REFERENDUM, GRANDE VITTORIA DEL NO. COSA CI DICE QUESTO VOTO

 

 

 

Il risultato del voto al Referendum costituzionale del 22 e 23 marzo 2026, per l’entità dell’affluenza al voto e per la nettezza del risultato (8 punti percentuali di differenza tra il NO e il SI), indica un mutamento significativo nella volontà dell’elettorato o, più precisamente, negli orientamenti della società italiana, su questioni basilari che riguardano l’assetto costituzionale e l’equilibrio dei poteri, in un difficile e preoccupante frangente caratterizzato dai gravi sommovimenti internazionali causate dalle guerre di aggressione americane e israeliane e dalla nuova cifra di autoritarismo e di spregio dei rispettivi sistemi costituzionali che caratterizza l’involuzione di diversi paesi dell’occidente.

L’accelerata battaglia referendaria si è svolta in questo contesto nel quale sono apparse sempre più chiare le affinità elettive tra la destra italiana e quella di un Trump che non riconosce neanche le decisioni della “sua” Corte Suprema; con la riduzione degli spazi di mobilitazione contro la guerra di sterminio sionista a Gaza, coi tentativi di imbavagliare sotto l’etichetta di antisemitismo chi manifesta a sostegno dei palestinesi, con la ridefinizione e l’ampliamento di reati antisindacali come l’occupazione delle strade nelle manifestazioni per condizioni di lavoro più degne, con la chiusura violenta di centri sociali, con l’omologazione e la limitazione dell’informazione critica verso tendenze autoritarie che sono rivendute quali condizioni necessitate per la migliore efficacia dell’azione dell’esecutivo; con l’atrofizzazione progressiva della funzione del Parlamento ed infine con  la limitazione delle prerogative dei giudici.

Tutto  ciò accade in un panorama caratterizzato da crescente precarietà e povertà; dalla riduzione dei servizi e delle misure di welfare; dalla chiara mancanza di futuro per le nuove generazioni, con la vita delle persone ri-orientata alla militarizzazione dell’educazione, della produzione e dell’economia.

Sottoporre la funzione giurisdizionale sotto le grinfie degli esecutivi non è apparsa soltanto un grave affronto ai principi costituzionali, ma un ulteriore rischiosissimo passaggio in direzione dell’autoritarismo che avanza a spese delle persone e a tutela dei potenti – per quanto sottoposti anch’essi alle “ragioni di scambio” che intercorrono tra i potenti di paesi a sovranità limitata, come il nostro, e i poteri oligarchici transnazionali non più celati dietro i “superiori valori” -.

La presidenta underdog che accoglie nel corso degli ultimi anni Steve Bannon, Elon Musk e gli altri oligarchi della tecnocrazia suprematista, che si fa accarezzare prima da Biden e poi ammiccare da Trump, non è apparso il miglior viatico per il futuro del paese; né il suo barcamenarsi tra atlantismo democratico e Maga, alla ricerca di un equilibrio che non offendesse i due poli del medesimo comando imperiale.

E neanche le limpidissime ambiguità rappresentate da quei Calenda, +Europa col codazzo radicale, Renzi o la componente russofoba e iper-sionista del PD, sono riuscite a imbrigliare e imbrogliare sufficientemente quell’elettorato ipotetico che ne è già lontano (oppure si sente già da tempo a destra senza necessità di intermediazione di questi campioni dell’atlantismo neocon in attesa del ritorno al comando del “loro” principe).

La vittoria nettissima del NO in questo referendum supera lo stretto merito della vicenda. Il quesito è stato correttamente interpretato, in giusta prospettiva, come lo era stato anche l’anno scorso con i referendum sul lavoro quando non si raggiunse il quorum. Allora, sui circa 15 milioni di votanti, i Sì a favore erano stati oltre 13 milioni. Non avevano votato (perché avrebbero perso) i 12 milioni e mezzo che oggi hanno sostenuto la riforma Nordio.

Oggi a quello zoccolo duro mobilitato allora dalla Cgil e dalla società civile, se ne sono aggiunti altri 2 milioni, tra ceto medio riflessivo – ma a rischio -, coerenti liberali e pezzi di elettorato astensionistico che vede chiaramente le nubi nere all’orizzonte.

Se avessero potuto esprimere il loro voto anche i fuori sede e i lavoratori mobili del paese, il risultato sarebbe stato ancora più chiaro.

Al di là delle diversificate sensibilità politiche o di appartenenza partitica, ci sono le condizioni per rimettere in equilibrio il paese. Con l’accortezza – per tutti – di non lasciarsi intimorire né condizionare dai poteri oligarchici, nazionali e internazionali, che sono già pronti ad abbaiare (ma anche a interloquire affabilmente e insidiosamente vestiti da agnelli) ai confini del possibile cambiamento.

 

R.R.

 

 

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