n°42 – 21/10/23 – RASSEGNA DI NEWS NAZIONALI E INTERNAZIONALI. NEWS DAI PARLAMENTARI ELETTI ALL’ESTERO

01 – Adriana Pollice* : «Garantire il diritto di espressione». IL CONFLITTO IN MEDIO ORIENTE. Il presidente della Repubblica ha incontrato i neo prefetti al Quirinale. Il richiamo arriva quando alcuni Paesi Ue hanno vietato i cortei in sostegno ai palestinesi.
02 – Daniela Caprino*: Imprese, Carè (Pd): presentata PdL ruolo Hse manager
03 – Andrea Medda*: Schlein, l’affondo: “Meloni in imbarazzo. Non avete vergogna”. Alla Camera si è discusso del salario minimo con la maggioranza che ha chiesto il rinvio in commissione. Da qui la sfuriata della Schlein.
04 – Che cos’è e come funziona la banca centrale europea. La banca centrale europea è una delle 7 istituzioni ufficiali dell’Unione europea e riunisce le banche centrali dei paesi membri che hanno adottato la moneta unica.(*)
05 – Federica Rossi*: Agricoltura come azione climatica. «Ora i governi ci ascoltino»
WORLD FOOD FORUM .
06 – Andrea Medda*: Conte annienta la Meloni: “Illude i lavoratori. Ecco cosa fa credere…”
Il leader del Movimento 5 Stelle, Giuseppe Conte, non dà scampo a Giorgia Meloni.
07- Paolo Mossettila*: guerra in medio oriente – Dove nasce il conflitto tra Israele e Palestina. Gli eventi spaventosi dell’ultima settimana in Medio Oriente sono il culmine di scontri vecchi da decenni. E che affondano le radici nella storia del paese – Gli attacchi missilistici di Israele sulla Striscia di Gaza

 

 

01 – Adriana Pollice* : «GARANTIRE IL DIRITTO DI ESPRESSIONE». IL CONFLITTO IN MEDIO ORIENTE. IL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA HA INCONTRATO I NEO PREFETTI AL QUIRINALE. IL RICHIAMO ARRIVA QUANDO ALCUNI PAESI UE HANNO VIETATO I CORTEI IN SOSTEGNO AI PALESTINESI
«Nonostante crescano le minacce anche di natura terroristica e comportamenti che aggrediscono la libertà dei cittadini, vanno sempre garantiti i diritti fondamentali di espressione, associazione e riunione sanciti dalla Costituzione»: sono le parole del presidente della Repubblica Mattarella ai prefetti e ai consiglieri di prefettura di nuova nomina, ieri al Quirinale. «Si diffondono germi della pseudocultura della violenza e dell’odio, a livello internazionale e interno. I prefetti – ha proseguito – sono presidi di legalità e l’attenzione dei cittadini verso la tutela dei diritti, nella cornice di sicurezza che le istituzioni devono assicurare, li interpella in modo crescente».

Il richiamo arriva quando alcuni Paesi Ue hanno vietato i cortei in sostegno dei palestinese. In Francia, in particolare, la scorsa settimana il ministro dell’Interno Darmanin ha ordinato ai prefetti il divieto delle manifestazioni pro Palestina e il fermo degli organizzatori e dei «facinorosi che turbano l’ordine pubblico». Tuttavia giovedì il Consiglio di Stato di Francia ha chiarito che la richiesta del ministro non è praticabile perché il divieto può essere disposto solo dopo una valutazione caso per caso.
Mattarella ha affrontato anche la questione migranti, su cui il governo Meloni ha posto attenzione come possibile strumento della jihad. «Il tema delle immigrazioni irregolari – ha sottolineato il presidente – è un fenomeno con il quale ci si confronta da anni e appare forse incongruo definirlo emergenza. L’Ue sembra aver colto la necessità di affrontarlo alla radice e in maniera solidale, ancora più urgente alla luce dei drammatici avvenimenti in Medio Oriente».
*(Fonte: Il Manifesto. Adriana Pollice giornalista)

 

