n°45– 06/11/2021 – RASSEGNA DI NEWS NAZIONALI E INTERNAZIONALI. NEWS DAI PARLAMENTARI ELETTI ALL’ESTERO

01 – Luca Manes*: GLASGOW (SCOZIA). A Glasgow una marea verde di giovani in difesa del clima

In migliaia in corteo assediano la Cop26. In prima fila gli indigeni dell’Amazzonia. Greta Thunberg: «Il re è nudo, la storia li giudicherà severamente.

02 – Luca Martinelli *:«Un solo viaggio spaziale inquina più di un miliardo di poveri»» Cop26. Rapporto Oxfam sulle diseguaglianze climatiche: la Co2 è roba per ricchi. E andrà sempre peggio. Nel 2030 l’1% della popolazione sarà responsabile del 16% delle emissioni. Per limitare l’aumento delle temperature, il 1’0% dell’umanità dovrebbe ridurre le proprie emissioni del 97%.

03 – Silvio Messinetti*: Chiamata alle arti»: Riace non si arresta e abbraccia Lucano – Calabria. L’iniziativa al Villaggio globale a un mese dalla condanna dell’ex sindaco a 13 anni. Tantissimi gli artisti in arrivo, insieme a Oliviero e De Magistris: «Occorre riaccendere i riflettori, alimentare la solidarietà e rafforzare la campagna per Mimmo.

04 – Nadia Urbinati*: La crociata contro il politicamente corretto è la difesa di vecchie gerarchie.

05 – Alfiero Grandi*: l G20 di Roma al di sotto dell’indispensabile .

06 – Simone Valesini Scienza*: Elefanti senza zanne e altri esempi di “evoluzione innaturale” In Mozambico le elefantesse nascono sempre più spesso prive di zanne. Un effetto collaterale della pressione esercitata dai bracconieri in cerca di avorio. Un esempio, tra i tanti, di evoluzione accelerata per sopravvivere a un ambiente dominato dall’uomo.

07 – Massimo Villone*:  La forma di governo parlamentare è la più adatta ai tempi.

Quirinale e dintorni. Il modello Giorgetti – Draghi capo dello Stato e simultaneamente capo del governo tramite un avatar – va respinto. È un impianto che nega la connotazione fondamentale del ruolo del capo dello Stato, esplicitamente definito rappresentante dell’unità nazionale dall’art. 87 della Costituzione.

 

01 – Luca Manes*: GLASGOW (SCOZIA). A Glasgow una marea verde di giovani in difesa del clima

In migliaia in corteo assediano la Cop26. In prima fila gli indigeni dell’Amazzonia. Greta Thunberg: «Il re è nudo, la storia li giudicherà severamente. Ormai è chiaro a tutti, la Cop26 Cop26 è un fallimento totale, un festival del greenwashing»

Nel giorno della «congiura delle polveri» di Guy Fawkes, Glasgow viene gioiosamente invasa dai Fridays for Future di tutto il mondo. Ma non solo, tantissimi gli attivisti singoli o in rappresentanza di realtà di tutto il Regno Unito che si sono dati appuntamento a metà mattinata di ieri nello splendido scenario di Kelvingrove Park e che in 25mila hanno marciato fino alla centralissima George Square.

ALLA TESTA DEL CORTEO tante donne e ragazze provenienti dal Sud del mondo e alcuni esponenti delle comunità indigene dell’Amazzonia. Una scelta significativa, quella di dare spazio a coloro le cui voci vengono sistematicamente ignorate e che invece in occasione della Cop26 di Glasgow hanno l’opportunità di ricordare al mondo quali sono gli effetti della crisi climatica e più in generale del modello estrattivista sulla loro pelle.

Purtroppo non di rado l’attivismo si paga con la vita, come è accaduto a Samir Flores, giovane messicano ucciso nel 2019 per il solo torto di essersi opposto alla mega opera infrastrutturale Proyecto Integral Morelos (in cui è coinvolta anche l’italiana Bonatti).

Una sorte tragica come quella di Samir, ricorda Sofia Gutierrez alla fine della marcia, lo scorso anno in Colombia è toccata a ben 65 difensori dell’ambiente e delle comunità, che hanno pagato con la vita il loro impegno. Proprio il presidente colombiano Iván Duque è tra i più attivi alla Cop26, dove invece non si è presentato il suo omologo brasiliano Jair Bolsonaro, il più bersagliato di cori durante la manifestazione. Bolsonaro è additato come responsabile di un vero e proprio genocidio sia dei nativi dell’Amazzonia, dove la deforestazione prosegue senza sosta a tutto vantaggio delle imprese private, che del resto del suo popolo, a causa della gestione fallimentare della pandemia.

NON È TROPPO POPOLARE nemmeno Boris Johnson, in questi giorni in versione «di lotta e di governo» per dare l’impressione di essere un «paladino» del clima. Ieri, tramite il suo portavoce ha fatto sapere di comprendere «il forte sentimento dei giovani sul cambiamento climatico», tuttavia «saltare le lezioni è estremamente dannoso in un tempo in cui la pandemia da Covid ha già avuto un enorme impatto sul loro apprendimento».

UN APPELLO CHE CADE nel vuoto, almeno a Glasgow, dove alla marcia sono tantissimi i ragazzi e i bambini arrivati con le loro famiglie, quasi tutti con il loro pezzo di cartone a mo’ di cartello con su scritti slogan rigorosamente con il pennarello (da «Cop is a fantasy» a «no more blah blah blah», per riecheggiare le parole di Greta sulla vuota retorica dei governi del Pianeta). A estremo insulto per il povero Johnson va detto che per strada ci sono intere classi di bimbetti delle scuole elementari, come quelli della Anderton Primary School, che gridano insieme alle loro maestre «stop climate change». Qualche giovane scozzese, poi, sventola la bandiere con la croce di Sant’Andrea, un chiaro richiamo alle istanze indipendentiste che tra dopo la Brexit da queste parti hanno ripreso forte trazione.

NON MANCA LA delegazione dei Fridays for Future italiani, arrivati a Glasgow rigorosamente in treno. «Ci siamo fatti 15 ore di treno da Torino perché siamo convinti che questa Cop sia l’ultima occasione per invertire la rotta e fermare la crisi climatica», spiega Luca Sardo. «Dobbiamo diminuire le nostre emissioni del 7% ogni anno per restare sotto gli 1,5 gradi di aumento della temperatura media globale. Se rimandiamo ogni decisione all’anno prossimo, probabilmente sarà troppo tardi» ammonisce.

