25 aprile 2020 NEWS DAI PARLAMENTARI ELETTI ALL’ ESTERO ED ALTRE COMUNICAZIONI

VIVA IL 25 APRILE.

01 – Il più grande choc economico della storia italiana: il Pil crolla di 15 punti in sei mesi. Reazioni a catena. Le stime dell’ufficio parlamentare di bilancio sulla crisi indotta dal coronavirus: mai così male in tempo di pace e «dalla Grande Depressione» del 1929.
02 – Coronavirus, La Marca (Pd): “Crisi economica grave quanto epidemia. Contagio preoccupante anche in America settentrionale e centrale”.
03 – La Marca (Pd): nel sostegno all’internazionalizzazione fare riferimento anche alle camere di commercio italiane all’estero.
04 – Schirò (Pd): prevista la proroga del “distacco” in Europa per i lavoratori bloccati dal coronavirus,
05 – Post virus in America Latina: 23 milioni di nuovi poveri. America Latina. rafforzamento del dollaro in piena pandemia ha portato alla svalutazione delle monete nazionali.
06 – Paco Ignacio Taibo II: «Noi, i ragazzi della novela negra» L’intervista. Parla lo scrittore che con Sepúlveda condivideva la passione politica e l’uso «sociale» della letteratura di genere. «Ora – spiega – attenzione ai cambiamenti portati dal virus»
07 – La Marca (Pd): ho sollecitato il ministro Di Maio e l’unità di crisi per favorire il rientro dal Messico di 350 connazionali.
08 – In Cile è macelleria sociale, Piñera peggio del virus. Legge trappola. La gestione della pandemia da parte del governo ha prodotto finora licenziamenti e tagli dei salari. Ma il Paese è pronto a ripartire, come la protesta, di Claudia Fanti
09 – Moreno occulta i dati, ma a Guayaquil non ci sono più bare. Ecuador. Nella Wuhan latinoamericana 10mila morti, cinque volte in più della media. L’Oms lancia l’allarme sull’Ecuador, dove il governo dei tagli non ha i tamponi.
10 – Brevi dal mondo: Palestina, Mozambico. Muore in un carcere israeliano un detenuto 23enne palestinese. Renitenti alla leva jihadista, 52 uccisi in Mozambico
11 – Schirò (Pd) – accordo Germania-Italia: tutelati i diritti dei contrattisti.

 

 

VIVA IL 25 APRILE.
QUEL 25 APRILE DI 75 ANNI FA CON L’INSURREZIONE DI MILANO CONTRO GLI OCCUPANTI TEDESCHI E I FASCISTI DELLA RSI, E L’ASSUNZIONE DEI POTERI CIVILI E MILITARI IL COMITATO DI LIBERAZIONE DELL’ALTA ITALIA FACEVA COMPIERE UN PASSO DETERMINANTE VERSO LA TOTALE LIBERAZIONE DEL PAESE, INIZIATA CON LA RESISTENZA GIÀ ALL’INDOMANI DELL’8 SETTEMBRE DEL ’43, L’INTERVENTO DELLE FORZE ALLEATE, NASCEVA L’ITALIA DEMOCRATICA E ANTIFASCISTA.
In quelle ore insorgevano anche Genova e Torino, e città del Veneto, mentre erano state liberate varie dell’Emilia, del Piemonte, e da mesi Roma e Firenze. Due giorni dopo, Mussolini in fuga verso la Svizzera, in uniforme da soldato tedesco, veniva catturato dai partigiani e fucilato su ordine del CLNAI che aveva diretto l’insurrezione e assunto il comando di varie città. Seguiranno la resa incondizionata firmata dai tedeschi a Caserta, la grande sfilata delle forze di Liberazione per le vie di Milano con alla testa i comandanti partigiani ( Parri, Longo, il generale Cadorna, Mattei e altri), e la formazione (il 20 giugno) del primo governo dell’Italia libera, composto dai sei partiti del CLN e guidato da Ferruccio Parri (partito d’azione), ovvero il comandante partigiano ‘Maurizio’. Se questa è la telegrafica successione dei grandi eventi di quel periodo, è chiaro che quella data, che si celebra ogni anno con grandi feste popolari rievocative, ha un alto valore simbolico, democratico e antifascista, che nessuno può negare.

 

01 – IL PIÙ GRANDE CHOC ECONOMICO DELLA STORIA ITALIANA: IL PIL CROLLA DI 15 PUNTI IN SEI MESI. REAZIONI A CATENA. LE STIME DELL’UFFICIO PARLAMENTARE DI BILANCIO SULLA CRISI INDOTTA DAL CORONAVIRUS: MAI COSÌ MALE IN TEMPO DI PACE E «DALLA GRANDE DEPRESSIONE» DEL 1929, di Roberto Ciccarelli
Un calo dell’attività economica di intensità eccezionale, mai registrato nella storia della Repubblica: meno quindici punti percentuali del Pil complessivi nei primi sei mesi del 2020. È la stima dell’ufficio parlamentare di bilancio (Upb) sulle conseguenze del blocco delle attività produttive e sociali per contrastare la diffusione del virus Covid 19.
LO SHOCK, comparabile in tempi di pace solo agli effetti della «grande depressione del 1929», potrebbe essere attutito da una ripresa in estate. Ma le previsioni restano drammatiche: la Banca d’Italia ha parlato di una caduta del Pil attorno al 5% nel primo trimestre nei servizi, un calo della produzione industriale del 6%. Per l’Fmi potrebbe esserci un aumento del debito dall’attuale 135% fino al 155,5%. Il Pil potrebbe calare del 9%. Nelle prime settimane della segregazione, e del “distanziamento sociale” i numeri della cassa integrazione sono «esplosi» evidenzia l’Upb. Secondo l’Inps le richieste per la Cig con la causale »Covid 19» pervenute fino al 10 aprile hanno riguardato circa 2,9 milioni di lavoratori, quelle per l’assegno ordinario hanno coinvolto circa 1,7 milioni di beneficiari.

Per quanto riguarda il bonus dei 600 euro (che diventeranno 800 con il prossimo “decreto aprile”) riservato a partite Iva e lavoratori parasubordinati sono state erogate 4,4 prestazioni su 5 milioni in totale. Da parte del presidente dell’Inps Pasquale Tridico è stato rinnovato l’impegno a pagare la Cig ordinaria entro la fine di aprile. Il numero di ore autorizzate «può essere ampiamente superiore, anche triplo, rispetto ai valori massimi storicamente osservati su base mensile dalla crisi finanziaria del 2009» sostiene l’Upb.

