19 11 16 RASSEGNA NEWS

01 – Il 13 novembre la procedura di impeachment nei confronti del presidente statunitense Donald
Trump è entrata in una nuova fase.
02 – Che paese è un paese che nega Auschwitz?
03 – Ma il Mose non è «in» ritardo: il Mose è «il» ritardo . Il piagnisteo del Mose che non c’è.
04 – La Marca (Pd): buon lavoro ai nuovi dirigenti del circolo pd di New York.
05 – La fine del neoliberismo e la rinascita della storia. Se la crisi finanziaria del 2008 non è riuscita a farci capire che un mercato senza limitazioni non funziona, è molto probabile che possa riuscirci la crisi climatica.
06 – Donald Trump sotto accusa. Il 13 novembre la procedura di impeachment nei confronti del presidente statunitense Donald Trump è entrata in una nuova fase.
07 – La Marca (Pd): “ho dichiarato il voto favorevole del pd alla ratifica dei trattati con il Costa Rica perché essi migliorano i rapporti tra i due paesi”
08 – Schirò (Pd): nel decreto fiscale vanno inserite anche le richieste dei nostri connazionali.
09 – Tortorella: «La riforma del Pci doveva essere quella dell’ultimo Berlinguer». Parla uno dei dirigenti della ‘seconda mozione’. L’errore fu il referendum fra nuovisti e nostalgici. Il No voleva trasformare il partito ma l’abiura era l’altra faccia dell’esaltazione acritica. Fu sbagliato trattarci da ’sovietici’. Trent’anni di liberismo e tatticismi suicidi hanno disperso il popolo della sinistra,
10 – Commentary. When Senator Liliana Segre, a respected veteran stateswoman, proposed a measure to monitor racism and anti-Semitism in Italy, the right-wing senators boycotted the vote. Fascism as a cultural and sentimental background has never been expelled from its identity. The Italian right is not antifascist and it never has been.
11 – Reinventare la democrazia. Algeria, Cile, Iraq, Libano, Egitto, Haiti, Ecuador, Hong Kong. A tutte le latitudini i popoli sono in rivolta contro i loro governi, con una coincidenza che alimenta gli interrogativi. I contesti sono molto diversi.
12 – Sottosegretario Merlo in Brasile, il Console La Rosa: “A San Paolo la mafia degli appuntamenti non esiste più”.
13 – Una volta che la Repubblica democratica tedesca (Rdt) è stata annessa alla Repubblica federale di Germania (Rfg), sono scomparsi nel giro di pochi anni non solo le sue istituzioni e la sua economia, ma anche le sue case editrici, il suo cinema, i suoi canali televisivi e le sue stazioni radiofoniche, i suoi artisti e i nomi delle sue strade e dei suoi edifici pubblici

 

01 – IL 13 NOVEMBRE LA PROCEDURA DI IMPEACHMENT NEI CONFRONTI DEL PRESIDENTE STATUNITENSE DONALD TRUMP È ENTRATA IN UNA NUOVA FASE. Alla camera dei rappresentanti sono cominciate le audizioni, trasmesse in tv, dei funzionari chiamati a testimoniare sulla sua condotta. Il presidente è accusato di aver chiesto al governo ucraino di trovare prove compromettenti su Joe Biden, candidato alle primarie democratiche in vista delle elezioni presidenziali del 2020. Considerando che le trascrizioni delle testimonianze a porte chiuse sono già pubbliche, difficilmente arriveranno grandi sorprese. Le udienze pubbliche serviranno più che altro a ricostruire la vicenda ucraina e spiegarla all’opinione pubblica.
I difensori di Trump cercheranno di spostare l’attenzione dal comportamento del presidente alle attività di Joe Biden in Ucraina nel periodo in cui lui era vicepresidente e suo figlio era dirigente di un’importante compagnia energetica di quel paese. Inoltre i sostenitori di Trump continueranno a ripetere che l’inchiesta è faziosa.
Ma si tratta solo di manovre per distrarre il pubblico dalla domanda centrale dell’inchiesta: Trump ha davvero usato i suoi poteri per estorcere favori politici a un alleato che aveva un disperato bisogno degli aiuti militari promessi da Washington?
I repubblicani continuano a negare che sia andata così, anche se molte testimonianze hanno confermato che nell’estate del 2019 l’amministrazione Trump mandò un messaggio chiaro ai politici ucraini: se volete ricevere i 400 milioni di dollari di aiuti (in un momento in cui dovevano affrontare la minaccia dei ribelli sostenuti dalla Russia) dovete impegnarvi pubblicamente a condurre le inchieste volute da Trump.
I primi testimoni sono due importanti funzionari che hanno una conoscenza diretta del modo in cui l’amministrazione Trump ha gestito i rapporti con l’Ucraina. Gli statunitensi devono prestare molta attenzione alle loro parole, e poi devono chiedersi quali interessi stesse difendendo la Casa Bianca: quello dei cittadini americani o quelli di Trump?

 

02 – CHE PAESE È UN PAESE CHE NEGA AUSCHWITZ? In questa Italia dell’odio mi tornano in mente le parole di una nota canzone di Giorgio Gaber: «Io non mi sento italiano». E da alcuni anni che un pericolo grave si aggira per l’Italia: il razzismo. Questo cancro misto a ignoranza, decadenza culturale e mala politica sta toccando livelli inaccettabili. La cronaca del nostro declino appare quotidianamente sui media. In Lombardia, durante una partita di calcio tra bambini, un genitore urla dagli spalti «negro di merda» a un ragazzino di colore di dieci anni che ha commesso fallo verso suo figlio “di pelle bianca”. A Verona, Balotelli è paragonato a una scimmia, il giorno dopo un capo ultra dichiara che l’attaccante del Brescia, pur avendo la cittadinanza italiana, non sarà mai un vero italiano, mentre Salvini accusa lo stesso Balotelli di voler fare il fenomeno.
Ad Alessandria, su un bus, una “signora” dice a una bambina africana di sette anni «tu qui non ti siedi», impedendole di occupare il posto libero accanto a lei. Fortunatamente interviene veementemente un’altra donna e aiuta la bambina a sedersi, nel disinteresse generale. A Roma una libreria antifascista, La Pecora elettrica, è stata data alle fiamme dolosamente per ben due volte.

