n°27 – 08/07/2023 – RASSEGNA DI NEWS NAZIONALI E INTERNAZIONALI. NEWS DAI PARLAMENTARI ESTERO

01 – Luca Martinelli*: Battuto ogni giorno il record mondiale di caldo.
02 – Sen. Francesca La Marca(Pd)*:presenta un’interrogazione al ministro degli esteri sullo stato dei servizi consolari a Toronto.
03 – Sabato Angieri*: voci di un piano di pace, da siglare alle porte della Crimea – il limite ignoto. Le indiscrezioni Washington post. Ieri la chiamata fra mosca e il capo della Cia e la visita a Kiev del premier Pedro Sanchez, presidente di turno del della UE.
04 – Una luce si accende nella vicenda di Julian Assange – L’incontro avvenuto lo scorso venerdì in Vaticano tra papa Francesco e la moglie avvocata Stella Moris – accompagnata dai figli Gabriel e Max – ha riacceso qualche speranza per la […] *
05 – Anna Franchin*: L’unico spazio pubblico rimasto. Qual è l’ultima volta che siete entrati in una biblioteca? Se fate questa domanda a qualcuno che vive a Calgary, in Canada, è facile che vi risponda “ieri”, o “la scorsa settimana
06 – Roberto Ciccarelli** – Andrea Roventini*: «Sul salario minimo Meloni fa gli interessi delle imprese»
07 Andrea Capocci*: Il Cern della salute piace all’Europa . SCIENZA. La proposta è stata avanzata da tre importanti economisti italiani. La Ue discute della creazione di un centro di ricerca e sviluppo che freni lo strapotere di Big Pharma.
08 – Paris Marx *: la tecnologia non è una cura.

 

 

01 – Luca Martinelli*: Battuto ogni giorno il record mondiale di caldo. L’ARIA CHE TIRA. Lunedì 17,01°, martedì 17, 18°, mercoledì di nuovo 17,18°. E non solo: il giugno più caldo di sempre, il mare più caldo di sempre…Battuto ogni giorno il record mondiale di caldo

Mercoledì 5 luglio è stato il giorno più caldo di sempre, con una temperatura media globale (dall’Artico all’Antartico, misurata a due metri da terra) di 17,18 gradi Celsius. Il precedente record mondiale era stato registrato il giorno prima, martedì 4 luglio, sempre con 17,18 gradi. Anche il giorno precedente, lunedì 3 luglio, era stato da record mondiale, con 17,01 gradi Celsius.

IL DATO è reso pubblico dal Climate Reanalyzer dell’Università del Maine, uno strumento che utilizza dati satellitari e simulazioni al computer per misurare le condizioni a livello globale. Anche se i dati giornalieri non sono ufficiali, essi rappresentano – ha spiegato lo scienziato del clima dell’Università del Maine Sean Birkle – un’utile istantanea di ciò che sta accadendo in un mondo che si riscalda, tanto che Sarah Kapnick, capo scienziato della National Oceanic and Atmospheric Administration (Noaa) ha spiegato che essi stanno «mostrando un’indicazione di dove siamo adesso». Kapnick ha affermato che è probabile che il mondo stia comunque assistendo al giorno più caldo da «diverse centinaia di anni»: anche se gli scienziati generalmente utilizzano misurazioni molto più lunghe – mesi, anni, decenni – per monitorare il riscaldamento della Terra, i massimi giornalieri indicano che il cambiamento climatico sta raggiungendo un territorio inesplorato.

CHE LA DIREZIONE sia quella indicata dal Climate Reanalyzer lo confermano i dati diffusi sempre ieri dal Servizio per il Cambiamento Climatico Copernicus della Commissione europea: «Il mese di giugno è stato il più caldo a livello globale, con poco più di 0,5 gradi al di sopra della media 1991-2020, superando giugno 2019 – il record precedente – di un margine sostanziale». Secondo i dati, il ghiaccio marino antartico ha raggiunto la sua estensione più bassa per giugno dall’inizio delle osservazioni satellitari, al 17% al di sotto della media. L’estensione del ghiaccio marino artico era leggermente al di sotto della media ma ben al di sopra dei valori di giugno degli ultimi otto anni.

DURANTE IL MESE di maggio 2023, inoltre, le temperature superficiali marine a livello globale sono state più alte di qualsiasi altro maggio precedente, tendenza che è proseguita fino al mese di giugno, con l’oceano globale che ha registrato temperature superficiali marine più alte di qualsiasi altro giugno precedente. Sono anche questi dati rilevati dal centro europeo per le previsioni meteorologiche a medio termine. In particolare, per quanto riguarda le temperature superficiali marine di giugno 2023, l’oceano ha registrato temperature superficiali marine più elevate di qualsiasi altro mese di giugno precedente. Nell’Atlantico settentrionale sono state registrate anomalie della temperatura superficiale marina eccezionalmente calde, causate da una combinazione di correnti anomale a breve termine nell’atmosfera e di variazioni a lungo termine negli oceani. Sono state osservate ondate di calore marine estreme in Irlanda, nel Regno Unito e nel Mar Baltico mentre El Niño ha continuato a rafforzarsi nel Pacifico tropicale orientale.

PER CARLO Buontempo, direttore del Copernicus Climate Change Service (C3S), «le condizioni eccezionali nell’Atlantico settentrionale evidenziano la complessità del sistema Terra e ci ricordano l’importanza di monitorare il clima globale in tempo quasi reale. L’interazione tra la variabilità locale e globale insieme alle tendenze climatiche è essenziale per gestire al meglio i rischi e definire politiche di adattamento efficaci».

