19 09 21 NEWS DAI PARLAMENTARI ELETTI ALL ESTERO ED ALTRE COMUNICAZIONI

19 09 21 NEWS DAI PARLAMENTARI ELETTI ALL ESTERO ED ALTRE COMUNICAZIONI.
1 – Sette continenti in marcia per una nuova idea di mondo. Energie alternative. Comincia New York, poi le altre 2993 città: «Vi stiamo guardando e presto voteremo» Lo sciopero di New York è cominciato ufficialmente alle 12:30, con un concentramento nella piazza di Foley square da dove è partita una marcia verso Battery Park, l’estrema punta sud di Manhattan, dove si è tenuto un comizio dalle 15 alle 17 con l’intervento conclusivo di Greta Thunberg.
2 – Sono stata eletta con il PD e resto nel PD. È una scelta che ho fatto dopo un sincero e profondo travaglio, con assoluta libertà da qualsiasi forma di condizionamento, con rispetto della mia sensibilità politica e culturale e, soprattutto, con lealtà per gli elettori che ci hanno affidato il mandato di rappresentarli.
3 – Una scissione dai risultati imprevedibili. L’unica cosa che Matteo Renzi ha rottamato è il suo partito. Ora è più difficile fidarsi di lui, scrive il settimanale britannico.
4 – La contrapposizione tra piazza e palazzo apre il varco ai movimenti La vera discontinuità. Per sconfiggere il «senso comune» (non parlerei ancora in questo caso di egemonia culturale) frustrato e incattivito che muove a grandi passi verso la decrescita infelice della democrazia e la sua riscrittura autoritaria è necessaria l’azione di altri soggetti, quelli capaci di coltivare il terreno extraparlamentare, di organizzare lotte, occupare spazi fisici e culturali, trasformare in istituzione le proprie conquiste sul campo.
5 – Le sfide che attendono il nuovo governo, in questa fase partecipazione ed autonomia debbono più che mai andare insieme
6 – Il pensiero critico contemporaneo all’università Bicocca. Milano. Dal 21 novembre il corso sulla teoria critica della società dal femminismo al queer, dal marxismo all’antirazzismo
7 – La scissione del piccolo monarca. In uno scenario politico/elettorale che forse virerà verso il proporzionale, se «l’intruso» Renzi se ne va dal Pd e tenta di fare un suo partito, è, almeno in parte, nella natura delle cose. Perché sotto un altro punto di vista, la scissione potrebbe essere interpretata soprattutto come conseguenza di un comportamento narcisistico, tipico delle persone di potere incapaci di accettare le proprie sconfitte e di restare «in fila», come si fa di solito in democrazia

1 – SETTE CONTINENTI IN MARCIA PER UNA NUOVA IDEA DI MONDO. ENERGIE ALTERNATIVE. COMINCIA NEW YORK, POI LE ALTRE 2993 CITTÀ: «VI STIAMO GUARDANDO E PRESTO VOTEREMO» LO SCIOPERO DI NEW YORK È COMINCIATO UFFICIALMENTE ALLE 12:30, CON UN CONCENTRAMENTO NELLA PIAZZA DI FOLEY SQUARE DA DOVE È PARTITA UNA MARCIA VERSO BATTERY PARK, L’ESTREMA PUNTA SUD DI MANHATTAN, DOVE SI È TENUTO UN COMIZIO DALLE 15 ALLE 17 CON L’INTERVENTO CONCLUSIVO DI GRETA THUNBERG. ( da Marina Catucci NEW YORK)
E proprio Greta ha celebrato le prime mosse dell’azione globale: «I primi numeri – ha raccontato – dicono 400.000 persone in tutta l’Australia, 100.000 a Berlino, 100.000 a Londra, 50.000 ad Amburgo».
2993 CITTÁ, 162 NAZIONI, 7 continenti: il Climate Strike, lo sciopero per il clima, si è inserito nella lista delle manifestazioni globali che hanno avuto inizio il 15 febbraio del 2003, quando per la prima volta il mondo è sceso in piazza compatto per portare avanti un’istanza comune, trasversale, in quell’occasione era l’opposizione alla guerra in Iraq, questa volta è la difesa del pianeta.
I TEMI NON SONO GENERICI, lo sciopero ha una serie di richieste che si legano ampiamente a quelle del Green New Deal che lega l’ambiente all’economia, e includono l’abbandono dei combustibili fossili e un adeguato carico di responsabilità per gli inquinanti. Le origini di queste manifestazioni risalgono a un anno fa, e sono ispirate dalle proteste solitarie della sedicenne Greta Thunberg davanti al Parlamento svedese; i ragazzi di tutto il mondo hanno iniziato ad aderire ai Climate Strikes for Future, per ricordare agli adulti che contro i cambiamenti climatici bisogna agire e subito.

