19 09 14 NEWS DAI PARLAMENTARI ELETTI ALL ESTERO ED ALTRE COMUNICAZIONI

1 – Linea Mattarella: «Il patto di stabilità va riesaminato»
2 – la lista dei 42 sottosegretari del conte 2. Sono 42 i nuovi sottosegretari e vice ministri varati in consiglio dei ministri. Il movimento 5stelle porta a casa 21 sottosegretari e 6 viceministri
3 – Oltre la retorica, a sinistra la sfida delle politiche sociali Il Conte 2 e noi. I problemi legati al rapporto tra impresa e lavoro non riescono mai a entrare in un’agenda di governo, mentre è proprio da questi problemi che deriva gran parte della rabbia sociale contemporanea
4 – Soggezione, sfruttamento e omertà. Verità nascoste. «Le relazioni di sfruttamento sono relazioni di dipendenza. Fondate sull’assenza di reciprocità, sono concepite da chi le impone, e percepite da chi le subisce, come prive di alternativa. Non è in gioco solo la paura della ritorsione, ma anche quella, più insostenibile, di perdere il proprio posto nel mondo»
5 – E’ un patto d’armistizio. Se fallisce la vittoria della Lega è solo rinviata,
6 – I sette peccati capitali del giornalismo. Il cambiamento climatico non può rientrare nelle tradizionali categorie politiche. Ma il giornalismo continua a cadere nella trappola. I mezzi d’informazione non ci impongono cosa dire, ma sono loro a decidere di cosa parliamo e a cosa pensiamo. Le crisi non vengono mai sole.

1 – LINEA MATTARELLA: «IL PATTO DI STABILITÀ VA RIESAMINATO» I CONTI DI CONTE. IL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA CHIEDE NUOVE REGOLE SU COESIONE E CRESCITA IN UN NON CONVENZIONALE MESSAGGIO AL FORUM AMBROSETTI DI CERNOBBIO. “IL RIESAME PUÒ CONTRIBUIRE A UNA NUOVA FASE, RILANCIANDO GLI INVESTIMENTI IN INNOVAZIONE, RETI, INNOVAZIONE, EDUCAZIONE E RICERCA”. IL PROGETTO DI GUALTIERI (MEF) SULLA «REGOLA D’ORO»: INVESTIMENTI SCORPORATI DAL CALCOLO DEL DEFICIT . di Roberto Ciccarelli da Il Manifesto.

«Coesione e crescita sono gli obiettivi ai quali guardare e il necessario riesame delle regole del Patto di stabilità può contribuire a una nuova fase, rilanciando gli investimenti in infrastrutture, reti, innovazione, educazione e ricerca» ha scritto il presidente della Repubblica Sergio Mattarella in un messaggio non convenzionale al Forum Ambrosetti di Cernobbio letto ieri dall’ex premier Enrico Letta. Il testo raccoglie le linee programmatiche del governo «Conte Due» organiche a quelle della nuova Commissione Ue sostenuta dal voto risolutivo dei Cinque Stelle, oltre che del Pd.

IL «RIESAME» del patto di stabilità a cui ha accennato Mattarella non è scontato, ma a suo favore giocano le valutazioni convergenti di Christine Lagarde che andrà alla Bce dal primo novembre e le aperture della neo-presidente della commissione Ue, la tedesca Ursula Von Der Leyen. Il progetto avrebbe anche il consenso della Francia di Macron. Lo ha sostenuto ieri il ministro francese delle finanze Bruno Le Maire che da Cernobbio ha rilanciato la sua proposta di «un compact per la crescita». Il progetto è stato descritto dall’attuale ministro dell’Economia Roberto Gualteri che, a suo tempo, la formalizzò in un emendamento al Patto di stabilità e al Fiscal Compact che è stato a suo tempo respinto. Si tratta di rinominare il patto di stabilità in «patto di stabilità e crescita con una golden rule sugli investimenti a fianco di un’adeguata capacità di bilancio comune» ha scritto Gualtieri in una sintesidelle sue attività da presidente della Commissione per i problemi economici e monetari al parlamento europeo. La regola d’oro permetterebbe di garantire gli investimenti ritenuti necessari per la «crescita» in un momento di prossima recessione dell’economia tedesca e di stagnazione di quella italiana insieme ai parametri dell’austerità fra gli stati membri dell’Ue. Si vuole così rendere stabile quella che oggi si chiama politica della «flessibilità», resa possibile da un ammorbidimento del patto di stabilità e del Fiscal Compact rispetto al vincolo del pareggio di bilancio. È la norma che ha permesso di finanziare, tra gli altri, provvedimenti occasionali, di dubbia giustizia e utilità, come gli 80 euro di Renzi o gli incentivi alle imprese del Jobs Act per 18 miliardi di euro nel triennio 2015-2018.

IL PROGETTO ha trovato un riscontro nelle intenzioni enunciate da Von Der Leyen il 16 luglio scorso: «Userò tutta la flessibilità possibile del patto di stabilità e crescita per creare un contesto fiscale più favorevole alla crescita, pur salvaguardando la responsabilità fiscale» ha spiegato. La flessibilità del patto di stabilità non implica il suo superamento, ma la sua ristrutturazione. La riforma dovrebbe essere inoltre accompagnata dalla definizione di uno «strumento di bilancio per la convergenza e la competitività nella zona euro», dal completamento dell’unione bancaria e da un «sistema europeo di riassicurazione delle indennità di disoccupazione», un meccanismo di cui si parla da almeno quattro anni e che potrebbe potenziare i sistemi di workfare in Europa, quello introdotto in Italia con il «reddito di cittadinanza»: un sussidio pubblico in cambio di lavoro obbligatorio fino a 16 ore a settimana e mobilità fino a oltre 500 km da casa. Norme che, al momento, il «Conte Due» trova «normali» anche se non hanno riscontro in Europa per la loro ferocia.

«UNITAMENTE al rafforzamento del coordinamento delle politiche economiche, utili ad accompagnare le trasformazioni produttive e del lavoro – ha aggiunto Mattarella nel messaggio – vanno fatti passi avanti per una fiscalità europea che elimini forme di distorsione concorrenziale e affronti, invece, il tema della tassazione delle grandi imprese multinazionali, per un sistema equo e corretto». Il progetto trova una consonanza con Von Der Leyen che intende correggere la concorrenza fiscale tra i paesi Ue che praticano mega sconti alle multinazionali. Con la «Web tax» questo è un obiettivo mai realmente sviluppato, auspici e lavori preparatori dell’Ocse a parte. Sul tavolo restano le multe miliardarie comminate dall’ex commissaria alla concorrenza Margrethe Vestager a Amazon o Google. In questa posizione potrebbe ritrovarsi l’ex premier italiano Paolo Gentiloni, punto terminale della filiera istituita dal Pd con l’incarico di Gualteri a via XX settembre e Enzo Amendola agli affari europei. La triade garantisce la compatibilità social-liberale del governo nel perimetro della legittimità politica ristabilita dopo il programmatico e spettacolare harakiri politico del «sovranista» Salvini.

