16 Maggio 2020 NEWS DAI PARLAMENTARI ELETTI ALL ESTERO ED ALTRE COMUNICAZIONI.

00 – Tre proposte per il lavoro. Democratizing Work. Questo importante appello di oltre 3.000 ricercatori di tutto il mondo esce oggi in simultanea su 37 giornali, tra cui El Comercio, Boston Globe, Guardian, Gazeta Wyborcza, La Folha de São Paulo, The Wire, Cumhuriyet, Le Soir, Le Monde, Die Zeit, Publico, El Diario, Le Temps. In Italia gli autori hanno scelto il manifesto , di Isabelle Ferreras, Julie Battilana, Dominique Méda e 3.000 altri.
01 – Nina Valoti: Riaperture, vincono le Regioni: da lunedì riapre (quasi) tutto- Fuori Fase. Fronte trasversale dei presidenti: il governo cede e vara un decreto che lascia campo libero. Un lungo tira e molla con il governo in cui alla fine hanno avuto nettamente la meglio le Regioni. Che da lunedì sulle riaperture faranno un po’ come vogliono.
02 – Il decreto sul rilancio economico non spegne le tensioni nel governo. Alla fine, il decreto che dovrebbe rimettere in moto il paese – il cosiddetto decreto Rilancio – ha visto la luce.
03 – Andrea Capocci. Il ricatto della Sanofi: vaccino solo per gli Usa. Covid-19. «L’accordo con l’America contiene un finanziamento a nostro favore. Ci auguriamo che l’Europa faccia la stessa cosa», l’azienda farmaceutica pretende dall’Ue l’allentamento dei vincoli e fondi pubblici
04 – Quartapelle, Fiano, Schirò E La Marca (PD): nessuno resti indietro. I parlamentari del pd chiedono un primo e urgente monitoraggio delle esigenze di assistenza dei connazionali all’estero in situazioni di emergenza.
5 – Alfiero Grandi. La sentenza della Corte costituzionale tedesca ha messo in evidenza problemi politici LA sentenza della corte costituzionale tedesca ha messo in evidenza problemi politici, occorre una risposta forte o l’Europa rischia grosso.
06 – Costruiamo il mondo che verrà Assemblea. Lavoro, welfare, rete, organizzazione, democrazia, diritto alla salute e riproduzione sociale sono state le parole tornate spesso attraverso le voci di chi ha partecipato alle assemblee del mondo che verrà
07 – Claudia Fanti. Più carabineros che tamponi nel Cile di Piñera L’emergenza. Il presidente è passato dall’annuncio di una «nuova normalità» a quello della «quarantena totale» nella capitale Santiago.
08 – Videoconferenza | Assemblea MAIE Brasile, continua il lavoro sul territorio anche ai tempi del virus
Focus sull’emergenza coronavirus in Brasile, il Paese dell’America Latina più colpito dalla pandemia. Poi rete consolare e rimpatri dei nostri connazionali ancora bloccati all’estero
09 – FARNESINA | Incontro Di Maio-Merlo: italiani all’estero e politica internazionale in primo piano. Un faccia a faccia durato oltre un’ora, durante il quale il Ministro ha apprezzato le politiche per gli italiani all’estero portate avanti dal Senatore.
10 – Alfiero Grandi. Decreto Rilancio. Ora però bisogna fare presto coi sostegni economici
Eccoci: Sfida Rosso Verde. Decreto Rilancio.

 

00 – TRE PROPOSTE PER IL LAVORO. DEMOCRATIZING WORK. QUESTO IMPORTANTE APPELLO DI OLTRE 3.000 RICERCATORI DI TUTTO IL MONDO ESCE OGGI IN SIMULTANEA SU 37 GIORNALI, TRA CUI EL COMERCIO, BOSTON GLOBE, GUARDIAN, GAZETA WYBORCZA, LA FOLHA DE SÃO PAULO, THE WIRE, CUMHURIYET, LE SOIR, LE MONDE, DIE ZEIT, PUBLICO, EL DIARIO, LE TEMPS. IN ITALIA GLI AUTORI HANNO SCELTO IL MANIFESTO , DI ISABELLE FERRERAS, JULIE BATTILANA, DOMINIQUE MÉDA E 3.000 ALTRI.
Questo appello, Democratizing Work, esce oggi in simultanea in 25 lingue su 39 testate internazionali, tra cui El Comercio, Boston Globe, Guardian, Gazeta Wyborcza, La Folha de São Paulo, The Wire, Cumhuriyet, Le Soir, Le Monde, Die Zeit, Publico, El Diario, Le Temps. In Italia gli autori hanno scelto il manifesto.
L’appello è stato firmato da oltre 3.000 accademici e ricercatori di più di 650 università del mondo. Tra questi, Elisabeth Anderson, Thomas Piketty, Dani Rodrik, Jan Werner Mueller, Chantal Mouffe, Claus Offe, Julie Battilana, Joshua Cohen, Nancy Fraser, James K. Galbraith, Axel Honneth, Jan-Werner Müller, Benjamin Sachs, Debra Satz, Nadia Urbinati, Sarah Song, Lea Ypi, Isabelle Ferreras, Dominique Méda, Saskia Sassen, Lawrence Lessig.

CHI LAVORA È MOLTO DI PIÙ CHE UNA SEMPLICE RISORSA. Questa è una delle lezioni principali che dobbiamo imparare dalla crisi in corso.
CURARE I MALATI; fare consegne di cibo, medicine e altri beni essenziali; smaltire i rifiuti; riempire gli scaffali e far funzionare le casse dei supermercati: le persone che hanno reso possibile continuare con la vita durante la pandemia di Covid-19 sono la prova vivente che il lavoro non può essere ridotto a una mera merce.
LA SALUTE DELLE PERSONE e la cura di chi è più vulnerabile non possono essere governati unicamente dalle leggi di mercato. Se affidiamo questi compiti esclusivamente al mercato, corriamo il rischio di esacerbare le diseguaglianze e di mettere a repentaglio le vite delle persone più svantaggiate.
COME EVITARE CHE SUCCEDA QUESTO? Implicando chi lavora nelle decisioni relative alle loro vite e al loro futuro nel luogo di lavoro. Democratizzando le imprese. De-mercificando il lavoro. Garantendo a tutti un impiego utile.
DINANZI AL RISCHIO spaventoso della pandemia e del collasso ambientale, optare per questi cambiamenti strategici ci permetterebbe non solo di assicurare la dignità di tutti i cittadini ma anche di riunire le forze collettive necessarie per poter preservare la vita sul nostro pianeta.
DEMOCRATIZZAZIONE.
Ogni mattina, donne e uomini si svegliano e vanno a lavorare per chi tra di noi può restare in casa in quarantena. La dignità del loro lavoro non ha bisogno di altra spiegazione se non quella contenuta nel termine di «lavoratore essenziale». Questo termine mette alla luce un fatto importante che il capitalismo ha sempre cercato di rendere invisibile, spingendoci a pensare alle persone come «risorse umane».
GLI ESSERI UMANI NON SONO UNA RISORSA TRA LE ALTRE. Senza persone che vogliano investire il proprio lavoro non ci sarebbero produzione né servizi.
OGNI MATTINA, si svegliano anche donne e uomini che, confinati in casa, si danno da fare per le imprese e ditte per le quali lavorano a distanza.
Sono la dimostrazione che si sbaglia chi crede che senza supervisione non ci si possa fidare che i lavoratori si impegnino, che questi richiedano sorveglianza e disciplina esterna continua. Sono la dimostrazione, giorno e notte, che i lavoratori non sono solo una delle tante parti in gioco all’interno delle aziende: al contrario, sono loro la chiave per il successo dei datori di lavoro. Sono il nucleo costituente delle aziende; nonostante ciò, sono esclusi dalla partecipazione nella gestione dei luoghi di lavoro – un diritto, quest´ultimo, monopolizzato dagli investitori di capitale.
Se ci chiediamo come le aziende e la società intera possono riconoscere il contributo dei lavoratori in tempo di crisi, la risposta è: democrazia.
Certamente bisogna ridurre le enormi diseguaglianze salariali e assicurare che aumentino i redditi più bassi; ma questo non basta.

Come, dopo le due Guerre Mondiali, si è riconosciuto il contributo innegabile delle donne alla società dando loro il diritto al voto, così oggi appare ingiustificato negare l’emancipazione di chi investe il suo lavoro e il riconoscimento dei suoi diritti di cittadinanza all’interno delle imprese.

In Europa, la rappresentanza dei lavoratori sul luogo di lavoro esiste già a partire dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, attraverso i Consigli di Lavoro. Ma questi organi rappresentativi, nel migliore dei casi, hanno scarsa voce in capitolo nella gestione delle imprese, dove sono sempre subordinati alle decisioni dei direttori esecutivi scelti dagli azionisti.

Questi Consigli non sono stati in grado di frenare o rallentare la spinta verso l’accumulazione del capitale, con effetti disastrosi per l’ambiente.

Questi organi dovrebbero avere diritti simili ai Consigli di Amministrazione e i dirigenti aziendali dovrebbero avere l´obbligo di ottenere sempre un doppio consenso: sia da parte degli organi che rappresentano i lavoratori che da quelli che rappresentano gli azionisti.

In Germania, Olanda e nei paesi scandinavi, vari tipi di co-gestione (Mitbestimmung) si sono stabiliti progressivamente dopo la Seconda Guerra Mondiale e hanno rappresentato un passo cruciale ma insufficiente verso la creazione di una vera e propria cittadinanza all’interno dell’impresa.

Perfino negli Stati Uniti, dove le organizzazioni di lavoratori e sindacali sono state pesantemente indebolite, si alzano voci a favore del riconoscimento del diritto degli investitori di lavoro di eleggere rappresentanti con una maggioranza qualificata all’interno dei consigli di amministrazione.

Questioni come la scelta di un amministratore delegato, le strategie principali e la distribuzione dei profitti sono troppo importanti per essere lasciate interamente nelle mani degli azionisti.

Chi investe il proprio lavoro – ovvero, la propria mente e il proprio corpo, la propria salute o anche la propria vita – deve godere del diritto collettivo di appoggiare o respingere queste decisioni.

DE-MERCIFICAZIONE.
Questa crisi ci insegna anche che è sbagliato trattare il lavoro come mera merce e lasciare le scelte che incidono più profondamente sulle nostre comunità in mano interamente ai meccanismi di mercato.

Da tempo le politiche di lavoro e di approvvigionamento nel campo sanitario sono state guidate dalla semplice analisi costi-benefici; la crisi della pandemia ci rivela come questo criterio ci abbia spinto a fare errori.

Alcuni bisogni fondamentali e collettivi devono essere sottratti al criterio dell’analisi costi-benefici, come ci ricordano il numero crescente di morti di Covid in tutto il mondo. Chi sostiene il contrario ci mette in pericolo.

Quando sono in gioco la salute e la nostra vita sul pianeta, ragionare in termini di costi e benefici è indifendibile.

La de-mercificazione del lavoro significa proteggere alcuni settori dalla legge del cosiddetto «libero mercato»; significa inoltre assicurare che tutti abbiano accesso al lavoro e alla dignità che conferisce.

Una possibile maniera per realizzare questo obiettivo è la creazione di una Garanzia di Impiego. L’articolo 23 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani afferma che ogni persona ha diritto al lavoro.