QUESTI SCIOPERI GLOBALI per il clima in un anno sono diventati un movimento di protesta civile capace di portare in piazza milioni di persone alla vigilia del Climate Summit dell’Onu che si terrà a New York il 23 settembre. «Oggi abbiamo fatto un walk out – dice Jordan 17enne del Queens – siamo usciti in massa da scuola per aderire al Climate Strike, e questa non ci verrà contata come assenza. Dobbiamo invertire ciò che hanno fatto i nostri genitori. Hanno rovinato tutto lasciando che troppe cose progredissero solo perché pensavano ci avrebbero aiutato in futuro, beh in realtà non ci aiutano affatto in futuro».

GLI STUDENTI SONO ARRIVATI al concentramento di Foley Square con un messaggio che ricorda molto quello dei loro coetanei del movimento contro le armi, NeverAgain. «Sappiamo che i potenti fino ad ora hanno privilegiato il capitalismo e le industrie private rispetto al nostro benessere reale – dice la 17enne Olivia – e abbiamo un messaggio per loro: li stiamo guardando e anche se non siamo ancora in età di voto, lo saremo presto». A parlare dal palco di Foley square prima dell’inizio del corteo, c’era Marisol Rivera, attivista di 13 anni la cui casa è stata distrutta durante l’uragano Sandy: «Non possiamo lasciare che le persone soffrano, tutti noi meritiamo di vivere liberi da combustibili fossili e avere una vita migliore. Ciò che è accaduto a me può accadere alle persone che conoscete e a cui volete bene».

Mentre Manhattan si aspettava l’intervento di Greta Thunberg, a Brooklyn un altro gruppo di attivisti aveva organizzando il Frontline Climate Strike, focalizzato sulle comunità a basso reddito che rischiano di essere maggiormente colpite dall’ingiustizia ambientale e dalla crisi climatica.
«È tutto un solo problema – dice il 16enne Pedro, che si definisce newyorican, newyorchese di origine portoricana – la gente che scappa da zone dove gli uragani sono devastanti e non ci sono risorse per ricostruire scappa in altri Paesi dove non li vogliono, i poveri diventano sempre più poveri, insicuri, svantaggiati. Bisogna aggiustare questo tipo di società e ciò che fa impazzire il clima, perché sono la stessa cosa».

