n°17- 29/04/23-RASSEGNA DI NEWS AZIONALI E INTERNAZIONALI. NEWS DAI PARLAMENTARI ELETTI ALL’ESTERO

01 – La Senatrice La Marca (Pd)* “ risposta del Maeci insoddisfacente per quanto riguarda il voto degli italiani residenti extra UE”
02 – Andrea Colombo*:grosso guaio a destra. Il governo va sotto e meloni si infuria. Non passa lo scostamento di bilancio: assenti 45 deputati della maggioranza (18 giustificati). Giorgetti: «non si rendono conto»
03 – Roberto Ciccarelli *: «Molto più del reddito di cittadinanza: salari, casa, giustizia sociale»
LA PROTESTA. Nascono i comitati per l’estensione incondizionata di un diritto all’esistenza.
04 – Roberto Ciccarelli*: Il primo maggio in piazza a Roma contro il taglio al «reddito di cittadinanza»
05 – Alessandro Calvi*: Sul fascismo la destra sfida Sergio Mattarella. Non ce l’ha fatta. Antifascismo, la parola che tutti aspettavano di ascoltare da lei, l’unica parola che valga davvero la pena di essere pronunciata nel giorno in cui si celebra la liberazione dell’Italia dalla dittatura fascista e dall’occupazione nazista, Giorgia Meloni l’ha taciuta. Ancora una volta.
06 – Pierre Haski*: Il Cile riporta le risorse minerarie sotto il controllo statale. La parola “nazionalizzazione” è scomparsa da tempo dal discorso politico.
07 – Clark McAllister*: Karl Marx e l’inchiesta operaia. Storia, ricezione e prospettive politiche.
https://notesfrombelow.org/issue/karl-marxs-workers-inquiry

 

 

01 – LA SENATRICE LA MARCA (PD) “ RISPOSTA DEL MAECI INSODDISFACENTE PER QUANTO RIGUARDA IL VOTO DEGLI ITALIANI RESIDENTI EXTRA UE”
«Diverse settimane addietro ho presentato un’interrogazione parlamentare, rivolta ai Ministri degli affari esteri e della cooperazione internazionale per gli affari europei, il Sud, le politiche di coesione e il PNRR inerente la riscontrata impossibilità di alcuni cittadini iscritti all’AIRE di esprimere il loro diritto di voto alle elezioni europee, chiedendo se ne fossero al corrente e, nel caso, quali iniziative intendessero intraprendere al fine di garantire l’esercizio di tale diritto. Ma la risposta che è giunta in queste ore è assolutamente insoddisfacente » ha dichiarato la senatrice del Partito Democratico Francesca La Marca, eletta nella circoscrizione estera ripartizione America Settentrionale e Centrale.

L’interrogazione parlamentare chiedeva, appunto, quali misure il Ministero intendesse intraprendere per venire incontro ai migliaia di cittadini italiani residenti all’estero che non riuscivano, malgrado esso sia un diritto sancito dalla Costituzione, a esprimere le loro preferenze di voto alle elezioni europee.

« La risposta che mi è stata recapitata dimostra quanto l’attuale governo non tenga in alcuna considerazione gli italiani all’estero, trattandoli a tutti gli effetti come cittadini di “serie B” – ha dichiarato la senatrice La Marca – Non possiamo aggrapparci ancora a leggi vecchie decenni, che rendono impossibile un diritto come il voto se si risiede in uno stato extra-Ue, nonostante si sia cittadini italiani a tutti gli effetti ».

Infatti, la replica del MAECI riferisce che allo stato attuale la legge prevede la partecipazione al voto dei connazionali iscritti all’AIRE, solo se essi risiedono in uno degli Stati membri dell’Unione Europea. Mentre, per i connazionali residenti nei Paesi extra-Ue, è possibile votare solo se ci si reca fisicamente in Italia presso il proprio comune di iscrizione elettorale.

« E’ chiaro che diventa impossibile, per migliaia di cittadini italiani residenti all’estero, sotto diversi aspetti fra cui anche quello economico, rientrare in Italia per esprimere il proprio voto. Servono misure urgenti, perché a lungo andare quello che si ricaverà da questo atteggiamento sarà un ulteriore disinteresse per la politica. Evidentemente questo governo non ha assolutamente a cuore le necessità degli italiani all’estero, che considera corpi estranei allo scenario politico nazionale », ha concluso la senatrice La Marca.
*(Sen. Francesca La Marca – Ripartizione Nord e Centro America/Electoral College – North and Central America)

 

02 – Andrea Colombo*:GROSSO GUAIO A DESTRA. IL GOVERNO VA SOTTO E MELONI SI INFURIA. NON PASSA LO SCOSTAMENTO DI BILANCIO: ASSENTI 45 DEPUTATI DELLA MAGGIORANZA (18 GIUSTIFICATI). GIORGETTI: «NON SI RENDONO CONTO»

Parlare di imbarazzante incidente è un eufemismo. In un momento delicatissimo nei rapporti con l’Europa il danno d’immagine è tanto inevitabile quanto grave: lo scostamento di bilancio ha mancato per 6 voti la maggioranza qualificata alla Camera. Servivano 201 voti, se ne sono contati 195. Assenze nella maggioranza ben distribuite tra i tre partiti principali, anche se la Lega guida di un soffio la classifica. Mancavano 45 deputati della destra, solo 18 dei quali giustificati perché in missione o, come la premier, all’estero. Dato che un voto d’opposizione, quello dell’Iv Giachetti, c’è stato, gli assenti ingiustificati sono 28. Giorgetti, uscendo dall’aula sbotta irritato: «I deputati non si rendono conto». Pare che da Londra Giorgia Meloni la abbia presa molto peggio. «Brutto scivolone e brutta figura per noi ma manterremo gli impegni e il timing resta invariato col dl Lavoro approvato in primo maggio», dichiara.
IL GOVERNO PROVA a superare l’ostacolo di corsa. Il cdm convocato d’urgenza dura esattamente 5 minuti: quelli necessari per modificare la Relazione al Parlamento, sottolineando la centralità del sostegno al lavoro e alle famiglie, senza toccare i saldi. Il testo non può essere riproposto senza modifiche ma intervenire anche di un decimale sulle cifre avrebbe reso inevitabile ripartire da zero e a quel punto varare il nuovo cuneo fiscale il primo maggio sarebbe stato impossibile. Il governo prova dunque a evitare l’incresciosa evenienza con un mezzo trucco, quello della relazione modificata a fronte di saldi identici. Il nuovo testo dovrà essere votato di nuovo, oggi stesso, anche dal Senato, dove pure lo scostamento era passato senza intoppi. Per la prima volta Pd, M5S e Avs presenteranno una risoluzione comune, che comunque non verrà votata dopo l’approvazione di quella del governo.
ELLY SCHLEIN. IMPERDONABILE SCIATTERIA O PROVA DELLE DIVISIONI NELLA MAGGIORANZA. COMUNQUE SI DIMOSTRA UNA TOTALE INADEGUATEZZA

IMPOSSIBILE DIRE con certezza cosa abbia provocato il guaio ma è molto improbabile che dietro le quinte ci sia una strategia per mettere in difficoltà il governo o una forma di protesta per la decisione di convogliare le pochissime risorse a disposizione sulla riduzione del cuneo fiscale. Più che la politica hanno potuto i due ponti del 25 aprile e del primo maggio, che permettevano ai deputati, con tre assenze, di cumulare 10 giorni di vacanza. «Imperdonabile sciatteria o prova delle divisioni nella maggioranza. Comunque si dimostra una totale inadeguatezza», affonda la lama Elly Schlein. Conte è anche più duro: «Questo governo di incapaci sta creando le premesse per il disastro Italia».

