n° 33 del 14 agosto  2021 – RASSEGNA DI NEWS NAZIONALI E INTERNAZIONALI. NEWS DAI PARLAMENTARI ELETTI ALL’ESTERO

01 – Marta Gatti*: «Diritti umani e cibo, un nesso inscindibile». Intervista. Michael Fakhri, relatore speciale delle Nazioni Unite per il diritto al cibo, voce critica e per questo invitato al controsummit della società civile

02 – Claudia Fanti*: Bolsonaro rigetta il Brasile nell’incubo: carri armati nella capitale. Brasile. Parata militare nel cuore dello Stato, non era mai successo dai tempi della dittatura. Bocciata (per ora) la riforma costituzionale con cui il presidente vuole influenzare le elezioni del 2022

03 – A Italiani all’estero, Pinto (CGIE)*: “Governo nomini un titolare dell’Agenzia Consolare a Lomas di Zamora”

03b – Italianos en el exterior, Pinto (CGIE)*: “Esperamos que el Gobierno nombre a un titular en la Agencia Consular de Lomas di Zamora

04 – Marina Catucci *: NEW YORK. L’impennata dei contagi negli Usa inguaia Joe Biden. Stati Uniti. La Florida guidata dai repubblicani lascia libertà di scelta per la mascherina.

05 – Arthur C. Brooks *: Quattro tipi di felicità. Sappiamo tutti qual è il popolo più felice della terra – le Nazioni Unite ce lo comunicano tutti gli anni. Negli ultimi sette anni la Finlandia si è sempre classificata al primo posto nel gruppo delle nazioni nordiche, che si posizionano sempre tutte ai primi posti per grado di felicità della popolazione.

06 – Brevi dal mondo: Tailandia, Palestina, Polonia, Cina. Internazionale. Covid-19 e crisi, lacrimogeni sul corteo di Bangkok. Palloni incendiari da Gaza, Israele risponde con i raid. Riforma giustizia, la Polonia cede alle pressioni Ue. Alibaba, accuse a manager di abusi sessuali

 

 

01 – Marta Gatti*: «DIRITTI UMANI E CIBO, UN NESSO INSCINDIBILE». INTERVISTA. MICHAEL FAKHRI, RELATORE SPECIALE DELLE NAZIONI UNITE PER IL DIRITTO AL CIBO, VOCE CRITICA E PER QUESTO INVITATO AL CONTROSUMMIT DELLA SOCIETÀ CIVILE

Michael Fakhri è relatore speciale delle Nazioni Unite per il diritto al cibo dal primo maggio 2020; è professore universitario alla University of Oregon School of Law e si prende cura del suo giardino perché vorrebbe fare anche un po’ il contadino.

Come relatore speciale si è trovato in una posizione unica: partecipare al UN Food System Summit, come voce critica, ed essere invitato alla mobilitazione della società civile «Food System 4 People».

È interessante notare come entrambe queste manifestazioni siano frutto di un processo interno alle Nazioni Unite. La contro-mobilitazione è nata in seno al Meccanismo della società civile e dei popoli indigeni (CSM), un soggetto autonomo ma parte del Comitato per la sicurezza alimentare mondiale delle Nazioni Unite. Il Food System Summit, d’altro canto, è stata un’iniziativa del Segretario Generale, del suo ufficio e della sua rete. Due eventi, nati in seno all’Onu, su traiettorie completamente diverse.

 

OVVERO?

Il Food System Summit è stato concepito da esperti, molti dei quali vicini alle grandi aziende del settore alimentare, e da scienziati che non rappresentano in alcun modo i saperi tradizionali e indigeni. Questo gruppo ha dato forma alle idee e poi le ha presentate ai governi e alla società civile. La contro-mobilitazione, all’opposto, è nata dalle relazioni, dalle alleanze, dalla solidarietà. La comunità ha dato vita alle idee da portare avanti.

 

I DIRITTI UMANI SONO STATI INSERITI NELL’AGENDA SOLO MOLTO TARDI, COME SI È SVOLTO QUESTO PROCESSO?

Sono stato coinvolto nei lavori del Summit un anno e mezzo fa. Ci è voluto quasi un anno solo per spiegare l’importanza dei diritti umani! Un anno per vederli inseriti nell’agenda. Grazie alla pressione, interna ed esterna, ci siamo riusciti. Purtroppo, però, sono entrati a gara cominciata, un anno più tardi. Il problema rimane. Vengono considerati una scelta tra le tante, da prendere in considerazione o meno. Solo durante il Pre-summit, per la prima volta, abbiamo parlato a fondo del significato dei diritti umani nel contesto del sistema alimentare. Ma ormai è tardissimo.