Una Garanzia di Impiego non solo offrirebbe a ogni cittadino la possibilità di lavorare e vivere con dignità, ma rinforzerebbe anche la nostra capacità collettiva di far fronte alle tante sfide sociali e ambientali che ci troviamo davanti.

Una Garanzia di Impiego permetterebbe ai governi, in collaborazione con le comunità locali, di creare lavoro degno e al contempo di contribuire agli sforzi per evitare il collasso ambientale.

Davanti alla crescita della disoccupazione in tutto il mondo, i programmi per garantire l´impiego posso giocare un ruolo fondamentale per assicurare la stabilità sociale, economica e ambientale delle nostre società democratiche.

Un tale programma deve essere adottato dall’Unione Europea come parte del suo Green Deal; al fine di assicurarlo, bisogna ridefinire la missione della Banca Centrale Europea, in modo che quest´ultima possa finanziarlo.

Questo programma offrirebbe una soluzione anti-ciclica alla disoccupazione massiccia che sta per colpirci e sarà d’importanza fondamentale per la prosperità europea.

RISANAMENTO AMBIENTALE.
La nostra reazione alla crisi attuale non deve essere ingenua come lo fu quella alla crisi economica del 2008. Allora si adottò un piano di salvataggio senza condizioni che incrementò il debito pubblico senza pretendere nulla in cambio da parte del settore privato.

Se i nostri governi si impegnano per salvare le imprese nella crisi attuale, anche queste ultime devono fare la loro parte, accettando alcune condizioni fondamentali della democrazia.

I nostri governi, in nome delle società democratiche dai quali vengono scelti e alle quali devono rispondere, e in nome dell’obbligo che tutti abbiamo di assicurare l´abitabilità del nostro pianeta, devono appoggiare le imprese a condizione che queste adottino delle nuove pratiche, attendendosi a requisiti ambientali esigenti e introducendo strutture interne di governo democratico.

Imprese governate democraticamente – all’interno delle quali avrà uguale peso, nelle decisioni strategiche, la voce di chi investe il suo lavoro e di chi investe capitale – saranno capaci di guidare la transizione dalla distruzione al risanamento e rigenerazione ambientali.

Abbiamo avuto fin troppo tempo per costatare cosa succede, nel sistema corrente, quando il lavoro, il pianeta e i guadagni si scontrano: il lavoro e il pianeta ne escono perdenti.

Sappiamo, grazie alle ricerche del Dipartimento di Ingegneria dell’Università di Cambridge, che «cambiamenti di progettazione realizzabili» possono ridurre il consumo globale di energia del 73%. Ma questi cambiamenti richiedono l´impiego di molta forza lavoro e per metterli in atto sono necessarie scelte che nell’immediato risultano costose.

Finché le imprese saranno gestite con l’obiettivo di massimizzare il profitto in un mondo in cui l´energia è a basso costo, perché mai verrebbero adottati questi cambiamenti?

Nonostante le sfide che questa transizione comporta, imprese sociali e aziende cooperative, guidate da obiettivi che tengono in conto tanto considerazioni finanziarie quanto sociali e ambientali e che danno spazio alla democrazia interna, hanno già dimostrato il loro potenziale come agenti dei cambiamenti desiderati.

Non illudiamoci: gli investitori di capitale, potendo scegliere, non si cureranno della dignità degli investitori di lavoro e non si faranno carico di combattere la catastrofe ambientale.

È possibile scegliere un’altra strada.

Democratizziamo le imprese; de-mercifichiamo il lavoro; smettiamo di trattare le persone come risorse in modo da potere impegnarci insieme per sostenere la vita sul nostro pianeta.

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L’appello, tradotto in 25 lingue, è stato firmato da oltre 3.000 accademici e importanti ricercatori di oltre 650 università di tutto il mondo. Firma qui.

Tradotto in italiano da Serena Olsaretti (ICREA-Universitat Pompeu Fabra), Riccardo Spotorno (Universitat Pompeu Fabra), Laura Cementeri (CNRS–Centre d’étude des Mouvements Sociaux (EHESS))

PRIMI FIRMATARI
Isabelle Ferreras (University of Louvain/FNRS-Harvard LWP)
Julie Battilana (Harvard University)
Dominique Méda (University of Paris Dauphine PLS)
Julia Cagé (Sciences Po-Paris)
Lisa Herzog (University of Groningen)
Sara Lafuente Hernandez (University of Brussels-ETUI)
Hélène Landemore (Yale University)
Pavlina Tcherneva (Bard College-Levy Institute)
Serena Olsaretti (ICREA – Universitat Pompeu Fabra)
Lea Ypi (London School of Economics)
Massimo Maoret (IESE Business School)
Laura Cementeri, (CNRS – Centre d’étude des Mouvements Sociaux (EHESS))
Elizabeth Anderson (University of Michigan)
Philippe Askénazy (CNRS-Paris School of Economics)
Aurélien Barrau (CNRS et Université Grenoble-Alpes)
Neil Brenner (Harvard University)
Craig Calhoun (Arizona State University)
Ha-Joon Chang (University of Cambridge)
Erica Chenoweth (Harvard University)
Joshua Cohen (Apple University, Berkeley, Boston Review)
Christophe Dejours (CNAM)
Olivier De Schutter (UCLouvain, UN Special Rapporteur on extreme poverty and human rights)
Nancy Fraser (The New School for Social Research, NYC)
Archon Fung (Harvard University)
Javati Ghosh (Jawaharlal Nehru University)
Stephen Gliessman (UC Santa Cruz)
Stefan Gosepath (Freie Universität Berlin)
Hans R. Herren (Millennium Institute)
Axel Honneth (Columbia University)
Eva Illouz (EHESS, Paris)
Tim Jackson (University of Surrey)
Sanford Jacoby (UCLA)
Rahel Jäggi (Humboldt University)
Pierre-Benoit Joly (INRA – National Institute of Agronomical Research, France)
Michele Lamont (Harvard university)
Lawrence Lessig (Harvard University)
David Marsden (London School of Economics)
Chantal Mouffe (University of Westminster)
Jan-Werner Müller (Princeton University)
Susan Neiman (Einstein Forum)
Thomas Piketty (EHESS-Paris School of Economics)
Michel Pimbert (Coventry University, Executive Director of Centre for Agroecology, Water and Resilience)
Raj Patel (University of Texas)
Katharina Pistor (Columbia University)
Dani Rodrik (Harvard University)
Hartmunt Rosa (Max-Weber-Kolleg, Erfut)
Benjamin Sachs (Harvard University)
Saskia Sassen (Columbia University)
Debra Satz (Stanford University)
Pablo Servigne PhD (in-Terre-dependent researcher)
William Sewell (University of Chicago)
Susan Silbey (MIT)
Margaret Somers (University of Michigan)
George Steinmetz (University of Michigan)
Laurent Thévenot (EHESS)
Nadia Urbinati (Columbia University)
Jean-Pascal van Ypersele (UCLouvain)
Judy Wajcman (London School of Economics)
Lisa Wedeen (The University of Chicago)
Gabriel Zucman (UC Berkeley)
e più di 3.000 studiosi

 

01 – NINA VALOTI: RIAPERTURE, VINCONO LE REGIONI: DA LUNEDÌ RIAPRE (QUASI) TUTTO- FUORI FASE. FRONTE TRASVERSALE DEI PRESIDENTI: IL GOVERNO CEDE E VARA UN DECRETO CHE LASCIA CAMPO LIBERO. UN LUNGO TIRA E MOLLA CON IL GOVERNO IN CUI ALLA FINE HANNO AVUTO NETTAMENTE LA MEGLIO LE REGIONI. CHE DA LUNEDÌ SULLE RIAPERTURE FARANNO UN PO’ COME VOGLIONO.
Al termine di una giornata frenetica di incontri è arrivata la fumata bianca. Il governo vara un decreto legge di soli tre articoli in cui fissa semplicemente date e paletti: da lunedì le riaperture delle attività commerciali, dal 3 giugno gli spostamenti liberi fra regioni e anche le frontiere con i paesi Ue per favorire il turismo; aggiornamento giornaliero dei dati epidemiologici che potranno permettere al ministero della salute di imporre interventi territoriali in caso di aumento dei contagi; sanzioni minime per i commercianti che non rispettano i protocolli fissati dall’Inail che diventano però meri «principi chiave» a cui le Regioni possono derogare senza problemi di sorta.
LA SVOLTA NEL BRACCIO DI FERRO si è consumata nel fronte comune trasversale dei presidenti di Regione che hanno messo da parte le divergenze politiche in ragione del comune obiettivo di «riaprire al più presto». E così a sera il coro di soddisfazione andava dal presidente lombardo Attilio Fontana che invece ci preoccuparsi dell’aumento di contagi e morti nella sua regione si faceva bello del «veder accolto il frutto della proposta che avevo lanciato a tutti i governatori» assieme a molti presidenti di centrosinistra – come il presidente della Conferenza Bonaccini – che avevano già minacciato di «far aprire i ristoranti con distanziamento di un metro tra i tavoli».

Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte e i ministri per gli Affari regionali e per la Salute, Francesco Boccia e Roberto Speranza a quel punto hanno dovuto cedere su gran parte della linea.

Da subito, però, si è rivelato impossibile approvare il decreto. Per questo il Consiglio dei ministri, dopo una prima sospensione di un’ora per la firma dei protocolli con le confessioni religiose, è stato riaperto e subito nuovamente aggiornato, questa volta alle 21.

IL DOCUMENTO DELLE REGIONI prevede di far indossare le mascherine ai clienti dei ristoranti ogni volta che non si è seduti al tavolo. E poi, igienizzanti per la mani e mascherine ai camerieri, consumazioni al banco solo se è possibile la distanza di un metro. Non saranno consentiti buffet.

Se l’Inail prevedeva almeno due metri di distanza tra i tavoli e quattro metri quadri a cliente, le Regioni hanno cambiato di molto le cose, consentendo ai gestori poche modifiche alle distanze attuali: «I tavoli – si legge nel documento – devono essere disposti in modo che le sedute garantiscano il distanziamento interpersonale di almeno 1 metro di separazione tra i clienti, ad eccezione delle persone che in base alle disposizioni vigenti non siano soggette al distanziamento interpersonale; detto ultimo aspetto afferisce alla responsabilità individuale. Tale distanza può essere ridotta solo ricorrendo a barriere fisiche tra i diversi tavoli adeguate a prevenire il contagio tramite droplet».
Per quanto riguarda le spiagge, anche quelle libere, si prevede un metro la distanza tra le persone. Saranno vietati i giochi e gli sport di gruppo.
Nel documento proposto dalle Regione si chiede che sia controllata la temperatura ai clienti di supermercati e negozi (sopra ai 37,5 gradi non si potrà entrare) e che negli esercizi commerciali i clienti indossino sempre la mascherina e in quelli del settore dell’abbigliamento dovranno avere anche i guanti.
Per quanto riguarda i centri estetici, gli operatori dovranno indossare la mascherina e, chiedono i governatori, bagno turco e sauna dovranno restare chiusi. Distanza obbligatoria tra i clienti di un metro, come per i saloni dei parrucchieri, dove non potranno più esserci riviste da sfogliare.
Per le spiagge vengono cancellati i 5 metri di distanza fra ombrelloni: «assicurare un distanziamento tra gli ombrelloni (o altri sistemi di ombreggio) in modo da garantire una superficie di almeno 10 metri quadri per ogni ombrellone, indipendentemente dalla modalità di allestimento (per file orizzontali o a rombo)»; «tra le attrezzature di spiaggia (lettini, sedie a sdraio) deve essere garantita una distanza di almeno 1,5 metri».
CHI NON RISPETTA LE REGOLE – ma non si capisce chi controllerà – rischia solamente una multa o di rimanere chiuso 5 giorni.

