19 06 22 NEWS DAI PARLAMENTARI ELETTI ALL ESTERO ED ALTRE COMUNICAZIONI

00 – Mattarella al Csm (e al Pd): «Sconcertante, si volta pagina». Magistratura. Parole durissime del capo dello Stato al plenum straordinario. «Basta nomine a pacchetto»

01 – L’ON. LA Marca ha incontrato L’ambasciatrice Canadese a Roma Alexandra Bugailiskis

02 – La crisi della magistratura, come effetto dell’inchiesta di Perugia, può portare a una riforma incostituzionale che subordina la magistratura al potere politico

03 – Sottosegretario Merlo e ministro dell’Economia brasiliano Paolo Guedes parlano a 100 imprenditori italiani

04 – Istat: nel secondo trimestre 2019 è probabile un Pil negativo Italia in recessione demografica. All’opera buffa di quello che doveva essere l’«anno bellissimo» della «ripresa incredibile»,

05 – Il successo di un gruppo omogeneo d’ispirazione comunista Il manifesto ha 50 anni. Il bacino di interesse era offerto dal Pci ormai maturo per una discussione libera, alimentata anche dall’infrangersi della compattezza internazionale dei partiti comunisti.

06 – L’ordine capitalista del pensiero dominante. Ai confini della realtà. È al temibile clima culturale attuale che sono dedicate alcune delle pagine migliori di «White», il nuovo libro di Bret Easton Ellis di Giulia D’Agnolo Vallan.

00 – MATTARELLA AL CSM (E AL PD): «SCONCERTANTE, SI VOLTA PAGINA». MAGISTRATURA. PAROLE DURISSIME DEL CAPO DELLO STATO AL PLENUM STRAORDINARIO. «BASTA NOMINE A PACCHETTO» L’indagine della procura di Perugia sul caso Palamara ha fatto emergere «un quadro sconcertante e inaccettabile». Sergio Mattarella, nella qualità di presidente del Csm, è intervenuto ieri al plenum straordinario dell’organo di autogoverno di giudici e pm, scegliendo parole durissime e inequivocabili. Per il capo dello Stato, il «coacervo di manovre nascoste, di tentativi di screditare altri magistrati, di millantata influenza, di pretesa di orientare inchieste e condizionare gli eventi, di convinzione di poter manovrare il Csm, di indebita partecipazione di esponenti di un diverso potere dello Stato, si manifesta in totale contrapposizione con i doveri basilari dell’ordine giudiziario e con quel che i cittadini si attendono dalla magistratura». Destinatari del messaggio non solo le toghe, ma anche quegli esponenti politici, essenzialmente del Pd, che si ostinano a minimizzare l’accaduto all’insegna del «così fan tutti» di craxiana memoria. NO, UN DEPUTATO indagato (il renziano Luca Lotti) che triga con alcuni consiglieri del Csm, insieme a un facilitatore magistrato-deputato (il renziano Cosimo Ferri), per la nomina del capo della procura che lo sta indagando non si sta comportando secondo l’usuale consuetudine dei rapporti fra magistrati e politica. Mattarella lo fa capire chiaro e tondo, così come esplicita è l’indicazione al Csm di «provvedere ad adeguamenti delle proprie norme interne, di organizzazione e di funzionamento, per assicurare, con maggiore e piena efficacia, ritmi ordinati nel rispetto delle scadenze, regole puntuali e trasparenza delle proprie deliberazioni». E cioè: basta nomine «a pacchetto» dei capi degli uffici, secondo logiche spartitorie, ma, come ribadito anche dal vicepresidente David Ermini, «rigorosa osservanza del metodo cronologico e di quello meritocratico». Più chiaro cosa significa il primo – si fanno le nomine una alla volta, in ordine di vacanza della sede -, assai opinabile la traduzione in pratica del secondo. Ma tant’è, un tributo al dio della meritocrazia andava offerto. NELLA BREVE DISCUSSIONE seguita alle parole di Mattarella sono intervenuti i rappresentanti delle diverse anime del consiglio. Giuseppe Cascini, di Area (il gruppo cui fa riferimento Magistratura democratica), ha puntato il dito contro l’attuale legge elettorale maggioritaria del Csm, voluta da Berlusconi, «approvata per togliere potere alle correnti e darlo agli elettori» ma il cui risultato è stato l’opposto: rafforzare all’interno delle correnti stesse «localismi, individualismi, cordate elettorali». Per questo le toghe progressiste chiedono il ritorno al proporzionale di lista, con voto di preferenza. Nel mirino di Cascini anche la riforma dell’ordinamento giudiziario del 2006 che ha promosso il carrierismo («un’ansia di arrivare che ha colpito anche i migliori tra noi») e gerarchizzato le procure, rendendo i procuratori capo talmente importanti da attirare sulle loro nomine le attenzioni moleste del potere politico. Serpeggia a Palazzo dei Marescialli la paura per riforme affrettate ed emotive, che rischiano di essere pezze peggiori del buco. Ora il Csm investito dal più grande scandalo dai tempi della P2 sembra in condizioni di ripartire, ma non tutto è ancora chiaro. A ottobre si svolgeranno le elezioni suppletive per due membri della quota pm, e da ieri Giuseppe Marra e Ilaria Pepe, della corrente di Piercamillo Davigo, sono subentrati a Gianluigi Morlini di Unicost e Corrado Cartoni di Magistratura indipendente (Mi). A quest’ultima corrente, il cui leader de facto è il deputato-magistrato Ferri, appartiene anche l’ultimo dei consiglieri coinvolti nello scandalo, sulle cui intenzioni c’è mistero: Paolo Criscuoli è l’unico ad essere rimasto semplicemente «autosospeso», scegliendo per ora di non dimettersi. ( d LaPresse di Jacopo Rosatellia )

