n° 34 del 21 agosto  2021 – RASSEGNA DI NEWS NAZIONALI E INTERNAZIONALI. NEWS DAI PARLAMENTARI ELETTI ALL’ESTERO.

01 –  Nicola Fratoianni *: Afghanistan, l’apprensione ipocrita e un po’ indecente dell’Occidente. Molti oggi, anche in Italia, dovrebbero chiedere scusa a Gino Strada.

02 – Luca Celada*:L’ondata dei governatori Usa no mask Stati uniti. Gli Stati governati dai Repubblicani hanno i tassi di contagi più alti del paese.

03 –  John Lanchester*:  ECONOMIA Marx non aveva tutti i torti. Se vogliamo provare a immaginare che idea si sarebbe fatto Karl Marx del mondo attuale, prima di tutto dobbiamo tenere presente che non era un empirista: non pensava che si potesse arrivare alla verità raccattando pezzi di esperienza, i “punti dati” come li chiamano i matematici, mettendoli poi insieme per comporre un quadro della realtà.

04 –  Angelo Mastrandrea*: l’estate tragica delle tante morti sul lavoro. Il tratto di pianura padana che si estende tra Bologna e Reggio Emilia ha la concentrazione più grande in Europa di industrie che producono macchine per gli imballaggi e il confezionamento

05 – Pier Giorgio Ardeni*: Il tramonto dell’Occidente e il sonno della ragione critica. Il capitalismo predatorio unisce crisi ambientale al punto di «non ritorno», crisi pandemica tutt’altro che in diminuzione e l’acuirsi, globalizzato, delle disuguaglianze.

06 – Fabrizio Tonello*: Breve storia di una Superpotenza che perde sempre. Il grande inganno. L’ultima vera vittoria dell’esercito statunitense risale al 15 agosto 1945, contro il Giappone imperiale e militarista

 

01 –  Nicola Fratoianni *: AFGHANISTAN, L’APPRENSIONE IPOCRITA E UN PO’ INDECENTE DELL’OCCIDENTE, MOLTI OGGI, ANCHE IN ITALIA, DOVREBBERO CHIEDERE SCUSA A GINO STRADA. I TITOLONI DEI GRANDI GIORNALI RACCONTANO DI UN “OCCIDENTE” IN APPRENSIONE PER QUELLO CHE STA SUCCEDENDO IN AFGHANISTAN.

L’apprensione riguarda l’avanzata poderosa dei Talebani che in poche settimane hanno riconquistato due terzi del paese.

Ieri è caduta Herat (fu la base degli italiani) e gli americani prevedono quella di Kabul nel giro di pochi mesi se non di alcune settimane. L’avanzata dei Talebani coincide con la fuga disperata di decine di migliaia di persone che temono, a ragione, la vendetta contro chi ha collaborato a qualsiasi titolo con le truppe delle varie coalizioni di volenterosi che si sono alternate in una delle più lunghe e fallimentari operazioni militari che si ricordino.

Quello che dovrebbe suscitare indignazione e che invece scompare incredibilmente dal dibattito è la catena degli errori e delle responsabilità che fanno da contorno a questa situazione.

Guerre umanitarie, in nome dell’esportazione della democrazia, guerre costruite e giustificate sulla base di prove false (ricordate le fialette agitate dal segretario di stato Colin Powell il 5 febbraio del 2003), guerre sostenute dalla stragrande maggioranza della politica e dei commentatori.

Allora nei Parlamenti si opposero quasi isolate le forze della sinistra cosiddetta radicale, e in Italia anche l’area della sinistra Ds guidata da Fabio Mussi, accusate di comportamento antipatriottico da chi celebrava la retorica del Paese unito attorno ai “nostri ragazzi” inviati sul fronte della guerra umanitaria. E si levò un grande movimento pacifista, quello delle bandiere della pace appese ovunque, quello della più grande manifestazione mai realizzata in grado di mobilitare milioni e milioni di persone in tutto il pianeta il 15 febbraio del 2003.

OGGI A VENT’ANNI DALL’ATTACCO ALL’AFGHANISTAN E A QUASI VENTI DALLA SECONDA GUERRA IN IRAQ IL BILANCIO È DRAMMATICAMENTE NEGATIVO.

E non solo per l’Afghanistan dei Talebani che fu attaccata alla ricerca di Bin Laden nonostante i piloti degli aerei che si schiantarono sulle torri gemelle e sul pentagono fossero quasi tutti sauditi. Anzi, con  regime Saudita i rapporto sono rimasti ottimi e oggi, oltre a Renzi che ne magnifica il “nuovo Rinascimento” abbiamo ripreso anche a vendergli le armi dopo che Draghi ha cancellato il provvedimento del secondo Governo Conte che aveva messo fine a quella vergogna.

La democrazia intanto da quelle parti ha fatto grandi passi indietro e l’instabilità è cresciuta senza sosta, se pensiamo anche alla Palestina dove la situazione non è migliorata e anzi ha conosciuto ulteriori peggioramenti.

Ci aspetteremmo almeno, che i governanti di oggi dei Paesi che allora contribuirono a scatenare questo disastro, aprano le frontiere per accogliere questi nuovi profughi prodotti dalle loro scelte e dal loro cinismo. Invece nulla di tutto questo accade. Resta solo l’apprensione. Ipocrita e un po’ indegna.

P.S.: E oggi, dopo la morte di Gino Strada che lascia un vuoto enorme, in molti dovrebbero semplicemente chiedergli scusa.

*( Nicola Fratoianni Segretario Nazionale di Sinistra Italiana – deputato)

 

02 – Luca Celada*:L’ONDATA DEI GOVERNATORI USA NO MASK STATI UNITI. GLI STATI GOVERNATI DAI REPUBBLICANI HANNO I TASSI DI CONTAGI PIÙ ALTI DEL PAESE.

IL SUO STATO È LETTERALMENTE SOPRAFFATTO DA CONTAGI DELLA VARIANTE DELTA, MA IL GOVERNATORE DELLA FLORIDA, RON DESANTIS, È CONCENTRATO SULLA LOTTA CONTRO LE NORME ANTI-COVID. PRIMA HA EMESSO UN’ORDINANZA VIETANDO ALLE CROCIERE DI IMPORRE L’OBBLIGO VACCINALE AI PASSEGGERI.

Il divieto di prendere ragionevoli precauzioni nel settore più catastroficamente impattato – forse più di ogni altro – dalla pandemia, è stato combattuto in tribunale per diverse settimane prima che le navi potessero salpare con equipaggi ed ospiti vaccinati.

NON SAZIO, DESANTIS, che ha costruito le proprie ambizioni politiche sul sorpasso a destra dello stesso Trump, si è volto ad una nuova crociata, questa volta contro le scuole, impegnate a cercare di prevenire un nuovo disastro sanitario con l’imminente riapertura. De Santis ha emesso un decreto che vieta l’uso di mascherine, minacciando di licenziare funzionari e insegnanti che vi contravvenissero.

Gli fa eco in Texas il collega Greg Abbott che questa settimana ha minacciato di trascinare in tribunale ogni amministratore scolastico che osasse imporre l’obbligo delle mascherine nel proprio istituto, perché «la pandemia si combatte con la responsabilità individuale, non le imposizioni». Non casualmente gli ospedali sono stati ben presto sopraffatti dai ricoveri e costretti a chiedere agli Stati vicini di inviare personale in aiuto. A nulla sono valsi gli appelli e le petizioni di una categoria medica ridotta alla mortificazione.

D’ALTRA PARTE IN USA la crociata contro la «dittatura sanitaria» è stata cooptata dai nazional populisti sin dalle prime battute della pandemia, durante l’irresponsabile gestione attuata dall’allora presidente.

Oggi, nel paese che ha il record mondiale complessivo di casi e decessi, la refrattarietà che agevola la diffusione delle varianti, viene alimentata non solo dalla complottistica diffusa online, ma anche dalla propaganda negazionista quotidiana di diverse emittenti nazionali. E da una schiera di politici di destra ammantati dall’aria di «combattenti per la libertà». Gli effetti non sono sorprendenti.

I DATI MOSTRANO come i tassi di vaccinazione siano inversamente proporzionali all’orientamento politico dei singoli stati, con quelli repubblicani puntualmente più duramente colpiti dal virus. In Florida, Arizona, Texas e altri, soprattutto nel sud conservatore, una colpevole incompetenza si conferma pericolosa aggravante epidemiologica – la dimostrazione empirica di cosa comporti avere demagoghi al governo. Malgrado questo, la destra populista rivendica fieramente la «tutela delle minoranze» e delle «libertà individuali» singolarmente poco adattate ad un emergenza sanitaria collettiva.

