20 12 05 NEWS DAI PARLAMENTARI ELETTI ALL ESTERO ED ALTRE COMUNICAZIONI

00 – Schirò (Pd): il reddito di cittadinanza deve essere concesso anche agli emigrati rimpatriati
01 – La Marca – Schirò (PD): gli emendamenti del pd alla legge di bilancio a favore degli italiani all’estero
02 – La Marca, Schirò (PD) – decreto “accoglienza”: un nostro emendamento riporta a 24 mesi la durata delle pratiche di cittadinanza per matrimonio
03 – A. Schirò (Pd): lingua e cultura, sollievo fiscale e servizi ai connazionali: queste le mie scelte per la legge di bilancio 2021
04 – La Marca (Pd): i miei emendamenti alla legge di bilancio a favore degli italiani all’estero,
05 – La Marca (Pd): i proconsoli del Maie schierati a difesa dei ritardi e delle disfunzioni dei consolati
06 – Fmi: virus minaccia ripresa Eurolandia.
07 – ECONOMIA – Riforma del Mes: il no italiano è sempre stato sì. Fin dal 2019 Roma non ha mai messo in dubbio il suo impegno: oggi l’ok alla riforma in Eurogruppo. Frizioni col nord sulle banche
08 – I pozzi avvelenati del trumpismo. L’America di Biden. Altro che rinascita. Stremata da quattro anni di tossine e falsità sparse nel processo politico, la democrazia Usa è in rianimazione. Negli ultimi giorni del regime la logica conclusione di quanto annunciato fin dall’inizio: una dilagante illegalità e la saldatura fra cattiva fede e incompetenza
09 – Villone – Rischiamo una governance da oligarchi. Recovery. Già la lotta alla pandemia ha mostrato debolezze, soprattutto evidenti nella cacofonia politica e istituzionale dell’ultima fase. Lo stesso potrebbe accadere per la governance dei fondi europei
10 – A che punto sono le riforme del parlamento Dopo il referendum. Le forze di centrosinistra avevano posto l’adozione di ulteriori correttivi come condizione per dire sì al taglio dei parlamentari fortemente voluto dal Movimento 5 stelle. Ma a due mesi dalla consultazione referendaria l’iter delle riforme è sostanzialmente fermo
11 – Germania, approvate le 90 leggi contro il razzismo. Il governo Merkel dà l’ok. Le nuove norme sono il risultato dell’impegno congiunto della Grande coalizione con gli accademici e le associazioni dei migranti.
12 – Enrico M. Moncado – L’epidemia racconta il collasso di un mondo già devastato. Scaffale. «Krisis. Corpi, Confino e Conflitto», una raccolta di saggi per Catartica con contributi di Afshin Kaveh, Alberto Giovanni Biuso, Xenia Chiaramonte, Cristiano Sabino, Nicoletta Poidimani, Elisabetta Teghil.
13 – L’ITALIA, NUMERI ALLA MANO I dati sono un ottimo modo per analizzare fenomeni, raccontare storie e valutare pratiche politiche. Leggi “In calo le procedure di infrazione a carico dell’Italia”.
14 – NEWCASTLE – Una banca del cibo lanciata dal Newcastle United Sport e solidarietà. Nella città inglese del Nord, i soldi destinati alle pay tv sono stati spesi meglio.



00 – SCHIRÒ (PD): IL REDDITO DI CITTADINANZA DEVE ESSERE CONCESSO ANCHE AGLI EMIGRATI RIMPATRIATI, 4 DICEMBRE 2020
In un periodo in cui sono molti gli italiani emigrati all’estero costretti a rientrare in Italia per motivi che vanno dalla crisi sanitaria alle difficoltà socio-economiche sopraggiunte in molti Paesi di emigrazione, io ritengo opportuno, necessario e umanamente doveroso che lo Stato italiano eroghi il Reddito di cittadinanza anche ai nostri connazionali che rimpatriano.

A tal fine ho presentato, tra numerosi altri, un emendamento alla legge di Bilancio.
Come è noto la legge istitutiva del Reddito di cittadinanza, così come è formulata, non consente ai giovani italiani emigrati all’estero e iscritti all’Aire (Anagrafe degli italiani residenti all’estero) in cerca di lavoro di poter richiedere il Reddito di cittadinanza nei casi in cui dovessero decidere di rientrare in Italia (non potendo far valere i due anni di residenza continuativa immediatamente prima della presentazione della domanda). Lo stesso dicasi degli anziani emigrati soprattutto in Paesi dell’America Latina i quali rientrano in Italia per motivi economici o umanitari (vedere Venezuela) e volessero richiedere la Pensione di cittadinanza: anch’essi non potrebbero far valere i due anni continuativi di residenza prima della domanda.
Con il mio emendamento, se fosse approvato, verrebbe modificata la legge ed eliminato il requisito dei due anni di residenza in Italia immediatamente prima della presentazione della domanda (mentre verrebbe mantenuto il requisito di una residenza complessiva di 10 anni così come previsto dalla legge attualmente in vigore) per dare ai nostri connazionali residenti all’estero, giovani e anziani i quali decidono di rientrare in Italia, la possibilità di richiedere, se disoccupati o in difficoltà economica, il reddito o la pensione di cittadinanza.

Angela Schirò
Deputata PD – Rip. Europa –
Camera dei Deputati


01 – LA MARCA – SCHIRÒ (PD): GLI EMENDAMENTI DEL PD ALLA LEGGE DI BILANCIO A FAVORE DEGLI ITALIANI ALL’ESTERO, 30 novembre 2020
In occasione dell’esame della legge di bilancio per il 2021 e per il triennio 2021-’23, con un lavoro corale nostro, del collega Senatore Francesco Giacobbe, della capogruppo alla Commissione Esteri Lia Quartapelle e con il coordinamento del responsabile PD Mondo Luciano Vecchi, abbiamo presentato i nostri emendamenti tesi a rafforzare e migliorare le misure per gli italiani all’estero. Siamo consapevoli del momento difficile che il Paese attraversa, anche sotto il profilo finanziario, per la necessità di tutelare la salute dei cittadini e il ristoro delle attività maggiormente colpite, ma è giusto che le esigenze degli italiani all’estero siano poste all’attenzione di chi deve decidere.
Intanto, ci preme sottolineare che il Fondo per la promozione della lingua e della cultura italiana all’estero, dotato dal governo Gentiloni di 150 milioni per quattro anni e in scadenza nel 2020, è stato rifinanziato per il prossimo triennio per circa 132 milioni e confermato negli anni successivi. Un’ottima notizia non solo per la promozione culturale dell’Italia all’estero, ma per l’intera promozione integrata del sistema Paese nel mondo.
Il pacchetto dei nostri emendamenti tocca i seguenti punti: il rinnovo nel 2021 di Comites e Cgie e la sperimentazione del voto elettronico (Quartapelle); il rafforzamento dei servizi consolari (Quartapelle), l’aumento delle assunzioni del personale a contratto e un maggiore sostegno ai consoli onorari (La Marca); l’integrale copertura dei fondi per i corsi di lingua e cultura italiana promossi dagli enti gestori e il riaccorpamento presso il MAECI del contingente che presiede all’invio di personale scolastico all’estero (Schirò); l’integrazione dei fondi per l’assistenza (Schirò); gli incentivi al turismo di ritorno, la creazione di un fondo speciale e il finanziamento di progetti di promozione Comites a tale scopo (La Marca); l’estensione del reddito di cittadinanza ai cittadini AIRE che rientrano (Schirò); il ripristino dell’esenzione IMU per i pensionati, l’esenzione totale dalla TARI e dal canone RAI e l’estensione dell’applicabilità degli incentivi fiscali per i pensionati che rientrano al Sud (SCHIRÒ), maggiori risorse all’Unità di crisi della Farnesina (Schirò).
Su queste questioni di grande sensibilità per gli italiani all’estero, sui quali da tempo siamo impegnati, faremo il possibile perché ci sia attenzione in questo importante passaggio e continueremo a lavorare affinché ci sia la dovuta considerazione da parte del Governo e in entrambi i rami del Parlamento.
Le deputate PD: Francesca La Marca, Angela Schirò


