STATI UNITI D’AMERICA, MAGGIO/GIUGNO 2020 (con video di A. Ocasio-Cortez)

“Se volete che finiscano i disordini, chiedete che le cose cambino”.
Il video di Alexandria Ocasio-Cortez con sottotitoli in italiano.

 

00 – La morte di Floyd scuote anche la Liberia degli ex schiavi Visto dall’Africa. Proteste di fronte all’ambasciata americana di Monrovia: «Per noi è come un tradimento» E in Zimbabwe viene convocato l’ambasciatore Usa
01 – Coprifuoco in 20 città, dopo sei giorni la rivolta non si placa.
02 – Stati uniti. Noam Chomsky: «L’America fondata sulla schiavitù, i neri repressi da 400 anni»
Intervista al politologo statunitense: «La criminalizzazione della vita degli afroamericani è una politica premeditata, dagli Stati del sud del XIX secolo a Reagan.
03 – La civiltà del ginocchio sul collo. America down. In strada non sono scesi solo gli afroamericani, ma anche tanti di quelli – bianchi e latini, uomini e donne – che sempre più si sentono sul collo il ginocchio mortale della disuguaglianza crescente, della precarietà della sussistenza, della perdita dei diritti, dello svuotamento della democrazia. Come il drago, il rettile, la selvaggina nelle icone, questi esseri umani non hanno diritto di parola nell’agiografia vittoriosa del potere
04 – Luca Celada. Fotografie di una nazione allo sbando, senza leadership politica. Trump si è chiuso nel bunker, Biden nel silenzio. E la rabbia investe la California più ridente. Dai ghetti al cuore del potere Usa, nelle strade resta un movimento orizzontale che non ha precedenti dai tempi di Martin Luther King
05 – Qualcosa è cambiato, se anche Michael Jordan dice di averne abbastanza. «Mito» e realtà dello sport americano. L’ex campione Nba finora era stato zitto con la scusa che anche i repubblicani comprano le (sue) scarpe. Ora si dice «furioso» come i suoi colleghi più impegnati. E la sua indignazione fa il paio con quella di un’altra leggenda del basket Usa, Kareem-Abdul Jabbar. Intanto anche Lewis Hamilton denuncia il razzismo in F.1, ma è una voce isolata
06 – Stop al razzismo: si ferma l’industria discografica. Hollywood. Anche attori, artisti e musicisti si schierano: da Spike Lee a Billie Eilish, passando per Beyoncé e Lady Gaga,

 

00 – LA MORTE DI FLOYD SCUOTE ANCHE LA LIBERIA DEGLI EX SCHIAVI VISTO DALL’AFRICA. PROTESTE DI FRONTE ALL’AMBASCIATA AMERICANA DI MONROVIA: «PER NOI È COME UN TRADIMENTO» E IN ZIMBABWE VIENE CONVOCATO L’AMBASCIATORE USA, di Jacopo Lentini
La bandiera nazionale ricorda quella americana, i nomi di molte città e contee sono di origine statunitense e dai bancomat si prelevano dollari, se non bastasse il fatto che il Paese è stato fondato dagli schiavi afroamericani liberati. La Liberia condivide con gli Stati uniti più legami di ogni altro stato africano. Qui la reazione all’uccisione di George Floyd ha un carattere particolare.

«QUESTO FATTO È PER NOI come un tradimento» spiega Foday Kutubu Sheriff, ex studente dell’Università della Liberia, attivista e organizzatore di una protesta simbolica tenutasi giovedi scorso di fronte l’ambasciata americana di Monrovia. «Chiediamo che l’ambasciatore scriva una lettera formale al nostro governo per prendere una posizione chiara sulla vicenda e per rassicurare tutti i liberiani in America».

Ma nessun comunicato è stato emanato, nemmeno sul sito dell’ambasciata, nonostante molte altre rappresentanze americane nel continente africano hanno, insolitamente, rilasciato dichiarazioni. L’ultima volta si erano espresse su temi simili nel 2018, per tentare di rimediare alle parole di Trump, che aveva definito gli stati africani shitholes. Ora persino l’ambasciatore Usa in Congo (Kinshasa), Mike Hammer, ha riportato il tweet di un media locale: «Caro ambasciatore, il tuo Paese è vergognoso. Ha vissuto di tutto, dalla segregazione all’elezione di Obama, e ancora non ha sconfitto i demoni del razzismo».

ALTRE AMBASCIATE IN KENYA, Uganda e Tanzania hanno formalmente condannato gli eventi rimettendosi al Dipartimento di Giustizia del Minnesota che si occupa del caso con proprità assoluta. «Se non riceveremo alcun comunicato faremo un’altra protesta, enorme stavolta, in occasione dell’insediamento del nuovo ambasciatore» prosegue Sheriff. Trump ha infatti nominato pochi giorni fa Michael A. McCarthy come capo della missione diplomatica in Liberia. «Intanto chiediamo ai nostri concittadini di rifiutare l’ottenimento dei diversity visa, i permessi di soggiorno per entrare in America».