IN ITALIA, intanto, dopo una giornata di tempo instabile, in particolare sulle regioni settentrionali, con temporali anche molto forti avanza l’anticiclone africano che inizierà a «invadere» la Sardegna, dove già ieri erano attesi picchi di 40°C sulle zone interne meridionali dell’isola. Da oggi temperature in crescita che potrebbero raggiungere anche i 45 gradi. Dovrebbe far molto caldo in tutta Italia, e il ministero della Salute ha informato che sabato saranno tre le città italiane con bollino arancione (livello 2) a rischio per le ondate di calore: si tratta di Firenze, Perugia e Roma. Quattordici invece le città bollino giallo. Il caldo si concentrerà principalmente in centro Italia con l’eccezione di Bolzano.
*( Fonte: Il Manifesto. Luca Martinelli, è giornalista, autore e attento osservatore del territorio italiano.)

 

02 – Sen. Francesca La Marca*:PRESENTA UN’INTERROGAZIONE AL MINISTRO DEGLI ESTERI SULLO STATO DEI SERVIZI CONSOLARI A TORONTO

SAPERE SE IL MINISTRO DEGLI ESTERI SIA A CONOSCENZA DEI RITARDI NELL’ATTUAZIONE DELLE RICHIESTE DEI CITTADINI ITALIANI RESIDENTI ALL’ESTERO CHE SI AFFIDANO AL CONSOLATO GENERALE D’ITALIA A TORONTO E SE HA UN PIANO PER AUMENTARE LE PRESTAZIONI DI UN CONSOLATO STRATEGICO COME QUELLO DI TORONTO. QUESTO IN DEFINITIVA È STATO IL FULCRO CENTRALE DELL’INTERROGAZIONE PARLAMENTARE DESTINATA AL MINISTRO DEGLI AFFARI ESTERI E DELLA COOPERAZIONE INTERNAZIONALE E PRESENTATA DALLA SENATRICE FRANCESCA LA MARCA.

« Nella rete estera del Ministero degli affari esteri e della cooperazione internazionale, i servizi consolari svolgono un ruolo fondamentale. Tali servizi vengono offerti dal consolato generale d’Italia a Toronto che svolge un’azione di sostegno a 74.435 cittadini italiani residenti nelle province dell’Ontario e del Manitoba. Il suo compito dovrebbe rappresentare un anello fondamentale dell’intensa catena del Ministero, sia perché Toronto, motore economico del Canada, ha come caratteristica quella di essere una delle città più multiculturali del mondo, sia perché si stima che le persone di origine italiana residenti a Toronto siano superiori alle 500.000 unità. Tuttavia, sono innumerevoli le lamentale che mi sono giunte per quanto riguarda lo svolgimento di alcuni servizi fondamentali che spettano a questo consolato. » ha dichiarato la senatrice La Marca.

L’interrogazione parlamentare, che è stata sottoscritta da moltissimi colleghi senatori del PD compresi l’ex presidente della Camera dei Deputati Pier Ferdinando Casini, l’ex segretaria generale della CGIL Susanna Camusso e della CISL Annamaria Furlan e l’ex ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Graziano Delrio, pone l’accento proprio sulla centralità che il consolato di Toronto rappresenta. È infatti la seconda più grande circoscrizione consolare in Nord America e comprende la provincia del Manitoba, i territori del Nordovest e la stessa provincia dell’Ontario, eccezion fatta per la città di Ottawa e la regione dell’Outaouais, le contee di Carleton, Dundas, Glengarry, Grenville, Prescott, Russel e Stormont.

« Servizi come rinnovo del passaporto, richiesta della cittadinanza, richiesta di iscrizione all’AIRE o un semplice appuntamento richiedono mesi e, in alcuni casi, persino anni – ha continuato la senatrice La Marca – Tale situazione comporta un cortocircuito nel meccanismo che alimenta il Ministero. Infatti, molti italiani residenti all’estero si sentono abbandonati nella richiesta di attuazione anche dei più basilari diritti. L’effetto di tale problematica è anche un allontanamento dei cittadini dalle istituzioni italiani operanti sul territorio. »

« Abbiamo bisogno di dare risposte concrete ai connazionali che risiedono all’estero per questo ho depositato questa interrogazione parlamentare perché, in primis, voglio mettere a conoscenza dei fatti il Ministro e, in secundis, trovare una soluzione a un problema che si protrae da troppo tempo. » ha concluso la senatrice La Marca.
*(Sen. Francesca La Marca -Ripartizione Nord e Centro America/Electoral College – North and Central America)

 

03 – Sabato Angieri*: VOCI DI UN PIANO DI PACE, DA SIGLARE ALLE PORTE DELLA CRIMEA – IL LIMITE IGNOTO. LE INDISCREZIONI WASHINGTON POST. IERI LA CHIAMATA FRA MOSCA E IL CAPO DELLA CIA E LA VISITA A KIEV DEL PREMIER PEDRO SANCHEZ, PRESIDENTE DI TURNO DEL DELLA UE.
L’Ucraina ha un piano per iniziare i negoziati con Mosca. Secondo il Washington Post, infatti, Kiev avrebbe messo a punto una strategia per costringere il Cremlino ad accettare determinate condizioni messe nero su bianco e consegnate al capo della Cia, William Burns, che ieri ha parlato al telefono anche con Mosca. Intanto però la guerra continua sul campo di battaglia con nuovi raid su Zaporizhzhya e la previsione del capo di stato maggiore congiunto statunitense, Mark Milley, secondo cui «la controffensiva sarà lunga e sanguinosa».
SE CONFERMATE, le indiscrezioni del Washington Post costituirebbero un’importante novità. Ovvero sarebbero una prova del fatto che il governo ucraino sta effettivamente cercando una strategia per il cessate il fuoco, al di là dei proclami ufficiali e dei moniti. Anche ieri, in occasione della visita a Kiev del premier spagnolo Pedro Sanchez, presidente di turno dell’Unione europea, Volodymyr Zelensky ha dichiarato ancora una volta che «la diplomazia inizierà solo quando l’Ucraina tornerà ai suoi confini stabiliti nel 1991». Ma il capo deve sempre parlare di vittoria, la guerra si combatte anche così e poi i soldati al fronte devono almeno illudersi di non rischiare la morte inutilmente.
TUTTAVIA, nei piani consegnati a Burns a inizio giugno, il quadro descritto sarebbe molto più pragmatico. L’esercito ucraino punterebbe a riconquistare più territorio possibile nell’est entro l’inizio dell’autunno, motivo per cui continua a premere sui lati di Bakhmut e nelle aree limitrofe. Nel frattempo i reparti corazzati e d’artiglieria si sposterebbero al sud, al confine della Crimea, in modo da tenere sotto tiro Sebastopoli e le basi della penisola. Solo a quel punto, di fronte alla minaccia concreta al controllo russo della Crimea, l’amministrazione di Kiev aprirà i negoziati. Il governo ucraino ritiene che il Cremlino sarà disponibile a trattare, ed eventualmente a fare concessioni, solo se messo con le spalle al muro ed è per questo che tale processo dovrebbe concludersi entro l’anno corrente. I generali sanno che gli uomini e i mezzi a disposizione dell’Ucraina si trovano in una condizione e in una quantità che difficilmente potranno raggiungere di nuovo in futuro. E quindi si prefigura davvero lo scenario, evocato da qualche analista in primavera, della manovra definitiva.

