Giuseppe De Marzo: “Solo una economia di pace potrà salvare il genere umano dall’estinzione”

di Frida Nacinovich

Mettere l’economia al servizio dei popoli, costruire la pace e la giustizia, difendere la Madre Terra. Le priorità della Rete dei Numeri pari sono, ovviamente, quelle del suo coordinatore Giuseppe De Marzo. Un nome conosciuto da chi non rinuncia a credere e battersi per un mondo diverso possibile, visto che della lotta contro le disuguaglianze sociali l’economista De Marzo ha fatto ragione di vita. Il suo lavoro ‘sul campo’ con le popolazioni indigene latinoamericane, che fra le tante gli costò l’arresto da parte delle autorità ecuadoregne, nelle pieghe di uno scontro al calor bianco fra i movimenti sociali del paese e le multinazionali petrolifere, è buona carta di identità di un attivista mai domo. Un intellettuale che porta il suo contributo alle ragioni della pace.

 

De Marzo, come responsabile per le politiche sociali di Libera, non avrà certo apprezzato la valanga di miliardi spesi dai governi dei paesi dell’Occidente a sostegno del governo ucraino, finiti in gran parte in armamenti. E avrà apprezzato ancor meno le parole del senatore repubblicano statinitense Linsdey Graham: “Mi piace la strada su cui ci troviamo, con armi e denaro dall’America l’Ucraina combatterà la Russia fino all’ultimo uomo”. Così qui l’unica fine che si intravede non è quella della guerra, è quella del pianeta…

“La spesa mondiale per l’acquisto di armi è in costante aumento, siamo a duemila miliardi di dollari, una somma che parla da sé. In Europa è cresciuta dal 2019 del 4% annuo, e il nostro paese è quinto nel continente per spesa, undicesimo a livello mondiale. Spendiamo 104 milioni di euro al giorno per le armi. Le guerre si preparano, le guerre fanno vittime, prevalentemente civili. Ma in questa fase della storia quello che, evidentemente, molti non riescono a comprendere delle nostre ragioni, del perché continuiamo a dire no alla guerra, è che in questa fase storica ci sono due grandi novità rispetto al passato, allo scorso secolo. Le armi di distruzione di massa hanno raggiunto una potenza inaudita, e quindi basterebbero da sole a fare esplodere, probabilmente, lo stesso sistema solare. D’altra parte siamo consapevoli che la vera minaccia per la sicurezza della specie umana è il collasso climatico. E l’impatto della guerra sull’ambiente è devastante. Anche guardando alle sole emissioni di Co2, il Pentagono è il primo inquinatore al mondo. Tutto questo rende sempre più insicuro il pianeta, ci avvicina all’irreversibilità della crisi ecologica. Il comparto delle armi e della guerra non creano posti di lavoro, né sicurezza sociale. Piuttosto distruggono la nostra salute e minano il nostro futuro come specie su questo pianeta. Perché poi la vita continuerà, e la Terra troverà altri equilibri. Quindi, per rispondere alla tua domanda, penso sia gravissimo che in un mondo in cui il multipolarismo viene archiviato ci venga chiesto di vincere una guerra che non si può vincere, contro un avversario dotato di testate nucleari. Questo significa condannarci a morte, ed è un atto criminale”.

 

La bandiera di Libera ha i colori dell’arcobaleno. Non è un caso. Cosa significa essere pacifisti oggi, quando tutto il sistema dei media sembra essere interventista, come ai tempi della ‘Grande Guerra’ 1914-18?

“Il silenzio dei media di fronte alle ragioni della pace, e la campagna di arruolamento alla guerra, contribuiscono a semplificare il contesto nazionale e internazionale, e  omologano il dibattito nel paese. Il risultato è che la nostra vita continua a peggiorare e rischiamo di perdere le speranze. Si sgretola la questione sociale, senza possibilità di riscatto per chi vive già in grande difficoltà. In questo scenario, la criminalità organizzata e le mafie traggono grandissimo vantaggio. Esercitano un ricatto sui territori, attraverso un welfare sostitutivo mafioso. Come responsabile nazionale di Libera per le politiche sociali, e come coordinatore della Rete dei Numeri pari di cui fanno parte centinaia di realtà, noi continuiamo a dire che, se la pace è la priorità, dobbiamo costruire un’economia di pace. Perché il cuore del problema è il modello di sviluppo, insostenibile socialmente e ambientalmente. Se continuiamo così, il welfare sostitutivo mafioso cresce in assenza di lavoro vero, lavoro buono, lavoro dignitoso, lavoro pagato, lavoro non sfruttato. Nelle periferie sono le mafie a dare le risposte quando lo Stato non ne dà più. Ma non solo, questo ricatto sui territori e la crescita del welfare sostitutivo mafioso in assenza di risposte dello Stato per garantire la giustizia sociale hanno prodotto nel nostro paese un livello di corruzione che è ormai una malattia sociale. Non possiamo pensare infatti che le mafie siano le uniche a trarre vantaggio dalla povertà e dalle guerre. C’è anche la ‘zona grigia’, il luogo delle convergenze degli interessi. Ora in questa ‘zona grigia’ gli affari vanno a gonfie vele. E così non è un caso che la richiesta martellante della politica, accompagnata dai media, sia quella dell’uomo forte al comando. Del presidenzialismo. Succede quando la democrazia non dà risposte, quando le classi dirigenti non indicano nella giustizia sociale e ambientale il punto di arrivo. Invece ci dicono che dobbiamo vincere una guerra contro chi ha armi nucleari. Ci dicono che i 202 miliardi del Pnrr non devono essere più destinati all’equità sociale e alla sostenibilità ambientale, ma a gas, nucleare, carbone, armi. Vuol dire che stanno facendo affari dei comparti legati alla dark economy, quindi al fossile, alle armi, a settori legati a un modello di sviluppo insostenibile. Questo significa che noi saremo più poveri, più precari, ci sarà meno lavoro, avremo più malattie. Anche la pandemia, da cui avremmo dovuto imparare, è il prodotto e la conseguenza del collasso climatico. C’è una connessione fra Covid, collasso climatico e riduzione della biodiversità. Parliamo della guerra e non parliamo delle conferenze del clima che falliscono. L’Italia si era impegnata alla Cop26 di porre fine al finanziamento pubblico per i progetti internazionali sui combustibili fossili. Ma ci siamo rimangiati la parola. Penso sia gravissimo che i media diano spazio a chi sta condannando il nostro paese e le generazioni che verranno alla precarietà e alle malattie. Rischiano di danneggiare i cittadini, condizionando l’opinione pubblica all’odio per i russi. Una contrapposizione che ci porta dritti dritti all’estinzione della nostra specie”.