01 – L’ON. LA MARCA HA INCONTRATO L’AMBASCIATRICE CANADESE A ROMA ALEXANDRA BUGAILISKIS L’On. Francesca La Marca, venerdì 14 giugno, ha incontrato l’Ambasciatrice del Canada in Italia, Sig.ra Alexandra Bugailiskis, assieme al Ministro Consigliere dell’Ambasciata Cristopher Barton. Nel corso del cordiale colloquio, la parlamentare ha sottolineato l’esigenza di un comune impegno, da parte canadese come da quella italiana, per dare operatività all’accordo quadro sul reciproco riconoscimento delle patenti di guida, accelerando le intese con le singole province canadesi, ad iniziare dal Québec, competenti per materia secondo l’ordinamento di quel Paese. Sul tema, La Marca ha anche informato di una sua ennesima interrogazione rivolta al Governo italiano con gli stessi obiettivi. Un secondo motivo di confronto ha riguardato lo Youth Mobility Agreement, che attualmente vede lo scambio di mille giovani tra i due Paesi sulla base di permessi dalla durata complessiva di un anno, con la possibilità di tirocini lavorativi di sei mesi. A tale proposito, si sono manifestate criticità sul versante italiano per l’impossibilità di avere rapporti di lavoro con lo stesso datore per un periodo superiore a tre mesi. Per questo si sta procedendo, purtroppo con i tempi lunghi delle trattative diplomatiche, alla trasformazione del Memorandum del 2006 in accordo internazionale, che consentirebbe di superare la suddetta limitazione. Anche su questo, l’On. La Marca ha rimarcato l’esigenza di un impegno straordinario, sia da parte italiana che canadese, per fare in modo che si arrivi in tempi ragionevolmente brevi al trattato. Dopo avere esaminato con i suoi interlocutori le dinamiche dei “Work Permit”, che possono portare alla contrattualizzazione di lavoratori italiani solo in assenza di analoghe figure lavorative nel mercato canadese, La Marca non ha taciuto il disagio esistente nella comunità italo-canadese per la limitata presenza di italiani nel sistema dei permessi d’ingresso permanenti nel quadro del target annuale complessivo di circa 300.000 unità. In base a dati comparsi sulla stampa locale, infatti, il quadro generale sarebbe piuttosto deludente, dal momento che sui 3.371.318 permessi concessi dal Governo canadese dal 2006 al 2018, solo poche migliaia sarebbero sono andati a italiani. L’incontro si è concluso con un impegno di approfondimento dei temi toccati da parte degli interlocutori presenti nei rispettivi ambiti di competenza. On./Hon. Francesca La Marca, Ph.D.