LE STIME rendono l’idea delle prospettive economiche del Documento di Economia e Finanza (Def) che il consiglio dei ministri potrebbe approvare oggi insieme al nuovo scostamento di bilancio sull’indebitamento netto nel 2020 necessario per varare anche il nuovo decreto legge. Entrambi i temi saranno all’esame del Senato mercoledì 29 aprile. La conferenza dei capigruppo ha stabilito che ci sarà una discussione unica con due voti, il primo con maggioranza qualificata.

IL MINISTERO dell’economia sta lavorando su questa prospettiva: il Pil tendenziale in caduta quest’anno di circa l’8%, il debito in impennata al 155-160% del Pil, mentre deficit potrebbe arrivare, e superare, il 10%. Le percentuali dipendono anche dall’importo del provvedimento di aprile che potrebbe superare i 50 miliardi di euro, di cui una trentina destinati a finanziare gli ammortizzatori sociali straordinari, e un nuovo «reddito di emergenza» che potrebbe raggiungere «una tantum» due milioni persone, e non tre, escluse da bonus e altre indennità. In questo caso si sta lavorando anche alla definizione della platea, probabilmente in base all’indicatore Isee e una serie di indicatori patrimoniali come avviene nel caso del «reddito di cittadinanza».

SI PUNTA a una cassa integrazione agevolata per colf e badanti che lavorano «in nero» e al rifinanziamento del sussidio Naspi in scadenza. Il ministero della famiglia sta elaborando una proposta su un altro bonus destinato ai figli. Potrebbe durare anche fino alla fine dell’anno, calcolato da 80 a 160 euro al mese in base ai redditi Isee. La durata di questi sussidi dovrebbe essere giugno. In seguito andrebbero rifinanziati, ma sarà anche necessario capire quanti dipendenti oggi in Cig torneranno al lavoro. Sarà più difficile farlo per gli autonomi e gli invisibili. Le prime stime su disoccupazione e povertà sono terrificanti: si parla di almeno un milione di disoccupati e di altrettanti di poveri in più. Difficile affrontare questa situazione con misure occasionali. Ieri negli interventi alla Camera e Senato il premier Conte ha parlato di misure «durature». Si resta in attesa di un programma di ampio respiro capace di dare continuità a queste misure in una crisi sociale imprevedibile.

NEL DECRETO «APRILE», pari alla somma di due finanziarie, incideranno gli indennizzi a fondo perduto alle imprese, minimo da 4 miliardi di euro. Per la garanzia alla liquidità delle imprese lo stanziamento sarà di oltre 30 miliardi di euro tra Fondo di garanzia per le Pmi e Sace. il terzo decreto economico dopo il «Cura Italia» e il «Dl Liquidità» potrebbe essere varato mercoledì 29 o giovedì 30 aprile, ma potrebbe slittare agli inizi del prossimo mese. Lo chiameranno «decreto maggio».

 

02 – CORONAVIRUS, LA MARCA (PD): “CRISI ECONOMICA GRAVE QUANTO EPIDEMIA. CONTAGIO PREOCCUPANTE ANCHE IN AMERICA SETTENTRIONALE E CENTRALE”
Roma, 17 apr. (askanews) – Abbiamo rivolto una serie di domande ai deputati e senatori eletti all’estero sull’emergenza coronavirus, in particolare in relazione all’impatto e alle reazioni registrate nelle comunità italiane nel mondo. Questa è l’intervista a Francesca La Marca, deputata del Partito democratico, residente in Canada, eletta nella ripartizione America settentrionale e centrale. Tra i punti centrali della sua riflessione, il tema dell’economia: ‘Quella della stagnazione economica e dei pesi finanziari sui bilanci degli stati è una prospettiva non meno inquietante di quella riguardante la salute’.

D. IL PIANETA È STATO INVESTITO DAL CORONAVIRUS IN TEMPI DIVERSI E CON IMPATTI FINORA NON OMOGENEI IN TUTTI I CONTINENTI. NELLA RIPARTIZIONE DALLA QUALE È STATO/A ELETTO/A QUAL È LA SITUAZIONE, QUALI SONO LE AREE DI CONTAGIO CHE PREOCCUPANO MAGGIORMENTE A CIRCA UN MESE DALLA DICHIARAZIONE UFFICIALE DI PANDEMIA DA PARTE DELL’ORGANIZZAZIONE MONDIALE DELLA SANITÀ (OMS)?

R. ‘La situazione dell’espansione della pandemia nella ripartizione America settentrionale e centrale è dal punto di vista territoriale a macchia di leopardo ma, nel complesso, seria e preoccupante, ormai come in Europa.
Il Canada, infatti, ne è stato investito già da diverse settimane (ha fatto notizia che la stessa first lady abbia subito il contagio, dal quale è fortunatamente guarita), con forme particolarmente acute nel Québec, dove al 13 aprile si sono registrati circa 13.000 dei 25.000 contagi complessivi.
L’altro epicentro, anche se di minore consistenza, è l’Ontario, seguito dall’Alberta e dalla British Columbia. Insomma, sia detto per inciso, le aree dove è più concentrata la comunità italiana d’origine, che per altro ha pagato il suo tributo di vittime sulle circa 750 finora annoverate.
Gli Stati Uniti, pur con qualche ritardo rispetto all’Europa, hanno scalato rapidamente la classifica dei Paesi più colpiti dalla pandemia. Con i loro 615.000 contagiati accertati e i 26.000 deceduti, essi sono diventati l’area geopolitica più gravemente investita. In particolare, nello Stato di New York si è manifestato l’impatto più forte di contagi e di morti, circa un 40% del numero totale. Due elementi contribuiscono a dare discontinuità al quadro statunitense, il carattere federale dello Stato, che mette ogni governatore nella condizione di incidere sugli indirizzi generali, e il sistema sanitario nel quale il forte peso della componente assicurativa si ripercuote sulle modalità e sulla qualità delle cure agli infermi. In particolare, 27 milioni di persone, l’8% della popolazione, non avrebbe alcuna assicurazione, quindi sarebbe in partenza più restia a ricorrere a cure che dovrebbero pagare di tasca loro.
Il contagio in Messico è finora numericamente più contenuto, aggirandosi su un numero di 4000 contagiati e su circa 250 deceduti, con significativa concentrazione nella capitale. Ma a causa del locale sistema di protezione sociale, piuttosto limitato e approssimativo, le conseguenze della pandemia sulle condizioni di vita rischiano di essere non meno gravi. Nel complesso, l’area coperta da questa ripartizione è oggi il secondo polo della fiammata mondiale della pandemia e questo pone problemi di contenimento e di riavvio sociale e produttivo certamente complessi’.