POI SI VEDRÀ, c’è sempre l’ipotesi dell’ingresso nella Nato che cambierebbe definitivamente gli equilibri tra i due belligeranti. Ma le incognite sono troppe, le linee di difesa russe hanno provato la loro efficacia e non è detto che l’avanzata ucraina riesca ad arrivare alle porte della Crimea (e non oltre, si badi bene, la penisola resterebbe sotto il controllo russo); il piano è quindi stato giudicato da fonti statunitense «ambizioso». Che generalmente è un eufemismo per «difficilmente realizzabile», ma staremo a vedere.
Forse anche per questo l’amministrazione Biden sta valutando ufficialmente di fornire bombe a grappolo e missili a lunga gittata Atacms all’Ucraina. Finora, lo abbiamo sentito ripetere più volte, entrambi gli armamenti erano stati negati: il primo perché contrario alle convenzioni internazionali, il secondo per evitare che Kiev colpisse il territorio della Federazione russa con armi made in Usa. Tuttavia, nell’ottica di azioni mirate in Crimea e in Donbass Washington potrebbe cambiare avviso.
ANCHE PERCHÉ il canale tra la Casa bianca e il Cremlino continua a restare aperto. Nelle ultime ore sempre Burns avrebbe telefonato a Sergei Naryshkin, il direttore del servizio estero dell’Fsb (Il Servizio federale per la sicurezza della Federazione russa), per rassicurarlo sulla totale estraneità degli Usa nella rivolta della Wagner.
*( Giornalista, scrittore, traduttore e autore teatrale. Dodici anni di esperienza come reporter per la carta stampata e per diverse pubblicazioni on-line.)

 

04 – UNA LUCE SI ACCENDE NELLA VICENDA DI JULIAN ASSANGE – L’INCONTRO AVVENUTO LO SCORSO VENERDÌ IN VATICANO TRA PAPA FRANCESCO E LA MOGLIE AVVOCATA STELLA MORIS – ACCOMPAGNATA DAI FIGLI GABRIEL E MAX – HA RIACCESO QUALCHE SPERANZA PER LA […] *
L’udienza è caduta in un momento delicatissimo della vicenda del fondatore di WikiLeaks. Le corti del Regno Unito stanno decidendo sui ricorsi del collegio di difesa contro l’estradizione negli Stati Uniti del giornalista che osò sfidare i misfatti del potere segreto. E, come teme il direttore della stessa WikiLeaks Kristinn Hrafnsson, la giustizia inglese potrebbe procedere prima ancora dell’annunciato coinvolgimento della Corte europea dei diritti dell’uomo.
Il Papa è contro la guerra e proprio per avere svelato i crimini dei conflitti dell’Iraq e dell’Afghanistan il giornalista australiano rischia la vita in un penitenziario d’oltre oceano.
Bergoglio, tra l’altro, è in rapporti di amicizia con il Premio Nobel per la Pace argentino Pérez Esquivel, che lanciò uno dei primi appelli per la libertà del nemico pubblico.
Il 3 luglio – in varie parti del mondo i gruppi FreeAssange hanno festeggiato il 52° compleanno di un detenuto in attesa di un processo di merito.Barabba non può vincere sempre.
*( Fonte: Internazionale )

 