02 – Daniela Caprino*: IMPRESE, CARÈ (PD): PRESENTATA PDL RUOLO HSE MANAGER
“E’ un dovere costituzionale e per il Legislatore un impegno intrinseco alle sue funzioni quello di promuovere attività lavorative e regolamentare – nel perimetro di riferimento – nuove figure a tutela del mercato, delle imprese e dei lavoratori. Così vorrei che fosse per il recepimento, in Italia, di quella figura che già gli standard certificativi individuano sotto il nome di HSE (Health, Safety and Environment) manager. Il Manager HSE è quella figura professionale in grado di intercettare la domanda di quelle organizzazioni che vedono sempre più l’integrazione tra i temi della sicurezza sui luoghi di lavoro, della salute e dell’ambiente come la modalità più efficiente ed efficace per perseguire la conformità legislativa e le strategie aziendali, in una prospettiva di miglioramento continuo. Dunque, una nuova professionalità all’interno del mondo aziendale deputata alla gestione complessiva e integrata dei processi e sottoprocessi in ambito sicurezza, privacy, salute e prevenzione del rischio. Secondo la norma, il Manager HSE ha due “anime”: supporta l’organizzazione nella gestione operativa e nell’attuazione delle misure di prevenzione e protezione dai rischi per i lavoratori, per l’ambiente e per il patrimonio aziendale, coerentemente con la legislazione vigente; definisce la strategia aziendale e imprenditoriale, analizzando anticipatamente i rischi per i lavoratori e per l’ambiente derivanti da scelte decisionali alternative. Da qui una proposta di legge scritta col supporto giuridico di Alessandro Parrotta ed ingegneristico di Rossella Parrotta per presentare un progetto legislativo completo, fattibile e fruibile per le imprese, facendo diventare la figura HSE volano per la crescita aziendale”. Lo ha detto il deputato del Pd, Nicola Carè, aprendo la conferenza stampa di presentazione della proposta di legge a sua prima firma sul ruolo del manager Hse.
*( Daniela Caprino segreteria On. CARÈ, PD)

 

03 – Andrea Medda*: SCHLEIN, L’AFFONDO: “MELONI IN IMBARAZZO. NON AVETE VERGOGNA”. ALLA CAMERA SI È DISCUSSO DEL SALARIO MINIMO CON LA MAGGIORANZA CHE HA CHIESTO IL RINVIO IN COMMISSIONE. DA QUI LA SFURIATA DELLA SCHLEIN.

Forti discussioni alla Camera con la vicenda salario minimo in primo piano. La maggioranza ha chiesto il rinvio in commissione scatenando l’ira dell’opposizione. Su tutti, spiccano le parole di Elly Schlein che non le ha certo mandate a dire alla Premier Giorgia Meloni.
“La richiesta di un ulteriore rinvio è la cronaca di una fuga annunciata. Quello che stiamo votando oggi è un colpo a 3,5 milioni di lavoratori poveri e poverissimi”, ha detto alla Camera la segretaria Pd, Elly Schlein, a proposito del salario minimo. “Il segnale che state lanciando loro è: non contate nulla, le vostre condizioni di lavoro non hanno diritto di essere rappresentate. Questa Italia per voi non esiste”.
“Questa è una legge apprezzata anche da un pezzo sostanziale del vostro elettorato, fatta da un’opposizione coesa e combattiva. Siete ossessionati dall’immigrazione e non vedete l’emigrazione dei nostri giovani, che vanno via per colpa dei salari bassi”, ha aggiunto la leader del Partito Democratico annunciando il voto contrario del Partito democratico alla richiesta della maggioranza di rinviare la proposta delle opposizioni in commissione.
“Non avete sulla vostra pelle nessun senso di vergogna. La vostra scelta è pavida oltre che cinica”. E ancora sulla Meloni: “Ha deciso di buttare la palla in tribuna per l’imbarazzo di dire no a una legge apprezzata anche da un pezzo dell’elettorato che ha votato per voi”.
Il commento di Conte e del M5S
Anche il leader del Movimento 5 Stelle, così come già fatto in passato sul tema, non le ha mandate a dire alla maggioranza: “Siete fissati con i regolamenti e non vi rendete conto di quello che succede fuori. Mi ha molto colpito l’annuncio di chi cercava un barista con esperienza a pochi euro l’ora”, le parole di Conte. “Nel frattempo i prezzi aumentano e gli stipendi rimangono uguali e bassi. La politica dovrebbe interrogarsi su una soluzione, guardando in faccia la realtà mettendo da parte le bandiere per dire insieme che l’Italia non può rimanere tra gli unici Paesi tra i 27 dell’Ue a non avere un salario minimo”. La conclusione è durissima: “Questa maggioranza ha deciso di voltare le spalle agli italiani”.
*(Fonte: News Mondo. Andrea Medda, giornalista)