Toni un po’ iperbolici a parte, il leader dei 5S mette il dito nella piaga: le ricadute che la «brutta figura» può avere nella varie trattative in corso con l’Europa. Tutte nevralgiche. Tutte difficili. Perché sul nuovo Patto di stabilità si arrivi a una conclusione ci vorranno mesi, comunque non oltre la fine dell’anno pena il rientro in pieno vigore del “vecchio” patto. Per l’Italia le nuove regole saranno comunque un problema: i piani quadriennali, prorogabili fino a 7anni, che dovranno essere concordati con la Commissione concedono sì un allentamento dei tempi di rientro sul debito ma in compenso la Commissione interverrà a fondo sulle scelte dell’Italia, ai confini del commissariamento e forse oltre. Le procedure automatiche in caso di sforamenti sono una minaccia enorme per un Paese abituato a trattare di volta in volta proprio sui margini di flessibilità e l’obbligo di rientro di mezzo punto percentuale sul debito ogni anno in caso di mancato raggiungimento del 3% nel rapporto deficit/Pil obbliga a un lungo ciclo di totale austerità.

Le cose potrebbero migliorare se la commissione accettasse la richiesta italiana di non contare nel deficit gli investimenti per il digitale e per la riconversione ecologica. Qualche spiraglio c’è, la missione non è impossibile. Ma dall’altro lato c’è una Germania che chiede modifiche di segno opposto, più drastiche sul debito, fino all’obbligo di rientro di un punto ogni anno. In questa complessa ricerca di un equilibrio, la figuraccia di ieri non aiuta. Come non aiuterà nelle trattative sul Pnrr che sono in realtà articolate su più piani: quello per la rimodulazione complessiva del Piano, quello sugli obiettivi in scadenza il 30 giugno ma anche, nei prossimi giorni, quello sullo sblocco della terza rata. La decisione verrà presa domenica e da Bruxelles fanno capire che il via libera non è affatto certo: non si può escludere un altro mese di proroga.
È IN QUESTO QUADRO accidentatissimo che oggi Giorgetti arriverà alla riunione dell’Eurogruppo fresco dello “scivolone” collezionato ieri e, come se non bastasse, deciso a negare ancora la firma dell’Italia alla riforma del Mes. Una di quelle decisioni di bandiera, fatte per fingere di non aver ceduto al rigore su tutta la linea, che rischia di costare carissima.
*( Fonte: Il Manifesto. Andrea Colombo è un giornalista, scrittore e commentatore politico italiano.)

 

03 – Roberto Ciccarelli *: «MOLTO PIÙ DEL REDDITO DI CITTADINANZA: SALARI, CASA, GIUSTIZIA SOCIALE» LA PROTESTA. NASCONO I COMITATI PER L’ESTENSIONE INCONDIZIONATA DI UN DIRITTO ALL’ESISTENZA. LA MOBILITAZIONE AL MINISTERO DEL LAVORO A ROMA. I RACCONTI E I PROGETTI DELLE VITE OFFESE DAL DISPREZZO CONTRO I POVERI E I PRECARI, LA NECESSITÀ DI UN’ESPERIENZA COLLETTIVA.

Ridotti al silenzio dalla violenza simbolica delle forze politiche che odiano i poveri e i precari che ricevono il «reddito di cittadinanza», i beneficiari stanno lentamente iniziando a prendere parola qui e lì nel paese. Da Bari a Palermo, e ieri anche a Roma in un sit-in pomeridiano al ministero del lavoro i soggetti dello stigma – bersagli di insulti pieni di disprezzo come «divanisti» o dipendenti dal «metadone di Stato» (copyright Meloni) – stanno iniziando a mostrarsi, a prendere coraggio in maniera collettiva e a raccontare le proprie storie e anche a prospettare un’evoluzione della misura alla quale il governo guidata dall’estrema destra postfascista ha dichiarato guerra.

Non sono «percettori», l’orrido neologismo che spersonalizza, nega la profondità della storia individuale e annienta la posta politica in gioco, cioè il diritto universale all’esistenza indipendentemente dal ruolo, dallo status e dal (non) lavoro che distrugge la vita di intere famiglie per generazioni. I racconti che abbiamo ascoltato in via Molise sono il frutto sofferto, e sperato, di persone che resistono ai rovesci imposti da un mercato del lavoro selvaggio, devastato dalla precarietà creata dalle leggi del «centro-sinistra» e del «centro-destra» dal 1997 a oggi. Vivono confinati nell’invisibilità sociale, dalle pieghe di una macchina che stritola, in un orizzonte che non è solo quello della privazione ma anche dal desiderio di una vita dignitosa. Emerge la sensazione che i bisogni, ce ne sono tantissimi inascoltati in questo mondo atroce, possano affermarsi quando sono collettivi.

Luciano, ad esempio, ha detto che ha richiesto il reddito perché ha smesso di lavorare in un cantiere per motivi di salute. Un altro ha sempre lavorato nel sommerso, in nero, da ambulante, e che il reddito ha fatto emergere la sua condizione, per la prima volta. Un altro, ancora, ha sottolineato che il «reddito di cittadinanza» non può prescindere da una politica pubblica sulla casa. Elemento a dir poco trascurato in quasi quattro anni di vita della misura più ambivalente che ci sia. C’era lo studente il cui Isee ha permesso di rientrare tra i rigidi paletti che escludono la metà dei «poveri assoluti» in Italia. E così è iniziata una nuova vita che gli ha permesso di non lavorare più in nero, sotto ricatto, tra gli schiavisti della ristorazione.

Al sit-in al quale ieri, in una Roma al crepuscolo, hanno partecipato numerose realtà della sinistra di base (tra gli altri Nonna Roma, Cobas, Clap, movimenti per il diritto all’abitare come Bpm e coordinamento cittadino di lotta per la casa, UP-su la testa, Cinecittà bene comune, i centri sociali Communia, Esc, La Strada e Acrobax) era inoltre chiaro un altro dato politico.

Difendere sì, e andare oltre. Se ne riparlerà a Padova, Milano e Bologna. Questi «Comitati per la difesa del reddito» non chiedono l’applicazione della legge varata dai Cinque Stelle e dalla Lega nel 2019, al tempo del «Conte 1». «È una misura limitata perché esclude più della metà dei potenziali beneficiari e contiene le cosiddette “norme antidivano” – sostengono Emiliano Viccaro e Tiziano Trobia delle Camere del lavoro autonomo e precario (Clap) – Invece di ridurla bisogna lavorare al suo ampliamento. Chiediamo molto più di questo reddito perché è necessaria una misura individuale e non su base familiare, superare il bando dei 10 anni di residenza che esclude i cittadini stranieri e alzare le soglie Isee. E poi bisogna aumentare i salari, creare politiche per la casa, una giustizia fiscale».

