NANCY FRASER: «IL RAZZISMO SISTEMICO È ENDEMICO NEL CAPITALISMO».

DALLO SFRUTTAMENTO DEI LAVORATORI ALLA PREDAZIONE DI RISORSE AMBIENTALI ED ENERGETICHE DI MATRICE RAZZIALE, ALL’EMARGINAZIONE DELLE DONNE E DEGLI IMMIGRATI: DA SEMPRE IL CAPITALE SI FONDA SUL SACCHEGGIO E LA DISCRIMINAZIONE DICE LA FILOSOFA POLITICA NANCY FRASER.

  • E ORA I PIÙ DEBOLI «SONO GLI ULTIMI DELLA FILA PER LA VACCINAZIONE, SE MAI LA OTTERRANNO».
  • FORME DI CAPITALISMO FINANZIARIO HANNO MASCHERATO IL SISTEMA NEOLIBERALE CON UNA FACCIATA FEMMINISTA.
  • IL CAPITALE FINANZIARIO HA EROSO LE CAPACITÀ POLITICHE CHE AVREMMO POTUTO METTERE IN CAMPO CONTRO LA PANDEMIA.
  • OGGI LA CLASSE OPERAIA IN GRAN PARTE È PAGATA MENO DEL COSTO DELLA SUA RIPRODUZIONE, QUANDO È PAGATA.
  • FORZE DEL CAPITALISMO FINANZIARIO COME SILICON VALLEY VOGLIONO DARE UNA PARVENZA PROGRESSISTA A UN SISTEMA PREDATORIO.
  • BIDEN È UN COMPROMESSO MOLTO FRAGILE TRA L’ALA DEM NEOLIBERALE PROGRESSISTA E QUELLA PIÙ DI SINISTRA.

Punto di riferimento costante e critico, delle lotte sociali e politiche contro il capitalismo e dell’attivismo femminista, Nancy Fraser non si sottrae alla «TEMPESTA PERFETTA» che oggi si sta abbattendo su di noi. Il Covid ha gettato una luce abbagliante sul nostro mondo, rendendo inconfondibili le forze che lo attraversano, e tendendone fino al punto di rottura le contraddizioni endemiche. Certo, non manca nel lessico comune una consapevolezza del momento critico che oggi, ma forse già da decenni, stiamo affrontando. E tuttavia la parola “crisi” è «spesso usata in modo approssimativo». In questa ampia intervista, la filosofa, docente alla Newschool for social research a New York, chiarisce la profondità e la complessità di un concetto strutturale nella sua comprensione della realtà. «La mia definizione di crisi – ci spiega – rimanda a un sistema sociale strutturalmente auto-destabilizzante a causa dei suoi imperativi contraddittori», proprio come il capitalismo, il quale mina alla base le proprie condizioni di esistenza, oltre a rendere difficile, e perfino impossibile, la nostra vita. E non si tratta solo delle contraddizioni economiche che già Marx ha rivelato. Espandendo l’analisi, «è possibile osservare come il capitalismo minacci le stesse condizioni ecologiche di cui necessita per continuare a organizzare la produzione in modo redditizio; come esso indebolisca i poteri pubblici e le istanze regolative che gli permettono di funzionare; come esaurisca le capacità sociali delle persone di cooperare e prendersi cura l’una dell’altra». Ecologica, politica, sociale: tre contraddizioni che segnano carsicamente ogni dimensione riconfigurata dal capitalismo, e che «il sistema normalmente trova il modo di aggirare o stemperare». Ci sono però momenti «in cui il sistema non è più in grado di contenere le proprie contraddizioni»; momenti in cui le crisi raggiungono una fase acuta e impossibile da mitigare. «Quando tutte queste tendenze convergono e si esacerbano a vicenda, si ha quella che io chiamo una “crisi generale”». E se già prima si poteva parlare di una crisi generale acuta, oggi «la pandemia di Covid rende tale evidenza inconfondibile».

ALCUNI SOSTENEVANO CHE TUTTO SAREBBE CAMBIATO CON QUESTA PANDEMIA. IN REALTÀ, SEMBRA CHE ESSA STIA ACCELERANDO FENOMENI PREESISTENTI. E ORA CHE VARI PROBLEMI EMERGONO, LE ANALISI POLITICHE TENDONO A OSSERVARE IL COVID COME UNICA CAUSA, SENZA INTERROGARSI TROPPO SULL’EVENTUALITÀ CHE LA PANDEMIA STESSA SIA UN EFFETTO DI PIÙ PROFONDE CONTRADDIZIONI, CHE ESSA NON FA CHE ACUIRE. IN CHE MODO LE CONTRADDIZIONI DEL CAPITALISMO SI SONO RESE PIÙ EVIDENTI. PER ESEMPIO, C’È UNA CORRELAZIONE TRA LA PANDEMIA E LA CRISI ECOLOGICA?