 

02 – IL DECRETO SUL RILANCIO ECONOMICO NON SPEGNE LE TENSIONI NEL GOVERNO. ALLA FINE, IL DECRETO CHE DOVREBBE RIMETTERE IN MOTO IL PAESE – IL COSIDDETTO DECRETO RILANCIO – HA VISTO LA LUCE. “È UN TESTO COMPLESSO, SONO OLTRE 250 ARTICOLI, PARLIAMO DI 55 MILIARDI DI EURO, PARI A DUE LEGGI DI BILANCIO”, HA SPIEGATO IL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO GIUSEPPE CONTE MOSTRANDOSI OTTIMISTA.
Il testo è arrivato però al termine di un’attesa molto lunga e che racconta parecchio dello stato delle cose nell’attuale maggioranza.
“Abbiamo impiegato un po’ di tempo”, si è difeso Conte, “ma non abbiamo impiegato un minuto di più di quanto strettamente necessario per un testo così complesso”. Tuttavia, il considerevole ritardo accumulato nel licenziare il decreto non si deve solo alle difficoltà tecniche che presenta un provvedimento di questa portata. Né si può attribuire solo alle questioni relative alle coperture finanziarie o all’attesa per la definizione in sede europea dei termini della temporanea flessibilità sugli aiuti alle imprese con cui il decreto Rilancio doveva essere allineato.
Le ragioni di quel ritardo, come è del tutto evidente da tempo, sono prima di tutto di natura politica. E, al di là di pretesti e incidenti di percorso, in ultima analisi riguardano il deterioramento dei rapporti all’interno della maggioranza che sostiene il governo. Ma hanno anche a che fare con il fortissimo disagio dal quale sono attraversate le singole forze che quella maggioranza compongono. È soprattutto in casa di un Movimento 5 stelle in crisi di leadership e di linea politica che si deve guardare, ma non soltanto lì.

Più ristoro che rilancio
È naturale che l’intreccio di tutti questi malumori, ed è un eufemismo, investa la vita del governo. Certo, è difficile immaginare che qualcuno voglia intestarsi l’apertura di una crisi in un momento così drammatico per il paese, ma non è più possibile escludere che questo scenario potrà farsi meno evanescente più avanti, nel momento in cui la fase acuta dell’emergenza sanitaria fosse superata e si tratterà di gestire la ripresa.

In ogni caso, è difficile immaginare che l’impossibilità di una crisi politica possa restare a lungo l’argomento più convincente per garantire la permanenza di Conte a palazzo Chigi. E ciò anche perché questa condizione espone il governo a un progressivo e inevitabile logoramento. Tuttavia, pur in queste condizioni, il governo e la sua maggioranza hanno portato a casa il decreto Rilancio.

Si tratta davvero di un provvedimento monstre per i numeri e le misure che propone. Nelle intenzioni del governo dovrebbe servire ad affrontare l’emergenza ma anche a preparare la ripresa economica e sociale. Tutto considerato, sembra lecito nutrire qualche dubbio sul secondo punto. Insomma, s’indovina più ristoro che rilancio.
In ogni caso, dentro la manovra ci sono risorse per 25,6 miliardi di euro destinate in varie forme ai lavoratori, incluso il reddito di emergenza. Nel decreto, ha spiegato il ministro per gli affari regionali Francesco Boccia, sono entrate la “semplificazione e l’accelerazione delle procedure per la concessione della cassa integrazione in deroga”. Dunque, ha detto Conte, “confidiamo di erogare gli ammortizzatori ancora più speditamente di come accaduto fino ad adesso. Non ci sono sfuggiti i ritardi e cerchiamo di rimediare”.

MA IL PUNTO POLITICAMENTE PIÙ DELICATO È STATO QUELLO DELLA REGOLARIZZAZIONE DEGLI IMMIGRATI
Per le imprese sono previste risorse per circa 16 miliardi. “È la fase del ristoro”, ha spiegato il ministro dell’economia Roberto Gualtieri. E, tra le altre misure, ha ricordato il “contributo a fondo perduto per le imprese più piccole, quelle fino a cinque milioni di fatturato, che hanno avuto delle perdite” e che ammonta a sei miliardi in totale. C’è poi “il sostegno a spese importanti come affitti e bollette e anche un impegno senza precedenti che realizziamo per favorire la ricapitalizzazione e contribuire a riassorbire le perdite del sistema delle imprese”. Viene cancellato il saldo-acconto Irap di giugno per tutte le imprese fino a 250 milioni di fatturato, per un valore complessivo di circa quattro miliardi.

C’è poi un lunghissimo elenco di misure per il turismo, la cultura, la ricerca, la scuola con la stabilizzazione di 16mila insegnanti, e la sanità con l’aumento del 115 per cento dei posti in terapia intensiva. C’è il bonus per gli autonomi e i professionisti iscritti alle gestioni separate dell’Inps ai quali, ha detto Conte, “arriveranno 600 euro subito, perché saranno dati a chi ne ha già beneficiato. Spero possano arrivare nelle prossime ore, quando il decreto andrà in Gazzetta Ufficiale, poi ci riserviamo di integrarli con un ristoro fino a mille euro”. Quanto al ritardo nella erogazione dei prestiti da parte delle banche alle piccole imprese “non siamo affatto contenti”, ha spiegato Gualtieri. “Con questo decreto“, ha aggiunto, “e con la conversione del dl liquidità ci saranno nuovi emendamenti per rafforzare il provvedimento e rendere più celere la concessione di liquidità”.
Ma il punto politicamente più delicato, quello sul quale ci si è misurati con i toni più drammatici è stato, come è noto, quello della regolarizzazione dei migranti irregolari su cui il Movimento 5 stelle aveva puntato i piedi. Alla fine si è trovato un accordo del quale il presidente del consiglio ha dato conto così: “Non direi che si è consumata una battaglia cruenta. È cosa nota che da parte dell’M5s è stato richiesto un supplemento di riflessione, anzi vorrei ringraziare l’M5s perché abbiamo messo a punto alcuni aspetti che meritavano una più attenta valutazione. Noi oggi escludiamo dal novero delle regolarizzazioni le fattispecie del reato di favoreggiamento all’immigrazione clandestina e i reati di tratta. Credo che sia giusto”.
Non è ancora chiaro quante persone saranno interessate dal decreto ma, ha spiegato Conte, al governo interessa più la sostanza, e quindi il principio che si afferma, dei numeri. Così, ha aggiunto commossa la ministra Teresa Bellanova, “da oggi gli invisibili saranno meno invisibili”. Ma restano i dubbi sul fatto che si sarebbe potuto fare di più e meglio.
“La parola”, ha detto Conte alla fine, “ora passerà al parlamento e con le forze di maggioranza, e spero col contributo delle forze di opposizione, potrà essere addirittura migliorato”. Considerate le fibrillazioni nella maggioranza, il futuro è però tutto da scrivere. E forse si comincia subito: tra pochi giorni è fissato in senato il voto sulla mozione di sfiducia individuale presentata dal centrodestra contro il ministro della giustizia, Alfonso Bonafede.

 

03 – ANDREA CAPOCCI. IL RICATTO DELLA SANOFI: VACCINO SOLO PER GLI USA. COVID-19. «L’ACCORDO CON L’AMERICA CONTIENE UN FINANZIAMENTO A NOSTRO FAVORE. CI AUGURIAMO CHE L’EUROPA FACCIA LA STESSA COSA», L’AZIENDA FARMACEUTICA PRETENDE DALL’UE L’ALLENTAMENTO DEI VINCOLI E FONDI PUBBLICI. LA RABBIA DI MACRON. E C’È UN CASO ANALOGO ANCHE IN ITALIA, CHE RIGUARDA LO STABILIMENTO DI POMEZIA
Paul Hudson, amministratore delegato della multinazionale farmaceutica Sanofi, all’agenzia Bloomberg ha dichiarato che le prime dosi di un eventuale vaccino contro il Covid-19 prodotto dalla Sanofi saranno riservate al mercato statunitense. La priorità dipende dai finanziamenti ricevuti dal governo Usa per le ricerche sul vaccino. ( da Il Manifesto)

LA DICHIARAZIONE ha scatenato allarme e proteste, soprattutto a Parigi dove la Sanofi ha il suo quartier generale. «Il vaccino sia un bene comune globale, sottratto alle leggi del mercato», recita la nota dettata da Macron. Gli ha fatto eco il presidente sudafricano Cyril Ramaphosa: «Nessuno dovrebbe essere rimandato indietro nella fila per il vaccino a causa del suo luogo di nascita o per il suo reddito».

In mattinata, il capo del ramo francese Olivier Bogillot si è affrettato a correggere il tiro. «Se Sanofi scopre un vaccino, sarà accessibile a tutti», ha detto. Ma ha anche rivelato la vera posta in gioco: gli Usa hanno accelerato le procedure di approvazione dei vaccini a favore di Sanofi. «L’Europa faccia la stessa cosa – ha proposto Bogillot – e poi ci vogliono anche investimenti. L’accordo con gli Usa contiene un finanziamento a nostro favore. Ci auguriamo che l’Europa faccia la stessa cosa».

L’obiettivo della multinazionale farmaceutica è dunque l’allentamento dei vincoli al fine di accelerare la commercializzazione del vaccino e un’iniezione di fondi pubblici. Lo sviluppo di un vaccino richiede in media dieci anni, perché prima di essere distribuito alla popolazione un vaccino deve superare test di efficacia e sicurezza stringenti, che possono durare molti anni. La posta in gioco è altissima: non appena un vaccino dimostrerà un’efficacia anche limitata scatterà la corsa all’accaparramento da parte dei governi, con un ricavato notevole.

Qualcosa di simile lo abbiamo già visto nel 2009 con il Tamiflu, un farmaco contro l’influenza suina ordinato in milioni di dosi anche in Italia nel timore della pandemia. Dopo l’emergenza, però, ricerche indipendenti rivelarono la scarsa efficacia del farmaco e l’enorme spreco di denaro pubblico a favore della produttrice Roche.

IL RISCHIO ESISTE anche nel caso del Covid-19. L’Unione Europea ha appena raccolto 7,4 miliardi di euro da donatori istituzionali e privati per un vaccino, di cui beneficeranno principalmente le aziende farmaceutiche. Inoltre l’azienda riceve già ingenti finanziamenti pubblici. «Lo stato francese versa ogni anno a Sanofi un credito di imposta compreso tra i 110 e i 130 milioni di euro», ha spiegato Thierry Bodin, rappresentante dei dipendenti della società francese del sindacato Cgt.