ANCHE le parole di Mattarella sui cambiamenti climatici trovano un conforto nella nuova commissione che sostiene un «piano di investimenti per l’Europa sostenibile», di conversione di «parti della Banca europea per gli investimenti in banca per il clima» e un taglio delle emissioni di Co2 di almeno il 50% entro il 2030. In questo quadro rientrerebbero gli investimenti sul «lavaggio verde» del capitalismo e su welfare, scuola e università annunciati dal Conte Due insieme alla riduzione del cuneo fiscale per i lavoratori, il taglio delle tasse alle imprese e i fondi per sterilizzare Iva e spese indifferibili pari a 28 miliardi di euro. C’è molto ottimismo all’alba della nuova, probabile, recessione.

2 – LA LISTA DEI 42 SOTTOSEGRETARI DEL CONTE 2. SONO 42 I NUOVI SOTTOSEGRETARI E VICE MINISTRI VARATI IN CONSIGLIO DEI MINISTRI. IL MOVIMENTO 5STELLE PORTA A CASA 21 SOTTOSEGRETARI E 6 VICEMINISTRI.
Il Pd ne ha 18 più 4 viceministri. A Leu 2 sottosegretari e alle Autonomie del Maie 1 (come nel governo con la Lega). Il giuramento è previsto per lunedì 16 settembre.

PROGRAMMAZIONE ECONOMICA E INVESTIMENTI
Mario Turco (M5s)
EDITORIA
Andrea Martella (Pd)
Rapporti Parlamento
Simona Malpezzi (Pd)
Gianluca Castaldi (M5s)
AFFARI EUROPEI
Laura Agea (M5s)
ESTERI
Marina Sereni vice ministra (Pd)
Emanuela Del Re vice ministra (M5s)
Ivan Scalfarotto (Pd)
Manlio Di Stefano (M5s)
Ricardo Merlo (Maie)
INTERNO
Vito Crimi vice ministro (M5s)
Matteo Mauri vice ministro (Pd)
Achille Variati (Pd)
Carlo Sibilia (M5s)
GIUSTIZIA
Vittorio Ferraresi (M5s)
Andrea Giorgis (Pd)
DIFESA
Angelo Tofalo (M5s)
Giulio Calvisi (Pd)
ECONOMIA
Antonio Misiani (Pd) vice ministro
Laura Castelli (M5s) vice ministra
Pierpaolo Baretta (Pd)
Alessio Villarosa (M5s)
Cecilia Guerra (LeU)
MISE
Stefano Buffagni (M5s) vice ministro
Alessandra Todde (M5s)
Gianpaolo Manzella (Pd)
Mirella Liuzzi (M5s)
Alessia Morani (Pd)
POLITICHE AGRICOLE
Giuseppe Labate (M5s)
AMBIENTE
Roberto Morassut (Pd)
INFRASTRUTTURE
Giancarlo Cancelleri (M5s) viceministro
Roberto Traversi (M5s)
Salvatore Margiotta (Pd)
LAVORO
Stanislao Di Piazza (M5s)
Francesca Puglisi (Pd)
ISTRUZIONE
Anna Ascani (Pd) viceministro
Lucia Azzolina (M5s)
Giuseppe De Cristofaro (Leu)
CULTURA
Anna Laura Orrico (M5s)
Lorenza Bonaccorsi (Pd)
SALUTE
Pierpaolo Sileri (M5s) viceministro
Sandra Zampa (Pd) sottosegretario

E DOPO TANTE PAROLE, PASSIAMO AI FATTI.

3 – OLTRE LA RETORICA, A SINISTRA LA SFIDA DELLE POLITICHE SOCIALI IL CONTE 2 E NOI. I PROBLEMI LEGATI AL RAPPORTO TRA IMPRESA E LAVORO NON RIESCONO MAI A ENTRARE IN UN’AGENDA DI GOVERNO, MENTRE È PROPRIO DA QUESTI PROBLEMI CHE DERIVA GRAN PARTE DELLA RABBIA SOCIALE CONTEMPORANEA ( di Loris Caruso )
Da subito, a partire dal programma, la nuova maggioranza di governo ha cercato di caratterizzarsi in senso sociale: salario minimo, periferie, casa, servizi pubblici, economia verde. Restano fuori da questo quadro, come sempre nei sistemi politici occidentali, i rapporti di lavoro, cioè il problema della precarietà e i temi legati a garanzie, diritti e condizioni del lavoro.
I problemi legati al rapporto tra impresa e lavoro non riescono mai a entrare in un’agenda di governo, mentre è proprio da questi problemi che deriva gran parte della rabbia sociale contemporanea. D’altra parte, il nuovo governo nasce con il placet di Ue, Trump e Confindustria, e Pd e 5 Stelle si sono sempre mostrati equidistanti tra impresa e lavoro (l’equidistanza tra il forte e il debole implica sempre vicinanza al più forte). Non è un governo che nasce per trasformare la realtà.
Tuttavia è un fatto rilevante anche che il Pd, per dar vita al governo e cercare di rilanciarsi, abbia dovuto stabilirsi per la prima volta, almeno sul piano della retorica, sul terreno del riformismo sociale. Il terreno discorsivo dei democratici è sempre stato quello degli equilibri di bilancio e delle compatibilità economiche, su cui si è basata fino all’ultimo anche la sua opposizione al governo giallo-verde. Oggi i leader Pd insistono invece nel dire che «bisogna capire il disagio sociale e dare risposte concrete». Le classi popolari tornano a essere presenti nel discorso politico. A cosa è dovuto questo cambiamento nella retorica politica dei democratici?

A tre fattori: i lunghi effetti della crisi economica; la sconfitta grave del 2018; l’alleanza con il populismo «sia di destra che di sinistra» del M5S. Bisogna riconoscere al M5S, anche senza provare alcuna simpatia per questo partito, di essere riuscito a condizionare il centro-sinistra molto più di quanto abbia fatto la sinistra radicale. Con tutte le ambiguità che contengono, provvedimenti e proposte come il reddito di cittadinanza, il salario minimo e il Decreto dignità sono stati accompagnati da una retorica di giustizia sociale e difesa dei settori popolari. Si deve quindi anche ai discorsi e alle azioni del populismo camaleontico dei 5 Stelle il ritorno dei temi sociali nell’agenda politica.