MA SUL FRONTE degli attivisti già serpeggia la convinzione che quella di Glasgow sia l’ennesima occasione persa. Anche alcuni risultati apparentemente positivi lasciano un retrogusto di fiele. Per esempio Marta dei Fridays for Future polacchi non crede che il governo di Varsavia abbia realmente intenzione di smettere di usare il carbone, come promesso nella giornata di giovedì. «Hanno già dichiarato che, non essendo un Paese sviluppato, possono aspettare fino al 2040 per dire addio al carbone. Noi non possiamo attendere tutto questo tempo!».

ANCORA PIÙ ESPLICITA l’ugandese Vanessa Nakate che, rivolgendosi ai nostri governanti, si chiede «quanti altri di questi eventi si dovranno tenere finché non si renderanno conto che la loro inazione sta distruggendo il Pianeta?». Nakate ha sottolineato che «storicamente, l’Africa è responsabile solo del 3% delle emissioni globali e tuttavia gli africani stanno soffrendo alcuni degli impatti più brutali alimentati dalla crisi climatica».

Ribadisce il concetto Greta Thunberg, che durante il corteo è rimasta nelle «retrovie», evidentemente per lasciare la scena agli esponenti del Sud del mondo. Per la giovane attivista svedese la Cop26 è un fallimento totale, un mero esercizio di pubbliche relazioni, «perché non si può risolvere una crisi con gli stessi metodi che l’hanno causata. «Il re è nudo, la storia li giudicherà severamente», ha continuato, ribadendo ancora una volta di considerare la Cop26 il «festival del greenwashing». Insomma, serve un cambiamento di modello, del quale i grandi della terra non vogliono proprio sentire parlare.

*Luca Manes. L’autore fa parte di ReCommon. Giornalista. Dal 2000 al 2012 ha lavorato per la Campagna per la Riforma della Banca mondiale. Dal 2012 è il responsabile della comunicazione)

 

 

02 – Luca Martinelli *:«UN SOLO VIAGGIO SPAZIALE INQUINA PIÙ DI UN MILIARDO DI POVERI»» COP26. RAPPORTO OXFAM SULLE DISEGUAGLIANZE CLIMATICHE: LA CO2 È ROBA PER RICCHI. E ANDRÀ SEMPRE PEGGIO. NEL 2030 L’1% DELLA POPOLAZIONE SARÀ RESPONSABILE DEL 16% DELLE EMISSIONI. PER LIMITARE L’AUMENTO DELLE TEMPERATURE, IL 1’0% DELL’UMANITÀ DOVREBBE RIDURRE LE PROPRIE EMISSIONI DEL 97%.

 

«Un singolo volo spaziale, come quelli organizzati dalle agenzie private per i super-ricchi, è responsabile di più emissioni di quante prodotte dal miliardo di persone più povere del pianeta in un anno». Nafkote Dabi, responsabile delle politiche climatiche di Oxfam, ha commentato così i dati diffusi ieri dal rapporto «Carbon inequality in 2030», diffuso dall’organizzazione non governativa per aprire un altro tema nell’agenda della COP26 di Glasgow, quello della disuguaglianza climatica.

I termini della questione sono, apparentemente, semplici: nel piccolo si stima che le emissioni di carbonio per passeggero per un volo spaziale di 11 minuti siano di almeno 75 tonnellate, mentre il miliardo più povero di abitanti della Terra emette meno di una tonnellata di carbonio all’anno.

IN GRANDE: NEL 2030, le emissioni di CO2 in atmosfera prodotte dall’1% più ricco della popolazione mondiale saranno 30 volte superiori ai livelli sostenibili per limitare l’aumento delle temperature globali entro 1,5°C rispetto all’era pre-industriale.

Se guardiamo invece alle emissioni globali totali, lo studio – realizzato da Oxfam in collaborazione con l’Institute for European Environmental Policy (Ieep) e lo Stockholm Environment Institute (Sei) – stima che l’1% più ricco, cioè 80 milioni di persone, poco meno della popolazione tedesca, tra meno di 10 anni sarà responsabile di ben il 16% delle emissioni globali, mentre nel 1990 rappresentava il 13% del totale e nel 2015 il 15%.

Che cosa significa tutto questo? Che andando avanti sulla strada intrapresa sino a oggi, nel 2030 le emissioni totali di cui sarà responsabile da solo il 10% più ricco del mondo supereranno la quota di emissioni tollerabili per scongiurare l’aumento delle temperature al di sopra di 1,5°C, obiettivo cruciale per il presente e il futuro prossimo del pianeta, inserito negli Accordi di Parigi del 2015 e confermato al recente G20 di Roma. E questo avverrà indipendentemente da ciò che farà il restante 90% dell’umanità.

I LIVELLI DI EMISSIONI prodotti dalla metà più povera degli esseri umani, infatti, saranno ancora molto al di sotto di quanto sostenibile per limitare l’aumento delle temperature entro 1,5°C, mentre questo manipolo di ricchissimi dovrebbe ridurre le proprie emissioni del 97% rispetto a quelle attuali. Per capire se anche voi fate parte delle categorie «1%» o «10%», considerate che il reddito annuo dei primi è pari a 172mila dollari, quello dei secondi di 55mila dollari.

«Viviamo in un mondo in cui una ristrettissima élite sembra avere il permesso di inquinare senza limiti. Le emissioni del 10% più ricco da sole, potrebbero spingerci verso un punto di non ritorno e a pagarne il prezzo più alto, ancora una volta, saranno le persone più povere e vulnerabili del pianeta, che a causa dell’impatto del cambiamento climatico, stanno già affrontando eventi climatici sempre più fuori controllo, fame, carestie e miseria» ha specificato Nafkote Dabi.

I DATI ANALIZZATI ed elaborati da Oxfam sono quelli dell’Emissions Gap Report 2021, diffuso dall’Unep alla fine di ottobre: l’agenzia Onu per l’ambiente stima che le emissioni globali totali dovranno scendere a circa 18 Gt CO2 (25 Gt CO2e) all’anno entro il 2030, su un percorso verso zero emissioni nette entro la metà del secolo, al fine di avere una ragionevole possibilità di limitare il riscaldamento globale a 1,5°C. Ciò equivale a circa 2,3 tonnellate di CO2 per persona all’anno nel 2030.

Tra tante promesse non mantenute, «Carbon inequality in 2030» considera anche gli effetti positivi dell’Accordo di Parigi: il 40% della popolazione mondiale è già sulla strada per arrivare a un taglio delle emissioni pro-capite del 9% tra il 2015 e il 2030. Questo dato rappresenterebbe un punto di svolta, considerando che si tratta in gran parte di cittadini di Paesi a medio reddito come Cina e Sudafrica, che tra il 1990 e il 2015 hanno invece fatto registrare gli aumenti più rapidi di emissioni pro-capite.