IL RAPPORTO PRIVILEGIATO tra Sanofi e Usa per lo sviluppo di un vaccino è nato ancora prima dell’emergenza Covid-19. Il 9 dicembre 2019, mentre a Wuhan apparivano le prime polmoniti sospette, Sanofi siglava un accordo con l’Autorità statunitense per la ricerca e lo sviluppo biomedico (Barda): in cambio di 226 milioni di dollari, Sanofi avrebbe potenziato la produzione di vaccini nell’impianto di Swiftwater, Pennsylvania. L’accordo intendeva rafforzare la capacità di risposta degli Stati uniti a un’eventuale pandemia influenzale e quelle risorse sono state ora convogliate contro il Covid-19, con una nuova intesa firmata il 18 febbraio tra Barda e Sanofi.

QUELLO STUDIATO nei laboratori della Sanofi è solo uno dei 90 vaccini in sperimentazione nel mondo. Ma non è un vaccino qualunque perché Sanofi è l’azienda leader al mondo nel settore, con una quota di mercato del 30%. Per sviluppare il vaccino contro il Covid-19 collaborerà con la Gsk, la seconda maggiore azienda del settore: insieme, Gsk e Sanofi controllano quasi il 60% del mercato dei vaccini. Sanofi ha molti altri interessi in gioco nella vicenda Covid-19. Produce per l’Europa il Plaquenil, cioè il farmaco a base di idrossiclorochina attualmente usato per rispondere al Covid.

L’ACCORDO sulla distribuzione prioritaria del futuro vaccini a favore del mercato statunitense non è comunque un’eccezione. Un caso analogo riguarda proprio l’Italia. Negli stabilimenti Irbm di Pomezia, infatti, si produce il vaccino sperimentale anti-Covid sviluppato in collaborazione con l’università di Oxford. Il 24 marzo, il Miur e la regione Lazio hanno persino stanziato otto milioni di euro per sostenere la ricerca. «Vogliamo rendere disponibile e accessibile alla popolazione italiana e mondiale un vaccino contro il Covid-19», aveva dichiarato Nicola Zingaretti. Alla fine di aprile, però, l’università di Oxford si è accordata con la società farmaceutica AstraZeneca che lo distribuirà. Nel commentare l’accordo, l’amministratore delegato Pascal Soriot ha dichiarato alla rivista Fortune: «La priorità sarà rifornire il mercato inglese», al resto mondo ci si penserà dopo. Il vaccino prodotto a Pomezia potrebbe dunque volarsene altrove, portandosi via anche i finanziamenti pubblici italiani.

 

04 – QUARTAPELLE, FIANO, SCHIRÒ E LA MARCA (PD): NESSUNO RESTI INDIETRO. I PARLAMENTARI DEL PD CHIEDONO UN PRIMO E URGENTE MONITORAGGIO DELLE ESIGENZE DI ASSISTENZA DEI CONNAZIONALI ALL’ESTERO IN SITUAZIONI DI EMERGENZA. LA PROIEZIONE TERRITORIALE DELLA PANDEMIA E IL SUO MANIFESTARSI NELLE FORME PIÙ ACUTE STANNO DETERMINANDO ESIGENZE DI INTERVENTO E SOSTEGNO DI CITTADINI ITALIANI DISTRIBUITE IN AREE MOLTO PIÙ VASTE RISPETTO A QUELLE NELLE QUALI SI È CONCENTRATO TRADIZIONALMENTE IL SOCCORSO ASSISTENZIALE EROGATO DALLA NOSTRA RETE DIPLOMATICA E CONSOLARE. 12 MAGGIO 2020
Questa preoccupazione ha spinto i deputati del Partito Democratico Quartapelle, Fiano, Schirò e La Marca a presentare una interrogazione indirizzata al Ministro per gli affari esteri per sapere quali siano i criteri che verranno seguiti per la distribuzione territoriale dei fondi aggiuntivi previsti dall’art. 72, commi 4bis e 4ter del Decreto “Cura Italia” e quali criteri sono stati indicati ai terminali diplomatici e consolari circa la concreta utilizzazione di tali risorse. Inoltre, i deputati chiedono di sapere se, a seguito di una prima rilevazione di esigenze, si ritiene che l’ammontare dei fondi aggiuntivi possa essere sufficiente o se sia necessario richiederne un’ulteriore integrazione nei provvedimenti che saranno a breve adottati.
Con il Decreto ”Cura Italia” (legge 17 marzo 2020 n. 18), infatti, si è disposto lo stanziamento di 1 milione per l’anno 2020 per le misure a tutela degli interessi italiani e della sicurezza dei cittadini all’estero in condizioni di emergenza e di 4 milioni per l’anno 2020 per le misure di assistenza ai cittadini all’estero in condizioni di indigenza o di necessità. In particolare, questo ultimo comma autorizza l’erogazione dei sussidi senza promessa di restituzione anche a cittadini non residenti nella circoscrizione consolare fino al 31 luglio 2020.
La ragione di tale disposizione è di evidente natura emergenziale. La limitazione temporale della possibilità di spesa al 31 luglio 2020 aggiunge, poi, al carattere della necessità quello dell’urgenza, a garanzia non solo della corrispondenza a situazioni determinate dall’emergenza sociale dovuta alla pandemia ma anche della possibilità di concreta utilizzazione dei fondi aggiuntivi stanziati in tempi molto ravvicinati.
Una analoga interrogazione è stata al Senato dai parlamentari PD, Alfieri e Giacobbe.

 

5 – Alfiero Grandi. La sentenza della Corte costituzionale tedesca ha messo in evidenza problemi politici LA SENTENZA DELLA CORTE COSTITUZIONALE TEDESCA HA MESSO IN EVIDENZA PROBLEMI POLITICI, OCCORRE UNA RISPOSTA FORTE O L’EUROPA RISCHIA GROSSO.
La sentenza della Corte costituzionale tedesca ha messo in evidenza – paradossalmente – problemi politici. Il primo è che la Corte costituzionale di uno stato dell’Unione non riconosce come unica sede di giudizio per decisioni e materie europee la Corte Europea, o almeno non completamente e arriva a chiedere perentoriamente alla BCE, istituzione europea, di giustificare entro tre mesi le sue azioni di interventi di politica monetaria minacciando il divieto alle sedi tedesche, in particolare alla Bundesbank, di contribuire a queste azioni a livello europeo e intima al parlamento e al governo tedesco di pronunciarsi su tutta la materia. Forse per questo il Ministro delle Finanze ha preannunciato che il Bundestag sarà chiamato a pronunciarsi sulle misure anticrisi. Questo intervento a gamba tesa della Corte tedesca, se diventasse realtà, metterebbe in discussione un principio fondamentale degli accordi sovranazionali in Europa e cioè la non possibilità per le Corti costituzionali dei singoli paesi di invadere lo spazio europeo, essendo chiaro che se il cattivo esempio venisse dalla Germania non si capisce perchè dovrebbero rinunciare a dire la loro le altre Corti costituzionali nazionali, con la conseguenza che il processo di integrazione si avvierebbe sul viale del tramonto, apparentemente non per una scelta politica.
Il secondo è che la Corte tedesca, a differenza di quella italiana, si pronuncia su istanza di singoli e di associazioni. Da noi questo non è possibile, l’accesso alla Corte non può avvenire da parte di singole persone, per quanto autorevoli, o di settori della società. I ricorrenti sono evidentemente difensori strenui della politica di austerità, su posizioni apertamente conservatrici, se non di destra, ed è la Corte tedesca che amplifica la loro voce con una evidente scelta politica perché arriva ad intimare chiarimenti alla Bce, pena il blocco del meccanismo per affrontare la crisi economica, che deve cercare di recuperare i danni economici e sociali della pandemia, in particolare nei paesi più colpiti, di cui la politica monetaria e di acquisto di titoli pubblici sul mercato secondario è un punto decisivo, anche se insufficiente. Inoltre questi sono i giorni in cui dovrebbero essere chiariti gli altri punti di intervento: dal meccanismo di sostegno al reddito di chi rimane senza lavoro (Sure) agli interventi a favore degli investimenti delle aziende attraverso la Bei, all’eventuale utilizzo del Mes, senza trascurare il punto di caduta degli interventi ulteriori sotto l’ombrello del recovery fund europeo che dovrebbe valere secondo alcune versioni almeno 1500 miliardi aggiuntivi. Del resto tutti gli stati importanti del mondo hanno previsto interventi massicci per uscire dalla crisi e l’insieme di questi filoni costituirebbe l’intervento europeo.
Se tutto questo dovesse fermarsi, ad esempio per l’improvvida sentenza tedesca, l’Europa entrerebbe in una fase di sofferenza dagli esiti imprevedibili.
Sia la Commissione europea che la Bce hanno avvertito il pericolo e hanno subito rivendicato l’autonomia delle decisioni europea. Oggi è arrivata anche la sentenza della Corte europea che ha rivendicato in modo chiaro la propria esclusiva competenza, escludendo che interventi nazionali, come quello della Corte tedesca, possano bloccare questo percorso provocando la crisi del disegno europeo. Su questo piano i chiarimenti ci sono stati, anche se le risposte istituzionali tedesche avrebbero potuto essere più forti e rapide. La riunione dell’Eurogruppo ha sciolto alcuni nodi ancora aggrovigliati. Era ormai chiaro che il Mes era la via più rapida per gli interventi. Rimanevano ambiguità da sciogliere come la possibilità di avere parti non scritte all’inizio ma in grado di essere poste anche dopo l’utilizzo del Mes. È vero che la Commissione europea potrebbe anche senza il Mes chiedere misure aggiuntive per fare rientrare i bilanci pubblici nel sentiero previsto prima della pandemia, tuttavia è evidente che questo non è possibile vista la situazione. Per evitare che questo possa avvenire successivamente occorrono patti chiari e qualche affermazione recente ha mantenuto un’alea di incertezza. È necessario che la decisione sull’intervento del Mes sia netta. Anche cambiargli nome non sarebbe male. Se i tempi per i prestiti saranno mediamente di 10 anni si sarà fatto un bel passo avanti. Anche i tassi siano debbono essere molto bassi e non un cappio che si stringerà più avanti.
Resta ancora invece vago il Recovery fund. Cambiare nome non è una tragedia, ciò che conta è che arrivi rapidamente a costituire un fondo di intervento per la ripresa di grande forza, che abbia la dimensione adeguata e che operi con strumenti a medio lungo sia con tassi bassissimi che con interventi a fondo perduto. La Presidente Von der Leyen aveva ipotizzato interventi 50 % con prestiti e 50 % con interventi a fondo perduto, sarebbe un punto di partenza rilevante. Per ora c’è un rinvio, sia pure con impegni confermati e la crisi morde ora. Tutto questo per partire ha bisogno dell’intervento della Bce a sostegno della raccolta di fondi a costi pressoché inesistenti per finanziare i diversi capitoli di intervento, quindi è necessario che non solo la Corte tedesca rinunci alle sue intemerate ma anche che la Bundesbank partecipi a pieno titolo alle iniziative della BCE. È giunto anche il momento di andare oltre l’emergenza e ridiscutere i trattati in vigore, da Maastricht fino ad oggi. Ci sono aspetti degli interventi di emergenza che possono essere l’inizio di innovazioni di fondo, modificando il rapporto tra intervento pubblico e mercato, tra mercato e solidarietà. Resta da esaminare un aspetto rilevante, cosa accadrà in Italia? Non si può dare l’impressione che tutto dipende dall’Europa. Certo molto dipenderà dagli interventi europei che possono essere anche l’occasione per un passo avanti verso una vera Unione Europea.
C‘è anche da decidere ciò che deve fare l’Italia. Su questo c’è una disattenzione preoccupante. Conte disse che piuttosto che ricorrere a strumenti discutibili avremmo fatto da soli, un conto è tornare alla realtà sapendo che in realtà fare da soli comporterebbe una crisi gravissima del nostro paese, ma sapendo che ci sono scelte che dipendono da noi. In sostanza gli interventi europei debbono arrivare su canali già preparati per rafforzarli, non per sostituire interventi nazionali. Gli interventi costano. Se c’è una parte del paese che rischia di essere sospinto verso la povertà e di imprese che potrebbero non riaprire occorre recuperare le risorse necessarie là dove sono, cioè dalla parte che detiene risorse e redditi sufficienti per partecipare ad una iniziativa di solidarietà. Il silenzio ogni volta che l’argomento viene sollevato è un errore e indebolisce la nostra trattativa in Europa. Questo è un problema politico di fondo, non stupisce tanto che il governo Conte 2 faccia fatica a parlarne ma che i partiti che lo sostengono non aprano su questo una discussione con lo stesso impegno che vien messo per recuperare risorse europee. Inoltre c’è un punto su cui c’è un silenzio poco comprensibile. In altri paesi europei ci sono esperienze che in diversi campi possono costituire un valido esempio, come del resto anche iniziative italiane lo sono per altri paesi. Perché non si possono studiare e copiare altre esperienze se funzionano?
Ad esempio la Cassa Depositi e Prestiti è stata riformata positivamente anni fa, oggi potremmo imitare l’esperienza tedesca sulla gestione del debito pubblico. La gestione del debito pubblico in Italia è un problema di prima grandezza e un’agenzia pubblica specializzata potrebbe aiutare non poco a risparmiare e quindi perché non adottare altre esperienze nella gestione del debito pubblico, ad esempio sul modello tedesco. Se la proposta è valida come dimostra il fatto che la Germania pur essendo in condizioni di finanza pubblica più solide assicura una gestione del debito attenta ci dice che probabilmente anche l’Italia avrebbe da guadagnare da quel modello con risultati molto maggiori, visto che il nostro debito pubblico ha un peso rilevante e richiede più attenzione di altri.
Non sarebbe uno strumento risolutivo ma potrebbe aiutare a gestire meglio un punto dolente della nostra economia. Alfiero Grandi