02 – LA CRISI DELLA MAGISTRATURA, COME EFFETTO DELL’INCHIESTA DI PERUGIA, PUÒ PORTARE A UNA RIFORMA INCOSTITUZIONALE CHE SUBORDINA LA MAGISTRATURA AL POTERE POLITICO, su www.jobsnews.it La crisi innescata dalle indagini della Procura di Perugia è preoccupante. Il ruolo della magistratura è stato importante in questi anni per scoprire trame, corruzione e offrire al paese il ruolo di un potere autonomo in grado di contenere dilatazioni anomale del potere politico – che il voto non autorizza a non rispettare le leggi – usando lo scudo della Costituzione. Purtroppo ancora troppi sottovalutano il ruolo fondamentale che svolge la Costituzione nel regolare i rapporti tra le istituzioni della Repubblica, nel garantire diritti e libertà in essa ben definiti e una parte importante per attuare e rispettare questi principi lo ha svolto la magistratura. Naturalmente la magistratura nel suo concreto operato non è esente da critiche, ad esempio è difficile digerire che ci siano magistrati che lasciano scarcerare colpevoli di delitti per decorrenza dei termini o per non avere depositato in tempo le sentenze. In questi casi il Csm dovrebbe agire con severità fino a troncare carriere per comportamenti inaccettabili. Così è innegabile che i responsabili degli uffici potrebbero aiutare il miglioramento del lavoro delle sedi giudiziarie con misure come quelle che Armando Spataro adottò a Torino. Estendere gli esempi positivi non è affatto un’invasione della sfera decisionale autonoma dei giudici, al contrario è dovuto ai cittadini per un migliore funzionamento della giustizia civile e penale. L’indagine dei magistrati di Perugia sta portando alla luce una serie preoccupante di trame fra magistrati e politici pare con lo scopo di pilotare le nomine degli uffici direttivi della magistratura, favorendo gli “amici”, ostacolando gli altri. Di fronte all’emergere di una situazione grave, che crea un’evidente crisi di credibilità nel rapporto tra magistratura e cittadini, il CSM ha scritto con chiarezza che quanto sta emergendo dalle indagini getta “grave discredito su un’istituzione che costituisce uno snodo fondamentale nell’architettura costituzionale, a presidio, nell’interesse dei cittadini, dell’autonomia e dell’indipendenza della giurisdizione, della sua credibilità, della sua autorevolezza.” Per questo l’ANM ha chiesto che i consiglieri coinvolti rassegnino le dimissioni dal CSM. Sul piano politico si alternano silenzi imbarazzati e invocazioni a una riforma della giustizia, che se fosse del tipo in discussione alla Camera porterebbe anzitutto alla separazione delle carriere tra inquirente e giudicante e soprattutto alla subalternità di fatto al governo di quella inquirente, con il superamento dell’obbligo dell’azione penale di fronte ad un reato. Secondo il disegno costituzionale i magistrati non possono essere assoggettati né condizionati dal governo, né da nessun altro potere politico. Il controllo di legalità effettuato da una magistratura indipendente da ogni altro potere è la principale garanzia per la tutela dei diritti fondamentali che la Costituzione riconosce come inviolabili. Il Consiglio Superiore della Magistratura è l’organo deputato a garantire l’indipendenza dei magistrati, attraverso la gestione delle nomine, delle carriere, delle promozioni, dei trasferimenti e delle sanzioni disciplinari. Condizionare la nomina dei vertici della magistratura è un obiettivo perseguito dal potere politico per ridimensionarne l’indipendenza reale, cioè la capacità del potere giudiziario di esercitare un controllo di legalità autonomo e l’indagine di Perugia porta alla luce l’ingerenza del potere politico nella nomina dei vertici della magistratura, contro il modello costituzionale. Questa pretesa di riportare nell’alveo dell’indirizzo politico di governo l’esercizio del potere giudiziario è esplicitata anche dalla iniziativa del Viminale di mettere sotto osservazione quei magistrati che interpretano le leggi in modo non conforme alle aspettative governative ma alla Costituzione. Se venisse approvata la riforma costituzionale della giustizia attualmente in discussione alla Camera, intitolata “norme per l’attuazione della separazione delle carriere giudicante e requirente della magistratura, avremmo modifiche destinate a incidere sull’indipendenza della magistratura e sull’eguaglianza dei cittadini: Consiglio Superiore della Magistratura sdoppiato, aumento della quota eletta dal parlamento, la rottura del principio dell’obbligatorietà dell’azione penale perchè il magistrato inquirente avrebbe l’obbligo di esercitare l’azione penale “nei casi e nei modi previsti dalla legge”. Così l’esercizio del potere giudiziario verrebbe addomesticato e non ci sarebbe più il perseguimento obbligatorio, d’ufficio, dei reati di cui la magistratura viene a conoscenza. Afferma il documento del Cdc: “Le modifiche contenute nella proposta di legge in discussione alla Camera neutralizzano una delle conquiste più preziose realizzate dai costituenti: la divisione effettiva dei poteri, baluardo insuperabile per impedire degenerazioni autoritarie e tutelare i diritti fondamentali. I mali della giustizia non possono essere presi a pretesto per introdurre delle riforme che li aggravano. Soltanto l’attuazione rigorosa del modello costituzionale può mantenere vive le garanzie dei diritti fondamentali dei cittadini e la stessa unità della Repubblica. Occorre impedire che questo scempio venga compiuto. Il dibattito sulle riforme istituzionali nel settore della giurisdizione deve uscire dalla clandestinità e coinvolgere i cittadini e le associazioni di base com’è avvenuto in passato per le riforme costituzionali. Il Coordinamento per la Democrazia Costituzionale ritiene indispensabile organizzare una reazione politica e culturale unitaria per bloccare il tentativo di manomettere l’autonomia della magistratura come prevista dalla nostra Costituzione. I magistrati coinvolti dall’inchiesta di Perugia se ritenuti colpevoli debbono lasciare la magistratura, e hanno la grave responsabilità di avere consentito ad incursioni malevole contro l’autonomia della magistratura. Analogamente i partiti debbono liberarsi dai loro esponenti coinvolti in oscuri traffici. E’ particolarmente grave e da respingere il tentativo di chiamare in causa la Presidenza della Repubblica, che ha reagito giustamente con nettezza. Anche per questo l’azione dei vertici dei partiti nei loro confronti deve essere esemplare, condannando una prassi sbagliata e potenzialmente devastante. Tutti costoro hanno creato una situazione che desta allarme e che va risolta con determinazione, altrimenti si creerà una situazione di grande debolezza, aperta ad incursioni contro l’autonomia della magistratura e a regressioni. Tutela dell’autonomia della magistratura e rigoroso rispetto della Costituzione sono i pilastri di ogni comportamento necessario per rimuovere le cause di questa grave situazione. Alfiero Grandi