Questa pandemia è una tempesta perfetta di irrazionalità e ingiustizia capitaliste. Essa ci offre una definizione da manuale di quanto il sistema capitalistico sia incline alla crisi e di quanto esso sia invivibile. La contraddizione ecologica del capitalismo è all’origine del contagio. La cannibalizzazione della natura ha  esposto gli esseri umani a un virus rimasto a lungo annidato nei pipistrelli, in grotte remote. Il surriscaldamento globale e la deforestazione tropicale, entrambi conseguenze dell’insaziabile fame di profitto del capitale, hanno distrutto gli habitat di innumerevoli specie, innescando migrazioni di massa, creando nuove prossimità tra organismi e promuovendo così il passaggio di agenti patogeni tra le specie. Questa stessa dinamica ci ha già portato tutta una serie di epidemie, e altre si diffonderanno in futuro: sono i sottoprodotti non accidentali di un sistema sociale che incentiva la ricerca di grossi profitti attraverso la più rapida ed economica appropriazione della ricchezza naturale, e che sgrava di ogni responsabilità rispetto alla ricreazione e alla reintegrazione di ciò che viene danneggiato. Questi processi si sono verificati in ogni epoca, ma sono stati massicciamente potenziati negli ultimi quarant’anni dalla neo liberalizzazione, che ha sostanzialmente rimosso ogni freno e ha innescato questa reazione a catena letale.

COME SI COLLOCA INVECE LA CONTRADDIZIONE POLITICA DEL CAPITALISMO NEL QUADRO PANDEMICO?

Il capitale non ha dilaniato solo la natura, ma anche il potere pubblico, anch’esso ingrediente essenziale della dieta del capitalismo in ogni fase, ma specialmente negli ultimi quarant’anni. Il capitale finanziario ha eroso proprio le capacità politiche che avremmo potuto mettere in campo per mitigare la pandemia. Ben prima dell’epidemia di Covid, la maggior parte degli Stati, con pochissime eccezioni, come per esempio Cuba, si era già piegata alle richieste dei mercati, tagliando la spesa sociale in infrastrutture sanitarie pubbliche e ricerca di base, riducendo gli interventi diagnostici e le scorte di attrezzature salvavita, assottigliando le capacità di coordinare ed erogare le cure, impoverendo gli ospedali pubblici, smantellando le unità di terapia intensiva, ridimensionando lo stoccaggio e i canali di distribuzione dei vaccini. Durante gli ultimi quattro decenni, la sanità pubblica è stata sventrata, e al contempo la classe politica ha devoluto funzioni sanitarie vitali a fornitori e assicuratori guidati dal solo profitto, a compagnie farmaceutiche e aziende essenzialmente svincolate dall’interesse pubblico. Enti privati preoccupati solo di fornire il massimo profitto ai loro azionisti, e tuttavia a essi viene affidato il controllo di tutto ciò che determina il nostro destino individuale e collettivo. Veri e propri ostacoli nella concertazione di un’azione pubblica a favore dell’essere umano. Gli effetti sono tragici, ma di certo non sorprendenti: se si ha un sistema sociale che sottomette questioni di vita e di morte al profitto, non ci si deve poi stupire se milioni di persone rimangono in balia di questo virus.

E QUESTO CI RIMANDA ALLA CONTRADDIZIONE SOCIALE DEL CAPITALISMO. NEGLI ULTIMI GIORNI NON SONO MANCATE PRESE DI COSCIENZA, DA PARTE DELLE PIÙ ALTE SFERE POLI¬TICHE, DI QUANTO LA PANDEMIA ABBIA INCISO SULLA VITA SPECIALMENTE DELLE DONNE, MA ANCHE DEI GIOVANI E DEI MIGRANTI. NON CI SI RENDE PERÒ CONTO CHE IL PROBLEMA ERA GIÀ PRESENTE PRIMA DELLA PANDEMIA, E SI ANNIDAVA TRA LE PIEGHE DEL CAPITALISMO NEOLIBERALE.

