its finance minister Bezalel Smotrich did in the middle of Europe, in Paris, that the Palestinians exist: “there is no such thing as a ‘Palestinian people'”, he had said, it would be a “fiction” devised a century ago to fight against the Zionist movement; therefore, cause over.

Israel has not understood what Raimundo Panikkar had read in those 8,000 or so peace treaties, also written on bricks, that have followed one another in history from before Hammurabi to the present day: that peace is never achieved by victory, so that while the ink or the bricks are still fresh, spears and cannons are already being prepared, and sooner or later the vanquished rises again and takes revenge. That is why Israel is now weeping over the victory, and the risk is that it wants to win again, and to procure even greater security, and devastating for others, when the first to weep, in his grave, is Prime Minister Rabin, who wanted to give and was about to give his people another peace, based on reconciliation and respect for each other’s faces (according to the invitation of the Jew Levinas), Israelis and Palestinians together: but before peace could blossom, and because it did not blossom, he was shot down by friendly fire.

There had been no lack of other voices pointing Israel in another direction, and voices that even came from veterans of the Nazi genocide, survivors of the Shoah, such as Yehuda Elkana, a distinguished philosopher and historian of science in Israel. Born in Serbia, he had recounted in Haaretz (2.3.1988) how he had been taken with his parents to Auschwitz when he was only ten years old, how he had survived the Holocaust, liberated by the Red Army and then immigrated to Israel in 1948 after spending a few months in a ‘Russian liberation camp’. And he wrote: “Out of the ashes of Auschwitz emerged a minority that says “this must never happen again” and a frightened and tormented majority that says “this must never happen to us again.” It is evident that, if these are the only possible lessons, I have always believed in the first and considered the other a catastrophe… If the Holocaust had not penetrated so deeply into the national consciousness, I doubt that the conflict between Israelis and Palestinians would have led to so many “anomalies” and that the political peace process would have found itself in a dead end today.…”

And in Italy, Bruno Segre, in recounting in a long interview “What kind of Jew am I”, denounced the instrumental use of the memory of the Shoah, as shown in the “lie shamelessly told” at the World Zionist Congress in the autumn of 2015 by Prime Minister Netanyahu, according to which the idea of the Shoah was suggested to Hitler by Amin al-Husseini, the Grand Mufti of Jerusalem. A lie “invented by the Israeli premier,” Segre said, “to insinuate the idea that the blame for the Shoah should be attributed to the Palestinians”, and that there was continuity between the Shoah and the intifada.

And wrote Ali Rashid, a Palestinian in Rome: ‘Like in a “rubbish dump”, the inhabitants of the southern coast of Palestine, victims of ethnic cleansing, ended up in Gaza. According to the new Israeli historians, small or large massacres were carried out to empty every Palestinian town or village, the same happened in the places where the new towns and settlements around Gaza were built, which were the scene of the latest massacres carried out by us Palestinians. It pains me that we have adopted the terror and horror we have suffered to assert our compelling right to life. But is this chain of death unstoppable? Yet we were once brothers.”

So we weep with Israel over Jerusalem, the divided city that yet unites two peoples in sorrow, and we embrace them in the same love. But not so weep those who have contributed to today’s misfortune, embracing and promulgating without hesitation the ideology of victory, heedless of justice and tributary only to force.

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1 commento

  1. Gran articolo, che permette di capire un po meglio la posizione di tanti abitanti di Israele.Spero che sia letto da tanti e che le nuove generazioni affermino con forza: Che la Shoah non accada mai più…a nessuno!!!

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