03 – SOTTOSEGRETARIO MERLO E MINISTRO DELL’ECONOMIA BRASILIANO PAOLO GUEDES PARLANO A 100 IMPRENDITORI ITALIANI Sottosegretario Ricardo Merlo: “L’Italia guarda con molto interesse all’evoluzione del progetto politico ed economico del presidente Bolsonaro, visto che le economie dei due Paesi sono assolutamente complementari” Il Sottosegretario agli Esteri, Sen. Ricardo Merlo, nell’ambito della sua missione in Brasile, ha partecipato a Rio de Janeiro a un incontro insieme al ministro dell’Economia brasiliano, Paulo Guedes, forse il Ministro più importante del governo Bolsonaro. Presenti a questa Conferenza oltre cento rappresentanti delle principali imprese italiane già operanti nel Paese sudamericano. L’evento si è svolto su invito e organizzazione dell’ambasciatore d’Italia a Brasilia, Antonio Bernardini, presso il consolato generale d’Italia a Rio de Janeiro. Il ministro Paulo Guedes, tra le figure politiche più importanti e influenti oggi in America Latina, ha presentato il piano economico del presidente Bolsonaro e tra le altre cose ha assicurato garanzie agli investimenti e al commercio internazionale, dando luce verde alla partecipazione di capitale straniero nell’economia brasiliana. Da parte sua il Sottosegretario Merlo durante il suo intervento ha sottolineato l’importanza del Brasile come socio strategico per l’Italia nei settori dell’economia e del commercio. Ha poi messo l’accento sulla quantità di imprese italiane presenti in terra brasiliana: “Anche nei momenti più difficili della crisi economica in Brasile, le imprese italiane hanno continuato a scommettere su questo mercato, guardando alla nazione verdeoro con una visione di medio-lungo periodo, piuttosto che con strategie speculative mordi e fuggi”, ha sottolineato il membro del governo italiano.