 

04 – Che cos’è e come funziona la banca centrale europea. La banca centrale europea è una delle 7 istituzioni ufficiali dell’Unione europea e riunisce le banche centrali dei paesi membri che hanno adottato la moneta unica.(*)
DEFINIZIONE
La banca centrale europea (Bce) ha sede a Francoforte ed è una delle 7 istituzioni ufficiali dell’Unione europea. È responsabile della politica monetaria per l’area dell’euro, ovvero di quei paesi membri dell’Unione europea che hanno adottato la moneta unica. Rappresenta il centro del sistema europeo delle banche centrali (Sebc) e dell’eurosistema.
Il Sebc è l’organo che riunisce tutte le banche centrali dei paesi membri, che abbiano adottato o meno la moneta unica. L’eurosistema invece riunisce le banche centrali di quei paesi che hanno adottato l’euro (art. 282 Tfue).
Statuto della Bce e del Sebc.
Il principale obiettivo del Sebc è la stabilità dei prezzi ma ha anche un ruolo nel sostegno alle politiche economiche dell’Unione (art. 127 Tfue). Tra i suoi compiti rientrano:

• definire e attuare la politica monetaria dell’Unione;
• svolgere le operazioni sui cambi con valute diverse in linea con le disposizioni del Tfue;
• detenere e gestire le riserve ufficiali in valuta estera degli stati membri;
• promuovere il regolare funzionamento dei sistemi di pagamento.
• Spetta alla Bce assicurare che i compiti attribuiti al Sebc siano portati a termine o attraverso strumenti propri o delle banche centrali nazionali.

Inoltre la Bce deve essere consultata in merito a qualsiasi proposta di atto che rientra nelle sue competenze e può formulare pareri rivolti a organi dell’Ue o degli stati membri.

Gli organi decisionali della Bce sono il consiglio direttivo e il comitato esecutivo. Il consiglio direttivo comprende i componenti del comitato esecutivo più i governatori delle banche centrali degli stati la cui moneta è l’euro. In seguito all’allargamento dell’area euro tuttavia è stato adottato un sistema per cui il diritto di voto dei governatori nazionali è disciplinato da una rotazione mensile. Tramite questa rotazione i 5 governatori dei paesi con economie più grandi (Germania, Francia, Italia, Spagna e Paesi Bassi) si dividono 4 voti. Gli altri 15 paesi invece si dividono 11 voti. È il consiglio direttivo l’organo che ha il compito di formulare la politica monetaria dell’Unione, stabilendo gli obiettivi monetari intermedi, i tassi di interesse e l’offerta di riserve nel Sebc.
L’organo deputato all’attuazione della politica monetaria comune è invece il comitato esecutivo. Questo comprende il presidente della Bce, il vicepresidente e altri 4 membri. Sono tutti nominati dal consiglio europeo, che delibera a maggioranza qualificata. In questo processo il parlamento ha solo un ruolo consultivo, che d’altronde è attribuito anche al consiglio direttivo. Il loro mandato dura 8 anni e non è rinnovabile. Nel caso di cessazione anticipata di un componente il sostituto viene nominato con la stessa procedura.