DA POCHI GIORNI LA SENATRICE LILIANA SEGRE È COSTRETTA A VIVERE SOTTO SCORTA. Dopo le minacce e gli insulti, anche online, dopo lo striscione indicibile di Forza nuova di fronte al teatro dove stava parlando agli studenti, arriva l’ennesima vergogna che testimonia la mostruosità in cui questo Paese si è trasformato: LILIANA SEGRE A CUI ANDREBBE FATTO UN MONUMENTO È INVECE SOTTO SCORTA.
Siamo di fronte a una persona che ha vissuto parte della sua infanzia tra gli orrori dell’odio e della discriminazione, tra i tanfi del lager e l’abominio nazista. Oggi questo Paese che si professa democratico, a ottantanove anni, dopo la campagna “AIZZA BELVE” seguita alla sua proposta di una commissione contro l’odio, la costringe a vivere sotto scorta umiliandola ancora una volta. Sua unica colpa essere una vittima degli orrori nazisti. A tanto arriva la sconcezza in cui l’Italia si è trasformata. Una donna, una senatrice della Repubblica («non eletta» ha rilevato il capitano dell’odio) il cui incarico è stato conferito dalla più alta carica dello Stato, è costretta a causa delle menzogne altrui, del loro volere salvaguardare il proprio diritto a scatenare l’odio, a vivere con la paura dopo aver subito per anni, da bambina qual era all’epoca dei fatti, le peggiori umiliazioni e i peggiori incubi inimmaginabili dalla mente umana. La nostra civiltà contemporanea ancor oggi non riesce a scrollarsi di dosso un certo concetto di diversità intesa sotto vari aspetti: religioso, etnico, sociale, sessuale per cui i diversi sono, sempre e comunque, gli altri. Ecco il valore della centralità della persona. Il diritto, la libertà di pensiero, la libertà politica, quella di essere se stessi, ancora oggi nel terzo millennio sono sottratte all’uomo da parte di un altro uomo. E ciò può accedere ancora perché, non dimentichiamocelo, spesso, la storia si ripete. Credo che Auschwitz, tra le tante cose, a me abbia insegnato soprattutto il rispetto verso l’altro. Ecco un’altra conferma del valore dell’individuo, e della sua unicità e centralità. Il dovere di testimoniare la civiltà della democrazia e della pace.
Oggi la scorta alla senatrice Segre segna un ritorno al passato, una regressione culturale. La memoria, quindi, diventa fattore operante che riguarda tutti. Rispetto a essa chi fa pratica di libertà e di democrazia ha sempre un dovere. E quello di oggi diviene testimonianza per il dovere di domani. La libertà non è un concetto astratto, ma vive solo se si realizza concretamente. I nostri giovani hanno quindi bisogno della memoria storica poiché l’oblio (o peggio la mistificazione) avvelena la realtà. Mettere sullo stesso piano l’Italia fascista con quella che non lo era e che, anzi, la combatteva, vuol dire manipolare la realtà storica. L’Italia della dittatura e delle leggi razziali non può essere paragonata all’Italia della Resistenza e della Costituzione repubblicana. La nostra democrazia ha radici ben precise e luoghi storici di riferimento che nessuno può e deve dimenticare. Non dimenticare vuol dire, infine, schierarsi con decisione contro ogni razzismo e ogni fascismo. Indicativa è la lettera che Liliana Segre ha scritto per la nostra Scuola di legalità Peppe Diana di Roma e del Molise che noi porteremo in tutte le scuole d’Italia. Da queste brevi riflessioni c’è da imparare e da ricordare affinché queste orrende tragedie non debbano ripetersi mai più. Una stortura mi preoccupa maggiormente: è che s’iniziano a colpire bambini innocenti e anziani, indice di sub-cultura che vigliaccamente colpisce i più deboli.
VINCENZO MUSACCHIO è giurista e docente di diritto penale

 

03 – Ma il Mose non è «in» ritardo: il Mose è «il» ritardo . Il piagnisteo del Mose che non c’è, La risposta che le istituzioni, in primis la Regione Veneto e lo Stato hanno messo in campo ha un nome solo: Mose. Anche in queste ore, si leva il piagnisteo di amministratori e politici che lamentano i ritardi nel completamento dell’opera. di Gianfranco Bettin.
La paura, il pericolo, avanzano a Venezia con un doppio passo: con i giorni, le notti, di catastrofe, come ieri, come il 4 novembre del 1966, e con la crisi strutturale dell’ecosistema lagunare, causata dalle manomissioni profonde (interramenti, scavi di nuovi canali, stravolgimento del regime idrodinamico e geologico) e dagli effetti locali della crisi climatica globale.
Le due dinamiche – eventi eccezionali e mutamenti fondamentali, meteo e clima, marea ed ecosistema – vanno sempre più intrecciandosi e la notte del 12 novembre lo ha confermato tragicamente, come da tempo facevano già i rilievi sul campo, scientificamente.
Il dramma odierno è quello di una città che, a dispetto di quanti la credono ormai semivuota, è ancora – parliamo della città d’acqua e del Lido – di oltre 90 mila residenti (come l’intero comune di Treviso, ma concentrati in uno spazio urbano molto minore) e dunque da difendere, oltre che per il suo valore storico e artistico, perché abitata da una comunità viva, attiva, che infatti resiste, anche se soffre. Soffre sia per le difficoltà di restarvi (scarsità di alloggi alla portata di tanti, invadenza della monocultura turistica, costo della vita spesso impervio, difficili spostamenti ecc.), sia per la crescente esposizione a rischi ambientali (emissioni delle grandi navi e del traffico acqueo tutto, moto ondoso, degrado degli edifici, acque alte più frequenti e violente). Su queste fragilità di fondo, si abbattono i singoli eventi catastrofici e grava la crisi strutturale dell’ecosistema.

La risposta che le istituzioni, in primis la Regione Veneto e lo Stato (il Comune votò contro, ma oggi il sindaco Brugnaro, di centrodestra, è a favore), hanno messo in campo ha un nome solo: Mose. Anche in queste ore, si leva il piagnisteo di amministratori e politici che lamentano i ritardi nel completamento dell’opera. Ma il Mose non è «in» ritardo: il Mose è «il» ritardo, l’errore storico che sta lasciando tuttora Venezia esposta al rischio più letale della sua storia. Si susseguono, infatti, le previsioni sull’allagamento non solo dell’intera città, ma della stessa prima fascia costiera, entro i prossimi decenni.

Esattamente l’opposto di quanto previsto da chi ha voluto il Mose, progettato immaginando un innalzamento medio del mare dovuto quasi solo a effetti locali e minimizzando quelli globali, dunque destinato a essere azionato pochi giorni l’anno per qualche ora.

In realtà, i mutamenti dell’ecosistema e del clima globale producono alte maree più frequenti e potenti, così il Mose, se fosse operativo, finirebbe per essere troppo utilizzato, compromettendo laguna e porto. Sulla effettiva possibilità che funzioni, però, il pessimismo aumenta, tanti sono i difetti che stanno emergendo (corrosione, ruggine, sabbia negli ingranaggi, vibrazioni, tenuta dubbia delle saldature e dei meccanismi…), insieme ai costi enormi della manutenzione (almeno cento milioni l’anno) che non è chiaro chi pagherà (né chi sovrintenderà al funzionamento).

Era una strada obbligata, quella del Mose? Niente affatto. Nel 2006 il Comune di Venezia promosse una mostra, una serie di incontri e poi un volume su almeno una decina di alternative emerse nel tempo e più in linea con quanto prescritto dalla Legge speciale per Venezia (1973 e poi 1984), che prevede interventi «graduali, sperimentali e reversibili» (l’esatto opposto del Mose). Queste alternative (tra le quali, sistemi flessibili di paratoie a gravità, sbarramenti mobili, apparecchiature removibili ecc., combinati con interventi di riequilibrio strutturale dell’ecosistema, con rialzi dei fondali e del terreno su cui poggia la città, ripristino della morfologia, potenziamento dei litorali e restringimenti maggiori delle bocche di porto ecc.) vennero proposte al governo che, come scrive uno dei maggiori esperti di idraulica lagunare, il prof. Luigi D’Alpaos, con superficialità e sbrigatività le escluse a vantaggio del prescelto Mose, l’unica grande opera, forse, approvata pur avendo subìto una Valutazione di Impatto Ambientale negativa.

Ora, che fare del Mose «quasi finito» (e costato finora 5, 3 miliardi, di cui uno circa di tangenti, su una previsione finale di 5,5 ma in crescita, come le maree)? Intanto, se si volesse verificarne l’affidabilità, andrebbero corretti i difetti finora emersi, sempre che sia possibile. Poi, ne andrebbe valutata la funzionalità generale finale, senza far sperimentare ai veneziani, come cavie, l’eventuale messa in funzione «dal vivo». Quindi, ne andrebbe almeno considerato il possibile adeguamento al nuovo quadro climatico e ambientale, mentre certamente andrebbe ripresa l’opera di riequilibrio e rigenerazione dell’ecosistema lagunare . Ma è più probabile che, a una disamina onesta e competente, ove mai si facesse, il Mose risulti piuttosto essere un altro problema, invece che la soluzione epocale alla sfida che Venezia sta vivendo, sta soffrendo.

