Battaglia referendaria per una strategia vincente contro le destre

di Alfiero Grandi

 

Affrontare questa complicata fase politica, economica, sociale, culturale del nostro paese, in un quadro internazionale in cui si estendono sempre più le guerre (in Ucraina, in Medio Oriente e in altre parti del mondo più o meno dimenticate) con sullo sfondo il pericolo di una guerra nucleare, richiede coraggio e capacità di progetto.

La spinta a destra è forte, come sempre quando prevale la tentazione di regolare con la forza i rapporti tra persone e stati; quindi, non ci si può limitare ad attendere che “passi la nottata” e nemmeno adagiarsi in continuità con il passato perché occorre misurarsi con la sfida di costruire una prospettiva politica su nuove basi.
La vittoria elettorale delle destre nel 2022 poteva essere evitata o almeno contrastata, perché la differenza di voti tra i due schieramenti, se entrambi fossero stati effettivamente tali, avrebbe dato risultati parlamentari molto diversi. La subalternità del Pd all’allineamento a un atlantismo senza autonomia di valutazione sulla guerra in Ucraina ha prevalso sull’esigenza di evitare la vittoria delle destre, pur sapendo che tra loro c’erano posizioni che con la vittoria avrebbero tentato di manomettere la Costituzione del 1948.

Oggi abbiamo la conferma, post-elettorale, di questa intenzione delle destre al governo. Il tentativo attuale è quello di puntare non tanto sulla “terza repubblica” – che è solo un richiamo propagandistico alla V Repubblica di De Gaulle – ma su una Costituzione diversa, cambiando la sostanza di quella del 1948, democratica e antifascista, che ha nel ruolo centrale del parlamento e nella divisione dei poteri i suoi fondamenti. Un parlamento dominato dalle destre è stato possibile per effetto della pessima legge elettorale in vigore, che concede un enorme premio di maggioranza, nascosto, al vincente.
È tanto vero che il 25 settembre 2022 con il 44% dei voti le destre coalizzate da un patto per il potere, hanno ottenuto il 59% dei parlamentari, con un premio di maggioranza del 15%. Il porcellum si fermava al 55% dei parlamentari, che guarda caso è anche l’obiettivo della legge elettorale maggioritaria, che è prevista all’interno delle modifiche della Costituzione proposte dal governo. Il centro-destra di Berlusconi aveva ottenuto nel 2008 più voti delle destre di Giorgia Meloni nel 2022; con il 46% dei voti e un premio di maggioranza del 9% ebbe meno parlamentari.
Ormai è chiara l’intenzione della maggioranza di Giorgia Meloni di manomettere la Costituzione in senso autoritario
con il premierato, l’autonomia differenziata e il voto maggioritario.
I referendum hanno battuto queste tendenze anche quando sono venute da Renzi.
Ma la sinistra non deve ripetere gli errori di sottovalutazione.
I principi ancora inattuati della Carta diventino piattaforma unificante.

Osservatorio

Nelle elezioni del 2022, come detto in nome di un atlantismo subalterno, è stato accettato il rischio (in realtà la certezza) di lasciare vincere le destre e quindi di lasciare mettere in discussione la Costituzione. Non si tratta di difendere un simulacro per un riflesso conservatore ma di confermare e attuare un complesso di principi e di norme che con la Costituzione del 1948 hanno guidato la trasformazione dell’Italia dalla dittatura alla democrazia, con soluzioni sostanzialmente valide ancora oggi. Esiste la possibilità di manutenzioni e aggiornamenti della Costituzione, come prevede l’articolo 138, ma nella maggior parte dei casi purtroppo finora i “nipoti costituenti”, per distinguerli dai “padri fondatori”, non hanno raggiunto l’incisività, la forza innovativa, la chiarezza dei testi originali e infatti quasi tutte le modifiche fin qui fatte, tranne quelle per la parità di genere e per l’ambiente, hanno dimostrato di essere confuse, a volte peggiorative, fino al nuovo Titolo V approvato dal centro sinistra nel 2001, che si è rivelato un errore storico causato dall’inseguimento di suggestioni leghiste, peraltro senza neppure ottenere vantaggi elettorali.