04 – Roberto Ciccarelli*: IL PRIMO MAGGIO IN PIAZZA A ROMA CONTRO IL TAGLIO AL «REDDITO DI CITTADINANZA»
IL PRIMO MAGGIO ALLE 10 AL PANTHEON A ROMA CI SARÀ UNA MOBILITAZIONE CONTRO IL TAGLIO DEL «REDDITO DI CITTADINANZA» NEL «DECRETO LAVORO» E PER LA SUA ESTENSIONE IN MANIERA IL PIÙ POSSIBILE INCONDIZIONATA. LA PROTESTA SI STA ALLARGANDO IN TUTTO IL PAESE ED È SOSTENUTA DA 120 REALTÀ ASSOCIATIVE, SINDACATI, STUDENTI E COMITATI DI QUARTIERE. PROSEGUIRÀ PER UNA SETTIMANA IN 30 CITTÀ DA NORD A SUD. Corteo nazionale a Roma il 27 maggio
Lunedì primo maggio alle 10 al Pantheon a Roma ci sarà la prima mobilitazione contro la caccia agli «occupabili» poveri, il taglio del «reddito di cittadinanza», e la sua trasformazione definitiva in una trappola del «Workfare». Insieme ad altre norme, queste misure sarebbero previste nel «Decreto lavoro» annunciato dalla presidente del Consiglio Meloni. Sempre che la tempistica annunciata sia confermata dopo il clamoroso atto mancato di ieri sul Documento di Economia e Finanza (Def).

La manifestazione è stata organizzata da una ventina di associazioni, sindacati e movimenti romani che fanno parte dei Comitati per la difesa e l’estensione del reddito di cittadinanza. Alla protesta parteciperanno tra gli altri anche i movimenti per il diritto all’abitare, l’Unione sindacale di base (Usb), Potere al popolo e Rifondazione Comunista. Sarà la tappa iniziale di una settimana di mobilitazione in tutta Italia contro la provocazione del governo Meloni. Dal primo al sette maggio in una trentina di città come Roma, Bologna, Napoli, Milano, Bari, Cosenza o Padova ci saranno flash-mob e dibattiti. A Roma saranno organizzate alcune «passeggiate» nei quadranti della città, e nelle zone della «movida», per raccontare le campagne. E ci sarà un concerto in chiusura della settimana.

Il lavoro di tessitura dura da mesi e sta crescendo in maniera orizzontale e in autonomia dai partiti dell’opposizione, senza trascurare l’interlocuzione con loro. Alla mobilitazione parteciperanno 120 associazioni di volontariato, cattoliche e della sinistra sociale, organizzazioni sindacali e studentesche, comitati di quartiere che hanno aderito alla campagna «Ci vuole un reddito» in tutto il paese. Sabato 27 maggio è stata convocata una manifestazione nazionale.

In queste ore in rete sta girando inoltre una mozione da portare nei consigli comunali. Si cercherà di farla approvare nella forma di una risoluzione che impegna i municipi ad affermare la necessità di un sostegno al reddito e al contrasto della povertà attaccati dal governo delle destre. «In Italia ci sono 14,9 milioni di persone in povertà relativa che hanno difficoltà ad accedere ai beni primari e 5,6 milioni in povertà assoluta – si legge nel testo – Questi non sono solo numeri, sono persone. Il reddito è un fondamentale strumento di protezione sociale».

«Vogliamo costruire una piattaforma alternativa basata su un reddito il più incondizionato possibile, individuale e non su base familiare come sarà anche quello di Meloni, aumentare la platea dei beneficiari alzando la soglia dell’Indicatore della situazione economica equivalente (Isee)» sostiene Tiziano Trobia delle Camere del lavoro autonomo e precario (Clap).

«Attaccare il reddito di cittadinanza che è già in sé una misura insufficiente significa peggiorare ancora di più la condizione di precarietà abitativa e sfruttamento delle persone che vivono nel disagio abitativo e sono costrette per necessità anche ad occupare – sostiene Margherita Grazioli dei Movimenti per il diritto all’abitare – Le questioni sono intrecciate: nel diritto all’abitare la casa va insieme al reddito che permette di vivere in maniera dignitosa, protetti dal caro-vita».

«È una scelta decisamente inopportuna presentare un simile “Decreto lavoro” il primo maggio – afferma Alberto Campailla di Nonna Roma – Questo dovrebbe essere un giorno in cui il governo e le forze politiche dovrebbero ascoltare i lavoratori. E invece stanno facendo l’opposto contrapponendosi programmaticamente alle richieste della nostra campagna e dei sindacati aumentando la precarietà e introducendo un Workfare piegato al meccanismo della condizionalità e del lavoro. Si usano i poveri come manodopera a basso costo per le imprese. Questa è un’operazione simbolica e antidemocratica che, quando sarà presentata, andrà respinta».
*( Fonte: Il Manifesto. Roberto Ciccarelli. Collabora a riviste come Alfabeta o AutAut e Il Manifesto.)

 

05 – Alessandro Calvi *: SUL FASCISMO LA DESTRA SFIDA SERGIO MATTARELLA. NON CE L’HA FATTA. ANTIFASCISMO, LA PAROLA CHE TUTTI ASPETTAVANO DI ASCOLTARE DA LEI, L’UNICA PAROLA CHE VALGA DAVVERO LA PENA DI ESSERE PRONUNCIATA NEL GIORNO IN CUI SI CELEBRA LA LIBERAZIONE DELL’ITALIA DALLA DITTATURA FASCISTA E DALL’OCCUPAZIONE NAZISTA, GIORGIA MELONI L’HA TACIUTA. ANCORA UNA VOLTA.

La presidente del consiglio ha invece liquidato il 25 aprile con una lettera al Corriere della Sera, carica dei consueti toni vittimistici e revanscisti di una destra che sembra ancora prigioniera di una bruciante necessità di riscatto perfino adesso che è al potere.

Meloni ha parlato anche di fascismo, certo. Ha affermato che da tempo “i partiti che rappresentano la destra in parlamento hanno dichiarato la loro incompatibilità con qualsiasi nostalgia del fascismo”. Ma lo aveva già fatto altre volte, più o meno apertamente, più o meno con parole simili. Politicamente non le costa nulla, anche perché nessuno – tranne il Partito democratico durante la scorsa tragicomica campagna elettorale – immagina davvero di poter inchiodare Meloni al fascismo del ventennio. D’altra parte questo è un terreno sul quale lei si è sempre mossa con accortezza, sicuramente più di molti suoi colleghi di partito. Non a caso, nonostante le ambiguità, e tralasciando qualche vecchio giudizio su Mussolini puntualmente riesumato dai suoi avversari, è difficile trovare una sua dichiarazione meno che politicamente corretta (almeno sul piano formale) sul ventennio di dittatura che, come lei stessa ha scritto al Corriere, ha “conculcato” la democrazia.

Il problema per la destra non è il giudizio sul fascismo, che afferma di aver già espresso in modo chiaro e definitivo, ma il rapporto con l’antifascismo, che è invece tutt’altro che risolto. E in questa irresolutezza pesa in modo determinante un elemento generazionale e biografico.

Lo ha affermato molte volte la stessa Giorgia Meloni. Per esempio nel suo manifesto politico – Io sono Giorgia (Rizzoli, 2021) – dove spiega “di non avere il culto del fascismo” e poi aggiunge di conoscere “ogni nome e ogni storia dei giovani sacrificati negli anni settanta sull’altare dell’antifascismo”. “Questa violenza, culturale oltre che fisica”, scrive ancora Meloni, “ha certamente generato in me una ferma ribellione nei confronti dell’antifascismo politico. Non lo nego affatto. Ma qui finisce il mio rapporto col fascismo”. Ragionamenti simili li ha svolti anche altrove, a partire dal discorso con il quale il 25 e 26 ottobre scorsi ha chiesto la fiducia al parlamento.