 

NON È STATO COSÌ PER L’INIZIATIVA DELLA SOCIETÀ CIVILE E DEI POPOLI INDIGENI. I DIRITTI UMANI SONO STATI CONSIDERATI FONDANTI SIN DAL PRINCIPIO. LA BASE DA CUI PARTIRE. COSA C’È IN BALLO NEL UN FOOD SYSTEM SUMMIT?

Ha a che fare con i soldi e con il futuro della governance. Governi, investitori, enti di beneficenza vogliono sapere dove dirigere i loro fondi per cambiare il sistema alimentare. Il Food System Summit è stato pensato per dare ai governi e alle aziende un piano di allocazione delle risorse.

Il summit ha il potenziale di influenzare quale tipo di ricerca e quali conoscenze verranno sviluppate in futuro. Investire nella digitalizzazione o nell’agroecologia?

Investire nei processi comunitari o in nuove app per agricoltori? La vera sfida è creare un piano in grado di fare da cornice ad ogni sistema alimentare e che, al tempo stesso, tenga in considerazione il fatto che siamo ecologicamente interconnessi gli uni agli altri. In ballo, poi, c’è la gestione dei fondi e delle regole del gioco: chi le decide? Chi deve essere al tavolo? Chi organizza il tavolo?

Quali sono le prospettive del sistema alimentare?

La mia maggiore preoccupazione è che, per via del Covid e della crisi alimentare, non solo assistiamo ad un aumento della fame e della malnutrizione ma anche a una violenza crescente che attraversa tutto il sistema alimentare. La violenza familiare, contro le ragazze e le donne, le violenze contro i difensori dei diritti umani, le violenze contro le comunità che stanno perdendo la loro terra, l’incremento di conflitti all’interno degli stati e tra stati. Queste sono le sfide che dovremmo affrontare e che il Summit non prende in considerazione.

 

SCORRENDO IL PROGRAMMA DEL SUMMIT EMERGONO NOMI DI MULTINAZIONALI DELL’ATTUALE SISTEMA ALIMENTARE ACCUSATE DI VIOLAZIONE DEI DIRITTI UMANI O DI DANNI AMBIENTALI…

La leadership che sta dietro al Summit crede che le corporation siano parte della soluzione. Non si tratta di semplici imprese ma di grandi multinazionali. La verità è che le corporation sono parte del problema. Com’è possibile che siano state invitate, se sono parte del problema? Quando ho posto questa domanda ad una parte della leadership del vertice la loro risposta è stata: «Anche i governi sono parte del problema e dobbiamo lavorare con loro». In sostanza: meglio non farsi domande sulle cause della crisi alimentare e sui responsabili, lavoriamo con le strutture di potere esistenti. Ma non si possono mettere sullo stesso piano le corporation e i governi! Fame e malnutrizione sono certamente causate da fallimenti politici, ma la differenza è che i governi devono fare i conti con la popolazione mentre le corporation perseguono il profitto. Le multinazionali dovrebbero, per lo meno, essere messe davanti alle loro colpe. I governi sono parte del problema, è vero, ma devono essere parte della soluzione.

 

ANCHE L’AGROECOLOGIA È ENTRATA NELL’AGENDA…

È stata una lotta. In una lettera alla dottoressa Agnes Kalibata (Inviata speciale del Segretario Generale delle Nazioni Unite per il 2021 Food System Summit, ndr) ho sottolineato come l’agroecologia sia la base per garantire alle persone il diritto al cibo e il rispetto dei diritti umani. All’inizio ho incontrato una forte resistenza. Ci è voluto un grande lavoro di advocacy e di pressione. Il fatto che l’agroecologia sia stata inserita nell’agenda è un segno del successo raggiunto. Adesso tutti adorano l’agroecologia. Ora la lotta è mostrarne il significato nel contesto del sistema alimentare. La sua forza è non considerare separatamente ecologia e giustizia sociale. Il modo in cui trattiamo la terra, l’acqua e il nostro ambiente riflette come ci trattiamo l’un l’altro, e viceversa. Se sfruttiamo i lavoratori, siamo portati a sfruttare gli animali nel nostro sistema alimentare; se sfruttiamo gli animali siamo portati a sfruttare la terra, se estraiamo risorse dal suolo estrarremo benessere dalle comunità.

 

CON QUESTO VERTICE SI È CONSUMATA UNA ROTTURA INTERNA ALLE NAZIONI UNITE. È UN PRECEDENTE PREOCCUPANTE?

In un certo senso potrebbe essere un precedente pericoloso per i prossimi summit e per tutto il sistema delle nazioni unite. È la paura che tutti hanno. Se torniamo indietro nel tempo, però, vediamo anche che il dibattito è servito a far progredire il diritto al cibo. Nel 1996, in occasione del World Food Summit, per la prima volta, la società civile ebbe uno spazio autonomo di discussione. Quell’occasione di autonomia diede uno slancio internazionale alla sovranità alimentare e al diritto al cibo.