05 – Anna Franchin*: L’UNICO SPAZIO PUBBLICO RIMASTO. QUAL È L’ULTIMA VOLTA CHE SIETE ENTRATI IN UNA BIBLIOTECA? SE FATE QUESTA DOMANDA A QUALCUNO CHE VIVE A CALGARY, IN CANADA, È FACILE CHE VI RISPONDA “IERI”, O “LA SCORSA SETTIMANA”.
CALGARY VANTA UNO DEI SISTEMI BIBLIOTECARI PUBBLICI PIÙ GRANDI DEL NORDAMERICA, E ANCHE UNO DEI PIÙ FREQUENTATI, VISTO CHE IL 57 PER CENTO DEI RESIDENTI HA LA TESSERA DI UNA BIBLIOTECA NEL PORTAFOGLIO. La struttura principale, la Central library – inaugurata nel 2018 in un quartiere piuttosto degradato proprio per ravvivarlo – è una specie di arca su sei piani, con un atrio dai soffitti altissimi che provoca lo stesso effetto di una cattedrale o dell’aula di un parlamento, dà cioè la sensazione di trovarsi in un luogo dove succede qualcosa d’importante. Nel 2019 l’edificio ha garantito alla città una menzione nella lista dei “52 posti da visitare” secondo il New York Times ed è stato incluso tra i cento più belli del mondo dalla rivista Time.
Nicholas Hune-Brown, giornalista del giornale canadese The Walrus, ha visitato la Central library una mattina dello scorso febbraio. Alle 8, un’ora prima dell’apertura, davanti all’ingresso c’era già una piccola folla. Per la maggior parte, si trattava di uomini che fumavano sigarette, avevano con sé dei borsoni, aspettavano. Intanto, all’interno, gli addetti in camice blu brillante avviavano il “bookscalator”, un lungo nastro che trasporta i volumi dal banco delle restituzioni fino al secondo piano, dove i libri sono smistati. Alle 8.50 tre guardie di sicurezza hanno raggiunto le loro postazioni, poi hanno sbloccato le porte ed è cominciato il via vai.
Anche la Memorial park, la più antica biblioteca di Calgary, ha un suo fascino, ma è sicuramente vecchio stile. Fu inaugurata nel 1912 grazie ai soldi di Andrew Carnegie, un magnate dell’acciaio che tra la fine dell’ottocento e gli inizi del novecento donò sessanta milioni di dollari (all’epoca una cifra astronomica) per costruire 2.509 biblioteche pubbliche in tutto il mondo, 125 solo in Canada. Questi palazzi erano progettati per ispirare le masse: erano ambienti raffinati e confortevoli in cui si leggevano i libri, oggetti che non tutti potevano permettersi. “Pensando a ragazzi e ragazze che hanno il bene dentro di loro e la capacità e l’ambizione di svilupparlo, per il denaro non c’era destinazione migliore della fondazione di una biblioteca pubblica”, scrive Carnegie nella sua autobiografia. In cambio del suo sostegno, l’industriale chiedeva ai comuni di sobbarcarsi le spese per mantenere le strutture. Così si sviluppò la rete delle biblioteche canadesi. E per decenni la sua priorità restò una: garantire l’accesso ai libri. Questo obiettivo definì l’infrastruttura e anche il lavoro di chi doveva occuparsene, ossia i bibliotecari.

PORTE APERTE
La super conferenza dell’Associazione delle biblioteche dell’Ontario è il più grande appuntamento annuale rivolto ai bibliotecari canadesi. L’evento, che normalmente si svolge a febbraio a Toronto, è al tempo stesso una fiera del settore e un’occasione per fare il punto. L’ultimo giorno dell’edizione 2023, mentre varie aziende erano impegnate a vendere ogni tipo di strumentazione o di servizio, in una sala stracolma si è tenuto il dibattito forse più atteso.
La discussione è stata aperta da Rahma Hashi, un’assistente sociale. Negli ultimi dieci anni in tutto il Nordamerica un numero crescente di biblioteche ha assunto professionisti come lei per far fronte alle esigenze degli utenti più vulnerabili. Hashi è stata una delle prime a Toronto. Una parte del suo lavoro, ha spiegato, consiste nel coordinarsi con i centri per senzatetto, partendo dal presupposto che la biblioteca è un luogo che accoglie chiunque, ma che i cittadini senza fissa dimora devono essere supportati dalle strutture ufficialmente incaricate di farlo. Secondo il comune di Toronto, i senzatetto in città sono circa undicimila: tutte persone che possono sedersi in una sala di lettura per riscaldarsi, visto che gli altri servizi di assistenza hanno orari ridotti e la maggior parte dei rifugi a Toronto è comunque piena. Vicky Varga, una bibliotecaria di Edmonton che partecipava all’incontro, ha commentato: “La gente cerca la biblioteca perché è l’ultimo spazio veramente pubblico”.
Questa espressione, “l’ultimo spazio pubblico”, è stata ripetuta spesso dalle donne e dagli uomini con cui ha parlato il giornalista di The Walrus. Per loro riassume benissimo il valore delle biblioteche, che sono una realtà da preservare, come le foreste secolari o una specie a rischio. La frase, però, suggerisce anche quanto istituzioni nate per custodire e dare in prestito libri si siano trovate a riempire dei vuoti.
Con i progressi della tecnologia e l’avvento di internet le biblioteche erano date per spacciate. Invece si sono reinventate, prima fornendo un modo gratuito per navigare online e poi cominciando a organizzare attività su qualsiasi cosa, dai corsi di fotografia digitale alle lezioni sui videogiochi, per ogni fascia di età. Nel mezzo di questa trasformazione sono emersi nuovi bisogni, come quelli dei senza fissa dimora, e nuovi problemi, come la crisi degli oppioidi, che in Canada tra il 2016 e il 2022 ha ucciso 34mila persone. Mentre le altre strutture di assistenza subivano tagli e venivano smantellate, la biblioteca è rimasta l’unica con le porte aperte. Oggi è il riferimento per chi deve compilare le domande per ottenere dei sussidi o stampare i moduli da consegnare ai funzionari dell’immigrazione. È un ufficio per i lavoratori in smart working. È uno dei pochi posti in cui si può usare la toilette senza dover acquistare qualcosa. Quindi, se i libri restano l’elemento distintivo delle biblioteche, non sono più la loro ragion d’essere. Nel 2015 quelle di Calgary, per esempio, hanno ridotto del 13 per cento la collezione di volumi e ne hanno tolti decine di migliaia dagli scaffali, impegnandosi di più nella tecnologia, nei seminari e nell’assistenza.