 

06 – COSTRUIAMO IL MONDO CHE VERRÀ ASSEMBLEA. LAVORO, WELFARE, RETE, ORGANIZZAZIONE, DEMOCRAZIA, DIRITTO ALLA SALUTE E RIPRODUZIONE SOCIALE SONO STATE LE PAROLE TORNATE SPESSO ATTRAVERSO LE VOCI DI CHI HA PARTECIPATO ALLE ASSEMBLEE DEL MONDO CHE VERRÀ. Prossimi appuntamenti il 14 e il 21 maggio
Assemblea “Il mondo che verrà ” Riusciremo a correre più veloce dei cieli? – (W. Shakespeare, Enrico IV)
Che cosa significa scrivere un programma collettivo? È intorno a questa prima domanda che, direttamente o indirettamente, si è sviluppata la discussione dei workshop, mossa dalla necessità di costruire un discorso capace di far convergere le tante lotte singolari che anche in questi ultimi mesi si sono sviluppate in diversi settori della società. Allo stesso tempo, è risultata essenziale l’individuazione dei terreni a partire dai quali provare a riarticolare lo sviluppo delle lotte future, come emerso dai numerosi interventi dello scorso 30 aprile.

La crisi aperta dalla pandemia scava giorno dopo giorno abissi di diseguaglianza lungo le linee dettate dalla classe, dal genere e dalla razza. Sempre più si diffonde la consapevolezza che i rapporti di potere sono strutturati attorno a questi assi, e pratiche sociali altrettanto diffuse rispondono con il mutualismo, la solidarietà, il pensiero critico e la cura per la vita comune – cura oggi più che mai necessaria. In questa direzione è andata la discussione, polifonica e potente, fin qui fatta. Ora è il tempo di riprendere i lavori, velocemente e con i piedi ben piantati in terra, ma con uno sguardo che sia capace di immaginare e creare un futuro diverso.

Lavoro, welfare, rete, organizzazione, democrazia, diritto alla salute e riproduzione sociale sono state le parole tornate spesso attraverso le voci di chi ha partecipato alle assemblee del #mondocheverrà. Crediamo che i workshop abbiano costituito un momento essenziale di confronto, di focalizzazione dei discorsi e degli ambiti di intervento dell’agenda che si è delineata nelle ultime settimane; ed è dando centralità al lavoro dei tavoli che proponiamo di proseguire la costruzione di un programma politico offensivo. Serve evidentemente approfondire ancora, continuare a pensare collettivamente, interrogare le tendenze economiche e politiche in atto in questa nuova transizione, prefigurare i terreni decisivi lungo cui provare a sperimentare iniziativa e lotte. Ancora: serve favorire una partecipazione più ampia, capace di decisione collettiva sullo sviluppo del percorso che in tante e in tanti abbiamo fin qui avviato.
In tutti i workshop del 30 aprile è stata confermata la centralità di un’azione sul terreno delle istituzioni della cura e della riproduzione sociale, a partire dalla Sanità, dalla Scuola e dalla richiesta di un reddito di base incondizionato.

È stato ribadito che la necessità di orientare la spesa pubblica attraverso le lotte non può essere separata dalla reinvenzione di nuove pratiche di democrazia, tanto sul terreno del welfare – a partire dalle prime esperienze mutualistiche emerse con il divampare della pandemia – quanto in altri ambiti della società; facendo leva anche sulla possibilità di utilizzare in chiave cooperativa le tecnologie delle piattaforme di rete. In tante e tanti hanno evidenziato che non è possibile assumere il diritto alla salute, senza mettere in questione fino in fondo la necessità della riconversione ecologica, così come confermato dagli ultimi movimenti globali. Allo stesso tempo il lavoro, e lo dicono le lotte che insistono sulle questioni della salute, sembra interessato da un nuovo processo di trasformazione, che ha spinto molti a parlare nei termini di un nuovo diritto del lavoro emergente, capace di generare modalità inedite di sfruttamento. Si tratta di indizi che già sollecitano a ripensare pratiche di lotta adeguate alla fase.
È stato proposto di immaginare inchieste, campagne (valorizzando quelle già esistenti) e piani condivisi tra i diversi workshop, per far emergere l’accumulo molecolare di alternative alle politiche che dell’eccezione hanno fatto la regola, della crisi arte di governo. Aprendo, poi, il piano di discussione e la sfida organizzativa alla dimensione europea, ostinatamente contro ogni forma di sovranismo e di populismo.

Proponiamo dunque di rilanciare con due momenti diversi: il 14 maggio, tornando ai workshop e completando i lavori iniziati il 30 aprile; un confronto collettivo il 21 maggio, in cui provare a riconnettere le fila del discorso e per immaginare la costruzione collettiva di una possibile discussione continentale. Veloci come i cieli ci riapproprieremo del tempo di vita e del tempo delle lotte. Presentiamo qui in calce i report dei tre workshop, dai quali si tratterà di trarre i diversi ordini del giorno.

I prossimi appuntamenti per proseguire con i lavori dei workshop giovedì 14 maggio alle 18.00 nelle tre diverse stanze Zoom e giovedì 21 alle 18.00 per un’assemblea plenaria. I link verranno comunicati attraverso la mailing list dell’Assemblea e sulla pagina facebook, successivamente i video saranno caricati sul canale YouTube.

Report – 1° Workshop – Lavoro Welfare Reddito [https://www.youtube.com/watch?v=OcR7NtoJxxU]

Cosa significa scrivere un programma collettivo? È intorno a questa prima domanda che, direttamente o indirettamente, si è sviluppata la discussione del workshop. La necessità di costruire un discorso capace di far convergere le tante lotte singolari che anche in questi ultimi mesi si sono sviluppate in diversi settori della società. Allo stesso tempo, l’individuazione di quei terreni fondamentali a partire dai quali riarticolare lo sviluppo delle lotte future.
La crisi attuale – è stato evidenziato – sarà destinata a produrre effetti duraturi sulla forza lavoro, su coloro che hanno continuato a lavorare durante il lockdown, quanto, evidentemente, sulle diverse migliaia di persone che invece hanno perso la propria fonte di reddito.

Il ricorso a una nuova organizzazione “emergenziale” del lavoro, non solo nei settori “essenziali”, la distribuzione dei carichi e dei tempi di lavoro che ne è conseguita, l’uso massiccio dello smart working senza alcuna contrattazione sindacale, preannunciano un nuovo diritto del lavoro emergente, una tendenza – su cui in tanti si sono concentrati – il cui esito appare ancora non del tutto scontato. Da un lato nella pandemia non solo si è resa maggiormente evidente la commistione tra tempi di vita e di lavoro, soprattutto per chi nei settori terziari ha continuato a lavorare da casa, ma, tale congiuntura, sembrerebbe stare operando a favore di un ulteriore sgretolamento tra queste due dimensioni. Dall’altro, invece, le lotte che in questi mesi si sono sviluppate intorno alla salvaguardia della salute e alla sicurezza nei settori manifatturieri, della logistica e della sanità sono state di per sé stesse lotte che hanno riguardato, almeno parzialmente, anche l’organizzazione del lavoro.

È stato sottolineato quanto, in questo contesto, non sia più rimandabile una lotta per la “democrazia sindacale”, intesa come la necessità di ottenere nuove regole sulla rappresentanza sindacale, capace di assicurare concretamente la libera organizzazione delle lavoratrici e dei lavoratori, attualmente imbrigliata da norme pensate per favorire il controllo da parte delle organizzazioni sindacali confederali.

Gli effetti occupazionali generati dalla crisi sono destinati ad amplificare i differenziali di potere e le diseguaglianze di reddito, così come le discriminazioni razziste e di genere, precedenti alla fase pandemica. Se da un lato il virus sembra colpire indistintamente, dall’altro, gli effetti seguiranno le linee della classe e saranno maggiori soprattutto per alcuni segmenti della forza lavoro: i lavoratori e le lavoratrici precari, quelli/e della ristorazione e del commercio, quelle/i informali che operano al centro delle nostre città, le/i riders, lavoratrici e lavoratori dello spettacolo, autonomi, lavoratrici e lavoratori della cura – solo per fare alcuni esempi. In secondo luogo, gli interventi hanno fatto emergere che la crisi occupazionale non potrà che agire diversamente anche sul piano territoriale, approfondendo gli squilibri tra le diverse aree del paese.

È stato fortemente criticato il contenuto delle misure di protezione sociale introdotte dall’attuale governo, segnate almeno da un duplice limite: la natura emergenziale delle politiche rappresentata da interventi transitori, la forte logica di frammentazione del sistema del welfare, che si oppone, nei fatti, all’esigenza di una sua universalizzazione, da più parti richiamata. A questa visione è stata contrapposta, invece, la necessità di introdurre una misura di reddito di base, individuale e incondizionato, slegato dalla cittadinanza e dalle condizioni di soggiorno, come misura permanente, agendo attraverso la profonda revisione dell’attuale norma del “Reddito di Cittadinanza”. È stato ritenuto necessario, inoltre, che questa misura venga accompagnata dall’introduzione di una norma sul salario minimo orario e sul “compenso minimo” per i lavoratori autonomi, allo scopo di evitare ulteriori contrazioni dei salari e dei redditi.