02 – LA MARCA, SCHIRÒ (PD) – DECRETO “ACCOGLIENZA”: UN NOSTRO EMENDAMENTO RIPORTA A 24 MESI LA DURATA DELLE PRATICHE DI CITTADINANZA PER MATRIMONIO Segreteria Deputate PD Estero
Il Decreto “Sicurezza” di Salvini sta per essere definitivamente superato con il pronunciamento finale della Camera previsto per la prossima settimana. Il Decreto Salvini, alla prova dei fatti, oltre che inumano e persecutorio, si era rivelato una fabbrica di irregolari, mettendo per strada centinaia di migliaia di persone indifese ed esponendole al contatto con la malavita e alla diffusione delle malattie. 1° dicembre 2020
Nella furia contro lo “straniero”, quel decreto aveva colpito anche gli italiani all’estero. Infatti i tempi di esame della richiesta di cittadinanza per matrimonio erano stati portati da 24 a 48 mesi, è stata introdotta la certificazione dell’italiano al difficile livello B1, sono stati posti impedimenti all’uso dei veicoli con targa straniera di proprietà degli iscritti AIRE da parte dei familiari
Su ognuno di questi aspetti abbiamo presentato nostri emendamenti e possiamo dire con soddisfazione che quello sulla durata delle pratiche è stato approvato e di conseguenza il termine è stato riportato a 24 mesi, con possibilità di prolungamento non oltre i 36 mesi. Una riformulazione, questa, fatta in Commissione Affari Costituzionali.
Il risultato è un apprezzabile atto di rispetto per gli italiani all’estero e di facilitazione per le coppie miste. Continueremo, comunque, a impegnarci, affinché siano positivamente affrontate anche le questioni della certificazione linguistica e delle targhe estere nella disponibilità dei connazionali che tornano in Italia.
Le Deputate del PD elette all’estero Francesca La Marca e Angela Schirò


03 – SCHIRÒ (PD): LINGUA E CULTURA, SOLLIEVO FISCALE E SERVIZI AI CONNAZIONALI: QUESTE LE MIE SCELTE PER LA LEGGE DI BILANCIO 2021

“UN BILANCIO DI GUERRA” è stata definito quello per il 2021 e per il triennio 2021-‘23, all’esame della Camera. E tutti comprendiamo le ragioni di una definizione così drastica. La legge di bilancio, tuttavia, non è solo un documento di spesa, ma anche la sintesi delle scelte di fondo che è necessario fare in un determinato momento. E tra le situazioni aperte vi è certamente quella degli oltre sei milioni che risiedono all’estero. Per questo, pur con delle autolimitazioni, ho deciso di avanzare per loro conto alcune essenziali richieste.
Mi sono mossa prima di tutto su un terreno per me preferenziale: la promozione della lingua e della cultura italiana all’estero. Intanto, prendendo atto con enorme soddisfazione che il Fondo per la promozione dotato quattro anni fa dal governo Gentiloni di 150 milioni di euro, in scadenza quest’anno, è stato rinnovato anche per i prossimi anni. Poiché sono stata – lo dico senza vanteria – la parlamentare che più si è impegnata per il suo rinnovo, ottenendolo formalmente l’anno scorso, ma con una dotazione inadeguata, credo di potere esprimere una grande soddisfazione nel vedere che le cose sono andate a buon fine. Si tratterà, ora, di seguirne la ripartizione e l’applicazione pratica, cosa che farò con lo stesso scrupolo.
Sempre sul sentiero culturale e formativo, ho insistito inoltre su un altro mio impegno, quello di riaccorpare presso il MAECI il contingente di personale fuori ruolo che opera per la formazione delle graduatorie e la destinazione del personale scolastico all’estero, in modo da evitare gli inaccettabili ritardi degli ultimi tempi. In più, poiché non è ancora certa l’integrale copertura del capitolo sui corsi di lingua e cultura organizzati dagli enti gestori, ho chiesto di non abbassare il livello consolidato del finanziamento degli ultimi anni.Sul versante sociale, che è l’altra mia scelta di fondo, poiché non sappiamo ancora con precisione quali conseguenze produrrà la pandemia per le persone, dopo l’integrazione di due milioni che ho ottenuto con il Decreto Rilancio, ho chiesto l’aumento di altri 2,5 milioni della voce assistenza per gli italiani all’estero.
Ho chiesto, inoltre, l’estensione del reddito di cittadinanza anche a chi rientra dall’estero e oggi non ne può usufruire.
Non ho abbandonato, poi, nonostante l’onere finanziario delle richieste, la complessa partita fiscale che da tempo pesa sulle spalle di noi che viviamo all’estero, presentando emendamenti per il ripristino dell’esenzione IMU per i pensionati, per la totale esenzione dalla TARI, pur ridotta dei due terzi per i pensionati, per l’eliminazione del canone RAI per chi, come gli emigrati, non usufruisce del servizio, e per l’aumento degli standard dei centri abitati nei quali si possono ottenere le agevolazioni fiscali previste per il Mezzogiorno.
Durante questi mesi, abbiamo constatato quale enorme lavoro abbia fatto l’Unità di crisi per far rientrare decine di migliaia di connazionali e come sia prezioso il lavoro di questa struttura. Per questo ho chiesto che sia elevata la dotazione finanziaria di questa Unità.
Ho sottoscritto, infine, i numerosi emendamenti dei colleghi del gruppo PD finalizzati a rafforzare i servizi consolari e la dotazione di personale delle strutture all’estero.
Tanto dovevo per dovere di informazione e per trasparenza sul lavoro che svolgo in Parlamento”.
Angela Schirò – Deputata PD – Rip. Europa – – Camera dei Deputati – Piazza Campo Marzio, 42 – 00186 ROMA – Tel. 06 6760 3193 – Email: schiro_a@camera.it – angela-schiro.com


04 – LA MARCA (PD): I MIEI EMENDAMENTI ALLA LEGGE DI BILANCIO A FAVORE DEGLI ITALIANI ALL’ESTERO, ROMA, 2 DICEMBRE 2020
“Anche quest’anno, il mio intervento sulla legge di bilancio attraverso gli emendamenti presentati è stato ampio e articolato. È vero che le drammatiche situazioni che il Paese sta affrontando peseranno notevolmente sulla spesa dello Stato, ma mi è sembrato comunque giusto rappresentare alcune esigenze fondamentali degli italiani all’estero, perché siano considerate e valutate.

Ho deciso, dunque, di dare una priorità assoluta al miglioramento dell’attività dei consolati e dei servizi resi ai nostri connazionali.

Sono prima firmataria, infatti, di un emendamento che allarga permanentemente la pianta organica del Ministero degli esteri di 80 contrattisti, di un altro che porta dal 30% al 50% la quota da restituire ai consolati sulle pratiche di cittadinanza perché assumano nuovo personale e di un altro ancora che raddoppia il sostegno per l’attività dei consoli onorari.
Ho sottoscritto, inoltre, l’emendamento della capogruppo PD in commissione Esteri che propone di rafforzare con sei milioni i servizi consolari. E, ancora, ho sottoscritto gli emendamenti per migliorare le retribuzioni del personale a contratto che operano nelle nostre strutture.
Poiché non bisogna fermarsi ai drammi di oggi, ma già lavorare alla ripresa di domani, mi sono mossa lungo un secondo filone, quello dell’interscambio turistico e commerciale
Sul turismo di ritorno ho presentato diversi emendamenti: per l’ingresso gratuito nei musei degli iscritti Aire, per istituire un Fondo Stato-Regioni sul turismo delle radici e per dotare i COMITES di risorse perché possano realizzare progetti di promozione turistica.
In più, ho sottoscritto l’emendamento di un collega del PD per reintegrare il capitolo al quale attingono le Camere di Commercio italiane all’estero, per la loro preziosa opera di organizzazione e investimento.
Ho chiesto, infine, che sia ripristinata la Commissione per la stampa periodica all’estero che nel passato è stata un prezioso strumento di aiuto per il finanziamento dei periodici in italiano.
Ho preso atto con soddisfazione che questa finanziaria ha rifinanziato l’importantissimo Fondo per la promozione della lingua e della cultura italiana nel mondo, per il quale noi eletti del PD ci siamo tanto battuti negli ultimi tempi”.


05 – LA MARCA (PD): I PROCONSOLI DEL MAIE SCHIERATI A DIFESA DEI RITARDI E DELLE DISFUNZIONI DEI CONSOLATI, ROMA, 3 DICEMBRE 2020

“Mi sarei aspettata consenso e incoraggiamento da parte del MAIE per l’interrogazione sui gravi ritardi nell’espletamento delle pratiche di cittadinanza nel consolato di Rosario, in Argentina. Invece i proconsoli di questo movimento/fazione, che esiste solo per consentire di contrattare qualche strapuntino nel governo di turno, qualunque ne sia il colore, l’hanno presa come un reato di lesa maestà e sono immediatamente scattati a difesa dell’esistente. Che, come sappiamo, è assai triste a Rosario, nonostante il lodevole impegno del Console e degli impiegati, e in genere in Sud America, considerando i tempi di attesa cui i connazionali sono soggetti per le richieste di cittadinanza.