Il governo liberiano intanto tace, e non giova al presidente George Weah, il cui consenso è già in calo. «Non ci sono Paesi con più immigrati liberiani che negli Stati uniti. L’America è la nostra seconda casa» spiega Joel Cholo Brooks, giornalista liberiano. «È anche per questo che siamo molto delusi dal fatto che il governo ancora tace».

NEL RESTO DEL CONTINENTE non mancano le controversie diplomatiche. Il Ministro degli Esteri dello Zimbabwe ha convocato l’ambasciatore americano Brian Nichols per chiedere spiegazioni delle parole di Robert O’Brien, consigliere sulla sicurezza nazionale della Casa Bianca, che ha dichiarato in un’intervista a Abc news che il Paese africano «è tra gli avversari stranieri che stanno traendo vantaggio dalle proteste negliUsa, danneggiando la nostra democrazia», accusandolo, senza aver portato alcuna prova, di orchestrare gli scontri. Tutto da vedere, ma comunque ironico sentire l’America accusare altri di interferire negli affari internazionali.

 

1 – STATI UNITI. MARINA CATUCCI. COPRIFUOCO IN 20 CITTÀ, DOPO SEI GIORNI LA RIVOLTA NON SI PLACA. A CAMDEN, FERGUSON E MINNEAPOLIS LA POLIZIA SI UNISCE AI CORTEI MA NEL RESTO DEGLI USA LE PROTESTE SONO REPRESSE CON LA VIOLENZA.
A New York De Blasio si schiera con gli agenti, la figlia viene arrestata per «adunata sediziosa» con un centinaio di altri manifestanti
Gli Stati uniti hanno visto la loro sesta notte consecutiva di proteste, nuovamente la rivolta si è accesa in decine di città e piccoli centri americani, anche dove non era mai accaduto, come Fort Lauderdale in Florida, cittadina di riviera abitata per lo più da pensionati bianchi della costa est, ma dove il personale di servizio è afroamericano o ispanico.
Le manifestazioni durante il giorno sono state, in tutto il paese, per lo più pacifiche per diventare più violente con il passare delle ore. In diverse città si sono visti poliziotti unirsi alle proteste e marciare con i manifestanti: il luogo più simbolico è stato Camden, New Jersey, una delle città più problematiche, ma dove non ci sono stati scontri di alcun tipo.
A Camden il capo della polizia Joseph Wysocki ha aperto la marcia reggendo lo striscione «Restando in solidarietà», mentre gli altri agenti scandivano con i manifestanti lo slogan «Nessuna giustizia, nessuna pace». Anche il sindaco di Camden Frank Moran si è unito alla manifestazione.
A Minneapolis il capo della polizia Medaria Arradondo intervistato dalla Cnn ha condannato i suoi uomini sottolineando che vanno incriminati anche i tre poliziotti che non hanno fermato il collega mentre soffocava George Floyd: «Il signor Floyd è morto nelle nostre mani e quindi siamo complici. Silenzio e inazione, sei complice. Se ci fosse stata una sola voce a intervenire, è quello che avrei sperato accadesse».

 

02 – Valentina Nicolì. STATI UNITI. NOAM CHOMSKY: «L’AMERICA FONDATA SULLA SCHIAVITÙ, I NERI REPRESSI DA 400 ANNI»
INTERVISTA AL POLITOLOGO STATUNITENSE: «LA CRIMINALIZZAZIONE DELLA VITA DEGLI AFROAMERICANI È UNA POLITICA PREMEDITATA, DAGLI STATI DEL SUD DEL XIX SECOLO A REAGAN. Alla protesta di questi giorni aderisce anche buona parte dei bianchi, in alcuni settori della popolazione sono stati fatti seri passi avanti» , di Valentina Nicolì
Gli Stati uniti bruciano. In diverse città viene imposto il coprifuoco, le rivolte per le strade non accennano a diminuire, coinvolgendo sempre di più anche la popolazione bianca, e l’esercito è pronto a intervenire. Intanto le parole e le azioni del governo, e di Trump in particolare (la sua ultima uscita sui social – «Law and Order» – sembra il titolo di un telefilm), non sembrano voler trovare la conciliazione con una società già esasperata dall’emergenza sanitaria, da disoccupazione e disuguaglianze.
Per capire quanto siano antiche le radici delle rivolte che occupano oggi le pagine dei giornali di tutto il mondo abbiamo fatto qualche domanda al professor Noam Chomsky, tra i massimi esperti mondiali di politica e società americana.
Le proteste seguite all’uccisione di George Floyd si sono trasformate in rivolte, propagate da Minneapolis a tutti gli Usa. Nel frattempo, il Pentagono ha esortato la polizia militare a tenersi pronta a intervenire.