D. RESTANDO ALLA RIPARTIZIONE DELLA SUA ELEZIONE, QUALI SONO STATE LE RISPOSTE PIÙ DIFFUSE DA PARTE DEI GOVERNI DELLE VARIE NAZIONI? PROVVEDIMENTI DI CHIUSURA ASSIMILABILI A QUELLI ITALIANI, O ANCHE PIÙ DRASTICI, SONO STATI ADOTTATI?

R. ‘Devo dire che il ‘modello italiano’, pur composto gradualmente non essendoci alle spalle un’esperienza consolidata, basato sulla trasparenza dell’informazione, sulla priorità della tutela della salute e della vita, sul conseguente distanziamento sociale e sull’isolamento, nonché sul sostegno delle persone socialmente più esposte all’indigenza, ha finito per diventare un punto di riferimento anche per i Paesi che sono entrati successivamente in pandemia.
Questo è vero particolarmente per il Canada, che ha adottato analoghe misure di isolamento e di distanziamento sociale, ricorrendo anche ad immagini fantasiose, come quello del bastone da hockey, lungo circa due metri, per indicare la misura della distanza tra le persone. La cosa che in questa sede forse più interessa è il quadro della mobilità internazionale che risulta da queste decisioni.
Sono state chiuse le frontiere tra USA e Canada, come è accaduto tra gli stessi partner europei dell’UE, e limitato l’accesso degli stranieri, a meno che non siano residenti permanenti o congiunti di cittadini canadesi, con l’obbligo, tuttavia, di dovere fare la quarantena dal momento dell’arrivo.
Personalmente, mi sono dovuta interessare sia di casi di cittadini italo-canadesi impediti di tornare in Canada dall’Italia per la mancanza di voli, sia di cittadini italiani temporaneamente residenti in Canada, talvolta nemmeno iscritti all’AIRE, che hanno potuto beneficiare tuttavia della proroga dei visti in scadenza disposta dalle autorità canadesi.
Negli USA ci sono state restrizioni alla mobilità e imposizioni di isolamento in momenti e con modalità diversi: sono state comunque piene soprattutto nelle realtà, come New York, più flagellate da contagi e morti. La tempistica e il coordinamento dei provvedimenti, comunque, sono stati e restano oggetto di tensioni e di polemiche.
I principali organi di stampa, infatti, hanno aperto verso l’amministrazione Trump una sorta di requisitoria circa i wasted days, i giorni sprecati, prima di raggiungere una consapevolezza adeguata della gravità della situazione, e circa l’inadeguatezza di alcuni iniziali protocolli curativi.
Questo per dire che le discussioni sulle misure da adottare si collocano in uno scenario politico già fibrillante per la prossima scadenza elettorale di rinnovo dell’amministrazione statunitense. Una seconda linea di intervento riguarda il sostegno ai gruppi sociali più deboli sotto il profilo del reddito e alle attività economiche colpite direttamente o indirettamente dalle sospensioni e dalle chiusure.
Quella della stagnazione economica e dei pesi finanziari sui bilanci degli stati è una prospettiva non meno inquietante di quella riguardante la salute. Su questo piano, ogni governo sta dando fondo a risorse importanti che ipotecheranno le possibilità di azione per i decenni futuri e la condizione di non poche generazioni. Su questo piano, l’amministrazione americana sta mettendo in campo tutta la sua potenza di fuoco, prevedendo una manovra shock di 2000 miliardi di dollari, un quarto dei quali destinato al sostegno dei redditi e il resto in vario modo al sostegno e all’impulso delle attività produttive’.

D. L’ITALIA È UNA DELLE NAZIONI PIÙ COLPITE AL MONDO, E L’EMERGENZA DA NOI HA PRECEDUTO IN MOLTI CASI LA DIFFUSIONE DELL’EPIDEMIA IN ALTRE ZONE. IN CHE MODO LE COMUNITÀ ITALIANE CON LE QUALI LEI È IN CONTATTO HANNO VISSUTO LE NOTIZIE DRAMMATICHE CHE ARRIVAVANO DALL’ITALIA NELLE SCORSE SETTIMANE?

R. ‘Le comunità italiane, come sempre, non hanno avuto bisogno di sollecitazioni per impegnarsi concretamente a favore del Paese di origine.
Fin dall’inizio, le notizie provenienti dall’Italia sono state accolte con apprensione e dolore e l’impegno non è calato di livello, semmai è diventato più complesso, dopo che la pandemia ha raggiunto anche i luoghi di insediamento. Soprattutto negli USA alcune grandi organizzazione di benevolenza e alcuni imprenditori di origine italiana si sono subito mossi per raccogliere fondi da destinare alla Protezione civile italiana o direttamente ad alcune organizzazioni sanitarie tra le più impegnate nel contrasto al coronavirus. Lo stesso sta avvenendo in Canada, dove la più fresca rete associativa, in dialogo con i COMITES, gli organismi di rappresentanza degli italiani all’estero, esistenti per ciascuna circoscrizione consolare, sta sviluppando iniziative di raccolta fondi. Devo dire che, più di altre volte, in questa occasione si sono sentiti l’impulso e il coordinamento delle nostre autorità diplomatiche e consolari, che, su sollecitazione della stessa Farnesina, hanno cercato di valorizzare le grandi potenzialità che il retroterra italico costituisce per il nostro Paese.
Questa è stata anche l’occasione per me di investire le ore della mia forzata permanenza in Canada in un lavoro di contatti e sollecitazioni verso il mondo associativo, i COMITES e semplici conoscenti con l’obiettivo di moltiplicare gli atti di generosità e di affetto verso l’Italia’.

D. QUALI SONO ADESSO I MAGGIORI PROBLEMI CHE GLI ITALIANI NEL MONDO STANNO VIVENDO DI FRONTE AL DIFFONDERSI DELLA MALATTIA ANCHE NEI PAESI IN CUI VIVONO? E IN CHE MODO LO STATO ITALIANO LI PUÒ SUPPORTARE?