Da parte loro, si nega addirittura il diritto di fare il proprio mestiere di parlamentare a chi ha diverse idee in tema di cittadinanza, dimenticando che il primo dovere di un eletto è quello di far rispettare le leggi, finché sono in vigore, e tutelare i diritti dei connazionali che da quelle leggi discendono, al di là di personali convinzioni.

Naturalmente, quando si cerca di sotterrare la polvere sotto il tappeto, si finisce sempre lì: “Ma il problema è ben altro”. Ebbene, per questi tenaci cultori del “benaltrismo” degli altri, che mi accusano di non osare di porre le vere questioni ai ministri del PD per allineamento di partito, ho una risposta calda di giornata: l’elenco degli emendamenti presentati alla legge di bilancio 2021, all’esame della Camera.
Personalmente, ho dato priorità assoluta alla questione dei servizi consolari e dell’aumento del personale, chiedendo un aumento di sei milioni per il rafforzamento dei consolati, l’assunzione permanente nei ruoli MAECI di altri 80 contrattisti, la restituzione non più del 30% ma del 50% ai consolati delle percezioni sulle cittadinanze con l’eliminazione della clausola dei digitatori, il raddoppio dei contributi ai consoli onorari. In più, ho sottoscritto gli emendamenti per il miglioramento delle retribuzioni del personale a contratto.
Senza contare, passando dai servizi alle persone, la richiesta da me sottoscritta di integrare di altri 2,5 milioni i fondi dell’assistenza, dopo i 2 milioni già ottenuti alcuni mesi fa, e di estendere il reddito di cittadinanza agli italiani che tornano dall’estero, che a suo tempo ne sono stati esclusi, nel beato silenzio del Sottosegretario Merlo.
Insomma, c’è chi pensa di fare politica aggredendo dalle gazzette e chi cerca soltanto di fare il suo mestiere di eletto, senza curarsi dei recinti elettorali e senza far caso alla faziosità degli interlocutori”.
On./Hon. Francesca La Marca, Ph.D.
Circoscrizione Estero, Ripartizione Nord e Centro America
Electoral College of North and Central America

06 – FMI: VIRUS MINACCIA RIPRESA EUROLANDIA.
“La nascente ripresa nell’area euro è minacciata da una seconda ondata” di Covid-19: “a meno che la dinamica della pandemia non cambi in modo significativo nei prossimi mesi, la crescita nel primo trimestre del 2021 sarà più debole di quanto previsto” nel World Economic Outlook. Lo afferma il Fmi nell’Articolo IV di Eurolandia, sottolineando che l’outlook è soggetto a un'”estrema incertezza”.
Il Recovery plan può dare una “significativa spinta alla crescita dell’area euro se attuato in modo efficace”, dice l’Fmi sottolineando che la clausola di salvaguardia del Patto di Stabilità deve essere “estesa fino a quando la ripresa” sono saldamente attivata.
Gli “ostacoli nel finalizzare” il Recovery plan “e sborsare i fondi devono essere superati” in quanto i “ritardi potrebbero danneggiare le prospettive di ripresa dell’area euro”. L’impatto sulla crescita del Recovery dipenderà dalla “qualità e dall’efficienza dell spesa dei governi e dai progressi sulle riforme strutturali”.
La politica monetaria della Bce – afferma le FMI – è stata appropriata ma un ulteriore sostegno potrebbe essere necessario. Lo afferma il Fmi nell’Article IV su Eurolandia sottolineando che “ulteriori stimoli” potrebbero essere necessari per “facilitare un sostenuto aumento dell’inflazione”.
“Stiamo assistendo a un inizio di ripresa ma l’attività economica resta ben al di sotto dei livelli pre-pandemia”, afferma il direttore generale del Fmi, Kristalina Georgieva, lodando la rapida risposta delle autorità di Eurolandia alla crisi e invitando ancora una volta i governi a non ritirare in modo prematuro gli stimoli messi in campo per far fronte alla pandemia.

07 – ECONOMIA – RIFORMA DEL MES: IL NO ITALIANO È SEMPRE STATO SÌ. FIN DAL 2019 ROMA NON HA MAI MESSO IN DUBBIO IL SUO IMPEGNO: OGGI L’OK ALLA RIFORMA IN EUROGRUPPO. FRIZIONI COL NORD SULLE BANCHE, di Angela Mauro

IL NO È SEMPRE STATO UN SÌ. Solo che dovevano maturare le condizioni politiche per dichiararlo. E oggi, a distanza di un anno dalla prima polemica sulla riforma del Mes innescata dalla Lega e sostenuta anche dal M5s, pare proprio che siano maturate quelle condizioni politiche che consentono al governo Pd-M5s di comunicare, anzi confermare, il sostegno alla riforma del Salva Stati. Nel pomeriggio è compito del ministro Roberto Gualtieri dare l’ok in Eurogruppo.
La storia è un perfetto esempio della casistica ‘prendere tempo’, dando in pasto alla stampa e dunque all’opinione pubblica una versione non proprio aderente alla realtà.
L’anno scorso in Eurogruppo il ministro dell’Economia Gualtieri è riuscito a ottenere delle modifiche tecniche alla riforma finita nel mirino di Salvini. Sono quelle modifiche che oggi gli consentono di dire davanti alle Commissioni Bilancio di Camera e Senato che il nuovo Mes “non aumenta le probabilità di ristrutturazione del debito”, “né è richiesta una ristrutturazione preventiva per l’accesso al Mes”.
Allora, queste modifiche non sortirono effetti sul recalcitrante M5s. Oggi invece magicamente risultano convincenti anche per i pentastellati, pronti a sostenere la riforma a condizione che il governo non ricorra ai prestiti del Mes per la pandemia. “Due cose distinte”, media Gualtieri. Un anno fa invece, pur alla luce delle revisioni negoziate dal ministro, il premier Giuseppe Conte continuava a condizionare il sì italiano alla cosiddetta ‘logica a pacchetto’. Della serie: Roma dirà sì alla riforma del Mes quando saranno negoziati anche gli altri due capitoli del rafforzamento dell’Unione bancaria, soprattutto la garanzia sui depositi (Edis), bloccata sui ‘veti’ tedeschi.
Oggi il pacchetto ancora non è pronto, sull’Edis c’è “ancora da lavorare” confermano a Bruxelles. Ma intanto si dà l’ok alla riforma del Mes con un sì da parte italiana che non è mai stato oggetto di dubbio tra i partner europei: doveva solo maturare. Non a caso, dall’anno scorso, non è arrivato alcun ultimatum europeo all’indirizzo di Roma sulla riforma del Mes. Toni sempre morbidi, pazienti e comprensivi in attesa del sì finale sul quale nessun paese ha mai nutrito sospetti, come confermano autorevoli fonti europee alla vigilia dell’Eurogruppo di oggi.
Magari la pandemia ha avuto una parte a far ‘lievitare’ il sì italiano: la crisi da covid rende più urgente la riforma del Salva Stati perché con essa dovrebbe entrare in vigore il cosiddetto ‘backstop’, fondo di garanzia per le banche in crisi a partire da gennaio 2022.
Ma anche questa è una storia che si racconta: fin dall’anno scorso, dopo che la tensione con l’Italia ha convinto i partner europei a lasciar decantare la questione, l’orizzonte temporale per l’approvazione è stato sempre la fine del 2020, con le ratifiche nei Parlamenti nazionali nel corso del 2021. Nessuna novità su questo, insomma. La firma ufficiale da parte degli Stati potrebbe avvenire il 27 gennaio, prevede oggi Gualtieri.
Resta la trattativa con i frugali che, a proposito del fondo per le banche in crisi, vorrebbero inserire criteri più severi negli stress test. “Ci impegneremo perché le decisioni sulla riforma del Mes e sul backstop, siano prese oggi e perché i due processi di firma e successiva ratifica del trattato Mes e dell’emendamento di riforma del backstop siano avviati insieme”, dice Gualtieri.
Ma intanto, a un anno di distanza, l’Italia aiuta l’Ue a chiudere quest’altro capitolo di discussioni politiche che non ha scalfito l’impianto principale deciso un anno fa, in epoca pre-pandemica. In soldoni, con la riforma, il Salva Stati potrà essere usato anche per salvare le banche.
Sicuri che verrà usato? O prevarrà lo ‘stigma politico’ che oggi mantiene ben 27 Stati europei a distanza di sicurezza dal Mes e induce l’Istituto Delors di Parigi a suggerire una “re-invenzione” totale del Meccanismo europeo di stabilità, visto che nessuno lo usa più per paura di fare la figura del paese sull’orlo di un default?
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Angela Mauro / Special correspondent on European affairs and political.