UNA STORIA FUORVIANTE
“Quando si racconta la storia di questo cambiamento, da deposito di testi a concentrato di servizi sociali, di solito si descrive un trionfo senza zone d’ombra”, nota Hune-Brown. “È la storia che si legge in una recente ‘lettera d’amore’ pubblicata dal New York Times: ‘Mentre le reti di protezione locali si assottigliavano, il tetto della biblioteca si è magicamente allargato, da ombrello a telo, a tenda da circo a hangar. La biblioteca moderna tiene i suoi cittadini al caldo, al sicuro, in salute, divertiti, istruiti, idratati e, soprattutto, connessi’. Questa narrazione, per quanto commovente, oscura la realtà. Nessuna istituzione assume ‘magicamente’ le responsabilità dell’intero stato sociale, di sicuro non una che è sotto finanziata come la biblioteca pubblica. Se le biblioteche sono riuscite a espandere il loro scudo protettivo, lo hanno fatto dopo una serie di decisioni difficili, che hanno comportato dei costi”.
A Toronto gli incidenti (violenze, intimidazioni o episodi simili) sono aumentati di cinque volte dal 2012 al 2021. A Edmonton, una città di 900mila abitanti, ai bibliotecari viene insegnato come somministrare il naloxone, un antidoto nelle overdose da oppioidi. Capita che le addette (la maggioranza dei dipendenti delle biblioteche sono donne) denuncino tentativi di stupro. In generale, tutti sembrano condividere la frustrazione di non riuscire ad aiutare chi si rivolge a loro.

Per provare a limitare questi problemi all’inizio del 2019, dopo un aumento degli attacchi al personale, la Millennium library di Winnipeg ha deciso d’introdurre un sistema di sicurezza all’ingresso simile a quello che si trova negli aeroporti: gli utenti venivano perquisiti, le loro borse controllate e tutto ciò che era ritenuto pericoloso era confiscato. Un gruppo di cittadini ha protestato, immaginando che quel tipo di controlli avrebbe solo allontanato persone già emarginate. Aveva ragione: gli incidenti violenti all’interno della biblioteca sono diminuiti, ma anche i frequentatori. Circa un anno dopo l’introduzione, le misure sono state eliminate. Poi, l’11 dicembre 2022, dopo un litigio in una delle sale della biblioteca, un ragazzo è stato accoltellato da dei coetanei. La Millennium library è stata chiusa per circa due settimane, e quando ha riaperto aveva un metal detector e agenti all’ingresso.
Schierare la polizia è una soluzione ipotizzata da più parti ma, dal punto di vista etico e pratico, non è certo in linea con lo spirito delle biblioteche. Quando all’incontro della super conferenza è arrivato il momento delle domande, si sono alzate molte mani. Qualcuno insisteva sulla questione delle aggressioni, altri volevano sapere quanti assistenti sociali avesse assunto una città, altri ancora chiedevano agli amministratori come pensavano di rafforzare gli aiuti al personale. Ma il pensiero comune era: “In che direzione andare?”. Perché era chiaro che essere l’ultimo spazio pubblico non è un vantaggio. “È un segno che qualcosa è andato terribilmente storto”, conclude The Walrus.
*(Anna Franchin, giornalista di Internazionale)
(La Central library di Calgary, 2018, Rick Rudnicki, Alamy)

 

06 – Roberto Ciccarelli** – ANDREA ROVENTINI*: «SUL SALARIO MINIMO MELONI FA GLI INTERESSI DELLE IMPRESE» – INTERVISTA. Parla Andrea Roventini, economista al Sant’Anna di Pisa: «Il No del governo al salario minimo è un altro modo di proteggere i profitti in questo periodo di inflazione.
Le aziende paghino di più i lavoratori se non li trovano. Basta incentivi ai privati. Le risorse pubbliche a transizione ecologica, sanità e scuola»
Andrea Roventini, economista alla Scuola Sant’Anna di Pisa, Pd, 5S, Verdi-Sinistra e Azione, tranne Renzi, hanno raggiunto un accordo sul salario minimo. Unione popolare sta raccogliendo le firme per una proposta di legge popolare. Le prime vogliono una soglia minima a 9 euro, la seconda la vuole a dieci. Sono cifre adeguate oppure sono troppo basse?
Erano cifre adeguate in un contesto precedente all’attuale alta inflazione. Il salario minimo deve essere sopra i 9 euro. Al di là della cifra di partenza, saranno importanti i meccanismi di aggiustamento che dovranno aggiornare il salario minimo al costo della vita in maniera semplice. Ad esempio in Francia l’aggiustamento è automatico. Bisogna evitare di creare una situazione in cui il salario minimo resti fermo per troppo tempo per precise scelte politiche come è accaduto negli Stati Uniti o in Brasile.

Andrea Roventini (Sant’Anna di Pisa)
In uno dei punti dell’accordo tra le opposizioni l’automatismo dell’indicizzazione non è previsto. Deciderà una commissione con le parti sociali. Cosa ne pensa?
Se non si lavora sui dettagli di questa commissione si rischia di finire in un vicolo cieco con un salario minimo stagnanti. Le parti sociali hanno interessi contrapposti e gli imprenditori hanno molto più potere contrattuale. Questo è uno dei motivi per cui i salari non crescono da trent’anni. Ricordo inoltre, che a differenza di Germania, Francia e Inghilterra i sindacati non hanno indetto scioperi nell’ultimo alto nonostante l’inflazione abbia eroso i salari dei lavoratori italiani più che in altri paesi.

Per creare una simile commissione sarà necessario fare una legge sulla rappresentanza dei sindacati?
Certo, questo è l’altro punto. I lavoratori hanno perso potere contrattuale. Il salario minimo è un modo per ridarglielo. L’altro è la riforma rappresentanza per stroncare alla radice i contratti pirata. Infine, è necessario regolamentare seriamente i contratti a termine.

Non servirebbe cancellare e rifare le leggi che hanno creato il precariato?
Sì, il basso potere contrattuale in Italia deriva dalle innumerevoli “riforme” strutturali che negli ultimi decenni hanno flessibilizzato il mercato del lavoro. Come mostrano recenti studi di Bankitalia e Fondo monetario queste riforme hanno fallito perché non hanno aumentato l’occupazione ma aumentato la disuguaglianza e la precarietà dei lavoratori. Questo è uno dei motivi della bassa crescita italiana perché spinge le imprese a tagliare il costo del lavoro invece che a innovare. Le buone riforme strutturali devono quindi irrigidire il «decreto lavoro» che nonostante il nome da neo-lingua è un grave o attacco ai diritti dei lavoratori.

