L’intervista Pablo Iglesias: «Recovery fund e reddito vitale; l’Europa solidale parta da qui»

Il vicepresidente del governo spagnolo: «Ora politiche keynesiane contro la crisi» . «Tutti i Paesi del Nord, Germania in testa, hanno avuto vantaggi: proteggano l’Unione»

di Elena Marisol Brandolini (da Il Messaggero del 18.05.2020)

Pablo Iglesias è il vicepresidente del governo spagnolo con delega ai Diritti sociali e l’Agenda 2030. Politologo di formazione e professore associato di Scienze Politiche presso la Complutense di Madrid, fu tra i fondatori nel 2014 di Podemos, di cui oggi ricopre la carica di segretario generale. Parliamo con lui delle conseguenze socio-economiche della pandemia e delle politiche attuate dal governo per sostenere il lavoro, le imprese e le famiglie più vulnerabili.

 

Vicepresidente Iglesias, la vostra gestione della crisi è duramente criticata dall’opposizione, dove avete sbagliato?
«Se potessimo tornare indietro faremmo alcune cose prima: non fummo capaci d’immaginare la pandemia né le sue conseguenze. Abbiamo costruito uno scudo sociale senza precedenti, alcune misure sarebbero potute arrivare prima, in questo facciamo autocritica. Purtroppo in Spagna abbiamo un’estrema destra apertamente golpista e una destra del PP che ha deciso di competere con Vox invece di scommettere su un’intesa col governo».

C’è stato un lungo conflitto con le Comunità Autonome, cosa non ha funzionato?
«All’interno del nostro Stato le sovranità si condividono con le Comunità Autonome e i comuni. Era necessario uno Stato di allarme, ma il coordinamento con gli altri livelli istituzionali è stato fondamentale. Bisogna apprezzare lo spirito federale che si è rivelato, riconoscendo una realtà di co-governance, in cui certo sorgono anche tensioni. Ma si è dimostrato che la cooperazione tra amministrazioni è imprescindibile».

Lei parla di scudo sociale in opposizione alla gestione del 2008. Politiche simili sono state adottate da diversi paesi europei: sono diventati tutti keyne-
siani?
«Tra gli economisti si dice che le situazioni di catastrofe non convertono gli atei in credenti, ma convertono i neoliberisti in neokeneysiani. Stiamo parlando di una situazione di emergenza confrontabile con la crisi del 1929 o con la ricostruzione post-bellica. Ciò richiede politiche anticicliche. C’è un  cambio di paradigma economico e la necessità di politiche fiscali che proteggano la domanda. Siamo orgogliosi che la nostra presenza nel governo, in accordo col Psoe, si stia traducendo in un’uscita dalla crisi in termini opposti al 2008».

Avete annunciato un reddito minimo vitale.
«Lo approveremo nei prossimi giorni. Sarà una prestazione che riguarderà più di un milione di famiglie, prendendo in considerazione anche il numero dei componenti della famiglia e la presenza di persone a carico. Ho scritto un manifesto con le ministre italiana e portoghese del Lavoro per un reddito minimo vitale europeo, perché questa misura avvicinerebbe la Ue alle necessità dei cittadini».

Avete firmato con imprese e sindacati un accordo di sostegno al lavoro, ce ne parla?
«Il negoziato con imprese e sindacati è stato molto importante per rinnovare gli Erte, che stanno proteggendo milioni di lavoratori e molte imprese dalla chiusura. Le imprese con sede in paradisi fiscali non potranno avvalersi degli aiuti e ciò rappresenta nel nostro paese una novità. Riconosco che si potrebbero fare più cose e meglio».

Che battaglia si gioca in Europa sul Recovery Fund?
«Il dibattito che si sta producendo è sul futuro dell’Unione Europea, ci stiamo giocando il progetto europeo. Credo che dovremmo recuperare i principi del costituzionalismo antifascista successivo alla Seconda Guerra mondiale che assumeva i diritti sociali come fondamento della prosperità e i diritti umani come fondamento ideologico dell’Unione. Voglio pensare che i paesi del Nord abbiano interesse a proteggere l’Unione, perché questa è stata molto vantaggiosa anche per loro, cominciando dalla Germania».

Dicono che siamo entrati nell’era dello Stato: concentrazione dei poteri e rischi autoritario, ma anche Stato sociale.
«Nei momenti di crisi appare sempre lo Stato. Però è anche vero che in un contesto d’interdipendenza economica globale ci sono altri spazi di sovranità sovrastatali. Un contesto molto differente dal passato, dove continuano a esistere superpotenze che ridefiniscono i rapporti di forza e in cui convivono attori non statali, imprenditoriali, istituzioni di governance globale con un ruolo determinante. La mia impressione è che ci sarà una rivendicazione popolare per meccanismi istituzionali che garantiscano la vita e la riproduzione sociale».

Nel confinamento solo l’attività di cura non ha mai smesso di funzionare.
«Questa crisi ha messo in risalto l’economia della cura. Non tutto funziona come avremmo voluto, e tuttavia segnalo che sono state principalmente le donne a occuparsi di qualcosa di essenziale come il prendersi cura delle persone, dai servizi sanitari fino ai lavori invisibili della riproduzione sociale».

Podemos nacque come reazione alla gestione della crisi del 2008, oggi gestite le conseguenze della pandemia: come è cambiato il punto di vista?
«Da una parte siamo molto contenti perché siamo nati per cambiare le cose governando. Ma la responsabilità è enorme. Perché stare al governo non è avere il potere, è avere una parte di potere e questo implica avere a che fare con poteri enormi, molti dei quali senza alcun controllo democratico. Perciò sentiamo il peso del governo, siamo consapevoli delle contraddizioni che implica. Ma ci sentiamo orgogliosi per non esserci mai sbagliati da che parte stare».

 

FONTE: Il Messaggero /E. M. Brandolini

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