08 – I POZZI AVVELENATI DEL TRUMPISMO. L’AMERICA DI BIDEN. ALTRO CHE RINASCITA. STREMATA DA QUATTRO ANNI DI TOSSINE E FALSITÀ SPARSE NEL PROCESSO POLITICO, LA DEMOCRAZIA USA È IN RIANIMAZIONE. NEGLI ULTIMI GIORNI DEL REGIME LA LOGICA CONCLUSIONE DI QUANTO ANNUNCIATO FIN DALL’INIZIO: UNA DILAGANTE ILLEGALITÀ E LA SALDATURA FRA CATTIVA FEDE E INCOMPETENZA, di Luca Celada
Si prova una strana sensazione in questi giorni a leggere dagli Stati uniti certa stampa italiana, quella su cui si apprende che la democrazia americana scoppia di salute dopo aver brillantemente resistito alle spallate del populismo. La «democrazia fondante» del moderno occidente non sarebbe mai stata così in forma come dopo aver debellato l’assalto trumpista. La democrazia ha trionfato alle urne e nei tribunali; i repubblicani hanno preso atto e alla fine difeso la sacra istituzione nazionale. Tutto a posto: si riapre con i cauti riformisti che rimettono la palla la centro dopo lo stress test passato a gonfie vele.
LE ULTIME TRE SETTIMANE sono state il culmine di una stagione uscita da una novella distopica di Philip K Dick, ma questa versione per fantascienza la supera. Perché la verità è che nella Casa bianca permane asserragliato un presidente mitomane e squilibrato che scarica quotidianamente raffiche di tweet sul paese, ululando sull’illegittimità delle elezioni rubate. La sua squadra di legali è sguinzagliata in improbabili conferenze stampa pur mentre perde la quasi totalità delle cause intentate in tribunale con cento pretesti.
Ma malgrado l’ossessiva retorica del winning, le sentenze favorevoli non sono necessariamente lo scopo dell’operazione. Il manuale semmai è quello del flood the zone – il precetto bannoniano di ingolfare il sistema di tali e tante falsità da rendere impraticabile il discernimento del vero e una percezione condivisa del reale. Di calcificare insomma una frattura «epistemica» che promette, al di la di chi occuperà fra due mesi lo studio ovale, di rendere insanabili le divisioni di una società sull’orlo del precipizio e di fatto inoperabile la democrazia.
Non conta in questo ambito trovare le schede gettate nei cassonetti o quelle contraffatte coi nomi dei morti – l’importante è che un numero sufficiente di persone ne abbiano la percezione che viene fomentata. Non importa che i Proud Boys e le numerose formazioni eversive incitate da quattro anni di retorica suprematista (che pure continuano ad arruolare nei ranghi reduci, agenti di polizia e fanatici delle armi da fuoco) non abbiano ancora eretto le barricate.
IL PUNTO È LA MILITARIZZAZIONE mentale e politica (weaponize) di una massa di fedelissimi adepti oltre ogni possibile mediazione. Il punto insomma è di assicurare il sabotaggio definitivo del processo democratico. L’avvelenamento dei pozzi rimane la metafora più adatta per lo strascico tossico della demagogia seminata da Trump fra i 70 milioni di accoliti, i cui effetti sono destinati a svilupparsi nel tempo.
Il progetto è quello di una dose fatale di polonio più che di una molotov sul paese. La delegittimazione martellante delle elezioni, e quindi della presidenza Biden è una tossina che opererà maleficamente – forse fatalmente – su una democrazia che esce, non fulgente ma in rianimazione, appesa a un filo, stremata dagli effetti cumulativi di quattro anni di falsità sparse come sale sui campi del processo politico.
IL CARTELLO DI UN TRUFFATORE palazzinaro ha rimestato a proprio favore gli istinti più cupi di una nazione violenta e razzista. Trump ha portato alla Casa bianca fanatici suprematisti come Stephen Miller affidandogli un progetto eugenetico che ha prodotto bambini imprigionati e isterectomie forzate su detenute. Ha messo al comando della politica estera un fanatico evangelico apocalittico che benedice l’annessione di Netanhyahu e poi patrocina l’incontro fra questi e l’assassino Bin Salman in Arabia Saudita – gli effetti di quel summit a delinquere sono diventatai evidenti l’altro giorno con l’esecuzione “camorrista” di Mohsen Fakhrizadeh, ultimo esempio del sabotaggio preventivo, questo su scala geopolitica.

Stiamo assistendo, negli ultimi giorni del regime, alla logica conclusione di ciò che avevano annunciato dall’inizio il muslim ban e il rifiuto di rendere pubblici i conti di famiglia: una dilagante illegalità e la saldatura fra incompetenza e cattiva fede. Ora il trumpismo si appresta a lasciare in eredità e 70 milioni di sostenitori di questo progetto – fautori dell’imposizione della volontà della minoranza nel nome delle menzogne del capo.

IL FALLIMENTO più mastodontico certo è raccontato dal quarto di milione di morti compresi quelli nelle fosse comuni in vista delle torri scintillanti idi Manhattan, testamento di una gestione criminale della crisi. Il virus non ha solo contagiato 13 milioni di americani: ha profondamente infettato il corpo politico del paese. E i sintomi devono ancora manifestarsi appieno. Sono destinati ad emergere durante la nuova amministrazione col colpevole apporto di un ostruzionismo repubblicano che farà leva sul fanatismo diffuso per promuovere l’agenda neoliberista che del populismo si fa scudo. E che sarà sempre pronta a invocare strategicamente la liberazione del Michigan o altri slogan del repertorio demagogico entrato nel linguaggio politico.

È DIFFICILE INOLTRE immaginare uno scenario più paradigmatico dei danni fatali del populismo che lo scontro venturo fra scienza e negazionismo, tempesta perfetta che rappresenta, la mutazione genetica di una democrazia ormai in piena disfunzione epistemica ed in balia delle abissali disuguaglianze che caratterizzano la tarda finanziarizzazione e l’affermazione della gig economy come sistema.
IL PROSSIMO ARRIVO dei vaccini e le problematiche connesse alla loro distribuzione, sono destinati ad esacerbare tutte queste problematiche.
La concomitanza dell’emergenza sanitaria, della catastrofe ambientale che incombe e di una crisi economica abissale fornirà l’occasione per l’agitazione delle fazioni no-vax e di uno scontro che riproporrà un’eredità populista fondamentalmente incompatibile con la democrazia. Per gestirla occorrerà uno sforzo monumentale da parte di un governo che parte già dimezzato e di una politica in brandelli e forse mortalmente ferita.

Sostenere che l’elezione di Joe Biden alla Casa bianca rappresenta la rinascita della democrazia americana trionfante equivale a dichiarare finita la fame nel mondo perché l’indice Dow Jones ha superato quota 30.000.


09 – Massimo Villone – RISCHIAMO UNA GOVERNANCE DA OLIGARCHI. RECOVERY. GIÀ LA LOTTA ALLA PANDEMIA HA MOSTRATO DEBOLEZZE, SOPRATTUTTO EVIDENTI NELLA CACOFONIA POLITICA E ISTITUZIONALE DELL’ULTIMA FASE. Lo stesso potrebbe accadere per la governance dei fondi europei.
Miti e realtà del diritto costituzionale. Così potremmo definire la lezione che viene dalla lettura di alcune norme della legge di bilancio presentata alla Camera in data 18 novembre (AC 2790), e da altre notizie di contorno. L’art. 150 del ddl prevede la istituzione di un fondo di perequazione strutturale di 4.6 miliardi dal 2022 al 2033.