Il collasso di questi già deboli sistemi pubblici si sovrappone alla contraddizione strutturale del capitalismo in merito alla riproduzione sociale (il lavoro di cura necessario per la riproduzione della vita e per il mantenimento in salute delle persone, nda). Lo stesso regime che ha disinvestito nelle infrastrutture sanitarie pubbliche, ha anche rotto i sindacati, abbassato i salari e scaricato il lavoro di cura su famiglie e su comunità proprio mentre riduceva le loro capacità di esercitarlo. Il neoliberalismo ha acuito la tendenza intrinseca del capitalismo a destabilizzare la riproduzione sociale, e il Covid ha incaricato di nuove forme di lavoro di cura famiglie e comunità, specialmente le donne, da sempre oberate di tale lavoro non pagato. In regime di lockdown, la cura dei bambini e la scuola si sono spostati nelle case, spesso piccoli appartamenti per nulla adatti a questo scopo. Molte donne hanno finito per lasciare il loro lavoro per occuparsi dei bambini o di altri familiari. Molte altre sono state licenziate dai datori di lavoro. Ed entrambi questi gruppi subiscono gravi demansionamenti o riduzioni salariali se e quando rientrano nel loro posto di lavoro. Un terzo gruppo ha mantenuto il proprio impiego e lavora a distanza da casa mentre svolge anche il lavoro di cura, portando il multitasking a inediti livelli di follia. Un quarto gruppo comprende i cosiddetti “lavoratori essenziali”, uomini e donne definiti essenziali ma in realtà pagati una miseria, ritenuti sacrificabili e costretti a sfidare ogni giorno la minaccia del contagio per produrre e distribuire i beni che hanno permesso agli altri di restare in casa al riparo. In ognuno di questi casi, il lavoro di riproduzione sociale, maggiore nella pandemia, ricade in gran parte sulle donne. Ma in quale categoria ciascuna donna ricada, dipende dalla classe e dal colore.

CIÒ DIMOSTRA COME LA LOTTA DI CLASSE NON SIA SEPARABILE DALLE LOTTE PER I DIRITTI CIVILI E CONTRO IL RAZZISMO.

Il razzismo sistemico è endemico nel capitalismo. In ogni fase, l’accumulazione del capitale procede non solo sfruttando il cosiddetto “lavoro non pagato”, come hanno ben capito i marxisti, ma anche espropriando popolazioni deprivate di ogni potere politico e di ogni rivendicazione giuridica. A livello internazionale, si riscontra una predazione imperialista di matrice razziale: da sempre il capitale placa la sua sete di risorse naturali a buon mercato sequestrando le ricchezze terrestri, energetiche e minerarie delle popolazioni razzializzate. Queste popolazioni sono spesso invase dai rifiuti tossici e sono molto più soggette ai cosiddetti disastri “naturali” e agli impatti letali del riscaldamento globale. E ora, ulteriore situazione orribile, sono gli ultimi della fila per la vaccinazione, se mai la otterranno. A livello nazionale, la razza incide sui filoni della crisi relativi alla riproduzione politica e sociale: in molti Paesi, alle comunità emarginate è stato negato l’accesso a tutto ciò che serve per vivere in buona salute. Non sorprende che fra esse i numeri di infettati e morti per Covid siano spropositati.

ALL’INIZIO, QUALCUNO IPOTIZZAVA CHE IL VIRUS FOSSE DEMOCRATICO. ABBIAMO CAPITO CHE NON È COSÌ.

Non è affatto democratico. Segue anzi tutte le linee precostituite dal capitalismo, come dimostra la categoria di “LAVORATORE ESSENZIALE”. Tralasciando i lavoratori del settore medico, questa categoria include i migranti impiegati nei campi, nei macelli e nell’industria della carne, magazzinieri e corrieri di Amazon e Ups, gli in- servienti nelle case di cura e gli addetti alle pulizie degli ospedali, cassieri dei supermercati e corrieri del cibo da asporto. Le donne e gli individui con status di cittadinanza problematico sono la grande maggioranza in questi settori. Il volto della classe operaia nel capitalismo finanziarizzato non è più rappresentato unicamente dal capofamiglia bianco, dal minatore, dall’operaio alla catena di montaggio, dall’operaio edile. Oggi, la classe operaia conta per la maggior parte di lavoratori dei servizi a basso salario e di caregiver, stipendiati e non. È una classe che è pagata meno del costo della sua riproduzione, quando è pagata. Il Covid ha rivelato anche questo sporco segreto: proprio il lavoro ritenuto essenziale è quello sistematicamente sottovalutato da parte dei capitali. Questo mostra l’incapacità dei mercati del lavoro di riconoscere equamente il valore reale del lavoro. Il Covid ha portato il sistema fino al punto di rottura, gettando una luce abbagliante su tutte queste contraddizioni strutturali. Non potremmo chiedere una lezione di teoria sociale migliore.