La quarta ondata americana sta insomma precipitando in una guerra aperta fra autorità sanitarie in prima linea per minimizzare i danni e un esercito di demagoghi che incitano e abilitano le truppe di un immaginaria resistenza. I prevedibili effetti sono puntualmente arrivati (come arrivarono il 6 gennaio): picchetti di negazionisti che intralciano le operazioni dei pronti soccorso, assemblee scolastiche prese d’assalto da terrapiattisti che interrompono i lavori e minacciano insegnanti e funzionari. Il coronavirus definitivamente strumentalizzato in pomo della discordia dell’’ultima culture war utile a carburare livori e voti.

IL «MALGOVERNO SANITARIO» è comunque indice preoccupante della nuova volontà di alzare il livello di scontro e di aggressività nel perorare cause identitarie e sovraniste – rischiando se necessario le vite dei cittadini. I sondaggi confermano una sostanziale maggioranza a favore delle mascherine, ma si percepisce un salto ideologico di una destra meno preoccupata della maggioranza di quanto sia decisa a consolidare – e imporre – posizioni minoritarie (su aborto, porto d’armi, diritti civili, Lgbtq+) nel nome di una minoranza morale.

La serie di speciali dall’Ungheria, compresa intervista-elogio a Viktor Orbán, andate in onda la scorsa settimana sull’emittente «ufficiale» Fox di Rupert Murdoch, denotano inoltre l’avvicinamento a modelli di stampo esplicitamente autoritario. La loro instaurazione passa per l’inibizione del voto democratico – soprattutto delle minoranze.

SEMPRE IN TEXAS, Abbott ha presentato una legge elettorale in esattamente quest’ottica. Per sottrarre il quorum l’opposizione democratica ha lasciato da qualche settimana lo stato. Ieri Abbott ha emesso nei confronti di 52 parlamentari mandati di arresto.

La seconda ondata trumpista nuoce insomma gravemente alla salute degli Americani, ma potrebbe risultare letale per il futuro della democrazia liberale un paese sempre più frastagliato, in balia di una divisione che al momento, più di tutti, giova al Coronavirus.

*( Luca Celada* da IL Manifesto)

 

03 –  John Lanchester*:  ECONOMIA Marx NON AVEVA TUTTI I TORTI. SE VOGLIAMO PROVARE A IMMAGINARE CHE IDEA SI SAREBBE FATTO KARL MARX DEL MONDO ATTUALE, PRIMA DI TUTTO DOBBIAMO TENERE PRESENTE CHE NON ERA UN EMPIRISTA: NON PENSAVA CHE SI POTESSE ARRIVARE ALLA VERITÀ RACCATTANDO PEZZI DI ESPERIENZA, I “PUNTI DATI” COME LI CHIAMANO I MATEMATICI, METTENDOLI POI INSIEME PER COMPORRE UN QUADRO DELLA REALTÀ.

LA MAGGIOR PARTE DI NOI PENSA DI AGIRE QUASI SEMPRE COSÌ E PROPRIO QUESTO SEGNA UNA DISTANZA FONDAMENTALE TRA MARX E IL SENSO COMUNE: UN CONCETTO CHE NON GLI PIACEVA AFFATTO PERCHÉ LO CONSIDERAVA COME UNO DEI MODI DI CUI SI SERVE UN PARTICOLARE ORDINE POLITICO E DI CLASSE PER TRASFORMARE LA SUA COSTRUZIONE DELLA REALTÀ IN UNA SERIE DI IDEE APPARENTEMENTE NEUTRE CHE POI VENGONO PRESENTATE COME L’ORDINE NATURALE DELLE COSE.

Poiché fonda la conoscenza sull’ordine esistente, l’empirismo è intrinsecamente portato ad accettare come dati di fatto cose che dimostrano solo l’esistenza implicita di pregiudizi e di pressioni ideologiche. Per Marx l’empirismo tenderà sempre a confermare lo status quo. Soprattutto, non gli sarebbe piaciuta la tendenza moderna di discutere a partire dai “fatti”, come se fossero pezzi neutrali di realtà, liberi dall’influenza della storia, dell’interpretazione, del pregiudizio ideologico e delle circostanze in cui si sono prodotti.

Io, però, sono un empirista. Non perché pensi che Marx avesse torto sull’effetto deformante delle implicite pressioni ideologiche, ma perché non credo che esista una prospettiva libera da quelle pressioni. Di conseguenza abbiamo il dovere di fare del nostro meglio con quello che riusciamo a vedere, e soprattutto di non eludere i dati scomodi o contraddittori. Ma questa è una differenza profonda tra Marx e il mio modo di parlare di Marx, che Marx avrebbe giudicato privo di fondamento da un punto di vista filosofico e politico.

Prendiamo questi passaggi dal Manifesto del Partito comunista che Marx scrisse con Engels nel 1848, dopo essere stato espulso sia dalla Francia sia dalla Germania per i suoi scritti politici:

Il capitalismo ha sottomesso la campagna alla città. Ha creato metropoli enormi. Ha agglomerato la popolazione, ha centralizzato i mezzi di produzione e ha concentrato la proprietà nelle mani di pochi.

Il capitalismo non ha lasciato tra uomo e uomo nessun altro legame che non sia il freddo interesse, il gelido contante.

Il capitalismo ha mostrato per primo ciò che l’attività umana può compiere, creando ben altre meraviglie che non le piramidi d’Egitto, gli acquedotti romani o le cattedrali gotiche; e conducendo ben altre spedizioni che non le antiche migrazioni dei popoli e le crociate.

Il capitalismo ha generato forme produttive più diversificate e poderose di quanto avessero mai fatto tutte le precedenti generazioni messe insieme.

Il capitalismo non può esistere senza rivoluzionare incessantemente gli strumenti di lavoro, vale a dire il modo di produzione, e quindi tutti i rapporti sociali. Questo continuo rivoluzionamento dei modi di produzione, questo costante sconvolgimento di tutto il sistema sociale, questa agitazione perpetua e questa permanente mancanza di sicurezza, distinguono l’epoca borghese da tutte quelle che l’hanno preceduta.

Le vecchie industrie locali sono state distrutte o stanno per esserlo. Al posto dei vecchi bisogni, che un tempo erano soddisfatti dalla produzione nazionale, nascono bisogni nuovi, che per essere soddisfatti hanno bisogno di prodotti provenienti da paesi e climi lontani.

Con il loro andamento ciclico, le crisi commerciali minacciano sempre di più l’esistenza della società capitalista nel suo insieme. Ogni crisi distrugge regolarmente non solo una massa di merci già prodotte, ma anche una gran parte delle stesse forze produttive.

Leggendo queste frasi è difficile non cogliere la straordinaria lungimiranza di Marx e la sua profonda comprensione della natura, della parabola e della direzione del capitalismo. Le intuizioni che colpiscono di più sono tre: il riconoscimento della grande capacità produttiva del capitalismo, che supera quella di qualsiasi altro sistema politico-economico; la modificazione dell’ordine sociale che l’accompagna; e l’intrinseca tendenza del capitalismo alla crisi, per cicli economici alterni di espansione e contrazione.

Devo riconoscere, però, di non aver riportato le citazioni esattamente come le aveva scritte Marx: dove io scrivo “capitalismo”, lui scriveva “borghesia”. Marx parlava di una classe e del sistema che faceva i suoi interessi, e io ho dato l’impressione che stesse parlando solo di un sistema. Marx non usa la parola “capitalismo”: il termine non compare mai in tutta la prima parte del Capitale. Trattandosi del massimo critico del capitalismo, l’omissione salta agli occhi. Marx preferiva usare termini come “economia politica” ed “economia politica borghese”, che comprendevano tutto, dai diritti di proprietà alla nostra idea contemporanea di diritti umani, fino al concetto stesso di individuo autonomo e indipendente. Io credo che non usasse la parola capitalismo perché sarebbe stato come considerarlo uno dei possibili sistemi in competizione fra loro. E Marx non la pensava così: per lui non era possibile superare il capitalismo senza un radicale rovesciamento dell’ordine sociale, politico e filosofico esistente.