2 – SONO STATA ELETTA CON IL PD E RESTO NEL PD. È UNA SCELTA CHE HO FATTO DOPO UN SINCERO E PROFONDO TRAVAGLIO, CON ASSOLUTA LIBERTÀ DA QUALSIASI FORMA DI CONDIZIONAMENTO, CON RISPETTO DELLA MIA SENSIBILITÀ POLITICA E CULTURALE E, SOPRATTUTTO, CON LEALTÀ PER GLI ELETTORI CHE CI HANNO AFFIDATO IL MANDATO DI RAPPRESENTARLI.
Mi ha guidato l’intento di dover portare il mio modesto contributo alla ricostruzione e all’unità del centrosinistra, e non alla sua ulteriore frammentazione.
Sono nata e vivo in un Paese europeo e guardando alle esperienze dei partiti che hanno salvaguardato la pace e la libertà del nostro continente, e ne hanno guidato lo sviluppo, ho imparato a considerare l’unità, pur in una libera dialettica di posizioni, come una condizione importante per costruire una prospettiva democratica.
Spesso si dice che gli italiani all’estero sono poco considerati nella politica italiana. In parte è vero, ma per superare queste difficoltà anche noi dobbiamo cercare di portare un contributo originale e un valore aggiunto. Per questo mi sono detta che una delle cose positive che un eletto nella circoscrizione estero possa fare nella difficile situazione italiana è portare elementi di confronto con esperienze positive realizzate altrove.
Sono molto legata a diversi amici che in questi giorni hanno fatto una scelta diversa e continuerò con immutato affetto a rispettarli, sicura che i nostri comuni obiettivi ci porteranno spesso a percorrere la stessa strada. Tuttavia, non posso tacere che considero un errore la scelta di separarsi dal PD all’indomani della difficile formazione di una inedita maggioranza di governo, che costituisce per tutti noi una sfida impegnativa. Non riesco a trovare motivazioni convincenti per questa separazione. Non le trovo sul piano politico perché, al di là delle rassicurazioni formali, nessuno può convincermi che questa ulteriore frammentazione non indebolisca la prospettiva che in comune ci siamo dati e per la quale dobbiamo lavorare con la serietà che ci con-
traddistingue, ma soprattutto con grande senso di responsabilità.
Non ne trovo sul piano strategico perché il problema che abbiamo in Italia – e direi nel mondo – di fronte ad una destra aggressiva e inquietante, è quello della ricostruzione del centro-sinistra, realizzando ponti di dialogo e di collaborazione e non creando ulteriori frammentazioni.
Non ne trovo sul piano sociale e dell’impegno civile, perché il centro-sinistra ha bisogno semmai di ritrovarsi e rilanciarsi attraverso l’incontro, non la separazione, delle sue componenti sociali, culturali e politiche più importanti.
Non ne trovo, soprattutto, come cittadina italiana all’estero ed eletta nella circoscrizione Estero.
Il PD è il primo partito tra gli elettori all’estero. Credo sia avvenuto perché noi che viviamo fuori dai confini abbiamo bisogno di avere come riferimento una formazione politica che si dimostri capace di fare dell’Italia un paese serio, credibile sul piano internazionale, democratico, aperto e sensibile al rinnovamento.
Intaccare questo patrimonio di credibilità è sbagliato e dannoso per tutti e, quel che più dispiace, non fa bene all’Italia. In più, la prospettata riduzione del numero dei parlamentari rende la circoscrizione Estero, nominalmente proporzionale, sempre più maggioritaria.
La frammentazione nel nostro campo rischia quindi di consegnare ad altri la funzione di guida politica che finora abbiamo avuto noi tra gli italiani all’estero.
Non sento di poter condividere, infine, questa voce, che pure corre in questi giorni, di una marginalità delle questioni degli italiani al-
l’estero nelle politiche del PD. Che ci sia ancora molto da fare per conquistare spazi di protagonismo e di visibilità nell’orientamento delle classi dirigenti e nella considerazione del PD, non c’è dubbio. Tuttavia, dati alla mano, se c’è un partito che a livello di scelte di governo ha considerato i bisogni e le potenzialità degli italiani nel mondo, questo è il PD e solo il PD.
Tanto per non andare lontano lo dimostra nella precedente legislatura quanto si è fatto per recuperare risorse per la lingua e la cultura italiana, per reintegrare i fondi per gli organismi di rappresentanza, per invertire dopo dieci anni la tendenza alla diminuzione del personale dei consolati, per sostenere l’internazionalizzazione del sistema paese attraverso le camere di commercio, e così via.
Ripeto, c’è ancora molto da fare. Anzi, questo strappo dobbiamo coglierlo come un’occasione per pretendere, dentro e fuori il partito, maggiore attenzione e rispetto, il superamento di una storica marginalità nella quale le questioni dell’emigrazione, vecchia e nuova, sono in genere relegate. Ma questo obiettivo si può raggiungere certamente meglio non fuori ma dentro una forza capace di garantire equilibrio e prospettive di governo e la credibilità internazionale di cui abbiamo bisogno.
L’unica forza – mi preme ricordarlo – che può far pesare questa costante contrattazione per i diritti degli italiani all’estero è il Partito Democratico che, con la sua ampia e articolata rete di circoli, ha saputo garantire partecipazione, confronto e la possibilità di far pesare le istanze che ci stanno a cuore.
Queste considerazioni, fatte con sincera sofferenza, mi inducono a chiedere ad amici e compagni carissimi di riflettere e di non distruggere in un giorno ciò che è stato costruito in anni di lavoro e di sacrifici. Chi può si fermi in tempo, chi è incerto rifletta meglio prima di decidere. A chi vorrebbe qualcosa di più dal centro-sinistra e dal PD dico: restiamo uniti per cambiare il PD e la politica, senza ricominciare ancora una volta da capo. I problemi dell’Italia e i tempi che la nostra democrazia sta vivendo non ci consentono di vivere avventure, sia pure in buona fede.
Angela Schirò