R. ‘Gli italiani nel mondo intanto si trovano a fronteggiare due incognite generali legate alla pandemia.
La prima riguarda le restrizioni alla mobilità internazionale, che ci auguriamo siano temporanee, ma nessuno può dire in questo momento quale sarà l’orientamento di ciascun governo a tale proposito. Essi sono dei migranti, per quanto qualificati, legati alla ricerca di luoghi di studio, di specializzazione e di ricerca, di realizzazione delle loro qualità professionali, di promozione di interscambio e di sviluppo di servizi qualificati, come il turismo, sicché è naturale che la libertà di movimento costituisca la base fondamentale per la realizzazione dei loro progetti di vita e di lavoro.
L’altra situazione riguarda l’incertezza per il futuro e le prospettive di una pesante e lunga recessione che s’intravedono come conseguenza immediata e diretta della pandemia. Più nello specifico, distinguerei tra quelli che sono stabilmente all’estero o, nonostante tutto, intenzionati a restarvi e quelli che invece hanno maturato l’intenzione di tornare in Italia o sono stati costretti a farlo. Per i primi che si trovino in difficoltà perché hanno perso il lavoro o le occasioni di studio o risentono della diminuzione del volume dell’import-export non ho dubbi che essi debbano trovare nel sistema di provvidenze adottato dal Paese di residenza il sostegno necessario per superare la difficile transizione ed essere di nuovo incanalati nel mercato del lavoro.
Attenzione, c’è un’emergenza nell’emergenza ed è quella di coloro che all’estero svolgono lavori precari, irregolari, stagionali o in nero che rischiano di rimanere fuori da tutto. L’Italia, in ambito UE, deve richiedere che il sostegno ai disoccupati non si fermi formalmente alla cassa integrazione ma includa queste situazioni.
Fuori dall’UE, il nostro Paese deve contrattare bilateralmente, su base di reciprocità, la stessa cosa. Nei casi estremi, con il decreto Cura Italia sono stati integrati di 5 milioni i soldi destinati all’assistenza che i nostri consolati possono fare alle persone in difficoltà e, dunque, per ora si tratta di usare con accortezza quelle risorse.
Per quelli che ritornano in Italia, non vi deve essere nessuna barriera, come invece è avvenuto a suo tempo con il reddito di cittadinanza, alla possibilità di usufruire dei sostegni che il Governo ha già stanziato per i casi di bisogno e per il cosiddetto reddito di emergenza, non appena sarà operativo. In ogni caso, la vera soluzione dipenderà dall’efficacia delle misure che, con l’aiuto dell’Europa, si metteranno in campo per il rilancio dell’economia e per il rafforzamento delle politiche di internazionalizzazione’. – On./Hon. Francesca La Marca, Ph.D. – Circoscrizione Estero, Ripartizione Nord e Centro America

 

 

03 – LA MARCA (PD): NEL SOSTEGNO ALL’INTERNAZIONALIZZAZIONE FARE RIFERIMENTO ANCHE ALLE CAMERE DI COMMERCIO ITALIANE ALL’ESTERO, 20 APRILE 2020
Governo e maggioranza stanno cercando di fare di tutto per mettere in sicurezza la salute degli italiani e per fare in modo che il Paese riparta presto e bene, per evitare che le conseguenze sociali ed economiche siano meno deleterie di quelle sanitarie.
Nel Decreto “Cura Italia”, all’attenzione della Camera, sono previste diverse misure sull’uno e sull’altro versante. In particolare, anche la creazione di un fondo per il sostegno all’internazionalizzazione e il rilancio del Made in Italy, a partire da due ampie campagne da sviluppare nel mercato globale, una di informazione e un’altra promozionale.
Ho proposto che per sviluppare queste campagne e orientarle verso esiti concreti e positivi, oltre all’ICE e all’ENIT, giustamente richiamati, si faccia riferimento allo strumento più articolato ed efficace di cui l’Italia si possa servire, vale a dire la rete delle Camere di Commercio italiane all’estero.
In un momento come questo, infatti, sarebbe poco razionale privarsi dell’apporto di una rete che raggruppa 74 organizzazioni, operanti in 53 Paesi del mondo, che associano, su base volontaria, 20.000 imprese, sviluppando annualmente più di 300 mila contatti di affari.
Sarebbe bene dare un segnale preciso fin dal testo della norma e, in ogni caso, l’invito che rivolgo al Ministro degli esteri è che, comunque, nello sviluppo dei piani operativi degli interventi per l’internazionalizzazione, si tenga conto dell’importante opportunità costituita dalle Camere di Commercio italiane all’estero.
On./Hon. Francesca La Marca, Ph.D.
Circoscrizione Estero, Ripartizione Nord e Centro America

 

 

04 – SCHIRÒ (PD): PREVISTA LA PROROGA DEL “DISTACCO” IN EUROPA PER I LAVORATORI BLOCCATI DAL CORONAVIRUS, 20 APRILE 2020. A causa delle misure adottate per il contenimento e la gestione dell’emergenza epidemiologica da COVID 19 che hanno comportato forti restrizioni alla libera circolazione dei lavoratori, imponendo alle imprese l’utilizzo del telelavoro o di altre forme di lavoro agile, è stato deciso, di comune accordo, dai governi dei Paesi appartenenti allo Spazio economico europeo (30 Paesi compresa l’Italia) di prorogare fino al 31 luglio 2020 la validità dei formulari di scadenza per i lavoratori distaccati in Europa.
LO HA COMUNICATO L’INPS IN UN SUO RECENTE MESSAGGIO (N. 1633).
La proroga consentirà ai lavoratori distaccati che si trovano in un altro Stato membro dell’Unione Europea di rimanere assicurati ai fini previdenziali nel Paese UE in cui ha sede l’impresa distaccante.
Quindi la validità dei formulari A1 rilasciati dalla istituzioni appartenenti al SEE ai sensi degli articoli 11 e 12 del Regolamento (CE) n. 883/2004, con scadenza nel periodo tra il 31 gennaio e il 31 luglio 2020, nell’ipotesi in cui il lavoratore distaccato fosse costretto a rimanere nel Paesi ospitante, dovrà ritenersi estesa fino al termine dello stato di emergenza fissato dall’Italia al 31 luglio 2020 con una delibera del Consiglio dei ministri il 31 gennaio 2020, anche in assenza della richiesta ufficiale esplicita di deroga prevista dalla normativa comunitaria.
La decisione è stata presa al fine di facilitare la protezione previdenziale dei lavoratori in mobilità. Eccezioni sono state previste con particolari modalità anche per i lavoratori distaccati in due o più Paesi.
Angela Schirò – Deputata PD – Rip. Europa – Camera dei Deputati

 

 