Nel caso in cui le imprese non rispettino il salario cosa succede? La proposta di legge di Unione Popolare prevede multe salate e il divieto di partecipare alle gare pubbliche.
Non solo. In Italia c’è un grandissimo problema di lavoro nero, di sicurezza lavorativa, di evasione fiscale e contributiva. Per questo bisogna anche potenziare gli ispettorati del lavoro per ridurre queste piaghe e spingere le imprese a pagare almeno il salario minimo.

Cosa pensa dell’idea delle opposizioni parlamentari di sussidiare le imprese con il denaro pubblico nel caso in cui l’adeguamento dei contratti al salario minimo risulti più oneroso?
Sono allibito e sconcertato. Sono le imprese che devono pagare i lavoratori, non lo Stato. l Purtroppo in Italia ogni problema è un’occasione per regalare sussidi alle imprese. Così è accaduto anche per l’occupazione giovanile, femminile e nel mezzo giorno e ora c’è taglio al cuneo fiscale. Questo è sussidio mascherato perché così le imprese non devono adeguare i salari all’inflazione proteggendo così i loro profitti. Penso che le imprese debbano seguire il consiglio del presidente Biden, che non è un bolscevico: se non trovate i lavoratori, pagateli di più. Così le risorse pubbliche possono essere meglio spese per la sanità, l’istruzione e la transizione ecologica.

La ministra del lavoro Calderone, sostiene che non va fatto per legge ma con una «contrattazione di qualità» e «agevolazioni fiscali». Cosa ne pensa?
Il governo Meloni sta facendo il gioco delle tre carte e non vuole affrontare seriamente la questione salariale. La premier Meloni ha dichiarato di essere pragmatica sul salario minimo. Beh allora lo introduca perché il salario minimo in Usa, Germania, Brasile e molti altri paesi ha aumentato i salari senza ridurre l’occupazione. Non lo vuole introdurre per ignoranza o perché protegge gli interessi dei gruppi sociali che la supportano, non quelli dei lavoratori.

La Bce continuerà ad aumentare i tassi di interesse nel tentativo di abbassare l’inflazione. Questa situazione non rischia di mangiarsi anche il salario minimo, lì dove esiste?
Stanno dando una medicina molto forte per un raffreddore. Rischiamo crisi bancarie e una recessione dura. Un doppio danno per i lavoratori. Spero che la BCceE adotti una politica monetaria meno rigida. Tra l’altro la stessa Bce e il Fondo Monetario hanno trovato che questa inflazione è trainata dai profitti, non dai salari perché le imprese sono riuscite a proteggere i loro margini. Un motivo in più per introdurre il salario minimo che aiuterebbe i lavoratori a non perdere il conflitto redistributivo con le imprese. I profitti non possono sempre essere la variabile indipendente.
*( Andrea Roventini, economista al Sant’Anna di Pisa)
**( Roberto Ciccarelli, filosofo, blogger e giornalista, scrive per il manifesto)

 

07 Andrea Capocci*: IL CERN DELLA SALUTE PIACE ALL’EUROPA . SCIENZA. LA PROPOSTA È STATA AVANZATA DA TRE IMPORTANTI ECONOMISTI ITALIANI. LA UE DISCUTE DELLA CREAZIONE DI UN CENTRO DI RICERCA E SVILUPPO CHE FRENI LO STRAPOTERE DI BIG PHARMA. L’IDEA VIENE DA MASSIMO FLORIO, SIMONA GAMBA E CHIARA PANCOTTI, ED È SOSTENUTA DAL FORUM DISUGUAGLIANZE E DIVERSITÀ DIRETTO DA FABRIZIO BARCA. SI TRATTA DI RIDARE VALORE AL RUOLO DEL PUBBLICO NEL SETTORE E DI CONTRASTARE IL DOMINIO DELLE MULTINAZIONALI FARMACEUTICHE. IL VOTO A STRASBURGO IL 12 LUGLIO.
Il CERN della salute potrebbe nascere davvero. Fino a ieri era solo una proposta all’Europa firmata dagli economisti Massimo Florio, Simona Gamba e Chiara Pancotti e sostenuta dal Forum Disuguaglianze e Diversità diretto da Fabrizio Barca allo scopo di sottrarre alle aziende il monopolio sullo sviluppo dei farmaci. Un’utopia, secondo i più. Invece è stata accolta tra le raccomandazioni formulate dalla commissione Covid-19 del Parlamento europeo in un rapporto appena pubblicato sulle «lezioni tratte dalla pandemia».
«Il parlamento europeo – scrive la commissione nel burocratese di Bruxelles – invita la Commissione Europea e gli Stati Membri a creare una infrastruttura europea pubblica di ricerca e sviluppo sulla salute che operi nel pubblico interesse per realizzare prodotti medicinali di importanza strategica per la sanità in assenza di una produzione industriale esistente, al fine di sostenere l’Unione europea nel superamento dei fallimenti del mercato, nel garantire l’approvvigionamento e prevenire possibili scarsità di medicine, contribuendo allo stesso tempo a aumentare la capacità di risposta nei confronti di nuove minacce sanitarie ed emergenze». In soldoni, si chiede all’Europa di dar vita a un’agenzia che sviluppi medicine e terapie pubbliche invece di delegare il compito a Big Pharma, soprattutto per quei bisogni di salute che al mercato non interessano. Il rapporto della commissione Covid-19 sarà messo ai voti in Parlamento il 12 luglio.