COME FARE TESORO DI QUESTA LEZIONE NELLA PRATICA POLITICA? NEI SUOI LIBRI, LEI DENUNCIA LA MANCANZA DI UN CONFLITTO POLITICO CAPACE DI ESPRIMERE ADEGUATAMENTE LA CRISI E CONDURLA A UN ESITO EMANCIPATIVO. E IL SOCIALISMO LA RISPOSTA?

Se si prende sul serio questa lezione di teoria sociale, essa insegna che non possiamo più vivere con il capitalismo. E necessario trovare un’alternativa. Storicamente “socialismo” è stato il nome di quell’alternativa; noi dobbiamo ripensare il suo significato nelle condizioni attuali. Se, come ho detto, oltre alla dimensione economica, è necessario confrontarsi anche con le contraddizioni sociale, politica ed ecologica del capitalismo, dobbiamo elaborare un’idea più profonda, più radicale ed estesa di socialismo. Non si tratta solo di riorganizzare la produzione, ma di immaginare da capo il rapporto tra produzione e riproduzione sociale. Non si tratta solo di riorganizzare l’economia, ma di ripensare la relazione tra economia e organizzazione del potere politico. Non si tratta solo di riorganizza- re la società, ma di ripensare il rapporto della società umana con la natura.

SENZA UNA CORRETTA PRESA DI COSCIENZA DELLE CONTRADDIZIONI INTRINSECHE, SI RICADE NELLA RICERCA DI SOLUZIONI NELLO STESSO SET DI STRUMENTI CHE HANNO PRODOTTO I PROBLEMI. LA DOMANDA È DUNQUE: IL CAPITALISMO È ANCORA RIFORMABILE?

In ogni precedente epoca di crisi generale acuta nella storia del capitalismo, la gente di sinistra pensava si trattasse della sua crisi definitiva. Ogni volta, però, nuove forme di capitalismo hanno più o meno permesso il superamento della fase più acuta della crisi, cosi che le cose potessero continuare a trascinarsi.

Le domande che dobbiamo porci sono: il capitalismo è deragliato?

Esiste una nuova forma di liberalismo egualitario capitalista che potrebbe risolvere l’attuale crisi più acuta? Francamente, c’è da riconoscere che, in questo mo-mento, non possediamo una risposta certa a questa domanda. Tuttavia, penso che oggi ci sia una precisa ragione per dubitare che esista una soluzione interna al capitalismo: il surriscaldamento globale e il poco tempo a nostra disposizione per occuparci della gravissima crisi ecologica. Sarebbe necessaria una riforma del capitalismo davvero drastica per limitare il potere della classe capitalista nell’organizzazione della produzione. Sarebbe altresì necessaria una maggiore pianificazione per disattivare il profitto e la predazione come primi motori dell’intero sistema. Come non vedere l’urgenza di parlare di una riorganizzazione post-capitalista del nostro rapporto con la natura? Non sto sostenendo la decrescita. Penso piuttosto che se domani ci fosse il socialismo, avremmo davanti un enorme lavoro, non solo per trasformare l’economia, ma anche per soddisfare un’ampia gamma di bisogni umani insoddisfatti, dall’acqua pulita e dal cibo nutriente, alla salute e all’educazione. Penso che la domanda sia: che cosa deve crescere? Su quali basi? Con quale organizzazione sociale? A beneficio di chi? E, soprattutto, chi decide cosa deve crescere e cosa no? Penso che una forma di eco socialismo democrati- co sia la risposta.

LEI HA PARLATO DI QUARANT’ANNI DI RAFFORZAMENTO DEL NEOLIBERALISMO, MA QUALCHE ANNO FA HA DESCRITTO UNA CRISI DI EGEMONIA DEL PARADIGMA NEOLIBERALE. PER COMPRENDERE COME DOVREBBE REALIZZARSI L’ALTERNATIVA SOCIALISTA, INDAGHIAMO IL QUADRO POLITICO ATTUALE E OSSERVIAMO LE FORZE IN GIOCO.