È in principio cosa buona e giusta, salvo che per la modestia delle cifre, poca cosa a fronte delle decine di miliardi che sarebbero necessari. Ma – si potrebbe dire – è un segnale. Già il 20 ottobre un comunicato (n. 3932) della Conferenza delle regioni dava così notizia del fondo: «Queste risorse … saranno a disposizione delle regioni del Mezzogiorno, delle aree interne e delle aree di montagna non appena sarà approvata la legge sull’autonomia».
Il riferimento era alla cd legge-quadro del ministro Boccia. Non è dato sapere, per la genetica oscurità delle conferenze, come e dove nascesse questa linea. Né in specie se e quali regioni interessate al fondo la accettassero, o chi la sostenesse a Palazzo Chigi. Ma qualcuno deve aver deciso, e certo lo sapeva il presidente della conferenza Bonaccini. Un baratto, melius ricatto: autonomia differenziata in cambio di perequazione infrastrutturale.
Lo stigmatizza duramente Giannola, presidente Svimez, sul Quotidiano del Sud del 31 ottobre. Non si costruisce così la solidarietà tra territori voluta dalla Costituzione. Ma non sorprende, considerando che proprio la concertazione nelle conferenze ha contribuito negli anni ad accrescere i divari territoriali. Nell’art. 150 del ddl bilancio non c’è una formale condizione nei termini indicati.
E si apprende ora che la legge-quadro non è tra i collegati alla legge di bilancio, come invece era stato auspicato e annunciato dal ministro. Non risulta sia mai giunta in consiglio dei ministri. Forse è resipiscenza su una personale strategia di Boccia, che ho più volte censurato come politicamente e tecnicamente sbagliata. Dunque, niente condizionalità e problema risolto.
Ma è proprio così? No. La valutazione delle esigenze e la assegnazione delle risorse passano per l’art. 150 attraverso decreti del premier (dpcm), in ogni caso previo concerto con il ministro delle autonomie e previa intesa della conferenza unificata o della conferenza stato-regioni (presiedute dallo stesso ministro). Concerti e intese sono forme di codecisione. È dunque evidente che se vengono subordinati – sia pure fuori da ogni ufficialità – al procedere del ddl sull’autonomia, questa diventa una condizione di fatto ancorché non prevista formalmente.
L’art. 150 può sembrare parva materia per le cifre, certo non in principio. In ogni caso, conferma sia il favor di Palazzo Chigi per modelli di governance fondati sulla concertazione tra esecutivi, le conferenze e le cabine di regia, sia i possibili effetti negativi. Chi governa davvero, dove, come?
Scelte e indirizzi decisi in modi obliqui, sotterranei, invisibili, e sottratti a forme efficaci di responsabilità politica? Può accadere, e accade. Già la lotta alla pandemia ha mostrato debolezze, soprattutto evidenti nella cacofonia politica e istituzionale dell’ultima fase. Lo stesso potrebbe accadere per la governance dei fondi Recovery. Si discute su una struttura di due ministri più il premier, con un ministro aggregato per i rapporti con la Ue. Comandano su sei manager, ciascuno assistito da 50 esperti (presumiamo di nomina governativa. Lottizzati?).
Qualcuno vorrebbe un direttore generale in capo ai manager. Si parla di poteri sostitutivi e commissari a ogni livello. È emarginato il parlamento, che Conte promette di coinvolgere senza dire come e quando. Con una prima assoluta, poi, il governo si auto-emargina a vantaggio di alcuni suoi membri.
Avremo modo di parlarne. Sarebbe necessaria una legge ad hoc, e non mancherebbero dubbi sulla creazione di un’architettura istituzionale parallela affiancata e sovrapposta a quella disegnata in Costituzione. Emerge un groviglio di competenze. E vogliamo sin d’ora richiamare l’attenzione sulla necessità di garantire la piena trasparenza, pubblicità e documentazione dei lavori, comunque e in ogni sede. Con buona pace della Costituzione e della democrazia, in una vicenda cruciale per il paese rischiamo una governance da oligarchi (di Massimo Villone)


10 – A CHE PUNTO SONO LE RIFORME DEL PARLAMENTO DOPO IL REFERENDUM. LE FORZE DI CENTROSINISTRA AVEVANO POSTO L’ADOZIONE DI ULTERIORI CORRETTIVI COME CONDIZIONE PER DIRE SÌ AL TAGLIO DEI PARLAMENTARI FORTEMENTE VOLUTO DAL MOVIMENTO 5 STELLE. MA A DUE MESI DALLA CONSULTAZIONE REFERENDARIA L’ITER DELLE RIFORME È SOSTANZIALMENTE FERMO, Mercoledì 2 Dicembre 2020

Uno degli eventi che ha caratterizzato lo scenario politico negli ultimi mesi è stato la vittoria del sì al referendum costituzionale relativo al taglio dei parlamentari che si è tenuto il 20 e 21 settembre scorsi.
Fortemente voluta dal Movimento 5 stelle, l’approvazione della riforma è stata una dei punti cardine per la nascita del governo Conte II. In precedenza infatti, sia gli esponenti del Partito democratico che di Liberi e uguali si erano schierati su posizioni contrarie. Gli alleati di governo avevano però posto come condizione per il loro sì, l’inizio di un processo di riforma del parlamento più organico con l’adozione di ulteriori correttivi.
Ma a due mesi dal referendum a che punto sono questi disegni di legge? L’approvazione in via preliminare da parte del consiglio dei ministri dei nuovi collegi per l’elezione dei componenti delle prossime camere “ridotte” ha riportato d’attualità il tema. Ma dopo la grande attenzione mediatica degli scorsi mesi, complice anche la recrudescenza del Coronavirus, il tema è uscito dalle priorità del parlamento.