Gli obiettivi di Giorgia Meloni

Sono diverse le ragioni che hanno spinto Giorgia Meloni a mettere sul piatto le modifiche della Costituzione. Ci sono ragioni tattiche come il tentativo di bilanciare scelte di governo, in particolare di bilancio, senza spessore, che si tenta di compensare con il rilancio di bandiere identitarie della destra. Ma non ci sono solo ragioni tattiche: è forte la spinta alle modifiche della Costituzione perché la destra oggi egemone non ha mai accettato veramente la Costituzione antifascista e democratica. L’uso stesso del termine antifascista causa reazioni di rigetto a una parte della destra.

È inaccettabile l’affermazione che le modifiche riguarderebbero solo alcuni aspetti della seconda parte della Costituzione perché in realtà l’attuazione dei principi fondamentali della prima parte dipende da come funziona la seconda. L’obiettivo delle destre è un’altra Costituzione che risponda alle pulsioni che tendono all’accentramento del potere in una persona. Il mito del capo ritorna con forza. È un fatto che con le proposte del governo cambierebbe in profondità il rapporto tra il Presidente del Consiglio, eletto direttamente, e il governo, che dipenderebbe da lui, e ancora di più con il parlamento reso subalterno, per non parlare del Presidente della Repubblica, che perderebbe i poteri di intervento nei rapporti politici con il governo e il parlamento.
La campagna di propaganda di Giorgia Meloni per il premierato è iniziata prima ancora di presentare il ddl alle Camere, con motivazioni incredibili, ad esempio quella che così gli elettori deciderebbero al posto dei partiti, affermazione che detta da chi è capo di partito, capo di una coalizione europea di partiti e Presidente del Consiglio in carica sembra un’enormità. Le affermazioni che non cambierebbero i ruoli degli altri soggetti istituzionali è pura dissimulazione propagandistica, un rovesciamento della verità. Del resto è evidente che se qualcuno aumenta i suoi poteri altri debbono per forza perderne.

L’autonomia differenziata e il potere del “capo”