Diversi interventi hanno individuato nell’ambito della riproduzione sociale il terreno fondamentale di sviluppo delle lotte. La crisi ha reso una volta di più evidente la rilevanza delle istituzioni che operano nell’ambito della cura, della salute (fisica e psichica) in primo luogo, ma, più in generale, dei rapporti sociali (educazione, formazione, assistenza, servizi, cultura). È necessario lottare a favore di un aumento della spesa pubblica in welfare e per la concreta universalizzazione di quest’ultimo, contrapponendo alla razionalità di mercato che ne ha orientato la gestione interna nei vari comparti un nuovo processo di democratizzazione, capace di redistribuire verso il basso il potere decisionale. La necessità di un sistema di welfare universale, rende urgente, anche e soprattutto in questa fase, la riarticolazione di una battaglia a favore di un sistema di prelievo sui redditi a carattere fortemente progressivo e la necessità di introdurre una tassazione sui patrimoni. Si tratta, allo stesso tempo, di due obiettivi parziali, che non certo risolvono il problema del finanziamento del welfare, che presuppone una nuova gestione della finanza pubblica a livello europeo.

Inoltre, assumere la dimensione politica della cura al centro delle nostre lotte sul lavoro e per un welfare universale e democratico significa assumere fino in fondo la necessità di un ripensamento radicale dei modi di produzione e riproduzione sociale nel senso della loro riconversione ecologica.
È stata riservata molta attenzione all’obiettivo di combinare la richiesta per una maggiore spesa pubblica per il welfare e le lotte che insistono, invece, sul terreno dell’invenzione di istituzioni pubbliche non statali. In questi mesi, in moltissime città italiane, abbiamo assistito a un grande sviluppo di iniziative mutualistiche: dalle iniziative diffuse delle spese solidali e della distribuzione dei pasti, a quelle di assistenza sindacale e legale e per l’accesso agli ammortizzatori sociali, ai centri antiviolenza e alle case delle donne che hanno continuato a operare anche a distanza (in una situazione in cui la violenza domestica ha visto un ulteriore gravissimo aumento a causa della quarantena). Un insieme di iniziative, talvolta spontanee, che rappresenta una ricchezza irrinunciabile e che allude a un sistema di welfare dal basso. Porsi l’obiettivo di rendere durature queste esperienze, è stata una delle questioni sulle quali ci si è concentrati maggiormente. Ci si è focalizzati inoltre sull’importanza del rilanciare lo sciopero, nei settori produttivi dove è più violento lo scontro tra salute e profitti, in quelli pubblici essenziali – uno sciopero generale e sociale capace di dare alle rivendicazioni di salario, reddito, welfare, come ai diritti dello smart working (in primo luogo, quello alla disconnessione).

La costruzione di un programma offensivo delle lotte su questi temi pone, necessariamente, il problema della dimensione sovranazionale delle lotte. L’Europa è lo spazio minimo per riarticolare il discorso, provando a costruire convergenze sociali in grado di incidere sulle élite europee.

2° Workshop – Democrazia e Rete [https://www.youtube.com/watch?v=VfT5ExD25Hs]

Dalla discussione collettiva sono emerse, in maniera generale, una visione della democrazia che si articola come una pratica e come un processo, una forma dell’azione politica che è necessario risignificare e sciogliere dai vincoli e dalle strutture della logica della rappresentanza, intesa come delega e autorizzazione del mandato attraverso l’elezione. L’attività politica, è stato ricordato anche attraverso numerosi esempi, eccede il paradigma moderno della statualità e della divisione tra pubblico e privato, come, allo stesso modo, le soggettività sono eccedenti rispetto alla forma classica dell’individuo.

Nei numerosi interventi si è registrata un’esplosione delle forme di mutualismo a livello territoriale, organizzate anche grazie all’ausilio della rete e dei social network, che va ben oltre la semplice attivazione di militanti organizzate/i. Queste pratiche ribaltano la distanza sociale in una prossimità della cura, al “social distancing” viene contrapposta una “social solidarity” che scardina il paradigma politico della quarantena come isolamento.

Allo stesso tempo, il mutualismo si configura come forma di agire sul terreno della riproduzione sociale per e contro. Per la costruzione di nuove forme di auto-organizzazione ed economie alternative; per la rivendicazione attiva di nuovo welfare; per l’attivazione di segmenti di società al di là degli spazi sociali e dell’attivismo tout court. Contro l’erosione degli spazi politici; contro l’esclusione sociale degli ultimi, degli invisibili, dei senza-parte come famiglie rimaste senza reddito, senza tetto, precari, migranti, sans papier; contro l’addomesticamento della solidarietà per coprire colpe e mancanze altrui, e cioè di chi ha deciso e favorito politiche neoliberali negli ultimi anni.

La riflessione sulle pratiche diffuse di mutualismo metropolitano come forma di auto-organizzazione collettiva dentro e contro l’emergenza si è intrecciata con una critica dell’innovazione tecnologica e con una riflessione circa il suo attraversamento strategico. La tecnologia, infatti, è stata inquadrata come terreno di scontro e di conquista, oltre che come strumento ambivalente. L’accelerazione dei processi di digitalizzazione, di raccolta ed elaborazione dei big data, di piattaformizzazione dei servizi producono non solo forme di sfruttamento del lavoro vivo ma anche dispositivi di sorveglianza e favoriscono l’attuazione di politiche autoritarie. La svolta digitale aumenta le differenze fra chi ha accesso alla rete e ai dati e chi no, fra chi ha potere decisionale e chi invece non partecipa ai processi della decisione.Senza cadere nella tentazione del tecno-soluzionismo (che fa delle applicazioni e dell’innovazione la panacea a tutti i mali), ma nemmeno alla tecnofobia, è stato evidenziato il potenziale contro-organizzativo della rete: dalle assemblee digitali alla contro-logistica metropolitana è evidente il tentativo di costruire un’infrastruttura collettiva e tecnologica del comune. A questa altezza si aprono delle sfide, alle quali dovremo rispondere al più presto: come colmare il gap del “digital divide”? Come costruire l’infrastruttura tecnologica del comune, conquistando il terreno della rete e inventando strumenti nuovi che possano permetterci di organizzarci e conneterci? Come, insomma, colmare il gap fra attivismo e tecnologia per recuperare spazi e strumenti di lotta? Si da come necessaria quindi l’articolazione di un’agenda politica e militante che prenda sul serio le contraddizioni della rete e che sia capace di agire in questa tensione diffondendo i saperi tecnici e informatici e, allo stesso tempo, conquistando la rete senza dimenticare l’attività politica offline. Mutualismo e tecnologia costituiscono quindi due poli di innovazione sociale che aprono a numerose questioni per chi vuole costruire il mondo che verrà.

Prima di tutto, il nodo dell’organizzazione: come articolare online e offline? Come agire su diverse scale geografiche (locale, nazionale, europea) contemporaneamente? Da una parte si è proposto di mappare le diverse esperienze di mutualismo, metterle in contatto tra di loro e restituire un quadro più generale delle pratiche di alternativa sociale; dall’altra è emersa l’esigenza di aprire uno spazio di discussione dell’emergenza sanitaria e della crisi economica a livello europeo.

Si è anche evidenziato come l’organizzazione sia sempre finalizzata alla costruzione e all’esercizio di rivendicazioni politiche. Sebbene sarà indubbiamente difficile riconquistare spazi di agibilità pubblica – non solo a causa della loro restrizione ma anche per la paura del corpo dell’altro – servirà una pratica della cura per la tutela della salute di tutti e tutte ma anche la violazione di alcune prescrizioni. Il presidio degli spazi pubblici, infatti, non esaurisce la democrazia, ma deve aprire al conflitto come motore di cambiamento. Già in queste settimane abbiamo registrato diverse situazioni conflittuali, ad esempio nel settore della logistica. Serve però iniziare ad immaginare azioni, soprattutto laddove sia possibile comunicare a tanti e tante, per iniziare a trasformare il programma del mondo che verrà in azione concreta.

3° Workshop – Diritto alla salute, vaccino del comune, riconversione ecologica
[https://www.youtube.com/watch?v=j8by9W-gB0k]

La discussione del tavolo si è articolata attorno a tre assi:l’appropriazione e socializzazione del discorso scientifico, uso democratico del dato; il ripensamento della salute”, come servizio sanitario e come pratica sociale; la costruzione di un piano di riconversione ecologica.

In particolare, la salute è risultata un campo centrale per osservare l’emersione, senza più nessuna possibilità di essere occultata nel discorso pubblico, della centralità della riproduzione sociale. Ripensare la salute infatti significa sicuramente ripensare la sanità ma anche ripensare radicalmente un modello estrattivista e produttivista, riappropriandosi del welfare non solo in termini sanitari ma in termini complessivi. La stessa riproduzione sociale, anche nelle forme della cura, è però essa stessa attraversata da linee di gerarchizzazione, di resistenza e di conflitto. Le lotte che si stanno manifestando – si è sottolineato – non sono quindi solo lotte per il welfare, per la sua difesa contro le politiche di smantellamento: ma sono anche lotte nel welfare, per rovesciarne il modello semplicemente erogatorio, gerarchico e disciplinare. Queste lotte segnalano come fondamentale il tema dell’accesso alla cura e al welfare, contro le diseguaglianze che marcano la crisi e ne segnano anche la gestione, come si sta rilevando con ancor più chiarezza nella “fase 2”. Al tempo stesso, però, queste sono anche lotte per rovesciare i dispositivi di potere che segnano il welfare. Come si è sottolineato, la stessa storia del servizio sanitario nazionale italiano mostra come esso non sia soltanto un servizio pubblico, ma sia anche il risultato di lotte e di conflitti, dalle lotte operaie contro la nocività, al movimento di deistituzionalizzazione psichiatrica, al decisivo impatto del femminismo e delle lotte per l’autodeterminazione.

Nella discussione in particolare la scuola in ha assunto una posizione di centralità a partire dall’attuale contrapposizione tra questa e il paradigma produttivista che si sta ri-articolando nella crisi, nella direzione di un ripensare la scuola in termini di istituzione del benessere psicofisico come risposta alle politiche di ristrutturazione che hanno caratterizzato le politiche neoliberali degli ultimi anni. Va valorizzato in particolare lo stesso momento assembleare, come metodo ed esperienza importante per superare, nelle lotte che attraversano sanità, scuola e welfare, ogni astratta separazione tra “utenti” e “operatori”. Indicazioni preziose anche organizzative, nel recente passato, possono essere ricercate nelle “maree” che hanno attraversato il ciclo di lotte all’inizio del decennio scorso, durante la crisi finanziaria, nonché negli scioperi globali transfemministi ed ecologisti.

Costruire un piano di riconversione ecologica quindi, intrecciando in maniera radicale i temi della salute, del welfare e del modello di produzione, per introdurre tensioni nel processo di transizione che si apre con la cosiddetta “fase 2”.

