Due secoli di migrazioni italiane: un immenso fatto politico totale

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di Salvatore Palidda (Redazione Istituto Euroarabo)

La recente pubblicazione curata da Lorenzo Prencipe e Matteo Sanfilippo Breve storia statistica dell’emigrazione italiana [1] è un prezioso ricchissimo strumento non solo per chiunque si appassioni a tale argomento; dovrebbe essere studiato anche nelle scuole e da tutti gli italiani perché è una parte fondamentale della storia d’Italia. Oltre ai dati statistici opportunamente assemblati, vi si offre una disamina utilissima della vastissima letteratura e quindi una enorme bibliografia (quasi esaustiva). Aggiungo che fra i tanti film e documentari sulle migrazioni italiane alcuni [2] sono particolarmente preziosi perché documentano molto bene diversi aspetti cruciali della storia delle migrazioni italiane che ha molte similitudini con le migrazioni recenti. Segnalo in particolare Pane amaro di G. F. Norelli sia per la parte sul razzismo antitaliano nel contesto di quello contro i neri, sia per la creazione delle littles Italies [3], sia ancora per quella sul ruolo molto importante degli immigrati italiani nella storia del movimento operaio statunitense. Molto utile anche il film Il cammino della speranza perché mostra bene il ruolo dei passeurs (peraltro girato negli anni ‘40 negli stessi luoghi dove oggi si compie la tragedia dei migranti che da Ventimiglia cercano di passare in Francia.

Più che una recensione proporrò qui alcune osservazioni e approfondimenti su alcuni aspetti macro e anche su altri micro-sociologici e antropologici che i due autori accennano solo marginalmente. In particolare, farò riferimento a una sociologia storica critica che si ispira a Paul Veyne con particolare attenzione all’intreccio fra aspetti economici, aspetti militari e polizieschi e l’emigrazione come l’esito di un dispotismo particolarmente violento che appunto ha avuto un peso decisivo nel provocare emigrazione molto di più che negli altri casi europei. Questo intreccio mi sembra cruciale per scartare le tesi che hanno sempre provato a far passare letture delle migrazioni italiane come causate da “eccesso demografico” o da “disoccupazione”, occultandone quindi la causa politica (come fuga per sfuggire alla repressione brutale di chi si rivolta contro le ingiustizie, il supersfruttamento e le mafie, insomma come “sciopero” e ricerca dell’emancipazione attraverso l’emigrazione  – vedi dopo la definizione che ne diedero i leader socialisti meridionali già nel XIX secolo.

 

Migrazioni cioè mobilità umane: uno dei principali fatti politici totali della storia dell’umanità

Tutta la storia dell’umanità è storia di spostamenti a breve, media e lunga distanza (cfr. Mobilità umane). Riprendendo l’essenziale dei classici delle scienze politiche e sociali appare evidente che tre sono le più marcanti caratteristiche degli esseri umani, quelle di: animale politico, di animale pensante, animale mobile  – oltre che biologicamente unico [4]. Questi spostamenti continui hanno prodotto il popolamento progressivo di tutti i continenti, la formazione e le continue trasformazioni della vita associata degli esseri umani, cioè delle società locali e poi nazionali. Per ciò, le migrazioni vanno considerate come un fatto politico totale [5]le cui cause e ragioni sono sempre molteplici e spesso inconsapevolmente vissute dai migranti. Come suggerisce Sayad, si tratta sempre di emigrazioni e immigrazioni, e aggiungo, spesso ritorni e “va-e-vieni”. E sempre con Sayad, ricordiamo che le migrazioni hanno una funzione specchio [6]. sono cioè rivelatrici delle caratteristiche dell’organizzazione politica della società di partenza, di quella di immigrazione e delle relazioni fra loro (spesso marchiate dal colonialismo e oggi dal neocolonialismo liberista).

Secondo la prima importante tabella elaborata da Prencipe e Sanfilippo, il totale degli espatri dal 1861 al 2023 ammonterebbe a 28.996.958 (di cui il 26,08% donne) e “con stime” a 30.839.332, mentre i rimpatri ammonterebbero a 11.527.894 e con stime a 11.863.445 (x i rimpatri non si hanno dati sulle donne). Queste enormi cifre fanno dell’Italia uno dei Paesi più segnati dalle migrazioni e, lo sottolineiamo subito, occorre sempre parlare di migrazioni non solo perché si tratta di espatri e poi di rimpatri, ma anche di “va-e-vieni” che però è impossibile misurare [7]. Inoltre, va anche ricordato che le migrazioni italiane (di una certa consistenza quantitativa) esistevano già prima dell’Unità d’Italia, per esempio dalla Sicilia e dalla Campania verso la Tunisia (spesso con piccole barche), verso l’Algeria e il Marocco, così come – a piedi – dal Nord Italia verso la Francia, e un po’ meno verso altri Paesi.

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E ancora, non va dimenticato che tante emigrazioni erano “clandestine” e hanno continuato a rimanere tali o comunque ignote alla pubblica amministrazione anche dopo l’Unità d’Italia e persino sino a oggi. Altro fatto noto molto rilevante è che tutta la storia delle migrazioni fra le regioni italiane e l’estero si sovrappone o è contemporanea a quella delle cosiddette migrazioni interne dalle campagne alle città (in tutte le regioni) e da regioni verso altre regioni (non solo dalle isole e dal Sud verso il Nord, secondo il luogo comune dominante.) In realtà gli spostamenti fra comuni vicini e poi anche lontani all’interno dell’Italia si ripetono da sempre per non parlare delle emigrazioni e immigrazioni all’interno di tutto il mondo euro-mediterraneo, in particolare nel periodo del Rinascimento (si veda il volume di Studi emigrazione curato da Surdich e Sanfilippo e altre pubblicazioni riguardanti le diverse regioni e città italiane). Ricordiamo anche le migrazioni di artigiani, artisti e manovalanze fra le quali l’epopea di questi in Francia e nei Paesi Bassi.

 

Da dove si emigra (…)

 

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