L’ANALOGIA TRA LA RICERCA biomedica e il Cern, il celebre centro di ricerca con sede a Ginevra, è calzante: nessun privato investirebbe nei progetti di ricerca della fisica delle alte energie. Non perché sia inutile. Dal Cern sono uscite applicazioni di uso comunissimo – dal web alla Pet – come effetti collaterali delle ricerche svolte per comprendere le interazioni fondamentali e le particelle elementari. Ma i rischi insiti nella ricerca scientifica spaventerebbero qualunque azionista. Specie quando, come fa il Cern, si privilegia la diffusione della conoscenza rispetto al monopolio brevettuale: nessuno ha mai pagato royalty al Cern per navigare sul web.
La tutela della salute soffre dello stesso problema della fisica teorica: le aziende farmaceutiche preferiscono investire in terapie redditizie nel breve termine, piuttosto che intraprendere programmi di ricerca di maggiore impatto sociale ma meno profittevoli. Inoltre, per difendersi dalla concorrenza le aziende si affidano ai brevetti, che per vent’anni concedono loro il monopolio sulle innovazioni, oltre a diverse norme anti-concorrenza supplementari. Non c’è nulla di strano, trattandosi di imprese quotate in borsa. Piuttosto, è peculiare il fatto che siano state le istituzioni pubbliche a lasciare campo libero all’impresa privata. Basti pensare che ancora fino al 1978 in Italia brevettare i farmaci non era possibile e che lo Stato, attraverso la partecipazione nel gruppo Montedison, disponeva di una rispettabile industria farmaceutica sostanzialmente pubblica. A aprire la strada alle multinazionali farmaceutiche furono una sentenza della Corte costituzionale che introdusse in Italia la proprietà intellettuale sui farmaci e la svendita dei settori di punta dell’industria italiana (la chimica, l’elettronica e, appunto, la farmaceutica) decisa dai governi della tarda prima repubblica.

DAGLI ANNI OTTANTA, in Italia e all’estero la produzione di farmaci e terapie si è fondata su una divisione del lavoro tra pubblico e privato ben precisa. La ricerca di base ad alto rischio si svolge in gran parte nelle università e negli enti di ricerca pubblici ed è sostenuta dallo Stato. I risultati più promettenti di questa attività vengono trasformati in prodotti industriali e brevettati dalle aziende farmaceutiche. Lo Stato – o le assicurazioni private laddove manca un servizio sanitario pubblico universale – ricompra la produzione farmaceutica per soddisfare i bisogni sanitari della popolazione, ai prezzi fissati in regime di monopolio dall’industria. In questo modo, lo Stato paga due volte: prima per la ricerca di base, poi per riacquistarne i risultati a caro prezzo dall’industria privata.
La commissione Covid-19 dell’Unione europea ammette che aver posto le ragioni del mercato davanti ai bisogni di salute ha ingigantito l’impatto della pandemia. «Le autorità pubbliche e le istituzioni private che stabiliscono gli obiettivi delle ricerche non hanno dato priorità agli investimenti sui patogeni ritenuti pericolosi per la salute pubblica», scrive. «Nonostante il potenziale pandemico dei coronavirus fosse già stato riconosciuto prima della pandemia di Covid-19, gli investimenti in ricerca e sviluppo sono stati limitati a causa della mancanza di interesse commerciale». Il rapporto riconosce anche che «l’abbondante finanziamento pubblico ha svolto un ruolo chiave nel ciclo di sviluppo del prodotto (i vaccini), insieme agli accordi di acquisto stipulati ancora prima dell’autorizzazione regolatoria». Secondo i calcoli di Florio, Gamba e Pancotti, la spesa pubblica per sviluppare e comprare i vaccini sarebbe stata pari a 30 miliardi, quasi il doppio dei 16 miliardi investiti dalle aziende.
Creare una infrastruttura di ricerca e sviluppo simile al Cern – ma Florio fa spesso riferimento anche a un altro esperimento virtuoso come l’Agenzia Spaziale Europea – dovrebbe riequilibrare il rapporto tra le ragioni del profitto e le priorità della ricerca pubblica. Non fanno paura solo le possibili pandemie, ma anche le emergenze già note e tuttora trascurate, come la mancanza di antibiotici per far fronte allo sviluppo di batteri resistenti. Il centro di ricerca immaginato da Florio, e ora raccomandato anche dalla Commissione europea sul Covid, potrebbe occuparsene.

NONOSTANTE L’INASPETTATO endorsement, dopo aver letto il rapporto europeo Florio rimane realista. «La portata politica della raccomandazione di creare una infrastruttura pubblica europea per vaccini e farmaci è alta», dice l’economista. «Tuttavia rischia di perdersi, data la dimensione prolissa del Rapporto, che elenca ben 617 raccomandazioni. Si torna in modo talora contraddittorio sugli stessi argomenti e, segnatamente, a volte si dà un giudizio acriticamente positivo sui diritti di proprietà intellettuale come motore dello sviluppo dei vaccini, pur riconoscendo che i brevetti hanno limitato l’accesso ai vaccini nel mondo. Occorre più coraggio per cambiare il modello dell’innovazione biomedica».
In effetti, il vento nuovo che si respira a Bruxelles non arriva al punto di mettere in discussione la proprietà intellettuale. Il rapporto «riconosce le preoccupazioni sui diritti di proprietà intellettuale e sull’accesso ai farmaci nei Paesi a basso e medio reddito, e sempre di più anche in quelli ad alto reddito». Ma allo stesso tempo afferma che «l’Unione europea deve mantenere un forte sistema di proprietà intellettuale per incoraggiare le attività di ricerca e sviluppo e la produzione in ambito sanitario e garantire che l’Europa rimanga innovativa e leader a livello mondiale».
Secondo l’economista Fabrizio Barca, che ha sponsorizzato la proposta, «il messaggio della ragione è in qualche misura passato. Ora dobbiamo moltiplicare i nostri occhi e la nostra pressione per sciogliere le ambiguità sui brevetti quando basati su ricerca e finanziamenti pubblici».
*(Andrea Capocci, laureato a Roma nel 1998 e dottorato a Fribourg (Svizzera) in fisica teorica nel 2003, Andrea Capocci è attualmente assegnista di ricerca al dipartimento di Fisica dell’Università la Sapienza di Roma. Collabora con il quotidiano “Il Manifesto” e con la rivista “Le Scienze”. È autore di “Networkology” (il Saggiatore, 2011) e “Il brevetto” (Ediesse, 2012)

 

08 – Paris Marx *: LA TECNOLOGIA NON È UNA CURA.
SE I SISTEMI SANITARI HANNO INTENZIONE DI ADOTTARE TECNOLOGIE DIGITALI NELLA SPERANZA DI POTER COMPENSARE LA MANCANZA DI MEDICI O INFERMIERI, SONO DESTINATI A UN’AMARA DELUSIONE.