Interconnettere i piani attingendo a piene mani dai saperi prodotti dalle esperienza di lotta di lavoratrici e lavoratori, movimenti transfemministi e movimenti ecologisti, è risultato rilevante in questo senso il contributo alla discussione da parte delle esperienze di Taranto e Bagnoli che da anni si misurano sulle contraddizioni capitale-salute-lavoro-ambiente. La salute è la posta in palio in un modello produttivo che deve essere ridefinito e ripensato ecologicamente anche nelle stesse filiere del settore agroalimentare. La salute quindi è da intendere come campo di contesa, provando a scardinare e ridefinire gli approcci assistenziali e smascherando i limiti di un modello basato sull’ospedalizzazione. In questo senso, è stata sottolineata la straordinaria importanza dei momenti di autorganizzazione, che sono nati nei territori nel cuore stesso dell’emergenza sanitaria: dagli infermieri ai medici di base, dai circuiti della cura reciproca messi in atto nei movimenti femministi, alle reti sociali e mutualistiche che attraversano le città. Sono da un lato vere e proprie strutture indispensabili per lo sviluppo di un welfare decentrato e che valorizzi l’autonomia, in una prospettiva non invidualizzante ma collettiva della cura: dall’altro, sono embrioni di veri e propri contropoteri nel welfare. Un lavoro di mappatura e coordinamento, anche attraverso gli strumenti dell’inchiesta e della conricerca, è un compito che può assumere grande importanza, come sperimentazione di modalità efficaci di organizzazione politica nella lunga crisi.

Ripensare un modello a partire dalla sua democratizzazione, assumendo i limiti di una sanità centrata sui saperi della struttura e degli operatori, provando invece a sperimentare istituzioni del comune: per esempio, trasformando i laboratori universitari in laboratori della riappropriazione dei dati del comune e contemporaneamente aprire questi luoghi alla trasformazione e alla democratizzazione.Trasformare la salute quindi a partire da un’idea conflittuale di cura e socializzazione dei saperi ad essa collegati.

In questo contesto quindi assumere la riproduzione come chiave per programmare la riconversione ri-articolando il concetto di sicurezza come produzione collettiva e socializzazione dei saperi: il “vaccino del comune” come riappropriazione sociale della sicurezza. Del resto, la ricerca stessa del vaccino va individuata come campo di lotta, come stanno mostrando le campagne che già ora stanno muovendosi per reclamare il public domain nella ricerca sul vaccino. Si è ricordato l’esempio di Act Up come modello importante di capacità di congiungere autocura, sperimentazione di nuove modalità di attivismo e lotta contro la logica proprietaria dell’industria farmaceutica.

Particolarmente suggestivo è risultato il tema dell’“essenziale”, piegato ad oggi al profitto e modulato secondo linee di classe, genere e razza. Invece è necessario assumere l’essenziale come campo del conflitto – il che significa ripensare in maniera radicale e conflittuale una società innervata sui paradigmi dell’austerità e della crisi come elementi immanenti. In particolare si è insistito sul fatto che l’”essenziale” come mostrano le lotte dei lavori necessari, non va confuso con l’idea di “scarsità”, che è appunto dispositivo neoliberale e fondamento delle proposte di austerity, che ci ritroveremo a fronteggiare nella crisi, e che già riemergono nelle levate di scudi industriali contro le pur timide, minime e selettive politiche sugli ammortizzatori sociali. L’essenziale è la centralità della riproduzione sociale, nella sua ricchezza e nella sua capacità di guidare politiche di riconversione, non certo in una sua presunta austera miseria.

Si è assunto il tema dell’inchiesta quindi come pratica tutta da sviluppare attorno allo stato delle infrastrutture fondamentali della riproduzione sociale e del welfare, a partire dalla ricchezza dei saperi collettivi contro l’inadeguatezza dei saperi ufficiali, indispensabili alla programmazione del mondo che verrà.

 

07 – CLAUDIA FANTI. PIÙ CARABINEROS CHE TAMPONI NEL CILE DI PIÑERA L’EMERGENZA. IL PRESIDENTE È PASSATO DALL’ANNUNCIO DI UNA «NUOVA NORMALITÀ» A QUELLO DELLA «QUARANTENA TOTALE» NELLA CAPITALE SANTIAGO. PROTESTE POPOLARI SOSPESE A CAUSA DEL COVID-19, MA LA REPRESSIONE NON SI FERMA. 37 MILA I CONTAGI, IN RAPIDA CRESCITA, CON IL SISTEMA SANITARIO SULL’ORLO DEL PRECIPIZIO LA PROTESTA DEI LAVORATORI DELL’OSPEDALE EL CARMEN DI SANTIAGO CONTRO I CARABINEROS, «ISTITUZIONE DI ASSASSINI».
Camminava tranquillo per il suo quartiere, a Santiago, quando i carabineros hanno pensato bene di fermarlo. La sua colpa: portare una mascherina con un simbolo mapuche. Per fortuna gli è andata bene: grazie all’immediata reazione della gente, los pacos, come vengono chiamate in Cile le forze dell’ordine, si sono decisi a rilasciare il giovane e ad andarsene in tutta fretta tra grida e insulti.

SE IL COVID-19 ha temporaneamente sospeso le manifestazioni popolari – benché gli atti di protesta realizzati il primo maggio e durante la giornata dei carabineros del 27 aprile siano apparsi il segnale di un imminente ritorno in piazza -, la repressione, con tanto di coprifuoco dalle 22 alle 5, non è invece venuta meno.

E non è l’unico elemento di continuità. Sono proseguite le provocazioni governative, come la nomina di una pinochetista – Macarena Santelices, pronipote del dittatore – alla guida del Ministero della donna; sono rimasti inalterati i privilegi delle élite, resi ancora più evidenti dalla pandemia; risultano semmai ancora più profonde le disuguaglianze, riguardo alla salute, all’educazione e all’impiego, con un milione e passa di lavoratori condannati al licenziamento o ai tagli di stipendio.

Con 37mila contagi in rapida crescita, un picco previsto non prima della fine di maggio o dell’inizio di giugno e 368 decessi (cifra di cui, stando alle denunce, c’è fortemente da dubitare), il sistema sanitario è al bordo del collasso, soprattutto nella regione metropolitana: mancano i dispositivi di sicurezza per il personale sanitario, i tamponi sono introvabili, scarseggiano i ventilatori. E benché alla fine di marzo il ministro della Sanità Jaime Mañalich dicesse di temere che lo accusassero di averne comprati troppi, ora il sottosegretario Arturo Zúñiga afferma che, «a questo ritmo», ne serviranno di più.
COSÌ, DI FRONTE AL RECORD di nuovi casi (più di 2.600) stabilito mercoledì, e dopo aver obbligato centinaia di migliaia di lavoratori a continuare a recarsi nei luoghi di lavoro esponendoli così al contagio, il presidente Piñera ha dovuto cambiare discorso, passando dal tentativo di imporre una «nuova normalità» – nell’illusione che la curva dei contagi avesse raggiunto il plateau – all’annuncio della «quarantena totale» a Santiago. E senza pronunciare una sola parola di autocritica, bandita dall’impressionante propaganda governativa, ha piuttosto scaricato la colpa sulla popolazione, colpevole, a suo dire, di non rispettare le misure di sicurezza.
Ma se dinanzi ai ritardi, alle misure parziali, ai provvedimenti confusi e contraddittori e alla carneficina sociale in atto, l’esasperazione popolare è già alle stelle, un’altra bomba a orologeria è rappresentata dal possibile nuovo rinvio del plebiscito sulla nuova Costituzione, già slittato dal 26 aprile al 25 ottobre (con l’elezione dei costituenti rimandata addirittura al 4 aprile del 2021).
UN RINVIO CHE IL GOVERNO ha tutto l’interesse a imporre, considerando il risultato del «plebiscito simbolico» svoltosi proprio il 26 aprile attraverso la pagina web constitucionvirtual.com: con un totale di 409.804 votanti, l’”Apruebo”, il sì a una nuova Costituzione, si è imposto con l’81,38% dei voti, contro il 18,54% dei “Rechazo”. E intanto, con le piazze precluse, lo spirito costituente si alimenta attraverso assemblee virtuali e piattaforme web, come la pagina QueChileDecida.cl, che si propone di diffondere informazioni sulla campagna, creare reti di contatti e coordinare le diverse iniziative.

 

08 – VIDEOCONFERENZA | ASSEMBLEA MAIE BRASILE, CONTINUA IL LAVORO SUL TERRITORIO ANCHE AI TEMPI DEL VIRUS, FOCUS SULL’EMERGENZA CORONAVIRUS IN BRASILE, IL PAESE DELL’AMERICA LATINA PIÙ COLPITO DALLA PANDEMIA. POI RETE CONSOLARE E RIMPATRI DEI NOSTRI CONNAZIONALI ANCORA BLOCCATI ALL’ESTERO
Si è svolta ieri 13 maggio, in videoconferenza, l’assemblea del MAIE Brasile, presieduta dal Sen. Ricardo Merlo, presidente MAIE e in questa legislatura Sottosegretario agli Esteri con delega agli italiani nel mondo.
Alla riunione virtuale hanno partecipato Luis Molossi, vice coordinatore America Latina; Walter Petruzziello, coordinatore nazionale; Elio Zanette (Porto Alegre); Itamar Benedet (Santa Catarina); Daniel Taddone (nord est: Recife/Fortaleza/Salvador); Daniel Laguna (Brasilia); Liliana Frenda e il Comandante Di Luca (Rio de Janeiro); Thiago Roldi (Espirito Santo); Fabio Pizzighello e Bruna Spinelli (San Paulo). Non sono invece riusciti a partecipare, ma hanno inviato i loro saluti, Antonio e Luciana Laspro.
Durante tutta la prima parte dell’incontro si è affrontato il tema del coronavirus in Brasile, che risulta essere il Paese dell’America Latina più colpito dalla pandemia.
Merlo ha potuto raccogliere le tante testimonianze arrivate dai responsabili dei territori, i quali hanno evidenziato come la ridotta operatività dei consolati (bloccati nel lavoro quotidiano proprio dall’emergenza), abbia provocato anche maggior difficoltà nel reperire notizie certe sui contagi; ciononostante, il MAIE ha comunque assicurato, attraverso i propri militanti, un supporto concreto a tutti quei connazionali in difficoltà.
Il presidente Merlo ha quindi illustrato le soluzioni che il Governo sta mettendo in campo per essere ancora più vicino alla collettività italiana all’estero e per sostenere concretamente le imprese italiane fuori dai confini nazionali. Pandemia permettendo, ha ricordato il senatore, presto si potrà finalmente dare l’annuncio dell’effettiva apertura del nuovo consolato di Vitória.
Altro tema importante è stato quello relativo ai voli di rimpatrio organizzati dalla Farnesina, tra cui quello che partirà proprio oggi, 14 maggio, da San Paolo diretto a Roma. Merlo ha sottolineato l’importante lavoro portato avanti dalla Farnesina e ha assicurato che continua senza sosta l’impegno del governo per riportare in Italia tutti quei connazionali che sono ancora bloccati all’estero.