È sempre importante, soprattutto in fasi di crisi permanente dei sistemi politici (quello italiano lo è dal 2011), cercare di capire come si scompongano e riconfigurino i terreni egemonici su cui poggia il consenso politico. Il terreno egemonico su cui agiva il governo giallo-verde, e a cui si devono le punte elevatissime di consenso che ha raggiunto, può essere metaforicamente sintetizzato in tre parole: Hobbes, Rousseau e Stato sociale. La Lega interpretava il polo hobbesiano, la richiesta di obbedienza in cambio di sicurezza. Il M5S interpretava il binomio Rousseau (democratizzazione dei processi politici)-Stato sociale, cercando di caratterizzarsi come forza democratizzante che difende gli interessi popolari. Questi tre poli rappresentano in forme diverse un ritorno alla centralità (concreta o immaginaria) dello Stato, esigenza sentita dalla maggioranza dei cittadini, che leghisti e 5 Stelle cercavano di interpretare. La nuova maggioranza, rispetto a questo terreno egemonico, alleggerisce il polo-Hobbes (senza abbandonarlo) e cerca di caratterizzarsi sul piano della giustizia sociale.
Manca Rousseau, cioè il cambiamento delle forme e dei processi politici: deriva anche da questo la minore fiducia di cui gode rispetto all’esecutivo precedente?

Le tensioni che il nuovo governo presumibilmente vivrà, deriveranno soprattutto dalla distanza tra ciò che il Pd è stato fino a un mese fa e il terreno su cui cerca di attestarsi oggi: quanto ci metteranno gli equilibri di bilancio, le compatibilità economiche e la vicinanza alle imprese a creare cortocircuiti tra le retoriche e le politiche effettive?

C’è da capire anche cosa sarà della sinistra in questo contesto. Quella parlamentare è tutta nel governo. Quella extra-parlamentare è invisibile. Il governo Pd-5S-LeU ha solo un’opposizione di destra. Potrebbere nascerne una di sinistra? Sì, se non si opporrà al governo parlando da postazioni aliene linguaggi che raggiungono solo minoranze iper-politicizzate, ma lo incalzerà sul suo stesso terreno, chiedendo che sia realizzato bene quanto promesso (politiche sociali, svolta verde), e che sia incluso ciò che è stato escluso (il nodo dei rapporti di lavoro e la democratizzazione dei processi politici). Per essere credibile, questa critica potrà essere avanzata solo da un progetto interamente nuovo che si proponga di essere duraturo, che non potrà quindi essere lanciato da nessun partito attualmente esistente.

4 – SOGGEZIONE, SFRUTTAMENTO E OMERTÀ. VERITÀ NASCOSTE. «LE RELAZIONI DI SFRUTTAMENTO SONO RELAZIONI DI DIPENDENZA. FONDATE SULL’ASSENZA DI RECIPROCITÀ, SONO CONCEPITE DA CHI LE IMPONE, E PERCEPITE DA CHI LE SUBISCE, COME PRIVE DI ALTERNATIVA. Non è in gioco solo la paura della ritorsione, ma anche quella, più insostenibile, di perdere il proprio posto nel mondo» (di Sarantis Thanopulos, Angelo Mastandrea )

Angelo Mastrandrea: «Caro Sarantis, prendo spunto da una tua recente rubrica, dove citi la condizione delle cucitrici di scarpe per la grandi marche per raccontarti una cosa che non mi era mai accaduta. Denunciando il lavoro domestico al nero in un paesino del sud Italia, è accaduto che mi sono trovato contro non solo i padroncini subappaltatori ma le stesse lavoratrici pagate 50 centesimi al paio e in fin dei conti l’intera opinione pubblica locale. Mi è sembrata la reazione di una comunità impaurita e ripiegata su se stessa, assuefatta a un sistema che non si pensa possa cambiare. Mi viene in mente Rocco Scotellaro e il suo racconto della “zona grigia del risveglio contadino” nel Sud del dopoguerra, quel “qualunquismo povero fatto di impulsi e reazione non organizzati”. Oggi mi pare che il neoliberismo stia riuscendo a fare quello che neppure al fascismo era riuscito completamente: far credere agli sfruttati che sono sulla stessa barca degli sfruttatori. Nemmeno a dirlo, alle elezioni europee di maggio la Lega è risultata il primo partito. Tu cosa ne pensi?»

Sarantis Thanopulos: «Caro Angelo, la cosa è sconcertante, ma non incomprensibile. Queste donne sono abusate, ma quando le vittime dell’abuso non hanno la possibilità di opporsi, sono inermi perché il coltello ce l’ha dalla parte del manico chi abusa di loro, si identificano con lui (aggressore, invasore, sfruttatore). Attaccano inconsciamente la parte desiderante di sé perché la vivono come fragile e la disprezzano per la sua debolezza. Si difendono dal loro desiderio, reprimendolo, e si sentono, in un modo alienante, al sicuro. Gioca in tutto questo un ruolo importante l’inerzia: l’assoggettamento al bisogno, l’inseguimento della liberazione dalle tensioni e della stabilità che ferma il movimento della vita. Lavorare tutto il giorno, come pedine spersonalizzate di una catena di produzione ripetitiva, crea anestesia. Con gli sfruttatori si stabilisce un’uniformità psicologica: l’eccesso di venalità, materialità di questi ultimi, inerzia ugualmente la psiche. Denunciare lo sfruttamento in presenza di un’impotenza del desiderio può inimicarti le vittime. Tuttavia, è il primo passo per rompere il loro assoggettamento».

Angelo Mastrandrea: «Credo che giochi un ruolo fondamentale anche la paura. Una lavoratrice che cuciva borse per 10 euro al giorno, quando le ho chiesto perché non denunciava, ha risposto così: “Sai com’è, da noi se si viene a sapere che diciamo queste cose poi nessuno ci chiama a lavoro. Capisci? Per questo non posso dire niente”. Mi pare che quel “se si viene a sapere” indichi un sistema di controllo invisibile ma ramificato, che protegge lo sfruttatore. La sanzione per chi parla è l’isolamento nella comunità. Il regista Andrea D’Ambrosio mi ha detto che, quando doveva girare “Due euro l’ora”, ispirato alla morte di due lavoratrici al nero (una minorenne) nel rogo di un materassificio clandestino nel salernitano, è stato costretto a spostare il set a causa dell’omertà diffusa».

Sarantis Thanopulos: «La paura è, in effetti, fondamentale. Le relazioni di sfruttamento sono relazioni di dipendenza. Fondate sull’assenza di reciprocità, sono concepite da chi le impone, e percepite da chi le subisce, come prive di alternativa. Non è in gioco solo la paura della ritorsione, ma anche quella, più insostenibile, di perdere il proprio posto nel mondo. Un mondo visto dalla prospettiva dello sfruttatore, costruito sul diritto disumanizzante del più forte (del più avulso dal desiderio), che rende le comunità soggiogate omertose. La denuncia, amica della vita, che squarcia il velo dell’omertà, può andare incontro a diffidenza e ostilità, ma serve a incrinare il senso di “normalità” creato dalla psicologia della soggezione».