PROFESSOR CHOMSKY, CHE COSA STA SUCCEDENDO NEGLI STATI UNITI? C’È QUALCOSA DI PIÙ PROFONDO DIETRO LE PROTESTE CONTRO IL RAZZISMO E L’ABUSO DI POTERE DELLA POLIZIA BIANCA?
Di più profondo ci sono 400 anni di brutale repressione. Dapprima, il più violento sistema di schiavismo della storia, che ha costituito la base della crescita economica e della prosperità degli Stati uniti (e dell’Inghilterra). A questa fase sono seguiti dieci anni di libertà in cui la popolazione nera ha potuto partecipare a tutti gli effetti alla società e lo ha fatto con grande successo. Dopodiché è nato un patto tra Nord e Sud che ha di fatto concesso agli Stati ex schiavisti l’autorità di fare ciò che volevano. E ciò che hanno fatto è stato di criminalizzare la vita dei neri, istituendo uno «schiavismo con un altro nome», come recita il titolo di uno dei libri più autorevoli in materia (Douglas A. Blackmon, Slavery by other name. The Re-Enslavement of Black Americans from the Civil War to World War II, Anchor Books, 2008). Questa fase è durata all’incirca fino alla Seconda Guerra mondiale, quando poi è sorta la necessità di reperire manodopera. È cominciato allora un periodo di relativa libertà, per quanto ostacolato da leggi razziali così estremiste che persino i nazisti in quel periodo non le presero in considerazione e leggi federali che prescrivevano la segregazione nelle politiche abitative sussidiate dal governo attuate dopo la guerra. In più, ovviamente, in quegli anni i neri (e le donne) erano esclusi dall’istruzione universitaria gratuita garantita ai veterani. Successivamente è sorta una nuova ondata di criminalizzazione della vita dei neri, facilmente documentabile. Quanto al razzismo, persiste ancora oggi, benché meno dilagante di prima. E quando si manifesta, come nel caso dell’omicidio di Floyd, ecco che esplode la protesta, cui ha aderito in questo caso anche buona parte dei bianchi. Ciò significa che in alcuni settori della popolazione sono stati fatti seri passi avanti nel superamento di questa terribile piaga.

PENSA CHE LA PANDEMIA ABBIA AVUTO UN RUOLO NELLE PROTESTE? È SERVITA A FAR VENIRE ANCORA DI PIÙ ALLO SCOPERTO LE DISUGUAGLIANZE E I PROBLEMI DI GIUSTIZIA SOCIALE DEL PAESE? O HA FATTO ESPLODERE UNA PENTOLA CHE RIBOLLIVA DA TEMPO?
Certamente la pandemia ha evidenziato alcuni di questi problemi. Il tasso di mortalità per Covid-19 tra le persone nere, per esempio, è tre volte superiore a quello tra i bianchi. Trump, la cui malignità non ha limiti, ha approfittato dell’emergenza sanitaria per ridurre le norme volte a limitare l’inquinamento atmosferico, che ha effetti devastanti sulle malattie respiratorie legate a questa pandemia. La stessa stampa economica stima che a causa di queste scelte potrebbero morire decine di migliaia di persone, per lo più tra le comunità nere, che possono permettersi di vivere solo nelle aree più inquinate («How Trump’s EPA Is Making Covid-19 More Deadly», Bloomberg, 4 maggio 2020). Il modo in cui questi fatti influenzeranno l’opinione pubblica dipenderà da quanto essi saranno occultati dall’apologetica razzista.

PROFESSORE, CI SONO CIRCOSTANZE, COME QUELLE CUI ASSISTIAMO IN QUESTI GIORNI NEGLI STATI UNITI, IN CUI LA VIOLENZA DA PARTE DI UNA POPOLAZIONE ESASPERATA PUÒ ESSERE GIUSTIFICATA?
Di sicuro può essere compresa. Più che altro, l’esperienza ci insegna che non è una scelta saggia: di solito ha come unico risultato di incrementare il sostegno dell’opinione pubblica verso una repressione ancora più dura.

UNA DELLE PRIME REAZIONI DI TRUMP ALLE PROTESTE È STATO UN TWEET POI OSCURATO: «QUANDO COMINCIA IL SACCHEGGIO, SI COMINCIA A SPARARE». PUÒ SPIEGARCI PERCHÉ QUESTA FRASE HA AVUTO UN IMPATTO COSÌ FORTE SULLA SOCIETÀ AMERICANA? RITIENE CHE QUEL «PECCATO ORIGINALE CHE MACCHIA ANCORA OGGI LA NOSTRA NAZIONE» (COME HA DETTO JOE BIDEN) SIA OGGI AGGRAVATO DALLA PRESENZA DI TRUMP? LA SUA RETORICA INFUOCATA SERVE A FARLO RISALIRE NEI SONDAGGI CHE, ALMENO A OGGI, DANNO BIDEN IN VANTAGGIO?
In quel tweet Trump stava citando la frase pronunciata cinquant’anni fa da un comandante della polizia della Florida (Walter E. Headley, capo della polizia di Miami, ndr) per spiegare come avrebbe reagito lui alle manifestazioni antirazziste. Il senso della dichiarazione di Trump era chiaro ma, date le reazioni indignate, ha mentito spiegando che voleva dire che sarebbero stati i «saccheggiatori» ad aprire il fuoco. Di sicuro Trump ha fatto di tutto per ingrandire quella «macchia», rivolgendosi a quei suprematisti bianchi che fanno parte della sua base elettorale. Difficile prevedere però quanto sarà profondo l’impatto popolare.