 

SOVRANITÀ ALIMENTARE, DIRITTO ALLE SEMENTI ED ECONOMIA FEMMINISTA SONO ALCUNI DEI TEMI AFFRONTATI NEL CONTRO-VERTICE, ASSENTI NEL SUMMIT. CONCORDA CON LA LORO IMPORTANZA?

Assolutamente sì. Penso che la sovranità alimentare sia un’idea dinamica che mette in evidenza il tema del controllo nei sistemi alimentari. Chi detiene gli elementi centrali, come i semi?

Chi controlla la terra, l’acqua, le risorse e il lavoro delle persone? Sono domande fondamentali. I movimenti per la sovranità alimentare sostengono che chiunque sia essenziale nel nostro sistema alimentare, chiunque produca ciò che mangiamo dovrebbe averne il controllo. E quando si parla di economia femminista è in sostanza l’economia della cura: dobbiamo prenderci cura di noi stessi, della Terra. È quello che anche il Covid ci ha insegnato.

 

QUALI SARANNO LE PROSSIME PRIORITÀ COME SPECIAL RAPPORTEUR?

Il prossimo rapporto che presenterò all’Assemblea Generale Onu e al Consiglio per i diritti umani sarà proprio sul Food System Summit e sul sistema alimentare, in generale. I successivi saranno sui diritti dei contadini, semi e proprietà intellettuale, violenze conflitti e crisi. Dovrei fare delle visite sul campo ma per via del Covid non è ancora possibile e non so quando lo sarà. Ho ancora due anni davanti a me ma non so se rinnoverò il mandato per altri tre, perché è molto difficile rivestire questo ruolo in piena pandemia.

 

 

02 – Claudia Fanti*: BOLSONARO RIGETTA IL BRASILE NELL’INCUBO: CARRI ARMATI NELLA CAPITALE, BRASILE. PARATA MILITARE NEL CUORE DELLO STATO, NON ERA MAI SUCCESSO DAI TEMPI DELLA DITTATURA. BOCCIATA (PER ORA) LA RIFORMA COSTITUZIONALE CON CUI IL PRESIDENTE VUOLE INFLUENZARE LE ELEZIONI DEL 2022

 

Non poteva apparire più sinistra la parata militare che martedì mattina, a Brasilia, ha attraversato la Praça dos Três Poderes – quella che ospita il Planalto (la sede della presidenza), il Congresso e la Corte suprema – per consegnare al presidente Bolsonaro e al ministro della Difesa Braga Netto l’invito a prendere parte, il prossimo 16 agosto, all’annuale esercitazione militare nota come Operação Formosa

Non era mai successo, dalla fine della dittatura, che i carri armati sfilassero lungo la spianata dei ministeri, con l’ovvia eccezione della festa dell’indipendenza del 7 settembre.

«Per consegnare un invito bastava prendere l’ascensore e salire al terzo piano del Planalto, non servivano i carri armati», ha commentato l’ex-ministro degli Esteri del governo Lula Celso Amorim parlando di «minaccia golpista».

E ancora più grave è che l’inedita dimostrazione di forza da parte di quello che il presidente chiama «il mio esercito» sia avvenuta proprio nel giorno della votazione alla Camera dei deputati della Pec (proposta di emendamento costituzionale) sul voto cartaceo, la grande battaglia in cui si è lanciato Bolsonaro in vista delle presidenziali del 2022.

Il tutto in un momento di forti tensioni tra il governo e gli altri poteri dello Stato, culminate sia nella decisione del Tribunale superiore elettorale di indagare Bolsonaro per «abuso di potere politico ed economico» in seguito ai suoi ripetuti attacchi al sistema elettorale, sia in quella del giudice della Corte suprema Alexandre de Moraes di includere il nome di Bolsonaro nell’inchiesta sulle fake news, ritenendo infondate le sue denunce sulle presunte frodi elettorali legate al voto elettronico.

«De Moraes ha aperto un’inchiesta basata sulla menzogna accusandomi di essere un bugiardo», ha reagito il presidente, aggiungendo in tono minaccioso: «Questo tipo di indagine è prevista dalla Costituzione? No. Quindi anche l’antidoto non si trova tra le quattro righe della Costituzione».

In questo quadro, che la parata militare sia stata un atto di intimidazione appare persino ovvio, benché tra i parlamentari qualcuno abbia parlato solo di un’altra delle bravate del presidente o, ancor peggio, come ha affermato il presidente della Camera Arthur Lira, di «una tragica coincidenza».

Di casuale, tuttavia, non ci sarebbe stato proprio nulla, se è vero che – contrariamente a quanto affermato dalla Marina, secondo cui la data della parata militare sarebbe stata decisa in tempi non sospetti – l’ordine di far sfilare i carri armati a Brasilia sarebbe partito direttamente da Bolsonaro e solo venerdì scorso, come riporta il giornale Estado de S. Paulo.