3 – UNA SCISSIONE DAI RISULTATI IMPREVEDIBILI. L’UNICA COSA CHE MATTEO RENZI HA ROTTAMATO È IL SUO PARTITO. ORA È PIÙ DIFFICILE FIDARSI DI LUI, SCRIVE IL SETTIMANALE BRITANNICO.
La nascita di un governo composto da Movimento 5 stelle (M5S) e Partito democratico (Pd) è un grande sollievo per chi investe nel debito del precario governo italiano e per chiunque altro conti sulla stabilità politica del paese. Inoltre, la nuova alleanza ha promesso di tenere la Lega, il partito di Matteo Salvini, lontano dal potere fino alle prossime elezioni legislative, previste nel 2023. Ma il 17 settembre la politica italiana è tornata di nuovo in fibrillazione. Matteo Renzi, che è stato presidente del consiglio per tre anni fino al dicembre 2016, ha annunciato che intende lasciare il Pd per formare un proprio gruppo parlamentare. È il primo passo verso la fondazione di un partito di centro simile a La république en marche in Francia e Ciudadanos in Spagna.
Renzi ha parlato con il presidente del consiglio Giuseppe Conte per assicurargli che il suo nuovo gruppo continuerà ad appoggiare il governo ed è apparso subito
chiaro che la maggioranza dei parlamentari a lui vicini intende rimanere nel Pd. Finora Renzi ha potuto contare sulla fedeltà di più di metà dei 111 deputati e deÌ5i senatori del partito, ma sembra che solo una ventina di rappresentanti alla camera e dieci senatori si uniranno a lui. Secondo i sondaggi, se si andasse alle urne, Italia viva (così si chiamerà il nuovo partito) otterrebbe solo tra il 3 e l’8 per cento dei voti.
I mercati hanno reagito con relativa calma. La consueta preoccupazione per quello che succede in Italia – che si riflette sul divario tra il rendimento dei suoi titoli di stato e
quelli della più rassicurante Germania – è aumentata di poco. Ma questo significa sottovalutare il pericolo. Fino a quando non si voterà, le prospettive elettorali di Renzi saranno irrilevanti. Come lo è la promessa che ha fatto a Conte: dopotutto viene da una persona che pubblicamente nel 2014 ha promesso fedeltà al presidente del consiglio Enrico Letta, poco prima di spodestarlo. Ma la cosa più importante è che Renzi presto sarà in grado di far mancare al governo la maggioranza. Un’ipotesi, che potrebbe anche aver influito sui mercati, è che questo gli permetterà di imporre alla coalizione politiche più moderate e favorevoli alle imprese. Un’altra, più allarmante, è che Renzi sia ancora assetato di potere e che si libererà di questo governo appena penserà che farlo sia nel suo interesse.
RIFLETTORI PUNTATI
In un’intervista al Giornale, Renzi ha raccontato che un vecchio collega di partito gli ha detto : “Se lasci il Pd, non avrai più i riflettori puntati addosso e non conterai di nuovo nulla”. E lui ha replicato: “Vedremo”.
Ha diversi sostenitori ricchi, tra cui Daniele Ferrerò, del gruppo dolciario Venchi. e Davide Serra, manager di un fondo d’investimento con sede a Londra. Inoltre potrebbe beneficiare, sia in termini di voti in parlamento sia alle elezioni, della graduale disintegrazione di Forza Italia. E finché avra il potere di far nascere o morire un govemc è improbabile che i riflettori smettano d; essere puntati su di lui. Un tempo si faceva chiamare il rottamatore, soprannome che rifletteva la sua energia, la sua determinazione e il suo zelo riformista, ma l’opera d_ distruzione maggiore l’ha fatta nel suo partito, che si è già spaccato quando lui era ia carica. Forse Renzi non ha ancora finito demolirlo
NOTE
DA SAPERE LE OPINIONI DELLA STAMPA EUROPEA
“Politici come Matteo Renzi”, scrive il PAIS, “non accettano ordini. O comandano o rompono tutto. Dopo mesi di minacce e manovre dietro le quinte, l’ex presidente del consiglio italiano lascia il Partito democratico (Pd) per formare un nuovo partito che conquisti un po’ di spazio al centro, un’area politica poco frequentata dagli altri partiti”.
“Renzi ha detto che intende coinvolgere molte donne e raggiungere i millennial”, scrive HANDELSBLATT. “Secondo alcuni commentatori politici”, prosegue il quotidiano tedesco, “il nuovo partito potrà contare su venti deputati del Pd. Renzi stima che i deputati saranno almeno trenta”.
“La mossa di Matteo Renzi”, scrive il GUARDIAN, “complicherà il processo decisionale del governo, a causa delle richieste che arriveranno da t forze politiche diverse. None chiaro quale sia l’obiettivo a lungo termine del senatore’ “Forse Renzi ha ragione”, afferma il quotidiano austriaca DER STANDARD, “nel dire che non c’era posto per lui nel PD. ma la nuova avventura politica è cominciata con la stessi I presunzione che ha portate alla brusca fine del suo governo
(da he Economist, Regno Unito)

4 – LA CONTRAPPOSIZIONE TRA PIAZZA E PALAZZO APRE IL VARCO AI MOVIMENTI LA VERA DISCONTINUITÀ. PER SCONFIGGERE IL «SENSO COMUNE» (NON PARLEREI ANCORA IN QUESTO CASO DI EGEMONIA CULTURALE) FRUSTRATO E INCATTIVITO CHE MUOVE A GRANDI PASSI VERSO LA DECRESCITA INFELICE DELLA DEMOCRAZIA E LA SUA RISCRITTURA AUTORITARIA È NECESSARIA L’AZIONE DI ALTRI SOGGETTI, QUELLI CAPACI DI COLTIVARE IL TERRENO EXTRAPARLAMENTARE, DI ORGANIZZARE LOTTE, OCCUPARE SPAZI FISICI E CULTURALI, TRASFORMARE IN ISTITUZIONE LE PROPRIE CONQUISTE SUL CAMPO. (di Marco Bascetta)
C’è uno schema ossessivamente sbandierato dalla Lega e da Fratelli d’Italia, da cui Berlusconi prende le distanze, ma che il nuovo governo e le forze che lo sostengono, sia pure con toni e intenti opposti, intimamente condividono. Si tratta della contrapposizione tra le regole e i dispositivi della democrazia parlamentare (con i suoi fondamenti costituzionali) e la cosiddetta «piazza».
Un termine privo di preciso significato che può spaziare dai fedeli che ascoltano l’Angelus alla sagra degli strozzapreti, dai comizi di partito ai raduni degli alpini.