04 – ISTAT: NEL SECONDO TRIMESTRE 2019 È PROBABILE UN PIL NEGATIVO ITALIA IN RECESSIONE DEMOGRAFICA. ALL’OPERA BUFFA DI QUELLO CHE DOVEVA ESSERE L’«ANNO BELLISSIMO» DELLA «RIPRESA INCREDIBILE», QUESTO L’AUSPICIO PER IL SECONDO SEMESTRE DEL 2019 FATTO DAL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO CONTE PRODIGO DI VISIONI IMMAGINIFICHE, IERI L’ISTAT HA AGGIUNTO UN NUOVO CAPITOLO. La crescita del prodotto interno lordo (Pil) rallenterà ancora nel 2019. In meno di un anno si è passati dal baldanzoso +1,5% a un modestissimo +0,1%. Ma potrà essere, al 65% delle probabilità, ancora inferiore. È probabile una contrazione del Pil, e non una ripresa miracolosa, per il secondo trimestre più atteso – dal Palazzo – della storia. Non si tratterebbe di una ripresa, ma di una crescita zero, o addirittura negativa. La stima è contenuta nel «Rapporto annuale Istat 2019», presentato ieri alla Camera. Ci sono 35 possibilità su 100 che tale scenario non si avveri. E infatti il presidente Gian Carlo Blangiardo, a margine della presentazione del rapporto, ieri ha sostenuto che questo gioco previsionale non mette «in discussione la stima su base annua (+0,3%), che ancora confermiamo. Nella seconda parte dell’anno riteniamo che possa esserci una discreta tenuta». Al momento, tuttavia, è «relativamente elevata» la probabilità della «contrazione». L’anno potrebbe anche non essere «bellissimo», ma almeno un bluff riuscito. In attesa delle nuove stime, l’economia resta stagnante, condizionata dalla debolezza dalla domanda interna e, in particolare, dei consumi privati. E non solo da una decelerazione delle esportazioni e importazioni, derivanti dalla guerra dei dazi tra Usa e Cina e dal rallentamento dell’economia manifatturiera tedesca (-2,5% ad aprile) da cui dipende quella italiana. Questo dato ristabilisce una valutazione più equilibrata della situazione rispetto a quella fornita dal governo e dalla sua maggioranza che tendono a occultare le cause interne della stagnazione. Mentre si discute se il valzer dei numerini possa concludersi in una recessione, i dati Istat sulla recessione demografica sembrano inequivocabili. Nel 2018 sono nati 439 mila bambini, 140 mila in meno rispetto a dieci anni fa. Un calo pari a quello del 1917-1918 quando era in corso la prima guerra mondiale a cui seguì un’epidemia di «spagnola». Quasi la metà delle donne tra i 18 e i 49 anni non ha un figlio. Proseguendo questa tendenza nel 2050 la popolazione scenderebbe di 2,2 milioni rispetto ad oggi (58,2 milioni contro gli attuali 60,4). La tendenza in atto evidenzia la progressiva perdita di «forza lavoro potenziale»: nel 2050 la popolazione attiva tra i 15 e i 64 anni giudicata pronta ad entrare in un ciclo di produzione capitalistico potrebbe scendere di oltre 6 milioni di persone. A quel punto un’economia già piegata da una crisi pluridecennale si troverebbe ad affrontare una sostanziale riduzione di popolazione in età da lavoro con cui alimentare la «crescita» e la sostenibilità del sistema pensionistico. Finora un contributo fondamentale per tenere in piedi questa macchina è arrivata da 5 milioni e 234 mila stranieri residenti, l’8,7 per cento della popolazione. Un contributo che, secondo l’Istat, si sta ridimensionando, sia per la riduzione di chi sceglie di vivere stabilmente in Italia, sia per il calo delle nascite anche in questa fascia della popolazione. Negli ultimi dieci anni è enormemente aumentata la fuga dal paese degli italiani, 420 mila residenti. Ed è aumentata anche l’emigrazione interna dal Sud al Nord, 250 mila, tra i 20 e i 34 anni. Denatalità, invecchiamento, calo delle migrazioni e aumento dell’immigrazione all’estero. Insieme al crollo della produzione, una catena di concause ed effetti che mette in crisi il sistema. ( di Roberto Ciccarelli)