CHE COSA NE PENSA DELLA REAZIONE DEI LIBERAL? QUELLO CHE STA ACCADENDO IN QUESTI GIORNI HA QUALCOSA DA INSEGNARE A LORO E ALLO STESSO BIDEN?
Di sicuro dovrebbe. Resta da vedere se lo farà effettivamente.

HA FATTO RIFERIMENTO ALLA «CRIMINALIZZAZIONE DELLA VITA DEI NERI», FENOMENO DI CUI PARLA SPESSO NEI SUOI LIBRI. CE NE SPIEGA L’EVOLUZIONE E IL MODO IN CUI CONTINUA AD AGIRE NELLA SOCIETÀ ED ECONOMIA AMERICANE?
La paternità di quell’espressione non è mia. Viene usata spesso negli studi sulla società americana. Negli Stati ex schiavisti della fine del XIX secolo si trattava di una politica premeditata. Se un nero se ne stava in piedi per la strada, poteva essere fermato per vagabondaggio, gli poteva essere comminata una multa che non avrebbe pagato e sarebbe così finito in prigione. Una volta lì, sarebbe stato messo a disposizione delle aziende in quanto lavoratore ideale: disciplinato, nessuna protesta, costi quasi pari a zero. Questa strategia ha contribuito enormemente alla rivoluzione industriale dell’epoca, così come all’agribusiness. La seconda ondata di criminalizzazione ha preso slancio con Ronald Reagan. Nel 1980, quando si insediò alla presidenza, il tasso di incarcerazione rientrava nella media europea. Da allora ha subito un’impennata, attestandosi ben al di sopra dell’Europa. Le incarcerazioni coinvolgono in maniera sproporzionata i neri. È in parte il risultato della guerra alla droga e in parte è riconducibile a una maggiore criminalità tra le persone nere. Quest’ultimo dato è spesso evidenziato dall’apologetica razzista, senza però domandarsi perché tale criminalità sia maggiore tra i neri. In realtà, è tipico delle comunità oppresse. Ma il caso delle persone di colore è indubbiamente il più grave

 

03 – LA CIVILTÀ DEL GINOCCHIO SUL COLLO. AMERICA DOWN. IN STRADA NON SONO SCESI SOLO GLI AFROAMERICANI, MA ANCHE TANTI DI QUELLI – BIANCHI E LATINI, UOMINI E DONNE – CHE SEMPRE PIÙ SI SENTONO SUL COLLO IL GINOCCHIO MORTALE DELLA DISUGUAGLIANZA CRESCENTE, DELLA PRECARIETÀ DELLA SUSSISTENZA, DELLA PERDITA DEI DIRITTI, DELLO SVUOTAMENTO DELLA DEMOCRAZIA. COME IL DRAGO, IL RETTILE, LA SELVAGGINA NELLE ICONE, QUESTI ESSERI UMANI NON HANNO DIRITTO DI PAROLA NELL’AGIOGRAFIA VITTORIOSA DEL POTERE, di Alessandro Portelli
C’è qualcosa di mitologico nell’immagine del poliziotto col ginocchio sul collo della vittima a Minneapolis – San Giorgio che calpesta il drago sconfitto, la divinità purissima che schiaccia il serpente, il cacciatore bianco sull’elefante o il rinoceronte ucciso in safari… Figure della vittoria della virtù sulla bestia, dello spirito sulla natura, della civiltà sul mondo selvaggio … E del bianco sul nero.

Così deve essersi sentito il poliziotto Dereck Chauvin, domatore sul corpo prostrato di George Floyd in mezzo alla strada davanti a tutti. Ma in questa immagine il senso si capovolge: l’animale è quello che sta sopra e calpesta, e la vittima calpestata è quella che invoca il più umano e il più simbolico dei diritti: il respiro, vita del corpo e soffio dello spirito. A Minneapolis, la civiltà è la bestia, l’ordine è selvaggio, la legge è l’arbitrio, l’umanità è soffocata e soppressa. Jack London lo chiamava il Tallone di ferro.

Stavolta è un ginocchio, a New York al collo di Eric Garner era un braccio; ma la sostanza è la stessa. Anche per questo in strada non sono scesi solo i fratelli e le sorelle afroamericani, i più prossimi alla vittima, ma anche tanti di quelli – bianchi e latini, uomini e donne – che sempre più si sentono sul collo il ginocchio mortale della disuguaglianza crescente, della precarietà della sussistenza, della perdita dei diritti, dello svuotamento della democrazia. Come il drago, il rettile, la selvaggina nelle icone, questi esseri umani non hanno diritto di parola nell’agiografia vittoriosa del potere. Il respiro spezzato di George Floyd e di Eric Garner è anche una figura della loro voce negata.