 

03 – Silvio Messinetti*: CHIAMATA ALLE ARTI»: RIACE NON SI ARRESTA E ABBRACCIA LUCANO – CALABRIA. L’INIZIATIVA AL VILLAGGIO GLOBALE A UN MESE DALLA CONDANNA DELL’EX SINDACO A 13 ANNI. TANTISSIMI GLI ARTISTI IN ARRIVO, INSIEME A OLIVIERO E DE MAGISTRIS: «OCCORRE RIACCENDERE I RIFLETTORI, ALIMENTARE LA SOLIDARIETÀ E RAFFORZARE LA CAMPAGNA PER MIMMO.

 

La sentenza è stata una batosta. Abnorme, spropositata, inaspettata e, soprattutto, ingiusta. Ha creato sconforto e sfiducia. Ha anche condizionato il voto del 3 ottobre e affossato le speranze di Mimmo Lucano di entrare (anche da «ineleggibile») in consiglio regionale.

Hanno fatto ingiustizia e provato a offuscare un ventennio di speranza intorno all’«utopia realizzata» in queste lande che sovrastano lo Jonio. Ma non ci sono riusciti. Perché Riace non si arresta. Da quella condanna di Locri sono passati 35 lunghi giorni.

È montata la protesta, si è accesa la solidarietà, è partita la raccolta fondi. Ma ora è tempo di riportare Riace alla dimensione che più le compete. Quella politica intesa nel senso più nobile ovvero fare società, creare umanità, alimentare progresso civile.

E per riportare «l’idea Riace» al centro del dibattito, sciogliendole di dosso il cappio giustizialista, si è pensato che la cosa migliore fosse una «chiamata alle arti». Una mobilitazione di tutti coloro (artisti, cantanti, uomini e lavoratori dello spettacolo) che in questi anni, più di tanti altri, si sono spesi per la causa dell’antirazzismo e della fratellanza tra i popoli. A costo di pagarne un alto prezzo.

PERCHÉ IN QUESTA PICCOLA Italia parlare di razzismo e migranti non è «conveniente». Basti pensare alla figuraccia della nazionale di calcio e alla mancata solidarietà con i Black lives matter. Quel che inizia oggi, e che si dipanerà per 48 ore, è un grande abbraccio a Lucano e al suo borgo. «Abbracciamo Riace» è la manifestazione di chi vuol ritrovarsi per stringere a sé il sindaco nel suo «Villaggio globale», quello che lui ha creato e che lo ha reso celebre nel mondo.

La lista di artisti in arrivo è lunga: Vinicio Capossela, Brunori Sas, Tetes de Bois, Ascanio Celestini, Baba Sissoko, l’ex frontman dei Modena City Ramblers, Roberto Zeno, Fiorella Mannoia. E poi Gad Lerner, Oliviero Toscani e Mauro Biani. Attesi anche l’ex presidente Mario Oliverio e Luigi de Magistris.

«Occorre riaccendere i riflettori, alimentare la solidarietà e rafforzare la campagna per Lucano – ci dice Filippo Sestito dell’associazione “Un’altra Calabria è possibile” tra gli organizzatori insieme ai comboniani di padre Zanotelli e alla giornalista Tiziana Barillà – Ci saranno realtà di movimento e organizzazioni importanti come Cgil e Arci, l’elenco di adesioni è lungo. È fondamentale rilanciare la dimensione politica del laboratorio Riace per non farlo morire di oblio. Proprio nei giorni in cui sono ripresi gli sbarchi di massa in Calabria occorre focalizzare l’attenzione su cosa ha rappresentato Riace. Un luogo dove i migranti non erano numeri da ragioneria degli sbarchi ma una risorsa. Interrotta Riace per le note scelte governative la Calabria è tornata ad essere un parcheggio per migranti che sbarcano, vengono prima accolti, ma poi di loro si perdono le tracce. Riace aveva risolto all’origine la questione perché con i migranti i borghi si ripopolavano diventando volano di sviluppo».

IL PROGRAMMA è intenso. Si parte nel pomeriggio con un corteo che muoverà dallo stadio fino all’anfiteatro arcobaleno dove inizieranno ad esibirsi gli artisti. Alle 16 è previsto un dialogo tra Lerner e Lucano.

Nell’anfiteatro il microfono resterà aperto fino a sera, mentre nel Villaggio globale saranno organizzate attività per i bambini. Domani sarà invece il giorno del ricordo e della proposta. Si porterà un fiore sulla bara di Becky Moses, la giovane nigeriana morta carbonizzata in un rogo scoppiato nella favela di San Ferdinando. E infine assemblea generale per l’altra Calabria possibile.

*( Silvio Messinetti è stato un medico, dirigente sportivo e politico italiano di etnia arbëreshë, soprannominato Il medico dei poveri, sindaco di Crotone dal 1946 al 1957 e presidente del Crotone Calcio dal 1945 al 1965)

 

04 – Nadia Urbinati*: LA CROCIATA CONTRO IL POLITICAMENTE CORRETTO È LA DIFESA DI VECCHIE GERARCHIE PER “SECOLI E SECOLI” ÉLITE E POPOLO HANNO CONTINUATO A USARE SENZA OFFENDERSI PAROLE CHE OGGI OFFENDONO, HA SCRITTO LUCA RICOLFI SU REPUBBLICA QUALCHE GIORNO FA.

Chiamare “cafone” un poveraccio o, negli anni dell’emigrazione interna, chiamare “terroni” gli italiani meridionali non offendeva nessuno, sembra di capire leggendo Ricolfi.

Non si può né si dovrebbe mai nell’era dei diritti concentrarsi sull’assistenza lasciando stare i diritti civili e, quindi, il disagio delle minoranze o di chi è solo maggioranza numerica. Il politicamente corretto nasce da questa idea giusta.

Per “secoli e secoli” élite e popolo hanno continuato a usare senza offendersi parole che oggi offendono, ha scritto Luca Ricolfi su Repubblica qualche giorno fa. E quella continuità di uso libero e non ipocrita (autentico!) della lingua ha cementato l’unità tra «la sensibilità dei ceti istruiti, urbanizzati, e tendenzialmente benestanti, e la massa dei comuni cittadini».

Chiamare “cafone” un poveraccio o, negli anni dell’emigrazione interna, chiamare “terroni” gli italiani meridionali non offendeva nessuno, sembra di capire leggendo Ricolfi.

Le persone erano meno ipocrite di come siamo noi oggi, oppressi dall’uso di un linguaggio che dovrebbe riuscire a non offendere nessuno: il “politicamente corretto”.

Paragonandolo a un virus con le sue numerose mutazioni, Ricolfi parla del “politically correct” come di un contagio che dagli Stati Uniti si è diffuso ovunque.

