8236 Dall'Ecuador al Brasile: Domani le elezioni nel paese-continente

20101002 21:55:00 redazione-IT

[b]di Maurizio Matteuzzi[/b]
Giovedì in Ecuador una rivolta della polizia che assomigliava molto a un golpe, domenica in Brasile si vota per il nuovo presidente della repubblica. Due eventi, che hanno come scenario l’America latina, molto distinti fra loro ma legati da un sottile filo comune. E inquietante.

E per ritrovare l’origine di quel filo bisogna spostarsi un po’ più su e andare a cercarlo in un paese ancor più piccolo e marginale del Centramerica, la regione che dopo essere fuggevolmente emersa dal buio della storia durante la ventina d’anni delle lotte di liberazione e delle guerre civili, una volta finite le guerre – vinte dalla «guerra sporca» di Ronald Reagan – e acquisita la «democrazia», è ripiombata nel silenzio dei precedenti 500 anni di colonizzazione. Il golpe in Honduras con cui la destra civile e militare si sbarazzò del presidente costituzionale Manuel Zelaya, un liberale moderatamente di sinistra la cui colpa principale era quella di essere troppo «amico» del venezuelano Hugo Chávez, fu il primo della nuova stagione.

Quella di Obama alla Casa bianca e del «new beginning» nei rapporti Usa-America latina. Quella del nuovo corso e del «rinascimento» – democratico e anche economico – latino-americano del primo decennio del secolo XXI. Lo si chiami «socialismo» o no.
Quel golpe, dietro cui non c’erano solo i «gorilla» in divisa o in guayabera locali, ma ampi settori del dipartimento di stato Usa, signora Hillary in testa, passò. Passò nonostante l’immediato e urlato rifiuto di tutta la comunità internazionale.
L’Honduras per sua sfortuna non è un paese importante e dovette accettare la legge del più forte. Ma il sasso era stato lanciato. E anche se sono i soliti rompiscatole – Chávez e Morales, il boliviano – a gridare di tanto in tanto al golpe di cui si dicono vittime, quel filo ha ricominciato a tessere. Ora contro un altro rompiscatole, quel Rafael Correa, «cristiano di sinistra», che ha in comune con gli altri rompiscatole ha non solo e non tanto «il socialismo del secolo XXI», quanto la ripresa in mano – pur con tutti gli errori che gli si possano addebitare – del destino del proprio paese. Un peccato capitale che la destra e i media ecuadoriani, come la destra e il business internazionale, non possono perdonare. A nessuno, figurarsi al piccolo e periferico – nonostante il nome e la collocazione geografica – Ecuador.

Bisogna fare molta attenzione. Perché quel filo maligno che tesse può investire anche il grande Brasile, il paese-continente, il paese leader dell’America latina, il "gigante che dorme", anzi dormiva, e che si è improvvisamente risvegliato negli otto anni di Lula presidente. Non un golpe classico, d’antan, come quello dell’Honduras o quelle tentato in Ecuador (o in Venezuela nel 2002).

Ma una tessitura di destabilizzazione più sottile e più insidiosa. Anche nel grande Brasile divenuto con Lula una «global power» a livello sia politico sia economico, i grandi media e i poteri forti – nonostante il colossale e fruttivero giro d’affari e di profitti assicurato dal governo – sono in guerra permanente e senza tregua contro un presidente «di sinistra» e contro il suo candidato a succedergli. Per di più una donna.

http://www.ilmanifesto.it/archivi/commento/anno/2010/mese/10/articolo/3453/

 
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EmiNews 2009

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