 

09 – FARNESINA | INCONTRO DI MAIO-MERLO: ITALIANI ALL’ESTERO E POLITICA INTERNAZIONALE IN PRIMO PIANO. UN FACCIA A FACCIA DURATO OLTRE UN’ORA, DURANTE IL QUALE IL MINISTRO HA APPREZZATO LE POLITICHE PER GLI ITALIANI ALL’ESTERO PORTATE AVANTI DAL SENATORE.
Di Maio e Merlo hanno parlato del presente e del futuro dell’Italia
Si è svolto ieri sera nell’ufficio del ministro degli Esteri Luigi Di Maio un lungo incontro tra il titolare della Farnesina e il Sottosegretario Ricardo Merlo.
In particolare, per quanto riguarda gli italiani nel mondo, sul tavolo, naturalmente, la questione dei rimpatri dei connazionali rimasti bloccati all’estero a causa dell’emergenza coronavirus e della conseguente sospensione dei voli.
Oltre 80mila italiani sono già rientrati in Italia, grazie a circa 750 operazioni da 177 Paesi del mondo, con uno sforzo eccezionale da parte della Farnesina e di tutta la rete consolare.
Secondo stime del ministero degli Esteri, restano ancora 8.000 italiani costretti loro malgrado a rimanere in un Paese straniero: la Farnesina, hanno convenuto Di Maio e Merlo, continuerà ad operare senza sosta al fine di consentire il rientro in Patria a tutti quei connazionali bloccati oltre confine che intendano farlo.
Si è affrontata poi la questione della rete consolare italiana nel mondo. Il ministro si è congratulato con il sottosegretario per tutta l’attività che sta portando avanti per rafforzare e riqualificare le nostre sedi diplomatico-consolari.
Di Maio ha assicurato a Merlo tutto il proprio sostegno e ha dimostrato di essere estremamente soddisfatto per il lavoro del Sottosegretario e felice per le prossime aperture di nuove sedi consolari.
Tra i temi toccati, anche i fondi per l’assistenza agli italiani nel mondo ai tempi del virus: 5 milioni di euro stanziati con il decreto “Cura Italia” e che, attraverso i Consolati, andranno ai connazionali più in difficoltà. Di Maio e Merlo si sono detti d’accordo sul fatto che quei soldi dovranno andare a chi ha realmente bisogno: toccherà alla rete consolare, con la collaborazione dei Comites e del CGIE, verificare che sia così.
A proposito della promozione del made in Italy nel mondo, Merlo ha voluto evidenziare anche l’importante ruolo che svolgono le Camere di Commercio per la diffusione dei nostri prodotti, oltre che per l’internazionalizzazione delle nostre imprese.
Più in generale, il ministro Di Maio a conclusione dell’incontro ha espresso grande apprezzamento per le politiche a favore degli italiani nel mondo che sta portando avanti il sottosegretario Merlo, rinnovandogli il proprio appoggio e la propria disponibilità all’ascolto e al confronto ogni volta che sarà necessario.

 

10 – ALFIERO GRANDI. DECRETO RILANCIO. ORA PERÒ BISOGNA FARE PRESTO COI SOSTEGNI ECONOMICI
ECCOCI: SFIDA ROSSO VERDE. DECRETO RILANCIO. ORA PERÒ BISOGNA FARE PRESTO COI SOSTEGNI ECONOMICI. IL DECRETO LEGGE PER IL RILANCIO DELL’ECONOMIA, DOPO LA GRAVISSIMA CRISI OCCUPAZIONALE, SOCIALE ED ECONOMICA PROVOCATA DALLA PANDEMIA DA COVID, È STATO APPROVATO DAL CONSIGLIO DEI MINISTRI MA NON È STATO ANCORA PUBBLICATO IN GAZZETTA UFFICIALE.
Questo vuol dire che il testo potrebbe subire ancora qualche variazione perchè è ora sottoposto alla verifica dei conti della Ragioneria Generale e l’entrata in vigore delle norme arriverà dopo la pubblicazione che arriverà solo tra qualche giorno perchè anche la Presidenza della Repubblica esaminerà il testo prima di firmarlo. Del resto la mole del provvedimento, senza dubbio ambiziosa, ha bisogno di una rilettura. Sarebbe incomprensibile, ad esempio, che non venisse confermato con chiarezza l’impegno preso da tempo di riconoscere al personale medico, infermieristico e ausiliario un contributo economico straordinario. Non una compensazione ma almeno un riconoscimento per l’impegno eccezionale. E’ il minimo dopo l’impegno allo spasimo del personale per salvare la vita alle persone, sottoponendosi a ritmi di lavoro inauditi, a pericoli e – purtroppo – a conseguenze in morti e danni alla salute dei medici e degli infermieri che sono un prezzo troppo alto.

Il testo del decreto legge che conosciamo insiste sulla prospettiva di un rilancio e sulle iniziative conseguenti.

Tuttavia molte misure sono inevitabilmente volte a sostenere settori della società che non sono in grado di assorbire i contraccolpi della crisi, che soprattutto colpisce le aree sociali più a rischio e più deboli. Una società complessa come la nostra ha bisogno di provvedimenti complessi che debbono cogliere le sfaccettature delle difficoltà. Alcuni provvedimenti, ad esempio di semplificazione, potevano essere affrontati con maggiore urgenza, a parte. Da settimane ci sono forti lamenti che i benefici di precedenti provvedimenti non sono arrivati o sono arrivati tardi. Chi potrebbe opporsi oggi a decreti legge per fare arrivare tutta la cassa integrazione a destinazione in tempi rapidi, correggendo le procedure che hanno ritardato l’arrivo degli euro previsti? Perché non tentare di lavorare nelle commissioni parlamentari per convertire decreti che hanno un largo consenso? Il Salvini di turno potrebbe opporsi a un decreto che velocizza l’arrivo dei quattrini alle partite Iva, alle imprese e così via?Questi aspetti potevano e dovevano essere affrontati con l’urgenza necessaria, mettendo tutti di fronte alle loro responsabilità. Il grosso del decreto contiene altro e cerca di portare risorse alle imprese (15/16 miliardi), a lavoratori e precari (25,6miliardi), alla sanità (3,25 miliardi) e cancella le norme sull’aumento dell’Iva che ogni anno hanno messo in croce i provvedimenti finanziari. Ci vorrà tempo per comprendere meglio i singoli interventi e il passaggio parlamentare deve aiutare a capire, se la maggioranza non si chiuderà a riccio e l’opposizione capirà che il periodo delle urla sguaiate deve finire. Altrimenti è l’Italia che entrerà in sofferenza e chiunque governerà in futuro avrà difficoltà enormi a ricostruire uno spirito pubblico. È vero che il governo ha avuto difficoltà, ci ha messo tempo per trovare un accordo sulle norme. Mentre le persone hanno problemi urgenti, hanno bisogno di sostegno ed è questo l’unico parametro che conta, il resto è fuffa. L’opinione pubblica ha premiato il governo quando ha saputo adottare provvedimenti rapidi, severi per evitare guai peggiori sulla salute delle persone.

Questo è un provvedimento di grande impatto economico, 55 miliardi di euro sono tanti, la leva prevista ingente, si sommano a quelli già stanziati, ma rischia di non avere lo stesso risultato e sarebbe un paradosso perché dipende dalla maggioranza più che dall’opposizione, che cercherà in ogni modo di svilire le misure. Il ministro dell’Economia ha correttamente messo in guardia contro assalti alla diligenza in parlamento. Il passaggio in parlamento è sempre un’occasione per assalti ma soprattutto per capire se i provvedimenti adottati sono costruiti nel modo più efficace. Un provvedimento così complesso non può avere un percorso facile e poiché è difficile sostituire norme di sostegno già scritte con altre la tendenza sarà ad allargare ulteriormente la spesa. Non sarà facile tenere la barra del timone. Il decreto è stato chiamato rilancio, in realtà è largamente un sostegno ai redditi e alle imprese, che sono la premessa per un rilancio, perché un rilancio vero e proprio ha bisogno di investimenti, di misure di sostegno alla ricerca e all’innovazione, alla qualità del lavoro, al suo allargamento, alle modifiche istituzionali necessarie.

Il ministro dell’Economia ha dato rassicurazioni che l’intervento pubblico, perfino la proprietà pubblica non avrebbe comportato intromissioni sulle scelte del mercato. Forse era diretto ad una Confindustria che sta assumendo toni antagonisti e avanza richieste che la caratterizzano come la più forte lobby corporativa del paese, che pretende senza offrire consapevolezza del quadro d’insieme. Il “sappiamo noi come si fa” è ricorrente, come l’attacco spocchioso al governo, fingendo di non sapere che occorre tenere conto anche della salute delle persone e ogni morto in più è inaccettabile. Sotto la coperta della convivenza con il virus viene rilanciato un nuovo malthusianesimo che accetta che i morti in più siano il prezzo da pagare. Anche Boris Johnson ha teorizzato l’immunità di gregge fino al giorno in cui è toccata a lui e ora sembra più consapevole del valore della vita delle persone. Comunque sia l’affermazione di Gualtieri non è convincente. Se pandemia e crisi hanno insegnato qualcosa è che occorre un progetto, una visione di sistema per affrontare le sfide. Nel bene e nel male la forza tedesca nasce da qui.

La programmazione del futuro è una necessità per scegliere su cosa puntare e su cosa no, o per rinviare a tempi migliori. L’accesso agli aiuti europei serve a questo, o no?

Se la Bei finanzierà le iniziative delle imprese verso quali settori e obiettivi verranno indirizzati i fondi? Se arriveranno soldi dal Mes senza condizioni che spenderli per la sanità e le sue conseguenze occorre ragionare su quale progetto è necessario per ricostruire un sistema sanitario nazionale pubblico, in grado di garantire gli stessi servizi alle persone, da Pantelleria alla Val d’Aosta. Se arriverà il recovery fund, nell’ambito dei filoni europei di spesa, inevitabilmente si dovrà ragionare su ambiente, territorio, infrastrutture, strutture culturali e di ricerca. Il green va declinato, altrimenti altri saranno più veloci nel fare proposte e non sarebbe la prima volta. Ci sono anche compiti a casa da svolgere. È evidente che il sistema fiscale ha bisogno di essere ricentrato, la destra vuole semplicemente meno tasse a prescindere, da dove verranno i fondi è un mistero. Questa maggioranza vuole aprire una riflessione sulla possibilità di raccogliere più e meglio risorse da chi ne ha per sostenere chi non ne ha e aiutare chi ne ha bisogno ? L’Italia del dopo pandemia sarà comunque diversa. Può diventare diversa sulla base di spinte non governate, oppure si può progettare il futuro e in questo ambito è improprio che il Ministero dell’Economia non metta bocca sulle scelte strategiche delle aziende che sono poco o tanto di proprietà pubblica. Né si può affidare alla Cassa Depositi e Prestiti un ruolo eccessivo e forse rischioso per i conti pubblici. Perché tornare ad una nuova Iri dovrebbe essere un tabù? Gli errori del passato si possono correggere e le privatizzazioni hanno visto anch’esse molti errori.

Progettare il futuro, adottare nuovi strumenti, senza timore di mutuare dai tedeschi l’esperienza di gestione del debito pubblico attraverso un’agenzia specializzata. Sono scelte che debbono essere fatte insieme ad una semplificazione coraggiosa di quanto non serve. Il Mef non è adatto a gestire queste scelte, Il presidente del Consiglio ha già un ruolo molto impegnativo. Quindi occorre reinventare strumenti abbandonati con troppa leggerezza, altrimenti il rilancio a cui tende questo maxi decreto rischia di non arrivare e noi continueremo a chiederci all’infinito perché altri fanno sistema e l’Italia non ci riesce.

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