19 07 29 NEWS DAI PARLAMENTARI ELETTI ALL ESTERO ED ALTRE COMUNICAZIONI.

01 – MATTARELLA: non c’è futuro al di fuori dell’unione europea. Obblighi, limiti e doveri. “Non c’è futuro al di fuori dell’Unione Europea”. È questo passaggio il fulcro del discorso che il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha tenuto il 25 luglio al Quirinale in occasione della Cerimonia del Ventaglio.

02 – E’ l’Italia il paese piu’ longevo d’Europa. A quanto risulta, tra quelli di oltre 105 anni, 338 risiedono nel Nord-ovest, 225 nel Nord-est, 207 al Centro, 230 al Sud e 112 nelle Isole.

03 – E ALLORA L’AUTONOMIA DIFERENZIATA? Left ha correttamente e tempestivamente individuato già nel 2018 il pericolo gravissimo della Controriforma costituzionale delle “autonomie differenziate”, quella che con acume scientifico e capacità comunicativa l’economista Gianfranco Viesti chi ama «secessione dei ricchi, Gustavo Zagrebelsky ha scritto: «Opporsi ad essa è la battaglia della vita per il Paese»,

04 – Schirò – decreto sicurezza bis: ancora un voto di fiducia. Impossibile emendare il testo su materie sensibili per gli italiani all’estero. Per le targhe estere il mio impegno continua nell’ambito del provvedimento sul codice della strada

05 – La crisi irreale nel Paese che affonda . Un governo morto che non muore. Un’opposizione che si vorrebbe viva e rigenerata, che non riesce a opporsi a nulla.

06 – Le 10 regole per il controllo sociale . L’elemento principale del controllo sociale è la strategia della distrazione che consiste nel distogliere l’attenzione del pubblico dai problemi importanti e dai cambiamenti decisi dalle élites politiche ed economiche , di Noam Chomsky

07 – PER I DIRITTI DELL’UOMO, INTERROGARE IL SETTECENTO . ILLUMINISMO. NEL SUO NUOVO SAGGIO VINCENZO FERRONE RIPENSA I CARATTERI DI UNA «RIVOLUZIONE CULTURALE» CHE NON AFFERMÒ SOLO RAGIONE E SCIENZA, MA ANCHE L’IMMAGINAZIONE: IL MONDO DELL’ILLUMINISMO

 


 

01 – MATTARELLA: NON C’E’ FUTURO AL DI FUORI DELL’UNIONE EUROPEA. Obblighi, limiti e doveri. “Non c’è futuro al di fuori dell’Unione Europea”. È questo passaggio il fulcro del discorso che il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha tenuto il 25 luglio al Quirinale in occasione della Cerimonia del Ventaglio. “Di fronte alle grandi questioni e numerose sfide, tutte di carattere globale, in un modo sempre più condizionato da grandi soggetti, i singoli paesi dell’Unione si dividono tra quelli che sono piccoli e quelli che non hanno ancora compreso di esser piccoli anche loro – ha spiegato il Capo dello Stato – L’ho detto anche ai Capi di stato e di governo dell’Unione in occasione dei sessant’anni dei Trattati di Roma. Ma di questi aspetti, relativi alla nostra posizione nell’Unione Europea e nella comunità internazionale, ho parlato ampiamente ieri, alla Conferenza dei nostri ambasciatori nei vari Paesi del mondo”. Mattarella si sofferma anche sui frequenti conflitti all’interno della maggioranza di governo. “Due mesi fa – ricorda – si è conclusa una lunghissima campagna elettorale: regionali, comunali, europee. Questa ha prodotto divergenze, contrapposizioni, forti tensioni, tra le forze politiche e anche all’interno dei confini della maggioranza. E altre campagne regionali si prospettano”. Eppure “va costantemente tenuto presente – sottolinea Mattarella – che le istituzioni di governo della nostra Repubblica hanno bisogno di un clima che, lungi dalla conflittualità, sia di fattiva collaborazione per poter assumere decisioni sollecite e tempestive. Al fine di assicurare il buon andamento della vita nazionale, in tutte le sue dimensioni: da quella sociale a quella economica”. In tutto questo, sottolinea Mattarella, “è superfluo ribadire che il Quirinale non compie scelte politiche. Queste competono alle formazioni politiche presenti in Parlamento, necessariamente all’insegna della chiarezza, nel rispetto della Costituzione”. “Il Presidente della Repubblica è chiamato dalla Costituzione – come è noto, come arbitro – al dovere di garantire funzionalità alla vita istituzionale nell’interesse del nostro Paese – ricorda Mattarella – L’arbitro non può non richiamare al rispetto del senso delle istituzioni e ai conseguenti obblighi, limiti e doveri”

 