E aveva ragione: non sono emerse alternative. La stessa economia, come disciplina, è diventata in pratica lo studio del capitalismo. Le due cose s’identificano. Se davvero ci fosse un’alternativa seria e duratura all’egemonia del modello capitalista – oltre a quella proposta a suo tempo dai cosiddetti socialismi reali – probabilmente sarebbe già emersa, dopo il tracollo quasi definitivo del sistema economico globale del 2008. Invece abbiamo assistito solo all’introduzione di qualche piccola modifica al sistema esistente per renderlo un po’ meno rischioso. Quello attuale è un mastodontico ibrido di capitalismo di stato: un termine con cui un tempo il Partito socialista dei lavoratori britannico amava riferirsi all’Unione Sovietica, e che poche settimane fa era sulla copertina dell’Economist per descrivere la situazione economica di gran parte del mondo. Quella di oggi è la parodia di un ordine economico, in cui le persone comuni si assumono tutti i rischi e la finanza si prende tutte le ricompense: una forma purissima di quello che una volta veniva definito “socialismo per i ricchi”. Ma socialismo per i ricchi era una definizione ironica, mentre la verità è che oggi l’economia globale funziona proprio così.

Attualmente, il sistema finanziario è una minaccia per la democrazia occidentale molto più di qualsiasi organizzazione terroristica. Il terrorismo non ha mai destabilizzato nessuna democrazia, ma se i bancomat smettessero di erogare soldi rischieremmo il crollo dei moderni stati democratici. Tuttavia i governi si comportano come se non potessero farci molto. Possono chiamarci alle armi e mandarci in guerra, ma non possono intervenire sui fondamenti dell’ordine economico. Quindi, sembra proprio che omettendo la parola “capitalismo” perché non vedeva alternative all’interno dell’ordine sociale esistente, Marx abbia dato l’ennesima riprova della sua straordinaria lungimiranza.

Marx mette in primo piano la questione dell’origine del valore, dei processi di scambio delle merci e della funzione del denaro. È una questione semplice, ma che nessuno prima di lui aveva posto con tanta chiarezza. Ed è anche il tipo di questione su cui nessuno si interroga più, a livello accademico o istituzionale, dal momento che lo status quo è dato quasi sempre per scontato. Eppure si tratta di una o forse due questioni centrali: cos’è il denaro? Da dove trae origine il suo valore?

Marx dedica centinaia di pagine a questo argomento, e ne esistono altre decine di migliaia di commento e di analisi della sua opera. Di conseguenza, la mia non può che essere una sintesi limitata e condensata del suo pensiero. Il modello di Marx funziona così: la pressione della concorrenza produce sempre un ribasso del costo del lavoro. In questo modo i lavoratori sono assunti al salario minimo e pagati sempre solo quel tanto che basta a tirare avanti, e mai di più. Il datore di lavoro, poi, vende la merce non per quello che gli è costato produrla, ma al prezzo migliore che riesce a spuntare. Un prezzo che a sua volta è soggetto alla pressione della concorrenza e che, quindi, nel corso del tempo tenderà sempre a scendere. Al contempo c’è un divario tra ciò per cui il lavoratore vende il suo lavoro e il prezzo a cui il datore di lavoro vende la sua merce. Quella differenza non è altro che il denaro accumulato dal datore di lavoro: cioè quello che Marx definisce “plusvalore”, la base del capitalismo. Nel sistema capitalista ogni valore è plusvalore creato dal lavoro. “Il prezzo è il ‘nome di denaro’ del lavoro oggettivato nella merce”, per dirla con Marx. Analizzando questo punto, Marx crea un modello che ci consente di mettere a fuoco la struttura del reale e di vedere il lavoro nascosto nelle cose che ci circondano: rende il lavoro leggibile negli oggetti e nei rapporti.

Secondo Marx, la teoria del plusvalore spiega anche la tendenza intrinseca del capitalismo alla crisi. Esposto agli effetti della concorrenza quanto il suo dipendente, il datore di lavoro è destinato a vedere scendere il prezzo delle sue merci. Normalmente, affronterà il problema utilizzando macchinari per aumentare la produttività dei dipendenti, oppure assumendo un numero inferiore di dipendenti per produrre di più. Ma nel tentativo di aumentare l’efficienza produttiva può distruggere valore, per esempio fabbricando troppe merci per un profitto insufficiente, cosa che porta a un surplus di merci concorrenti, che porta a un crollo del mercato, che porta a una massiccia distruzione di capitale, che porta all’inizio di un altro ciclo. Un aspetto elegante del pensiero di Marx è che la sua teoria del plusvalore porta direttamente ed esplicitamente alla previsione delle cicliche crisi del capitalismo, con le sue fasi di espansione e contrazione.

L’IDEA CHE IL LAVORO SIA NASCOSTO NELLE COSE, E CHE IL LORO VALORE DERIVI DAL LAVORO IN ESSE “INCORPORATO”, È SORPRENDENTEMENTE UTILE NEL MONDO DIGITALE

Gli argomenti di Marx presentano alcuni evidenti problemi. Uno di questi è che oggi molte merci e materie prime sono “virtuali” (nel senso che sono digitali) e non è facile capire dove stia, in questo caso, il lavoro accumulato. Per esempio, le lezioni di David Harvey sul Capitale – il punto di partenza ideale per chi deve studiare il testo – hanno un valore immenso, ma sono disponibili gratuitamente su internet. Quindi, se le comprate in forma di libro – le informazioni vengono assimilate molto più in fretta leggendo che ascoltando – il plusvalore ce lo mettete soprattutto voi.

Questa idea che il lavoro sia nascosto nelle cose, e che il valore delle cose derivi dal lavoro in esse “incorporato”, è uno strumento sorprendentemente utile nel mondo digitale. Prendiamo Facebook. Parte del suo successo deriva dal fatto che le persone lo considerano uno spazio sicuro, per sé e per i loro figli, dove passare il tempo interagendo con altre persone. Non è ritenuto un mezzo pericoloso o ambiguo, come spesso accade con le nuove tecnologie. Ma la percezione di Facebook come luogo “igienico” – non mi viene un termine migliore – è il risultato di decine di migliaia di ore di lavoro di persone dei paesi in via di sviluppo, assunte per rimuovere le immagini e i contenuti offensivi e pagate – secondo il ragazzo del Marocco che è stato l’unico a denunciare il fatto – un dollaro l’ora. Ecco un perfetto esempio di plusvalore: immense quantità di lavoro non qualificato e malpagato che creano l’immagine igienica di un’azienda che al momento della sua quotazione in borsa sperava in una valutazione di circa cento miliardi di dollari.

Se vi mettete alla ricerca di questo meccanismo nel mondo contemporaneo lo vedrete in azione dappertutto, spesso in forma di plusvalore creato da voi, utenti o clienti. Prendiamo per esempio gli aeroporti. Il check-in online è una procedura che dovrebbe rendere più efficiente la vostra esperienza in aeroporto facendovi risparmiare tempo da spendere in altre attività, alcune economicamente vantaggiose per voi. Tuttavia, gli addetti all’imbarco dei bagagli di chi ha fatto il check-in online sono così pochi che non c’è alcun risparmio di tempo per il cliente: le compagnie aeree, infatti, sono costrette ad assumere più personale per l’assistenza al check-in normale – altrimenti gli aerei non partirebbero in orario – con il risultato che le loro file sono più rapide. In pratica trasferiscono sul cliente la loro inefficienza, ma non solo: accumulano plusvalore trasferendo su di voi il lavoro. Succede continuamente. Il modello marxista ci impegna a vedere il lavoro incorporato nelle cose e nelle transazioni che ci circondano.

UN CINESE MEDIO

L’anno scorso, il National Geographic ha pubblicato un articolo sulla “persona media”, per celebrare la nascita del bambino che ha portato a sette miliardi il numero di abitanti della Terra. L’unico aspetto incontestabile di questo prototipo umano è il fatto che è destrorso. Il fatto che sia un maschio è uno sviluppo relativamente recente. In linea generale nascono più figli maschi che femmine, in un rapporto di 103-106 a 100, perché i maschi hanno un tasso di mortalità infantile più alto e ce ne vogliono di più per bilanciare il rapporto di genere nella specie. Ma in molte parti del mondo la medicina moderna ha drasticamente ridotto la mortalità infantile, e questa differenza nei tassi di nascita si manifesta anche in ripartizioni demografiche che storicamente hanno avuto più femmine che maschi, perché la donna vive più a lungo dell’uomo.