È una parte di America senza diritto di parola, senza voto e senza rappresentanza quella che è esplosa in tutto il paese. Lo stato è in mano a forze che lo pensano come potere di dominio senza responsabilità di governo; quando il paese diventa ingovernabile sanno solo minacciare sparatorie ed evocare «cani feroci» da scagliare addosso ai manifestanti – salvo nascondersi nel bunker come un dittatorello spaventato dai suoi stessi sudditi.

Peraltro, la vigliaccheria è funzionale anche a un consapevole disegno politico: drammatizzare la situazione, accentuare il conflitto, radicalizzare le aree di consenso su cui si basa il sostegno elettorale di Trump, far dimenticare la disastrosa gestione dell’emergenza sanitaria, cogliere l’occasione per criminalizzare il dissenso. C’è un’intenzionale parallelismo fra il gesto di Trump di scendere nel bunker e quello del vicepresidente Cheney dopo l’11 settembre: come dire che questa crisi è la stessa di allora (e i «terroristi» sono gli «antifa») e legittima la stessa politica securitaria, le stesse violazioni e sospensioni della democrazia di allora.

Né l’alternativa possono essere le parole flebili, convenzionali, di prammatica (e soprattutto: parole, in un momento che avrebbe bisogno di azioni, di gesti significativi) che sono venute da Biden e del partito cosiddetto democratico, che peraltro di scheletri nell’armadio ne ha fin troppi.

Fino a una settimana fa, la più plausibile candidata democratica alla vicepresidenza era Amy Klobuchar, ex pubblico ministero della contea di Minneapolis, che in quanto tale aveva lasciato correre, e anzi appoggiato, l’aggressività endemica della polizia ed era perfino accusata di aver lasciato indenne in un caso precedente lo stesso Derek Chauvin. Anche se è ormai chiaro che non sarà lei la prescelta, l’avere solo pensato a lei per la vicepresidenza (e quindi in futuro anche per una possibile candidatura presidenziale) ci dice quanto questi temi fossero estranei alla visione della leadership democratica.

La sola opposizione in questo momento sta nelle strade. La «violenza» non piace a nessuno; ma se i senza parola non avessero alzato la voce Dereck Chauvin l’avrebbe fatta franca come sempre e come tutti gli altri; e se non avessero parlato con il fuoco nelle strade, le istituzioni si sarebbero limitate a licenziarlo ma non l’avrebbero, troppo tardi, incriminato. Tutti applaudivano quando un grande scrittore come James Baldwin, sugli echi biblici di un grande spiritual, ammoniva: la prossima volta il fuoco.

Bene, la prossima volta è questa, il commissariato di polizia a Minneapolis brucia davvero. E ora che le parole di Baldwin diventano fatti, tutti a stigmatizzare la violenza come se non li avessero avvertiti prima, invece di domandarsi che cosa potevamo fare perché non fosse ancora una volta inevitabile e che cosa dovremo fare, quando i fuochi sembreranno spegnersi, perché non sia necessario che divampino un’altra volta.

Per fortuna, nelle strade d’America c’è stato anche il gesto concreto di un’altra opposizione, che segna davvero una novità storica – e viene da gruppi imprevisti di lavoratori. Hanno cominciato gli autisti degli autobus di Minneapolis, rifiutandosi di potare in carcere i manifestanti arrestati. Ma il messaggio più potente viene propria da dentro quello che sarebbe il campo avverso: sono i poliziotti che si uniscono ai cortei dei manifestanti, che solidarizzano con la protesta, che dicono basta alla solidarietà a priori con i propri colleghi picchiatori e assassini.

Mi colpisce che gli episodi più clamorosi vengano da realtà con un forte potere simbolico: Camden, New Jersey (città di Walt Whitman, poeta della democrazia, e periferia disastrata), Flint, Michigan (la città operaia della General Motors e Michael Moore, avvelenata dagli scarichi industriali nelle acque col silenzio del governo federale), e soprattutto Ferguson, Missouri, la città dove l’assassinio di Michael Brown e la repressione militare della protesta hanno aperto nel 2014 una nuova fase che culmina (per ora) con gli eventi di oggi.

A Ferguson, la polizia era armata come un esercito di occupazione, e addestrata a pensare ai manifestanti, letteralmente, come «nemici». Che poliziotti di Ferguson si inginocchino in omaggio a un afroamericano ammazzato da uno come loro significa che c’è un limite a tutto, che questo limite è stato oltrepassato, e che qualche coscienza comincia a cambiare. Forse non basta, ma non era mai successo prima. Forse, adesso che il drago si scuote, anche San Giorgio comincia ad avere qualche dubbio.