 

04 – LA MARCA (PD): BUON LAVORO AI NUOVI DIRIGENTI DEL CIRCOLO PD DI NEW YORK
Alla presenza del Segretario del partito, Nicola Zingaretti, il Circolo del PD di New York ha provveduto a rinnovare le cariche dirigenti, eleggendo per acclamazione Enrico Zanon come Segretario, Alessandro Epasto come Presidente ed Elia Schneider come tesoriere. Mico Licastro è stato nominato Presidente onorario in virtù del suo prolungato e appassionato contributo dato al Circolo.
Mi congratulo vivamente con gli amici democratici di New York e faccio le mie più sincere felicitazioni ai nuovi dirigenti del Circolo con gli auguri di buon lavoro, confermando la mia totale disponibilità a collaborare per quanto possa occorrere alla nostra comunità e al PD.
New York è una delle indiscusse capitali del mondo e avere un centro di dibattito, elaborazione e iniziativa della forza politica maggioritaria tra gli italiani all’estero non può che essere un bene per l’intera comunità italiana.
On./Hon. Francesca La Marca, Ph.D. – Circoscrizione Estero, Ripartizione Nord e Centro America Electoral College of North and Central America

 

05 – LA FINE DEL NEOLIBERISMO E LA RINASCITA DELLA STORIA. SE LA CRISI FINANZIARIA DEL 2008 NON È RIUSCITA A FARCI CAPIRE CHE UN MERCATO SENZA LIMITAZIONI NON FUNZIONA, È MOLTO PROBABILE CHE POSSA RIUSCIRCI LA CRISI CLIMATICA. di Joseph Stiglitz
Alla fine della guerra fredda il politologo Francis Fukuyama scrisse un saggio intitolato La fine della storia e l’ultimo uomo, che fu molto celebrato. Il crollo del comunismo, sosteneva Fukuyama, avrebbe spazzato via gli ultimi ostacoli che impedivano al mondo di compiere il suo destino fatto di democrazia liberale ed economia di mercato. In molti erano d’accordo con lui. Oggi, mentre assistiamo a una ritirata dall’ordine globale liberale, in un’epoca in cui più della metà della popolazione mondiale vive in paesi guidati da demagoghi autoritari, l’idea di Fukuyama sembra ingenua. Ma ha rafforzato la dottrina economica neoliberista che ha prevalso negli ultimi quarant’anni. Attualmente la credibilità della fede neoliberista, secondo la quale un mercato senza limitazioni è la strada più sicura verso la prosperità, è in fin di vita.
Ed è giusto così. Il declino di fiducia nel neoliberismo e nella democrazia non è una coincidenza. Sono quarant’anni che il neoliberismo mina la democrazia.
Il modello di globalizzazione prescritto dal neoliberismo ha impedito a individui e aziende di controllare una parte importante del loro destino. Gli effetti della libera circolazione dei capitali sono stati odiosi: quando un candidato presidenziale in un mercato emergente perdeva i favori di Wall street, le banche potevano ritirare i propri soldi dal paese. Così gli elettori erano messi di fronte a una scelta difficile: accettare le condizioni di Wall street o fare i conti con una crisi finanziaria. Era come se la borsa di New York avesse più potere politico dei cittadini di quel paese. Anche ai cittadini dei paesi ricchi è stato detto: “Non potete avere le politiche che desiderate”– adeguate tutele sociali, stipendi decenti, tassazione progressiva, sistema finanziario ben regolamentato – “perché il paese perderà competitività e posti di lavoro, e voi soffrirete”. Tanto nei paesi ricchi quanto in quelli poveri, le élite hanno promesso che le politiche neoliberiste avrebbero portato a una crescita economica più veloce, i cui benefici si sarebbero riversati a cascata permettendo a tutti, anche ai più poveri, di stare meglio. Per arrivarci, però, i lavoratori avrebbero dovuto accettare stipendi più bassi, e tutti i cittadini avrebbero dovuto rassegnarsi al taglio dei servizi erogati dallo stato.
Le élite sostenevano che le loro promesse fossero fondate su modelli economici scientifici. La realtà, quarant’anni dopo, è resa evidente dai numeri: la crescita ha rallentato, e dei suoi frutti hanno beneficiato soprattutto le persone ai vertici più alti della piramide economica. Mentre gli stipendi erano fermi e il mercato azionario cresceva, il benessere di queste persone saliva. Come potevano il contenimento salariale e la riduzione dei programmi statali portare a un più alto tenore di vita generale? I cittadini comuni si sono sentiti ingannati. E avevano ragione. Oggi paghiamo le conseguenze politiche di questa delusione: sfiducia nelle élite, nella “scienza” economica e nel sistema politico corrotto dal denaro.
La realtà è che l’era del neoliberismo è stata tutt’altro che liberale. Ha imposto un’ortodossia intellettuale protetta da guardiani che non ammettevano il dissenso. Gli economisti con idee eterodosse sono stati trattati come eretici.
Il neoliberismo aveva poco in comune con la “società aperta” promossa da Karl Popper. Come ha sottolineato George Soros, Popper sapeva che la nostra società è un
sistema complesso, in continua evoluzione e nel quale più impariamo, più il nostro sapere modifica il comportamento del sistema.
In nessun ambito quest’intolleranza si è dimostrata così forte come nella macroeconomia, dove i modelli prevalenti escludevano la possibilità di una crisi simile a quella che abbiamo vissuto nel 2008. Quando l’impossibile è accaduto, è stato trattato come se fosse un’inondazione di quelle che capitano ogni cinquecento anni: un evento mostruoso che nessun modello avrebbe potuto prevedere. Ancora oggi i sostenitori di queste teorie rifiutano di accettare che siano state le loro convinzioni a determinare la deregolamentazione così cruciale nell’alimentare la crisi. La teoria sopravvive, con tentativi tolemaici di farla coincidere con i fatti, il che conferma come le cattive idee, una volta radicate, siano dure a morire.
Se la crisi finanziaria del 2008 non è riuscita a farci capire che un mercato senza limitazioni non funziona, è molto probabile che possa riuscirci la crisi climatica: il neoliberismo determinerà letteralmente la fine della nostra civiltà. Ma è chiaro anche che i demagoghi che vorrebbero solo farci voltare le spalle alla scienza e alla tolleranza faranno peggiorare le cose.
L’unica strada da seguire, l’unico modo di salvare il pianeta, è una rinascita della storia. Dobbiamo rivitalizzare l’illuminismo e impegnarci di nuovo a onorare i suoi valori di libertà, rispetto per il sapere e democrazia.

 

06 – DONALD TRUMP SOTTO ACCUSA. IL 13 NOVEMBRE LA PROCEDURA DI IMPEACHMENT NEI CONFRONTI DEL PRESIDENTE STATUNITENSE DONALD TRUMP È ENTRATA IN UNA NUOVA FASE. Alla camera dei rappresentanti sono cominciate le audizioni, trasmesse in tv, dei funzionari chiamati a testimoniare sulla sua condotta. Il presidente è accusato di aver chiesto al governo ucraino di trovare prove compromettenti su Joe Biden, candidato alle primarie democratiche in vista delle elezioni presidenziali del 2020. Considerando che le trascrizioni delle testimonianze a porte chiuse sono già pubbliche, difficilmente arriveranno grandi sorprese. Le udienze pubbliche serviranno più che altro a ricostruire la vicenda ucraina e spiegarla all’opinione pubblica.
I difensori di Trump cercheranno di spostare l’attenzione dal comportamento del presidente alle attività di Joe Biden in Ucraina nel periodo in cui lui era vicepresidente e suo figlio era dirigente di un’importante compagnia energetica di quel paese. Inoltre i sostenitori di Trump continueranno a ripetere che l’inchiesta è faziosa.
Ma si tratta solo di manovre per distrarre il pubblico dalla domanda centrale dell’inchiesta: Trump ha davvero usato i suoi poteri per estorcere favori politici a un alleato che aveva un disperato bisogno degli aiuti militari promessi da Washington? I repubblicani continuano a negare che sia andata così, anche se molte testimonianze hanno confermato che nell’estate del 2019 l’amministrazione Trump mandò un messaggio chiaro ai politici ucraini: se volete ricevere i 400 milioni di dollari di aiuti (in un momento in cui dovevano affrontare la minaccia dei ribelli sostenuti dalla Russia) dovete impegnarvi pubblicamente a condurre le inchieste volute da Trump.
I primi testimoni sono due importanti funzionari che hanno una conoscenza diretta del modo
in cui l’amministrazione Trump ha gestito i rapporti con l’Ucraina. Gli statunitensi devono prestare molta attenzione alle loro parole, e poi devono chiedersi quali interessi stesse difendendo la
Casa Bianca: quello dei cittadini americani o quelli di Trump? (Los Angeles Times, Stati Uniti)