02 – E’ L’ITALIA IL PAESE PIU’ LONGEVO D’EUROPA. A quanto risulta, tra quelli di oltre 105 anni, 338 risiedono nel Nord-ovest, 225 nel Nord-est, 207 al Centro, 230 al Sud e 112 nelle Isole. Nel panorama europeo, l’Italia condivide con la Francia il record del numero di persone ultracentenarie: facendo riferimento al 1° gennaio 2019, i centenari in Italia sono 14.456, di cui l’84% sono donne. Dai dati della rilevazione periodica dell’Istat che ha analizzato la fascia di popolazione italiana che al 1° gennaio di quest’anno ha superato il centesimo anno di età, emerge infatti che quasi il 90% delle persone che hanno superato i 105 anni è composto da donne. Nello specifico, se ne contano 2.564 (86,8%) contro 391 uomini (13,2%). Le donne dunque sono più longeve degli uomini, e lo sono anche nella fascia di popolazione che negli ultimi dieci anni (2009 e il 2019) ha superato i 110 anni di età, di cui il 93% è costituito appunto da donne. Secondo i dati Istat sui “Centenari d’Italia”, negli ultimi 10 anni, dopo una costante crescita fino al 2015 si è registrata una riduzione della popolazione super longeva dovuta in parte a un effetto strutturale: l’ingresso in questa fascia di età di coorti di popolazione poco numerose perché costituite dai nati in corrispondenza del primo conflitto mondiale. È quindi verosimile che il calo si protrarrà fino a quando subentreranno i nati negli anni del primo dopoguerra, più numerosi della coorte precedente. Nonostante questa tendenza alla riduzione, l’Italia rimane il paese più longevo d’Europa, ed è forse anche grazie alla dieta mediterranea con i suoi piatti diversificati e legati alla tradizione locale che l’Italia detiene il record di longevità in Europa. È quanto sostiene la Coldiretti che ha analizzato i dati Istat, sottolineando che sia proprio il consumo di pane, pasta, frutta, verdura, carne, extravergine e il tradizionale bicchiere di vino consumati a tavola in pasti regolari – prodotti tipici appunto della dieta mediterranea – ad aver permesso al Bel paese di conquistare il primato europeo. Secondo la rilevazione statistica Istat emerge una più densa concentrazione dei centenari al Nord Italia. A quanto risulta, tra quelli di oltre 105 anni, 338 risiedono nel Nord-ovest, 225 nel Nord-est, 207 al Centro, 230 al Sud e 112 nelle Isole. La regione con il rapporto più alto tra semi-super centenari e il totale della popolazione residente alla stessa data è la Liguria (3,3 per 100 mila), seguita da Friuli-Venezia Giulia (3,0 per 100 mila) e Molise (2,6 per 100 mila)

 