Non era un mistero che le destre avevano tre obiettivi principali di modifiche costituzionali o istituzionali dello stesso valore:
a) autonomia regionale differenziata, che nella versione del ddl Calderoli rischia di portare a un punto di non ritorno la stessa unità nazionale dell’Italia, aumentando a dismisura le divaricazioni tra le regioni del Nord e quelle del Sud; questo disegno porta l’impronta della Lega che ha chiarito che la sua attuazione è la principale condizione per sostenere questo governo; il problema di fondo dell’Autonomia sono le risorse necessarie per garantire i diritti dei cittadini in tutto il paese, è chiaro che se non possono aumentare le risorse per il riequilibrio tra le regioni, come è scritto nel ddl, e quelle più forti possono comunque appropriarsi dei poteri e soprattutto delle risorse è evidente che le altre regioni aspetteranno risorse che non arriveranno mai;
b) presidenzialismo, oggi declinato come premierato, cioè un Presidente del Consiglio eletto direttamente da elettrici ed elettori. Le destre hanno accantonato l’elezione diretta del Presidente della Repubblica per non sfidare apertamente la popolarità del presidente in carica, ma il premierato è una soluzione istituzionale che non esiste in altri Stati e tradisce che il vero obiettivo è fare emergere la figura di un capo eletto direttamente per renderla preminente, sia pure nella veste di Presidente del Consiglio, almeno in questa fase. L’elezione diretta del capo del governo ha l’obiettivo di garantirgli un’investitura diretta alla persona, pressoché irrevocabile senza passare per nuove elezioni; per realizzare la convergenza di tutte le destre sul progetto per ora è stato previsto anche un Presidente del Consiglio di ricambio all’interno della stessa maggioranza, con una soluzione pasticciata che paradossalmente prevede che una parte della maggioranza abbia interesse a sostituire il presidente eletto direttamente per imporre un’altra candidatura;
c) il parlamento diventerebbe definitivamente subalterno al governo, che di fatto assumerebbe in sé anche il ruolo legislativo, e sarebbe relegato a un ruolo di mera ratifica delle decisioni; un autentico rovesciamento dei poteri, con la conseguenza che il potere legislativo e quello esecutivo verrebbero a con fondersi; è vero che da anni il ruolo del parlamento è stato gradualmente ridimensionato, come dimostra l’abuso dei decreti legge, dei voti di fiducia, dei maxiemendamenti, ma va sottolineato che il governo Meloni ha portato al massimo livello questo abbattimento del ruolo parlamentare arrivando a un’alluvione di decreti legge (uno alla settimana) e di voti di fiducia per gli “ingorghi” che i troppi decreti provocano; per le destre è inoltre decisivo scrivere in Costituzione il principio che per eleggere deputati e senatori la legge dovrà essere maggioritaria e servire a rendere indissolubile il rapporto con il Presidente del Consiglio, garantendo il 55% dei parlamentari al vincente, partito o coalizione che sia. Esattamente il contrario di ciò che sarebbe necessario per ricostruire la rappresentatività del parlamento, cioè un corretto rapporto tra eletti ed elettori. Il ruolo del parlamento infatti è in crisi perché non è sufficientemente rappresentativo degli elettori e per affrontare il problema è necessario il contrario di un parlamento dipendente dal governo, sotto il ricatto di elezioni anticipate; l’attacco all’autonomia del parlamento contraddice anche l’articolo 67 della Costituzione che prevede l’assenza di vincoli di mandato per i parlamentari, per garantirne l’autonomia;
d) il Presidente della Repubblica con la proposta del governo perde una parte decisiva dei suoi poteri nei rapporti con il governo e il parlamento perché vengono in sostanza trasferiti al Presidente del Consiglio; il Presidente della Repubblica non avrebbe più il potere di nominare il capo del governo, né di decidere lo scioglimento delle Camere e verrebbe di conseguenza ridotto a un ruolo notarile, di presa d’atto; la favoletta che i suoi poteri non vengono cambiati è semplicemente una balla.
e) il Ministro Nordio ha chiarito che anche gli obiettivi delle destre in materia di giustizia hanno bisogno di modifiche della Costituzione, la legge ordinaria non basta; per ora questo punto è in attesa, ma è chiaro che se dovessero passare le proposte del governo sul premierato anche questa parte si rimetterebbe in movimento e l’obiettivo, come sappiamo, è manomettere l’autonomia della magistratura, partendo dalla separazione delle carriere.

Nuova strategia a sinistra

Questo attacco alla Costituzione deve portarci a individuare nuove soluzioni, rendere credibili nuove speranze, chiarire gli obiettivi strategici, rinnovare profondamente le radici sociali e culturali della sinistra e in senso lato dell’alternativa alle destre, con il coraggio di affrontare soluzioni di continuità con errori del passato. La soluzione non si trova nel continuismo con un passato peraltro non esaltante, occorre immaginare un nuovo futuro, in altre parole occorre una nuova strategia. Un punto strategico è proprio l’atteggiamento verso la Costituzione. Anche a sinistra sulla Costituzione sono stati fatti errori di fondo, aprendo varchi in cui oggi prova a passare una destra che vuole uscire dal perimetro della Costituzione del 1948.
Le sinistre debbono ridare all’attuazione e alla difesa della Costituzione la centralità che deve avere, correggendo scivolate che in passato hanno portato a tentativi di correzione che per fortuna non sono andati in porto. Non bisogna avere timore di prendere le distanze in modo chiaro da errori del passato, se non
si avrà il coraggio di farlo ci saranno sempre singoli episodi e affermazioni a cui le destre si attaccheranno per cercare di fare passare le loro proposte attuali.
Se le destre arriveranno a fare approvare queste modifiche della Costituzione e otterranno la maggioranza del 55% in parlamento potranno eleggere da sole il futuro Presidente della Repubblica e se arriveranno a questo anche la Corte costituzionale ne sarà fortemente influenzata attraverso la nomina dei suoi componenti (5 di nomina presidenziale) e così il Csm che presiede.
È una prospettiva politica ed istituzionale che ricorda l’involuzione avvenuta in Polonia.