05 – POST VIRUS IN AMERICA LATINA: 23 MILIONI DI NUOVI POVERI. AMERICA LATINA. RAFFORZAMENTO DEL DOLLARO IN PIENA PANDEMIA HA HA PORTATO ALLA SVALUTAZIONE DELLE MONETE NAZIONALI, di Federico Larsen
A causa dell’emergenza per il Covid-19, il 2020 potrebbe chiudersi in America latina con 23 milioni di nuovi poveri e un aumento del 10% della disoccupazione. É quanto emerge da un recente rapporto della Commissione economica per l’America Latina e i Caraibi (Cepal) sugli effetti economici della pandemia nella regione.
Sebbene dal Rio Bravo in giù gli effetti della pandemia siano ancora minori rispetto all’Europa -81.942 i contagi e 3.759 morti fino al 17 aprile-, per le economie emergenti il panico dilagato nei mercati già a febbraio ha significato un colpo quasi letale: il flusso di capitali verso investimenti più sicuri ha impattati principalmente sugli indici delle borse di paesi come Brasile (-40,32% fra il 19 febbraio e il 3 aprile) o Argentina (-30,95%).
«TUTTI I PAESI stanno adottando misure per affrontare la crisi ma le capacità statali sono diverse», spiega Julia Strada, direttrice del Gruppo della Banca Provincia di Buenos Aires e del Centro di Economia Politica Argentina (Cepa), che ha di recente pubblicato un dossier comparativo delle misure fiscali messe in atto in Europa, Asia e America Latina di fronte alla crisi.
«L’Argentina, ad esempio, con un pacchetto di misure che rappresentano il 2,3% del Pil sta portando avanti un espansione inedita nella sua storia recente. In Brasile o nei paesi europei, quel 2,3% sembra pochissimo. Di fatto se l’isolamento si protrae oltre il limite previsto del 26 aprile, sarà insufficiente». In Argentina, le richieste del sussidio straordinario di 10.000 pesos (circa 130 euro, il 60% di un salario minimo), previsto per tre milioni di persone ha già ricevuto 11 milioni di richieste e il governo ha annunciato che non potrà pagare nessuna delle scadenze del proprio debito estero fino al 2023.
SECONDO IL CEPA, il rafforzamento del dollaro come moneta sicura in piena pandemia ha avuto come conseguenza una brusca svalutazione delle monete nazionali in Messico (-19,82% tra l’1 marzo e il 6 aprile), Brasile (-14,28%), Colombia (-11,44%) e Uruguay (-9,08%).
Per poter funzionare però queste economie hanno bisogno di importare forniture che non producono, tra cui quelle sanitarie. Ma il country risk, il plus di interessi che i paesi emergenti pagano rispetto ai bond del tesoro Usa, è schizzato a marzo in tutto il continente rendendo sempre più inaccessibile il credito internazionale. Anche il crollo dei prezzi delle materie prime delle esportazioni rende tutto più difficile. La petrolifera più grande dell’America Latina, Petrobras, ha subito un tracollo pari al 65% del suo valore in borsa tra gennaio ed aprile, e prezzi della soia sono tornati ai valori del 2010.

«NONOSTANTE CIÒ NON ESISTE altro antidoto alla pandemia che non sia l’isolamento», sottolinea Strada. E racconta: «i metalmeccanici della multinazionale Tenaris gestita dall’italo-argentino Paolo Rocca, mi hanno confermato che hanno registrato un 35% di assenteismo dovuto ai primi contagi dentro alle fabbriche quando il padrone non voleva ridurre la produzione. Un’astensione dal lavoro mai vista. Arriva un punto in cui chi vuole salvare l’economia, comunque la compromette con le sue azioni».

LA DICOTOMIA tra economia e salute però continua ad essere il centro dell’azione di alcuni governi sudamericani. In Brasile il governo Bolsonaro ha autorizzato riduzioni dei salari fino al 70% e sospensioni per un massimo di due mesi.

La speranza che si apre però secondo Strada, è la revisione dell’ortodossia della grande finanza di fronte al ruolo dello stato: «Sta cambiando, almeno temporalmente, il modo di vedere come i paesi si finanziano e come dovrebbero spendere. Si parla di distribuzione del reddito in mezzo a una pandemia, e bisognerebbe approfittarne».

 

 