Ma, in ogni caso, su quali siano le intenzioni del presidente non esistono margini di dubbio. Con la popolarità in calo e il rischio concreto che Lula, in testa nei sondaggi, lo sconfigga nel 2022, Bolsonaro si prepara già a emulare Trump alle prossime elezioni, iniziando con gli attacchi al sistema elettorale e con l’offensiva per l’introduzione del voto cartaceo.

Offensiva, peraltro, inopportuna a fronte dei reali problemi che affliggono la popolazione, alle prese non solo con la pandemia, ma anche con l’alto tasso di disoccupazione e con l’aumento del prezzo degli alimenti.

La manovra, in ogni caso, è almeno per ora fallita, dal momento che la Pec sul voto cartaceo, già bocciata per 23 voti a 11 dalla commissione speciale della Camera, è stata respinta anche dalla plenaria: soltanto 229 i voti a favore (con 218 contrari) rispetto ai 308 richiesti per l’approvazione di qualsiasi proposta di emendamento costituzionale.

Ma per Bolsonaro – che nel 1993 si batteva per il voto elettronico denunciando i brogli legati a quello cartaceo e che ora afferma ripetutamente che non ci saranno elezioni finché non verrà modificato l’attuale sistema di voto – quel che conta è agitare le acque e tenere la base mobilitata e pronta a intervenire. Per poi non accettare altro risultato, nel 2022, che quello della sua – al momento improbabile – rielezione.

Fonte: Il Manifesto

 

03 –  Italiani all’estero, Pinto (CGIE): “GOVERNO NOMINI UN TITOLARE DELL’AGENZIA CONSOLARE A LOMAS DI ZAMORA”

“CI ASPETTIAMO CHE PRIMA DEL 3 SETTEMBRE, CIOÈ PRIMA DELL’INDIZIONE DELLE ELEZIONI, RICORRENDO ANCHE A SOLUZIONI INNOVATIVE COME LA NOMINA TEMPORANEA DI UN FUNZIONARIO, VENGA RICOPERTA LA CARICA DI AGENTE CONSOLARE”

“E’ da cinque mesi che l’Agenzia Consolare di Lomas di Zamora é acefala. Attualmente l’Agenzia ha solo 4 funzionari di ruolo per garantire i servizi consolari a piú di 60mila italiani residenti nella Circoscrizione Consolare. I numeri parlano da sé e evidenziano la difficoltà in cui si trova la nostra comunità, che come tutte le altre sará a breve chiamata a partecipare al processo elettorale per il rinnovo del Com.It.Es.

La delicata situazione é stata piú volte segnalata dai rappresentanti della comunitá e in occasione dell’Assemblea Plenaria del CGIE tenutasi in videoconferenza lo scorso 4 agosto è stata denunciata dal Consigliere CGIE Gerardo Pinto.

“Il Governo – ha detto Pinto – non può mancare all’obbligo di garantire servizi consolari a tutti i cittadini, indipendentemente da dove essi risiedano. Passaporti, cittadinanza ed omogenee condizioni di partecipazione ad un processo elettorale: evidentemente questo non avviene nel caso degli italiani residenti nella circoscrizione di Lomas di Zamora, la cui Agenzia Consolare é priva di titolare e con un organico assai ridotto”.

“Ci aspettiamo – ha proseguito il Consigliere CGIE – che prima del 3 settembre, cioé prima dell’indizione delle elezioni, ricorrendo anche a soluzioni innovative come la nomina temporanea di un funzionario, venga ricoperta la carica di Agente Consolare. La pandemia non può essere la scusa per procrastinare una soluzione che da tempo stiamo aspettando. Dal Sottosegretario Della Vedova – che ha basato gran parte della sua carriera politica nel sostegno di legittime cause per l’uguaglianza – ci aspettiamo un tempestivo intervento per porre rimedio a questa discriminazione nei confronti della nostra Circoscrizioni Consolare”, ha concluso Gerardo Pinto.

*( Pinto CGIE: Fonte: ItaliaChiamaItalia)

 

 

04 – ITALIANOS EN EL EXTERIOR, PINTO (CGIE): “ESPERAMOS QUE EL GOBIERNO NOMBRE A UN TITULAR EN LA AGENCIA CONSULAR DE LOMAS DI ZAMORA”

“ESPERAMOS QUE ANTES DEL 3 DE SEPTIEMBRE, ES DECIR, ANTES DE QUE SE CONVOQUEN LAS ELECCIONES, RECURRIENDO TAMBIÉN A SOLUCIONES INNOVADORAS COMO EL NOMBRAMIENTO TEMPORAL DE UN FUNCIONARIO, SE CUBRA EL CARGO DE AGENTE CONSULAR”.

