LA DISUGUAGLIANZA NON E’ INEVITABILE. IL NUOVO LIBRO DELL’ECONOMISTA FRANCESE THOMAS PIKETTY SUGGERISCE DEI METODI PER FERMARE LA STORIA DI SFRUTTAMENTO DEL CAPITALISMO.

LA DISUGUAGLIANZA NON E’ INEVITABILE.

IL NUOVO LIBRO DELL’ECONOMISTA FRANCESE THOMAS PIKETTY SUGGERISCE DEI METODI PER FERMARE LA STORIA DI SFRUTTAMENTO DEL CAPITALISMO. E NELLE LIBRERIE SI VENDE PIÙ DEI ROMANZI.

Il nuovo libro di THOMAS PIKETTY è un volume di 1.200 pagine. Non è un romanzo, ma economia pura. Eppure il volume, un’edizione bianca e senza immagini perfino in copertina, è tra i libri più venduti nelle librerie delle stazioni francesi. Com’è possibile per un saggio che s’intitola CAPITAL ET IDÉOLOGIE (CAPITALE E IDEOLOGIA)? Il lavoro precedente dell’economista francese, Il capitale nel XXI secolo (Bompiani 2016), un libro di mille pagine uscito in Francia nel 2013, ha venduto 2,5 milioni di copie ed è stato tradotto in quaranta lingue.

Ora esce quello che l’editore parigino Seuil chiama “il seguito”. Un nuovo successo garantito? Il capitale nel XXI secolo può essere riassunto con la formula matematica r>c, cioè la rendita del capitale è maggiore della crescita. Significa che chi eredita guadagna più di chi lavora. Secondo Piketty, questa è “la contraddizione fondamentale del capitalismo”. E, anche se qui e là ha sollevato obiezioni, la sua tesi ha tenuto testa alle critiche. “Abbiamo sbagliato. È questa la triste constatazione dello stadio avanzato del capitalismo, e Piketty l’ha dimostrato. Dobbiamo riconoscerlo”, diceva l’allora ministro francese dell’economia, Emmanuel Macron. Ora che è presidente sarà tra i primi a leggere il nuovo libro? Se sì, lo farà di nascosto, dato che è ai ferri corti con l’economista, che gli rimprovera di aver preso scelte socialmente inique.

In ogni caso si può dire che per un profano Capital et idéologie è una lettura più accessibile dell’opera precedente. Questa volta Piketty non deve dimostrare formule matematiche, ma la possibilità dell’essere umano di governare ciò che nel capitalismo è considerato inevitabile. Per questo Piketty ha ampliato il suo orizzonte: se prima si era concentrato sullo sviluppo storico dei redditi e delle proprietà negli Stati Uniti, nel Regno Unito e in Francia, ora fa riferimento anche ad altri paesi e continenti, in particolare all’India, al Brasile e alle società coloniali schiaviste dell’Africa. Ha analizzato i dati raccolti da circa cento ricercatori di ottanta paesi diversi sulla piattaforma digitale World inequality database, arrivando alla conclusione che la proprietà non si lascia scalfire. Quando molti paesi hanno abolito la schiavitù, per esempio, sono stati indennizzati i padroni, non gli schiavi liberati. Ma il nuovo Piketty è più ottimista di prima: l’autore rilegge la storia degli ultimi trecento anni per mostrare alternative e vie di fuga. Non vuole descrivere il capitalismo come un’apocalittica storia di sfruttamento, ma ricostruire la storia delle occasioni mancate per controllarlo meglio. Per questo si meraviglia del fatto che i britannici abbiano fatto loro il sistema della proprietà indiano, basato sulla casta, invece di crearne uno nuovo. Ogni volta la storia sarebbe potuta andare diversamente. “Vedere questo mondo in divenire significa che ancora tutto è possibile. Che le crisi non sono l’inevitabile conseguenza del contratto implicito tra vincitori e vinti della globalizzazione, né necessariamente il presagio di una nuova catastrofe”, ha scritto Esther Duflo, professoressa di economia del Massachusetts institute of technology (Mit) recensendo il libro per il quotidiano francese Le Monde.

Gilbert Cette invece, professore all’università di Aix-Marseille e ideologo francese delle riforme del mercato del lavoro di Macron, critica Piketty per aver individuato una grande crescita della disuguaglianza negli Stati Uniti tra il 1980 e il 2018, esattamente quando Bill Gates e altri pionieri dell’alta tecnologia stavano reinventando l’economia. Ma non per questo considera il lavoro di Piketty inattendibile. Ha definito il nuovo libro “una ricerca storica incredibilmente ricca” basata “sugli studi sulla disuguaglianza più vasti al mondo”.

LA SINISTRA BRAMINA

La politica si trova decisamente più in difficoltà con Piketty. Appena diventato presidente, Macron ha abolito la tassa patrimoniale, e per Piketty è stato quasi un crimine. L’ultima parte di Capital et idéologie spiega come i partiti socialdemocratici occidentali, che prima rappresentavano i ceti popolari, oggi sono diventati i difensori delle classi più ricche. Non sorprende quindi che non vogliano tassare i patrimoni. Piketty chiama questi partiti “sinistra bramina”, come gli appartenenti alla casta indiana più alta, senza mai fare i nomi dei loro esponenti. Non nomina neanche una volta il suo presidente. È questa la sottile arte di Piketty, non vuole irritare ma non ha paura di indicare errori e problemi del capitalismo.

 

 

FONTE: Il Manifesto

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