Ad ogni buon conto, questa contrapposizione abbandonata a se stessa nella sua fumosa semplicità è assai pericolosa. Converrà allora esaminare la «piazza» nelle sue diverse emergenze.

PER LA DESTRA SIGNIFICA sostanzialmente la tribuna di un capo e la sua pubblica acclamazione. Gli fanno da contorno la mobilitazione di qualche isolato di quartiere contro gli «intrusi» di turno e manifestazioni di carattere strettamente corporativo. Si tratta dell’antitesi netta a quello che intendiamo per movimento sociale, poiché non contemplando in alcun modo principi di autorganizzazione, lo scopo di queste mobilitazioni è consegnare le leve del comando nelle mani di un potere salvifico chiamato a sconfiggere il disagio sociale e i suoi presunti responsabili.

In buona sostanza la «piazza» della destra consiste in una permanente campagna elettorale. Gli umori che circolano in un simile contesto possono anche essere molto diffusi, ma piuttosto incapaci di pratiche sociali, non possono che confluire nel voto o condizionare (anche pesantemente) la politica attraverso i sondaggi che, più o meno fondatamente, li rilevano. Fanno eccezione, circoscritta, le azioni di stampo squadrista della destra estrema.

Ma se la prima messa in scena da smontare è quella di una destra che vive e agisce nella società contro la cittadella del «palazzo», non altrettanto agevole è far dimenticare un centrosinistra impegnato nel presidiare il potere costituito. Il quale non consta solo della Costituzione e delle regole democratiche, ma comprende anche spaventosi squilibri, sfruttamento e limitazioni di libertà.

IL TRACOLLO delle socialdemocrazie in tutta Europa è diretta conseguenza di un posizionamento sempre più appiattito sullo stato di cose esistente e sui soli aspetti formali della democrazia piegati alla «governabilità». Quando si invoca «discontinuità» è alla propria storia recente che bisognerebbe guardare prima di tutto.

La risposta, tanto stucchevole quanto vuota è «tornare nei territori». In genere quelli in cui è imminente un voto. A fare cosa? Propaganda elettorale naturalmente. «Ascoltare i cittadini» più che altro per calibrare efficacemente le promesse. Anche qui siamo ben lontani da un radicamento nell’esperienza dell’agire sociale e nelle sue diverse forme di espressione.

Il movimento 5stelle, a dispetto del suo nome, un movimento non lo è mai stato o, comunque, non lo è più da un bel pezzo. Sebbene abbia partecipato ad alcune esperienze di lotta (tutte sistematicamente abbandonate) si è presto trasformato in una organizzazione gerarchica impegnata soprattutto nella ricerca del consenso elettorale (prima con il mito infantile del 51 per cento, poi con la conversione alla tattica).

Seppure alcune sue tematiche si avvicinavano a quelle portate avanti dai movimenti, non ha esitato a stravolgerle come nel caso del cosiddetto «reddito di cittadinanza», guardando agli umori elettorali dominanti, fomentati, fra l’altro, da altre forze in campo.

MA NON È POI UNA QUESTIONE di tematiche. Essere movimento significa conseguire risultati senza passare necessariamente attraverso una rappresentanza parlamentare. Le Ong sono scese in mare senza aspettare che si formassero governi «non nemici». E non basta certo la piattaforma Rousseau per colmare il divario tra la società e la politica dei partiti. Non perché costituisca un elemento di disturbo nel delicato meccanismo della democrazia parlamentare, bensì perché rappresenta una simulazione burlesca della democrazia diretta.
Dunque, nessuna delle componenti che sostengono il governo, e men che meno il presidente del consiglio, dispongono degli strumenti per sgombrare il capo da quella contrapposizione tra «piazza» e «palazzo» che finirà col giovare alla destra e alla sua propaganda. Neanche attraverso un programma di riforme (anche volendo dimenticare gli orrori che si sono celati nel corso degli anni dietro questa formula) calato dall’alto, sia pure «ascoltando i cittadini».
Per sconfiggere il «senso comune» (non parlerei ancora in questo caso di egemonia culturale) frustrato e incattivito che muove a grandi passi verso la decrescita infelice della democrazia e la sua riscrittura autoritaria è necessaria l’azione di altri soggetti, quelli capaci di coltivare il terreno extraparlamentare, di organizzare lotte, occupare spazi fisici e culturali, trasformare in istituzione le proprie conquiste sul campo.
L’occasione è propizia per costringere i governanti ad avventurarsi nella «discontinuità» che predicano. Se non saranno i movimenti ad attraversare il varco che si apre, se l’ascolto dei partiti sarà rivolto solo agli elettori, allora la «piazza» sarà occupata dalle barricate contro zingari e migranti e il «palazzo» tornerà a essere abitato dalla peggiore destra.