 

– LA MARCA (PD): “HO DICHIARATO IL VOTO FAVOREVOLE DEL PD ALLA RATIFICA DEI TRATTATI CON IL COSTA RICA PERCHÉ ESSI MIGLIORANO I RAPPORTI TRA I DUE PAESI”
“Per conto del Gruppo del PD ho fatto la dichiarazione di voto favorevole alla ratifica di due trattati tra Italia e Costa Rica, dedicati rispettivamente alla definizione delle regole di estradizione e alla collaborazione giudiziaria in materia penale tra i due Paesi.
Si tratta di provvedimenti specifici, volti da un lato a rendere più certe, moderne ed efficaci le norme sulla estradizione di coloro che si trovino ad essere coinvolti in situazioni che richiedano tali misure, dall’altro a velocizzare e rendere più proficua la cooperazione in tema di giustizia penale nei casi riguardanti cittadini di ciascuno dei due Paesi.
Non meno importante, però, è l’impulso che i rapporti tra Italia e Costa Rica potranno avere dallo sviluppo di importanti filoni di cooperazione, come quelli che abbiamo toccato in questa occasione. Anche se la comunità costaricana in Italia non va oltre il mezzo migliaio, da alcuni anni l’Italia sta sviluppando in modo molto positivo la sua presenza economica, commerciale e turistica nei Paese caraibico.
In questo senso, l’atto che abbiamo compiuto va al di là dei suoi contenuti particolari e può fare solo del bene a entrambe le realtà”.
On./Hon. Francesca La Marca, Ph.D.
Circoscrizione Estero, Ripartizione Nord e Centro America
Electoral College of North and Central America

 

08 – SCHIRÒ (PD): NEL DECRETO FISCALE VANNO INSERITE ANCHE LE RICHIESTE DEI NOSTRI CONNAZIONALI. ROMA, 12 NOVEMBRE 2019. Il Decreto Fiscale collegato alla legge di Stabilità 2020, sebbene sia entrato già in vigore da fine ottobre, è attualmente in discussione alla Camera dei deputati, per poi passare al Senato. Molti e di varia natura sono i contenuti del Decreto.
Personalmente mi sono impegnata su alcune importanti questioni che riguardano gli italiani all’estero, con particolare attenzione all’estensione delle agevolazioni fiscali previste per chi rientra in Italia a partire dal 2020 anche a favore di chi è già rimpatriato entro il 31 dicembre 2019 (lavoratori, docenti e ricercatori), per l’eliminazione del Canone RAI per i residenti all’estero, per l’eliminazione della doppia imposizione sui redditi degli emigrati che non si iscrivono all’Aire, per l’eliminazione dalla tassa sui rifiuti (la Tari) sulle case in Italia di chi vive all’estero.
Tra questi, sono ora all’esame delle commissioni competenti i miei emendamenti che intendono premiare con alcune agevolazioni fiscali i nostri lavoratori che desiderano tornare in Italia, e l’esenzione totale della tassa sui rifiuti sulle case in Italia possedute dai nostri connazionali, visto che di rifiuti non ne producono o ne producono quantità irrilevanti durante i loro brevi soggiorni in Italia (su questa problematica ho anche presentato una proposta di legge in questa legislatura).
Sono ovviamente centinaia gli emendamenti presentati al Decreto e saranno pochi quelli che verranno approvati. Da parte mia non mancherò di segnalare le richieste delle nostre collettività residenti all’estero e mi impegnerò personalmente per sensibilizzare Governo e Parlamento in merito alla soluzione delle problematiche fiscali degli italiani all’estero che meritano una maggiore attenzione.
Angela Schirò- Deputata PD – Rip. Europa – Camera dei Deputati – Piazza Campo Marzio, 42 – 00186 ROMA

 

09 – TORTORELLA: «LA RIFORMA DEL PCI DOVEVA ESSERE QUELLA DELL’ULTIMO BERLINGUER». PARLA UNO DEI DIRIGENTI DELLA ‘SECONDA MOZIONE’. L’ERRORE FU IL REFERENDUM FRA NUOVISTI E NOSTALGICI. IL NO VOLEVA TRASFORMARE IL PARTITO MA L’ABIURA ERA L’ALTRA FACCIA DELL’ESALTAZIONE ACRITICA. FU SBAGLIATO TRATTARCI DA ’SOVIETICI’. TRENT’ANNI DI LIBERISMO E TATTICISMI SUICIDI HANNO DISPERSO IL POPOLO DELLA SINISTRA, di Daniela Preziosi
«NO, LA CRISI DELLA SINISTRA DI OGGI È MOLTO DIVERSA DA QUELLA DEL POST 89», risponde Aldo Tortorella se gli si chiede di qualche tratto comune fra lo scossone provocato dalla svolta di Occhetto e la frana dei nostri giorni. Novantatré anni, partigiano, poi direttore dell’Unità di Genova, Milano e Roma, deputato e berlingueriano «dell’alternativa», fondatore dell’Associazione per il rinnovamento della sinistra e direttore delle nuova serie di Critica Marxista, Tortorella nell’89 disse no alla svolta ma con Ingrao restò «nel gorgo» – per poi uscire con Giuseppe Chiarante al tempo della guerra alla Serbia. «All’epoca la sinistra era composta dai comunisti, dai socialisti e da altre forze minori laiche. Il Psi fu disfatto dalla questione morale. Ma nel Pci, che questo shock non l’aveva subito, ci fu una parte, sia pure composita, che manteneva una critica al capitalismo e ideali socialisti. Alcuni dogmaticamente come i “filo sovietici”. Altri criticamente come Ingrao e i cosiddetti berlingueriani. E c’era ancora una vasta parte del popolo lavoratore che guardava a sinistra. Il referendum sul nome generò fatalmente una gara e poi una scissione tra nuovisti e nostalgici. La parte critica che chiedeva un diverso mutamento fu sconfitta, anche perché aveva ragione nel voler mantenere una critica al capitalismo, ma non conosceva a fondo i suoi mutamenti. Oggi sono molti a intendere che quella critica va ripresa e che bisogna ripartire dalla ridiscussione dei fondamenti per creare una sinistra aggiornata. Ma intanto trent’anni di tatticismi suicidi e di neoliberismo hanno disperso il popolo della sinistra. Dopo la caduta del muro di Berlino e la Bolognina la sinistra, non solo italiana, si convinse che il suo compito fosse quello di essere una migliore amministratrice dello stato delle cose presenti. Chi spingeva per trasformare il Pci in un partito socialdemocratico non vedeva la crisi dei socialdemocratici. C’è stato l’errore dei vincitori e anche quelli dei vinti».