Inoltre l’aumento della prosperità e i progressi tecnologici sembrano avere prodotto una disparità ancora maggiore nei tassi di nascita: un dato inquietante che può essere associato solo alla pratica degli aborti selettivi di figlie femmine. In diverse regioni dell’Asia, soprattutto, il rapporto dei sessi è cresciuto ben oltre i possibili livelli biologici. In Cina e India, i dati del censimento indicano che a livello nazionale il rapporto è di circa 120 maschi ogni 100 donne. Entro il 2020, la Cina avrà fra i trenta e i quaranta milioni di uomini sotto i 19 anni in più delle donne. Tanto per capirci, quaranta milioni è il totale dei maschi statunitensi in quella fascia d’età: quindi, nel giro di otto anni la Cina si ritroverà con l’equivalente dell’intera popolazione maschile di giovani americani permanentemente single. Uno degli aspetti più preoccupanti di questo dato è che la “preferenza per il figlio maschio”, come viene freddamente definita nella letteratura, aumenta con il reddito e la modernizzazione. Quindi, aumenta rapidamente. E questo comporta decine di milioni di bambine scomparse.

Tornando alla nostra “persona media”, è maschio, guadagna meno di 11.500 euro all’anno, possiede un cellulare ma non ha un conto in banca. Fin qui conferma tutte le previsioni di Marx sugli sviluppi del capitalismo: non ha un conto in banca perché il lavoratore tipo è un proletario che non ha niente da depositare; non ha un capitale; e deve vendere il suo lavoro al miglior prezzo che riesce a spuntare. Ha 28 anni, cioè l’età media della popolazione mondiale. E se immaginiamo che la persona tipo appartenga al gruppo etnico più numeroso, va da sé che è un cinese han. Quindi questo rappresentante medio del genere umano nel 2012 è un cinese han ventottenne, senza un conto in banca ma con un cellulare, che guadagna meno di 11.500 euro all’anno. Le persone che oggi rispondono a questi criteri sono nove milioni. Possiamo addirittura indovinare come si chiama: Lee, o Li, il cognome più diffuso nel mondo. Ci sono tanti Lee quanti sono gli abitanti di Francia e Gran Bretagna messi insieme.

Non credo che in tutto questo Marx avrebbe trovato qualcosa di incompatibile con il suo modello, per usare un termine che non amava. Aveva previsto lo sviluppo di un proletariato che svolge il grosso del lavoro a livello mondiale, e di una borghesia che in pratica possiede il frutto di quel lavoro. Il fatto che il proletariato sia confinato nei paesi in via di sviluppo, lontano dalla vista della borghesia occidentale, non invalida il quadro: viene anche chiamato “proletariato esterno”. Come esempio di questo processo, prendiamo l’azienda di maggiore successo nel mondo, che in questo momento è la Apple. Nell’ultimo trimestre la Apple è stata l’azienda più redditizia della storia, con i suoi 13 miliardi di dollari di profitti su 46 miliardi di vendite. I suoi prodotti in testa alle classifiche di vendita internazionali sono realizzati nelle fabbriche dell’azienda cinese Foxconn. La paga iniziale di un operaio Foxconn è di due dollari l’ora, i lavoratori vivono in dormitori di sei-otto letti per cui pagano un affitto di 16 dollari al mese. La fabbrica si trova a Chengdu, funziona 24 ore su 24, dà lavoro a 120mila persone e non è neanche lo stabilimento più grande della Foxconn: quello si trova a Shenzhen e ha 230mila operai che lavorano 12 ore al giorno, sei giorni su sette. Quando di recente è scoppiato uno scandalo sui suicidi nelle sue fabbriche, la Foxconn si è limitata a dichiarare che il tasso di suicidi tra i suoi dipendenti è più basso della media cinese, e che ogni giorno è costretta a respingere migliaia di domande di lavoro. Due fatti entrambi veri.

È questa la cosa veramente sconvolgente: le condizioni di lavoro negli stabilimenti di Foxconn sono uguali se non addirittura migliori rispetto a quelle delle altre fabbriche locali, eppure i lavoratori cinesi la ritengono comunque una vita preferibile a quella del contadino medio. E tutto questo avviene nello stato teoricamente comunista più grande e potente del mondo: un paradosso talmente incredibile che non esistono parole adeguate per descriverlo. Non credo che condizioni di lavoro del genere possano essere definite ottocentesche, ma si avvicinano molto al modello marxiano di un proletariato alienato il cui lavoro viene risucchiato e inghiottito dal profitto di altri. Molto probabilmente, quindi, il nostro ventottenne signor Lee lavora in uno di questi stabilimenti.

NUOVO PROLETARIATO

La previsione di Marx rivela i suoi punti deboli solo se la esaminiamo in dettaglio. Guardando al quadro generale, gran parte di quello che aveva previsto si è avverato. Abbiamo una borghesia benestante che è internazionale, ma nel mondo occidentale costituisce la maggioranza della popolazione; e una forza lavoro proletaria che risiede principalmente in Asia. Mettiamoci anche le crisi economiche ricorrenti, la sempre maggiore concentrazione della ricchezza tra i già ricchi e le pressioni sempre maggiori a cui la borghesia è sottoposta ovunque nel mondo. È diffusa la sensazione che non esistano più rifugi sicuri, che non si possa sfuggire al cambiamento economico e che il capitalismo si muova a una velocità maggiore di quella consentita agli esseri umani. Se fai il saldatore ma per trovare lavoro tua figlia deve laurearsi in ingegneria informatica, tu e la società in cui vivi potete anche adattarvi; ma se fai il saldatore e a metà della tua carriera professionale ti si chiede di riqualificarti come ingegnere informatico, non è così facile. Eppure cambiamenti di questa portata sono all’ordine del giorno nei mercati del lavoro moderni. È esattamente questo che intendeva Marx quando preconizzava un mondo in cui “tutto ciò che è solido si dissolve nell’aria”. Non è difficile, quindi, convincersi che le previsioni di Marx fossero giuste, in linea generale.

L’errore più ovvio nella sua visione del mondo riguarda il concetto di classe. Esiste, sparso per il mondo, qualcosa di simile al classico proletariato descritto da Marx. Solo che Marx era convinto che questo proletariato sarebbe diventato una forza organizzata e sempre più centralizzata, e che proprio per questo avrebbe costituito una minaccia per il capitalismo. Creando le condizioni per cui la forza lavoro poteva organizzarsi e compattarsi, il capitalismo preparava la propria caduta. Ma non esiste alcun conflitto di classe globalizzato: non esiste un proletariato globale organizzato, neanche alla lontana. I proletari fanno la fila per entrare alla Foxconn, non per organizzare scioperi al suo interno, e il grande pericolo che incombe sulla Cina – il luogo in cui oggi, in un certo senso, si concentra il proletariato mondiale – è la diseguaglianza prodotta dalle fratture all’interno del nuovo proletariato urbano e dalla povertà rurale che si lascia alle spalle. In Cina ci sono anche tensioni tra le zone della costa e quelle centrali, e problemi di corruzione e cattiva amministrazione che esplodono regolarmente nei cosiddetti “incidenti di massa”: manifestazioni antigovernative che in Cina sono all’ordine del giorno, ma che i grandi mezzi d’informazione occidentali sembrano ignorare. Nessuno di questi problemi, però, ha a che fare con la “classe”, e visto che la lotta di classe organizzata è un tema centrale nell’opera di Marx, ecco una delle sue previsioni che non si sono avverate.

Perché? Secondo me soprattutto per due ragioni. La prima è che Marx non ha previsto – come nessun altro ha fatto o avrebbe potuto fare – lo sviluppo di una varietà di forme di capitalismo. Di solito parliamo di capitalismo al singolare, come se fosse una realtà unica, ma ne esistono varianti e modelli diversi. Lo stato sociale moderno – quello che offre al cittadino casa, istruzione e assistenza sanitaria, dalla culla alla tomba – è uno sviluppo che sembra contraddire i presupposti dell’analisi marxiana del capitalismo. Probabilmente Marx avrebbe indagato a fondo il modello dello stato sociale, proprio perché, essendo così diverso dal capitalismo che aveva conosciuto, sembra confutare l’analisi che ne aveva fatto.