5 – LE SFIDE CHE ATTENDONO IL NUOVO GOVERNO, IN QUESTA FASE PARTECIPAZIONE ED AUTONOMIA DEBBONO PIÙ CHE MAI ANDARE INSIEME. DOPO IL VOTO DI FIDUCIA AL GOVERNO CONTE 2 RESTA IL SOLLIEVO PER AVERE EVITATO DI REGALARE ALLA PROTERVIA DI SALVINI LE ELEZIONI ANTICIPATE, NELLA CONSAPEVOLEZZA CHE AVEVA CERCATO DI OTTENERLE AD OGNI COSTO, FINO A PROVOCARE LA CRISI DEL GOVERNO DI CUI FACEVA PARTE, CONTANDO SUI SONDAGGI FAVOREVOLI E CON L’OBIETTIVO DI OTTENERE PIENI POTERI.
La formazione del nuovo governo allontana, per ora, la minaccia di una vittoria elettorale di una destra becera, reazionaria, sanfedista coagulata ed egemonizzata dalla Lega, che ora subisce una battuta d’arresto, conseguenza del fallimento dell’azzardo di Salvini.

Evitare le trappole dell’avversario non basta ma è comunque importante e anche chi è perplesso sulla soluzione politica è probabilmente consapevole che ci sono possibilità che debbono essere sfruttate, per tentare di costruire quello che oggi non c’è.
Per questo è bene dire con chiarezza che non è affatto sicuro che questa soluzione di governo si trasformerà da una vittoria tattica in una strategica. Anche perchè la crescita della peggiore destra in Italia è anche connessa ad un processo internazionale di crescita delle destra, per quanto variegato e contraddittorio.
E’ uno degli effetti di una globalizzazione senza regole che ha provocato paure, reazioni di chiusura, ha favorito la crescita di populismi di destra fondati sul disagio crescente di ampie aree di popolazione.
La composizione del governo non desta entusiasmi, qualche Ministro è oggetto di critica severa non senza motivo, qualche altro desta perplessità. Il programma contiene certo tanti impegni positivi, perfino condivisibili, ma come la composizione del governo non desta entusiasmi. Gli aspetti importanti e nuovi sono all’interno di capitoli che contengono tanti contrappesi e le scelte fondamentali della futura azione del governo sono poco visibili. Nei passati governi di centro sinistra alcuni connotati erano nitidi, ora i contenuti più importanti sono mescolati, quasi celati. Sembra più un trattato di armistizio che un programma di governo. Forse in questo momento non era possibile fare di più, comunque sia è difficile suscitare entusiasmi.

Qualche esempio:
Uscire dalla crisi. E’ evidente l’impegno a cercare di uscire dalla stagnazione. I singoli provvedimenti indicati possono essere utili, ma c’è un problema politico a monte del tutto assente. L’Italia è entrata in difficoltà proprio nel settore delle esportazioni, causa Trump ed altri. Proprio quello su cui l’Italia aveva puntato per uscire dalla crisi. Occorre una novità politica oltre che di tecnica di governo. La questione di fondo è che il populismo dominante – prima con Renzi, poi ancora di più con Salvini e Di Maio – ha cercato di saltare completamente il ruolo delle rappresentanze sociali e in generale dei “corpi intermedi”, quelli che non si presentano alle elezioni.
La novità politica potrebbe essere una svolta che ridia peso ed importanza ai sindacati e alle altre rappresentanze sociali, portandole da un ruolo secondario, ignorato, in pratica ridotte a lobbies, a quello di coprotagonisti delle scelte di fondo da compiere. Scelta necessaria per fare uscire l’Italia da una crisi prolungata, ancora oggi non abbiamo raggiunto i livelli economici precedenti la crisi.
Questa scelta comporterebbe per il governo definire gli obiettivi, discuterli, cercando intese su cui fare confluire impegni convergenti, altrimenti i singoli aspetti rischiano di restare iniziative isolate, senza la capacità di dare un segnale politico forte, generale. Il governo e il parlamento hanno sempre la possibilità di decidere in ultima istanza, ma oggi serve un impegno corale che faccia uscire i singoli dalla contemplazione del proprio particolare. Uscire dal particolare, dall’egoismo, dalle chiusure è un formidabile antidoto alle derive populiste.
Europa. Johnson è protagonista di un estremismo, di forzature che ricordano Salvini, e questo pone all’Europa la possibilità e l’obbligo di contrattaccare per tentare di evitare non solo il no deal ma forse anche per favorire un ripensamento sulla Brexit. In ogni caso va impostata un’idea di Europa diversa da quella conosciuta in questi anni, egemonizzata dall’austerità. Questo è indispensabile perchè non si affrontano sfide decisive per il futuro come ad esempio ambiente, innovazione tecnologica, formazione, ecc. senza una visione di lungo periodo. L’Italia ora ha una base chiaramente europeista, è importante ma non basta, occorre che si proponga come paese protagonista di una linea di riforma della Ue non solo per avere più spazio per il nostro bilancio pubblico ma puntando a mettere in comune gli appuntamenti decisivi del futuro: ambiente, lavoro, innovazione, salute, capitolo purtroppo ignorato nella discussione sui trattati internazionali con altre aree del mondo.