IL PDS PUNTA ALLA SOCIALDEMOCRAZIA MA POI CAMBIERÀ ROTTA VERSO IL PD, UN PARTITO POSTIDEOLOGICO.
Il Pd non è un partito post ideologico, animale che non esiste, ma con due ideologie. Quella neocentrista (sicurezza, sviluppismo, moderatismo), quella quasi socialdemocratica. Infatti, le due anime si sono, parzialmente, scisse. Ma l’ala socialdemocratica ebbe a che fare con una socialdemocrazia essa stessa già in crisi. Lo statuto dell’internazionale socialista, così come quello del partito laburista inglese, contenevano l’obiettivo finale della proprietà sociale dei mezzi di produzione. Blair costruì il nuovo Labour abolendo quell’articolo e il manifesto di Anthony Giddens non nominava neppure la parola lavoro. Schroeder proclamò la Spd come “nuovo centro” e tagliò lo stato sociale. Clinton abolì le ultime tracce della legislazione di Roosevelt per porre limiti all’arbitrio della finanza. Nel fine secolo la sinistra socialdemocratica o progressista era al governo in Italia, in tutta Europa e in America e credeva così di aver dato la giusta interpretazione dell’89. Pensò che liberalizzando e riducendo al minimo l’intervento pubblico nell’economia il mercato avrebbe provveduto per il meglio. Non vide le sofferenze create dalla globalizzazione. Non si accorse che a Seattle in prima fila c’erano i lavoratori licenziati. Fu sorpresa del sopravvenire della crisi nel 2007/8. Non capì che la globalizzazione avrebbe fatto risollevare i nazionalismi. È perciò che è avanzata la destra sciovinista, xenofoba, razzista. Solo ora la sinistra moderata si viene in parte scuotendo dal sonno neoliberista.

UNA SINISTRA FU RIFONDATA. LA SCISSIONE PORTÒ ALLA RIFONDAZIONE COMUNISTA, CHE NON ERA UN’OPERAZIONE DI CONSERVAZIONE EX PCI, TANT’È CHE VI SI ASSOCIARONO ALTRE CULTURE CRITICHE E ANTICAPITALISTE.
Non c’erano le fondamenta, neanche da quella parte. Noi terzinternazionalisti ma anche gli altri eravamo una sinistra novecentesca. Alcune categorie usate erano già fuori tempo. Perciò ho ricordato che con Ingrao e con altri non negavamo la necessità della trasformazione del Pci, ma volevamo che fosse senza il taglio delle radici e che avviasse un ripensamento delle categorie cui si era ispirato il nostro movimento. L’abiura è la stessa cosa dell’esaltazione acritica, entrambe impediscono un esame delle cose giuste e di quelle sbagliate. Nei documenti della “seconda mozione” ci sono le tracce di un’ispirazione che teneva conto del pensiero comunista “eretico” a partire dalla Luxemburg. Le distinzioni sottili (ad esempio sul senso della parola “comunismo”) cui avevamo lavorato con alcuni dei compagni più innovatori, cito Cesare Luporini per tutti, caddero di fronte all’alternativa tra nuovismo e nostalgia.

CON GORBACIOV AVEVATE CAPITO CHE IL SOCIALISMO REALE ERA IRRIFORMABILE?
Noi abbiamo sperato che ci fosse una riformabilità del sistema sovietico, Gorbaciov è stata l’ultima speranza. Forse era una speranza fallace. Ma la verità è che a Gorbaciov non fu dato il tempo per provarci. I gruppi dirigenti americani, con il consenso europeo, decisero di farlo cadere. Gorbaciov aveva attuato la distensione internazionale e proclamato la ristrutturazione economica (la perestrojka) e la trasparenza politica (la glasnost). Ma gli venne negato l’aiuto finanziario indispensabile nel collasso creato dall’inefficienza del sistema. Fu preferito Eltsin, garante di una privatizzazione selvaggia, di un liberismo primitivo e dell’ancoraggio al primato americano.

IL PCI INVECE ERA RIFORMABILE?
Credo che fosse trasformabile senza generare la metamorfosi nel proprio opposto. La parola d’ordine della svolta fu «sbloccare il sistema politico». Non ci si accorgeva che il sistema era marcio e si assumeva sul partito comunista la colpa di aver bloccato il sistema. Non che non ci fossero nostre responsabilità. Ma una settimana dopo il voto del ’76, quello del Pci al 34%, si riunì a Portorico il G7. Per l’Italia andò Moro, presidente del consiglio ancora in carica. Moro venne tenuto fuori dalla porta, mentre in un vertice a quattro, voluto da Helmut Schmidt, cancelliere socialdemocratico tedesco, e da Gerald Ford, presidente Usa, si stabilisce, nonostante la rottura di Berlinguer con i sovietici, che se il Pci fosse andato al governo l’Italia non avrebbe avuto più diritto ad alcuna agevolazione economica.

DUNQUE IL PCI ERA RIFORMABILE.
Il Pci era già sulla via della riforma con l’ultimo Berlinguer, che io sostenni. Ma Berlinguer nella sua ultima fase era in minoranza. La rottura del governo detto di solidarietà nazionale fu approvata con il voto contrario della corrente riformista.Ma la maggioranza stessa era composita. Molte delle sue tentate innovazioni parevano isolare il partito, rompere la concezione della politica come capacità di alleanze. Fu uno scandalo quando andò ai cancelli Fiat in una lotta aspra e perduta. Berlinguer si era avvicinato all’ecologismo, al nuovo femminismo “della differenza”, al pacifismo, alla comprensione della trasformazione tecnologica, al bisogno di una aggiornata critica al capitalismo nuovo e alla necessità di una rifondazione etica della politica e dei partiti, a partire dal suo. Questo significava “questione morale”.

OGGI OCCHETTO PARLA DELLE SCISSIONI E DELLE DIVISIONI COME ‘MALE OSCURO’ DELLA SINISTRA. ALL’EPOCA SI FECE ABBASTANZA PER TENERE UNITO IL PARTITO?
Il male oscuro c’è. Ma bisogna anche cercare di guarirlo e volerlo guarire. Tra il primo e il secondo congresso, da presidente del comitato centrale – mi avevano nominato mentre ero in ospedale a causa di un malore dopo la relazione da me svolta per la minoranza – concordai con Occhetto una riunione dei capi delle tre mozioni. Nell’introduzione proposi di verificare se c’era la possibilità di una composizione, forse anche studiando forme di convivenza nuove ad esempio di tipo federativo. Appena finii per primo prese la parola Garavini, che diverrà il primo segretario di Rifondazione – per dire che era impossibile perché «il contrasto era di fondo». Mussi, per la maggioranza, disse altrettanto. La verità è che ognuno riteneva necessario correre la propria avventura. Il miracolo del Pci era stato di aver tenuto insieme riformisti e rivoluzionari, che ora non si soffrivano più. Sapevo bene delle intenzioni scissioniste della terza mozione e perciò, con Ingrao, votai contro la unificazione, che ci fu, tra noi e loro. Qualche anno dopo Garavini è uscito da Rifondazione , ha fatto una’associazione che si congiunta con l’Ars (Associazione per il rinnovamento della sinistra) fondata anche da me. E Mussi ha rifiutato l’ultima escogitazione, cioè la confluenza nel Pd, fondando la Sinistra ecologia e libertà.

AL COMITATO CENTRALE DEL 22 NOVEMBRE 1989 TU DICESTI: «CHIUNQUE VINCESSE AVREBBE PERDUTO INSIEME AGLI ALTRI».
Con quella conduzione era chiaro l’esito. Occhetto e i nuovisti – D’Alema era il più dialogante – avevano fretta , timorosi di rimanere sotto le macerie del muro. C’era il convincimento forte che dovessimo assolutamente cancellare “la macchia”. In una sezione mi mandarono contro il fratello di Berlinguer, Giovanni, che pure era uomo pacato, ma nel suo dire pareva che io, entrato in segreteria del Pci con Enrico solo quando ogni rapporto con i sovietici era stato rotto, fossi un uomo di Mosca. Ma anche con Giovanni Berlinguer ci ritrovammo, anni dopo, in una comune posizione politica di sinistra.