I CORRETTIVI CONCORDATI
Come abbiamo detto, i voti di Pd e Leu hanno contribuito all’approvazione della riforma sul taglio dei parlamentari nonostante in precedenza queste forze avessero ripetutamente votato contro il provvedimento. Con il nuovo esecutivo tuttavia le cose sono cambiare ed è stata trovata una quadra ben definita. Il centrosinistra avrebbe sostenuto il provvedimento, con l’accordo di approvare successivamente i correttivi ritenuti necessari.
Nello specifico le misure individuate come necessarie riguardano tre punti principali:
• l’abbassamento a 25 anni dell’elettorato passivo e a 18 di quello attivo per il senato;
• il superamento della base regionale per l’elezione del senato, in favore di quella circoscrizionale;
• la riduzione da 3 a 2 dei delegati regionali che partecipano all’elezione del presidente della Repubblica.
I correttivi sono necessari per evitare una riforma dimezzata.
Il Pd aveva chiesto che tali correttivi fossero adottati con tempi molto rapidi, proprio per evitare che la riforma iniziata con il taglio dei parlamentari rimanesse sospesa a metà. All’indomani della consultazione elettorale infatti Nicola Zingaretti aveva ribadito la necessità di portare avanti con decisione tali riforme. Al segretario dem hanno fatto eco i suoi esponenti in parlamento che avevano annunciato la possibilità di portare a termine l’iter dei correttivi in tempi brevi.
In Senato sono in discussione, ed entro il 20 settembre potranno andare in aula, l’allineamento elettorale attivo (18 anni) e passivo (25 anni) del senato a quello della camera
– Graziano Del Rio, capogruppo Pd alla camera. 25 agosto 2020
Tuttavia questo non è avvenuto e, a due mesi dal referendum, possiamo dire che l’iter dei correttivi ha sostanzialmente subito una frenata.
Le riforme costituzionali
Abbiamo detto che i punti cardine dell’accordo tra il M5s e le forze di centrosinistra erano 3. Questi sono stati inseriti all’interno di due nuove proposte di riforma costituzionale.
Per quanto riguarda l’equiparazione dell’elettorato sia attivo che passivo tra senato e camera è stato presentato un disegno di legge che ha come primo firmatario Giuseppe Brescia (M5s). Mentre il secondo e il terzo punto vengono affrontati dalla proposta di riforma a firma Federico Fornaro (Leu).
Dobbiamo ricordare che, trattandosi in entrambi i casi di disegni di legge che puntano a modificare la costituzione, necessitano di una procedura rafforzata per la loro approvazione definitiva. Procedura che richiede 2 passaggi per ogni ramo del parlamento.
Per l’approvazione delle leggi costituzionali e di revisione costituzionale è necessario seguire una procedura aggravata. Secondo quanto prescritto dall’articolo 138 cost. sono necessarie due deliberazioni da parte di entrambe le camere, a distanza di almeno tre mesi. Vai a “Come si modifica la costituzione”
Tra le due riforme citate, quella che si trova in stato più avanzato è il ddl Brescia che va a modificare l’articolo 58 della costituzione. Presentato a gennaio del 2019 alla camera, a fine luglio dell’anno scorso ha ottenuto una prima approvazione. Con la trattazione in senato, il provvedimento è stato discusso congiuntamente con altri 3 disegni di legge e una petizione popolare. L’atto è stato approvato definitivamente il 9 settembre scorso ed è infine tornato alla camera.
Qui, il 13 ottobre è iniziata la discussione in assemblea. Tuttavia, già nella seduta del 15 ottobre ne è stato richiesto il rinvio. La discussione non è proseguita nemmeno durante il mese di novembre, dove l’assemblea si è concentrata principalmente sulla conversione dei decreti legge 125 e 130 e sulla discussione del ddl contro l’omotransfobia. Il provvedimento poi non è stato inserito nemmeno nel calendario dei lavori di dicembre.
2 i disegni di legge costituzionale che attendono il completamento dell’iter.
Più indietro invece l’iter del ddl Fornaro che si propone di modificare gli articoli 57 e 83 della costituzione. Questo provvedimento, incardinato alla camera, deve ancora ricevere una prima approvazione da parte dell’aula. Il disegno di legge infatti è ancora in discussione all’interno della commissione affari costituzionali di Montecitorio.
Dopo una fase di grande accelerazione a ridosso del referendum, adesso l’iter delle riforme ha subito una frenata.
L’ultima seduta su questo tema si è tenuta lo scorso 14 ottobre. Al termine dell’assise la commissione si era riproposta di riprendere la discussione il 19 dello stesso mese. Tuttavia l’ordine del giorno delle sedute successive verteva su altro. Tra cui audizioni e interrogazioni, l’analisi della legge di bilancio e delle leggi di conversione del decreto immigrazione e proroga dello stato di emergenza.
Tale provvedimento inoltre non è attualmente inserito nel calendario dei lavori della commissione per il mese di dicembre, dove invece verrà dato spazio allo schema di decreto legislativo relativo alla rideterminazione dei collegi per l’elezione della camera e del senato.
-36,5% la riduzione dei parlamentari prevista dalla riforma approvata.
A conferma di come l’adozione di queste misure non sia più considerata prioritaria c’è anche il fatto che è ripreso l’iter di altre riforme costituzionali che trattano temi diversi. Tra queste il ddl 1960 che prevede una riforma delle competenze di camera e senato, del parlamento in seduta comune e l’introduzione dello strumento della sfiducia costruttiva; il ddl 852 che prevede l’introduzione di un vincolo per il legislatore di rispettare gli esiti dei referendum abrogativi; il ddl 1825 che propone la costituzionalizzazione del sistema delle conferenze.
Queste tre proposte di riforma sono state tutte assegnate alla prima commissione (affari costituzionali) del senato che si ritrova quindi con un’agenda molto fitta di argomenti da affrontare.
Vedi anche Conferenza stato-regioni a maggioranza di centrodestra, da eleggere nuovo presidente.
I regolamenti di camera e senato
Il futuro assetto del parlamento però non comporta solamente correttivi di rango costituzionale. La riduzione del numero dei parlamentari richiede infatti anche una riforma dei regolamenti di Montecitorio e palazzo Madama per assicurare il corretto funzionamento dei vari organi (commissioni, giunte eccetera) di cui sono composti. Sono molti infatti gli articoli in cui si fanno diretti riferimenti al numero di deputati e senatori e che dovranno quindi essere modificati.
47 gli articoli dei regolamenti di camera e senato da riformare.
Numerosi gli ambiti che necessitano di un intervento. Con modifiche che riguardano sia la composizione di organi specifici, sia il funzionamento dei lavori. Solo per citarne alcuni:
• le modalità di verifica del numero legale e dei quorum richiesti per le votazioni;
• le modalità per la richiesta del voto segreto e per la presentazione di mozioni;
• la revisione del numero minimo di deputati e senatori per la formazione di un gruppo;
• il funzionamento delle commissioni permanenti (specie al senato);
• il funzionamento di altri organi delle camere come ufficio di presidenza, giunte e comitati.
Camera e senato dispongono di due regolamenti differenti per cui è necessario che ciascuna camera si attivi in maniera indipendente per apportare le modifiche necessarie. Da questo punto di vista le giunte per i regolamenti di Montecitorio e palazzo Madama hanno deliberato la creazione di comitati ristretti ad hoc.
Al senato, il processo di revisione dei regolamenti deve ancora muovere i primi passi.
Al senato, però, non si è ancora trovato l’accordo sulla composizione di tale organo che quindi ancora non si è mai riunito. Alla camera invece il comitato ha sin qui tenuto due riunioni una il 22 ottobre ed una il 4 novembre. Purtroppo però, dato che non è possibile consultare il resoconto di tali sedute, per capire lo stato dell’arte sarà necessario attendere che l’argomento approdi nelle plenarie delle giunte per il regolamento.
La legge elettorale
Un’altra riforma non di rango costituzionale ma che di certo sta molto a cuore ai partiti è quella della nuova legge elettorale, anch’essa tra i punti fondanti l’alleanza di governo tra Pd, M5s, Iv e Leu. L’accordo prevedeva l’istituzione di un sistema elettorale principalmente di tipo proporzionale. Questa disposizione è prevista dal cosiddetto “Brescellum“.
Questo disegno di legge prevede, tra le altre cose, l’assegnazione dei seggi con metodo proporzionale ed una soglia di sbarramento al 5% con “diritto di tribuna” (cioè la possibilità di ottenere dei seggi a determinate condizioni) per i piccoli partiti.
I risultati ottenuti alle ultime elezioni potrebbero aver invogliato alcuni partiti a scegliere un sistema elettorale diverso.
Questo ddl è stato discusso per l’ultima volta nella seduta della commissione affari costituzionali della camera lo scorso 10 settembre in cui è stato adottato un nuovo testo. Da quel momento però, anche in questo caso la discussione si è arenata. Come abbiamo già visto infatti la commissione si è dedicata alla discussione di altri temi.
Inoltre dobbiamo ricordare che la soglia di sbarramento al 5% danneggerebbe in maniera significativa i due partiti più “piccoli” della coalizione, Italia viva e Leu, che rischierebbero di rimanere esclusi dal prossimo parlamento. Zingaretti ha ribadito che tale soglia rappresenta un punto imprescindibile per il Pd. Questo sicuramente porterà ad un ulteriore allungamento dei tempi per trovare l’accordo.
Completare i correttivi per non lasciare incompiuta la riforma
Le motivazioni che avevano indotto le forze politiche, in particolare il Movimento 5 stelle, a sostenere il taglio dei parlamentari erano essenzialmente due: ridurre i costi della politica e cercare di rendere il parlamento più efficiente. Si tratta di due motivazioni del tutto legittime ma che non possono essere risolte dal semplice taglio dei parlamentari.
Per quanto riguarda il primo punto, abbiamo già spiegato in passato, come ci siano altri modi – più efficaci – per ridurre i costi della politica senza sacrificare la rappresentanza. Ad esempio, razionalizzando le indennità che spettano a ciascun parlamentare.
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Non conosciamo l’indennità esatta di ciascun parlamentare.
0,7 deputati ogni 100.000 abitanti con il nuovo parlamento “ridotto”, il rapporto più basso in Unione europea
Relativamente al secondo punto, in più occasioni abbiamo rilevato come il parlamento rivesta ormai un ruolo di secondo piano nello scenario politico nazionale e sarebbe questo l’aspetto su cui intervenire. Specie in tempi di pandemia, dov’è necessario prendere decisioni in tempi rapidi. Tuttavia un taglio netto di deputati e senatori certamente non ne migliorerà l’efficienza.
Anzi, un ridotto numero di membri, soprattutto al senato, potrebbe comportare un ulteriore rallentamento dei lavori dato che i senatori presenti rischiano di non essere in numero sufficiente per far lavorare i vari organi di palazzo Madama. Per questo motivo è fondamentale adeguare norme e regolamenti al nuovo scenario post-referendum e ai numeri che ne conseguono.
Il taglio dei parlamentari da solo non basta. Serve portare a termine i correttivi per il buon funzionamento delle camere.
È possibile però che proprio i risultati scaturiti dalla tornata elettorale del settembre scorso abbiano cambiato le carte in tavola. Si è infatti capito che con ogni probabilità questa legislatura arriverà alla sua scadenza naturale, nel 2022. Di conseguenza questi aspetti non rappresentano più una priorità per il parlamento. Inoltre, proprio i nuovi rapporti di forza interni alla maggioranza potrebbero aver spinto le forze politiche a rivedere le proprie posizioni, soprattutto per quanto riguarda la legge elettorale.
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Il rischio però è che tali correttivi vengano approvati in fretta e furia sul finire dell’attuale legislatura. E che non sia attribuita la giusta attenzione ad un tema che invece avrà un’influenza decisiva sul buon funzionamento delle camere future. Montecitorio