“Hace cinco meses que la Agencia Consular de Lomas di Zamora esta acéfala. Actualmente la Agencia cuenta solo con 4 funcionarios para garantizar los servicios consulares a más de 60 mil italianos residentes en la Circunscripción Consular. Los números hablan por sí solos y ponen en evidencia la dificultad en la que se encuentra nuestra comunidad, que como todas las demás pronto será llamada a participar en el proceso electoral para la renovación de los Com.It.Es.

La delicada situación ha sido señalada  reiteradamente por los representantes de la comunidad y con motivo de la Asamblea Plenaria del CGIE celebrada por videoconferencia el pasado 4 de agosto, fue denunciada por el concejal del CGIE Gerardo Pinto.

“El Gobierno –dijo Pinto– no puede faltar a la obligación de garantizar los servicios consulares a todos los ciudadanos, independientemente de dónde residan. Pasaportes, ciudadanía y condiciones homogéneas de participación en un proceso electoral: evidentemente esto no sucede en el caso de los italianos que residen en la Circunscripción de Lomas di Zamora, cuya Agencia Consular esta  sin titular y con un personal muy reducido”.

“Esperamos -continuó el Consejero del CGIE- que antes del 3 de septiembre, es decir, antes de que se convoquen las elecciones, recurriendo también a soluciones innovadoras como el nombramiento temporal de un funcionario, se cubra el cargo de Agente Consular. La pandemia no puede ser la excusa para retrasar una solución que llevamos esperando mucho tiempo. Del Subsecretario Della Vedova –quien ha basado gran parte de su carrera política en apoyar causas legítimas de igualdad– nos esperamos una intervención oportuna para remediar esta discriminación contra nuestras Circunscripciones Consulares”, concluyó Gerardo Pinto

 

 

05 – Marina Catucci *: NEW YORK. L’IMPENNATA DEI CONTAGI NEGLI USA INGUAIA JOE BIDEN. STATI UNITI. LA FLORIDA GUIDATA DAI REPUBBLICANI LASCIA LIBERTÀ DI SCELTA PER LA MASCHERINA.

Negli Stati Uniti il numero dei nuovi contagi per Covid-19 ha registrato una media di 100.000 casi al giorno, tornando a cifre viste durante l’ondata invernale. Questo è un altro triste promemoria della velocità con cui la variante Delta si è diffusa nel Paese. Un mese fa Joe Biden sembrava avere in mano la vittoria sulla pandemia, con decine di milioni di americani che venivano vaccinati, e tutti i dati riguardanti i casi, i ricoveri e i decessi che stavano precipitando.

Alla fine di giugno gli Stati Uniti registravano una media di circa 11.000 casi al giorno, ora il numero è 107.143, sono bastate 6 settimane per alimentare un aumento dei casi giornalieri del 43% e quello dei decessi del 39%. Questo nonostante la metà degli americani abbia completato l’iter vaccinale contro il coronavirus, come ha annunciato il direttore della task force sul Covid-19 della Casa Bianca, Cyrus Shahpar. Visti i numeri i Centers for Desease Control, (Cdc), hanno pubblicato le nuove linee guida sull’uso della mascherina per i vaccinati, divisi per contea, e il risultato è che due contee su tre rientrano nella categoria di quelle in cui tutti dovrebbero ricominciare ad utilizzare le mascherine al coperto, indipendentemente dallo stato vaccinale

Le linee guida dei Cdc vengono paradossalmente seguite molto più negli Stati con la più bassa trasmissione del virus, mentre quelli con più infezioni e per lo più guidati dai Repubblicani come Ron DeSantis, il governatore della Florida, si sono dimostrati fin troppo disposti a portare la politicizzazione delle mascherine a nuovi estremi.

Nonostante in Florida la settimana scorsa si sia registrata una media di 19,215 casi al giorno, DeSantis ha bloccato i mandati per l’uso delle mascherine a scuola, in modo da «proteggere gli studenti che non le indossano dalle molestie», ed essenzialmente dando ai ragazzi la possibilità di «rinunciare a qualsiasi legge locale per dare la priorità alla scelta dei genitori».

Nella nazione Navajo, riserva indigena che si trova a cavallo degli Stati dell’Arizona, New Mexico e Utah, invece, il 91% della popolazione è completamente vaccinato. Se fosse un altro Paese, sarebbe la nazione più vaccinata al mondo.