MA LA “MACCHIA” C’ERA.
C’era. Ma una cosa è riconoscere i propri errori altra cosa è la cancellazione di se stessi. Soprattutto la generazione cui appartengo aveva peccato di debolezza verso l’Urss. Ma da questa medesima generazione era venuto, con Berlinguer, a differenza degli altri partiti comunisti, il rifiuto e la rottura, sebbene tardiva. Non era giusto, mi pareva, dichiararci quasi pari a coloro che ci avevano combattuto anche aspramente, come avevano fatto i sovietici e i loro seguaci dopo lo strappo, anche finanziando la dissidenza filosovietica. Il guaio era che quella cancellazione di sé aveva come molla il governismo. Tempo prima ero andato a Reggio Emilia a fare un congresso nella sezione di una grande cooperativa, esponendo le ragioni del dissenso. Applausi, baci e abbracci, e poi al voto presi 4 voti su 400 con pranzo finale di consolazione e, credo, di affetto. Agli operai avevano spiegato che se si andava al governo sarebbe stato meglio anche per loro. Purtroppo quella cooperativa non esiste più da gran tempo.

IL NUOVO PD FA VENIRE QUALCHE BARLUME DI SPERANZA?
Mi chiedi se vedo qualche barlume nel mondo? Sì. In giro per i mondo c’è un’inquietudine, ci sono sollevazioni anche se di vario segno. Nessuno avrebbe pronosticato Sanders. La Warren, non socialista, dice cose nuove per la riforma del capitalismo Usa. Il movimento anti Trump mosso dalle donne è un fatto nuovo, non è elitario ed è pieno di giovani. Certo c’è da avere paura perché nasce lo spirito nazionalistico nella potenza egemone, gli Usa, che chiude le frontiere, sconfessa la globalizzazione e minaccia il mondo, ma nascono di conseguenza anche nuovi movimenti. E forse questi movimenti spingeranno a proporre alcuni valori ancora validi e alcune idee nuove “di sinistra” anche a quella parte che occupa la sinistra delle nostre aule parlamentari.

 

10 – COMMENTARY. WHEN SENATOR LILIANA SEGRE, A RESPECTED VETERAN STATESWOMAN, PROPOSED A MEASURE TO MONITOR RACISM AND ANTI-SEMITISM IN ITALY, THE RIGHT-WING SENATORS BOYCOTTED THE VOTE. FASCISM AS A CULTURAL AND SENTIMENTAL BACKGROUND HAS NEVER BEEN EXPELLED FROM ITS IDENTITY. THE ITALIAN RIGHT IS NOT ANTIFASCIST AND IT NEVER HAS BEEN. written by Moni Ovadia
The letter written by Liliana Segre’s eldest son, Alberto Bellipaci, to the Corriere della Sera—“You don’t deserve my mother”—finally lays to rest the notion of the “good intentions” of the Italian right. The sentaror’s son’s harsh and bitter words aren’t really an attack on an ideology, which doesn’t come into the picture.Instead, they are confirming and saying out loud that the Italian right is not anti-fascist and has never been, unlike the right in other European countries. The German Christian Democrats, the French Gaullists, the British Conservatives are all anti-fascist. Our right isn’t—it has never been willing to confront the almost 20 years of Mussolini’s rule, and has always tried to evade the question with rhetorical sleight-of-hand or by attacking the real or alleged “communists” and everyone who argued against them invoking the inescapably anti-fascist character of constitutional democracy. They did so in order to avoid taking responsibility, or in order to pretend to have clean hands without paying their dues.
Senator-for-life Liliana Segre has often pointed out this truth. I’ve known the senator for many years, and I’ve had the great privilege to be together with her, to share in and, above all, to listen to her testimony. Liliana Segre is, first and foremost, a human being of exceptional caliber, who was only 13 and a half years old when she had to face one of the most horrifying and despair-inducing experiences that can ever befall a person. The authoritative teaching encapsulated in her testimony is one of the most important and significant narratives of our time. This woman of exemplary dignity represents, both in herself and on account of the thought that she embodies, an inestimable part of world heritage. The anti-Semitic hatred campaign unleashed against her is an act of hatred against life itself, something firmly on the side of the “death drive.”The behavior of the right in the Senate—its abstention en masse when faced with the proposal by Senator Segre to establish a commission with the task of monitoring the forms of racism and anti-Semitism (the measure passed)—is a very serious matter, because it displays collusion with and permissiveness towards the manifestations of racism, xenophobia and other acts of vandalism against the meaning of democracy, which can only exist where all people enjoy equal rights and dignity, and where it is not acceptable to have different classes of citizens based on the crime-inducing jus sanguinis, which is in fact unconstitutional. Above all, the blatant denial of the principles of universal human rights is an extremely serious matter.
Why did the right have no qualms about cutting such a miserable figure? Partly for instrumental reasons, but partly because fascism as a cultural and sentimental background has never been expelled from its identity. As if that were not enough, the representatives of this right boast that they are the most sincere friends of the Israeli government, which is welcoming them with honors and taking them on guided tours of the Yad Vashem Holocaust Memorial, complete with yarmulkes on their heads.
What is striking is the extraordinary mediocrity of the pretexts being invoked, as well as the base level of this backwoods-level right, made up of petty figures and sideshow “characters,” while there always seems to be someone ready to leap to their defense. For instance, Giorgia Meloni, who is now (mostly by default) considered to be a “skilled politician,” is claiming that her abstention was motivated by a concern to “defend the family.”

Everyone knows that the Brothers of Italy are marching behind the banner of the “God, Country, Family” triad, a staple of the tritest clerical-fascist rhetoric. But what “family” are they defending? Is it families for whom holidays mean religious trips to the shopping mall, who vegetate in front of the TV watching the stations of the Brothers’ ally, Berlusconi? It’s quite a feat to conclude that the enemies of their traditional family model are actually LGBT unions, the inexorable Muslim threat of migrants, etc.—and not consumerist society, which is the metastasis of neoliberalism. As for “country,” which one? The Italy of Mussolini, who handed it over to the Nazis, of whom—as he himself wrote to Petacci—he was merely a “puppet”?

Salvini, in turn, is changing his allegiances as often as his socks: green when this was all the rage, Italian-flag-colored as the fashion changes dictate, and black in his private meetings with far-right squads from various organizations. He’s not exactly a steady family man with his turbulent personal life, and while he kisses the rosary ostentatiously to prove that he believes in God, he’s ready to throw Pope Francis under a bus whenever the latter speaks about “the God who welcomes the foreigner.”

Meanwhile, he has just shown once again how much of a loose cannon he is when he downplayed the Senate vote by invoking the plight of the ILVA workers—trapped between the prospect of joblessness and a deadly work environment—while not missing the opportunity to join in the lynching of the black soccer player Balotelli: “To me, an ILVA worker is worth ten Balotellis.” A class-act racist, indeed.

As for Berlusconi, he likes his family open (to the point of accommodating his escorts), his allegiance is to his companies, both domestic and offshore, and as for God, he knows none other beside himself, nor will he accept anyone else in his image and likeness. This, more or less, is the right which is campaigning to govern us in the third millennium AD. Sovereignists, populists, anti-Semites, Islamophobes, nostalgics pining for sheer Nazism of the worst kind.
They join the company of Marine Le Pen, Alternative fur Deutschland and the jokesters of the Visegrad group, headed by the Roma-hating anti-Semite Orbán. They are indeed “jokesters,” since they’re sucking so voraciously at the teat of European funds—from an EU which is giving tacit consent to the rejection of those who are different, of migrants, of asylum seekers, and to the erection of new walls—and use that to fuel hysterical nationalism, railing against their own golden goose as the enemy. It is in such fine company that Berlusconi is trying to enact his coveted liberal revolution of leben und leben lassen, “live and let live.”
But the lodestar of this merry band of reactionary con men is Mr. “America First” himself, Donald Trump, who wants to decimate European economies with his tariffs and is trying to contribute to the disintegration of the European Union by lobbying individual EU members to “-exit,” aiming to make them into subservient satellites.
It is in the context of this cultural backwater that anti-Semitism is rising up again, including in its classical forms.