IL SERVIZIO SANITARIO NAZIONALE BRITANNICO (NHS) E QUELLI DI ALTRI PAESI NEL MONDO SONO IN CRISI.

I governi hanno permesso che le loro condizioni peggiorassero per anni, al punto che ormai molti intravedono l’opportunità di trasformarli in fonti di profitto. Pensando alla sanità privata, la prima cosa che viene in mente è l’erogazione di servizi in cambio di un guadagno, a carico del sistema pubblico o dei pazienti. Oggi però stanno nascendo nuove pratiche. I politici le definiscono “innovazioni”, anche se rappresentano un ritorno a quello da cui stavamo cercando di liberarci, costruendo un sistema sanitario gratuito per gli utenti. Per anni nella sanità britannica il problema più diffuso è stato l’esternalizzazione. Si è subappaltato di tutto, dall’assistenza alle pulizie, fino all’amministrazione. Una conseguenza è che oggi alcuni guadagnano troppo poco e altri hanno perso il lavoro. Secondo uno studio dell’università di Oxford, questa situazione ha provocato centinaia di morti che si sarebbero potuti evitare. E i problemi non finiscono qui. Le nuove tecnologie sono spesso presentate come soluzioni che permetteranno ai medici e agli infermieri di fare di più con meno sforzi. Purtroppo l’adozione di strumenti digitali creati dalle aziende private può avere anche conseguenze gravi. Un esempio è la Babylon health, un fornitore di servizi digitali per gli ospedali. Nel 2016 ha aperto l’ambulatorio di medicina di base Gp at hand, che nel tempo ha accolto 115mila pazienti a Londra, dieci volte di più rispetto alla media degli altri ambulatori, con la promessa di brevi tempi d’attesa per video appuntamenti e un chatbot che grazie all’intelligenza artificiale fa una prima valutazione dei sintomi. Non solo il chatbot si è rivelato in alcuni casi molto impreciso, ma il sistema nel suo complesso ha danneggiato l’Nhs perché ha privilegiato i pazienti più giovani (e redditizi) e ha lasciato quelli con esigenze più complesse alle altre strutture. Secondo i dati dell’Nhs, solo l’1,5 per cento dei pazienti della Gp at hand aveva più di sessant’anni, rispetto al 23 per cento che si registra di solito. Le aziende private sono anche interessate ad accedere ai dati della sanità pubblica. DeepMind, un centro di ricerca britannico di proprietà di Google dedicato all’intelligenza artificiale, è stato denunciato perché ha avuto accesso in modo non autorizzato ai dati dei pazienti. L’azienda di analisi dei dati Palantir ha fatto anche di peggio: sostenuta dall’imprenditore Peter Thiel, che ha descritto l’attaccamento dei britannici all’Nhs come una sorta di “sindrome di Stoccolma”, la Palantir ha ottenuto un contratto da 23 milioni di sterline (26,8 milioni di euro) per lavorare con l’Nhs durante la pandemia, e di recente un altro di 11,5 milioni di sterline (13,4 milioni di euro). Ora sta puntando a ottenerne uno ancora più importante per costruire una piattaforma per la gestione dei dati che sarà centrale per le operazioni dell’Nhs anche in futuro. La Palantir vede un’enorme opportunità di profitto nella tendenza dell’Nhs a esternalizzare le sue tecnologie invece di svilupparle internamente. Secondo un articolo di Bloom berg, la Palantir ha fatto in modo che il gruppo di pressione TechUk spingesse alcune agenzie governative a comprare tecnologie commerciali invece di svilupparne su misura. L’esternalizzazione della tecnologia erode la capacità del settore pubblico non solo di sviluppare degli strumenti digitali, ma anche di valutare le potenzialità di quelli offerti da aziende esterne. Questo è un problema serio, perché sappiamo che l’industria tecnologica ha una lunga storia di promesse eccessivamente ottimiste su come i suoi prodotti miglioreranno la vita delle persone. Se l’Nhs o qualsiasi altro sistema sanitario hanno intenzione di adottare tecnologie digitali nella speranza di compensare così la mancanza di medici o infermieri, sono destinati a un’amara delusione. Nelle prime fasi della pandemia, le aziende e i sistemi sanitari hanno adottato strumenti digitali di tracciamento dei contatti e altri dispositivi che usavano l’intelligenza artificiale. Da una serie di ricerche è tuttavia emerso che questi strumenti sono stati inutili e in alcuni casi pericolosi. La conclusione non è che l’Nhs deve evitare di adottare nuove tecnologie, ma che deve mantenere un certo realismo su quello che spera di ricavarne. Prima di ogni altra cosa le tecnologie devono essere utili alle persone, non rappresentare una voce nei bilanci delle aziende. I problemi dei nostri sistemi sanitari non derivano dalla mancanza di tecnologie, ma dall’austerità economica a cui sono stati a lungo sottoposti e che li ha lasciati senza il personale e le risorse necessarie a garantire le cure di qualità che tutti giustamente si aspettano. I lavoratori fanno del loro meglio. È il governo che li sta tradendo. E le nuove tecnologie non basteranno a cambiare le cose
*(PARIS MARXè un giornalista e scrittore canadese esperto di tecnologia e urbanistica. Cura il Podcast Tech won’t save us e collabora con la Nbc, la Cbc e Jacobin. Questo articolo è uscito sulla rivista britannica Tribune.)

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