È negli anni settanta e ottanta del novecento, insomma, la radice culturale della leader della destra che oggi detiene il potere, non certo nel ventennio mussoliniano. Tutt’al più, andando a ritroso si può arrivare al punto di contatto tra il fascismo storico e la destra del dopoguerra. Quel punto di contatto è Giorgio Almirante, prima funzionario del regime, poi repubblichino, infine segretario del Movimento sociale italiano (Msi). E in particolare l’Almirante che fece propria la dottrina del “non rinnegare e non restaurare”, affermata da Augusto De Marsanich. È quello il confine. Per il resto la destra di Meloni guarda avanti.

Questo radicamento culturale negli anni settanta e ottanta del novecento sembra però aver prodotto da quelle parti una certa confusione – per così dire – intorno all’idea di antifascismo, che infatti viene colpevolmente ridotto alla violenza politica di quegli anni, peraltro tacendo della violenza prodotta dai gruppi di estrema destra. Qui si può rintracciare una prima spiegazione della ritrosia di Meloni verso l’antifascismo.

In cerca di legittimazione

Ma non è tutto. Il rapporto orgogliosamente non risolto con l’antifascismo suggerisce infatti l’emergere di una difficoltà che ha a che fare con l’identità e la legittimazione politica del partito di Meloni. Lo si è visto anche alla vigilia del 25 aprile quando Gianfranco Fini, ultimo segretario del Msi e poi leader di Alleanza nazionale (An), ha chiesto a Fratelli d’Italia (FdI) di riconoscersi “nei valori antifascisti oggi, come An ieri”. La risposta che ha ricevuto è stata molto significativa: “Ognuno ha la sua storia e ognuno dovrebbe sapere qual è il suo tempo”.

È stata la certificazione del fatto che la destra ora al governo non è più la destra di Fini ma è una destra diversa, che sembra coltivare qualche distanza perfino dalla svolta del congresso di Fiuggi del 1995, quando l’Msi decise di archiviare i riferimenti ideologici del passato per presentarsi come forza di governo. Proprio in questo tratto emerge il difetto di legittimazione politica che sembra attanagliare il partito di Meloni. Negli anni di Fiuggi, Fini trovò la propria legittimazione politica nel cosiddetto sdoganamento che della destra missina fece Silvio Berlusconi. Il partito di Meloni la cerca altrove. Meloni infatti ha in mente una destra culturalmente e ideologicamente diversa da quella finiana e da quella berlusconiana. E intende aprire una stagione politica nuova che mandi in archivio la seconda repubblica e lo stesso berlusconismo. Per farlo deve rilegittimare politicamente la sua destra, deve scioglierla da ogni subalternità, e sa che l’unica fonte possibile di legittimazione è il voto popolare, non quella sorta di patrocinio del quale usufruì Fini.

Tuttavia, per affrancarsi del tutto da quella storia, il giudizio popolare da solo non basta. Per evitare ogni rischio che si facciano passi indietro non è infatti possibile prescindere dal rifiuto del fascismo, arrivato pur tra molte ambiguità, e dal contemporaneo riconoscimento dell’antifascismo. Proprio l’antifascismo, infatti, è alla base della nostra repubblica, “fondata sulla costituzione, figlia della lotta antifascista”, come ha ricordato il 25 aprile il presidente della repubblica Sergio Mattarella.

La destra di Meloni quest’ultimo passaggio non riesce ancora a farlo e per consolidare la sua legittimazione politica ricorre alla rimozione dell’antifascismo. Ma invece di rinascere nel berlusconismo, come fece Fini, questa nuova destra si sta riorganizzando culturalmente come forza politica erede dell’Msi, avendo abbracciato una svolta schiettamente conservatrice, a tratti perfino reazionaria.

C’è poi un’ultima ragione che spiega la ritrosia della destra nei confronti dell’antifascismo, e questa volta riguarda il futuro, non il passato. Uno dei punti più significativi del progetto politico di Giorgia Meloni – quello che più di tutti le consentirebbe di lasciare un segno nella storia – è la revisione in senso presidenziale della democrazia parlamentare italiana. Per farlo, si dovrebbe stravolgere una parte importante dell’attuale costituzione. Neutralizzare l’antifascismo, e quindi smantellare il rapporto tra la costituzione e la sua radice culturale, renderebbe politicamente meno traumatico realizzare questa operazione. E, peraltro, faciliterebbe anche un avvicinamento del nostro paese ai sistemi nei quali vigono forme di democrazia neoautoritaria o illiberale, come l’Ungheria guidata da Viktor Orbán, politicamente vicino alla stessa Meloni.

Se tutto questo è vero, non possono essere un caso un caso le ripetute reticenze sull’antifascismo. E allora si capisce meglio anche perché di recente Giorgia Meloni, ricordando le vittime della strage nazista del 1944 alle Fosse Ardeatine, abbia sostenuto che si trattasse di “335 italiani innocenti massacrati solo perché italiani”, sollevando una diffusa perplessità per aver omesso di ricordare che le persone avviate all’esecuzione furono scelte perché antifascisti o ebrei. Così come non è casuale che questo genere di rimozione sia avvenuta molte altre volte da quando la destra è al governo.

È un progetto politico che si accompagna a un lavoro culturale alla base del quale sta lo stesso principio per cui la destra radicale preferisce parlare di patrioti e non di partigiani, e più in generale utilizza un intero vocabolario ormai desueto per affermare, insieme alla propria egemonia politica, anche quella culturale. Ciò spiega per esempio anche l’uso massiccio del termine “nazione” al posto di “paese”. Di questo progetto si trovano tracce ovunque.

Una delle più vistose è il recupero del risorgimento usato per oscurare il ruolo che decenni dopo ebbe la resistenza. Negli interventi pronunciati alla camera e al senato nell’ottobre scorso, per esempio, Meloni fa riferimento agli anni che portarono all’unità d’Italia. Manca invece qualsiasi riferimento alla resistenza che però all’Italia restituì la libertà e, come ha spiegato il presidente della repubblica nel discorso tenuto per il 25 aprile, “fu anzitutto rivolta morale di patrioti contro il fascismo per affermare il riscatto nazionale”.

Ed è particolarmente interessante notare come anche Silvio Berlusconi, nel famoso discorso con il quale nel 2009 celebrò da presidente del consiglio il 25 aprile, fece riferimento al risorgimento. Ma, a differenza di Meloni che di resistenza non aveva parlato, Berlusconi accomunò resistenza e risorgimento, definendoli insieme “valori fondanti della nostra nazione”, a riprova della diversità di obiettivi tra la destra tendenzialmente liberale di Berlusconi e quella radicale di Meloni. E la stessa operazione sul risorgimento viene ripetuta da Meloni anche in altre sedi. In Io sono Giorgia, per esempio, il risorgimento viene indicato tra i momenti fondativi dello spirito nazionale italiano e viene incredibilmente accomunato agli “eroi di El Alamein” i quali però, sebbene Meloni ometta significativamente di ricordarlo, nel 1942 erano stati spediti in Africa dal regime di Mussolini per combattere al fianco dell’alleato nazista contro gli inglesi che, di lì a qualche tempo, avrebbero contribuito a liberare l’Italia dal fascismo.