La banca centrale europea è stata istituita il primo giugno del 1998, in vista dell’introduzione dell’euro. Il primo gennaio 1999 infatti la moneta unica è entrata in funzione in 11 paesi Ue, anche se solo come moneta di conto virtuale. La sua introduzione come moneta circolante invece è iniziata nel 2002.
Nel frattempo anche la Grecia (2001) si era unita ai paesi dell’area euro, mentre negli anni successivi si sono aggiunti altri 7 paesi. Nel 2023 infine si è aggiunta anche la Croazia, diventando il 20° paese ad adottare la moneta unica.
L’allargamento dell’area euro
La cronologia dell’adozione della moneta unica da parte degli stati membri dell’Unione europea
Tutti i paesi che aderiscono all’Unione sono tenuti ad adottare l’euro come moneta nazionale. Tuttavia per accedervi devono rispettare una serie di parametri previsti dal trattato di Maastricht.
Una regola che attualmente vale per tutti gli stati membri dell’Ue ad eccezione della Danimarca. Questo paese infatti, assieme al Regno Unito (che dopo la Brexit non fa più parte dell’Ue), aveva negoziato una deroga (opt-out) che la esentava dall’obbligo di introdurre l’euro.
Ciononostante sono diversi i paesi che, pur essendo entrati nell’Ue da diversi anni, non hanno ancora adottato l’euro. Infatti mentre la Croazia è entrata nella moneta unica quest’anno, pur essendo un paese membro Ue solo dal 2013, lo stesso non hanno fatto Bulgaria e Romania che pure sono paesi Ue dal 2007. Ancora più tempo è trascorso dal 2004 quando sono diventati paesi Ue Polonia, Repubblica Ceca e Ungheria. Ma il caso in assoluto più eclatante è quello della Svezia che è parte dalla famiglia europea da 28 anni (1995) ma ancora non ha adottato la moneta unica.
IL PROCESSO DI ADESIONE ALL’UNIONE EUROPEA.
Una delle caratteristiche che distinguono la banca centrale europea dalle altre banche centrali riguarda la decisione, espressa nei trattati, di attribuirgli come compito principale la stabilità dei prezzi vietando al contempo che questa adotti politiche di svalutazione monetaria. Creare una moneta stabile infatti era considerato il presupposto necessario per favorire il commercio tra gli stati membri e compiere il passaggio dal mercato comune al mercato unico europeo. Sempre a questo scopo inoltre la sua struttura è stata definita per garantire massimi livelli di indipendenza dal potere politico.
LA BANCA CENTRALE EUROPEA A DIECI ANNI DAL TRATTATO DI LISBONA
Un’altra caratteristica distingue però la politica monetaria europea. Ovvero l’assenza, al suo fianco, di un soggetto politico europeo con cui coordinare le politiche economiche e di spesa. Una carenza questa che, pur evidente fin dagli esordi, è emersa in tutta la sua criticità quando l’Unione e i suoi stati membri si sono dovuti confrontare con le crisi economiche iniziate nello scorso decennio.
Ed è proprio in quella fase in effetti che la Bce ha iniziato a intervenire a sostegno delle economie nazionali, anche tramite strumenti non previsti o, secondo alcuni, addirittura vietati dai trattati.
Come enunciato chiaramente dall’allora governatore della Bce Mario Draghi, la legittimità di queste operazioni deve essere rintracciata nella necessità di preservare la moneta unica.
Within our mandate, the ECB is ready to do whatever it takes to preserve the euro. And believe me, it will be enough.
– Il governatore della Bce Mario Draghi 26/07/2012
In anni più recenti le dichiarazioni di Christine Lagarde, che è succeduta a Draghi come governatrice della banca centrale europea, sono andate in senso opposto, anche se poi non hanno avuto piena attuazione nelle politiche dell’istituto di Francoforte.
WE ARE NOT HERE TO CLOSE SPREADS. THIS IS NOT THE FUNCTION OR THE MISSION OF THE ECB.
– La governatrice della Bce Christine Lagarde 12/03/2020
In ogni caso oggi l’Unione si trova di fronte a sfide nuove, con un’economia caratterizzata per la prima volta da alti tassi di inflazione. Le decisioni che assumerà la Bce saranno dunque fondamentali per lo sviluppo economico del continente, in un contesto in cui l’Ue non ha fatto alcun progresso per quanto riguarda un’effettiva unione politica ed economica.
*( FONTE: elaborazione openpolis su dati banca centrale europea, ultimo aggiornamento: giovedì 12 Ottobre 2023)

 