Forse sarebbe giunto alla conclusione che oggi l’intera società britannica è entrata a far parte di una borghesia globale, mentre il proletariato è dislocato in altri paesi: un argomento plausibile, anche se non facile da sostenere a fronte delle diseguaglianze che esistono e crescono anche nella nostra società. Ma il capitalismo assistenziale scandinavo è molto diverso dal capitalismo statalista cinese, che a sua volta è completamente diverso dallo sfrenato capitalismo liberista statunitense, che è diverso da quello nazionalista e fortemente socializzato francese, che non somiglia affatto allo strano ibrido che abbiamo in Gran Bretagna, dove ogni governo è totalmente votato al liberismo ma esistono ampi settori pubblici che nessuno osa toccare. Singapore è uno dei paesi più dichiaratamente liberisti del mondo, regolarmente ai primi posti negli studi sulla liberalizzazione dei mercati, eppure il governo possiede quasi tutta la terra e la stragrande maggioranza della popolazione vive in case popolari. È la capitale mondiale del libero mercato, ma anche dell’edilizia popolare. Esistono molti capitalismi diversi e non sono certo che possa funzionare un’analisi che li comprende tutti come se fossero un unico fenomeno.

Un sistema di questo tipo incide prima di tutto sulla varietà e la complessità dei nostri interessi in gioco. A febbraio tutti gli operai della Foxconn hanno avuto da un giorno all’altro un aumento di stipendio del 25 per cento. E non è stato il frutto di una protesta organizzata dei lavoratori, ma il risultato di un articolo sulle loro condizioni di lavoro apparso sul New York Times. Le pressioni etiche dell’occidente sono una delle spinte più potenti per migliorare la qualità del lavoro in fabbrica a Shenzhen. Un altro esempio, molto noto in campo medico ma poco al di fuori, riguarda il Mectizan, un farmaco sviluppato dall’azienda americana Merck per curare l’oncocercosi, o cecità fluviale. Il farmaco fu realizzato nel 1987 con un consistente investimento di denaro e poi distribuito gratis in forma di donazione perenne, salvando centinaia di migliaia di persone dalla cecità e molte di più dalla fame, grazie alla trasformazione di 25 milioni di ettari di terra non coltivabile in terreno agricolo. Per non mettere in crisi il modello marxista, potreste sempre spacciare questo episodio per una trovata pubblicitaria. Ma temo che la vostra tesi non reggerebbe, visto che quasi nessuno, nel mondo occidentale, ne ha sentito parlare.

LA FORZA PRODUTTIVA, ESPANSIONISTA E USURANTE DEL CAPITALISMO È COSÌ GRANDE CHE NON È SOSTENIBILE SU SCALA PLANETARIA

Ecco una cosa che Marx non aveva previsto e che ne richiama un’altra impossibile da prevedere: la varietà degli interessi e dei ruoli che abbiamo nel capitalismo contemporaneo. Marx riteneva che le persone, o meglio le classi, fossero divise in lavoratori e proprietari dei mezzi di produzione. In qualche modo metteva in conto il fatto che ognuno di noi è “portatore” di questi ruoli, e che le loro implicazioni possono entrare in gioco in momenti diversi, con il risultato che un proletario può ritrovarsi a competere con altri proletari anche se i loro interessi di classe coincidono. Il fatto è che nel mondo moderno le nostre individualità sono più frammentate e contraddittorie. Molti operai hanno fondi pensione investiti in aziende che per trarre un profitto devono ridurre al minimo il numero dei loro dipendenti tagliando posti di lavoro.

Tra i fattori che hanno portato alla stretta creditizia c’è stata la ricerca di investimenti in grado di garantire ai fondi pensione rendimenti stabili più alti per pagare le pensioni delle future generazioni di lavoratori, per cui in molti casi ci siamo trovati nella situazione paradossale in cui c’era chi restava senza lavoro per colpa delle perdite subite nel tentativo di garantire una sicurezza futura a quegli stessi lavoratori. Molti di noi sono sia schiavi salariati, beneficiari dello stato sociale e suoi fondatori, sia pensionati di oggi e di domani che, almeno in questa veste, rappresentano i classici borghesi proprietari dei mezzi di produzione. È complicato. E le forti pressioni etiche che occasionalmente possiamo esercitare sulle grandi aziende sono un sintomo di questa complessità e molteplicità di interessi. È sorprendente che le aziende ricorrano di rado all’argomento più semplice e, in un sistema capitalistico classico, più autentico per difendersi dalle accuse che ricevono: il loro ruolo è quello di ricavare un profitto per i loro azionisti, fornire occupazione e pagare le tasse. Punto. Tutto il resto spetta al governo. Eppure non lo dicono mai, forse perché intuiscono che in qualche modo siamo tutti consapevoli del fatto che l’intreccio e, a volte, il conflitto d’interessi rendono il mondo molto più complicato di quanto vorremmo.

Per quanto complicato possa essere il modello di Marx, il mondo moderno lo è ancora di più. Il che incide pesantemente su un altro aspetto, che Marx avrebbe riconosciuto grazie a una massima di Hegel: la quantità modifica la qualità. In altre parole, un sistema teorico può giustificare l’esistenza di certi fenomeni senza modificare la tendenza generale del percorso. Però arriva un momento in cui quei fenomeni si moltiplicano al punto da non essere più elementi contraddittori isolati, ma qualcosa che mette in discussione i fondamenti stessi della teoria. Qualcosa del genere è accaduto con le correnti contrarie che agiscono dentro al capitalismo.

Prendiamo i due parametri statistici fondamentali per misurare la qualità della vita: la mortalità infantile e l’aspettativa di vita. L’aspettativa di vita in Gran Bretagna nel 1850, l’anno in cui il Manifesto del Partito comunista fu pubblicato per la prima volta in inglese, era di 43 anni: più bassa dell’attuale aspettativa di vita in Afghanistan, che a sua volta è più bassa di quella di tutti i paesi che non sono stati colpiti dall’epidemia dell’aids. L’attuale aspettativa di vita in Gran Bretagna è di oltre ottant’anni e in rapido aumento, tanto da comportare una stranezza statistica: se una donna che oggi ha ottant’anni ha il 9,2 per cento di possibilità di vivere fino a cent’anni, una ragazza di venti ne ha il 26,6 per cento. Può sembrare strano che una persona più giovane di sessant’anni abbia il triplo delle possibilità di arrivare al secolo di vita, ma è solo un segno della rapidità dei nostri progressi. La mortalità infantile, che spesso è considerata un indicatore di molte altre cose (livello di sviluppo medico e tecnologico, forza dei legami sociali, grado di accesso dei poveri all’assistenza, la misura in cui una società riconosce i bisogni degli stranieri), avrebbe certamente costituito un elemento di grande interesse per Marx. Nella Gran Bretagna vittoriana, la media era di 150 morti ogni mille bambini nati vivi. Oggi il tasso è del 4,7 per mille. Un miglioramento del 3.191 per cento. Il tasso mondiale di mortalità infantile è del 42,09 per mille, un terzo di quello inglese ai tempi di Marx. L’aids incide in misura drammatica su questi dati: il Botswana, per esempio, ha un’aspettativa di vita di 31,6 anni, ma secondo i dati Onu sale a 70,7 anni, se si esclude l’impatto dell’aids.

Fino a che punto dati come questi smentiscono la teoria di Marx? Sono dati che mascherano diseguaglianze importanti. Un esempio famoso, a Londra, è quello della Jubilee Line della metropolitana: salendo a Westminster e viaggiando in direzione est, l’aspettativa di vita maschile diminuisce di un anno a ognuna delle otto fermate che seguono. Ma lasciando da parte il quadro generale, la verità è che in linea di massima viviamo tutti più a lungo e più in salute.

Se le cose stanno così, com’è possibile che il capitalismo produca un costante e sistematico impoverimento? E com’è possibile che sia un sistema distruttivo quando chi è al suo interno vive più a lungo? Prendiamo gli obiettivi di sviluppo del millennio annunciati alla fine del secolo scorso dalle Nazioni Unite, con cui ci siamo impegnati a ridurre di due terzi la mortalità infantile e di tre quarti quella materna entro il 2015 a partire dal 1990 (anche se i termini sono stati truccati spostando indietro di dieci anni il punto di partenza), a ridurre della metà il numero delle persone che vivono in condizioni di povertà estrema, a raddoppiare la percentuale di bambini che completano almeno il ciclo di istruzione primaria. È possibile ignorare questi risultati? Se un sistema riesce a realizzare traguardi del genere, si può dire che produce solo impoverimento? Lo stesso Marx scriveva che ci sono momenti in cui il modo di produzione capitalista può trascendere se stesso, come nel caso dell’invenzione della società per azioni. Ma altre dimostrazioni di questa possibilità di autotrascendenza avrebbero messo a dura prova i suoi modelli.