Nella sua narrazione, la nascita di questa malattia contagiosa sarebbe partita dalla mutazione della sinistra americana, da quella buona o attenta alle questioni sociali a quella malata di diritti civili che ha dagli anni Settanta cominciato a occuparsi di minoranze e quindi di riconoscimento e, alla fine, dell’uso stesso della lingua.

È come se si fosse passati dalla denuncia del disagio sociale dei terroni al disagio dei terroni per sentirsi chiamare terroni. Sembra di capire dall’analisi di Ricolfi che non ci sia posto per una corrispondenza tra giustizia sociale e rispetto delle persone attraverso il linguaggio; e così, si mette in un unico paniere tutto quel che sta insieme al politicamente corretto, il bene (come l’uso rispettoso del linguaggio) e il male (come la burocratizzazione dell’ordine linguistico che raggiunge forme paranoiche).

È questo l’aspetto dell’intervento di Ricolfi che colpisce, e non convince. Perché il disagio sociale non deve e non può essere barattato con il rispetto sociale.

La sinistra che si dimentica delle questioni sociali lasciandole alla destra produce una stortura uguale o opposta, perché la equa distribuzione dei costi e dei benefici sociali non deve comunque essere barattata con la libertà (progetto delle destre) e nemmeno con la dignità (progetto di una sinistra di materialismo volgare, come si usava dire un secolo fa).

Non si può né si dovrebbe mai nell’era dei diritti concentrarsi sull’assistenza lasciando stare i diritti civili e, quindi, il disagio delle minoranze o di chi è solo maggioranza numerica. Il politicamente corretto nasce da questa idea giusta.

Il problema è che la sua esagerazione lo ha portato a essere perfino ridicolo, e certamente ingestibile nella vita ordinaria (come mi rivolgo al mio/mia studente?). Ma non si dovrebbe imitare questo estremismo e buttare il bambino con l’acqua sporca.

Il linguaggio è uno strumento di comunicazione pieno di etica e la sua struttura non è irrilevante rispetto al trattamento sociale, non è neutra.

Chi ha cominciato a lottare per le conquiste di dignità e giustizia, ha cominciato anche dal linguaggio – quando Marx rifiutava di usare la parola “poveri” e “povertà” e usava invece “proletari”, “sottoproletari” e “sfruttamento di classe” faceva un uso rivoluzionario della lingua, mettendo a nudo subito, nelle parole, le relazioni di dominio.

Quello di Marx era già un uso “corretto” della lingua, corretto in relazione alla sua lettura di classe della società borghese; e fu molto criticato dai suoi contemporanei per non chiamare le cose con “il loro” nome, ovvero “sfortuna”, “destino”, “svogliatezza” o invece “merito”, “intraprendenza”, ecc.

Il linguaggio copre o svela le relazioni di potere. Il gioco è antico, come quello del linguaggio “corretto” (per chi? e per dare quali informazioni?).

Non è iniziato, come scrive Ricolfi, quando la parola “negro” è stata sostituita dalla parola “nero” (alla quale sostituzione, anche il movimento di Martin Luther King Jr. e poi Barack Obama hanno molto contribuito), ma certamente la razza e il razzismo sono stati madre e padre della lunga marcia da “negro” a “nero” ad “afroamericano”.

Ricolfi ci dice che prima di questo tempo, del nostro tempo, l’uso della lingua era libero; poi, da un certo momento, è cominciata una china pericolosa, che dal linguaggio finisce con la proposta di leggi come quella bocciata recentemente dal Senato.

Diremmo che, se questa non è una rivoluzione poco ci manca. È anche per questa ragione che oggi si battaglia contro il politically correct (ma in realtà per colpire altro, ovvero la catena dei diritti che sembra non interrompersi mai); e, purtroppo, la stupidità che alcune forme di questo codice linguistico rende questa battaglia facile. Ma andiamo con ordine.

Due sono gli schemi principali del ragionamento di Ricolfi: che il politically correct è un linguaggio che crea le cose (mentre, sembra di capire, dovrebbe essere il contrario) e che le cose che ha creato questo linguaggio sono regressive, come lo sono i diritti civili portati oltre un certo punto (quale, non è dato capire).

Il linguaggio crea le cose – certamente! Lo abbiamo visto con la veloce scorribanda nella rivoluzione delle parole di Marx. Questo fenomeno, del linguaggio che crea le cose, è vecchio quanto la società. Il linguaggio è un codice di convenzioni e le convenzioni sono registrazioni di potere, come ci ha insegnato magistralmente Thomas Hobbes.

Prima del politically correct c’era un politically correct, dunque; uno che, appunto a causa di robuste e millenarie gerarchie sociali, non era avvertito come convenzionale, tanto era atavica la relazione gerarchica tra chi dominava l’appellazione e la significazione e chi la subiva.

Se il linguaggio crea le cose, allora si tratta di guardare dietro il velo del codice linguistico per capire in che cosa consisteva quella bella sincerità di ieri, quando usare parole come “terrone” o “cafone” non dava problemi mentre oggi saremmo redarguiti se lo facessimo e abituiamo i bambini e i ragazzi a non usare quel linguaggio.

Si deve ammettere che l’educazione è una forma di ipocrisia sistemica che si sedimenta in abito o costume – senza la qual cosa non ci sarebbe apprendimento e socializzazione e neppure linguaggio. Quindi di quale ipocrisia si parla quando si lamenta l’uso politicamente corretto del linguaggio?

Essere sinceri e liberi di dire che cosa in pubblico? Forse che, prima, quando si poteva dare del terrone a un meridionale senza battere ciglio, eravamo liberi da codici linguistici? O non era invece quella una forma di “politically correct” che stava bene a qualcuno ma non ad altri? Era un codice linguistico cucito sulla gerarchia sociale esistente e praticato senza tanto questionare.

Il “negro” era così chiamato dai padroni di schiavi e dai bianchi, ma anche dai suoi compagni “negri” poiché per parlare di sé tra di loro usavano il linguaggio dei padroni non avendo essi altra lingua, scriveva Alexis de Tocqueville.

E da noi, il “cafone” era così chiamato dai proprietari terrieri; il “terrone” era così chiamato dagli italiani del nord, ricchi o poveri che fossero (senza avvedersi, questi ultimi, che quel linguaggio li faceva schierare dalla parte sbagliata). Il bel sincero linguaggio di ieri era espressione della correttezza di ceto o di classe o di gerarchica.

Non sappiamo se i neri, i contadini e i meridionali si offendessero o se l’essere chiamati in quel modo facilitava il loro senso di sé, se li faceva sentire forti e con le stesse opportunità culturali e simboliche di chi li appellava in quel modo. Né del resto è dato di sapere come erano chiamati gli appellanti: i bianchi padroni di schiavi, i proprietari terrieri e i nordici italiani.