5 – E’ UN PATTO D’ARMISTIZIO. SE FALLISCE LA VITTORIA DELLA LEGA È SOLO RINVIATA, ARTICOLO DI ALFIERO GRANDI SABATO 7 SETTEMBRE 2019. UN SOSPIRO DI SOLLIEVO. LA FORMAZIONE DEL NUOVO GOVERNO CONTE ALLONTANA LA MINACCIA DI UNA VITTORIA ELETTORALE DI QUESTA DESTRA BECERA, REAZIONARIA, SANFEDISTA COAGULATA DALLA LEGA, CHE SUBISCE UNA BATTUTA D’ARRESTO PER L’AZZARDO FALLITO DI SALVINI.

Evitare di favorire l’avversario è importante anche per chi è perplesso sulla soluzione di governo, nella consapevolezza che ci sono opportunità che debbono essere colte, ma non è scontato che questa soluzione si trasformerà da successo tattico in una svolta. Del resto la peggiore destra in Italia è connessa ad un processo internazionale, variegato e contraddittorio, conseguenza di una globalizzazione subita, senza regole che sta generando reazioni estreme.
La composizione del governo non desta entusiasmi, qualche Ministro è ragione di critica non senza motivo, qualche altro desta perplessità.
Il programma contiene impegni positivi, condivisibili ma come la composizione del governo non desta entusiasmi perchè sono spunti nuovi a volte nascosti. Del resto la polemica aizzata dopo il 4 marzo 2018 tra i protagonisti non può sparire di colpo, senza nascondere che il rifiuto imposto da Renzi al Pd verso il M5S ha fatto perdere 14 mesi e lasciato macerie che l’aperturas attuale può nascondere.

Gli impegni importanti e nuovi sono all’interno di capitoli che contengono contrappesi e le rachidi fondamentali della futura azione di governo sono troppo pallide.

Qualunque sia il giudizio sugli esiti dei governi di centro sinistra del passato non si può negare che alcuni connotati erano nitidi, ora sono mescolati, quasi celati. Sembra più un armistizio che un programma. Forse non era possibile scrivere di più, comunque è difficile suscitare entusiasmi e in ogni caso mai come ora la coalizione vince o perde nell’insieme. Se il governo avesse la presunzione di racchiudere in sé le soluzioni commetterebbe un errore tragico, se vuole riuscire deve aprirsi alla società.

QUALCHE ESEMPIO.
E’ evidente l’impegno a cercare di uscire dalla stagnazione. I singoli propositi possono essere utili, ma a monte c’è un problema politico non risolto. L’Italia è entrata in difficoltà nel settore cardine delle esportazioni – causa Trump ed altro – su cui aveva puntato per uscire dalla crisi. Occorre una novità politica prima che di tecnica di governo. La novità è ridare peso ed importanza ai sindacati e agli altri soggetti sociali, finora pressoché ignorati, ridotti a lobbies, rendendoli coprotagonisti delle scelte di fondo da compiere. Questo obbligherebbe il governo a definire obiettivi, a discuterli, a cercare intese su cui fare confluire impegni convergenti dei soggetti sociali, altrimenti i singoli interventi sono slegati tra loro. Il governo e il parlamento hanno sempre la possibilità di decidere in ultima istanza, ma oggi serve un impegno corale straordinario che faccia uscire i singoli dal proprio particolare, terreno che favorisce la destra peggiore.

EUROPA. La crisi di Johnson è il fallimento di un estremismo autoreferenziale, con una forzatura che ricorda Salvini, e questo offre all’Europa la possibilità di contrattaccare per tentare di evitare non solo il no deal ma forse un ripensamento della Brexit. Rilanciare un’idea di Europa diversa da quella conosciuta, egemonizzata dall’austerità, è indispensabile perchè non si affronta uno scontro tra visioni del futuro senza una visione lunga. L’Italia ora ha un netto indirizzo europeista, ma non basta, occorre che si proponga protagonista di una linea di riforma della Ue non solo per avere più spazio per il nostro bilancio pubblico ma per mettere in comune gli investimenti decisivi per il futuro: ambiente, lavoro, innovazione, salute, capitolo ignorato nella discussione nei trattati con altre aree del mondo.

SAREBBE UN MODO NUOVO DI PORRE LO SCORPORO DEGLI INVESTIMENTI DAL DEFICIT PUBBLICO.
Su migranti e accoglienza, integrazione vedremo in concreto, ma è certo che occorre esporre una linea alternativa a quella di Salvini che ha creato il dramma nell’accoglienza dei migranti. La Lega alzerà i toni, pazienza, la sottolineatura della diversità di questo governo conviene a tutti, inutile illudersi. Sul fisco va bene la sepoltura della flat tax e la riscoperta della progressività, un rilancio della lotta all’evasione, ma una premessa per escludere qualunque tipo di nuovo condono sarebbe stata importante. Una cabina di regia per la lotta all’evasione e all’elusione potrebbe aiutare ad ottenere risultati migliori.

SULL’AUTONOMIA DIFFERENZIATA delle regioni le posizioni sono ambigue. Il pericolo di rompere l’unità nazionale è troppo serio, l’abbandono del Sud inaccettabile. Non basta evitare slittamenti ulteriori ma occorre rovesciare la tendenza ad un crescente divario.

Sulla diminuzione dei parlamentari va bene il legame con una legge elettorale proporzionale, che rovesci la stupidità del rosatellum. Resta il fatto che la riduzione dei parlamentari provocherà il raddoppio di fatto della soglia di accesso al parlamento, insieme ad una insufficiente rappresentanza territoriale. Meglio una camera sola ma rappresentativa del paese.

Se fallisce questo governo la vittoria della Lega potrebbe essere solo rimandata. Per evitare questo disastro occorre che acquisti forza e coraggio nelle scelte, ma per questo obiettivo occorre che entrino in campo i cittadini, diventando protagonisti di questa fase politica. Entrando in campo pretenderanno novità politiche, respingeranno le derive, altrimenti sarà dura. Il governo dovrebbe comprendere che da solo non andrà lontano. La soluzione della crisi è avvenuta attraverso senza coinvolgere i cittadini.