Un’ultima sfida al modello di Marx e alla sua visione del futuro viene da un aspetto che lui stesso aveva profetizzato con chiarezza: la straordinaria forza produttiva del capitalismo. Marx sapeva che il capitalismo avrebbe trasformato il pianeta e inciso sulla vita di ogni essere umano. Però c’è una falla al centro della sua analisi. Per Marx i due poli fondamentali della vita economica, politica e sociale erano il lavoro e la natura. Non li vedeva come elementi statici: usava la metafora del metabolismo per descrivere il modo in cui il nostro lavoro plasma il mondo e noi, a nostra volta, siamo plasmati dal mondo che creiamo. Quindi i due poli di lavoro e natura non restano fissi. Ma quello di cui Marx non tiene conto è che le risorse della natura non sono infinite: sa che non esiste una natura che non sia plasmata dalle nostre idee, ma non condivide la moderna consapevolezza che la natura può esaurirsi.

Questo genere di riflessione viene spesso definita ironica, ma in realtà è tragica. Al cuore del problema c’è il fatto che la forza produttiva, espansionista e usurante del capitalismo è così grande che non è sostenibile su scala planetaria. Tutto il mondo vorrebbe avere lo stile di vita della borghesia dei paesi avanzati. Ma non può averlo, perché esaurirebbe le sue risorse prima di averlo garantito a tutti. Ci aspetta la più grande crisi che il capitalismo abbia mai attraversato, ed è fondata sul fatto ineludibile che la natura non è infinita.

Ecco un punto che per lo più i marxisti si sono rifiutati di affrontare, e per un’ottima ragione: il problema delle risorse nel mondo attuale, che siano cibo, acqua o energia, ha a che fare con la distribuzione ineguale e non con le scorte totali. Di tutte queste cose ce n’è più che a sufficienza per tutti. Nella tradizione marxista, scrittori e militanti tendono a sottolineare questo punto, e fanno bene: ma dobbiamo anche renderci conto che il mondo sta andando verso un consumo e una domanda di risorse sempre maggiori da parte di tutti. E tutti quanti insieme. È questo il nemico mortale del capitalismo. Per fare un esempio che riguarda una sola risorsa, il consumo medio di acqua negli Stati Uniti è ogni giorno di circa 380 litri a persona. Non c’è abbastanza acqua dolce sul pianeta da consentire a tutti di vivere così.

Quindi, la questione è se il capitalismo riuscirà a evolversi creando nuovi modelli di sviluppo, come finora è riuscito a fare, e a trovare meccanismi fondati sulla proprietà e il mercato capaci di allontanare la crisi apparentemente inevitabile che ne seguirà; o se avremo bisogno di un ordine sociale ed economico completamente diverso. L’aspetto paradossale è che quest’ordine potrebbe essere per molti versi simile a quello immaginato da Marx, anche se lui aveva in mente una strada differente per arrivarci. Quando Marx scriveva che il capitalismo conteneva in sé i semi della sua stessa distruzione, non parlava di cambiamento climatico o di guerre per le risorse. Se proviamo un senso naturale di scoraggiamento di fronte alle difficoltà che ci aspettano, consoliamoci pensando al nostro spirito di adattamento e alla nostra ingegnosità, che ci hanno portato dove siamo: così lontano, cioè, e così in fretta che ora abbiamo bisogno di rallentare, e non sappiamo bene come. “L’uomo si distingue da tutti gli altri animali per la natura illimitata e flessibile dei suoi bisogni”, scriveva Marx verso la fine del primo volume del Capitale. Bisogni illimitati che vediamo dappertutto intorno a noi e che ci hanno portato dove siamo. Ora però dobbiamo cominciare a lavorare sulla flessibilità.

*( John Lanchester Questo articolo è stato pubblicato il 1 giugno 2012 sul numero 951 di Internazionale. Traduzione di Diana Corsini)

 

04 –  Angelo Mastrandrea*: L’ESTATE TRAGICA DELLE TANTE MORTI SUL LAVORO. IL TRATTO DI PIANURA PADANA CHE SI ESTENDE TRA BOLOGNA E REGGIO EMILIA HA LA CONCENTRAZIONE PIÙ GRANDE IN EUROPA DI INDUSTRIE CHE PRODUCONO MACCHINE PER GLI IMBALLAGGI E IL CONFEZIONAMENTO.

PIÙ O MENO AL CENTRO DI QUEST’AREA, ALLA BOMBONETTE DI CAMPOSANTO, IL 3 AGOSTO 2021 È MORTA LAILA EL HARIM, UNA LAVORATRICE QUARANTENNE ASSUNTA DA UN MESE E MEZZO COME CAPOMACCHINA NELL’AZIENDA DI SCATOLE, VASSOI E CONFEZIONI IN CARTONE PER PASTICCERIA. LA DONNA È RIMASTA INTRAPPOLATA IN UNA FUSTELLATRICE SULLA QUALE ERA STATO DISATTIVATO IL DISPOSITIVO DI SICUREZZA AUTOMATICO, COME HANNO APPURATO GLI ISPETTORI DEL LAVORO ARRIVATI DOPO L’INCIDENTE. 13 agosto 2021

“Il blocco era azionabile, da parte dell’operatrice, soltanto manualmente e non automaticamente, ciò ha consentito un’operazione non sicura che ha cagionato la morte per schiacciamento”, hanno scritto i tecnici nella relazione poi finita sulla scrivania del ministro del lavoro Andrea Orlando. Nei giorni seguenti, la segretaria della Cgil di Modena Manuela Gozzi, dopo aver incontrato i responsabili dell’azienda, ha riferito che secondo loro l’incidente sarebbe stato causato da una disattenzione della lavoratrice. La procura della repubblica di Modena ha indagato il titolare della fabbrica e il delegato alla sicurezza per omicidio colposo.

Non si è trattato di un caso isolato e neppure fortuito. Giusto tre mesi prima, il 3 maggio 2021, un analogo incidente aveva provocato la tragica fine di una ragazza di 22 anni, Luana D’Orazio, impiegata in una fabbrica tessile di Montemurlo, vicino Prato, in Toscana. D’Orazio era rimasta intrappolata in un orditoio sul quale, secondo i periti inviati dai magistrati che indagano sul caso, non si era abbassata la saracinesca protettiva, “un meccanismo destinato a prevenire infortuni sul lavoro”. La perizia ha rilevato che era stata disattivata la fotocellula che avrebbe attivato in maniera automatica la protezione. La procura della repubblica di Prato ha indagato per omicidio colposo e rimozione delle cautele antinfortunistiche i due titolari dell’azienda, marito e moglie, e il manutentore che potrebbe aver manomesso il quadro elettrico. Il sospetto è che in entrambi i casi i dispositivi salvavita sarebbero stati manomessi per evitare continui stop and go che avrebbero rallentato la produzione.

Tre vittime al giorno

Le vicende drammatiche di Laila el Harim e Luana D’Orazio hanno suscitato un’attenzione mediatica inusuale. “C’è una cosa che sta a cuore a tutti noi e a me in particolare: cercare di fare qualcosa per migliorare la situazione inaccettabile sul piano della sicurezza sul lavoro”, ha detto il presidente del consiglio Mario Draghi ai giornalisti durante un incontro a palazzo Chigi.

Il ministro del lavoro Andrea Orlando ha proposto un curriculum per le imprese, dove tenere conto degli incidenti e delle azioni per evitarli, e un concorso per aumentare il numero di ispettori del lavoro. Anche il suo predecessore Luigi Di Maio ne aveva annunciato uno il 7 agosto 2018, all’indomani di un incidente stradale nel quale avevano perso la vita dodici braccianti di ritorno dal lavoro nei campi del foggiano, ma poi non se n’era fatto niente.

Questa volta il concorso è concreto, ma a leggere bene il bando pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale i numeri sono inferiori rispetto a quelli previsti dal governo. Delle 1.514 assunzioni previste, 822 sono sono destinate all’Ispettorato nazionale del lavoro, ma tra loro le persone che andranno sul campo saranno in totale 691. Meglio di niente, ma secondo i sindacati Cgil, Cisl e Uil sono numeri che non garantiscono un sistema di controlli accurato, per questo bisognerebbe impiegare anche il personale dell’Inps, dell’Inail e delle Asl.