05 – Federica Rossi*: AGRICOLTURA COME AZIONE CLIMATICA. «ORA I GOVERNI CI ASCOLTINO»
WORLD FOOD FORUM . VOCI DI DONNE E GIOVANI OSPITI DELLA FAO: «LA SOLUZIONE È UN MATRIMONIO TRA IL SAPERE INDIGENO E L’INNOVAZIONE TECNOLOGICA» IN CERCA DI AGRICOLTURA COME AZIONE CLIMATICA. «ORA I GOVERNI CI ASCOLTINO».
Il World Food Forum, per la terza volta dal 2021, ha trovato spazio alla Fao questa settimana per «accelerare l’azione climatica attraverso la trasformazione dei sistemi agricoli». Il Wff è un movimento e network condotto da giovani che tenta di trovare, attraverso incontri e laboratori con rappresentanti da tutto il mondo, ospitati nel grande edificio dell’Organizzazione delle nazioni unite per l’alimentazione e l’agricoltura, di tagliare i confini che dividono i paesi e trovare una strategia comune ai problemi che affliggono l’umanità in toto, come la crisi climatica.
«La soluzione è un matrimonio tra il sapere indigeno e l’innovazione tecnologica» spiega Tafadzwa Malaika Kurotwi, 24 anni, attivista di Fridaysforfuture Kenya e parte dell’Emerald Climate Hub. «Per farlo dobbiamo assicurarci che le persone che sono in prima linea per gli effetti della crisi climatica e la fame, le donne, i giovani, il sud globale, abbiano una voce nello sviluppo delle nuove politiche», racconta mentre ricorda che alla Cop27 solo il 35% delle persone presenti era donna.
Shen, 22 anni, parte della delegazione giovanile dell’Unfcc, l’Organizzazione delle Nazioni unite per i cambiamenti climatici, viene da Hong Kong e vive in Svizzera. «Dopo lo spazio dato all’incontro organizzato sulle regional policy reccommendations ho sentito di aver avuto lo spazio per esprimere le mie istanze come persona giovane, questo non significa però anche che mi senta rappresentato. Ho potuto sviluppare le mie idee, ma spesso con così tante voci durante il processo diventano meno chiare e si perdono». Malika conferma: «Essere qui è fondamentale, ma ora sta ai rappresentanti ascoltarci».
Numerosi gli stand che mostrano nel concreto le tecniche di agricoltura sostenibili, una parete di piante senza vaso copre l’ingresso del grande atrio: grazie a delle tecniche di smart farming riescono a sopravvivere senz’acqua. «Ho potuto condividere i miei saperi indigeni, ma anche ascoltare quelli degli altri» spiega Malika. Racconta della grave siccità che ha colpito il Kenya nel 2015. «Vivevo in una fattoria e guadagnavamo con i prodotti che producevamo, ma quando non riuscivamo più a coltivare nulla ho rischiato di non poter andare a scuola, o anche mangiare».
Anche Sharon Gakii, 25, ha vissuto gli effetti più devastanti della siccità in Zimbabwe, il suo paese. Fa parte di YoUnGo, un braccio giovanile dell’Onu, e spera di portare il tema alla Cop28. La chiave per la sicurezza alimentare, viene sottolineato, è proprio quella di mettere in mano alle popolazioni locali gli strumenti per la propria autosufficienza e adattamento ai cambiamenti climatici.
La centralità delle voci dei singoli e delle comunità indigene è di certo il filo rosso che unisce le giornate del World Food Forum, ma possono materializzarsi solo in base alla politica dei governi.
*(Fonte: Il Manifesto – Internazionale. . Federica Rossi. Giornalista freelance.)

 

06 – Andrea Medda*: CONTE ANNIENTA LA MELONI: “ILLUDE I LAVORATORI. ECCO COSA FA CREDERE…” IL LEADER DEL MOVIMENTO 5 STELLE, GIUSEPPE CONTE, NON DÀ SCAMPO A GIORGIA MELONI.
Non solo l’attacco alla Camera della Schlein, Giorgia Meloni deve difendersi anche dalle pesanti accuse di Giuseppe Conte. Il leader del Movimento 5 Stelle ha parlato in esclusiva al Tg1, stroncando la Premier e la manovra di bilancio di cui, secondo lui, la Presidente del Consiglio sta dando una visione distorta e non del tutto reale.
L’intervista, condivisa anche sui canali social del politico, parte a proposito del salario minimo. In tale ottica Conte ha subito detto al Tg1: “Da dove riparte il fronte comune? Questo governo e questa maggioranza voltano le spalle a tre milioni e seicentomila lavoratrici e lavoratori con la complicità, schermandosi dietro al Cnel di Brunetta. Noi non lo consentiremo. Continueremo la nostra battaglia, in Parlamento e nel Paese. Abbiamo già raccolto 500 mila firme e tante sono di elettori del centrodestra”.
“Chiariamo che Giorgia Meloni illude i lavoratori e le lavoratrici, facendo credere che ci saranno cento euro in più al mese. In realtà non ci sarà neanche un euro in più”. E attacca: “Si conferma soltanto il taglio del cuneo fiscale che peraltro non sarà nemmeno strutturale. Non c’è nulla su carovita, caro-mutui e caro-carburante. Attenzione, ci sono tagli effettivi sulla sanità e dopo aver criticato la legge Fornero non dà nulla e non offre nulla per chi vuole la pensione anticipata”.
LA GUERRA IN ISRAELE
Non è potuto mancare anche un passaggio sulla guerra in Israele. In tal senso Conte chiede un fronte unico per arrivare alla pace.
“Cosa ne penso del rischio escalation? Dobbiamo pretendere che l’intera comunità internazionale, con una voce sola, dica basta a questo orrore e dica basta alle violazioni del diritto internazionale e umanitario”, ha sintetizzato il leader del Movimento 5 Stelle.
*( Fonte: News Mondo. Andrea Medda, giornalista)