03 – E ALLORA L’AUTONOMIA DIFERENZIATA? Left ha correttamente e tempestivamente individuato già nel 2018 il pericolo gravissimo della Controriforma costituzionale delle “autonomie differenziate”, quella che con acume scientifico e capacità comunicativa l’economista Gianfranco Viesti chi ama «secessione dei ricchi, Gustavo Zagrebelsky ha scritto: «Opporsi ad essa è la battaglia della vita per il Paese», di Giovanni Russo Spena. Si sta giungendo, in questi giorni, ad una stretta decisiva. La proposta del governo disintegra l’unità nazionale, sostituita da una confusa giustapposizione di staterelli con poteri feudali, sul piano legislativo e amministrativo, abbattendo, insieme, diritti costituzionali e tutti i principali diritti universali contenuti nella prima parte della Costituzione a fondamento dello Stato di diritto e dello Stato sociale. Il governo, i presidenti di Regione che spingono per l’autonomia differenziata raccontano frottole: la proposta è il contrario di ogni forma di federalismo solidale, di democrazia partecipativa, di prossimità. Arriveremo ad un’Italia di potestà frantumate, rette da “cacicchi”, da potentati localistici. Avremo un Paese con quattro Regioni a statuto speciale, due province autonome (Trento e Bolzano) tre Regioni (che potrebbero diventare sette) con ambiti anche tra loro differenti di autonomia rafforzata e le altre a statuto ordinario; e con lo Stato centrale che gestirebbe residui di competenze, fondi residuali, funzioni diventate marginali. Matteo Salvini ha parlato chiaro: «L’autonomia funziona se c’è quella finanziaria. Non accetteremo nessun compromesso. Chi riesce a garantire servizi efficienti riuscendo a risparmiare dovrà gestire come meglio crede queste risorse». Il M5s, per salvarsi l’anima, oltre che il proprio elettorato meridionale, chiede l’istituzione di un fondo perequativo e la determinazione di “livelli essenziali di prestazione” (Lep), prima di distribuire risorse. Ma si tratta di polpette avvelenate per far passare il complessivo impianto secessionista. Anche l’apparente passo avanti (è saltata l’assunzione diretta dei docenti e sono stati accantonati segmenti della regionalizzazione della scuola) potrebbe essere funzionale al ribadimento dell’impianto complessivo. Siamo di fronte a miserevoli pratiche mercantili, a mediocri tattiche politiciste di fronte al progetto di abbattimento definitivo della nostra Costituzione. Resta, infatti, in piedi il meccanismo della “spesa storica” (che sta accettando anche la Campania) che è la trappola che distrugge i servizi nel Mezzogiorno. Perfino la Corte dei conti conferma che senza la perequazione non è possibile l’autonomia differenziata. E necessario che l’opera meritoria (di fronte al tentativo del governo di far passare il progetto in maniera clandestina) di disvelamento del drammatico pericolo secessionista che la nostra Repubblica corre si proietti verso una reale e permanente campagna di massa, imperniata su comitati territoriali che si stanno in questi giorni moltiplicando. Il governo tenta di nascondere i problemi, ipocritamente parla di efficienza. Noi dobbiamo rovesciare questa grammatica truffaldina, creare senso comune alternativo. Ritengo che il presidente Mattarella, massimo garante della sovranità popolare costituzionale, oltre che svolgere la sua funzione equilibratrice sottotraccia, potrebbe intervenire lanciando un messaggio al Paese. Contro il disegno leghista di populismo secessionista, ma anche contro i gravi errori del centrosinistra. Pesa ora come un macigno la pessima riforma del titolo V della Costituzione. Pesano le inaudite responsabilità del governo Gentiloni, che ha materialmente siglato le pre intese con le presidenze del Veneto e della Lombardia. Pesa la scelta inverosimile della presidenza dell’Emilia Romagna, a conduzione piddina, che, per quasi tutte la materie, si allinea al lombardoveneto. Oggi, non a caso, il Pd è muto, paralizzato, diviso al proprio interno. Sta disertando rispetto ad uno scontro decisivo per la nazione, farfugliando di mediazioni fasulle, di «autonomia differenziata moderata» che è una chiacchiera pari al doloroso ossimoro della «guerra umanitaria». I sindacati hanno espresso importanti critiche rispetto all’architettura istituzionale secessionista, partendo dalla negazione dei diritti sociali che ne conseguirebbe, dal pervasivo processo di privatizzazioni. Ma forse ora, nei tempi decisivi, possiamo attenderci che assumano la guida del nostro fronte, con una reale azione di massa che sia dissuasiva per il governo, che deve essere costretto a pagare un alto prezzo nei rapporti sociali. Chiediamo al M5s di comprendere che il suo elettorato meridionale mai accetterà soluzioni furbesche e rabberciate. Non vi è, infatti, nessuna possibilità (come hanno ripetutamente spiegato nei dettagli tutte le agenzie economico/istituzionali indipendenti), che l’autonomia differenziata possa essere fatta senza costi. «NON TOGLIEREMO UN EURO AL SUD» PROCLAMA SALVINI. Ha dimostrato, invece, Giannola, economista meridionalista, presidente dello Svimez, che «o lo Stato aumenterà i debiti, o diminuirà i servizi». Perché non si tratta solo del trasferimento alle Regioni di qualche funzione amministrativa. Stiamo parlando, nelle 23 materie fondative dello Stato di diritto, del trasferimento della quota massima di potestà legislativa di principio. Con un effetto automatico: per numero ed ampiezza delle materie coinvolte lo Stato si priva della capacità di formulare obiettivi di politica economica e sociale. Si può ipotizzare uno scenario futuro di una macroregione comprendente gran parte del Nord Italia insieme a regioni limitrofe di Stati esteri (Baviera, Carinzia, Slovenia, parti della Mitteleuropa), con la completa marginalizzazione del Centro Italia e di Roma, che sarebbe solo capitale diplomatica, e un Sud (20 milioni di persone) non più Europa ma macroregione Mediterranea. E questa l’anatomia geopolitica che giustifica la locuzione «secessione dei ricchi». Vi è, quindi, un tema strutturale che attiene ai processi di accumulazione e di valorizzazione del capitale dentro la crisi. Le regioni economicamente forti, con servizi più efficienti, non vogliono avere palle al piede, non vogliono redistribuire risorse. L’efficienza massima, quindi, dei propri servizi va a scapito dei servizi delle altre regioni. Solo alcune delucidazioni: cosa accadrà del Servizio sanitario nazionale, già indebolito dalle Controriforme del centrodestra e centrosinistra? E del sistema di formazione e della scuola nazionale laica repubblicana? La scuola e la cultura nazionali unitarie sono fondamento della nazione. Non vedremmo più, se passasse il progetto di autonomia differenziata, asili nido, refezione scolastica, cure mediche comparabili tra Nord e Sud. E non parliamo di infrastrutture, sistema stradale e ferroviario. Come ha fatto correttamente notare il professor Massimo Villone «da un altro punto di vista, la regionalizzazione di larga parte del pubblico impiego e di materie come la tutela e sicurezza del lavoro, la retribuzione aggiuntiva, la previdenza integrativa, gli incentivi alle imprese, darà un colpo mortale al sindacato nazionale, al contratto nazionale di lavoro. Le gabbie salariali saranno istituzionalizzate. E non parliamo dell’ambiente e del ciclo dei rifiuti. Avremo, in tutti i campi, un itinerario di privatizzazioni fissato dalle singole regioni, abbattendo più facilmente normative e controlli. E quello che i padroni hanno sempre auspicato. Ripartiamo, allora, dalla Costituzione. Spieghiamo, in una reale campagna di massa, che, mascherandosi dietro gli articoli 116 e 117 della Costituzione, il governo propone una “attuazione incostituzionale della Costituzione”. Non possono essere, infatti, violati i diritti fondamentali di eguaglianza sostanziale. Avremmo una grave torsione del concetto stesso di cittadinanza, che sarebbe determinata dalla residenza; cambia, cioè, a seconda della regione in cui risiedi, la quantità e qualità dei servizi, dei diritti, delle prestazioni. La posta in gioco è alta. E la Costituzione stessa. Non potremmo riconoscerci nell’Italia delle piccole potestà feudali che disegnerebbe l’autonomia differenziata, se non la blocchiamo. Perché la nostra è l’Italia della Resistenza, della democrazia progressiva.