Loro, tutti loro, come erano chiamati dai “negri”, dai “cafoni”, dai “terroni”? Sembra di poter dire che la normalità linguistica senza ipocrisia seguiva una relazione vettoriale che andava in una direzione soltanto – “dagli” appellanti “agli” appellati – senza ritorno, senza reciprocità. Ricolfi dice che la lingua folle di oggi crea fossati tra gruppi.

Ma che cosa dire dei fossati di ieri, quelli che non potevano essere saltati? Se un proprietario terriero parlava con “suo” villico, quest’ultimo come si rapportava a lui? Probabilmente piegando il capo e dentro di sé maledicendolo – ovvero ipocritamente teneva in testa quel che pensava e si guardava bene dal rivelarlo, perché non era libero di dire quel che voleva come lo era il suo padrone. Dunque c’era ipocrisia.

C’era ipocrisia ma non egualmente diffusa. C’era ipocrisia anche quando solo alcuni potevo essere liberi di dire in faccia ad altri che erano dei terroni o negri o cafoni. Era ipocrisia di classe, si potrebbe dire in coerenza con la posizione marxista (che Ricolfi menziona come antidoto all’uso strumentale della lingua).

*( Nadia Urbinati è un’accademica, politologa e giornalista italiana naturalizzata statunitense.)

 

05 – Alfiero Grandi*: L G20 DI ROMA AL DI SOTTO DELL’INDISPENSABILE . VENTI ANNI FA IL G8 FU OGGETTO DI FORTI CONTESTAZIONI A GENOVA. CI FURONO GRANDI MANIFESTAZIONI, A CUI CORRISPOSE UNA REPRESSIONE FEROCE ORCHESTRATA DALLA COMPONENTE AUTORITARIA DEL GOVERNO BERLUSCONI, CHE TROVÒ IL SUO BRACCIO ATTUATORE IN UNA PARTE IMPORTANTE DELL’APPARATO DELLO STATO, BASTA RICORDARE I GRAVISSIMI EPISODI AVVENUTI NELLA CASERMA DIAZ.

Quella contestazione, non da sola ovviamente, spinse a cambiare la composizione dei vertici mondiali, superando di fatto il G8, aprendo ad una visione dei problemi del mondo più multilaterale. Sull’onda di una critica ai vertici di pochi paesi si è arrivati al G20 che ne coinvolge un numero più grande. Si dovrebbe riflettere su una rivitalizzazione delle sedi internazionali come l’ONU, create da un sogno mondiale, colpite duramente da Trump e non solo.

Le contestazioni a questo G20 non sono paragonabili a quelle di 20 anni fa. Non a caso si è svolto in un clima che non ha trascurato la valorizzazione dell’attrattività italiana e ha perfino presentato la curiosità di reali impegnati a gestire dibattiti su argomenti di solito distanti dal ruolo dei regnanti. Altra osservazione riguarda il fatto che vertici come questo esaltano i ruoli degli Stati e deprimono quello dell’Unione europea, la cui presidente era presente ma oscurata dai vertici bilaterali. I leader degli Stati europei non riescono a rinunciare al loro protagonismo, anche sotto la pressione delle verifiche elettorali. Quindi l’Europa si è presentata come un insieme di Stati, ciascuno con suoi interessi ed iniziative. Per questo non ci si deve stupire se l’Europa non riesce ad esercitare verso altri grandi interlocutori mondiali un ruolo trainante su problemi di fondo, come le iniziative per il clima, che potrebbe svolgere.

L’assenza dei leader di Cina e Russia si è fatta sentire, della serie: mi notano di più se vado o se non vado? Sia perché ha pesato sulle conclusioni, ottenendo di sfumare gli impegni per il clima, spostando la decarbonizzazione in un tempo incerto a metà del secolo, per consentire a Cina e Russia di accettare il documento. Quanti comprendono la drammaticità del cambiamento climatico e l’urgenza delle misure da adottare per restare entro 1,5 gradi di aumento della temperatura non possono essere soddisfatti di questa incertezza temporale, perché ciò ha delle conseguenze sulle misure da prendere senza perdere tempo. È un equilibrio diplomatico, ma non è una scelta forte e netta per il clima. Sia perché sul piano più politico questi paesi hanno ricordato a tutti che senza di loro le decisioni che possono essere adottate, ad esempio sul clima, sono parziali al limite dell’inefficacia.

Questo è il risultato di scelte contraddittorie di Biden, che finora ha messo la Cina nel mirino, pur affermando che non vuole una guerra. Inevitabilmente questa scelta degli USA alza la tensione e non aiuta la comprensione. Così si rende difficile il coinvolgimento della Cina nella fase politica aperta dopo la ritirata dall’Afghanistan. Anche la Russia detiene argomenti rilevanti nel rapporto con l’Europa, basta pensare al rapporto con la Germania sul gas. Questo rende difficile tagliare di netto, le sanzioni servono a ben poco. Anche in questo caso non mettere l’accento sulla collaborazione finisce con il lasciare irrisolti contenziosi.

Biden non è riuscito finora  a sfuggire alla logica politica di indicare nemici esterni per compattare il fronte interno, con il risultato di mantenere distanze e tensioni. Sia con chi è considerato un avversario, se non un nemico. Sia all’interno del fronte degli alleati, perché i rapporti consolidati non sono gli stessi per tutti. Senza trascurare che gli Usa, come ha ammesso Biden con Macron, sono stati maldestri sulla questione sottomarini all’Australia, che poi si tratti di armi è solo la conferma della primazia degli armamenti, che continuano a crescere nel mondo senza, al contrario, una strategia di contenimento e riduzione, bruciando risorse enormi, ben maggiori di quelle necessarie per il clima e creando crescenti pericoli di conflitto.

Resta il fatto che sul clima i 20 grandi non hanno dato un contributo all’altezza del loro ruolo e delle aspettative, visto che l’accordo sul limite di aumento della temperatura entro 1,5 gradi è contraddetto dai tempi fumosi per arrivare al Carbon free, che è poi la concretizzazione del non aumento della temperatura oltre 1,5 gradi. La riunione di Glasgow non riceve l’impulso auspicabile dal G20. Vedremo se le conclusioni di Glasgow saranno all’altezza del dramma climatico che stiamo già vivendo, prima che sia troppo tardi. Così l’obiettivo di aiutare i paesi più poveri e in difficoltà con 100 miliardi all’anno di aiuti era precedente e avrebbe dovuto essere realizzato entro il 2020, la speranza è che ora si realizzi.

Draghi ha fatto bene ad insistere sul multilateralismo, ma l’ascolto è stato piuttosto diplomatico.