I rapporti con la presidenza della repubblica potrebbero diventare complicati, considerato l’atteggiamento di molti esponenti della destra

In questa prospettiva, non sembra casuale neppure lo spettacolo increscioso messo in scena dalla destra nelle settimane che hanno preceduto il 25 aprile, e del quale è stato protagonista il presidente del senato Ignazio La Russa. Grande sconcerto hanno provocato, per esempio, alcune sue considerazioni sull’assenza della parola “antifascismo” – guarda caso – nella costituzione. Alla fine l’imbarazzo per la frequenza e il tono di questi interventi si è fatto sentire perfino tra gli alleati del partito di Meloni. E questa volta la risposta a La Russa è arrivata dal suo omologo alla camera, il leghista Lorenzo Fontana, che ha affermato: “L’antifascismo è un valore”. Mentre Silvio Berlusconi ha parlato della resistenza come di “una straordinaria pagina sulla quale si fonda la nostra costituzione”.

Eppure abbandonare questo genere di posizioni converrebbe prima di tutto proprio a Fratelli d’Italia, soprattutto se Meloni intende davvero provare a giocare da protagonista la partita che si è appena aperta in Europa in vista delle elezioni del 2024. L’idea sarebbe quella di provare a spostare a destra il baricentro politico della Commissione europea in caso di vittoria elettorale delle destre e dei conservatori. Ma servirà anche un paziente lavoro diplomatico che consenta alla destra di costruire nuove alleanze politiche in ambito comunitario. Sarà difficile però che questa partita Meloni possa giocarla davvero, se continuerà a presentarsi in Europa non come la leader di un partito conservatore ma alla testa di una formazione che è ancora e semplicemente post fascista.

C’è infine anche un fronte interno che comincia a preoccupare. Riguarda i rapporti con la presidenza della repubblica che potrebbero diventare complicati, considerato l’atteggiamento di molti esponenti della destra, sempre più al limite della sfida aperta. Lo si è visto ancora una volta lo scorso 25 aprile. Nelle stesse ore in cui Mattarella ricordava che la costituzione è “figlia della lotta antifascista”, Ignazio la Russa – che, come presidente del senato è anche la seconda carica dello stato – rispondeva con un incredibile “dipende” a Bruno Vespa che gli aveva chiesto se si sentisse antifascista. Quanto a Meloni, la parola antifascista ha evitato perfino di pronunciarla. La stessa dinamica, inoltre, si era già vista anche nei giorni precedenti. Il 19 aprile, per esempio, le pagine dei giornali riportavano la condanna dei regimi fascisti che consegnarono i propri cittadini ai carnefici nazisti pronunciata da Mattarella nel corso della sua visita al campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau. E contemporaneamente dovevano dare notizia anche dell’esortazione a non arrendersi “all’idea della sostituzione etnica” pronunciata da Francesco Lollobrigida, ministro ed esponente di primo piano del partito di Meloni, che aveva così evocato “un mito neonazista”, come lo definisce perfino il sito della presidenza del consiglio italiana.

Ma la verità è che questo continuo contrappunto della destra alle parole del capo dello stato va avanti da mesi. Basta ricordare le affermazioni del novembre scorso – “L’opera del presidente della repubblica è sempre utile ma credo anche che la fermezza del nostro governo possa e debba essere condivisa” – con cui il solito Ignazio La Russa sembrò sconfessare il tentativo di Mattarella di ricucire lo strappo che si era prodotto in quei giorni con la Francia sui migranti. E la una situazione è destinata ad aggravarsi se la destra deciderà di non abbassare i toni. Ma, proprio considerati quei toni, qualche problema potrebbe verificarsi anche al di là di ogni intenzione. Ricorrendo quest’anno il settantacinquesimo anniversario della costituzione, è ragionevole immaginare che Mattarella molto spesso tornerà sull’argomento, difendendo quella stessa costituzione che la destra ha annunciato di voler stravolgere per imprimere la virata presidenzialista.
Se poi tutto ciò ancora non bastasse, c’è da considerare anche il calendario. Se per il primo 25 aprile celebrato con Fratelli d’Italia al potere è successo tutto questo, ci si può chiedere fin da ora cosa accadrà per esempio il prossimo 2 agosto, anniversario della strage alla stazione di Bologna del 1980, anche in questo caso il primo con la destra di Meloni al potere. Come è noto, ci sono sentenze passate in giudicato che hanno stabilito responsabilità e matrice di quella strage. Ed è per questo che sulla lapide che ricorda gli 85 morti c’è scritto: “Vittime del terrorismo fascista”. Tuttavia, impermeabile alle parole contenute in quelle sentenze, Giorgia Meloni in occasione degli anniversari si è spesso lasciata andare a dichiarazioni piuttosto sconcertanti. Nel 2018 per esempio affermò: “Ancora oggi tutto avvolto nel mistero, nessuna verità, nessuna giustizia”. E nel 2020 disse: “Oggi sono quarant’anni dalla terribile strage di Bologna del 2 agosto 1980. Quarant’anni senza giustizia”.

Come leader di partito Meloni ha potuto consentirsi certi atteggiamenti, senza fare troppi danni al paese. Quegli stessi atteggiamenti diventano però improponibili adesso che è presidente del consiglio. Si vedrà se, pur di non risolvere fino in fondo il proprio rapporto con il fascismo, deciderà anche il prossimo 2 agosto di sorvolare sulla realtà scritta dagli storici e dai magistrati, correndo così il rischio del ridicolo. Il rischio più serio, però, è di continuare a spaccare il paese e di rendere meno credibile l’Italia sul piano internazionale.

 

06 – Pierre Haski*: IL CILE RIPORTA LE RISORSE MINERARIE SOTTO IL CONTROLLO STATALE. LA PAROLA “NAZIONALIZZAZIONE” È SCOMPARSA DA TEMPO DAL DISCORSO POLITICO. È UN’ESPRESSIONE CHE RIMANDA A EPOCHE LONTANE: QUELLA DEGLI ANNI CINQUANTA DEL NOVECENTO, QUANDO IN IRAN MOHAMMAD MOSSADEQ OSÒ NAZIONALIZZARE IL PETROLIO PRIMA DI ESSERE DEPOSTO DALLA CIA E GAMAL ABD EL NASSER NAZIONALIZZAVA IL CANALE DI SUEZ VEDENDO IL SUO PAESE SUBITO ATTACCATO DALLE FORZE CONGIUNTE DI ISRAELE E DELLE VECCHIE POTENZE COLONIALI, FRANCIA E REGNO UNITO.

Ma rimanda anche a quella degli anni settanta, quando Salvador Allende nazionalizzò le aziende minerarie di rame in Cile, pronunciando queste parole alle Nazioni Unite: “Abbiamo nazionalizzato il rame. Lo abbiamo fatto con il voto unanime del parlamento, dove i partiti di governo sono in minoranza. Vogliamo che tutto il mondo capisca che non abbiamo affatto confiscato le imprese estere dell’industria mineraria […]. Queste stesse aziende, che hanno sfruttato il rame cileno per anni, e nello specifico negli ultimi 42 anni, hanno incassato in questo periodo più di quattro miliardi di dollari, quando il loro investimento iniziale non superava i trenta milioni di dollari”. Sappiamo come è andata a finire: Pinochet (tralascio le nazionalizzazioni della Francia socialista del 1981, che compensò adeguatamente i proprietari delle aziende).

Guardare avanti
Proprio in Cile, oggi, la stessa parola esplosiva ritorna con Gabriel Boric, il giovane presidente di sinistra che ha appena annunciato la nazionalizzazione del settore del litio. La notizia è doppiamente significativa e dice molto sulla nostra epoca. Prima di tutto perché il litio è uno dei minerali più importanti del ventunesimo secolo, indispensabile per le batterie delle automobili elettriche e per le tecnologie dell’economia verde. Entro la metà del secolo la domanda di litio si moltiplicherà per cinquanta, dunque non sorprende che in questo contesto emergano grandi tensioni geopolitiche.