– 05 – IL SUCCESSO DI UN GRUPPO OMOGENEO D’ISPIRAZIONE COMUNISTA IL MANIFESTO HA 50 ANNI. IL BACINO DI INTERESSE ERA OFFERTO DAL PCI ORMAI MATURO PER UNA DISCUSSIONE LIBERA, ALIMENTATA ANCHE DALL’INFRANGERSI DELLA COMPATTEZZA INTERNAZIONALE DEI PARTITI COMUNISTI Il manifesto fu pensato come rivista mensile nell’estate del 1968. Il primo numero usci nel giugno del 1969 e aveva 75 pagine, era diretto da Lucio Magri e Rossana Rossanda assieme a Luigi Pintor, Luciana Castellina, Aldo Natoli, Ninetta Zandegiacomi, Valentino Parlato, Massimo Caprara, Filippo Maone; vi collaborarono fra gli altri, oltre a compagni “di base”, Marcello Cini, Vittorio Foa, Pino Ferraris, Lisa Foa, Enzo Collotti, Pierre Carniti, Camillo Daneo, Massimo Salvadori e alcune firme internazionali come J.P. Sartre, K.S.Karol, Jorge Semprun e Fernando Claudin, Paul Sweezy, Noam Chomsky, Michal Kalecki, Ralph Milliband, Daniel Singer, Regis Dabray, Charles Bettelheim, Eldridge Cleaver, Jan Myrdal, André Gorz, Andras Hegedues, Karel Bartosek). Ne uscirono dieci numeri, più o meno dello stesso spessore; l’impaginazione era stata ideata da Giuseppe Trevisani, mentre Luca Trevisani e Michele Melillo lavorarono a coordinare la redazione. L’ultimo numero usci nel dicembre del 1970 e annunciava la sua trasformazione in quotidiano. La pubblicazione della rivista fu sempre autofinanziata, l’accordo con l’editore prevedeva la vendita diretta da parte della redazione di un modesto numero di copie (nessun editore aveva voluto assumerne l’integralità della spesa). Per l’editore Dedalo di Bari l’impresa fu però tutta in positivo potendo costruire su inimmaginabili profitti la sua futura casa editrice, il primo numero infatti fu ristampato diverse volte raggiungendo circa le 80.000 copie di vendita. Le spese tuttavia erano ridotte al minimo: gli articoli non erano retribuiti e il lavoro tecnico è stato sempre coordinato da una sola persona, Ornella Barra; il servizio spedizioni e abbonamenti era assicurato dagli stessi compagni redattori che chiamavamo i mostri della notte. Gli scarsi stipendi che venivano dati erano, e rimasero fino alla fine, uguali per tutti. La stampa del Pci (poi Ds e poi ancora Pd) raggiunse a stento la metà del successo de il manifesto. Il bacino di interesse era fornito dal Pci ed era evidentemente maturo per una discussione libera, alimentata anche dall’infrangersi della compattezza internazionale dei partiti comunisti, il che spiega la difficoltà per il Pci di far fronte alla necessità di separarsi da un’impresa che lo metteva cosi direttamente in causa e che non era facile da liquidare come «anticomunista». Il primo numero si aprì con un editoriale dal titolo «Un lavoro collettivo» e terminò con un altro editoriale dello stesso titolo «Ancora un lavoro collettivo». L’oggetto dei numeri fu soprattutto le lotte operaie e i problemi del movimento comunista internazionale che aveva al centro la contesa fra il Pcus e il Partito comunista cinese, oltre evidentemente i problemi che l’iniziativa del nostro gruppo apriva all’interno del Partito comunista italiano e che sarebbero culminati nel novembre 1969 con la radiazione del gruppo. La stampa italiana ne seguì con attenzione le vicende, soprattutto da parte di alcuni leader del giornalismo di inchiesta (Paolo Murialdi); molto acerba fu invece la stampa del Pci. La scelta della rivista a favore della rivoluzione culturale cinese allontanò dal manifesto la parte socialdemocratica; e così anche l’ispirazione