 

11 – MANTOVA EVENTO TURISMO DELLE RADICI 23 NOVEMBRE 2019
Gentile amico a Mantova fra due settimane ci sarà un evento dedicato al TURISMO DELLE RADICI organizzato dall’Associazione Mantovani/Lombardi nel Mondo
La nostra compagnia www.negriniandestours.it organizza l’evento e ti segnala una grande opportunità di conoscenza in una giornata che sarà distinta in tre atti: NAVIGAZIONE – BENEDIZIONE – WORKSHOP
I tre atti sono intervallati da canti, liriche e storie sul mondo dell’emigrazione. Il tema dei migranti é molto attuale e si connette al turismo delle radici come modalità di riscoprire la storia di terre e di popoli che nel Mantovano scorre lungo i fiumi Po e Laguna Veneta fino al mare.
Crediamo che la proposta meriti il tuo interesse e per noi sarebbe gradita la tua presenza. Nel workshop finalici sono gli interventi del Ministero Affari Esteri, Regione Lombardia, registi di fama mondiale e operatori del turismo e dell’ospitalità Italiana. La crociera del mattino prevede la navigazione del fiume Mincio e del fiume Po con l’attraversamento delle chiuse di Leonardo. Guarda il nostro sito di crociere fluviali ed estendi l’invito allegato. Non esitare a prenotare l’evento gratuito a : roberta@motonaviandes.it
Un cordiale saluto. Il Presidente di Mantovani nel Mondo (Daniele Marconcini)
Staff: www.negriniandestours.it

EN – MANTUA EVENT TOURISM OF THE ROOTS 23 novembre 2019
Dear friend in Mantua in two weeks there will be an event dedicated to TOURISM OF THE ROOT organized by the: Mantovani / Lombardi in the World Association

Our company www.negriniandestours.it organizes the event and tells you about a great opportunity for knowledge in a day that will be divided into three acts: NAVIGATION – BLESSING – WORKSHOP
The three acts are interspersed with songs, lyrics and stories about the world of emigration. The theme of migrants is very current and is connected to root tourism as a way of rediscovering the history of lands and peoples that flows along the Po and Laguna Veneta rivers to the Adriatic sea.
We believe that the proposal deserves your interest and we would welcome your presence. In the final workshop the interventions of the Ministry of Foreign Affairs, the Lombardy Region, world-famous directors and operators of Italian tourism and hospitality. The morning cruise includes the navigation of the river Mincio and the river Po with the crossing of Leonardo’s locks. See our river cruise website and extend the attached invitation. Do not hesitate to book the free event at: roberta@motonaviandes.it
Cordial greetings. The President of Mantovani nel Mondo (Daniele Marconcini)
Staff: www.negriniandestours.it

DEUTSCH – Lieber Freund in Mantua, in zwei Wochen wird eine Veranstaltung zu TOURISM DELLE ROICI stattfinden, die von den Mantovani / Lombardi im Weltverband organisiert wird
Unsere Firma www.negriniandestours.it organisiert die Veranstaltung und erzählt Ihnen von einer großartigen Gelegenheit für Wissen an einem Tag, der in drei Akten unterteilt wird: NAVIGATION – SEGNEN – WORKSHOP
Die drei Akte sind mit Liedern, Texten und Geschichten über die Welt der Auswanderung durchsetzt. Das Thema der Migranten ist sehr aktuell und mit dem Wurzeltourismus verbunden, um die Geschichte der Länder und Völker wiederzuentdecken, die entlang der Flüsse Po und Laguna Veneta zum Meer fließen.
Wir glauben, dass der Vorschlag Ihr Interesse verdient, und wir würden Ihre Anwesenheit begrüßen. Im Abschlussworkshop die Beiträge des Außenministeriums, der Region Lombardei, weltberühmter Direktoren und Betreiber des italienischen Tourismus und der Gastfreundschaft. Die Morgenkreuzfahrt beinhaltet die Schifffahrt auf dem Fluss Mincio und dem Fluss Po mit der Überquerung der Schleusen von Leonardo. Besuchen Sie unsere Website für Flusskreuzfahrten und erweitern Sie die beigefügte Einladung. Zögern Sie nicht, die kostenlose Veranstaltung unter roberta@motonaviandes.it zu buchen
Ein herzlicher Gruß. Der Präsident von Mantovani nel Mondo (Daniele Marconcini)
STAFF: www.negriniandestours.it cid:image001.png@01D598A0.8A08F5D0 0376/322875 – 0376/360870 – 0376/221797 0376/224727 Fax 0376 322869 Via San Giorgio, 2 – 46100 Mantova
www.motonaviandes.it

 

11 – REINVENTARE LA DEMOCRAZIA. ALGERIA, CILE, IRAQ, LIBANO, EGITTO, HAITI, ECUADOR, HONG KONG. A TUTTE LE LATITUDINI I POPOLI SONO IN RIVOLTA CONTRO I LORO GOVERNI, CON UNA COINCIDENZA CHE ALIMENTA GLI INTERROGATIVI. I CONTESTI SONO MOLTO DIVERSI.
Sono presi di mira i regimi autoritari ma anche democrazie neoliberiste, senza dimenticare la Francia attaccata dai gilet gialli. Ad Algeri e al Cairo si contesta uno stato ostaggio dell’esercito. A Hong Kong la piazza si ribella all’oppressione della Cina. A Santiago del Cile, Beirut e Baghdad il popolo rifiuta la collusione tra potere politico e capitale e negli ultimi due casi anche il fatto che la vita politica sia determinata dall’appartenenza settaria.
Ma i punti in comune saltano all’occhio: non solo gli slogan e i metodi (manifestazioni pacifiche, uso dei social network), ma soprattutto la rabbia contro una classe, una casta o un’associazione criminale che accumula potere e ricchezze.
Le rivolte, prive di leader e di un inquadramento ideologico, invocano dignità, uguaglianza e un “CAMBIAMENTO DI SISTEMA”. Il paradosso è che i manifestanti denunciano le disuguaglianze legate alla globalizzazione e allo stesso tempo beneficiano dell’eco planetaria che gli scambi senza frontiere danno alla loro rivolta. Si può pensare, come fa l’esperto di scienze politiche Bertrand
Badie, che la ribellione in corso sia un “secondo atto della globalizzazione” in cui il neoliberismo
è rimesso in discussione. Il dominio dei dogmi economici ha imposto una “riduzione della presenza
dello stato”, mentre il trionfo del mercato ha prodotto disparità abissali indebolendo la protezione
sociale e favorendo la collusione tra élite politiche ed economiche. La crisi finanziaria e la visibilità offerta da internet hanno reso questa situazione insopportabile.
Trent’anni dopo la caduta del muro di Berlino, che sembrava il trionfo dell’idea di un mondo strutturato dal mercato, il vento della rivolta sembra annunciare un contraccolpo. Bisogna accogliere il cambiamento epocale e aiutare questi movimenti a evitare il nazionalismo, a creare un riequilibrio politico, sociale e ambientale, e a promuovere riforme fiscali che compensino le disuguaglianze, nuovi meccanismi di solidarietà e uno stato attento più al benessere delle persone che agli interessi dei leader. La strada è in salita e l’obiettivo è ambizioso: reinventare la democrazia. Ma è quello che chiedono queste rivolte.