L’Europa ha ottenuto l’allentamento dei dazi imposti da Trump sugli scambi di acciaio e alluminio. Il limite è che si tratta di un accordo bilaterale tra Usa ed Europa, mentre avrebbe dovuto rientrare in un quadro di impegni multilaterali per ridurre la CO2 in settori in cui il carbone pesa tantissimo e il consumo di energia è enorme. Pensare di risolvere i rapporti con la Cina e la Russia, grandi produttori di acciaio ed alluminio, con metodi climalteranti, senza un loro coinvolgimento in un quadro di impegni per il clima è un’illusione.

Sulla pandemia solo una memoria labile può dimenticare l’enfasi sulla fornitura dei vaccini ai paesi poveri a metà di quest’anno, con la promessa di un miliardo di vaccini tra Usa ed Unione europea. Purtroppo secondo il responsabile dell’Organizzazione mondiale della sanità solo il 15% di quanto promesso è arrivato ai paesi più poveri, che non hanno le risorse per acquistarli e spesso neppure le strutture per somministrarli. Del resto, appare chiaro in tutti gli scenari che le percentuali di somministrazioni di vaccini nelle aree più povere sono al 3%, o al5%, a seconda dei calcoli. Visto che i vaccini sono indispensabili, che solo una vaccinazione a livello mondiale può rendere sicuri anche i paesi più ricchi, visto che si prevede di arrivare al 70% della popolazione mondiale solo entro il 2022, se gli impegni verranno mantenuti, se ne può dedurre che il G20 non ha svolto il ruolo forte che avrebbe potuto.

Inoltre il G20 ha lasciato in sostanza al WTO la decisione sulla liberalizzazione almeno temporanea dei brevetti dei vaccini, mentre avrebbe potuto dare un input alla prossima riunione mondiale, che dovrebbe decidere sull’argomento. Serviva una indicazione chiara e netta per arrivare finalmente ad una decisione positiva. Tanto più che le grandi aziende farmaceutiche produttrici di vaccini hanno già guadagnato tantissimo e ora una decisione di liberalizzazione dei brevetti, anche limitata alla fase della pandemia, sarebbe possibile senza traumi. La tassazione sulle grandi multinazionali, in particolare quelle legate all’informatica, al 15% è un passo avanti. Si poteva fare di più e meglio, lo stesso Biden era partito dal 20/25%, l’Europa non è riuscita a fare meglio, anzi. Passa comunque un principio importante, anche grazie al G20, ma senza dimenticare che questa decisione in realtà era già presa in sede Ocse. Ora si tratta di andare avanti nella attuazione bene e rapidamente, perché non è ancora una decisione operativa, ma solo una forte intenzione e come si sa il veleno è nella coda.

 

VISTO CHE I SINGOLI STATI DOVRANNO PRENDERE LE DECISIONI ATTUATIVE È MEGLIO ESSERE VIGILI.

Infine negli incontri di varia natura è emersa con chiarezza una divisione, anche in Europa, su nucleare e gas. L a Francia ha fatto lobbing sul nucleare senza ritegno, lodando il ministro Cingolani in modo sospetto. Quindi non ci sono solo problemi esterni all’area Usa/Europa ma ci sono anche all’interno sul clima. Non tutti i problemi derivano dal rapporto con Cina e Russia o con paesi come l’India che chiedono con molte ragioni sostegni per affrontare la transizione ecologica. Ci sono scelte sbagliate anche in Europa. La Francia guida un gruppo di paesi che punta sul nucleare e preme per potere utilizzare i soldi del Next Generation EU tentando di “verniciare” di verde il nucleare. La Germania è condizionata dal gas che è pur sempre di origine fossile, quindi produce CO2. Bene dare segnali sul carbone ma non basta.

Ogni sforzo dovrebbe essere volto al rilancio degli investimenti sulle rinnovabili.  L’aumento spropositato dei prezzi dei combustibili fossili è la spia che sostituirli non sarà facile ma è urgente, per questo occorre contrattaccare rilanciando gli investimenti per le energie rinnovabili a tutto campo.

In conclusione: Draghi può rivendicare di avere evitato il fallimento del G20, ma Gutierrez, segretario generale dell’ONU, non ha torto quando si dichiara deluso per i risultati, a partire dal clima, in fondo è dell’ONU lo studio che ha lanciato l’ultimo allarme attraverso il rapporto dei suoi esperti, accettato dai rappresentanti dei governi, che evidentemente se ne sono già dimenticati. Purtroppo il clima alterato non legge i documenti e non è in grado di apprezzare spostamenti troppo lenti per dare risultati.

Serve un’iniziativa politica mondiale forte che metta al centro il sogno di ridurre le emissioni nei tempi giusti, non quando le convenienze immediate o presunte tali lo consentono. Per questo il G20 è stato al di sotto di quanto è indispensabile.

*( Alfiero Grandi, su www.jobsnews.it)

 

06 – Scienza. Simone Valesini *: ELEFANTI SENZA ZANNE E ALTRI ESEMPI DI “EVOLUZIONE INNATURALE” IN MOZAMBICO LE ELEFANTESSE NASCONO SEMPRE PIÙ SPESSO PRIVE DI ZANNE. UN EFFETTO COLLATERALE DELLA PRESSIONE ESERCITATA DAI BRACCONIERI IN CERCA DI AVORIO. UN ESEMPIO, TRA I TANTI, DI EVOLUZIONE ACCELERATA PER SOPRAVVIVERE A UN AMBIENTE DOMINATO DALL’UOMO.

 

L’uomo inquina, caccia, preleva risorse, distruggendo habitat naturali ed interi ecosistemi. Per alcune specie animali e vegetali le conseguenze, purtroppo, sono destinate a rivelarsi fatali (attualmente si calcola che siano circa un milione le specie animali a rischio di estinzione in conseguenza delle attività umane). In altri casi l’evoluzione riesce ad avere la meglio, selezionando nuovi fenotipi in grado di sopravvivere in un ambiente dominato dall’uomo. Al prezzo, ovviamente, di radicali cambiamenti rispetto al passato. È capitato ad esempio nel parco nazionale di Gorongosa, in Mozambico, dove in meno di 20 anni quella che in precedenza era una rara mutazione genetica è divenuta oggi estremamente diffusa, privando circa il 50% delle femmine di elefante della regione delle loro preziose zanne.

LA CAUSA? Il bracconaggio, che – spiega uno studio pubblicato su Science – ha reso vantaggioso per gli animali non sviluppare mai il trofeo per cui vengono cacciati. Un fenomeno forse poco noto, ma tutt’altro che raro: un po’ ovunque la natura sta mutando a velocità “innaturale”, in conseguenza dei cambiamenti e delle pressioni che imponiamo all’ambiente. Ecco qualche esempio.