Ora occorre cambiare registro, senza attendere le chiamate dal governo, se ci saranno. La partecipazione democratica è decisiva. Se qualcuno pensa di ridurre le scelte ad un fatto interno al governo sta scrivendo, consapevole o meno, la fine di questa esperienza e una crisi della democrazia che abbiamo conosciuto dalla Liberazione ad oggi e l’attuazione della Costituzione ne è l’architrave. Alfiero Grandi

6 – I SETTE PECCATI CAPITALI DEL GIORNALISMO. IL CAMBIAMENTO CLIMATICO NON PUÒ RIENTRARE NELLE TRADIZIONALI CATEGORIE POLITICHE. MAIL GIORNALISMO CONTINUA A CADERE NELLA TRAPPOLA. I MEZZI D’INFORMAZIONE NON CI IMPONGONO COSA DIRE, MA SONO LORO A DECIDERE DI COSA PARLIAMO E A COSA PENSIAMO.
LE CRISI NON VENGONO MAI SOLE.

Negli ultimi trent’anni la comunità internazionale sarebbe stata perfettamente in grado di risolvere la questione del riscaldamento globale. Almeno questa era l’impressione alla conferenza mondiale sul clima che si svolse a Toronto nel 1988. Scienziati e politici erano d’accordo sul fatto che le temperature stavano aumentando e che la causa erano le attività umane. Ed erano d’accordo sul fatto che bisognava agire quanto prima. Nella dichiarazione conclusiva esprimevano con estrema chiarezza “la necessità di decisioni politiche immediate” per limitare le emissioni di anidride carbonica. Ma, come sappiamo non è successo niente di simile, anzi: le emissioni hanno continuato ad aumentare.
Questo fallimento politico è stato accompagnato dal fallimento dei mezzi d’informazione. Se la politica non ha reagito alla crisi climatica, non lo hanno fatto neanche i giornali, le radio e le televisioni. Dopo la conferenza di Toronto i mezzi d’informazione non sono stati in grado di raccontare correttamente il riscaldamento globale e di spiegare le possibili misure per affrontarlo, né di esigere che la politica le mettesse in atto. La crisi climatica ha origini oggettive, ma ha potuto diventare così grave solo perché è andata di pari passo con una crisi dell’informazione che oggi, con le notizie false e le campagne di disinformazione su internet, ha raggiunto un nuovo apice.
Per crisi dell’informazione intendiamo il peggioramento delle condizioni in cui si articola il discorso pubblico. È un processo che ha molte cause: per citarne solo alcune, la deregolamentazione del mercato globale dei mezzi d’informazione negli anni ottanta e novanta, il trionfo delle tv private e – per quanto riguarda gli Stati Uniti – delle radio conservatrici, la crescente pressione degli indici d’ascolto, la crisi della carta stampata dovuta alla diffusione di internet e l’aumento della disinformazione, spesso ma non sempre proveniente dalla Russia. Per capire la crisi climatica bisogna analizzare questa crisi della comunicazione.
Ma il fallimento dei mezzi d’informazione va oltre le cause strutturali. È possibile individuare sette “peccati capitali” del giornalismo, che hanno contribuito a creare una situazione in cui le argomentazioni ragionevoli e i dati scientifici sono praticamente ignorati, non riescono a imporsi e a esercitare una pressione sulla politica.
A questi sette peccati capitali si possono ricondurre tutti i più gravi difetti dei servizi giornalistici sul cambiamento climatico. L’aspetto peggiore è che quando il giornalismo affronta la crisi climatica, si perde in singole questioni senza collegarle alle altre. Quando si affronta la questione energetica, per esempio, non è in gioco solo qualche posto di lavoro in più o in meno, ma il tipo di sistema politico in cui vogliamo vivere in futuro. Bisogna dimostrare che la crisi climatica è stretta- mente legata alla crisi della democrazia, che democrazia e clima sono entrambi minacciati. Una cosa è certa: chi continua ad abbandonarsi ai sette peccati capitali del giornalismo contribuisce ad accelerare una catastrofe che danneggia la convivenza umana e la natura come nessun’al- tra. E se pensa di potersela cavare dicendo che non poteva sapere a che livelli fosse arrivato il riscaldamento globale e a quale catastrofe avrebbe condotto, sappia che, alla luce delle conoscenze scientifiche e degli allarmi lanciati da tempo, questa non è più una giustificazione valida, anzi: è parte integrante del primo peccato mortale.

PRIMO: PROMUOVERE I DIBATTITI SBAGLIATI
Tra i climatologi c’è sempre stato un consenso maggiore di quello che i mezzi d’informazione vogliono vedere. Certo, il compito dei giornalisti non è annuire ogni volta che uno scienziato sostiene di aver fatto una scoperta. Un giornalismo critico e scettico, che fa le pulci a ogni teoria mettendola a confronto con punti di vista diversi, è alla base della democrazia. Nel caso del cambiamento climatico, però, si è andati ben oltre: anche quando il consenso scientifico sul nesso tra l’emissione di anidride carbonica e il riscaldamento globale si era ormai affermato da anni, molti mezzi d’informazione hanno continuato a trasmettere l’impressione che il tema fosse ancora discusso dal punto di vista scientifico, che le incertezze fossero ancora molte, che ancora scarseggiassero conoscenze precise.
La storica della scienza Naomi Oreskes ha documentato la discrepanza tra la ricerca scientifica e quello che riferivano i mezzi d’informazione, analizzandogli articoli usciti sulla stampa specializzata tra il 1993 e il 2003: su 928 articoli che contenevano le parole “cambiamento climatico globale”, Oreskes non ne ha trovato neanche uno che smentisse la tesi secondo cui il riscaldamento è causato dall’attività umana. Analizzando giornali e tv, invece, questa posizione si riscontra in un risultato su due. Uno dei motivi è che il giornalismo pensa di avere il dovere dell’equidistanza, e quindi dà la parola anche alla controparte. Ma il risultato è un’assurdità statistica. In Germania, per esempio, il 97 per cento degli scienziati è convinto che l’umanità abbia un ruolo nel riscaldamento globale. Ma nell’unico dibattito che la tv tedesca ha dedicato al cambiamento climatico nel 2017, in studio c’erano un climatologo e uno scettico del cambiamento climatico. Se gli autori avessero voluto essere davvero equilibrati, insieme allo scettico avrebbero dovuto invitare 32 o 33 so stenitori della responsabilità umana, oppure organizzare decine di dibattiti senza neanche un negazionista.
Ma l’eccessiva visibilità offerta a posizioni scientificamente marginali è dovuta anche a un altro fattore, probabilmente più importante, legato al modo in cui i mezzi d’informazione funzionano. Nel mondo del giornalismo è un luogo comune che l’effetto è più importante delle condizioni che lo determinano, che il singolo emoziona più del gruppo, che il conflitto è più interessante del consenso e che un fatto non è degno di essere raccontato se si limita a spiegare qualcosa senza costituire una novità o accendere una discussione. Non c’è da meravigliarsi se i mezzi d’informazione riprendono con entusiasmo ogni nuova spiegazione fantasiosa del cambiamento climatico e ogni obiezione degli scettici, per quanto infondata sia. E non c’è da meravigliarsi se il dibattito va avanti fino alla nausea.
È solo negli ultimi due o tre anni che i mezzi d’informazione più autorevoli hanno cominciato a fare il loro dovere. Nel 2018 la Bbc ha ammesso i suoi errori e ha diffuso delle linee guida interne su come parlare del cambiamento climatico, mettendo in guardia da questa erronea equidistanza: “Essere imparziali non significa dare spazio a chi nega il cambiamento climatico, allo stesso modo in cui non si può negare che sabato scorso il Manchester United ha vinto 2 a o”.
Oggi la negazione del cambiamento climatico si ritrova confinata negli angoli più bui dei social network e dei canali stranieri di propaganda come RT e Sputnik. Ma non c’è da stare tranquilli, visto che il peccato capitale del finto dibattito continua a infestare il giornalismo, anche se in un’altra forma. Invece di concentrarsi sull’esistenza del cambiamento climatico e sull’eventuale responsabilità degli esseri umani, oggi si discute di questioni come questa: le automobili elettriche servono davvero a limitare le emissioni? Anche questi sono temi su cui c’è un consenso scientifico che i mezzi d’informazione ignorano, perché preferiscono le discussioni accese e forse anche perché spesso non vogliono mettere in dubbio il modello di business dell’industria dei combustibili fossili. La comunità scientifica è convinta che i veicoli elettrici possano dare un importante contributo alla lotta contro il riscaldamento globale, a patto che siano prodotti e alimentati con energia proveniente da fonti rinnovabili. Chiaramente gli effetti positivi dell’auto
elettrica svaniscono se l’energia viene ricavata dal carbone 0 dal petrolio. Questa ovvietà sarebbe la grande scoperta degli scettici! Ripetendo questo argomento fasullo contro le auto elettriche, magari anche citando qualche ricerca, si dà l’impressione che la mobilità elettrica sia ancora un tema controverso e dibattuto nella comunità scientifica.