06 – PACO IGNACIO TAIBO II: «NOI, I RAGAZZI DELLA NOVELA NEGRA» L’INTERVISTA. PARLA LO SCRITTORE CHE CON SEPÚLVEDA CONDIVIDEVA LA PASSIONE POLITICA E L’USO «SOCIALE» DELLA LETTERATURA DI GENERE. «ORA – SPIEGA – ATTENZIONE AI CAMBIAMENTI PORTATI DAL VIRUS» Di Roberto Zanini
Sul sito del «Fondo di cultura economica» di Città del Messico c’è da due giorni una foto. José Manuel Fajardo, Manuel Vázquez Montalbán, Juan Madrid, Luis Sepúlveda, Bruno Arpaia, Paco Ignacio Taibo II. Una buona rappresentanza della Banda, il gruppo di pazzi scrittori di sinistra che la novela negra ha costruito e trascinato su e giù per l’Europa e l’America latina, apparentemente occupandosi di commissari e di killer, in realtà di scrutare criticamente il ventre della società. La Semana Negra li riunisce a Gijón una volta l’anno in un’orgia di letteratura e di salsicce, di sidro – molto sidro – e di politica – molta, molta politica. Al timone c’erano due amici, due fratelli: l’inventore Paco Ignacio Taibo II, che a Gijón è nato, e il coetaneo Luis Sepulveda, che a Gijón aveva messo le radici di una vita che sembrava nata senza. Luis ci ha detto addio l’altro giorno. Paco è qui.
I vecchi scrittori rossi non muoiono mai, hai detto. Ieri abbiamo salutato Luis Sepúlveda, oggi che ne pensi?
La morte di Luis mi ha obbligato a ricordare gli anni dell’entrata in Europa della nostra generazione di narratori. Stavamo vivendo un momento nel quale, dopo che si era concluso il boom di Cortázar, Vargas Llosa e García Márquez, le porte per uscire dai nostri paesi in America latina si erano chiuse. E improvvisamente si aprì un buco. Io dicevo che siamo entrati dall’ingresso posteriore, dal romanzo poliziesco. Grazie al poliziesco ci si è aperta una porta e da questa siamo entrati. Un bel gruppo di autori. C’era Luis, c’ero io, c’erano Daniel Chavarría, Rolo Díez, Santiago Gamboa…
I ragazzi della novela negra riuniti a Gijón
E in Europa vi aspettava Manuel Vázquez Montalbán.
Con questo gruppo di autori ci siamo legati alla curiosità che ispirava in quel momento il poliziesco: Andrew Martin, Juan Madrid, Manolo Montalbán… Si aprì questa porta e si creò un contatto permanente, eravamo un clan di zingari che percorreva l’Italia, la Francia, la Germania in riunioni, dibattiti, discussioni, presentazione di libri, presentazioni incrociate. E c’era qualcosa di molto importante: non abbiamo dovuto chiedere scusa per essere di sinistra e per scrivere letteratura d’azione. Invece eravamo quel che eravamo, dicevamo quel che dicevamo, chi voleva ci leggeva e chi non leggeva non ci sopportava. Un gruppo di compagni che si vedeva con grande frequenza, chiacchierava molto, discuteva molto, ripercorreva le storie personali di ciascuno. Facemmo un programma per Arte che si chiamava «De la bandera roja a la novela negra». Così producevamo la letteratura cosiddetta di genere, la quale non era per niente di genere, ossia, era del genere chiamato letteratura. Luis e io ci vedevamo spesso, ha vissuto per un certo tempo a casa mia in Messico, ma ci stavamo ancora conoscendo finché un giorno mi chiama e mi dice «posso usare il tuo Belascoaran in uno dei miei romanzi»? E io gli ho detto claro che te lo presto, ma me lo restituisci nello stato in cui te l’ho dato, non me lo danneggiare (Héctor Belascoarán è il detective dei polizieschi di Taibo ed è brutto, zoppo e orbo, nda). Lo usò per Un nome da torero e fu alla base di una vera fratellanza.
«Un nome da torero» è dedicato anche a te…
Esatto. E il successo di Luis fu quello che irruppe tra noi, in termini di grande vendita di libri, prima con Il vecchio che leggeva romanzi d’amore e poi con altri romanzi fino alla Gabbianella…
Anche se «Il vecchio» ci ha messo qualche anno per raggiungere i milioni di copie, come te lo sei spiegato?
Perché non era un fenomeno tipico, anzi, eravamo tutti molto atipici. Io mi ero creato uno grande spazio tra i lettori di romanzi polizieschi, ma l’allargamento si è prodotto con la biografia del Che, Senza perdere la tenerezza. È stato curioso attirare la platea dei lettori di polizieschi alle vibrazioni del Che, e poi al contrario restituirli al poliziesco.
Luis Sepulveda
C’è una traiettoria comune?
Certo: la visione critica della società. Ci accomunava tutti. Poi ognuno faceva anche le sue cose, negli ultimi anni ci eravamo visti meno e da quando ho lasciato la direzione della Semana Negra ancora meno, vale a dire da quattro anni, quando mi sono unito al progetto politico di «Morena», il movimento del presidente del Messico López Obrador.
Ci sono stati anni ricchi di scrittori rossi, nel modo e nella parabola che mi hai raccontato. Dove sono andati a finire, c’è stata un’ondata successiva?
Credo di sì, ma non hanno finito di crescere, né all’interno dei loro paesi né dall’America verso l’Europa e viceversa. Ogni anno leggo tre o quattro romanzi molto buoni, romanzi d’azione con un forte livello letterario e allo stesso tempo con una visione molto precisa della società. Però non esiste in questo momento un gruppo come lo siamo stati noi, molto articolato, molto solidale al suo interno.
Non c’è o non si vede?
Non si vede. Ma gli scrittori hanno una virtù rispetto agli altri esseri umani, ed è che il libro resta. E mentre continui a leggere, sei vivo.
Le destre continuano a vincere ma in modo sempre diverso dagli anni ’70 in cui siete nati voi. È solo una violenza differente o qualcosa è cambiato?
C’è da riportare quello scenario al giorno d’oggi, e fatto questo si nota che siamo davanti a un prequel di profondità ancora sconosciuta. Nella crisi del coronavirus il neoliberalismo sta mostrando il suo volto autentico di cane rabbioso, e all’uscita di questa crisi ci sarà una resa dei conti. Ne sono assolutamente convinto. Bisogna fare domande, bisogna farle ora, bisogna tenerle aperte fino a dopo la crisi. Come osano inaugurare un ospedale in cui il tetto non era stato costruito? Chi dell’apparato dello stato si è rubato i finanziamenti per gli apparecchi di radiologia? Ci sono precise responsabilità degli apparati statali nel taglio della spesa per la sanità pubblica. Queste domande sono nell’aria, bisogna farle oggi, ricordarle e mantenerle vive per la fine della crisi.
Quindi usciremo dalla crisi con la coscienza che qualcosa deve cambiare, è così?
Io dico di sì, e questo andrà a rimbalzare anche sulla letteratura. Non necessariamente con libri sulla crisi, perché i rimbalzi letterari sono strani. Due anni di mobilitazione studentesca fanni sì che milioni di lettori si guardino indietro e leggano romanzi come Spartaco di Howard Fast (comunista e incarcerato durante il maccartismo, nda). Gli elementi con cui le crisi si riflettono sulla letteratura non sono aritmetici.
Ora cosa stai scrivendo?
Ho appena finito un libro che racconta la storia degli adolescenti ebrei socialisti contro i nazisti nel ghetto di Varsavia. Una storia del 1943 che dice: ciò che conta è resistere.
Di Sepúlveda hanno detto: scrittura semplice, scrittura popolare, persino brutta scrittura. Che pensi della qualità dei suoi romanzi?
Luis non è mai stato uno stilista, ma un catturatore di buone storie. Questa era la sua virtù.

 

 

07 – LA MARCA (PD): HO SOLLECITATO IL MINISTRO DI MAIO E L’UNITÀ DI CRISI PER FAVORIRE IL RIENTRO DAL MESSICO DI 350 CONNAZIONALI.
L’Unità di crisi del MAECI e la rete di emergenza attivata presso le nostre ambasciate e consolati sono da settimane sotto pressione per consentire agli italiani presenti temporaneamente all’estero di poter tornare nonostante la soppressione della maggior parte dei voli di linea. 22 APRILE 2020
Oltre 50.000 persone sono riuscite in qualche modo a farlo – e di questo va dato atto al personale impegnato in questo sforzo gigantesco – ma ve ne sono molte che non trovano ancora una risposta concreta alle loro attese.