nettamente comunista di sinistra della nostra organizzazione del lavoro interno (uguaglianza degli stipendi e regime assembleare per tutte le decisioni politiche). Allo stesso modo, il manifesto non incontrò il favore degli 81 Partiti comunisti allora esistenti, neppure di quello cubano; rimasero soltanto molto vivi alcuni rapporti personali con singoli personaggi dei partiti francese, tedesco (Spd) e spagnolo. Il tentativo di un rapporto con il Partito comunista cinese non ebbe seguito. La gestione fattane da Enrico Berlinguer dimostrò in ogni modo la differenza fra i comunisti italiani e quelli degli altri paesi. Ne venne anche, come già accennato, la difficoltà per il Pci di procedere alle misure disciplinari del nostro gruppo fondatore: in alcune città essa arrivò a interferire con il Congresso del partito, in particolare a Firenze, Bergamo e Napoli. E in ogni modo la differenza di stile tra il Pci e gli altri partiti comunisti giovò nel breve termine al partito di Enrico Berlinguer. L’elaborazione della rivista affrontò soprattutto i temi della lotta in fabbrica, dovuta anche alla scadenza dei rinnovi contrattuali e ai tentativi di innovazione radicali sul terreno dei contenuti dovuti alla stagione dei «consigli di fabbrica» che ebbero un appoggio più del sindacato che del partito e che rappresentavano una delle conseguenze teoriche più importanti seguite al ’68 italiano. La rivista seguì anche le lotte sulla scuola e quelle sulla casa, oltre alle questioni che dettero più fastidio al Partito comunista dell’Unione sovietica: il problema della primavera cecoslovacca, del grande risveglio sindacale polacco (specie fra i cantieri del Nord, Danzica e Stettino), del quale nulla sembra essere rimasto oggi, e dell’elaborazione cinese prima di Mao Tze Tung e poi della rivoluzione culturale. Ovviamente la rivista il manifesto fu il punto di riferimento per i gruppi dissidenti dell’Est che mantenevano una ispirazione di sinistra e che sarebbero poi convenuti nel Convegno sulle società post rivoluzionarie (Università di Venezia, 1977). Difficile dire se l’elaborazione del manifesto abbia avuto un’influenza sul Partito comunista: è evidente che la crisi successiva del comunismo sarebbe stata probabilmente limitata se il partito avesse accettato di assumerne l’ispirazione. Ma non fu così; il gruppo fu accusato di attività frazionistica, anche se aveva fatto molta attenzione a non offrire questo pretesto ai dirigenti. Enrico Berlinguer avrebbe probabilmente preferito evitare dei provvedimenti disciplinari che però il resto del partito gli impose fin dall’uscita del primo numero; in particolare la pubblicazione del secondo numero (indicato come numero 4) avvenne dopo l’estate e dopo il primo Comitato centrale di condanna ancora interlocutoria (relatori Alessandro Natta e Paolo Bufalini). Da allora in poi i rapporti col Partito precipitarono; fu convocata la quinta commissione del Comitato centrale e decisa la linea repressiva, manifestata poi con la radiazione di Aldo Natoli, Luigi Pintor e Rossana Rossanda sancita dal voto del comitato centrale del 27 novembre 1969. Gli altri membri della redazione de manifesto furono radiati nelle settimane successive. In conclusione, il tentativo del manifesto espresso inizialmente dalla rivista ha rappresentato la principale sperimentazione di un gruppo omogeneo all’interno del movimento comunista internazionale oltre a un tentativo veramente innovatore nella storia delle riviste politiche.