Gli errori del passato

Per questo le sinistre debbono compiere una valutazione critica e autocritica coraggiosa del passato. Le primarie del Pd, pur essendo una modalità poco comprensibile di elezione del segretario perché consegna agli esterni la scelta, hanno comunque portato alla luce un desiderio di novità che il precedente continuismo non faceva emergere. Oggi non sappiamo ancora se questo salto di qualità si affermerà. La novità uscita dalle primarie non ha ancora dispiegato un’iniziativa politica sufficientemente convincente, forse perché condizionata dagli schemi precedenti e dall’assenza di una coraggiosa riflessione politica sugli errori. Non è cosa di poco conto che il maggiore impaccio all’innovazione politica sia costituito dai vincoli che riguardano la collocazione internazionale, il rapporto con gli Usa e la Nato. Basta pensare alla guerra in Ucraina che ovviamente parla del rapporto con la Russia e con il mondo, delle relazioni internazionali, del cambiamento climatico.
La subalternità alla Nato e agli Usa non è una scelta convincente, rinuncia a una visione di ricostruzione di relazioni di reciproca garanzia tra diversi, dando un ruolo all’Europa che oggi è sostanzialmente assente nel quadro internazionale delle crisi, e soprattutto all’Onu e al sistema di governo delle crisi nel mondo, per una ripresa del controllo e della riduzione delle ar mi atomiche. Occorre fare riemergere gli obiettivi di pace, di governo consensuale delle crisi con il supporto internazionale.

Ad esempio le iniziative per contrastare il cambiamento climatico sono passate di fatto – per effetto della guerra in Ucraina – da una centralità sofferta, conquistata con un lavoro lungo e difficile, a un ruolo secondario. È evidente che dall’individuazione delle risorse necessarie per la transizione energetica, dalla convergenza internazionale raggiunta sugli obiettivi di fondo della transizione ecologica ancora presenti a fine 2021 tutto è cambiato, anche nell’Europa che pure aveva svolto un ruolo importante, basti pensare agli accordi di
Parigi.

C’è una sorta di “liberi tutti” dai vincoli e dagli obiettivi. Energie da fonti fossili sono tornate dominanti mentre le rinnovabili vengono relegate ai margini. Basta confrontare le difficoltà riscontrate nel raccogliere 100 miliardi per aiutare i paesi più in difficoltà per il clima e le cifre molto maggiori investite attualmente senza difficoltà per le guerre. Senza una transizione ecologica guidata dai governi ci saranno conseguenze negative sul clima, come purtroppo stiamo vedendo sempre più spesso anche in Italia. È un vero regresso la rinuncia al cambiamento dello sviluppo e delle relazioni economiche e sociali internazionali. L’accento è sulle guerre non sul contrasto al cambiamento climatico.