In Europa

“L’Italia è uno dei pochissimi paesi dell’Unione europea privi di una strategia nazionale per la salute e la sicurezza sul lavoro”, dicono i leader sindacali, che hanno stilato un “Patto per la salute” che prevede corsi di formazione per i lavoratori, una sorta di patente a punti da assegnare alle aziende che rispettano le regole, più ispezioni, più dispositivi di protezione individuale, l’insegnamento nelle scuole superiori di una materia che abbia al centro la salute e la sicurezza sui luoghi di lavoro. Solo in questo modo, spiegano, l’Italia potrebbe avvicinarsi a quei paesi del nord Europa che sono riusciti a ridurre in maniera drastica il numero di incidenti e di vittime. Le cifre parlano chiaro: in Italia in media muoiono 2,6 lavoratori ogni centomila, mentre la media in Europa è 2,2; 0,7 nei Paesi Bassi; 1,11 in Germania; e 1,21 in Svezia.

Nei Paesi Bassi associazioni di categoria e sindacati stipulano accordi con misure concrete e soluzioni che sono poi codificati in un “registro della sicurezza e della salute” valido per tutto il settore. In Germania il governo e gli stati federali elaborano una “Strategia comune di sicurezza e salute sul lavoro” insieme alle assicurazioni, che a loro volta mettono a punto regole di prevenzione contro gli infortuni e fanno controlli – che si sommano alle ispezioni pubbliche. La Svezia ha creato una propria agenzia, la Mynak, che coordina le attività sulla sicurezza del governo, delle aziende e dei sindacati; fa ricerche sugli ambienti di lavoro; valuta gli effetti delle riforme e delle iniziative messe in campo; monitora le misure prese negli altri paesi; e incoraggia lo sviluppo delle organizzazioni per la salute sul lavoro.

Gli squilibri socioeconomici fra i paesi europei si ripercuotono anche sulla sicurezza dei lavoratori

Nel giugno 2021 l’Unione europea ha adottato una nuova strategia per migliorare la salute e la sicurezza dei lavoratori entro il 2027. Le norme puntano a prevenire gli incidenti, già calati del 70 per cento dal 1994.

Sono previsti limiti più stringenti per l’esposizione a sostanze tossiche come l’amianto, il piombo e il cobalto; “risorse di facile utilizzo per l’applicazione di misure di prevenzione nei luoghi di lavoro”; un’iniziativa sulla salute mentale nei luoghi di lavoro; il miglioramento della raccolta dei dati sugli incidenti e l’analisi delle cause che li hanno provocati.

Lo slogan “zero vittime” usato dal commissario europeo per l’occupazione e i diritti sociali Nicolas Schmit per illustrare questa strategia rischia però di infrangersi se si tengono conto dei sei lavoratori ogni 100mila che ogni anno perdono la vita in Romania; e più in generale se si guarda agli squilibri socioeconomici fra i paesi del nord, del sud e dell’est Europa, che si ripercuotono anche sulla sicurezza dei lavoratori.

In Italia, nei primi sei mesi del 2021, l’Inail ha censito 538 “morti bianche”, in media tre al giorno: sono meno rispetto al 2020, ma gli incidenti sono aumentati dell’8,9 per cento. L’Osservatorio indipendente di Bologna ne ha invece contati 864 fino al 9 agosto, aggiungendo le vittime sulle strade e in itinere, vale a dire mentre andavano o tornavano dal lavoro.

I settori più colpiti sono quello agricolo, quello edilizio e quello manifatturiero. A scorrere l’elenco di questa Spoon River operaia si trova di tutto: lavoratori folgorati da cavi dell’alta tensione, contadini finiti sotto un trattore, muratori caduti da un’impalcatura, il diciottenne neoassunto in un’oasi naturalistica e il sindacalista Adil Belakhdim travolto da un tir durante un picchetto davanti a un deposito della Lidl a Biandrate, nel novarese.

Non passa giorno senza che la conta delle vittime vada aggiornata. Il 10 agosto è stata l’ennesima giornata nera. Verso le 8 di mattina a San Paolo Argon, in provincia di Bergamo, un operaio indiano di 36 anni è morto cadendo dal tetto di una fonderia, la Toora Casting, dove stava rimuovendo la copertura di amianto. Due ore dopo, a Casnigo – sempre in provincia di Bergamo – un camionista di 49 anni è stato investito da un’ondata di caprolattame, una sostanza chimica utilizzata per la produzione del nylon, rimanendo ferito in maniera grave. Negli stessi istanti, mille chilometri più a sud, a Caggiano, in provincia di Salerno, un agricoltore di 64 anni si è visto tranciare una gamba dal suo trattore; mentre in un negozio di surgelati nel centro di Asti un tecnico manutentore di 56 anni moriva per le ustioni provocate dalla fiammata esplosa nella cella frigorifera che stava riparando.

Quello stesso 10 agosto, a Massa Finalese, una piccola folla si è stretta attorno alla famiglia di Laila el Harim. In prima fila c’erano sindaci e amministratori di tutta l’area, e pure il console marocchino. Tra le lacrime e la commozione, sono risuonati i consueti, retorici “mai più” che accompagnano ogni morte sul lavoro.

*( Angelo Mastrandrea, giornalista)

 

05 – Pier Giorgio Ardeni*: IL TRAMONTO DELL’OCCIDENTE E IL SONNO DELLA RAGIONE CRITICA

IL CAPITALISMO PREDATORIO UNISCE CRISI AMBIENTALE AL PUNTO DI «NON RITORNO», CRISI PANDEMICA TUTT’ALTRO CHE IN DIMINUZIONE E L’ACUIRSI, GLOBALIZZATO, DELLE DISUGUAGLIANZE

Ci sono congiunture storiche che segnano momenti di passaggio o rottura, anche solo per l’addensarsi di eventi dall’alta valenza simbolica. Questa torrida estate del 2021 pare essere una di quelle, mentre ogni sua sera assistiamo al rosso di un tramonto infuocato come non mai, dovunque ci troviamo sul nostro emisfero, mostrandoci de vivo, plastico ed oscuro ad un tempo, un altro tramonto, epocale, quello dell’Occidente. Non quello spengleriano, né quello sbeffeggiato da conservatori e liberali in faccia alla sinistra dopo ogni crisi economica («Volevate la fine dell’Occidente? Sorry, il tramonto è rimandato ad una prossima puntata»). È un tramonto che ci viene offerto a pezzi, eppure tutti nel palinsesto di queste settimane, quello dell’Occidente di origine europea e cristiano, da cui viene quella contrapposizione tra «uomo» e «natura», e del suo sistema economico capitalistico «liberale». Di fronte al quale il pensiero antagonistico, alternativo o semplicemente critico, pare spento.

Certo, se parlare di «tramonto dell’Occidente» può sembrare un’esagerazione retorica – il cui contenuto meriterebbe ben altro spazio e approfondimento – è però l’affermazione logica di un’evidenza. Che cosa unisce, infatti, la crisi ambientale, avvicinatasi al punto di «non ritorno», la crisi pandemica, che non accenna a diminuire, la crisi del capitalismo globalizzato, con la rottura delle catene globali e l’acuirsi delle disuguaglianze vieppiù estreme e, infine, la crisi dell’egemonia politico-militare del blocco occidentale? A ben vedere, infatti, tutte queste ammontano ad una crisi dell’Occidente, perché tutte originano dallo sviluppo e dall’affermarsi del capitalismo predatorio da esso originatosi.

La catena degli eventi di queste settimane non poteva essere più esemplare: dall’anniversario del G8 di Genova – quell’«avevamo ragione» degli alter-mondialisti che già allora avevano criticato la globalizzazione a vantaggio dell’«uno per cento» – alla morte di Gino Strada – l’uomo «contro ogni guerra perché ogni guerra è ingiusta», che aveva sempre stigmatizzato l’intervento in Afghanistan –; dall’uscita del rapporto dell’IPCC «non c’è più tempo» – all’inconcludente G20 sull’ambiente; dalla «quarta ondata» della pandemia, nonostante il vaccino, fino alla presa di Kabul da parte dei talebani. Una sequenza di istantanee impressionanti per tempismo e icasticità. Tutte aventi per «soggetto» questo nostro Occidente.

Per quanto Francis Fukuyama affermi che la debacle afghana non è la fine dell’«era americana», il ritiro delle truppe Usa e Nato, divenuto ritirata, disfatta, non può nascondere quanto quella costosissima guerra, durata vent’anni, sia stata «inutile». Un governo fantoccio si è dissolto, assieme al suo esercito, e migliaia di afghani che avevano creduto all’Occidente sono lasciati alla mercè dei talebani. Come aveva detto Gino Strada poco prima di morire, «se tutti quei soldi fossero stati spesi diversamente avremmo fatto di quel Paese una «Svizzera d’Asia».