 

04 – Luca Celada. FOTOGRAFIE DI UNA NAZIONE ALLO SBANDO, SENZA LEADERSHIP POLITICA
TRUMP SI È CHIUSO NEL BUNKER, BIDEN NEL SILENZIO. E LA RABBIA INVESTE LA CALIFORNIA PIÙ RIDENTE. DAI GHETTI AL CUORE DEL POTERE USA, NELLE STRADE RESTA UN MOVIMENTO ORIZZONTALE CHE NON HA PRECEDENTI DAI TEMPI DI MARTIN LUTHER KING
A una settimana dall’omicidio in diretta di George Floyd la convulsione americana prosegue e si stratificano le immagini di sei giorni di passione e disgusto in 100 città (per la verità il Times ne ha contate 149).

ALL’INCROCIO DOVE È MORTO George Floyd i militanti di Minneapolis mantengono un presidio permanente, una specie di collettivo fluido, multicolore e multi -gender, dove si piange e si discute – anche tutta la notte – di politica e strategia e resistenza. Ed emerge l’eloquenza lucida di un movimento orizzontale che ha trasformato la rabbia esplosa incontenibile nei ghetti neri in un azione politica che non ha precedenti dai tempi di Martin Luther King e del movimento contro la guerra in Vietnam.

E forse solo nelle rivolte diffuse in dozzine di città dopo l’assassinio di King esiste un parallelo a quello che sta accadendo oggi. Ma il paese è più alla deriva e in assenza di leadership politica si moltiplicano le intemperanze dei corpi di polizia, sempre più aggressivi come mostrano gli episodi in cui agenti lanciano volanti contro la folla. Dopo Denver e New York anche a Los Angeles un’auto del LAPD ha travolto un gruppo di ragazzi. A Minneapolis un autocisterna si è lanciata a tutta velocità contro un corteo e solo per miracolo non ha fatto una strage (l’autista è stato quasi linciato prima di venire salvato in extremis e arrestato).

FOTOGRAFIE DI UN PAESE vicino allo sbando in cui tutto può ancora accadere. Tralasciando i proclami moralisti di chi richiama all’ordine pubblico – come se le corrette espressioni di una disperazione sedimentata in molte generazioni potessero essere prescritte dalle autorità – cominciano a registrarsi anche diverbi di linea fra militanti e componenti “opportuniste” delle manifestazioni. Quelle indette nel weekend da Black Lives Matter per West Hollywood e Beverly Hills ad esempio intendevano specificamente invadere i luoghi simbolo della affluenza e del lusso bianco. Alla distruzione di vetrine e agli espropri “politici” si sono poi certamente sommati una numero di saccheggi celebratori che sono immancabile corollario dei sollevamenti urbani, uno specchio ribaltato del consumismo ossessivo.

DOMENICA A LOS ANGELES sono state colpite Santa Monica e Long Beach, ridenti ed agiate comunità balneari luoghi topici della California bionda, surfista e illuminata – annesse ieri di forza alla realtà sociale che sottende tanta ricchezza: il vasto hinterland che esiste alle loro spalle dove vive quella della forza lavoro invisibile (oggi si dice essenziale) che lavora – precettata se necessario in tempo di pandemia – per mantenere il pil della quinta economia mondiale e lo stile di vita lungo quelle spiagge.

Murale dedicato a George Floyd nelle strade di Los Angeles (Ap)
La manovra ha spiazzato la guardia nazionale che presidiava il municipio e Hollywood boulevard. È accorso invece un esercito di polizia che ha imposto il coprifuoco da aggiungere al lockdown: chi è in strada dopo le 18 è passibile di arresto. Gli agenti sono inizialmente rimasti in gran parte a guardare i saccheggi e poi hanno effettivamente cominciato ad arrestare in massa, concentrandosi non su quelli che uscivano dai negozi con mercanzia in mano ma sui manifestanti che pacificamente inscenavano sit-in e che si sono aggiunti ai 368 fermati sabato.

INTANTO DALL’ALTRA PARTE del paese la Casa bianca veniva di nuovo cinta d’assedio da una folla numerosa e rumorosa che scandiva il nome di George Floyd. All’interno il «leader del mondo libero» come ancor viene designato qui il presidente, veniva portato nel bunker di sicurezza, si spegnevano i riflettori esterni. Dagli scantinati Trump reiterava via tweet la teoria complottista su Antifa e Black Block, presunti manovratori dell’insurrezione e ultima entry nel cast di antagonisti su cui è predicata la narrazione trumpista.

NELLA LISTA DEI NEMICI necessari, dopo la stampa, la Cina, i Messicani, la Nato e l’Oms iscrive ora gli estremisti di sinistra che nel demente teorema avrebbero il potere di organizzare un sollevamento nazionale. È l’ultimo fumetto improvvisato per coprire la colpevole responsabilità dell’uomo che si rifiuta ancora di parlare alla nazione («sarebbe una concessione ai terroristi anarchici») e che mentre il suo paese esplodeva è andato a Cape Canaveral a parlare di splendidi cannoni su Marte.