Sarebbe un modo alternativo per impostare in modo nuovo lo scorporo degli investimenti dal deficit pubblico, una riforma decisiva che oggi può essere affrontata in un’ottica europea.
Migranti. Accoglienza e integrazione, vedremo i fatti e l’orientamento del nuovo Ministro deli Interni, ma è certo che occorre una linea alternativa a quella di Salvini, in gran parte già scritta ma rifiutata dalla Lega, che ha creato il dramma attuale sull’accoglienza dei migranti. La Lega alzerà i toni, pazienza, la sottolineatura dell’alternatività di questo governo conviene a tutti, inutile illudersi.
Fisco. Bene la sepoltura della flat tax e la riscoperta della progressività, come afferma la Costituzione che prevede che ciascuno contribuisca al fisco in rapporto alle sue capacità economiche. E’ tuttora insufficiente quanto previsto in materia di lotta all’evasione, era certamente necessaria qualche parola in più, ad esempio per escludere qualunque tipo di nuovo condono, sarebbe stata una novità importante. Costituire una cabina di regia per la lotta all’evasione e all’elusione potrebbe aiutare ad ottenere risultati migliori, alla pari dell’uso dell’informatica.
Autonomia differenziata. L’autonomia differenziata impostata dal precedente governo sotto la pressione della Lega è inaccettabile e le risposte nel programma e di Conte in parlamento sono inadeguate. Il pericolo che l’autonomia regionale differenziata rompa l’unità nazionale è seria, fino a provocare l’abbandono del Sud a sé stesso. Non si tratta solo di evitare slittamenti ulteriori che comportino l’abbandono del Sud, ma occorre rovesciare la tendenza attuale, che è verso un crescente divario Nord/Sud.
Sulla diminuzione dei parlamentari. Pur apprezzando l’impegno per una legge elettorale proporzionale, che rovesci la stupidità del rosatellum, che per di più avrebbe premiato la Lega in caso di elezioni anticipate, resta il fatto che la riduzione dei parlamentari provocherà di fatto il raddoppio della soglia di accesso al parlamento, insieme ad una insufficiente rappresentanza territoriale per intere aree del paese. Semmai il vero problema sarebbe riformare il parlamentarismo paritario.
La novità politica è che se fallisce questo governo la vittoria della Lega potrebbe essere solo rimandata. Per evitare questa iattura occorrono forza e coraggio nelle scelte, ma perchè questo avvenga occorre che entrino in campo i cittadini, facendo valere il loro punto di vista. Colpisce che da versanti diversi ci siano in questi giorni messaggi rivolti al nuovo governo che preannunciano iniziative, voglia di farsi sentire. Può perfino diventare un aiuto, certo, ma non sarà un sostegno gratuito perchè tutte chiedono novità politiche, chiedono di respingere le derive, di fare vivere quello che altrimenti potrebbe restare solo scritto nel programma. La crisi e soprattutto la sua soluzione sono avvenute attraverso scelte che non hanno coinvolto i cittadini. Non solo perchè era agosto. Ora occorre fare entrare in campo i cittadini, anche perchè il governo da solo non avrebbe forza sufficiente per fare scelte innovative, socialmente importanti. La partecipazione deve imporsi, con una totale autonomia dal governo e deve pretendere risposte.
IN QUESTA FASE PARTECIPAZIONE E AUTONOMIA DEBBONO PIÙ CHE MAI ANDARE INSIEME.
Occorre cambiare registro, senza attendere le chiamate dal governo, le sue indicazioni, anzi per il bene di tutti occorre che si sviluppino vigilanza, partecipazione organizzata, in tutte le forme possibili cercando di portare settori importanti dell’opinione pubblica a dire la loro con la forza di chi sa che per farsi ascoltare occorre autonomia politica, determinazione, coraggio di andare controcorrente. Se qualcuno pensa di ricondurre le scelte all’interno del governo e della sua piattaforma sta lavorando, consapevole o meno, per la fine di questa esperienza e per una crisi della democrazia che abbiamo conosciuto dalla Liberazione ad oggi. Il senso della sfida per tutti deve essere ben chiaro. Alfiero Grandi.

6 – IL PENSIERO CRITICO CONTEMPORANEO ALL’UNIVERSITÀ BICOCCA. MILANO. DAL 21 NOVEMBRE IL CORSO SULLA TEORIA CRITICA DELLA SOCIETÀ DAL FEMMINISMO AL QUEER, DAL MARXISMO ALL’ANTIRAZZISMO di Etienne Balibar.. Si chiudono il prossimo 14 ottobre le iscrizioni al corso di perfezionamento in Teoria critica della società che si svolgerà presso l’Università di Milano-Bicocca a partire dal 21 novembre.