Una destra estremista e le vittorie referendarie

La destra pensa di risolvere i problemi con una deriva di estrema destra, con venature reazionarie, e quindi non è casuale che prenda di mira la Costituzione. Le destre in Italia hanno stretto un patto di potere per governare, decidendo di risolvere i contrasti all’interno della maggioranza e in questo equilibrio è dominante il peso della destra più a destra.
L’orizzonte della maggioranza al governo va oltre l’Italia e punta al rassemblement delle destre in Europa, con diverse varianti, alcune delle quali al di là della discriminante antifascista, azione in cui si sta specializzando Salvini.
Per giustificare le modifiche costituzionali settori della destra sostengono che le dimissioni di Berlusconi nel novembre 2011 siano state il risultato di un complotto. È una fake news: la maggioranza di centro destra era in fibrillazione per le vi33
osservatorio
cende giudiziarie del caso Ruby, per la rottura tra Berlusconi e Fini («che fai, mi cacci?») e per la difficile situazione economica e finanziaria che aveva provocato la salita dello spread a livelli insopportabili, decisivi per le dimissioni. Tuttavia si può capire che la destra ricordi malvolentieri il ruolo dei referendum nel 2011 nell’aprire la strada alla crisi del governo Berlusconi, meno che questo ricordo non sia presente nell’elaborazione delle sinistre.
Infatti anche a sinistra è ancora sottovalutato il ruolo che ebbero i referendum abrogativi del 2011 nella crisi del governo Berlusconi. Il risultato negativo per il governo (riguardava sue leggi) nei referendum di quel giugno aprì la strada alla fase conclusiva della vita del governo. Nel 2011 i referendum si svolsero per far decidere ai cittadini se accettare o respingere dei provvedimenti del governo Berlusconi per privatizzare l’acqua pubblica (due referendum abrogativi) e per riportare il nucleare civile in Italia malgrado il referendum del 1987 lo avesse cancellato.
Non tutti i partiti di opposizione valutarono all’epoca l’importanza e le potenzialità dei referendum. Non compresero ad esempio che si stava creando una mobilitazione straordinaria di persone disponibili a sostenere gli obiettivi referendari. I quattro referendum raggiunsero tutti il quorum e il No vinse con percentuali attorno al 95%, quindi con il consenso della maggioranza assoluta delle elettrici e degli elettori. Si mobilitarono 2 milioni di persone che al termine della battaglia referendaria costituivano un potenziale di mobilitazione di grande rilievo per i partiti che ne avessero colto le potenzialità.
I 5 Stelle erano presenti nel movimento per l’acqua pubblica, meno sul nucleare, certo raccoglievano simpatia, ma non erano egemoni. Eppure il risultato elettorale del 2013 premiò il M5S che arrivò al 25% dei voti proprio per il vuoto lasciato dagli altri partiti che non compresero le potenzialità di quel movimento referendario, variegato al suo interno ma potente, e non provarono a raccoglierne l’eredità. I referendum del 2011 hanno dimostrato che una maggioranza parlamentare, per quanto forte alle Camere, non regge di fronte a un voto contrario dei cittadini. Se i cittadini si esprimono contro la maggioranza c’è un indebolimento serio del governo. Dopo i referendum Berlusconi è andato avanti 5 mesi, ma ormai la credibilità era intaccata e per di più i mercati sono rapidi a comprendere quando è il momento di lanciare speculazioni.

Il timore del voto nel 2011 e le conseguenze politiche

La cattiva gestione economica e le fratture nella maggioranza hanno fatto il resto, fino alle dimissioni di Berlusconi. È a quel punto che ha prevalso un atteggiamento di conservazione che non ha aiutato a comprendere che la priorità, caduto Berlusconi, non poteva essere salvare a ogni costo una legislatura compromessa. Prevalse il timore di una prova elettorale e un riflesso di conservazione, spingendo la sinistra a svolgere da lì in avanti un ruolo di supporto, iniziato con il governo Monti. La riforma delle pensioni che porta il nome di Elsa Fornero è l’emblema di una sinistra in un ruolo di supporto a scelte di altro segno in nome dell’emergenza. Non a caso seguirono numerosi provvedimenti per ovviare alle ingiustizie più vistose della riforma Fornero, riuscendo a correggere solo alcuni aspetti.
Continuare la legislatura fino al termine portò alla scelta di Monti Presidente del Consiglio e questo aiutò il Movimento 5 Stelle a capitalizzare il malcontento nelle elezioni del 2013 restando fuori dall’area del governo, mentre la sinistra era all’interno di una bolla illusoria a cui non corrispondeva un consenso popolare. Ne fu conferma il passaggio successivo che portò alla richiesta a Napolitano di farsi rieleggere mentre se la scelta per la Presidenza fosse stato Rodotà, indicato anche dai 5 Stelle, la storia dell’Italia sarebbe stata molto diversa. Rodotà avrebbe potuto fare da garante alla nascita di un rapporto costruttivo tra Pd e M5S, che invece Bersani non riuscì a costruire perché non aveva alle spalle un presidente in grado di garantire quella scelta politica.
In tanti provammo senza risultato a convincere interlocutori del Pd a sostenere Rodotà, dopo che erano stati bocciati Marini e Prodi, vittima dei 101. Caduta la candidatura di Rodotà si arrivò alla rielezione di Napolitano e a nuove versioni di larghe intese con settori del centro destra che in realtà prepararono la strada a
Renzi, che ha rappresentato il rovesciamento di ciò che dovrebbe caratterizzare la sinistra, basta ricordare i danni fatti dal jobs act.
Il governo Monti e la rielezione di Napolitano confermarono che non era in campo una visione politica in grado di dare risposta alle istanze di rinnovamento di cui bene o male erano portatori i referendum. Fu un grave errore della sinistra non comprendere le potenzialità del movimento referendario che vinse nel 2011.