 

07 – Paolo Mossettila*: GUERRA IN MEDIO ORIENTE – DOVE NASCE IL CONFLITTO TRA ISRAELE E PALESTINA. GLI EVENTI SPAVENTOSI DELL’ULTIMA SETTIMANA IN MEDIO ORIENTE SONO IL CULMINE DI SCONTRI VECCHI DA DECENNI. E CHE AFFONDANO LE RADICI NELLA STORIA DEL PAESE – GLI ATTACCHI MISSILISTICI DI ISRAELE SULLA STRISCIA DI GAZA

Gli attacchi missilistici di Israele sulla Striscia di Gaza. Le origini di ogni conflitto dipendono da chi interpelli. Secondo alcuni, quello attuale tra Israele e Hamas in Palestina affonda addirittura le sue radici nell’antichità e nelle sacre scritture ebraiche, che rivendicano questa terra come quella promessa da Dio al popolo ebraico. Questa prospettiva religiosa è un fattore chiave nell’identità nazionale di Israele, ma ha anche contribuito alle tensioni con la popolazione palestinese autoctona.
Alla fine della Prima guerra mondiale, l’Impero Ottomano si sgretolò e la Palestina divenne un territorio sotto il mandato britannico. Con la crescente immigrazione ebraica che sfuggiva ai ai pogrom e ad altre persecuzioni nell’Europa orientale, e con la dichiarazione di Balfour del governo britannico nel 1917 a sostegno di una “patria nazionale per il popolo ebraico”, le tensioni con le comunità arabe locali aumentarono considerevolmente.
Ma l’inizio del conflitto odierno, secondo molti, risale al 1947, quando le Nazioni Unite votarono, in seguito allo sterminio di gran parte degli ebrei europei durante l’Olocausto, per la spartizione del mandato della Palestina in due Stati: uno ebraico (Israele) e uno arabo (che non decollò). La lotta tra gruppi armati ebrei, alcuni dei quali erano considerati organizzazioni terroristiche dai britannici, e i palestinesi si intensificò fino alla dichiarazione di indipendenza di Israele nel maggio 1948.

Le tappe: La Guerra d’Indipendenza e la Nakba. Occupazione e resistenza . La questione dei rifugiati palestinesi
VERSO L’ABISSO
5 cose da sapere sulla Striscia di Gaza. Bombardamenti di Israele su Gaza
Le 4 incognite della guerra di Israele contro Hamas
L’attacco dei miliziani ha colto di sorpresa Tel Aviv, che ora sta preparando una dura risposta militare con molte variabili tutt’altro che chiare
LA GUERRA D’INDIPENDENZA E LA NAKBA
La nascita di Israele scatenò una guerra paesi arabi confinanti: Egitto, Iraq, Transgiordania e Siria, durante la quale circa 700mila palestinesi furono espulsi o fuggirono – circa l’85% della popolazione araba del territorio catturato da Israele – e non furono mai autorizzati a tornare. I palestinesi chiamarono l’esodo e lo sradicamento di gran parte della loro società Nakba, o “catastrofe”, ed è tuttora l’evento traumatico al centro della loro storia moderna. Gli arabi che rimasero in Israele come cittadini furono soggetti a discriminazioni per quasi due decenni, privati di molti diritti civili fondamentali.