*( Marina Catucci NEW YORK – Il Manifesto)

 

06 – Arthur C. Brooks *: QUATTRO TIPI DI FELICITÀ. SAPPIAMO TUTTI QUAL È IL POPOLO PIÙ FELICE DELLA TERRA – LE NAZIONI UNITE CE LO COMUNICANO TUTTI GLI ANNI. NEGLI ULTIMI SETTE ANNI LA FINLANDIA SI È SEMPRE CLASSIFICATA AL PRIMO POSTO NEL GRUPPO DELLE NAZIONI NORDICHE, CHE SI POSIZIONANO SEMPRE TUTTE AI PRIMI POSTI PER GRADO DI FELICITÀ DELLA POPOLAZIONE.

E, visto che sono riusciti a “crackare il codice della felicità”, come ha scritto recentemente il mio collega Joe Pinsker, molti di noi appartenenti ad altre popolazioni hanno la tentazione di ricopiare le abitudini dei nordici. Vivi come un finlandese – facendo brevi passeggiate nella foresta, o delle nuotate nel ghiaccio – e andrà tutto per il meglio, giusto?

NON PROPRIO. Per confrontare i diversi pareri espressi dalle persone rispetto alla propria felicità, il World happiness report e gli altri indici internazionali che misurano il grado di soddisfazione personale devono prendere per buona l’idea che nelle diverse aree del mondo la felicità sia definita più o meno allo stesso modo e che di conseguenza le risposte ai test siano paragonabili e misurabili. Se quest’idea non regge, allora si deduce che gli indici di felicità sono affidabili all’incirca tanto quanto le classifiche musicali basate sulla dichiarazione degli abitanti dei vari stati rispetto al loro amore per le canzoni nazionali. Vale a dire, queste classifiche possono essere indicative dell’entusiasmo per gli stili musicali nazionali, ma ci dicono ben poco rispetto a quanto un tipo di musica sia “oggettivamente” migliore degli altri, viste le varie differenze di gusto e di tradizioni esistenti tra le persone e le popolazioni.

A un primo sguardo, si possono ravvisare dei punti in comune nelle dichiarazioni di felicità rilasciate dalle persone di tutto il mondo. Uno studio del 2016 che ha coinvolto 2.799 adulti rivelava che, nei dodici paesi presi in esame, la definizione di felicità da un punto di vista psicologico come “stato, sentimento o attitudine interiore” era preponderante rispetto alle altre. In particolare, le persone dichiaravano che per loro essere felici significava raggiungere “l’armonia interiore”.

UN CONCETTO DIFFICILE DA AFFERRARE

L’armonia interiore potrebbe sembrare un concetto universale, ma può avere significati molto diversi a seconda del luogo. Per esempio due anni fa, mentre mi trovavo in Danimarca per girare un documentario sulla ricerca della felicità, ho potuto scoprire che i danesi spesso descrivono l’armonia interiore come hygge, che corrisponde a quella sensazione di atmosfera calda e accogliente, unita a una piacevole convivialità.

Allo stesso tempo, ho scoperto che gli statunitensi tendono a definire l’armonia interiore come il soddisfacimento delle loro passioni grazie alle proprie abilità, di solito nell’ambito lavorativo.

Va da sé, quindi, che le definizioni psicologiche non riescono ad afferrare precisamente il concetto di felicità. E da qui in poi le differenze tra i vari stati aumentano sempre più. La stessa ricerca del 2016, per esempio, ha dimostrato che il 49 per cento degli statunitensi nel definire la felicità mette al centro esplicitamente le relazioni familiari, mentre gli abitanti dell’Europa meridionale e del Sudamerica di solito tendono a concepirla come uno stato individuale: solo il 22 per cento dei portoghesi, il 18 per cento dei messicani e il 10 per cento degli argentini ha fatto menzione delle famiglie nel definire il proprio concetto di felicità.

PERFINO LE PAROLE CHE USIAMO PER PARLARE DI FELICITÀ HANNO CONNOTAZIONI DIVERSE A SECONDA DELLE DIVERSE LINGUE

Due esperti giapponesi, in un articolo del 2012 sull’International Journal of Wellbeing, hanno messo in luce un’importante differenza culturale tra la definizione di felicità nella cultura asiatica e la definizione che ne dà la cultura occidentale. In occidente, secondo quanto rilevato dagli studiosi, una felicità risulta definibile come “uno stato di euforia simile all’eccitazione e, insieme, un senso di realizzazione personale”. Allo stesso tempo in Asia “la felicità consiste nel provare uno stato di forte calma”.

In paesi molto grandi può essere molto complesso anche confrontare in maniera accurata i dati delle diverse aree. Per esempio, vi sono grandi differenze tra la definizione del concetto di felicità di un’abitante del nord dell’India e di uno del sud. Le ricerche condotte negli Stati Uniti dimostrano che ci sono delle notevoli differenze caratteriali tra la popolazione delle varie regioni. Per esempio, chi vive nelle aree medio-atlantiche e nel nordest ha la tendenza a mostrare una maggior ansia da attaccamento nei rapporti – “Quando mi chiami?”– mentre negli stati occidentali si tende più a mostrare un’inclinazione a evitare l’attaccamento personale – “Ci vediamo quando ci vediamo”.