La verità è che il presidentissimo accartocciato nel bunker è alle prese, dopo la pandemia, con la seconda crisi concreta ed esistenziale che ne rivela la tragica insufficienza politica.

IL SILENZIO ASSORDANTE proviene però un po’ da tutti i vertici politici del paese. Joe Biden si è limitato ad espressioni di prammatica solidarietà preconfezionata, Barack Obama a poco di più. I Repubblicani restano non pervenuti, tranne eccezioni come Tom Cotten, senatore dell’Arkansas che contro le proteste ha chiesto l’intervento dell’aeronautica.

Trump ha chiuso la giornata con una semi intellegibile requisitoria telefonica con i governatori degli stati, denunciandone l’inefficacia: «Dovete dominare, oppure vi passeranno sopra, farete la figura dei coglioni».

IN QUEL TWEET c’è tutta l’immagine triste di una classe dirigente non all’altezza ma anche la notifica di una prossima campagna elettorale imperniata sull’addossare la colpa alle amministrazioni democratiche delle grandi città che «non hanno saputo mantenere l’ordine». Un’escalation senza scrupoli disposta, in un momento di crisi epocale, a perseguire la terra bruciata dell’opportunismo.

 

05 – QUALCOSA È CAMBIATO, SE ANCHE MICHAEL JORDAN DICE DI AVERNE ABBASTANZA. «MITO» E REALTÀ DELLO SPORT AMERICANO. L’EX CAMPIONE NBA FINORA ERA STATO ZITTO CON LA SCUSA CHE ANCHE I REPUBBLICANI COMPRANO LE (SUE) SCARPE. ORA SI DICE «FURIOSO» COME I SUOI COLLEGHI PIÙ IMPEGNATI. E LA SUA INDIGNAZIONE FA IL PAIO CON QUELLA DI UN’ALTRA LEGGENDA DEL BASKET USA, KAREEM-ABDUL JABBAR. INTANTO ANCHE LEWIS HAMILTON DENUNCIA IL RAZZISMO IN F.1, MA È UNA VOCE ISOLATA, di Nicola Sellitti
Ci sono voluti oltre 30 anni, ma alla fine l’assassinio di George Floyd e le sommosse popolari estese e infuocate negli Stati uniti hanno smosso la coscienza anche di Michael Jordan. Il mito dello sport americano ha fatto sapere, tramite un messaggio sul profilo Twitter degli Charlotte Hornets (la squadra Nba di cui è azionista di maggioranza), di essere furioso e di averne abbastanza delle continue violenze della polizia sui neri d’America.

JORDAN, SEI TITOLI con i Chicago Bulls negli anni Novanta, mai si era spinto così in avanti contro il razzismo. L’impegno pubblico sempre evitato di slancio, come gli avversari sul parquet. Republicans buy sneakers («anche i repubblicani comprano le scarpe») spiegava Jordan negli anni Ottanta, frase smentita nella recente serie-evento The Last Dance su Netflix sulla leggenda della squadra di basket di Chicago. Si riferiva alle sue scarpe, le Air Jordan prodotte da Nike, che fatturano oggi miliardi di dollari. Mai farsi nemici, neppure nell’ala più conservatrice e intollerante del Paese. Nonostante nella sua autobiografia The Life, Jordan avesse raccontato della sua avversione verso i bianchi a causa delle continue vessazioni sui neri, delle lattine scagliate contro i bambini che lo chiamavano «negro» alle scuole elementari. E di quella parola, «inferiore», ripetuta come un mantra dai compagni di baseball al college nel North Carolina dominato dalla furia del Ku Klux Khan.

Nella Nba, Jordan raccolse il testimone da grandi sportivi impegnati per l’uguaglianza razziale. Da Muhammad Alì, prima ancora da Bill Russell, stella dei Boston Celtics che negli anni Sessanta si vide vietare una camera di albergo perché negro. Preferì essere decisivo solo sul campo. Dopo di lui, da Kobe Bryant a Lebron James, gli eredi si sono invece impegnati pubblicamente contro l’intolleranza.

MA DA MINNEAPOLIS è cambiato qualcosa e la conversione pubblica di Jordan forse è la fotografia più centrata della rivolta in atto, la più incisiva dai tempi dell’estate 1965 a Watts (Los Angeles), alla base della nascita, un anno dopo del Black Panther Party.

E tra atleti e attivisti che hanno affrontato migliaia di chilometri in auto per manifestare nelle loro città come ad Atlanta Jaylen Brown (Boston Celtics) è da mandare a memoria la lezione di Kareem-Abdul Jabbar, il miglior realizzatore nella storia della Nba e mente raffinata della comunità afroamericana, che sul Los Angeles Times ha definito il razzismo «polvere nell’aria, invisibile anche quando ti sta soffocando, fino a quando non lasci che entri il sole», aggiungendo che si tratta di un «virus più mortale del Covid-19», denunciando la caccia all’uomo ai danni dei neri e che la fila di tweet carichi di intolleranza di Donald Trump che incoraggia agli spari contro i saccheggiatori «confermano lo spirito di questi tempi».