SECONDO: RELEGARE LA CRISI CLIMATICA TRA LE SCIENZE NATURALI
Il secondo peccato mortale del giornalismo è relegare la questione del cambiamento climatico nell’angolo delle scienze naturali. I rapporti che contengono previsioni scientifiche sempre più precise sono moltissimi. I calcoli su quanto e con quale velocità aumentano le temperature e il livello dei mari sono aggiornati e pubblicati ; di continuo. Tutto questo culmina nel clamore che accompagna le conferenze mondiali sul clima: i climatologi lanciano i loro appelli preoccupati, mentre i politici, con la loro sola presenza, trasmettono al pubblico la sensazione che qualcuno si stia occupando seriamente del problema, indipendentemente dal giudizio degli scienziati sul successo dell’evento. Come ha mostrato uno studio del sociologo Michael Brùggemann gli esperti, con l’eccezione della conferenza di Parigi del 2015, hanno sempre considerato questi eventi dei fallimenti catastrofici.
Per intendersi, parlare dei risultati scientifici è importantissimo, ma è una condizione necessaria e non sufficiente per costruire un discorso razionale sul clima. Oltre agli aspetti scientifici della crisi climatica, il giornalismo dovrebbe evidenziare anche le implicazioni sociali, culturali, geostrategiche, economiche, storiche, psicologiche e comunicative; finora, però, questi aspetti sono stati trascurati. La questione del riscaldamento globale sembra essere di esclusiva pertinenza della scienza, e sono pochi i giornalisti di altri settori che hanno il coraggio di avventurarsi in questo campo minato. Il risultato è che l’argomento viene proposto sempre nello stesso identico modo, e il giornalismo climatico risulta sempre più scialbo.
Il cambiamento climatico non è un argomento riservato agli esperti. Prendendo in prestito un concetto del sociologo Marcel Mauss, lo si potrebbe definire un “fatto sociale totale”, che ha implicazioni per tutti gli aspetti della nostra vita sociale. Ci sono cosi tante cose da dire, scrivere e filmare sulla crisi climatica. Qual è la sua storia intellettuale? Quali sono le sue conseguenze per l’arte e la letteratura? Quale modello di istruzione serve per affrontarlo? Cosa succederà ai paesi esportatori di petrolio, che sono sempre più a disagio? La Russia, per esempio, trarrà vantaggio dal cambiamento climatico, ma con la svolta energetica perderà gran parte delle sue entrate in valuta estera. L’occidente dovrà aiutarla a livello finanziario? E come? Se a partire dal 2050 non si potrà più emettere anidride carbonica, come stabilito dall’accordo di Parigi, quali saranno le conseguenze per il Medio Oriente ? Qual è il vero costo della svolta energetica rispetto a quello dell’energia fossile, che riceve molte più sovvenzioni di quella rinnovabile e di cui bisognerebbe contabilizzare anche i costi ambientali?
È molto raro sentir parlare di questi temi. La crisi climatica è la sfida più grande che l’umanità abbia mai dovuto affrontare, ma per i mezzi d’informazione è un tema di secondaria importanza, di cui si occupa solo una manciata di giornalisti esperti di scienze naturali.

TERZO: RITENERE IL CAMBIAMENTO CLIMATICO UN TEMA DEI VERDI
Dato che è un “fatto totale”, il cambiamento climatico non può rientrare nelle tradizionali categorie politiche. Eppure il giornalismo continua a cadere in questa trappola, accostandolo alla “sinistra” o ai verdi. È come dire che la democrazia è una cosa di sinistra perché nell’ottocento è stata sostenuta soprattutto dai partiti progressisti, mentre la destra propendeva per la monarchia. Oggi però molti politici schierati per la difesa del clima sono conservatori, come il repubblicano statunitense George Shultz.
Ogni partito può trovare un motivo per lottare contro il cambiamento climatico: i conservatori la salvaguardia del creato, i liberali il concetto di libertà responsabile, i socialisti l’organizzazione razionale del rapporto tra società e natura e i verdi l’idea che il mondo appartiene alle generazioni future. Anche l’estrema destra avrebbe i suoi motivi per sostenere le energie rinnovabili: è difficile spiegare ai nazionalisti perché il funzionamento di un paese dipende dall’importazione di fonti di energia straniere come il petrolio dei “terroristi” mediorientali o della Russia degli oligarchi.
Per i liberali i motivi per tutelare il clima sono ancora più evidenti. Cosa può esserci di più liberale dell’idea di agire oggi, prima di essere costretti a farlo da una catastrofe? Perché i liberali continuano a difendere le fonti fossili, che ricevono enormi sovvenzioni pubbliche, mentre in molti paesi l’energia eolica e quella solare sono già in grado di produrre elettricità a costi ben più contenuti? I princìpi del libero mercato e dell’innovazione avrebbero dovuto già da tempo spingerli a sostenere le energie rinnovabili.
La lotta contro il cambiamento climatico va oltre le categorie politiche di destra e sinistra. La svolta energetica è un’opportunità per tutti i partiti: ognuno potrebbe inserirla nel proprio programma, modernista, nazionalista, solidale, anticapitalista o conservatore che sia. Il grande errore dei mezzi d’informazione è non vedere questi nessi. O meglio, averli persi di vista: negli anni ottanta, quando si cominciò a J parlare del rischio di una catastrofe climatica, tra i politici e sui mezzi d’informazione c’era un ampio consenso sulla necessità di agire subito, perfino negli Stati Uniti. Il Gruppo intergovernativo di esperti sul cambiamento climatico (Ipcc) fu istituito con il sostegno del presidente statunitense conservatore Ronald Reagan. Oggi invece molti repubblicani considerano il loro nemico numero uno.
L’industria dei combustibili fossili ha avuto un ruolo fondamentale nella politicizzazione del dibattito, soprattutto negli anni novanta e duemila. La propaganda è ben documentata, ma i mezzi d’informazione hanno fatto del loro meglio per contribuire a questa polarizzazione. La logica della rappresentazione proporzionale continua a determinare lo spazio riservato al cambiamento climatico, quando invece i mezzi d’informazione dovrebbero evidenziare i casi in cui i partiti non riescono a cogliere il punto. Ma se la politica ambientale è considerata solo un tema dei verdi, non può ricevere troppa attenzione, perché significherebbe favorire i verdi. Le conseguenze sono fatali.