Dopo essermi impegnata per casi analoghi riguardanti nostri connazionali in Canada e negli USA, se ne presenta ora un altro in Messico, dove, dopo un censimento fatto dalla stessa ambasciata, vi sono circa 350 connazionali in attesa di tornare in Italia.
Per questo, ho segnalato il caso al Ministro Di Maio e all’Unità di crisi della Farnesina, chiedendo di considerare questa situazione nell’elenco delle urgenze. Ho chiesto altresì di tutelare i nostri cittadini da eventuali pretese di prezzi esosi da parte delle compagnie commerciali e da piani di imbarco da scali eccessivamente disagevoli per una parte di loro, vista la notevole estensione del territorio messicano.
Confido nella solerzia e nell’impegno dei responsabili della Farnesina e del personale della nostra ambasciata a Città del Messico.
On./Hon. Francesca La Marca, Ph.D. – Circoscrizione Estero, Ripartizione Nord e Centro America – Electoral College of North and Central America

 

 

08 – IN CILE È MACELLERIA SOCIALE, PIÑERA PEGGIO DEL VIRUS. LEGGE TRAPPOLA. LA GESTIONE DELLA PANDEMIA DA PARTE DEL GOVERNO HA PRODOTTO FINORA LICENZIAMENTI E TAGLI DEI SALARI. MA IL PAESE È PRONTO A RIPARTIRE, COME LA PROTESTA, di claudia fanti
Più che il Covid-19, in Cile è il governo Piñera a sferrare i colpi peggiori alle classi più povere. Grazie alla sua gestione della pandemia, solo nel mese di marzo sono stati licenziati 300mila lavoratori, a cui se ne aggiungono altri 800mila costretti, per non perdere il posto, ad accettare tagli ai salari.

È L’EFFETTO del provvedimento eufemisticamente chiamato «Legge per la protezione dell’impiego», che permette la sospensione del pagamento degli stipendi o una loro riduzione a quei lavoratori costretti a restare a casa per la quarantena. I quali, per tutta la durata del periodo di interruzione del contratto, potranno accedere solamente ai fondi dell’assicurazione di disoccupazione, finanziata almeno in parte da loro stessi.
Si tratta, precisa la legge, di decisioni «concordate» dai datori di lavoro con i dipendenti stessi, come se questi avessero realmente possibilità di scelta.
E va ancora peggio a tutti gli altri, all’esercito dei lavoratori precari e informali, per i quali è previsto appena un unico bonus (Bono Covid-19) di 58 dollari. Neppure sul piano della tutela della salute Piñera è disposto a offrire alcuna garanzia, annunciando al contrario il ritorno graduale al lavoro dei dipendenti pubblici in piena crescita del numero di contagi (più di 11mila i casi accertati, con meno di 130mila tamponi realizzati in totale), oltre alla riapertura delle scuole a partire dal 27 aprile.
E quando l’Anef, il sindacato dei dipendenti pubblici, ha provato a ribellarsi, realizzando un atto di protesta di fronte al palazzo della Moneda nel rispetto dei protocolli di distanziamento sociale, il governo ha risposto con l’arresto di sette dirigenti dell’organizzazione (poi rilasciati).

CHE IN CILE, PAESE TRA I PIÙ neoliberisti al mondo, il discrimine tra i sommersi e i salvati della pandemia sia molto netto non può del resto sorprendere nessuno. E se gli imprenditori si trovano a risparmiare denaro e a contare su una manodopera ancor più schiavizzata, anche il governo ha i suoi motivi per rallegrarsi, a cominciare dalla paralisi obbligata della rivolta sociale e dal rinvio del referendum sulla nuova Costituzione (inizialmente fissato il 26 aprile, appena un giorno prima, paradossalmente, della ripresa delle lezioni).

Non per niente, per celebrare l’insperato regalo del Covid-19, Piñera ha avuto persino l’ardire di recarsi in una deserta Plaza Italia, la Plaza Dignidad teatro delle proteste, e di farsi fotografare sorridente ai piedi del monumento al generale Baquedano, quello che i manifestanti avevano ricoperto di insulti nei suoi confronti. Un atto di gratuita provocazione di cui il presidente è stato poi costretto a scusarsi.
MA LA PLAZA DIGNIDAD, appena rimessa a nuovo, non resterà deserta ancora a lungo. «Se torna la normalità, torneremo in piazza», promettono i manifestanti. Che, a più di sei mesi dall’inizio della rivolta, avvertono: «Avevamo ragione a ottobre e abbiamo ancora più ragione oggi. Al silenzio non torneremo più, nemmeno alla normalità neoliberista».

09 – MORENO OCCULTA I DATI, MA A GUAYAQUIL NON CI SONO PIÙ BARE. ECUADOR. NELLA WUHAN LATINOAMERICANA 10MILA MORTI, CINQUE VOLTE IN PIÙ DELLA MEDIA. L’OMS LANCIA L’ALLARME SULL’ECUADOR, DOVE IL GOVERNO DEI TAGLI NON HA I TAMPONI. Nella sanità stop agli investimenti, mentre l’attività estrattiva prosegue indisturbata, di Andrea Cegna
Negli ultimi due mesi le morti in Ecuador sono cresciute in modo anomalo. Nella sola regione di Guayas, di cui la capitale è Guayaquil, sono oltre 10mila, contro una media del periodo di circa 2mila. 6700 sono i morti solo nella prima metà di aprile.

Non si conoscono i motivi dei decessi: non vengono fatti test. L’Ecuador riesce a fare poche centinaia di tamponi al giorno per il Covid-19. Il sistema sanitario (dov’è presente), anche a causa dei tagli degli ultimi anni, è al collasso e in un paese dove non mancano povertà, malnutrizione, dengue, malaria, tubercolosi e altre malattie tropicali la morte è all’ordine del giorno.

Ma mai con i ritmi di questi giorni, in città così come nelle zone indigene e amazzoniche perché l’estrazione di petrolio e di altre materie prime non si ferma con lavoratori in continuo movimento tra territori. Cos’è cambiato? L’arrivo del Covid.19.

Il governo Moreno, pur essendo stato obbligato a certificare i numeri di deceduti a Guayas, continua a dichiarare cifre di contagio basse. Le immagini di Guayaquil, con i morti ammassati per le strade hanno fatto il giro del mondo e, nonostante questo, il governo fino a venerdì scorso dichiarava solo qualche centinaio di deceduti e poche migliaia di infetti.

Ora anche nelle cifre ufficiali si vede una costante accelerazione: in tutto il paese, per il ministero della salute, ci sarebbero poco più di 10mila casi accertati e circa 500 morti.

Ma nella sola Guayaquil non ci sarebbero più bare e spazio per i cadaveri. Decio Machado, politologo ecuadoregno, sostiene di vivere «in un paese di 17 milioni di persone che potrebbe essere tra gli Stati con più vittime e contagiati, a livello percentuale del mondo, per quanto le cifre non sono chiare un po’ ovunque. Senza dubbio è quello con il peggiore dato per abitante dell’America latina. Guayaquil è l’epicentro di questa pandemia, è conosciuta come la Wuhan latinoamericana».