 

04 – SCHIRÒ – DECRETO SICUREZZA BIS: ANCORA UN VOTO DI FIDUCIA. IMPOSSIBILE EMENDARE IL TESTO SU MATERIE SENSIBILI PER GLI ITALIANI ALL’ESTERO. PER LE TARGHE ESTERE IL MIO IMPEGNO CONTINUA NELL’AMBITO DEL PROVVEDIMENTO SUL CODICE DELLA STRADA. ROMA, 24 LUGLIO 2019 La maggioranza e il governo, al solito, si sono chiusi a riccio rispetto alla possibilità di correggere l’ignobile decreto sicurezza bis per cercare di attenuarne le misure più odiose e, nello stesso tempo, per risolvere alcuni danni provocati dal primo decreto sicurezza. Tra questi ultimi, ricordo, la questione della difficile attestazione del possesso della lingua italiana a livello B1 per chi fa richiesta di cittadinanza, anche per matrimonio, il raddoppio dei tempi di trattamento delle pratiche di cittadinanza e le inenarrabili complicazioni in materia di circolazione automobilistica a carico dei familiari residenti in Italia iscritti all’AIRE, degli stagionali e dei lavoratori frontalieri. Come deputati PD eletti all’estero abbiamo puntualmente cercato di chiarire e modificare queste situazioni abnormi con emendamenti mirati, ma la maggioranza e il governo hanno fatto ricorso allo scudo della inammissibilità lasciando tutto come era e, di conseguenza, i cittadini interessati nei guai e nell’incertezza. Per quanto riguarda, in particolare, le questioni poste dal mio emendamento in materia di targhe estere, questioni sulle quali sono ripetutamente intervenuta in ambito parlamentare, ho deciso di concentrare tutti gli sforzi per superare le incongruenze delle norme volute dal governo nel provvedimento riguardante il codice della strada, tuttora all’esame della Camera. Concludendo, anche se le prime indicazioni non sono incoraggianti, spero sempre che la maggioranza possa rinsavire, superando misure che finora si sono dimostrate soltanto nocive e punitive per i diretti interessati. On. Angela Schirò – Camera dei Deputati – Piazza Campo Marzio, 42 – 00186 ROMA

 