Il nome del corso fa riferimento alla teoria francofortese, e in particolare a Horkheimer, ma il progetto è in realtà più vasto. Lo scopo è quello di dar vita ad una sorta di enciclopedia dei saperi critici contemporanei, a uso e consumo delle giovani generazioni.

In questo senso il corso, inaugurato nel 2014 e costruito inizialmente attorno a un nucleo di insegnamenti classici (Teoria della storia, Economia e società, Diritto e stato, Filosofia critica contemporanea, Antropologia, psicoanalisi) si è arricchito di anno in anno di nuovi insegnamenti come Teorie postcoloniali, Teorie queer, Femminismo e marxismo, Teoria dello spazio urbano, Studi globali sul lavoro, Ecologia politica e, in quest’ultimo anno, anche Disability studies e Cinema e teoria.

Fin qui, il corso si è inoltre giovato del contributo di alcuni tra i più importanti intellettuali marxisti e postmarxisti italiani e di alcune figure di straordinario spicco internazionale, Come, tra gli altri, Etienne Balibar, Emmanuel Terray, Cinzia Arruzza e il vicepresidente dello Stato plurinazionale di Bolivia, Alvaro Garcia Linera. Per informazioni: teoriacriticasocieta@unimib.it www.unimib.it/tcsni

7 – La scissione del piccolo monarca. In uno scenario politico/elettorale che forse virerà verso il proporzionale, se «l’intruso» Renzi se ne va dal Pd e tenta di fare un suo partito, è, almeno in parte, nella natura delle cose. Perché sotto un altro punto di vista, la scissione potrebbe essere interpretata soprattutto come conseguenza di un comportamento narcisistico, tipico delle persone di potere incapaci di accettare le proprie sconfitte e di restare «in fila», come si fa di solito in democrazia ( di Norma Rangeri
Comunque nella attuale e profonda ristrutturazione del sistema politico, tutti i soggetti vecchi, nuovi e in costruzione, sono in movimento. Adesso si sta smontando un equilibrio che con i 5Stelle era diventato tripolare e però non stava più in piedi. C’è una destra, forte, che si ristruttura e diventa fascio-leghista; e all’opposto un centrosinistra che con Zingaretti tenta di riaccreditarsi come forza di governo in alleanza con i pentastellati (schema che probabilmente si riproporrà anche alle prossime elezioni regionali, mascherato dalle liste civiche).
Se questa è la situazione, appare evidente che gli spazi per chi è motivato da una forte smania di potere, si restringono.
Matteo Renzi alla fine ha rivelato il nome della sua creatura: «Italia viva»; ma se fosse una fiction potrebbe essere «Casa Renzi»: una piccola monarchia che prima di affrontare prove elettorali deve crescere e ha quindi bisogno di tempo.

E tuttavia rischiosa per il governo. Anche se, per quanto il soggetto sia poco affidabile, Renzi dice che lo appoggerà (e a Conte fischiano le orecchie), che non parteciperà a elezioni comunali e regionali (che potrebbe essere il primo vero banco di prova per pesare i rapporti di forza).

L’ex segretario del Pd, anzi ex iscritto al Pd, sostiene che vuole costruirsi il ruolo di nemico numero uno di Salvini, l’avversario da battere. E per raggiungere l’obiettivo tornerebbe utile una prospettiva di legislatura di un governo appena nato, proprio con Renzi nel ruolo di levatrice. L’uscita dal partito democratico può, senza dubbio, aver sorpreso per i tempi scelti. Ma non per la sostanza, vista l’allergia a giocare un ruolo subalterno, più che correntizio, nello sfibrato Pd.

E tuttavia va preso atto che il Partito democratico da oggi è indebolito, che il centro-sinistra è più spaccato, e che quanto è accaduto nell’ultimo anno e mese (un ribaltamento totale dei comportamenti e delle scelte da parte della Lega, del M5S e del Pd), sta rimescolando le carte della politica italiana.

Fino al 4 marzo dello scorso anno, tutto si reggeva in equilibrio. Oggi non più: si gioca una partita a due, ma con più «primedonne» in campo.

Il cambiamento che vediamo potrebbe portare novità anche nell’area dispersa e ondivaga della sinistra, per giocare un ruolo importante, come ha fatto e sta facendo per esempio sul terreno delle migrazioni, del clima, del modello di sviluppo, del diritto ad avere diritti.
Ma ad una condizione: facendo esattamente l’opposto rispetto a Renzi. E quindi puntando sull’unità, non sulla divisione. Puntando sulle donne e sugli uomini, sul collettivo, più che sul potere individuale: di questi capipopolo pronti a rompere tutto se gli togli il giocattolo, il paese non ha bisogno.

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