È vero, stiamo attraversando una crisi di egemonia; una crisi generale, molto acuta e multidimensionale. Non sorprende che masse di persone disperino di trovare soluzioni nella leadership politica, nei partiti politici e nei progetti politici tradizionali, avvertiti piuttosto come parte del problema. Siamo passati attraverso una fase in cui si sperimentavano varie soluzioni fuori dagli schemi. Alcune delle quali pessime: tutte le forme di populismo di destra anti-egalitario. Al momento, proprio queste sono fra le più potenti soluzioni speri-meritate. Tuttavia, sono emerse anche forme di populismo di sinistra che sono egualitarie e che, pur non essendo pienamente socialiste, potrebbero rappresentare un percorso di transizione verso il socialismo: penso a Bernie Sanders e al movimento Black lives matter negli Stati Uniti, a Podemos in Spagna, prima ancora a Syriza in Grecia, che è imploso, e al tentativo, poi fallito, di Corbyn di portare più a sinistra il partito laburista britannico. Populismi di destra e populismi di sinistra sono le forze che sono emerse in questo vuoto di leadership.

INTANTO IL NEOLIBERALISMO CERCA DI RIPRENDERE VIGORE AMMALIANDO LA POLITICA DI SINISTRA, NO?

Sì, possiamo riscontrare dei tentativi di raggruppamento da parte di quello che chiamo il neoliberalismo progressista: forze del capitalismo finanziario incarnate da Wall Street, Silicon valley, Hollywood, che cercano di dare una parvenza progressista a un sistema economico in realtà profondamente predatorio e antiegalitario. Hanno mascherato il sistema neoliberale con una facciata femminista, gay friendly, green, anti-razzista; e hanno fatto ciò nella forma più sottile e liberale – e qui sto usando la parola “liberale” in modo negativo – di-versificando i ranghi delle classi privilegiate, senza fare assolutamente nulla per migliorare effettivamente le condizioni di vita della base della popolazione. È quello che ho chiamato un femminismo per l’l%, un ambientalismo dell’ 1 %, un antirazzismo per l’l%. Queste forze hanno governato in molti Paesi, da Clinton e Obama negli Stati Uniti, a Blair nel Regno Unito, fino a Schroeder in Germania, riuscendo a fagocitare molti dei movimenti sociali che altrimenti avrebbero potuto assumere un volto egualitario più radicale. Il neoliberalismo progressivo è ciò contro cui le rivolte populiste si sono sollevate. E ora, il confronto è aperto da questo neoliberalismo progressista per riconquistare il potere contro il populismo.

PENSA CHE STIA ACCADENDO QUESTO NEGLI STATI UNITI DOPO LA SCONFITTA DI TRUMP?

Gli Stati Uniti sono un caso molto interessante in questo momento. Con Gramsci, potremmo parlare di «interregno». Normalmente, in un interregno, risulta pressoché irraggiungibile qualcosa di veramente diverso e risolutivo. Tutto ciò che si verifica è un’oscillazione tra diverse alternative destinate a esaurirsi, nessuna delle quali rappresenta la vera soluzione. Attualmente negli Stati Uniti abbiamo qualcosa di un po’ diverso. La presidenza Biden non rappresenta né un’oscillazione completa verso il neoliberalismo progressivo, né un’oscillazione completa verso il populismo progressivo e verso il socialismo. È un compromesso molto fragile e instabile tra l’ala neoliberale progressista del partito democratico e la sua ala più di sinistra. Biden deve al contempo accontentare gli investitori, offrire sufficienti concessioni alla classe operaia, soddisfare i lavoratori sostenitori di Trump per evitare che si rivoltino. E deve riuscirci con una maggioranza congressuale assai ridotta. Non si tratta di una soluzione duratura, ma al momento impedisce che la situazione deflagri. Ogni Paese ha la sua storia politica; in ogni caso, in generale, ora si affrontano due generi di forze politiche molto problematiche, entrambe da contrastare. I populismi di destra, alcuni dei quali proto-fascisti, suprematisti bianchi, anti-immigrati, e i neoliberali progressisti, che intendono ripristinare lo status quo ante. Dobbiamo escogitare una strategia per estrapolare le forze potenzialmente emancipatrici da ciascuno di questi due schieramenti: da un lato, le fasce della destra populista ancora sensibili a un appello a favore della classe operaia inclusiva della gente di colore; e, dal lato del neoliberalismo progressista, dobbiamo coinvolgere i nuovi movimenti sociali, le femministe, gli ambientalisti, gli antirazzisti, che non sono attratti da un’economia predatoria del “chi vince prende tutto”.

*( la filosofa politica Nancy Fraser di Carlo Crosato da LEFT del 14 maggio)

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