05 – LA CRISI IRREALE NEL PAESE CHE AFFONDA . UN GOVERNO MORTO CHE NON MUORE. UN’OPPOSIZIONE CHE SI VORREBBE VIVA E RIGENERATA, CHE NON RIESCE A OPPORSI A NULLA. Un popolo che non è popolo ma coacervo di individui rancorosi e competitivi, che tuttavia ha prodotto uno dei peggiori populismi in circolazione oggi. E al fondo, paradosso baricentrico che spiega tutti gli altri, un Paese fallito che non fallisce. È probabilmente il non detto di questa verità prima, mai dichiarata e però terribilmente incombente, ciò che rende così irreale la crisi italiana, come fluttuante nell’aria in un eterno tempo sospeso. Il fattore che le fa sfidare, ogni giorno, le leggi della fisica politica. Prendiamo il caso di Matteo Salvini, della sua Nuova lega national size, e dello scandalo russo: una qualche emorragia dovrebbe pur provocarla in un organismo normale, invece no, i sondaggi la danno in crescita. Come il rospo con la sigaretta il suo corpo informe continua a dilatarsi, fino si sa a scoppiare alla fine, ma solo alla fine. Per intanto il consenso cresce alimentato dalla somministrazione a un elettorato in debito di pane di dosi massicce di circenses cruenti, esibizione di ferocia verso gli ultimi (si pensi a Primavalle) e linguaggio da postribolo verso chi pratica il bene (si pensi agli oltraggi contro Carola Rackete). Oppure prendiamo, al polo opposto, Nicola Zingaretti. L’ho visto l’altra sera a In Onda, e non credevo ai miei occhi mentre invocava per subito, senza se e senza ma, le elezioni anticipate, la prova del voto per vincere, e instaurare finalmente il bipartitismo in questo paese dal destino luminoso. Mi sono chiesto quale sostanza avesse assunto, per immaginarsi uno scenario del genere quando tutti sanno che se davvero si votasse ora stravincerebbe l’asse Meloni-Salvini, con una maggioranza che permetterebbe loro di eleggere il futuro Presidente della repubblica oltre a cambiare la Costituzione. Poi però mi sono reso conto che la preoccupazione del neosegretario del Pd quella sera non era di rassicurare la maggioranza del Paese, ma di terrorizzare la sua minoranza interna: quei renziani che occupano i gruppi parlamentari e che temono il voto come la peste. Così come la preoccupazione maggiore di Di Maio non è quella di realizzare i principii del suo «movimento» ma di controllare e possibilmente spaventare il suo partner di governo Salvini. E la preoccupazione di Salvini è di lasciare il cerino in mano a Di Maio. Persino per Ferrero e Fratoianni funziona la stessa logica, ognuno impegnato a presidiare la propria quota dello striminzito 1,5% raccattato nelle urne… La verità è che in questa torrida estate del 2019 ogni capo-partito o capo-corrente guarda la punta delle proprie scarpe per misurare la distanza necessaria per sgambettare il vicino. Nessuno ha il coraggio di alzare lo sguardo su un Paese che affonda, con un immenso ceto medio (non ci sono più in Italia veri Grandi Borghesi così come sono scomparsi dalla vista gli Operai) in decomposizione, spaventato dal declino e reso isterico dalla paura del futuro e con un sottoproletariato straripante man mano che la «grande trasformazione» fa il suo giro. Una società senza più classi e con mille ceti, in gran parte improduttivi, in larga misura ignoranti, gelosi dei residui privilegi e rancorosi per quelli perduti. Vengono in mente le pagine che un grande testimone del suo tempo, Ernst Bloch, scrisse nella prima metà degli anni ’30, a proposito della Germania: «L’epoca è in putrefazione, e al tempo stesso ha le doglie», diceva per rappresentare il carattere appunto «sospeso», nel vuoto tra il non più e il non ancora, della vita politica e sociale di allora. E poi, nel capitolo intitolato Polvere, parlava di «quelli che non ce la fanno»: dell’«uomo pieno di amarezza resta indietro, sanguinante e oscuro». Vittima e insieme carnefice, di sé e degli altri: «Danno dei colpi attorno a sé, soprattutto verso il basso, dove rischiano di sprofondare». Parlava anche del linguaggio, Ernst Bloch, in quel libro attualissimo (non per nulla si intitola Eredità del nostro tempo): del linguaggio «illusorio» dei nazisti, falso e tuttavia efficacissimo nel creare l’«illusione» che veniva a sostituire l’«utopia» caduta. E del linguaggio sincero e tuttavia freddissimo dei loro avversari, incapaci di ridare all’Utopia forza trasformativa, con le loro formule statistiche, numeri e tabelle, che come le analisi chimiche sulle bottiglie di acqua minerale non sapevano restituire più «il sapore dell’acqua bevuta». Solo un bagno di realtà potrebbe disinnescare l’illusionismo ipnotico della demagogia populista. Solo chi fosse capace di usare un linguaggio di verità – ne avesse l’autorevolezza, la conoscenza e la moralità – guardando in faccia e rivelando la dimensione effettiva del disastro che si ha davanti (e «di sotto») potrebbe neutralizzare la rozza potenza del Capitano di breve corso e dei suoi seguaci. Così come, paradossalmente, solo un ritorno dell’Utopia – una scintilla di speranza nella possibilità che il dispotismo del presente possa essere trasceso, in modo da riaprire il tempo – potrebbe restituire a quegli uomini «sanguinanti e oscuri» che oggi si affidano ai profeti del nulla un tratto di umanità.