06 – L’ORDINE CAPITALISTA DEL PENSIERO DOMINANTE. AI CONFINI DELLA REALTÀ. È AL TEMIBILE CLIMA CULTURALE ATTUALE CHE SONO DEDICATE ALCUNE DELLE PAGINE MIGLIORI DI «WHITE», IL NUOVO LIBRO DI BRET EASTON ELLIS DI GIULIA D’AGNOLO VALLAL. Kyle Kashuv era uno dei tre studenti della Stoneman Douglas High School (il liceo della Florida, dove nel febbraio 2018, 17 studenti e professori sono stati uccisi da un uomo armato fino al collo), che aveva fatto domanda per entrare ad Harvard ed era stato accettato. È della settimana scorsa la notizia che l’università ha revocato la sua ammissione sulla base di commenti «razzisti» che Kashuv avrebbe fatto in una conversazione privata su Facebook, quando aveva sedici anni. Il ragazzo, oggi diciottenne, si è scusato pubblicamente dei commenti quando sono emersi, un mese fa, e lo ha fatto di nuovo l’altro giorno annunciando su Twitter la decisione della facoltà. «Non intendevo ferire nessuno. E oggi non credo di essere la stessa persona di quando ho fatto quei commenti – specialmente dopo la sparatoria a Parkland e tutto ciò che l’ha seguita». Come altri suo compagni, Kashuv era infatti diventato un riconosciuto attivista per la sicurezza nelle scuole. Solo che, a differenza della maggioranza, il suo messaggio era pro-sicurezza, ma contro il gun control. Via Twitter, Kashuv ha dichiarato che è stata la sua posizione conservatrice a far sì che alcuni ex compagni fornissero all’Università lo scambio su Facebook e che l’Università avrebbe agito per la stessa ragione. Che sia stato per il punto di vista sulle armi, o perché ha detto «negro» in una conversazione privata, la decisione di Harvard illumina molto bene la temperatura culturale del momento, animata da un’intolleranza sempre più accesa che punisce implacabilmente opinioni, commenti maldestri, ipotetici sgarri di etichetta o quelle che sono identificate come «insufficienze» di carattere. Non importa se stai facendo il gradasso con amici a sedici anni. Fino a qualche anno fa tempi sacri del free speech, oggi le maggiori università americane hanno sposato quell’intransigenza. La stessa Harvard, l’anno scorso, non ha rinnovato il contratto di un professore di legge dopo che alcuni studenti si sono lamentati perché era nel pool dei difensori di Harvey Weinstein. È a questo clima culturale temibile che sono dedicate alcune delle pagine migliori di White, il nuovo libro di Bret Easton Ellis, che è anche la sua prima raccolta di saggi. Parzialmente derivato dal suo noto Podcast (su Patreon), il nuovo lavoro dell’autore di American Psycho spazia tra il cinema dell’orrore anni settanta che avrebbe temprato la sua personalità, l’importanza di American Gigolò di Paul Schrader nel suo coming out, il successo giovanile di Meno di zero e la genesi del suo personaggio più famoso, Patrick Bateman. Ma Ellis si serve di queste digressioni autobiografiche per parlare delle differenza tra la cultura e l’espressione artistica negli anni della sua gioventù e quella di oggi. Oggi, garantisce Ellis, American Psycho non troverebbe un altro grosso editore disposto a pubblicarlo dopo che quello originale lo aveva scaricato, perché ne trovava i contenuti offensivi, come era successo con il suo romanzo più famoso. Ellis -nel 2019 un signore di mezza età che vive in relativo comfort a Los Angeles- dedica alcune delle sue frecciate più acute ai Millennials (una generazione caratterizzata, secondo lui, da una sindrome di auto-vittimismo), si prende delle soddisfazioni facili contro il politically correct, smaschera l’angolo di Beverly Hills in cui quasi tutti hanno votato per Trump e celebra Kanye West. Ma il contributo più limpido e raggelante del suo libro è la lucidità con cui identifica la matrice corporate di questo nuovo ordine del pensiero dominante. Non l’espressione libera e creativa di un mondo che aspira ad essere migliore, ma quella opprimente, censoria del capitale

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