 

 Alla ripresa in grande stile del conflitto russo-ucraino, nato nel 2014 e incancrenitosi lo scorso febbraio con l’invasione delle armate di Putin, lei aveva subito osservato che quello che poteva accadere era una escalation incontrollabile. A occhio aveva perfettamente ragione.

“Noi sappiamo che le guerre sono parte della storia dell’umanità. Ma nella storia dell’umanità non c’erano queste due novità: è la prima volta che stiamo minacciando la nostra specie vista la crisi ecologica, ed è la prima volta che siamo dotati di armi di una potenza così gigantesca da poter essere pensate solo come forma di deterrenza. Allora ritengo che le parole della presidente Ue, Ursula von der Leyen, siano gravissime. Incendiarie. Penso anche che questa classe dirigente in Europa sia la peggiore nella storia della politica continentale. Mette a rischio i popoli dopo settant’anni di pace, e sta perdendo una gigantesca occasione che era quella del Next Generation Ue. La realtà ci dice che questo modello di sviluppo, e quindi il capitalismo, non è in grado di garantire lavoro, equità sociale e sostenibilità. Quindi si pensa di uscirne con le guerre, per ridefinire nuovi assetti planetari. Ma a questo giro sono davvero dei pazzi, dei criminali, perché non ridefiniscono niente di fronte alla crisi ecologica e alla potenza nucleare con cui stanno giocando”.

 

Nel deserto della ragione, da un anno a questa parte si è alzata forte la voce di Papa Francesco: “Folli, fermatevi”. I governati apprezzano, i governanti fanno finta di nulla.

“Sono 25 anni che i movimenti per la giustizia ambientale e sociale, e i grandi intellettuali del pianeta, ci dicono che i problemi con cui abbiamo a che fare, la crisi energetica, la crisi ambientale, la crisi alimentare, la crisi migratoria, la crisi del lavoro, la crisi della democrazia, sono problemi connessi fra loro, e abbiamo bisogno di un approccio sistemico per affrontarli. Non possiamo affrontarli a compartimenti stagni. Un approccio sistemico ci direbbe che, se voglio garantire la giustizia sociale, la sua precondizione è la giustizia ambientale. Le diseguaglianze nel mondo sono generate per metà dalle ingiustizie ambientali, lo abbiamo scoperto negli ultimi anni, e Papa Francesco ci dice che nemmeno la giustizia ambientale da sola basta, abbiamo bisogno di giustizia ecologica. Cosa vuol dire giustizia ecologica? Fare giustizia alla natura. Se la vita è una rete di esistenze interconnesse, averla spezzata, aver trasformato la Terra come se fosse inerme, ha prodotto la crisi. È questa la crisi della nostra vita, considerare la Terra inerme e non dare diritti alle altre entità viventi. Allora dobbiamo allargare la comunità della giustizia, come hanno fatto le donne. Nel secolo scorso, non dobbiamo dimenticarlo, gli indigeni e le donne erano considerati fuori dalla comunità della giustizia. Così la grande sfida che insieme a Papa Francesco facciamo, come movimenti per la giustizia ambientale ed ecologica nel mondo, movimenti indigeni e contadini, è quella di uscire da una cultura patriarcale e colonialista, non solo capitalista. Significa che al centro c’è la vita, non l’homo economicus bianco. Quindi diciamo reddito, salario, diritto all’abitare, lavoro, riconversione, lotta alle mafie, accoglienza. La visione di cui abbiamo bisogno è questa, e non possiamo sflilarci a seconda dell’argomento che trattiamo. Ecologia integrale per salvarci tutte e tutti, perché è ancora possibile. Ma con un altro approccio, fuori dal modello economico che ha provocato uno sviluppo insostenibile”.

 

 

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