La parabola di Renzi e i suoi insegnamenti

Va ricordato che anche Renzi ha chiuso l’esperienza di Presidente del Consiglio dopo un referendum che nel 2016 ha bocciato la sua “deformazione” della Costituzione. Dopo lasciò anche l’incarico di segretario del Pd, partito che non ha mai trovato la forza per arrivare a un giudizio esplicito sulla direzione Renzi del Pd e ha continuato a rinviare una riflessione su come fosse stato possibile che la lobby a lui legata conquistasse il controllo del Pd. Al punto che nel 2019 la scissione di Italia Viva si è portata via buona parte dei gruppi parlamentari e a Zingaretti rimasero gruppi parlamentari del 13%, molto meno della pur non esaltante percentuale di voti ottenuti dal Pd. Lo scivolamento a destra del Pd di Renzi fino al jobs act e alla deformazione della Costituzione spinse il movimento di Grillo al 33%.
L’insegnamento di quegli anni è che in fasi difficili, quando ci sono decisioni che non possono essere accettate, bisogna avere il coraggio di rivolgersi a elettrici ed elettori per farli decidere. Anche oggi è necessario farlo su diversi aspetti, dall’autonomia regionale differenziata, al premierato con il corollario decisivo della legge elettorale maggioritaria che le destre cercheranno di imporre e che solo una battaglia nel paese può bloccare.
Gli errori del passato dovrebbero insegnare almeno a non ripeterli. Quando i rapporti di forza parlamentari rendono non possibile impedire svolte autoritarie i referendum popolari sono l’ultima possibilità di fermare scelte inaccettabili. Persiste una sottovalutazione dell’importanza di arrivare a una nuova legge elettorale. Urgenza finora ignorata. Una nuova legge elettorale è indispensabile per ricostituire un rapporto di fiducia tra elettori ed eletti, che letteralmente non si conoscono, perché gli eletti sono decisi dai vertici dei partiti e la fedeltà al leader è la dote richiesta. Per superare la crisi di credibilità del parlamento occorre riformare gli strumenti fondamentali della politica, ad esempio i partiti, ma è indispensabile anche una legge elettorale che ricostituisca un rapporto diretto, un mandato, tra elettore ed eletto, che deve rispondere a chi lo sceglie.
È urgente ricostruire una rappresentanza parlamentare degna di questo nome e questo può avvenire con una legge proporzionale che permetta anche di scegliere direttamente il candidato da cui l’elettore vuole farsi rappresentare. Con le novità costituzionali proposte dalle destre arriveremmo invece alla rottura definitiva di questo rapporto perché diventerebbe talmente stretta la dipendenza dal leader che il parlamento di fatto verrebbe ridotto a mera ratifica delle decisioni del governo.
Ma l’attuale parlamento non sembra in grado di decidere una nuova legge elettorale in grado di evitare la concentrazione dei poteri nel premier. Le opposizioni dovrebbero anzitutto impegnarsi ad avanzare la proposta di una nuova legge elettorale. Sono state tentate altre strade come il ricorso alla magistratura e per questa via alla Corte costituzionale, per ora senza risultati. Occorre comprendere finalmente che la legge elettorale deve essere cambiata.

Verso nuovi referendum…

Autonomia regionale differenziata e premierato debbono essere affrontati in un’ottica referendaria. Le destre hanno i numeri parlamentari per farle approvare e per di più il patto tra Fratelli d’Italia e Lega prevede che premierato e autonomia differenziata procedano di conserva, pe na la crisi della maggioranza. È molto importante che venga fatta opposizione in parlamento ma a un certo punto si dovrà decidere se prendere atto del risultato parlamentare o se arrivare a promuovere i referendum abrogativi per sfidare le destre, puntando nettamente sugli elettori. Non fare questa scelta avrebbe gravi conseguenze per l’Italia.