DIFFERENZE RILEVANTI

Perfino le parole che usiamo per parlare di felicità hanno connotazioni diverse a seconda delle diverse lingue. In quelle germaniche il termine felicità ha la sua radice in parole legate alla fortuna o a una sorte benevola; il termine happiness viene da hap, parola del middle-English (lingua inglese media) che significa fortuna. D’altra parte, per quanto riguarda le lingue neolatine, la radice è da rintracciare nel latino felicitas, che nell’antica Roma non era da ricollegarsi semplicemente alla buona sorte, ma anche alla crescita, alla fertilità e alla prosperità.

Possiamo quindi concludere che le differenze tra le culture nella definizione di felicità sono piuttosto rilevanti, che risulta impossibile affermare in termini assoluti che un paese sia più felice di un altro e che quindi una classifica unitaria dei paesi più felici nel mondo abbia poco senso.

La felicità può essere definita e misurata in molti modi diversi. Forse, secondo una certa definizione, la Finlandia è veramente il paese più felice; certamente però non lo sarà se osservata secondo un altro punto di vista. Bisognerebbe classificare la felicità all’interno dei vari paesi anziché metterli a confronto.

QUATTRO MODELLI

Un metodo piuttosto pratico di affrontare questo tipo di lavoro è fare una distinzione tra due modi in cui si può osservare la felicità. Il primo modo considera l’espressione interiore o esteriore della felicità – il che significa confrontare l’introspezione e la relazione con gli altri. Il secondo metodo si concentra sulle relazioni interpersonali o sugli obiettivi, cioè se si è orientati verso il prossimo o verso gli obiettivi pratici. Otteniamo così quattro principali modelli di benessere, basati su ricerche fatte in tutto il mondo attraverso dei sondaggi.

La felicità viene dall’avere delle ottime relazioni con le persone a cui teniamo. È una combinazione di focus esteriore e relazionale; in questo caso le amicizie e la famiglia sono le principali fonti di felicità. Gli Stati Uniti un buon esempio di paese che corrisponde a questo modello.

La felicità deriva da un alto grado di consapevolezza. Questo modello si basa sulla combinazione del focus interiore e di quello basato sulle relazioni interpersonali ed è il modello che corrisponde alle persone con un’indole fortemente spirituale, filosofica o religiosa, soprattutto a chi dà un’alta importanza alla vita di comunità. L’India del sud risulta la terra di appartenenza di molte persone che seguono questo modello.

La felicità consiste nel fare ciò che si ama, spesso insieme agli altri. Questa linea di pensiero nasce dalla combinazione di una tendenza a basarsi sul dato esteriore e sugli obiettivi – vale a dire, dedicarsi al lavoro o ad attività di svago molto gratificanti. Questo è il modello di vita delle persone inclini ad affermare: “Il mio lavoro è la mia vita” oppure “Adoro giocare a golf o con gli amici”. Si possono trovare molte persone che si riconoscono in questo modello nei paesi nordici e del centro Europa.

La felicità deriva semplicemente dallo stare bene. In questo modello si assiste invece a una combinazione di focus interiore e di obiettivi. È il modello delle persone che danno la priorità assoluta alle esperienze da cui possono ricavare sensazioni positive, che siano esperienze fatte in solitaria o insieme ad altre persone. È un buon modo di verificare il proprio grado di benessere se, quando ci si immagina felici, si pensa a quando si guarda Netflix o si sorseggia del vino. Questo è il modello più diffuso nel Sudamerica, nell’area mediterranea e in Sud Africa.

Ovviamente, questa classificazione non è esaustiva e molte saranno le persone e i paesi che non potranno rientrare in maniera netta in una di queste categorie; ogni concezione di felicità, infatti, potrebbe essere derivata da un mix di questi modelli. Va comunque detto che queste definizioni ci danno un punto di partenza per capire la grande varietà dei concetti di benessere che si può trovare nel mondo – e anche quelli che ognuno di noi ha in testa e nel cuore.

Così come in luoghi diversi si possono trovare diverse definizioni di felicità, altrettanto succede per le persone. Arrivare a comprendere questa diversità può aiutarci a capire noi stessi – per esempio capire se siamo la pecora nera della famiglia, quella che non trova un suo posto, e comprenderne il perché e cosa fare al riguardo, se sia necessario muoversi e cambiare posto, unirsi a una nuova comunità, o semplicemente trovare il modo di andare d’accordo con la realtà che circostante.