QUARTO: SUGGERIRE CHE RIDURRE LE EMISSIONI COMPORTI DEI SACRIFICI
Per i mezzi d’informazione lottare contro il cambiamento climatico significa rinunciare ad abitudini e comodità a cui siamo affezionati. La decarbonizzazione ci costerà cara, ci dicono di continuo. Non è il cambiamento climatico e tutto ciò di cui ci priverà che ci spaventa, ma quello che potremmo perdere nel tentativo di combatterlo.
Spesso questa distorsione dei fatti è dovuta alla tendenza a individualizzare il problema. Non solo si presume che debba essere il singolo individuo a farsi carico della tutela del clima – usando meno la macchina, mangiando meno carne, prendendo meno spesso l’aereo e pagando bollette più care – si ritiene anche che il singolo dev’essere in prima linea nella lotta al cambiamento climatico. Gli argomenti a favore delle privatizzazioni degli anni ottanta e novanta, basati sull’idea che ciascuno è artefice del proprio destino e che la società non esiste, vengono trasferiti sul piano del clima, presentato come problema che si può risolvere solo se ciascuno si sforza di fare la sua parte. Si leggono innumerevoli reportage, articoli d’opinione e storie personali sugli sforzi che ciascuno dovrebbe fare per limitare anche solo un pochino le emissioni di anidride carbonica. Questi sacrifici sono celebrati come prove di un impegno eroico contro il cambiamento climatico. I giornalisti che continuano ad attribuire le responsabilità al singolo raccontando la tutela ambientale come storia di rinunce sono al servizio dell’industria stria fossile o sono degli utili idioti. Bisogna ribaltare la prospettiva: non è il singolo che deve fare qualcosa, ma la politica, la collettività. Bisogna creare strutture e condizioni grazie alle quali ridurre le emissioni diventi automatico e vantaggioso. Con le tasse sull’anidride carbonica e il trasferimento delle sovvenzioni da carbone, gas e petrolio alle energie rinnovabili, promuovere uno stile di vita a basse emissioni sarebbe facile. Questa possibilità non dipende dal miglioramento delle prestazioni degli impianti eolici e solari, esiste già da più di vent’anni. Nel 1995 il rapporto Fattore quattro del Club di Roma sosteneva che si poteva produrre il doppio della ricchezza usando la metà delle risorse naturali.
I mezzi d’informazione avrebbero potuto spiegare che la tutela del clima e la svolta energetica avrebbero determinato una crescita generale dell’economia e che ogni euro investito nella decarbonizzazione sarebbe stato ripagato con gli interessi. I calcoli erano stati fatti nel 2006 da Nicholas Stern, ex economista capo della Banca mondiale, ed erano stati confermati da molti altri studi. L’unica cosa che ci farà subire delle perdite a livello sociale e individuale è rinunciare alla svolta energetica. Il risultato sarebbe meno ricchezza, meno posti di lavoro, meno stipendi, meno biodiversità, meno salute, più disuguaglianze e meno partecipazione politica, che con il predominio dell’industria fossile e la pressione dell’adattamento climatico sarebbe limitata man mano che i governi diventerebbero più AUTORITARI e OLIGARCHICI.

QUINTO: NASCONDERE LE RESPONSABILITÀ
Siamo tutti ugualmente responsabili della catastrofe climatica: questo tipo di generalizzazione fa da contraltare alla strategia di individualizzazione il cui imperativo è “sei tu che devi cambiare la tua vita!”. Le due cose vanno di pari passo: se ciascuno è colpevole, tutti devono fare qualcosa. L’essere umano (notare il singolare collettivo) è come Prometeo: gli piace giocare con il fuoco, è sempre stato così. Ed è per questo che adesso il pianeta si sta riscaldando.
Questa generalizzazione, che equivale a una nuova concezione di colpa collettiva, nasconde le responsabilità e le possibilità d’intervento. Ci fa perdere di vista chi sono i responsabili del cambiamento climatico, chi ne trae vantaggio, chi annacqua le misure di tutela ambientale e impedisce che siano messe in pratica, e chi invece dall’altra parte della barricata si batte per la tutela del clima e sviluppa le necessarie misure e strategie. Si perdono di vista anche i motivi per cui la maggior parte della società guarda dall’altra parte, finendo per coprire le spalle a chi accelera il cambiamento climatico per perseguire i propri interessi.
I politologi Patrizia Nanz e Manuel Rivera si sono occupati proprio di questo, e sono arrivati alla conclusione che il discorso sul clima e sulla sostenibilità “evita in modo strutturale di individuare gli antagonisti politici e tende a delineare ‘costellazioni di attori’ incomplete”: insomma, non indica in maniera esaustiva quali sono gli attori coinvolti. Ma la generalizzazione non frena solo l’azione politica, rilevano Nanz e Rivera. Un’altra conseguenza è “una mancanza sostanziale di capacità narrativa”. In parole povere, le generalizzazioni sul cambiamento climatico finiscono per annoiare.
Anche se quasi nessuno ci fa caso, questo è comunque un peccato mortale, perché sono le persone che fanno la storia. Tutti quelli che hanno un ruolo nel cambiamento climatico (in questo caso è corretto generalizzare: è una categoria in cui rientriamo tutti, perché anche le omissioni sono azioni) e le loro motivazioni devo no essere rappresentati chiaramente. La responsabilità della crisi climatica va attribuita in massima parte alle grandi aziende petrolifere dei paesi sviluppati, come la Exxon, che è consapevole dei rischi del cambiamento climatico fin dagli anni ottanta. Alla fine del decennio, quando la comunità internazionale sembrava intenzionata a contrastare il riscaldamento globale, l’industria petrolifera mise in piedi una potente macchina di disinformazione e lobbying per difendere il proprio modello economico.
Tra i principali colpevoli ci sono anche tutti quei politici – negli Stati Uniti soprattutto i repubblicani, in Europa molti esponenti dei partiti maggioritari tradizionali, inclusi quelli di sinistra e liberali – che, a causa dei loro rapporti con l’industria fossile o con paesi esportatori di petrolio come la Russia, da trent’anni impediscono o rallentano l’affermazione di una nuova politica energetica. Una parte non trascurabile di responsabilità spetta ai giornalisti che hanno usato le generalizzazioni per evitare l’argomento. Questo è avvenuto più spesso sui giornali conservatori, ma negli ultimi trent’anni anche le testate liberali e progressiste hanno trascurato troppo spesso il cambiamento climatico.