 

GLI ELEFANTI SENZA ZANNE

Il caso in questione è legato a un periodo drammatico della storia del Mozambico: la guerra civile che tra il 1977 e il 1992 ha insanguinato il paese, lasciandosi alle spalle oltre un milione di morti civili e ampie aree del paese coperte di mine antiuomo. Tra le vittime collaterali del conflitto vanno annoverati inoltre migliaia di elefanti, massacrati dai soldati di entrambi gli schieramenti per ricavare avorio, che veniva venduto in occidente per finanziarsi.

In 20 anni il 90% della popolazione di elefanti selvatici del Mozambico è sparita, vittima del bracconaggio, lasciando un piccolo gruppo di pachidermi a ripopolare il parco naturale di Gorongosa, tornato sicuro con il cessare delle ostilità. Oggi la comunità è tornata florida, e conta circa 700 esemplari adulti di elefante. Ma le elefantesse adesso presentano una particolarità: quasi il 50% infatti è completamente priva di zanne.

Come ha dimostrato lo studio pubblicato su Science, la spiegazione è da ricercare in una mutazione genetica che impedisce la crescita delle zanne negli esemplari femminili, e risulta invece fatale in quelli maschili. Il gene in questione, posizionato sul cromosoma X, è presente in natura anche al di fuori del parco di Gorongosa, ma solitamente è estremamente raro (come è normale aspettarsi visto che si tratta di una mutazione che uccide il 50% della prole maschile delle sue portatrici).

In Mozambico è invece divenuto estremamente comune, per la combinazione di due fenomeni: il collo di bottiglia evolutivo rappresentato dallo sterminio della quasi totalità degli elefanti durante la guerra civile, e la pressione selettiva esercitata dalla caccia (continuata, seppur con meno forza, anche in seguito al termine della guerra), che ha eliminato progressivamente le femmine provviste di zanne lasciando una maggioranza di esemplari senza zanne a ripopolare la regione. Vista la particolare natura della mutazione in questione, gli autori dello studio prevedono che con il tempo, se la popolazione di elefanti continuerà a crescere e il bracconaggio sarà tenuto a bada, la percentuale di femmine senza zanne dovrebbe tendere a normalizzarsi. Nel frattempo, però, moltissime elefantesse del Gorongosa ne rimarranno sprovviste.

 

ZANZARE METROPOLITANE

La metropolitana di Londra è una delle più antiche ed estese linee di trasporto sotterraneo del pianeta. Sin dalla sua inaugurazione, a metà del diciannovesimo secolo, i passeggeri non sono stati soli nelle sue gallerie, visto che roditori e insetti di ogni tipo chiamano oggi casa la rete di tunnel. Le zanzare, in particolare, si sono adattate perfettamente all’ambiente sotterraneo, al punto da trasformarsi quasi in una specie a sé stante. Queste zanzare (chiamate a volte Culex pipiens molestus, perché rappresentano una variante della zanzara comune, o Culex pipiens, più aggressiva nei confronti dei mammiferi) hanno la capacità di riprodursi anche senza banchettare con il sangue, di farlo anche in ambienti chiusi e durante tutto l’anno, e pungono esclusivamente mammiferi (principalmente uomini o roditori) a differenza delle cugine di superficie, che amano pungere anche gli uccelli.

Con tante particolarità, è facile ipotizzare che ormai abbiano ben poco a che vedere con le loro parenti di superficie. E in effetti, uno studio pubblicato su Nature nel 1999 puntava proprio in questa direzione, dimostrando che le zanzare della metropolitana di Londra tendono a non riprodursi con esemplari di superficie, e possiedono un pool genetico isolato e più ristretto, compatibile con un singolo evento di colonizzazione. Non deriverebbero cioè da migrazioni continue dalla superficie verso i tunnel sotterranei, ma da un unica migrazione avvenuta in passato, probabilmente durante la costruzione del primo sistema di gallerie della metro.

Non tutti gli esperti concordano con l’idea che rappresentino ormai una specie a sé, ma a prescindere dalle diatribe tassonomiche, le zanzare della metropolitana di Londra sembrano possedere realmente alcune caratteristiche uniche, che senza lo zampino dell’uomo, probabilmente, non avrebbero mai visto la luce.

 

FALENE E INQUINAMENTO

Altro esempio da manuale è quello delle falene delle betulle, lepidotteri diffusi in Europa e Nord America che presentano due forme estremamente differenti: una “tipica”, di colore chiaro e maculato, e una “carbonaria”, completamente di colore scuro. Il particolare interessante, in questo caso, è che fino a un paio di secoli fa la variante tipica era molto più diffusa della variante scura, mentre a partire dai primi dell’Ottocento la situazione si è invertita.

Grazie agli studi lanciati dal biologo e genetista inglese Bernard Kettlewell a metà del secolo scorso, oggi sappiamo anche il perché. Lo schema di colori che caratterizza la variante tipica è infatti perfetto per mimetizzarsi sul tronco delle betulle, o almeno lo è stato fino a quando queste sono state di colore bianco. Con la rivoluzione industriale, in Inghilterra (e in altre aree industrializzate del pianeta) la fuliggine prodotta dalla combustione di enormi quantità di carbone ha iniziato a sporcare di nero gli alberi delle aree urbane, rendendo le falene di colore chiaro facile preda degli uccelli. Di colpo, le falene scure si sono trovate avvantaggiate nella lotta per la sopravvivenza, avendo acquisito grazie all’inquinamento una inedita capacità di mimetizzarsi negli ambienti cittadini.

Purtroppo per loro, negli ultimi decenni il progressivo abbandono del carbone come fonte di energia ha ribaltato nuovamente la situazione, rendendo nuovamente vantaggiosa la colorazione della variante tipica. E in effetti, oggi la variante carbonaria è tornata nuovamente più rara della sua controparte chiara un po’ ovunque.

 

CORNA SEMPRE PIÙ PICCOLE

La pecora delle Montagne Rocciose, o Bighorn, è una specie di pecora selvatica nordamericana, facilmente riconoscibile per il grande palco di corna esibito dai maschi, che può raggiungere anche i 14 chili di peso. In passato erano estremamente abbondanti, ma la popolazione selvatica è diminuita velocemente a partire dall’inizio del secolo scorso, a causa della caccia (e di altri pericoli introdotti dall’uomo, come i nuovi patogeni arrivati con le pecore europee). A partire dagli anni ’30 sono stati lanciati diversi progetti di ripopolamento, che hanno riportato a crescere la popolazione delle pecore delle Montagne Rocciose in diverse aree degli Stati Uniti e del Canada. Di recente però la comunità scientifica si è accorta di un particolare curioso: le dimensioni delle corna degli esemplari moderni sono, in media, ben più contenute di quelle che si vedevano in passato.