 

06 –LE 10 REGOLE PER IL CONTROLLO SOCIALE. L’ELEMENTO PRINCIPALE DEL CONTROLLO SOCIALE È LA STRATEGIA DELLA DISTRAZIONE CHE CONSISTE NEL DISTOGLIERE L’ATTENZIONE DEL PUBBLICO DAI PROBLEMI IMPORTANTI E DAI CAMBIAMENTI DECISI DALLE ÉLITES POLITICHE ED ECONOMICHE, di Noam Chomsky. 1 – La strategia della distrazione. L’elemento principale del controllo sociale è la strategia della distrazione che consiste nel distogliere l’attenzione del pubblico dai problemi importanti e dai cambiamenti decisi dalle élites politiche ed economiche utilizzando la tecnica del diluvio o dell’inondazione di distrazioni continue e di informazioni insignificanti. La strategia della distrazione è anche indispensabile per evitare l’interesse del pubblico verso le conoscenze essenziali nel campo della scienza, dell’economia, della psicologia, della neurobiologia e della cibernetica. “Sviare l’attenzione del pubblico dai veri problemi sociali, tenerla imprigionata da temi senza vera importanza. Tenere il pubblico occupato, occupato, occupato, senza dargli tempo per pensare, sempre di ritorno verso la fattoria come gli altri animali (citato nel testo “Armi silenziose per guerre tranquille”). 2 – Creare il problema e poi offrire la soluzione. Questo metodo è anche chiamato “problema – reazione – soluzione”. Si crea un problema, una “situazione” che produrrà una determinata reazione nel pubblico in modo che sia questa la ragione delle misure che si desiderano far accettare. Ad esempio: lasciare che dilaghi o si intensifichi la violenza urbana, oppure organizzare attentati sanguinosi per fare in modo che sia il pubblico a pretendere le leggi sulla sicurezza e le politiche a discapito delle libertà. Oppure: creare una crisi economica per far accettare come male necessario la diminuzione dei diritti sociali e lo smantellamento dei servizi pubblici. 3 – La strategia della gradualità. Per far accettare una misura inaccettabile, basta applicarla gradualmente, col contagocce, per un po’ di anni consecutivi. Questo è il modo in cui condizioni socioeconomiche radicalmente nuove (neoliberismo) furono imposte negli anni ‘80 e ‘90: uno Stato al minimo, privatizzazioni, precarietà, flessibilità, disoccupazione di massa, salari che non garantivano più redditi dignitosi, tanti cambiamenti che avrebbero provocato una rivoluzione se fossero stati applicati in una sola volta. 4 – La strategia del differire. Un altro modo per far accettare una decisione impopolare è quella di presentarla come “dolorosa e necessaria” guadagnando in quel momento il consenso della gente per un’applicazione futura. E’ più facile accettare un sacrificio futuro di quello immediato. Per prima cosa, perché lo sforzo non deve essere fatto immediatamente. Secondo, perché la gente, la massa, ha sempre la tendenza a sperare ingenuamente che “tutto andrà meglio domani” e che il sacrificio richiesto potrebbe essere evitato. In questo modo si dà più tempo alla gente di abituarsi all’idea del cambiamento e di accettarlo con rassegnazione quando arriverà il momento. 5 – Rivolgersi alla gente come a dei bambini. La maggior parte della pubblicità diretta al grande pubblico usa discorsi, argomenti, personaggi e una intonazione particolarmente infantile, spesso con voce flebile, come se lo spettatore fosse una creatura di pochi anni o un deficiente. Quanto più si cerca di ingannare lo spettatore, tanto più si tende ad usare un tono infantile. Perché? “Se qualcuno si rivolge ad una persona come se questa avesse 12 anni o meno, allora, a causa della suggestionabilità, questa probabilmente tenderà ad una risposta o ad una reazione priva di senso critico come quella di una persona di 12 anni o meno (vedi “Armi silenziose per guerre tranquille”). 6 – Usare l’aspetto emozionale molto più della riflessione. Sfruttare l’emotività è una tecnica classica per provocare un corto circuito dell’analisi razionale e, infine, del senso critico dell’individuo. Inoltre, l’uso del tono emotivo permette di aprire la porta verso l’inconscio per impiantare o iniettare idee, desideri, paure e timori, compulsioni, o per indurre comportamenti… 7 – Mantenere la gente nell’ignoranza e nella mediocrità. Far si che la gente sia incapace di comprendere le tecniche ed i metodi usati per il suo controllo e la sua schiavitù. “La qualità dell’educazione data alle classi sociali inferiori deve essere la più povera e mediocre possibile, in modo che la distanza creata dall’ignoranza tra le classi inferiori e le classi superiori sia e rimanga impossibile da colmare da parte delle inferiori” (vedi “Armi silenziose per guerre tranquille”). 8 – Stimolare il pubblico ad essere favorevole alla mediocrità. Spingere il pubblico a ritenere che sia di moda essere stupidi, volgari e ignoranti… 9 – Rafforzare il senso di colpa. Far credere all’individuo di essere esclusivamente lui il responsabile della proprie disgrazie a causa di insufficiente intelligenza, capacità o sforzo. In tal modo, anziché ribellarsi contro il sistema economico, l’individuo si auto svaluta e si sente in colpa, cosa che crea a sua volta uno stato di repressione di cui uno degli effetti è l’inibizione ad agire. E senza azione non c’è rivoluzione! 10 – Conoscere la gente meglio di quanto essa si conosca. Negli ultimi 50 anni, i rapidi progressi della scienza hanno creato un crescente divario tra le conoscenze della gente e quelle di cui dispongono e che utilizzano le élites dominanti. Grazie alla biologia, alla neurobiologia e alla psicologia applicata, il “sistema” ha potuto fruire di una conoscenza avanzata dell’essere umano, sia fisicamente che psichicamente. Il sistema è riuscito a conoscere l’individuo comune molto meglio di quanto egli conosca sé stesso. Ciò comporta che, nella maggior parte dei casi, il sistema esercita un più ampio controllo ed un maggior potere sulla gente, ben maggiore di quello che la gente esercita su sé stessa.