Ma oltre all’intervento di Jabbar c’è lo sdegno di Lewis Hamilton (appoggiato da Mercedes e dal ferrarista Leclerc), sei volte campione del mondo in F. 1, che ha evidenziato il silenzio del mondo delle corse «dominato dai bianchi» sugli Stati Uniti che vanno a fuoco per motivi razziali.
UN’ONDA DI SILENZIO che avvolge anche il calcio, escludendo qualche caso nel campionato tedesco, tra cui Marcus Thuram (Borussia Moenchengladbach), figlio di Lilian, difensore francese di origine del Guadalupe, (ex Parma e Juventus) e autore di libri sul razzismo, che dopo un gol all’Union Berlin si è inginocchiato, a testa bassa, in segno di protesta per la morte di George Floyd. Come Colin Kaepernick, il campione di football che quattro anni fa durante l’inno nazionale pre partita con quel gesto contro le violenze sui neri sconvolse gli Stati uniti, finendo nel mirino del presidente Donald Trump.

 

06 – STOP AL RAZZISMO: SI FERMA L’INDUSTRIA DISCOGRAFICA. HOLLYWOOD. ANCHE ATTORI, ARTISTI E MUSICISTI SI SCHIERANO: DA SPIKE LEE A BILLIE EILISH, PASSANDO PER BEYONCÉ E LADY GAGA, di Stefano Crippa
L’America brucia e l’ondata di proteste coinvolge ora anche il mondo dell’entertainment americano. In alcuni casi anche in maniera decisamente sferzante, come Billie Eilish che in lungo post su instagram si sfoga così: «Se sento ancora una persona bianca dire All Lives Matter vado fuori di testa. Nessuno sta dicendo che la vostra vita non conti, nessuno sta dicendo che la vostra vita non è difficile. Nessuno sta dicendo nulla di voi. Questa cosa non riguarda voi. Smettiamola di mettere sempre voi al centro. Se le vite di tutti contano perché sono i neri a essere uccisi in quanto tali? Perché gli immigrati sono perseguitati? Perché ai bianchi vengono date più possibilità? Perché i neri sono chiamati teppisti dopo che protestano per l’omicidio di persone innocenti? Sapete perché? Fottuti privilegi dei bianchi». Ma a far sì che Hollywood prendesse finalmente posizione, ci è voluta una provocazione dell’anchor man della Cnn Don Lemon – che aveva commentato dopo la quinta notte di scontri, un ironico: «Che succede a Hollywood? Stranamente zitta…».

PRESA DI PETTO la comunità di artisti, attori e musicisti ha cominciato a mobilitarsi. Così arrivano tweet, messaggi video di Ariana Grande e un video di Beyoncé in cui sollecita i fan a cantare una petizione in cerca di «giustizia per Floyd». E la pop star aggiunge: «Siamo stati tutti testimoni del suo omicidio in pieno giorno. Siamo distrutti e disgustati, non possiamo normalizzare questo dolore». Parla anche il rapper Dr. Dre nel corso del programma Young Money Radio di Apple Music: «Sembrava che quel poliziotto avesse il ginocchio su tutti i nostri colli.. Ma la cosa che più sconvolge e che continua a ripetersi. Viene da chiedersi: cosa possiamo fare?». C’è anche chi scende nelle piazze, come è accaduto alla cantautrice Halsey che a Los Angeles racconta ai fan in un post, di essere stata aggredita dalla polizia insieme ad altri manifestanti: «Eravamo pacifici, con le mani alzate, senza muoverci, senza infrangere la linea».

MA È TUTTA L’INDUSTRIA – e non solo i i singoli artisti – a muoversi compatta contro la violenza razzista: oggi il mondo della musica americano si ferma per 24 ore: un blackout di solidarietà a cui hanno aderito anche le major come la Warner, Sony, Universal e Columbia. Evento impensabile fino a poco tempo fa. A tenere alta le fila della protesta anche Spike Lee – che ha più volte raccontato nei suoi film l’odio razziale, autore di uno short proposto in anteprima domenica nello show di Don Lemon. Una breve clip dove il regista si domanda: «La storia smetterà di ripetersi?», mescolando scene dal suo celebre Fa la cosa giusta alle immagini devastanti del fermo di Floyd e quelle di repertorio che testimoniano l’omicidio di Eric Garner che nel 2014 venne ucciso a Staten Island. L’ira di Hollywood si leva anche contro Trump: dopo Taylor Swift, Lady Gaga aggiunge via tweet la sua voce per sottolineare i ripetuti fallimenti dell’inquilino della Casa bianca: «Detiene l’ufficio più potente del mondo ma continua a non offrire altro che ignoranza, pregiudizio e razzismo».

( da IL MANIFESTO ) edizione del 02.06.2020 pubblicato 1.6.2020

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