11 – Sebastiano Canetta. GERMANIA, APPROVATE LE 90 LEGGI CONTRO IL RAZZISMO. IL GOVERNO MERKEL DÀ L’OK. LE NUOVE NORME SONO IL RISULTATO DELL’IMPEGNO CONGIUNTO DELLA GRANDE COALIZIONE CON GLI ACCADEMICI E LE ASSOCIAZIONI DEI MIGRANTI.
Il governo Merkel approva il nuovo pacchetto di leggi contro il razzismo e l’estremismo di destra. Ieri mattina il “Comitato di Gabinetto” formato dalla cancelliera più i ministri di Finanze, Interni, Esteri, Giustizia, Difesa, Famiglia e Istruzione ha dato il via libera definitivo alle 90 norme preannunciate la settimana scorsa al Bundestag. Serviranno per combattere la discriminazione sempre più dilagante in Germania e soprattutto «a rafforzare la democrazia», come ha riassunto Christine Lambrecht, ministra della Giustizia della Spd.
Le nuove norme sono il risultato pratico dell’impegno congiunto della Grande coalizione con gli accademici e le associazioni dei migranti, a cui la scorsa primavera era stato chiesto di elaborare nel dettaglio i provvedimenti ieri adottati dall’esecutivo. «Diventeranno attuativi con la massima urgenza, ovvero prima possibile» assicura il governo federale, soddisfatto per la chiusura dell’ultima delle cinque sedute istituzionali dedicate alla lotta contro il razzismo.
Si parte dal pesante inasprimento delle pene attualmente in vigore e si arriva all’inedita punibilità di pratiche come la diffusione delle famigerate «liste di nemici» compilate e poi diffuse sul web da gruppi neonazisti, antisemiti, antiziganisti o islamofobici, che diventeranno un vero e proprio reato penale. Passando per «modalità di prevenzione più intensive, rafforzamento delle autorità di sicurezza, migliore assistenza alle vittime, e una relazione molto più stretta con i rappresentanti della società civile» come tengono a precisare a Berlino.
I provvedimenti fanno il paio con il dibattito (avviato ma non ancora concluso) sulla cancellazione del termine «razza» dal terzo comma dell’articolo 3 della Legge Fondamentale, equivalente della Costituzione, ma prelude anche alla futura «legge sulla promozione della democrazia» che i socialdemocratici propongono da mesi nonostante le forti resistenze di ministri e deputati di Cdu e Csu.
Secondo il nuovo impianto normativo d’ora in poi la Bundesrepublik sarà ufficialmente obbligata a proteggere «coloro che sono quotidianamente offesi, minacciati oppure aggrediti dagli estremisti di destra e dagli altri nemici della democrazia», sottolinea Edgar Franke, commissario federale delegato alla tutela delle vittime delle discriminazioni. Precisando come le nuove leggi non siano state solo riempite dei contenuti necessari ma anche «adeguatamente supportate da notevoli risorse finanziarie pubbliche» da destinare in prevalenza alle iniziative promosse dalle associazioni garanti dei diritti dei migranti.
Tra i 90 provvedimenti adottati spicca, inoltre, la triplicazione dei termini di legge per denunciare la discriminazione: a cominciare dal razzismo, più o meno mascherato, di chi si ostina a non volere affittare l’alloggio agli stranieri. «Abbiamo deciso di aumentare da due a sei mesi il tempo per promuovere la causa legale di chi si vedrà rifiutare la casa per la propria origine etnica o la religione».
Si conclude così il percorso istituzionale iniziato lo scorso 20 febbraio: il giorno dopo l’inquietante strage di Hanau che provocò dieci morti. All’epoca la polizia criminale (Bka) nella bozza finale del rapporto investigativo negò che il killer, Tobias Rathjen, fosse connesso con la galassia dell’estrema destra. Prima che il comandante Holger Münch fosse costretto alla pubblica rettifica confermando in pieno le motivazioni di matrice razzista dell’autore che – non a caso – aveva messo nel mirino donne e uomini delle comunità curda, turca, rumena, bosniaca, rom, più un tedesco di origine afghana.


12 – Enrico M. Moncado – L’EPIDEMIA RACCONTA IL COLLASSO DI UN MONDO GIÀ DEVASTATO. SCAFFALE. «KRISIS. CORPI, CONFINO E CONFLITTO», UNA RACCOLTA DI SAGGI PER CATARTICA CON CONTRIBUTI DI AFSHIN KAVEH, ALBERTO GIOVANNI BIUSO, XENIA CHIARAMONTE, CRISTIANO SABINO, NICOLETTA POIDIMANI, ELISABETTA TEGHIL.

Che un’epidemia non sia soltanto un fatto medico o biologico è il presupposto fondamentale per comprendere criticamente il tessuto sociale e politico nel quale l’umano abita. Il fatto o meglio il dato di fatto epidemiologico non esiste come qualcosa di separato – giudicabile, quindi, in modo unidirezionale – bensì è in costante reciprocità con l’ambiente nel quale sorge.
Un ambiente che è sempre plurale e profondamente interrelato. È questo infatti uno dei principali suggerimenti metodologici di Krisis. Corpi, Confino e Conflitto (Catartica Edizioni, pp. 118, euro 13,00) che raccoglie saggi di Afshin Kaveh, Alberto Giovanni Biuso, Xenia Chiaramonte, Cristiano Sabino, Nicoletta Poidimani, Elisabetta Teghil.

E TUTTAVIA negli ultimi mesi di crisi epidemica la cosa pubblica si è incrinata in modo radicale sul piano di una narrazione mediatico-televisiva colorata da un cieco protezionismo biologico e medicale della vita – specie della vita in quanto vita. E cosa ancor più significativa, lo scarto fra società e stato è parso appiattirsi per svuotamento di opposizioni, in nome dell’impossibilità di fare altrimenti di fronte alla novità di un fenomeno senza precedenti.
Introiettati, forse irreversibilmente, quali dispositivi necessari per la conservazione della vita, soprattutto di quella «degli ultimi», i dpcm hanno stabilito e consolidato per fasce di età e curriculo clinico le soglie di comprensione dell’esistenza, dei suoi confini e dei suoi diritti elementari. In questo scenario, il «paradigma Don Abbondio» risponde in modo calzante a una possibile diagnosi antropologica e insieme epistemologica delle ragioni che rendono potente ogni comando: «Quando la vita non si deve contare, non so cosa mi dire» – così fa dire Manzoni all’«anima nera» del suo romanzo. Quando appunto la vita non la si può contare, enumerare, proteggere o quando non la si può raccontare altrimenti se non con dispositivi di controllo di cui si dispone all’occorrenza, non ne rimane più nulla.

ED È QUESTO «approccio quantitativo al mondo» insieme al dissolversi dei corpi, degli spazi, delle relazioni, della didattica che i tanti Don Abbondio (studenti, docenti, intellettuali, politici) hanno voluto celebrare «proteggendo» la nuda vita. La vita che non conosce altro all’infuori di se stessa, la vita che è costante terrore della morte: «Il dispositivo fondamentale dell’autorità tirannica è infatti ed esattamente la paura della morte che diventa pensiero ossessivo del decesso».
Un eccesso di fredda razionalità ha tradotto la vita collettiva in irrazionali conflitti davvero lontani da un pensiero critico e plurale. Quest’ultimo è infatti sempre comprensione qualitativa e anche quantitativa delle forze che intessono di senso ogni accadere; poiché la critica, se è veramente tale, è un esercizio di necessaria giustizia esterno a ogni atteggiamento di obbedienza.

È DIFATTI UNA STORIA di reclusione e di estrema plasticità dei corpi, di degenerazione e decostruzione dello stato di diritto quella vissuta sotto il Covid-19, considerato panopticon. È una pagina di storia che se letta, come fanno gli autori di Krisis, con sguardo genealogico, rivela i rapporti di forza che sottendono alla prassi di internamento e domesticazione fisico-virtuale, la cui scaturigine è quindi il dispositivo «sicurezza/legalità/meritocrazia/darwinismo sociale».
Lo sguardo genealogico, che lega insieme il «trinomio capitalismo, crisi-ecologica, crisi-epidemica», non soltanto coglie l’immediatezza del fenomeno eccezionale ma dispiega anche le sue mediazioni all’interno di un concatenamento di rapporti interni al fenomeno stesso: «la crisi del capitalismo è la crisi ecologica, è la crisi epidemica, è la crisi finanziaria».