 

07 – PER I DIRITTI DELL’UOMO, INTERROGARE IL SETTECENTO . ILLUMINISMO. NEL SUO NUOVO SAGGIO VINCENZO FERRONE RIPENSA I CARATTERI DI UNA «RIVOLUZIONE CULTURALE» CHE NON AFFERMÒ SOLO RAGIONE E SCIENZA, MA ANCHE L’IMMAGINAZIONE: IL MONDO DELL’ILLUMINISMO, da Einaudi di Mario Mancini Con la trasformazione dei mezzi di comunicazione, con la perversa pratica delle «fake news», lo constatiamo ogni giorno, lo spazio della sfera pubblica e della politica è diventato un campo di falsità e di manipolazioni. Riprendendo la saga del suonatore di Hamelin, che con il suo piffero magico trascina dietro di sé una lunga schiera di topi, Tullio Altan lo commentava così, in modo graffiante, in una sua vignetta dell’«Espresso»: «Peggio suono, più quel cretino mi segue». In questo problematico contesto colpisce, al contrario, per chi ami guardare nella storia, la compattezza e la forza dell’Illuminismo settecentesco, strenuamente impegnato, dentro un aperto dibattito in nome della «verità», per la distruzione dei pregiudizi, per una nuova organizzazione delle scienze dell’uomo a vantaggio del benessere della società, per un’instancabile lotta per i diritti dell’uomo, in vista di una patria cosmopolita di liberi e uguali. Vuole rispondere alla domanda «Che cosa è stato l’Illuminismo?», vuole ripensarlo, la bella sintesi di Vincenzo Ferrone, Il mondo dell’Illuminismo Storia di una rivoluzione culturale (Einaudi «PBE Storia», pp. XIV-240, con 19 immagini, € 23,00), che si inserisce nel vivace dibattito attuale di studi settecenteschi, fortemente segnato, per fare solo alcuni nomi, dalle opere di Robert Darnton, Paolo Casini, Margaret C. Jacob, Jonathan Israel, Gianni Paganini, Benedetta Craveri. Una parte importante del volume è dedicata agli aspetti costituzionali, alla lotta per l’emancipazione, alla pratica delle riforme – temi che Ferrone aveva già affrontato in un saggio su Gaetano Filangieri (Laterza, 2003) e nella Storia dei diritti dell’uomo (Laterza, 2014) – in sintonia con le ricerche di grandi studiosi come Norberto Bobbio e Franco Venturi, di cui ricorda di aver seguito i corsi all’Università di Torino, dove ora insegna. Sono in primo piano il patriarca Voltaire, ma anche, raccogliendo gli insegnamenti di giuristi, astronomi, matematici, biologi, i nuovi filosofi: Diderot, Rousseau, Herder, Condorcet. Diderot, che con la grande impresa dell’Encyclopédie orienta in modo rivoluzionario il mondo delle conoscenze, delle arti e dei mestieri, che, insieme a Raynal, si batte contro il colonialismo e la schiavitù, invocando l’apparizione di uno Spartacus nero. Una testimonianza agghiacciante, per noi che oggi assistiamo al dramma dei migranti, è il quadro riportato a p. 147, la Slave Ship (1840) di Turner: nel timore di essere intercercettato, il comandante della nave getta fuoribordo il suo carico di esseri umani. Rousseau, che contro tutte le ricostruzioni dei secoli precedenti, fondate su «principi metafisici», invita a studiare con rigore scientifico e insieme con forza visionaria la specie umana nel suo «stato primitivo», in quell’età lontanissima e senza tempo dove è possibile cogliere l’uomo «tal quale ha dovuto essere nella natura»: una coraggiosa denuncia politica contro l’immagine scintillante di una civiltà moderna segnata da contraddizioni, ingiustizie, violenze, dolorosamente incapace di conciliare la ricchezza dei moderni con la virtù degli antichi. Herder, che raccoglie appassionatamente le poesie di tutti i popoli, che con Le idee per la filosofia della storia dell’umanità coltiva il sogno di fare una «carta antropologica della terra» che riveli l’unicità del genere umano. «Un tale sogno però – ammette amaramente – è ancora lontano dal poter essere realizzato perché nei secoli si è percorsa la terra con la spada e la croce, con i cavalli e l’acquavite, piuttosto che con il pennello per ritrarre le diverse forme di umanità incontrate». Condorcet, che con l’Esquisse d’un tableau historique des progrès de l’esprit humain colloca audacemente i diritti dell’uomo tra la storia e l’utopia, facendone un formidabile mito politico. «Incredibilmente, proprio mentre il populismo giacobino e il terrore infuriavano intorno a lui accompagnando sinistramente la sua tragica fine in carcere a Bourg-la-Reine, lo scienziato Condorcet, l’ultimo dei grandi philosophes, nel marzo del 1794, pensava all’avvenire con serena fiducia: apriva, con incredibile tenacia e generosità, il suo cuore alla speranza di un futuro migliore per l’umanità intera». Uno dei punti fermi dell’interpretazione dell’Illuminismo è da sempre, giustamente e comprensibilmemte, l’insistenza sul ruolo della ragione e della scienza. Ma, si chiede Ferrone: «Davvero il programma epistemologico dei philosophes pensava di rovesciare l’immaginazione con la scienza? Di quale ragione e soprattutto di quale scienza stiamo parlando?». Ora, per la scienza, non dobbiamo pensare soltanto alla forte presenza del metodo geometrico-deduttivo di Descartes, di Galileo, di Newton, ma anche alle nuove conoscenze umane in campo medico e biologico: per Toland, per Buffon, per Diderot la natura è come un animale grande e mutevole, un composto di materia vivente, di molecole organiche ricche di energia. Il grande medico Théophile Bordeau, amico di Diderot e protagonista del suo Rêve de d’Alembert, sostenitore dell’empirismo sperimentale e insieme aperto al magnetismo e al demone dell’immaginazione, contrappone all’«homme machine» l’«homme sensible». E nel celebre articolo Genie dell’Encyclopédie Diderot, sovvertendo le consuete gerarchie, nel definire le stessa natura umana attribuisce una funzione straordinaria, rispetto al primato della ragione e della memoria, alla «forza dell’immaginazione». È infatti proprio la potenza immensa dell’immaginazione che consente di avvicinarsi alla verità, aprendo strade sconosciute nello studio dell’uomo, fantasticando mondi inesplorati e isole felici – la Tahiti di Bougainville – rompendo le convenzioni politiche e morali della tradizione, e anche i canoni estetici dominanti. Non sorprende allora che Ferrone dedichi un intero, intenso capitolo all’Illuminismo e all’arte dei modermi. Con Diderot e Lessing, in particolare, si definisce il fondamentale passaggio dalla figura del «teorico d’arte» alla nuova e illuministica figura del «critico d’arte», creato per la prima volta proprio dai philosophes nel loro sforzo di portare in ogni campo i principi della filosofia dando vita in tal modo anche in campo artistico al moderno regno della critica. Tutti e due sono fortemente polemici nei confronti del classicista Johann Joachim Winckelmann, che vede nella quieta grandezza delle statue greche il punto più alto mai raggiunto dall’umanità nell’arte. A lui rispondono che gli antichi vanno studiati e non imitati: «È che i modelli, i grandi modelli che sono tanto utili agli uomini mediocri, nuocciono assai agli uomini di genio». Tra la lessinghiana Hamburgische Dramaturgie e i Salons di Diderot c’è una profonda e significativa corrispondenza: tutte e due le opere sono volutamente frammentarie e «occasionali», nascono infatti dalla riflessione sulle opere viste volta a volta a teatro o in una mostra. Verrebbe da dire, parafrasando una celebre opera di Benjamin, che con loro «si consolida pienamente la stagione dell’opera d’arte “nell’epoca dell’opinione pubblica”, il nuovo e potente tribunale dell’estetica dei moderni». Il mondo dell’Illuminismo non è soltanto la strenua lotta per i diritti e le riforme, ma anche una grande rivoluzione culturale. «Grazie alle opere di Goya, David, Mozart, Alfieri, Diderot, Lessing, Goethe, l’eredità di quel mondo ha infatti continuato e continua a persistere e a inquietare le coscienze sino ai nostri giorni».

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