Secondo quanto dichiarato dal presidente Moreno, martedì scorso l’Organizzazione mondiale della Sanità ha inserito l’Ecuador tra i paesi prioritari per ricevere assistenza sanitaria per combattere la pandemia. Il governo ha richiesto, e a quanto dice il presidente ottenuto, di poter utilizzare i fondi dell’Oms per acquistare materiale medico/sanitario.

Decio Machado però ricorda: «Prima della pandemia il governo Moreno aveva un indice di approvazione tra il 4 e il 7%, adesso il dato è ancora peggiore. È sceso di almeno due punti. C’è una disapprovazione generalizzata da parte della popolazione nei confronti della gestione della crisi».

Il governo ha disposto a livello nazionale il coprifuoco tra le 14 e le 8 del mattino seguente, la possibilità di muoversi con la macchina solo un giorno a settimana e la chiusura di molte attività economiche e produttive.

L’emergenza sanitaria unita al crollo dei prezzi del petrolio, secondo la Banca mondiale, costerà all’economia dell’Ecuador almeno sei punti percentuali di Pil nel 2020. E proprio la crisi petrolifera diventa l’occasione per Moreno per addossare tutte le responsabilità al suo predecessore Correa.
Ma secondo il docente universitario Francesco Manigio, da oltre cinque anni nel paese, «il disastro che viviamo è la conseguenza delle politiche neoliberali imposte da Moreno. Ha congelato gli investimenti nella sanità pubblica e inasprito l’austerità. Il governo cerca di mantenersi ancora al potere censurando sistematicamente i dati, con la discriminazione del diritto alla salute e la persecuzione, con arresti delle forze sociali e di opposizione».

 

 

10 – Brevi dal mondo: Palestina, Mozambico. Muore in un carcere israeliano un detenuto 23enne palestinese. Renitenti alla leva jihadista, 52 uccisi in Mozambico

MUORE IN CARCERE DETENUTO 23ENNE PALESTINESE. È morto nella notte tra martedì e mercoledì nella prigione israeliana di Ketziot il 23enne Nour al-Barghouti, detenuto palestinese. Si è sentito male in male, i compagni di cella non sono riusciti a entrare e hanno chiamato le guardie, arrivate solo mezz’ora dopo. Solleva dubbi la Palestinian Prisoners’ Society (Pps): «Era giovane e in salute». La Pps ha chiesto l’autopsia e un’inchiesta sui ritardi nei soccorsi.
Il corpo non sarà riconsegnato alla famiglia prima di quattro anni quando terminerà la sentenza di otto anni di carcere, pratica israeliana di rilascio del cadavere di un prigioniero solo a condanna conclusa.

RENITENTI ALLA LEVA JIHADISTA, 52 UCCISI IN MOZAMBICO
Nuovi gruppi jihadisti crescono. In Mozambico. Una minaccia sempre più concreta per le popolazioni locali e i megaprogetti di sfruttamento del gas naturale che nella regione costiera settentrionale coinvolgono giganti del settore come Total e Exxon Mobil. Dalla provincia di Cabo Delgado arriva la notizia, riportata dai media locali e confermata dalle autorità, di 52 giovani uccisi in quattro diversi villaggi per essersi rifiutati di aderire alle milizie di un nascente “stato islamico” nella regione.
Già a fine marzo un gruppo chiamato al Shabaab (non è chiaro se e quanto legato all’omonima organizzazione somala), aveva attaccato e occupato per ore diverse caserme nella città di Mocimboa, provocando decine di vittime e alcune centinaia di sfollati.

 

 

11 – SCHIRÒ (PD) – ACCORDO GERMANIA-ITALIA: TUTELATI I DIRITTI DEI CONTRATTISTI. Un lavoro di squadra, con il sindacato della CONFSAL UNSA in prima linea, e l’impegno del Governo italiano e delle nostre rappresentanze diplomatiche, ha contribuito al buon esito delle trattative con Governo e Istituzioni tedesche al fine di consentire agli impiegati assunti a contratto dal MAECI in Germania di evitare il passaggio, previsto per il prossimo mese di maggio, dal sistema previdenziale retributivo italiano al sistema previdenziale tedesco. ROMA, 24 APRILE 2020
La notizia è che la Germania ha accettato la richiesta di deroga al Regolamento Ce n. 883. Come è noto, nell’ambito dell’Unione Europea nel rispetto del principio di territorialità, gli impiegati a contratto, in virtù del Regolamento n. 883 sono soggetti alle assicurazioni obbligatorie previste dal Paese estero in cui prestano attività lavorativa.
I Regolamenti comunitari di sicurezza sociale (n. 883/2004 e n. 987/2009) consentono, tuttavia, di derogare al principio della territorialità dell’obbligo assicurativo e a tutte le norme in materia di determinazione della legislazione applicabile (articoli da 11 a 15 del Titolo II del Regolamento (CE) n. 883/2004) mediante la conclusione, ai sensi dell’articolo 16 del Regolamento (CE) n. 883/2004, di specifici accordi tra le autorità competenti degli Stati membri interessati (c.d. accordi in deroga).

L’accordo, quindi, è stato finalmente raggiunto. Ne consegue che per i contrattisti in Germania dovrà essere garantita l’assicurazione ai fini previdenziali in Italia con contestuale esonero dall’applicazione della legislazione dello Stato membro di occupazione. In termini pratici, è stato salvaguardato lo stipendio netto dei lavoratori ed evitate possibili future penalizzazioni contrattuali e previdenziali. Ora, annuncia il sindacato, sarà necessario continuare la mobilitazione anche a tutela dei contrattisti in Belgio, Danimarca e Paesi Bassi.
Giova ricordare anche l’impegno dei parlamentari eletti all’estero. Su questa materia, in particolare, ho di recente presentato una interrogazione per la tutela dei contrattisti in Olanda per i quali ho chiesto al Governo di adottare ogni iniziativa che possa garantire loro uno schema pensionistico complementare in modo tale da assicurare a tali lavoratori il diritto ad una pensione dignitosa e a mezzi adeguati alle esigenze di vita.
Esprimo, quindi, l’auspicio che i diritti di tutti i lavoratori italiani impiegati dal MAECI all’estero continuino ad essere adeguatamente tutelati.
Angela Schirò – Deputata PD – Rip. Europa – – Camera dei Deputati

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