Testimonianza di una pandemia: 150 ani fa la febbre gialla in Argentina

“Giovani per Besozzo” che si occupa della valorizzazione del territorio attraverso iniziative green e concerti ha rinvenuto un documento storico che racconta la febbre gialla a fine Ottocento

La pandemia non ferma le tante realtà giovanili in provincia. A Besozzo esiste da anni un gruppo, “Giovani per Besozzo” che si occupa della valorizzazione del territorio attraverso iniziative green e concerti.

“Nonostante questi mesi di inattività, – scrive Jeremy Moeys – causati dalla situazione di emergenza, stiamo portando avanti un progetto molto ambizioso che sveleremo a breve. Molti di noi abitualmente studiano nella Sala Letture, centro di ritrovo per gli studenti e per amici, dove abbiamo rinvenuto un volume intitolato “Besozzo tra Ottocento e Novecento”, scritto dall’archivista Maryse Ribolzi. Esso possiede al suo interno una testimonianza, attuale per certi versi, di un medico trasferitosi oltreoceano durante il periodo della febbre gialla”.

L’autrice racconta di uno scambio di lettere tra il medico Gaetano Cadario e la propria famiglia, rimasta a Besozzo. La corrispondenza, datata 1871, viene pubblicata dalla Rassegna della Camera di Commercio tra giugno e luglio dello stesso anno. Qui di seguito è riportato un estratto.

Nel 1871 a Buenos Aires, dove viveva già da anni un numero consistente di italiani ci giungono due lettere del dottor Gaetano Cadario fratello di Cesare scritte alla propria famiglia rimasta a Besozzo pubblicata dalla “Rassegna della Camera di Commercio” nel 11 giugno 1871 e il 23 luglio dello stesso anno.

“Il dottor Gaetano di Besozzo […] partiva anni or sono per l’America e stabilitasi a Montevideo, capitale dell’Uruguay ad esercitarvi la propria professione. Lettera che ci fu comunicata e che pubblichiamo, perché degna di essere conosciuta, perché interessante e perché ognuno che la leggerà pure ammirando il cuore e l’eroismo del dottore Cadario, non potrà a meno trepidare di esso per la riuscita della sua opera umanitaria.

Ecco la lettera:
“Domani 1° aprile parto per Buenos Aires dove la febbre gialla fa immensa strage. Per averne un’idea di questo terribile flagello, ti presento le seguenti cifre: nei giorni 25, 26, 27 871 morti, con 2000 e più casi; nel giorno 29 marzo, 351 morti, con 400 casi. Lo squallore, il lutto, la miseria, e la disperazione regnano in quella ricchissima città. Due terzi della popolazione è fuggita e va girovagando nei campi.

La mia professione non mi permette di rimanere indifferente e freddo spettatore a così spietato nemico della umanità. Mi presento deciso e franco soldato a combattere, e se la sorte mi favorisce, avrò la coscienza d’aver fatto il mio dovere.
[…]”La malattia qui ha menato orribile, miseranda strage. Figurati una città che si muove per duecentomila abitanti, e che vive di una vita commerciale non seconda ad una città europea, ridotta di colpo all’inazione, al silenzio, ad una trepida diffidente aspettazione da non sapere più che dire e che fare e che risolvere. Che più? Un panico timore la invade, e tutti, frettolosi e spaventati corrono alle porte per guadagnare la campagna, non senza più rivolgere lo sguardo alla loro città ormai stanza di implacabile morbo che a larga mano semina morte, desolazione e lutto. Miserando spettacolo invero, quasi incredibile! Una commissione popolare di scelti cittadini funziona giorno e notte per provvedere possibilmente tutto l’occorrente. La settimana di Pasqua fu segnalata per il grande numero di morti e si calcola tra 800 e 1000 la media delle vittime avuta cadaun giorno in quella settimana.

L’emigrazione italiana qui è numerosa, è quella che soffrì maggiormente, in specie i Lombardi. Il corpo medico lasciò sul campo 14 morti sopra 75 che combattevano. Oggi può dirsi cessata la malattia non presentandosi che 10-12 casi al giorno; la città per conseguenza incomincia a vivere la vita del convalescente. Basta, speriamo che tutto sia finito.”

 

FONTE: https://www.varesenews.it/2020/04/testimonianza-di-una-pandemia/923210/

 

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