La Cina controlla gran parte dei giacimenti mondiali di litio e mantiene un semimonopolio sulla raffinazione

Inoltre bisogna prendere atto del metodo, diverso rispetto al passato. Boric, infatti, non ha seguito l’esempio di Allende, ma ha scelto la via della prudenza. Il suo annuncio non riguarda lo sfruttamento attuale del litio e dunque le aziende straniere già operative in Cile, secondo produttore mondiale del minerale, ma solo i progetti minerari futuri. Per quanto riguarda l’attività in corso il presidente cileno intende semplicemente negoziare un incremento della partecipazione dello stato.

L’annuncio è significativo anche alla luce del peso della Cina nel settore del litio, laddove le nazionalizzazioni del novecento intendevano contrastare soprattutto gli interessi statunitensi ed europei. Sqm, una delle due aziende che gestiscono lo sfruttamento del litio in Cile, è controllata in parte dall’azienda cinese Tianqi, un gigante del settore con interessi sia nell’estrazione sia nella raffinazione.

La Cina controlla gran parte dei giacimenti mondiali (dal Cile alla Repubblica Democratica del Congo) e mantiene un semimonopolio sulla raffinazione. La posta in gioco, insomma, è interamente politica e alimenta tensioni ovunque. Il Canada ha appena chiesto a un investitore cinese di ritirarsi dal capitale di un gruppo minerario locale, mentre la Repubblica Democratica del Congo è al centro delle grandi manovre geopolitiche della nostra epoca.

L’esperienza cilena va seguita con grande attenzione, perché offrirà un punto di riferimento rispetto alla capacità degli stati di riprendere il controllo delle risorse senza strappi e senza correre il rischio di rappresaglie come in passato. Boric dovrà costruire una maggioranza a sostegno del suo progetto in un parlamento instabile che già in precedenza l’ha ostacolato. In ogni caso, mezzo secolo dopo la tragica parabola di Allende, c’è un certo piacere storico nel vedere il governo cileno riprendere in mano le ricchezze del paese.
*(Fonte Internazionale. Pierre Haski, L’Obs, Francia – Traduzione di Andrea Sparacino)

 

07 – Clark McAllister*: Karl Marx e l’inchiesta operaia. Storia, ricezione e prospettive politiche.
https://notesfrombelow.org/issue/karl-marxs-workers-inquiry
Pubblichiamo la trascrizione riveduta dall’autore, Clark McAllister, della relazione tenuta in occasione della presentazione del suo volume Karl Marx’s Workers’ Inquiry. International History, Reception, and Responses, Notes from Below, London 2022 a Bologna (Gennaio 2023). In questo testo, McAllister ricostruisce l’immediata ricezione dell’Enquête ouvrière pubblicata da Karl Marx nel 1880, sulla rivista «La Revue Socialiste». La maggioranza degli studiosi ritiene che il progetto politico dell’inchiesta operaia si fosse rivelato un completo fallimento derubricandolo, così, ad una semplice curiosità dell’ultimo Marx. McAllister, falsificando questa lettura tendenziosa, dimostra la fortuna della proposta politica dell’inchiesta all’indomani della sua pubblicazione. La presentazione del testo, organizzata dal centro di ricerca «Officine della formazione», ha interrogato l’inchiesta marxiana tentando di attualizzarne le prospettive. Il testo si può scaricare gratuitamente al seguente indirizzo:
https://notesfrombelow.org/issue/karl-marxs-workers-inquiry
* * * *
Oggi, il capitale imperversa in una tremenda crisi che getta le nostre vite e il nostro futuro in un’incertezza sempre maggiore. Chi detiene il potere scarica gli effetti della crisi sulle spalle dei lavoratori, su chi già sopporta il peso e la fatica del lavoro. Nel Regno Unito, ad esempio, il governo sta cercando di fare passare una legge che criminalizza le azioni di sciopero. Questa è la risposta alle lotte della classe lavoratrice e alla ripresa esplosiva, nell’ultimo anno, del conflitto contro i padroni e contro il governo.

Nonostante tale ripresa venga spesso esagerata, si tratta, comunque, di un evento significativo che ha mostrato come l’attuale organizzazione del lavoro sia insostenibile. Forse, in questo contesto, è possibile riconoscere quella che Marx chiamava l’angriffskraft proletaria – la forza-d’attacco di classe.
È opportuno, in questo senso, tornare a Marx per cercare l’ispirazione e la spinta ad immaginare la politica oggi. Invece di rivolgerci esclusivamente alle pagine del Capitale, credo valga la pena, in questo contesto, guardare al «capolavoro» meno conosciuto di Marx: L’inchiesta operaia del 1880. Questo piccolo scritto – una vera dinamite proletaria – fu pubblicato per la prima volta in Francia nel giornale La Revue Socialiste. È stato definito «l’ultimo esempio di marxismo praticato da Marx stesso» e apparve in un importante momento di ricomposizione di classe, ovvero, dopo il decennio di dura repressione che seguì la sconfitta della Comune di Parigi [1].

L’inchiesta consiste in un questionario composto da 101 domande puntuali e dettagliate da rivolgere ai lavoratori. Le domande conducono a un rigoroso esame del processo produttivo capitalistico. L’obiettivo è portare l’intervistato a realizzare, a partire dalla propria esperienza, la radicale contrapposizione tra i lavoratori e il datore di lavoro, dimostrando empiricamente il conflitto tra interessi opposti all’interno dell’organizzazione capitalistica del lavoro. Allora, l’inchiesta mina le relazioni sociali capitalistiche e si configura come un deliberato esercizio che mira a suscitare riflessioni critiche e a formare soggettività militante.

Successivamente, l’indagine di Marx ha viaggiato in tutto il mondo, dando nome alla più ampia pratica dell’inchiesta operaia. È considerata una sorta di testo fondativo di gruppi quali la Johnson-Forest Tendency negli Stati Uniti, Socialisme ou Barbarie in Francia e Classe Operaia e Quaderni Rossi in Italia, dove l’inchiesta marxiana è stata riprodotta da Dario Lanzardo.