 

12 – SOTTOSEGRETARIO MERLO IN BRASILE, IL CONSOLE LA ROSA: “A SAN PAOLO LA MAFIA DEGLI APPUNTAMENTI NON ESISTE PIÙ”. Visita del Sottosegretario agli Esteri Sen. Ricardo Merlo al Consolato Generale d’Italia a San Paolo, Brasile. Obiettivo raggiunto: con il sistema della videochiamata Whatsapp sono state sterminate le mafie degli appuntamenti. A dirlo è lo stesso Console Generale Filippo La Rosa: “A San Paolo questo problema non esiste più”
Ci era stato un anno fa e aveva impostato, insieme ad Ambasciatore e Consoli, le basi per portare avanti il lavoro teso a migliorare i servizi consolari per i nostri connazionali. Ebbene, dodici mesi dopo il Sen. Ricardo Merlo, Sottosegretario agli Esteri e presidente del Movimento Associativo Italiani all’Estero – MAIE, è tornato al Consolato Generale di San Paolo, in Brasile, per toccare con mano la situazione e dunque verificare di persona, con i propri occhi, i risultati ottenuti. Che sono davvero tanti e importanti.
Due gli obiettivi principali raggiunti. Il primo: a San Paolo l’appuntamento per rinnovare il passaporto si prende via Whatsapp, attraverso una semplice videochiamata, totalmente gratuita.
Il sistema funziona davvero bene, sono gli stessi utenti a confermarlo: “Ho potuto prendere l’appuntamento via Whatsapp in cinque minuti” – dice una signora italo-brasiliana in un video che il Sottosegretario Merlo ha pubblicato sulle proprie reti social – “fissare l’appuntamento al Consolato è stato davvero estremamente facile e veloce”.
Il secondo obiettivo raggiunto: con il sistema della videochiamata Whatsapp sono state sterminate le mafie degli appuntamenti. A dirlo è lo stesso Console Generale Filippo La Rosa: “A San Paolo questo problema non esiste più”.
Dopo un anno di duro e costante lavoro da parte di tutti, i risultati sono dunque arrivati. Soddisfatto il Sottosegretario Merlo, che nel video pubblicato sulle proprie pagine Facebook, Instagram e Twitter ringrazia chi, dal Console ai funzionari fino a tutti gli impiegati, con impegno e tenacia porta avanti un importante lavoro a favore della comunità.
“Oggi il Consolato Generale di San Paolo rappresenta certamente un’eccellenza italiana nel mondo – commenta il Sottosegretario Merlo –, noi continueremo a lavorare affinchè anche altre sedi consolari possano seguire l’esempio brasiliano, perché migliorare i servizi per i nostri connazionali vuol dire migliorare la loro qualità di vita e l’immagine dell’Italia nel mondo”.

 

13 – UNA VOLTA CHE LA REPUBBLICA DEMOCRATICA TEDESCA (RDT) È STATA ANNESSA ALLA REPUBBLICA FEDERALE DI GERMANIA (RFG), SONO SCOMPARSI NEL GIRO DI POCHI ANNI NON SOLO LE SUE ISTITUZIONI E LA SUA ECONOMIA, MA ANCHE LE SUE CASE EDITRICI, IL SUO CINEMA, I SUOI CANALI TELEVISIVI E LE SUE STAZIONI RADIOFONICHE, I SUOI ARTISTI E I NOMI DELLE SUE STRADE E DEI SUOI EDIFICI PUBBLICI (1). Giornali e riviste, in precedenza sottomessi al potere politico, sono stati privatizzati a favore degli editori occidentali. Il governo della Germania Ovest ha anche spazzato via il sistema della formazione professionale, il diritto alla cultura gratuita, agli asili e agli asili nido. Licenziate prioritariamente, le donne, il cui tasso di occupazione era fino ad allora il più alto del mondo, hanno cercato con tutti i mezzi di sfuggire alla santa trinità dell’ordine familiare tedesco, «bambini, cucina, chiesa» («KINDER, KÜCHE, KIRCHE»). «Per aumentare le loro chance di trovare un lavoro, in molte si sono fatte sterilizzare. Nel 1989 l’ospedale di Magdeburgo aveva praticato otto sterilizzazioni; nel 1991 sono salite a 1.200», osservano Fritz Vilmar e Gislaine Guittard. Riflesso dello stato delle infrastrutture sociali e del rapporto con il futuro, tra il 1987 e il 1993 nell’Est il tasso di natalità è passato da 14 bambini ogni 1.000 abitanti a… 5 (2). La disoccupazione, che secondo il sociologo Paul Windolf nei cinque anni successivi alla caduta del Muro di Berlino ha colpito temporaneamente o permanentemente l’80% della forza lavoro (3), ha scatenato un’ondata di emigrazione. Tra il 1991 e il 2017 si contano 3,7 milioni di spostamenti nei Länder dell’Ovest, corrispondenti a quasi un quarto della popolazione della Germania Est. Il tragitto inverso è stato invece effettuato da 2,45 milioni di persone, mettendo insieme immigrati nuovi e di ritorno (4). Il risultato è un profondo squilibrio socio-demografico: in media a scegliere l’esilio sono più spesso i giovani laureati e tra chi non è più tornato due terzi sono donne. Secondo Reiner Klingholz, direttore dell’Istituto di Berlino per la popolazione e lo sviluppo, «è stato il caso più estremo di emigrazione femminile mai osservato in Europa» (The New York Times, 5 novembre 2018).
Nella direzione opposta, battaglioni di quadri occidentali sono andati a occupare posizioni direttive
in tutti i settori e in particolare nell’amministrazione, dove ai funzionari pubblici è stato dato un risarcimento per gli svantaggi subiti soprannominato ironicamente «premio bush» (Der Spiegel, 4 settembre 1995). Mentre il mondo celebrava l’«economia della conoscenza», la Germania liquidava lo strato sociale degli intellettuali. Dal 1989 al 1992, nei nuovi Länder, il numero di dipendenti a tempo pieno nel settore della ricerca e dell’istruzione superiore, anche professionale, è passato da 140.567 a meno di 38.000, man mano che venivano chiusi i centri di ricerca e le
accademie scientifiche. In tre anni è stato licenziato il 72% degli scienziati dell’ex Rdt. Chi è rimasto ha dovuto sottoporsi a test di valutazione basati in particolare sulle proprie convinzioni politiche; gli altri sono stati costretti a emigrare o a riconvertirsi in occupazioni non correlate alle loro qualifiche. Questa eliminazione di tre quarti degli scienziati era giustificata da un imperativo ideologico. «Bisogna sradicare l’ideologia marxista facendo dei cambiamenti nella struttura e nel personale», spiegava nel luglio del 1990 un documento di valutazione dell’Accademia delle scienze (5). R.K. e P.R.

(1) Cfr. Hannes Bahrmann e Christoph Links, Am Ziel vorbei. Die deutsche Einheit – Eine Zwischenbilanz, Ch. Links Verlag, Berlino 2005; Nicolas Offenstadt, Le Pays disparu. Sur les traces de la RDA, Stock, Parigi 2018.
(2) Fritz Vilmar e Gislaine Guittard, La Face cachée de l’unification allemande, L’Atelier, Parigi 1999.
(3) Paul Windolf, «Die wirtschaftliche Transformation. Politische und ökonomische Systemrationalitäten», in Wolfgang Schluchter e Peter Quint (a cura di), Der Vereinigungsschock. Vergleichende Betrachtungen zehn Jahre danach, Velbrück Wissenschaft, Weilerswist 2001.
(4) «Die Millionen, die gingen», ZeitOnline, 2 mai 2019.
(5) Citato da Fritz Vilmar e Gislaine

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