Covid-19 è allora un marchio di insostenibilità politico-economica dei paradigmi che già da tempo disegnano le geometrie del mondo contemporaneo: controllo e assoggettamento, sfruttamento agro-alimentare e allevamento intensivo, cementificazione delle aree verdi e distruzione delle biodiversità. Sono questi alcuni esempi della tanatopolitica neoliberista che scinde l’umano dall’intero e inverte le ragioni del malus attribuendone la colpa allo straniero, al dissidente, all’untore, a chi abita i margini dei fatti, così che «i cittadini si possono riconoscere come causa stessa dei loro problemi e dei loro malanni». Resta, infine, aperta la serie di domande che scuote questo sogno illuministico: «Chi sarà vettore del cambiamento? Quali saranno le azioni che lo produrranno?». Il chi, in uno scenario di decisioni imminenti, è la grande domanda.

13 – L’ITALIA, NUMERI ALLA MANO I dati sono un ottimo modo per analizzare fenomeni, raccontare storie e valutare pratiche politiche. Leggi “In calo le procedure di infrazione a carico dell’Italia”.

785 – LE PROCEDURE D’INFRAZIONE AVVIATE NEL 2020 DALLA COMMISSIONE EUROPEA.
Il diritto europeo trova implementazione attraverso l’utilizzo di 3 strumenti principali: le decisioni, i regolamenti e le direttive. I primi due sono immediatamente esecutivi, mentre le direttive richiedono un’azione diretta degli stati membri, chiamati a recepirne il contenuto all’interno dell’ordinamento nazionale. Solitamente le direttive prevedono degli obiettivi ma viene lasciato agli stati ampio margine di manovra sui metodi per raggiungerli. Le autorità nazionali hanno due anni di tempo per recepire i contenuti delle direttive e per comunicare alla Commissione europea le misure messe in campo. Se ciò non avviene può essere avviata una procedura di infrazione. Nel corso del 2020 sono state aperte 785 nuove procedure, portando così il totale delle pendenti a 1.799. Vedi che cosa sono le procedure di infrazione.

31 – LE NUOVE PROCEDURE DI INFRAZIONE APERTE CONTRO L’ITALIA NEL 2020.
Il nostro paese si colloca all’ottavo posto (insieme a Spagna e Grecia) per numero di nuove procedure aperte dall’inizio dell’anno. Tra gli stati che fanno peggio troviamo il Portogallo con 51, il Regno Unito con 48 e il Belgio con 47. Rispetto ai dati di giugno la posizione del nostro paese da questo punto di vista è migliorata. Con 22 procedure aperte nei primi 6 mesi dell’anno, l’Italia infatti occupava il terzo posto per numero di nuove infrazioni (superata solo da Portogallo e Regno Unito). Nonostante questo, quella italiana rimane una delle performance peggiori se si prendono in considerazione esclusivamente i principali paesi europei. Vai all’approfondimento.

-8,2% – LA RIDUZIONE DELLE INFRAZIONI PENDENTI A CARICO DELL’ITALIA RISPETTO A GIUGNO 2020.
Il numero di casi pendenti a carico dell’Italia può essere considerato un buon “termometro” del rapporto che il nostro paese ha con le istituzioni europee. I governi della scorsa legislatura, soprattutto quelli guidati da Renzi e Gentiloni, avevano portato avanti delle chiare politiche per cercare di ridurli. Al contrario, con l’avvento del governo giallo-verde, le procedure di infrazione sono tornate a salire. Con la nuova maggioranza giallorossa invece l’atteggiamento nei confronti delle istituzioni europee parrebbe essere cambiato di nuovo. Attualmente sono 85 in totale le procedure di infrazione ancora in corso contro il nostro paese. Il dato si è ridotto rispetto a giugno quando era stato raggiunto il valore record di 92. Da questo punto di vista, quella dell’Italia è la performance migliore a livello europeo nel periodo considerato. Vai al grafico.

55,3% – LE INFRAZIONI A CARICO DELL’ITALIA ANCORA AL PRIMO STEP DELL’ITER.
Le procedure di infrazione non sono prive di costi per i paesi membri inadempienti. Ma prima di arrivare all’imposizione di una sanzione pecuniaria ci sono diversi step, non sempre facili da monitorare. Delle 85 infrazioni attualmente in essere, 47 sono ancora all’inizio dell’iter. Per esse infatti l’ultimo aggiornamento risale all’invio da parte della commissione della lettera di costituzione in mora, come previsto dall’articolo 258 del Tfue. Quattordici sono al secondo passaggio, il parere motivato da parte della commissione, mentre per altre 17 la commissione ha già fatto ricorso alla corte europea di giustizia. Circa il 91,8% delle procedure è quindi ancora sotto la normativa dell’articolo 258. Sono 7 invece quelle che ad oggi si trovano nell’ambito dell’articolo 260 per cui sono già state richieste sanzioni economiche..

24 – LE PROCEDURE A CARICO DELL’ITALIA CHE RIGUARDANO TEMATICHE AMBIENTALI.
Storicamente, una delle macro aree in cui gli stati membri fanno più fatica a recepire le normative europee è quella legata all’ambiente. Un elemento che è stato messo ancora di più in secondo piano in questi mesi dalla necessità che ogni stato ha avuto di fronteggiare l’emergenza Covid con tutti i mezzi a disposizione. L’Italia da questo punto di vista non fa eccezione: sono infatti 24 su 85 (oltre il 28%) le procedure di infrazione attualmente aperte che riguardano questo settore. Tra gli altri temi maggiormente oggetto di infrazione per il nostro paese ci sono trasporti e mobilità (12), industria e mercato (10) e tassazione e dazi (9).
( da Radio radicale)


14 – NEWCASTLE – Una banca del cibo lanciata dal Newcastle United Sport e solidarietà. Nella città inglese del Nord, i soldi destinati alle pay tv sono stati spesi meglio, di Luca Manes
Tutto è partito dai tifosi del Newcastle United. Ci chiedete 15 sterline (circa 17 euro) per vedere una partita in televisione? Noi piuttosto li diamo in beneficenza alle food bank della nostra città, ovvero alla miriade di organizzazioni, oltre 2mila, che distruiscono cibo gratuitamente in ogni angolo del Regno Unito per aiutare le famiglie più indigenti. Ormai sono di fondamentale importanza, in un Paese dove prima della pandemia si calcolava che il 30 per cento dei bambini vivesse in uno stato di povertà relativa. Non fa certo eccezione Newcastle, città del Nord-Est sempre più fiaccato dalla crisi e dove Ken Loach ha ambientato i suoi ultimi due film, I, Daniel Blake e Sorry We Missed You.

In pochi giorni, i supporter dell’ex squadra di Alan Shearer e Bobby Robson hanno raccolto oltre 20mila sterline, dando l’esempio ai loro colleghi delle altre 19 compagini della Premier League. La mobilitazione è stata massiccia e foriera di ottimi risultati. A Liverpool, si sono uniti i sostenitori di Reds ed Everton, staccando un assegno per le food bank di 120mila sterline. Le compagini del massimo campionato inglese, il più ricco e seguito del Pianeta, hanno così finalmente compreso di aver fatto un pessima figura, cancellando il programma di pay per view dai costi così esosi. Per una volta, infatti, non erano le televisioni (in Inghilterra Sky, BT e Amazon che per i diritti pagano un totale di 1,7 miliardi di sterline l’anno) a voler far cassa sulla passione dei tifosi, bensì direttamente i club.

In Inghilterra, val la pena ricordarlo, non funziona come da noi: solo una parte dei match (200 su 380) viene trasmessa in diretta televisiva. Per questo motivo la Premier «ci ha provato» a rifarsi almeno un po’ per i mancati incassi del botteghino (che ormai contano per solo il 15 per cento sugli introiti annuali). D’altronde alcune tra le realtà più affermate non si erano nemmeno fatte scrupolo a mettere in cassa integrazione o a licenziare alcuni dei loro dipendenti, ovviamente continuando a spendere e spandere per assicurarsi i servigi dei giocatori e pagare i loro ingentissimi salari.
Ora si tornerà alla soluzione trovata a giugno, quando si riprese a giocare dopo i mesi di lockdown. Quindi niente costi aggiuntivi per gli abbonati di Sky, Amazon e BT e match in chiaro sulla BBC. Come per la trionfale battaglia di qualche tempo fa per calmierare i biglietti delle partite in trasferta, anche questa volta i tifosi inglesi hanno dimostrato che uniti si vince.

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