Nonostante questa impressionante diffusione, l’esperimento che Marx condusse alla fine della sua vita viene solitamente considerato come un fallimento. Gli studiosi concordano – e i militanti lamentano – che l’inchiesta di Marx oltre a non ricevere risposte, non circolò al di fuori della Francia e che, dunque, sia stata completamente dimenticata per sessant’anni [2]. Questo modo di considerare L’inchiesta operaia consente di relegarla ad una semplice «curiosità» dell’ultimo Marx, mistificando così l’importante ruolo che ricopre all’interno del suo progetto politico.
Attraverso un importante lavoro d’archivio, questo libro dimostra come l’inchiesta di Marx, contrariamente a quanto sostenuto nella letteratura anglofona, ebbe un’ampia influenza negli anni immediatamente successivi alla sua pubblicazione originale. L’inchiesta circolò in forme diverse in Italia, in Polonia e nei Paesi Bassi pochi mesi dopo l’apparizione su La Revue Socialiste. Inoltre, nel corso del XX secolo accompagnò alcune lotte oggi poco note. Ad esempio, l’inchiesta venne diffusa dal Partito Comunista della Gran Bretagna negli anni Trenta; venne stampata in massa dal Partito Socialista dello Sri Lanka negli anni Cinquanta; venne utilizzata dai giornalisti investigativi del nord America all’indomani del Movimento per i Diritti Civili ed è persino apparsa alla vigilia della Rivoluzione iraniana.
Una discussione di questi materiali risulta quindi necessaria. Certamente, bisogna contestualizzare questi materiali ma, soprattutto, vanno interrogati per trovare spunti teorici e prospettive politiche per agire l’inchiesta oggi. Discuterò due contesti fondamentali per la diffusione dell’inchiesta marxiana (al di fuori della Francia) all’indomani della sua pubblicazione: la Polonia e i Paesi Bassi. Purtroppo, la versione italiana dell’inchiesta, pubblicata sul giornale La Lotta di Paolo Valera, fu sequestrata e soppressa dalla polizia – sarebbe stato bello poterne discutere in questa sede.
L’INCHIESTA OPERAIA IN POLONIA
L’inchiesta di Marx apparve per la prima volta in polacco nel luglio 1880, sulla rivista radicale Rownosc [3]. Rownosc era una pubblicazione di Stanislaw Mendelson, un comunista polacco in esilio a Ginevra per sfuggire alla censura delle autorità russe che avevano occupato la Polonia. La rivista fu un importante mezzo attraverso cui i socialisti esiliati potevano rimanere in contatto con il nascente movimento operaio, contribuendo a rendere possibile la redazione del primo programma socialista polacco. Rownosc veniva regolarmente contrabbandata in Polonia e molti militanti furono arrestati per il possesso della rivista.
I redattori di Rownosc non si limitarono a riprodurre le domande del questionario di Marx, ma inclusero anche una nuova introduzione. All’interno di questa dichiararono che nuove inchieste, basate sull’opera originale ma focalizzate sulla specificità del contesto polacco, sarebbero state pubblicate. Così, il questionario di Marx si rivela essere un vero e proprio modello per le successive inchieste. La necessità di queste inchieste «aggiornate» fu confermata da un importante appello del giornale Przedświt, anch’esso diretto da Mendelson. Przedświt fece pubblicità all’Inchiesta Operaia durante tutto il corso degli anni Ottanta del XIX secolo, e il giornale lanciò un appello massiccio per la costruzione di un progetto di inchiesta operaia polacca. Invitò i suoi lettori a fare inchiesta per tutti gli anni Ottanta del XIX secolo, fino a lanciare un accorato appello nel maggio 1886 per il progetto di un’inchiesta operaia polacca.

IN QUESTO APPELLO, I REDATTORI AFFERMANO CHE:
non basta sapere che il socialismo è la risposta… Dobbiamo conoscere a fondo la struttura politica ed economica di oggi: dobbiamo rivelare tutti gli imbrogli con cui il popolo viene tenuto in schiavitù… Per sconfiggere il nemico dobbiamo conoscerlo bene: dobbiamo sapere dove colpirlo e quale forza usare… Che cos’altro c’è alla base delle relazioni sociali di oggi se non l’organizzazione del lavoro? [4].
Per coloro che non hanno accesso al questionario originale, Przedświt consiglia ai militanti di scrivere nuove domande. Combinandole, si mette in evidenza la possibilità di produrre conoscenza operaia, capace di favorire processi di ricomposizione di classe e promuovere un punto di vista antagonista. L’appello di Przedświt sottolinea chiaramente come l’inchiesta non sia un esercizio neutrale di accumulazione di conoscenza sulle condizioni del lavoro. Al contrario, si tratta di una pratica militante per abolire l’organizzazione capitalistica del lavoro: per «sovvertire lo stato di cose presente e costruire un sistema sociale migliore». Con Marx, i militanti polacchi affermano che l’inchiesta non deve essere lasciata agli studiosi e agli accademici, poiché è prima di tutto uno strumento per i lavoratori.

Successivamente Przedświt pubblicò un report in risposta ai sopracitati appelli, scritto da un operaio che si faceva chiamare Wola. Quest’ultimo, parte di una cellula di fabbrica, descrive dettagliatamente la situazione di sei diverse fabbriche e officine polacche. Per Wola l’inchiesta è un mezzo per costruire un’organizzazione rivoluzionaria: «i ranghi della nostra piccola banda stanno crescendo…» afferma, «questo è un significativo passo avanti. Forse, per la prima volta, gli operai polacchi nel Principato cominciano a rendersi conto di cosa stanno sacrificando all’altare del patriottismo – del patriottismo capitalista, per essere precisi» [5].

L’appello di Przedświt si conclude con un’importante dichiarazione: «ci sono altri modi per inviare lettere dal Regno di Polonia, anche se, naturalmente, non possiamo scriverne pubblicamente». Questo testimonia le reti clandestine di militanti che contrabbandavano le inchieste e altri materiali di propaganda radicale all’interno del paese. In questo contesto di repressione statale, la letteratura radicale di Rownosc e Przedświt si ritrova spesso vicino a coltelli, tirapugni e pistole per difendere le tipografie e sfuggire agli agguati della polizia [6].
L’INCHIESTA OPERAIA NEI PAESI BASSI
L’inchiesta di Marx venne successivamente pubblicata nei Paesi Bassi, come risultato della collaborazione tra il fabbro militante Willem Ansing e la leader socialista Domela Nieuwenhuis. L’inchiesta apparve nel giornale di quest’ultima, Recht Voor Allen, nell’ottobre 1880, e, successivamente, sul giornale sindacale De Werkmansbode. In entrambi i casi, il questionario fu ridotto e leggermente modificato, ciononostante, una dichiarazione esplicita di Nieuwenhuis ricostruisce il modello ne La Revue Socialiste [7].
L’inchiesta olandese è particolarmente significativa per la raccolta di risposte, cinquantotto delle quali esistono ancora e sono state riprodotte nel libro Heren en Arbeiders di J. M. Welcker (1978). Le risposte provengono da lavoratori di diversi settori: macchinisti, mobilieri, operai di fabbrica, fabbri e lavoratori agricoli. Alcuni degli intervistati dichiarano di essere iscritti ad un sindacato, ed è evidente come svariate sezioni abbiano partecipato attivamente all’organizzazione e alla distribuzione del questionario. Tuttavia, la maggior parte delle risposte indica un’assenza significativa di organizzazioni politiche formali in questi luoghi di lavoro.
In queste quasi duecento pagine di risposte, la produzione capitalista diviene bersaglio di un brutale attacco, poiché dipinta senza ideologia o illusione. Ci viene offerto uno sguardo diretto al «segreto laboratorio della produzione» che appaiono formare, solo dopo poche pagine, una vera e propria camera di tortura. I lavoratori rivelano una realtà orrenda, capace di fare rabbrividire anche il più accanito appassionato dell’orrido. Alle domande di Marx sulle condizioni di lavoro e sulle misure di sicurezza, gli intervistati descrivono operai cadere in vasche di acido cloridrico bollente; lavoratori perdere arti a causa dei macchinari delle acciaierie e delle officine dei fabbri; individui rovinarsi la vista, l’udito, i polmoni, la salute fisica e mentale a causa di troppo lavoro e sfruttamento[8]. Per coloro che sono abbastanza fortunati da evitare lesioni mortali, i lavoratori lamentano una vita inghiottita da un lavoro estenuante: una morte lenta in cambio della sopravvivenza.