SESTO: PERDERSI NEI DETTAGLI
Il cambiamento climatico sembra un argomento tra tanti, come la salute, la letteratura, lo sport e la tecnologia. Dal punto di vista strutturale la descrizione dell’ultimo uragano non è molto diversa da quella di una partita di calcio. Viene annunciato il risultato (vittoria, pareggio o sconfitta o numero dei morti e dei dispersi e ammontare dei danni), se ne dà una descrizione (un resoconto dello svolgimento della partita o della tempesta), e infine una valutazione (la tempesta è legata al cambiamento climatico o è un normale fenomeno atmosferico? La vittoria del Reai Madrid è stata meritata o no?).
Nelle notizie sportive viene riportata e illustrata una serie di risultati singoli che alla fine, però, sono inseriti in una classifica e quindi contestualizzati: è questo l’elemento decisivo che fa si che lo spettatore mantenga la concentrazione. Nel giornalismo climatico invece non c’è nessuna classifica, restano solo i dettagli. Il quadro complessivo è più incerto e incompleto che in qualunque altro argomento.
Il motivo sta nella natura dell’emergenza climatica. Usando un concetto del filosofo Timothy Morton si potrebbe definire un “iperoggetto”, cioè un fenomeno molto vasto che si estende nello spazio e nel tempo. Di fronte a un fenomeno del genere, il giornalismo tradizionale si rivela completamente inadeguato. Il flusso di notizie sconnesse lascia al pubblico una sensazione di saturazione e stanchezza: ah questo cambiamento climatico, non ci si capisce più nulla!
Questo giornalismo superficiale è sempre problematico, ma nel caso della crisi climatica mostra tutti i suoi limiti. È necessario un nuovo tipo di giornalismo con un approccio più organico, capace di dimostrare che praticamente tutti gli ambiti della vita sociale e politica sono toccati dal cambiamento climatico. Dovrebbe tracciare collegamenti tra i diversi campi del sapere e mostrarne i legami con la vita individuale e sociale. In questo modo diventerebbe superfluo parlare di “giornalismo climatico”, perché sarebbe come parlare di “giornalismo democratico”. La crisi climatica dovrebbe trovare riscontro negli articoli che parlano d’altro, per esempio di immigrazione, estrema destra, pensioni, sistema sanitario e letteratura.
Inoltre l’emergenza climatica richiede un “giornalismo ben curato”, come quello ipotizzato dallo scienziato della comunicazione Seth Abramson per i grandi temi complessi. Questo tipo di giornalismo dovrebbe utilizzare la miriade di notizie singole, che oggi sono prodotte globalmente a ciclo continuo e sono accessibili come mai prima d’ora, per costruire collegamenti chiave che consentano di arrivare a una narrazione complessiva affidabile, basata su fonti attendibili e capace di spiegare in maniera logica come siamo arrivati al punto in cui siamo.
Mettendo in relazione il cambiamento climatico con la pressione migratoria, il successo dell’estrema destra e delle forze autoritarie negazioniste del cambiamento climatico, il condizionamento del discorso pubblico e della vita politica delle democrazie occidentali da parte dell’industria fossile e la geopolitica aggressiva di molti stati petroliferi, si capirà che in gioco c’è ben di più che capire se in futuro andremo al lavoro con l’auto elettrica. In gioco c’è il futuro della democrazia.

SETTIMO: SVENDERE LA CRISI CLIMATICA
È molto raro che il cambiamento climatico trovi spazio sulle prime pagine dei giornali o nelle trasmissioni in prima serata. I giornalisti non fanno certo a gara per occuparsene. Per fare carriera non c’è bisogno di aver mai scritto o detto una parola sull’argomento. Per proporzioni e conseguenze, il cambiamento climatico è la più , grande notizia di sempre, eppure per i giornalisti non è mai diventato un tema dominante, a differenza del terrorismo, dell’islam e del populismo di destra. Spesso per giustificare questo fatto si tirano in ballo gli indici d’ascolto e le vendite dei giornali: l’emergenza climatica è un tema di nicchia perché non interessa molto al pubblico. Ma è una giustificazione falsa, perché sottovaluta l’importanza l’agenda setting, la scelta delle priorità.
Neil Postman scriveva che i mezzi d’informazione impongono tacitamente “le loro particolari definizioni della realtà” e citava Niklas Luhmann, secondo cui “ciò che sappiamo della nostra società, e in generale del mondo in cui viviamo, lo sappiamo dai mezzi d’informazione di massa”. Non ci impongono cosa dire, ma sono loro a decidere di cosa parliamo e a cosa pensiamo. Se il cambiamento climatico non fosse stato considerato un tema di nicchia, anche l’attenzione sarebbe stata diversa e l’opinione pubblica avrebbe certamente sviluppato interesse per l’argomento.
Se in futuro i mezzi d’informazione eviteranno i sette peccati capitali, parlando più spesso delle implicazioni della crisi climatica e dandogli maggior risalto, promuovendo i dibattiti giusti, illustrando la questione da tutti i punti di vista e in tutte le sue sfaccettature sociali e geopolitiche; se sapranno indurre i partiti a sfi- darsi su chi propone le migliori misure a difesa del clima, se mostreranno le opportunità offerte dalla svolta energetica, se daranno un nome ai malfattori, agli eroi e agli utili idioti e useranno le migliaia di informazioni disponibili per elaborare una narrazione che spieghi quello che sta succedendo qui e ora, il pubblico accorrerà numeroso. Non solo. La società intera esigerà una nuova politica, capace di agire in modo determinante.
( da Internazionale di D. Pelletier e M. Probst )

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