Sia l’Autonomia regionale differenziata che il premierato sono ddl presentati dal governo, è evidente che porteranno con sé un giudizio sul governo. Se le modifiche costituzionali non hanno l’approvazione parlamentare con i 2/3 nella seconda lettura – l’appoggio di Renzi non basterebbe – il referendum popolare è possibile. La maggioranza si è spinta troppo avanti per fermarsi e quindi farà di tutto per arrivare all’approvazione.
Le opposizioni debbono quindi impegnarsi per contrastare in parlamento le proposte delle destre ma i numeri consentono alla maggioranza di procedere, quindi occorre da subito preparare le battaglie referendarie, del resto la presidente del Consiglio, dal suo punto di vista, è già partita e quindi non c’è ragione di perdere tempo. Non prepararsi ai referendum per bloccare le proposte delle destre sarebbe un errore strategico delle opposizioni. Invece una bocciatura dell’Autonomia regionale differenziata e del premierato potrebbero preparare la crisi del governo Meloni perché sulle proposte ci sono le impronte digitali del governo.
Il referendum popolare non è il toccasana per tutti i problemi, è uno strumento non facile da usare, occorre non eccedere, ma è obbligato quando l’iniziativa politica dei partiti, non fosse altro che per i rapporti di forza parlamentari, non riesce a modificare la situazione. Se non si vuole soccombere all’offensiva delle destre occorre rispondere con un’azione politica che deve porsi l’obiettivo di conquistare il consenso dell’elettorato.
Il premierato è una modifica che snatura a fondo la Costituzione, intaccando la divisione dei poteri che è una condizione per la democrazia, ad esempio nel rapporto tra legislativo ed esecutivo, accentrando nell’esecutivo i poteri del parlamento che perderebbe gran parte della sua autonomia e dei suoi poteri. La maggio ranza con una legge maggioritaria eleg gerebbe in futuro anche il Presidente della Repubblica e di conseguenza condizionerebbe la Corte costituzionale di cui nomina 1/3 e il Csm che presiede. Il presidente da subito verrebbe ridotto a un ruolo notarile nella nomina del Presidente del Consiglio e nello scioglimento del parlamento, in futuro diventerebbe organico alla maggioranza. Per questo ricordare l’occupazione del potere in Polonia e Ungheria da parte della destra non è affatto eccessivo.
Il referendum sul premierato è fondamentale e può essere chiesto da almeno il 20% dei parlamentari e va ricordato che non ha quorum di partecipazione, mentre per l’autonomia regionale differenziata il referendum richiede la raccolta di 500.000 firme, ha il quorum di partecipanti e ha tempi diversi di effettuazione. Sono strade diverse ma vanno concettualmente viste insieme.

…e un’alternativa alle destre

Attuazione e difesa della Costituzione avrebbe dovuto essere il programma delle attuali opposizioni per le elezioni del 2022, e questo avreb be con sentito di sfidare le destre con possibilità di risultati parlamentari ben diversi da quelli registrati. Ora è il momento di non sbagliare più. La Costituzione a questo punto deve diventare la piattaforma base per costruire uno schieramento alternativo alle destre. È il momento di reagire all’offensiva delle destre anticipando da subito la costituzione dei Comitati unitari per l’attuazione e la difesa della Costituzione, in grado di preparare la campagna referendaria e di contrastare con il No lo stravolgimento che le destre hanno avviato.
All’insinuante tentativo di presentare la proposta di elezione diretta del Presidente del Consiglio come un modo per fare decidere i cittadini occorre contrapporre la richiesta di fare eleggere i 400 deputati e i 200 senatori anziché nominarli dall’alto («eleggi direttamente il tuo rappresentante») in modo da potere avere un canale di partecipazione nei 5 anni e non solo un giorno ogni 5 anni.

La Costituzione resta una piattaforma politica che non solo manterrebbe l’Italia nel solco della Resistenza e dell’antifascismo ma consentirebbe di preparare una politica alternativa forte, perché quei principi sociali, economici, civili sono tuttora in larga parte insuperati e largamente non attuati. Non si vede quale altra piattaforma sia in grado di essere un coagulo tale da battere le destre e insieme ridare una speranza al paese. Per questo le sinistre devono prepararsi a una prova di lotta unificante e di massa, con la capacità di affrontare finalmente i problemi della pace affrancandosi da un atlantismo subalterno che è servito a Giorgia Meloni per accreditarsi ma non può essere la posizione delle attuali opposizioni.

 

FONTE: Critica Marxista

 

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