Lungi dall’essere casi estremi, ho scelto di riportare queste risposte poiché si configurano come norma. Come dichiara un intervistato: «è quasi impossibile trovare un operaio in fabbrica che non sia più o meno mutilato: alcuni hanno cicatrici, c’è chi ha perso la punta delle dita, altri hanno perso un occhio e qualcuno ha uno o due fratture. Chi ha perso le braccia o entrambi gli occhi non si vede più» [9]. Fabbri, falegnami, tagliatori di diamanti, calzolai, tessitori di tappeti e sarti si ritrovano tutti d’accordo: qui troviamo un lavoro che brutalizza il corpo, la mente e lo spirito.
Oltre a queste realtà tetre e raccapriccianti, nelle risposte al sondaggio olandese abbiamo anche la possibilità di osservare altri aspetti della vita della classe operaia. Possiamo conoscere la resistenza, la lotta, gli scioperi, le vittorie e possiamo persino intravedere una specifica composizione politica dei lavoratori. Inoltre, compare una forma di burnout dovuta non all’eccessivo lavoro, ma all’esaurimento politico. Willem Ansing, il fabbro che aiutò a organizzare l’indagine, risponde a sè stesso e riflette sul fallimento dei suoi tentativi di organizzazione politica: «le ho provate tutte: discorsi, riviste, scritti, Recht Voor Allen, mi è costato denaro e mi ha portato solo l’odio e il disprezzo della gente, dei capi e dei direttori; questo è quanto»[10]. Un altro intervistato si strappa i capelli per la frustrazione: vorrebbe convincere i suoi colleghi a partecipare alle riunioni politiche, ma tutto ciò che vogliono fare a fine turno è bere. Si lamenta: «tutto quello che senti appena uscito dalla fabbrica è ‘grazie a Dio, adesso possiamo bere!» [11].
Sono sicuro che si tratta di esperienze con cui ciascuno di noi si può relazionare a livello profondo. La frustrazione dell’organizzazione politica, l’odio per il lavoro, ma anche il sollievo e la gioia di poter condividere una birra al pub con gli amici. Nel complesso, le risposte non solo rivelano un ampio coinvolgimento nel sondaggio, ma costituiscono un notevole esempio di ricerca collettiva sulla classe operaia e una fonte diretta di inestimabile informazione sui luoghi di lavoro del XIX secolo.
L’USO DELL’INCHIESTA
Dopo aver discusso i tentativi olandesi e polacchi di condurre un’inchiesta utilizzando il questionario di Marx, vorrei fare alcune considerazioni che spero possano dare origine ad una discussione.
In entrambi i casi, le forme di lotta entro cui si articolò l’inchiesta operaia furono condizionate dalle circostanze materiali. In Polonia, queste condizioni rendevano favorevole la lotta rivoluzionaria e i militanti erano costretti a operare in clandestinità. Nei Paesi Bassi il contesto stimolò un approccio più aperto e riformista alla lotta di classe, con la più cauta leadership socialista a promuovere in maniera rilevante l’inchiesta come impresa pubblica. Ciò significa che entrambi i progetti si discostano dall’idea iniziale di Marx per l’inchiesta originale in francese, cosa che senza dubbio Marx stesso avrebbe apprezzato. Nel contesto di queste deviazioni, i socialisti polacchi si sono spinti oltre Marx, mentre gli olandesi hanno mostrato moderazione. Come dobbiamo interpretare tutto questo?
Nella loro introduzione all’inchiesta, i militanti polacchi di Rownosc affermano che l’inchiesta è uno strumento dei lavoratori, dichiarando esplicitamente che raggiungere un pubblico più ampio non è una loro preoccupazione. Un punto di vista operaio partigiano risulta, così, centrale: Rownosc rifiuta senza mezzi termini l’intellighenzia e la stampa borghese. L’inchiesta è un’impresa operaista, che enfatizza chiaramente il punto di vista della classe operaia e si basa su una rottura rigida e partigiana con l’intellighenzia, la stampa borghese e così via. In altre parole, i compagni polacchi pronunciano un programma di lavoro militante: al diavolo la società e lo spettacolo della politica!
Per il direttore di Recht Voor Allen, nei Paesi Bassi, invece, l’utilità dell’inchiesta risiede proprio nella sua capacità di portare alcune problematiche all’attenzione della società più in generale. Infatti, Nieuwenhuis sottolinea che il benessere della classe più numerosa, la classe operaia, è la condizione necessaria per il benessere del paese. L’inchiesta olandese viene così presentata come rimedio curativo per i mali dell’interesse generale, a cui i lavoratori sono chiamati a contribuire.

I bisogni della società – cioè i bisogni di ogni membro della società – potranno essere effettivamente soddisfatti solo quando il modo di produzione capitalistico sarà definitivamente demolito. Nel frattempo, gli appelli all’interesse generale spesso funzionano come riaffermazione dei valori borghesi e come mezzo per reprimere le lotte. «L’interesse pubblico» è sempre utilizzato come arma per contrattaccare i lavoratori in sciopero e i sindacati: come se il «pubblico» non fosse composto anche dalla classe operaia! Questi appelli vanno sempre considerati con una buona dose di scetticismo: spesso, è proprio contro la società che la classe operaia deve combattere.
Qui c’è chiaramente un elemento di tensione che deve essere ulteriormente elaborato e che metto a fuoco nel libro. Lungi dal voler esprimere un giudizio su cosa costituisca una vera inchiesta operaia, credo sia sufficiente, per ora, illustrare che in entrambi i casi – quello riformista e quello rivoluzionario – il metodo di Marx ha ispirato alcune lotte importanti che hanno aumentato il potere della classe operaia.
In conclusione, quindi l’inchiesta operaia fu tutt’altro che un fallimento durante la vita di Marx. Il suo questionario è stato capace di dare forma a lotte globali per tutto il XX secolo e ancora oggi continua ad ispirare generazioni di militanti. Come affermato da Marx stesso: «solo i lavoratori possono descrivere con cognizione di causa le disgrazie di cui soffrono e solo la classe operaia, e non dei salvatori mandati dalla provvidenza, può mettere in campo con risolutezza i rimedi per curare i mali sociali».
*(FONTE: Sinistrainrete. Clark McAllister è un redattore di «Notes from Below» e un dottorando presso Open University (Londra). La sua attività di ricerca riguarda i lavoratori migranti del settore agricolo e la storia dell’inchiesta operaia. Traduzione di Elia Alberici e Francesca Ioannilli.)
Note
[1] Lawrence, K. (1973) A Workers’ Inquiry by Karl Marx.
[2] Haider, A. e Mohandesi, S. (2013) ‘Workers’ Inquiry: A Genealogy’, Viewpoint Magazine, Issue 3; Ovetz, R. 2020) Workers’ Inquiry and Global Class Struggle, Londra: Pluto.
[3] Rownosc – Kwestyjonaryjusz Robotniczy (1880) – in Karl Marx’s Workers’ Inquiry: 58.
[4] Przedświt, Do Towarzyszy (1886) – in Karl Marx’s Workers’ Inquiry: 63.
[5] Przedświt, Do Towarzyszy (1886) – in Karl Marx’s Workers’ Inquiry: 69.
[6] Blit, L. (1971) The Origins of Polish Socialism, the History and Ideas of the First Polish Socialist Party, 1878-1886, Cambridge, Cambridge University Press: 84.
[7] De Werkmansbode, Dear Editor (1881) – in Karl Marx’s Workers’ Inquiry: 84-85.
[8] Workers’ Responses to the Inquiry, in Karl Marx’s Workers’ Inquiry: 86-117.
[9] Ansing, W., Workers’ Responses to the Inquiry, in Karl Marx’s Workers’ Inquiry: 112.
[10] Ibid: 112.
[11] W. P. G. Helsdingen, ibid: 114.

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