Mentre scrivo le ultime righe di questo articolo mi trovo a Barcellona per trascorrere l’estate. Da ormai trent’anni infesto questa città come un fantasma, per settimane e mesi. Barcellona non è al primo posto in nessun indice delle città dove si vive meglio o più felici (la stessa Spagna, nell’ultimo report delle Nazioni Unite, risulta ventisettesima). E allora perché la amo così tanto?

Barcellona, capitale della Catalogna, è una città ibrida: totalmente spagnola per l’estrema importanza data allo svago e alle amicizie, decisamente più nordeuropea per quanto riguarda le abitudini lavorative – e tra queste sue due anime, ben poco spazio è lasciato al sonno, il che è un po’ un problema. È una città imprenditoriale, dove si lavora sodo, ma dove c’è spazio per il divertimento e la cordialità. È anche il posto in cui mi sono sposato molti anni fa, e dove risiede la maggior parte delle persone che amo. Perciò, rappresenta il mio personale concetto ibrido di felicità: un luogo in cui immergermi con tutto me stesso e godere appieno del mio lavoro di ricerca e insegnamento e allo stesso tempo dove posso vivere a fondo le relazioni con le persone importanti della mia vita. Barcellona per me è il posto più felice del mondo.

Anche voi avete una vostra Barcellona da qualche parte: andate e trovatela.

(Traduzione di Mariachiara Benini)

Questo articolo è uscito sul sito del mensile statunitense The Atlantic.

*( Arthur C. Brooks, The Atlantic, Stati Uniti)

 

11 – Brevi dal mondo: THAILANDIA, PALESTINA, POLONIA, CINA. INTERNAZIONALE. COVID-19 E CRISI, LACRIMOGENI SUL CORTEO DI BANGKOK. PALLONI INCENDIARI DA GAZA, ISRAELE RISPONDE CON I RAID. RIFORMA GIUSTIZIA, LA POLONIA CEDE ALLE PRESSIONI UE. ALIBABA, ACCUSE A MANAGER DI ABUSI SESSUALI

 

COVID-19 E CRISI, LACRIMOGENI SUL CORTEO DI BANGKOK

Ieri erano più di mille i manifestanti che a Bangkok si sono scontrati con la polizia durante le proteste contro il governo e la gestione dell’epidemia di Covid-19 e dei suoi riflessi sull’economia. Il corteo ha marciato verso la sede del governo e l’ufficio del primo ministro di cui sono state chieste le dimissioni. La polizia ha risposto con lancio di gas lacrimogeni e proiettili di gomma. Sono settimane ormai che in Thailandia la protesta anti-governativa monta, insieme ai numeri sui contagi: ieri se ne sono contati 22mila in più in sole 24 ore e 212 morti, il numero più alto finora registrato e che porta il bilancio totale a 6.066 decessi.

 

PALLONI INCENDIARI DA GAZA, ISRAELE RISPONDE CON I RAID

L’aviazione israeliana ieri ha bombardato postazioni di Hamas dopo il lancio di palloncini incendiari dalla Striscia di Gaza verso il sud di Israele. Non sono stati registrati danni o feriti. Secondo Tel Aviv, nel mirino dei jet ci sono stati una postazione per il lancio di razzi e un compound del movimento islamista, tra Beit Hanoun e Jabalya. Lo scorso 20 maggio Israele e Hamas hanno raggiunto un accordo di cessate il fuoco dopo 11 giorni di offensiva israeliana contro Gaza che ha ucciso quasi 250 palestinesi (di cui 66 bambini). Tredici le vittime israeliane. Da allora Israele ha compiuto alcuni raid aerei, ma le ostilità non sono riprese.

 

RIFORMA GIUSTIZIA, LA POLONIA CEDE ALLE PRESSIONI UE

Sulla riforma della giustizia passo indietro della Polonia e del governo di coalizione guidato dal PiS di Jaroslaw Kaczynski. Dopo un lungo braccio di ferro con l’Unione europea Varsavia ha annunciato che cancellerà dalla riforma la creazione della Camera disciplinare, organismo che avrebbe dovuto vigilare sull’operato del potere giudiziario, di fatto minandone l’indipendenza. Una norma che la Ue aveva contestato e che la Corte di Giustizia dell’Unione, lo scorso 14 luglio, aveva ordinato di eliminare perché non garantiva «imparzialità e indipendenza» della magistratura. La Camera disciplinare avrebbe avuto, tra le altre cose, il potere di revocare l’immunità dei giudici per sottoporli a procedimenti penali.

 

ALIBABA, ACCUSE A MANAGER DI ABUSI SESSUALI

Una dipendente di Alibaba, gigante dell’e-commerce cinese, ha accusato il suo capo di violenze sessuali, al termine di una serata durante la quale le era stato già chiesto di «intrattenere» un cliente in un karaoke. Tornata in albergo il manager avrebbe abusato di lei. L’argomento è trending topic su Weibo, il Twitter cinese.

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