Perché in questi vent’anni, lasciandoci tutti guidare dal «mercato», abbiamo creduto che il progresso portato dalla globalizzazione, supportato dal robusto intervento dei nostri eserciti per «esportare la democrazia», avrebbe portato tutti a seguirci, perché Dio – e i soldi – sono «dalla nostra parte». Ma la globalizzazione non ha fatto che continuare a perseguire il disegno coloniale di omogeneizzazione e assimilazione del capitalismo occidentale. L’imposizione del nostro «ordine» ha solo soverchiato nazioni, etnie, tradizioni, esportando conflitto; il capitalismo globalizzato ha generato società drammaticamente divise in classi, facendosi vieppiù predatorio nello sfruttamento delle risorse. Consumando terra, foreste, biodiversità, alimentando inquinamento e degrado, in una corsa folle verso l’annientamento terrestre.

Oggi assistiamo al tramonto di un «sistema», impostosi grazie all’affermazione del capitalismo, basato su uno sfruttamento che non conosce limiti e lo vediamo negli incendi che divorano foreste e prosciugano fiumi, nelle alluvioni «bibliche», nel propagarsi di virus «zoonotici» che proliferano negli eco-sistemi alterati cui non sappiamo fare fronte, se non rincorrendoli con vaccini che non fanno che arginarli. Il nostro «progresso» non è che questo pianeta devastato, ed è l’Occidente a portarne la responsabilità.

Di fronte a tutto ciò, un pensiero «critico» dovrebbe risvegliarsi dal suo sonno, per non essere succube dell’incubo. Non tanto la «sinistra», persasi dietro al sogno neo-liberista con tinte «welfariste», coltivando le sue «classi medie» nazionali, rinunciando ad ogni prospettiva di trasformazione, quanto la critica «radicale» – oltre il capitalismo predatorio, oltre l’ordine attuale del mondo e delle sue premesse, plagiato dall’Occidente nella sua affermazione. La tempesta che spirava dal paradiso, il «progresso», in cui si erano impigliate le ali dell’angelo della storia di Benjamin, che guardava indietro al cumulo di rovine che si ergeva verso il cielo, oggi è un incendio che proviene dall’inferno, e quelle ali bruciano. Ma le nostre classi dirigenti dormono il sonno della ragione, gli intellettuali, distratti, coltivano il proprio io «depresso», e nessuno pare in grado di guardare alla realtà, che ci soverchia. «Vai, vai, vai, disse l’uccello: l’umanità non sopporta troppa realtà» (T.S. Eliot, Burnt Norton, Quattro quartetti).

*( Pier Giorgio Ardeni da Il Manifesto)

 

06 – Fabrizio Tonello*: BREVE STORIA DI UNA SUPERPOTENZA CHE PERDE SEMPRE. IL GRANDE INGANNO. L’ULTIMA VERA VITTORIA DELL’ESERCITO STATUNITENSE RISALE AL 15 AGOSTO 1945, CONTRO IL GIAPPONE IMPERIALE E MILITARISTA.

Domenica scorsa, 15 agosto, è caduto il settantaseiesimo anniversario dell’ultima vittoria militare degli Stati Uniti, quella contro il Giappone imperiale e militarista. Da allora, per tre quarti di secolo, l’America non ha più vinto una guerra vera, malgrado il suo statuto di superpotenza e le incalcolabili spese militari dedicate a questo scopo.

Incredibile, vero? Eppure le immagini di questi giorni dall’Afghanistan non dovrebbero sorprendere perché esistono dozzine di libri sul fatto che il Pentagono è la macchina da guerra meno efficiente del pianeta, quanto meno nel rapporto qualità-prezzo. Bastava guardare alle date per capirlo: nel 1950 gli Stati Uniti intervengono in Corea ma tre anni dopo devono accettare un armistizio che lascia le cose come stavano al punto di partenza e il regime nordcoreano è ancora lì, 68 anni e tre milioni di morti dopo. L’esercito americano subisce oltre 50.000 perdite. Nel 1964 intervengono in Vietnam, da cui dovranno ritirarsi a partire dal 1973 e dove lasceranno circa tre milioni di morti vietnamiti e circa 60.000 vittime americane.

Dopo quel famoso 25 aprile 1975, con le immagini di centinaia di persone che cercavano di salire sull’ultimo elicottero che prendeva il volo dal tetto dell’ambasciata americana a Saigon, ci sono state parecchie operazioni militari ma di vittorie in guerre vere e proprie nessuna. Certo, i marines hanno invaso l’isoletta caraibica di Grenada dove era stato democraticamente eletto un governo di sinistra (1983) e hanno sloggiato dal potere Manuel Noriega a Panama (1989) ma in entrambi i casi si trattava soprattutto di dimostrazioni di forza a uso interno, come se la Juventus andasse in giro a pavoneggarsi per aver battuto il Cisternino e il Monterotondo.

Se per “successo” in una guerra intendiamo il raggiungimento degli obiettivi politici che ne sono all’origine, è chiaro che né la prima né la seconda guerra in Iraq hanno ottenuto lo scopo. Nel primo caso (1991) il regime di Saddam Hussein dovette ritirarsi dal Kuwait ma rimase al potere; nel secondo caso (2003) Saddam fu sconfitto e poi catturato e impiccato ma un governo iracheno democratico e filoccidentale non si è mai veramente consolidato: le elezioni del 2018 sono state vinte dall’antiamericano Muqtada al-Sadr.

Lo stesso è avvenuto in Afghanistan: l’invasione del 2001 riuscì a cacciare i talebani e a privare al-Qaeda delle sue basi ma, di nuovo, l’obiettivo di installare a Kabul un governo fedele e stabile non fu mai realizzato e i talebani non scomparvero mai come forza militare organizzata. In effetti, dopo l’eliminazione di Osama bin-Laden in Pachistan nel 2011 gli Stati Uniti e gli alleati della Nato non avevano ragioni valide per restare in Afghanistan e la guerra si trascinava solo per il potere dell’establishment politico-militare di Washington che cercava di “salvare la faccia”.

Non è un caso che Donald Trump abbia avuto successo nell’attaccare la “guerrafondaia” Hillary Clinton nel 2016: la maggioranza degli americani era convinta da tempo che occorreva andarsene. Oggi i repubblicani sono scatenati nell’attaccare Biden per il ritiro ma in realtà il presidente democratico sta attuando l’accordo di Doha del febbraio 2020, negoziato dall’amministrazione Trump. I media di tutto il mondo riempiono gli schermi con le caotiche e drammatiche immagini dell’aereoporto di Kabul ma l’America profonda voleva mettere fine allo stillicidio di uomini e denaro in Afghanistan già da dieci anni.

Oggi i generali e i diplomatici da salotto attaccano Biden per la “sconfitta storica” di questi giorni ma il ritiro (caotico e codardo come tutte le ritirate nelle guerre coloniali) era il risultato inevitabile di una frattura trentennale fra l’opinione pubblica e le élite di Washington.

Dopo il 1989, l’apparato militare-industriale ha cercato in ogni modo di tenere accesi focolai di conflitto qua e là sul pianeta, per giustificare la propria esistenza, ma i cittadini erano ben più reticenti e perfino l’ondata di patriottismo e bellicismo seguita agli attacchi dell’11 settembre 2001 durò ben poco. Scomparsa l’Unione Sovietica e consolidata l’alleanza commerciale con la Cina, il pubblico americano ha avuto solo un modesto entusiasmo per le guerre in Medio Oriente, in particolare quando si prolungavano: sul campo le vittorie in Iraq e in Afghanistan sono state questione di poche settimane ma la permanenza in questi due paesi si è prolungata per quasi due decenni, una durata quintupla del tempo che ci volle per sconfiggere Hitler e Hirohito fra il 1941 e il 1945.

Molti, a Washington come a Bruxelles, avrebbero preferito lo status quo: quello di una guerra a bassa intensità, in cui il controllo della città di Kabul venisse spacciato come difesa della libertà e della democrazia in tutto il paese ma questo inganno non poteva durare più a lungo.

*( Fabrizio Tonello, è professore all’Università di Padova e insegna scienze dell’opinione pubblica. È stato Visiting Fellow della Columbia University di New York)

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