Cercando una spiegazione, alcuni esperti hanno ipotizzato che anche qui ci sia lo zampino dell’uomo. La caccia a questi animali, seppur strettamente regolata, è ancora possibile in molte aree del Nord America, e quel che interessa ai cacciatori sono proprio le loro corna, che possono essere vendute come trofeo di caccia per cifre molto elevate.

Una possibile spiegazione della riduzione osservata nelle dimensioni medie delle corna è quindi che questo sia effetto della selezione artificiale provocata (involontariamente in questo caso) dall’uomo. Cacciando gli esemplari con le corna più grandi, i cacciatori lasciano maggiori chance riproduttive agli esemplari meno dotati di grandi corna, che normalmente sarebbero in svantaggio visto che le corna sono usate proprio per combattere durante la stagione degli amori. E una stagione dopo l’altra, decennio dopo decennio, gli esemplari con le corna di dimensioni maggiori hanno lasciato una discendenza sempre più esigua, modificando così (con il contributo di altri fattori) il fenotipo predominante nei maschi di questa specie.

*( Simone Valesini,  Scienza. Giornalista scientifico a Galileo, Giornale di Scienza dal 2012, collabora con Wired, L’Espresso, Repubblica.it. )

 

07 – Massimo Villone*:  LA FORMA DI GOVERNO PARLAMENTARE È LA PIÙ ADATTA AI TEMPI.

QUIRINALE E DINTORNI. IL MODELLO GIORGETTI – DRAGHI CAPO DELLO STATO E SIMULTANEAMENTE CAPO DEL GOVERNO TRAMITE UN AVATAR – VA RESPINTO. È UN IMPIANTO CHE NEGA LA CONNOTAZIONE FONDAMENTALE DEL RUOLO DEL CAPO DELLO STATO, ESPLICITAMENTE DEFINITO RAPPRESENTANTE DELL’UNITÀ NAZIONALE DALL’ART. 87 DELLA COSTITUZIONE. COME TALE, NON POTREBBE ESSERE TITOLARE DI POTERI DI GOVERNO IN SENSO PROPRIO, NÉ DIRETTAMENTE NÉ PER INTERPOSTA PERSONA

 

Il semi-presidenzialismo di fatto tratteggiato dal ministro Giorgetti ha contribuito a mettere in luce il conflitto tra Lega di lotta e Lega di governo. Il consiglio federale del partito si è chiuso con un formale sostegno a Salvini, ma il dualismo di linea politica rimane, come traspare dalla stampa locale lombarda e del Nord-est. Forse siamo a un armistizio, e comunque di quel che accade in casa leghista possiamo felicemente disinteressarci. Invece, il tema della collocazione futura di Draghi, del rispetto delle architetture istituzionali e della Costituzione, ci riguarda tutti.

Il modello Giorgetti – Draghi capo dello Stato e simultaneamente capo del governo tramite un avatar – va respinto. È un impianto che nega la connotazione fondamentale del ruolo del capo dello Stato, esplicitamente definito rappresentante dell’unità nazionale dall’art. 87 della Costituzione. Come tale, non potrebbe essere titolare di poteri di governo in senso proprio, né direttamente né per interposta persona.

A chi sottolinea l’ampio sostegno popolare per i presidenti, si può obiettare che ciò appunto accade per la natura super partes che viene percepita come loro connotazione, perché non assimilati a un governo in carica. A chi ricorda i presidenti interventisti – come Napolitano – si risponde che da sempre i costituzionalisti sanno che i poteri presidenziali si espandono o si comprimono a fisarmonica, in funzione inversa rispetto alla forza e solidità dei soggetti politici. A King George, come oggi a Mattarella, un no avrebbe messo o metterebbe un freno. Uno studioso di vaglia come Calise (Il Mattino, 4 novembre) menziona la “extrema ratio della promulgazione dissenziente”. Appunto. È una promulgazione che i dubbi sostanziali non hanno fermato. Nella specie, ammettiamo pure che Draghi, andando al Quirinale, riesca a governare per interposta persona fino al voto politico. E dopo?

Meglio allora un semipresidenzialismo da regolare riforma? Da decenni si aggira nel paese il fantasma dell’uomo solo al comando. L’elezione diretta del capo del governo, possibilmente corredata di una solida maggioranza numerica nelle assemblee elettive anche grazie a leggi elettorali maggioritarie, ha sedotto molti. Il mantra a sostegno è che il premier elettivo è elemento unificante, in grado di superare la frammentazione dei sistemi politici semplificandoli, e di portare efficienza ed efficacia nell’azione di governo.

Ma è davvero così? Che un capo del governo direttamente eletto sia davvero unificante dipende dal contesto in cui si inserisce. In società stabili, imperniate su una ampia middle class, con sistemi tendenzialmente bipartitici portatori di programmi in larga misura simili, la best practice di un tempo suggeriva che si governasse dal centro. Un’elezione diretta del capo del governo poteva ben essere considerata una scelta ottimale. Ma in società che si frantumano per l’aumento esponenziale delle diseguaglianze, l’impoverimento della classe media, il destrutturarsi del sistema politico, l’elezione diretta del capo del governo può produrre divisione e contrapposizione. E si governerà dalle estreme.

Così è stato, ad esempio, negli Stati Uniti con l’elezione di Trump, che ha diviso il paese come mai nella storia. Così è stato in Gran Bretagna, dove il modello Westminster reca una sostanziale elezione diretta del premier. Johnson ha conquistato il soglio, ma rischia l’unità del Regno. Mentre Macron in Francia ha una solida maggioranza numerica in parlamento, ma naviga in acque basse con i sondaggi e vede il malessere del paese manifestarsi nelle strade e nelle piazze. L’ingegneria politica e istituzionale non cancella i conflitti. La forma di governo parlamentare è la più adatta al tempo in cui viviamo, soprattutto se accompagnata da assemblee – in virtù di una buona legge elettorale – ampiamente rappresentative, in cui i conflitti possono essere mediati e portati a sintesi.

Soffriremo a lungo per il tormentone su Draghi al Colle, anche e soprattutto perché sappiamo che le motivazioni delle varie ipotesi in campo non si sottraggono per nessuno alla bassa cucina dell’interesse spicciolo di parte. Certo, Draghi potrebbe istantaneamente fermare il chiacchiericcio, dichiarando che il Colle non gli interessa. Ha sempre evaso le domande sul punto. Ma vogliamo proprio prendercela con lui perché non fa il Cincinnato? Anche se, a ricordare bene, Cincinnato poi torna … .

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