OCCUPAZIONE E RESISTENZA
Nel 1964, una coalizione di gruppi palestinesi fondò l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (Olp) con a capo Yasser Arafat per stabilire, attraverso la lotta armata, uno stato arabo al posto di Israele. L’Olp attirò l’attenzione internazionale attraverso attentati e dirottamenti di alto profilo.
Nel 1967 Israele sospettò che Giordania, Egitto e Siria erano pronti a invaderlo e lanciò quella che dichiarò essere un attacco preventivo, Durante la Guerra dei Sei Giorni, Israele occupò i territori palestinesi di Gerusalemme Est, Cisgiordania e Gaza, oltre alla penisola del Sinai, stabilendovi numerosi nuovi insediamenti. Queste occupazioni ebbero un profondo impatto sulla vita quotidiana dei palestinesi e furono ampiamente condannate dalle Nazioni Unite.
LA QUESTIONE DEI RIFUGIATI PALESTINESI
Se la penisola del Sinai fu restituita da Israele all’Egitto nel 1981, dopo una serie di accordi che costarono la vita all’allora presidente egiziano Anwar el-Sadat, il problema dei rifugiati palestinesi continuò a essere una delle principali questioni in sospeso. Milioni di essi si trovavano in campi profughi in diverse nazioni limitrofe, aspettando una soluzione immersi nella miseria.
Per vent’anni Israele considerò la popolazione palestinese sotto il suo controllo come in larga parte addomesticata, al punto da continuare con le espansioni coloniali e le espropriazioni in Cisgiordania. I palestinesi furono a lungo usati anche come forza lavoro economica all’interno di Israele. Quest’illusione andò in frantumi nel dicembre 1987, quando i giovani palestinesi scesero in strada per ribellarsi contro l’esercito israeliano. La rivolta, che prese il nome di intifada, fu caratterizzata da arresti di massa, una punizione durissima da parte di Israele e centinaia di palestinesi processati e uccisi come spie dall’Olp.
La causa palestinese si era manifestata in tutta la sua drammaticità al mondo intero. Arafat fu rafforzato e considerato un leader da prendere sul serio cercare compromessi, inclusa una soluzione a due Stati con Israele. 1993, iniziarono colloqui segreti tra Israele e l’Olp, portando agli Accordi di Oslo, che istituirono l’Autorità nazionale palestinese e l’autogoverno in alcune parti della Cisgiordania e della Striscia di Gaza. Alcuni palestinesi di spicco li considerarono come una forma di resa, mentre gli israeliani di estrema destra si opposero alla cessione di insediamenti o territori.
Tra gli israeliani, l’opposizione politica a Oslo fu guidata dai futuri primi ministri Ariel Sharon e Benjamin Netanyahu, che presero parte a comizi in cui l’allora presidente israeliano Yitzhak Rabin veniva ritratto come un nazista. La vedova di Rabin incolpò i due uomini per l’assassinio di suo marito, perpetrato da un estremista nazionalista israeliano nel 1995.

La fitta rete di tunnel sotterranei della Striscia di GazaIl complesso sistema è nato negli anni Ottanta durante l’occupazione israeliana. Ieri come oggi, dai cunicoli passano beni di prima necessità e armi
VERSO L’ABISSO
Le trattative di pace vacillarono e il fallimento dei colloqui di Camp David, un vertice Medio Oriente tra il presidente degli Stati Uniti Bill Clinton, il primo ministro israeliano Ehub Barak e Arafat nel 2000 contribuì alla seconda intifada caratterizzata, a differenza della prima, da diversi attentati suicidi da parte dei palestinesi. Quando nel 2005 il premier Sharon acconsentì di smantellare numerosi insediamenti ebraici in Palestina, Arafat era ormai morto (dopo due anni trascorso in un bunker) insieme a oltre 3mila palestinesi e circa mille israeliani. L’odio tra le due parti si era fatto insanabile, e la costruzione di un intricato sistema di muri nella West Bank non aiutò.
E Gaza? Nel 2006 il partito islamista radicale Hamas, dopo una lunga guerra civile con l’Olp vinse le elezioni, e per i palestinesi della Striscia la situazione si complicò. Israele decretò un embargo totale dell’enclave – con controllo continuo dello spazio aereo e delle acque territoriali – e l’economia palestinese sprofondò.
I governi occidentali esprimano ancora ufficialmente il loro sostegno a una soluzione a due Stati, non si è registrato alcun progresso nello spingere per un accordo. Netanyahu, il primo ministro israeliano più longevo, si è detto più volte contrario a uno Stato palestinese e vari membri del suo governo sostengono apertamente l’annessione di tutta o parte della Cisgiordania. Gruppi per i diritti umani israeliani e stranieri hanno parlato di una situazione, nei territori occupati, assimilabile all’apartheid nei territori occupati. Tutto il resto è cronaca.
*( Paolo Mossetti, è uno scrittore e giornalista che si occupa di antropologia economica e reportage su riviste come Esquire Italia, Wired Italia)

 

 

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