7535 Brasile futura potenza petrolifera

20091016 08:43:00 redazione-IT

Il presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva ha presentato al Congresso quattro progetti di legge volti a regolamentare lo sfruttamento e l’estrazione di petrolio e gas naturale dalla cosiddetta fascia pré-sal, situata a una profondità di circa settemila metri al di sotto dei fondali oceanici.

[i]di Francesco Giappichini[/i]

Si stima che le risorse di questa regione – estesa 149mila chilometri quadrati, lungo gli 800 chilometri di costa che vanno dallo Stato di Espírito Santo a quello di Santa Catarina – possano raggiungere i 100 miliardi di barili, e così trasformare il Paese non solo in un grande esportatore del combustibile, ma addirittura nella quinta potenza petrolifera mondiale.

Sin dalla scoperta dei primi megagiacimenti dell’area, il Governo si è posto il problema di riformare la disciplina che regola la materia, anche se l’enorme profondità delle risorse rende difficili e soprattutto costose le operazioni di estrazione, che l’Esecutivo stesso stima superiori ai duecento miliardi di dollari.

Le suddette proposte di legge sono all’insegna di una forte presenza dello Stato federale – da qui le accuse di statalismo e nazionalismo da parte dell’opposizione e non solo – e c’è da credere che saranno osteggiati non poco, sia in Parlamento, come peraltro sta già avvenendo, sia da parte degli stati federati costieri ove si trovano i giacimenti, ansiosi di monetizzare anch’essi queste scoperte.

La nuova disciplina

La futura normativa, che varrà solo per la parte dell’area pre-sale non ancora messa all’asta, e corrispondente a oltre il 70 per cento della stessa, altera innanzitutto il modello di ripartizione della produzione: s’istituisce il cosiddetto regime di compartecipazione, al posto del sistema di concessione tuttora vigente. (La disciplina sarà tuttavia applicabile anche a quelle aree che saranno dichiarate strategiche dal Consiglio nazionale di politica energetica, ndr).

Questa scelta strategica implica che gli idrocarburi estratti dalle riserve scoperte sotto lo strato pre-sale siano divisi, secondo percentuali stabilite contrattualmente, tra l’impresa responsabile di ricerca ed esplorazione, e il Governo stesso, il quale potrà affidare queste attività direttamente a Petrobras, oppure istituire una vera e propria gara d’appalto, e coinvolgere così anche altre società. Tuttavia nei consorzi privati eventualmente istituiti, la compagnia petrolifera statale avrà sempre diritto ad almeno il 30 per cento di partecipazione.

Il ruolo privilegiato di Petrobras, per la quale s’istituisce un meccanismo di ricapitalizzazione, e sopra tutto l’abbandono del tradizionale regime di concessione, hanno scatenato le critiche di molti osservatori, pronti a far notare che è stata scelta la via battuta da Iran e Libia, anziché quella seguita dalla Norvegia, dal Canada, e da altre democrazie consolidate dove il Governo, in cambio di royalty sul petrolio estratto, cede alle imprese petrolifere il diritto di sfruttamento. Inoltre, non solo il rischio delle attività di ricerca sarà tutto a carico dell’azienda contrattata, ma s’istituisce al contempo una nuova agenzia statale, la Petrosal (Empresa brasileira de administração de petróleo e gás natural), che rappresenterà il governo nei consorzi privati, vigilerà sulla corretta distribuzione degli utili, e soprattutto disporrà del diritto di veto.

Uno dei disegni di legge presentati da Lula crea quindi il Fondo sociale, ove il Governo depositerà le risorse ottenute dalle attività estrattive, al fine di finanziarie i vari programmi statali: non solo in campo sociale, ma anche scientifico, educativo, culturale e ambientale.

Scopo della riforma, come recita il comunicato del ministero della Casa civile, è quello di «assicurare alla Nazione la maggior parte del petrolio e del gas naturale», e risponde in pieno al desiderio del presidente-operaio di rafforzare la partecipazione dello Stato nello sfruttamento delle risorse energetiche nazionali.

Non appena presentati, questi disegni di legge d’iniziativa governativa sono stati oggetto di centinaia di emendamenti, tanto da far seriamente pensare che il prefigurato sistema normativo finisca per uscire snaturato dopo i lunghi passaggi parlamentari, che non riesca cioè a mantenersi indenne rispetto agli appetiti più vari.

Gli Stati federati interessati – segnatamente quelli di Rio de janeiro, San Paolo ed Espírito Santo – hanno vinto il primo round: l’amministrazione Lula ha infatti rinunciato ad abrogare, in sede d’iniziativa legislativa, quella parte della Legge del petrolio del 1997 che riserva loro lucrose royalty. Non è però escluso che durante l’iter parlamentare Lula faccia valere le ragioni dello Stato centrale, con buona pace delle rivendicazioni dei governatori.

In ogni caso, a preoccupare il presidente e il suo entourage, non è tanto la quantità degli emendamenti quanto sopra tutto il ritmo d’approvazione della riforma, che certamente non entrerà in vigore prima del prossimo anno.

La stessa dirigenza di Petrobras, che a leggere il progetto di riforma appare senz’altro come la grande vincitrice, ha manifestato il proprio disaccordo su alcuni aspetti della normativa, che non è escluso vengano sottoposti ad un profondo lifting parlamentare, (in particolare, né Petrobras né altre compagnie private sono entusiaste degli incisivi poteri assegnati alla citata Petrosal, ndr).

Gli enigmi

Gli analisti ne sono certi: se le previsioni del governo sono corrette, entro il 2020 il Brasile si trasformerà in un grande produttore ed esportatore di petrolio. Non mancano le valutazioni più pessimistiche, secondo le quali è azzardato e prematuro parlare già da adesso di barili di greggio pronti per la raffinazione e la commercializzazione, comunque a prevalere sono gli studi che confermano le ottimistiche proiezioni governative.

La società civile si chiede tuttavia se tutto questo rafforzerà la posizione geopolitica del Paese, ne aumenterà il peso nello scenario mondiale, e soprattutto se sarà capace di migliorare il tenore di vita dei brasiliani. Secondo gli osservatori più attenti, i benefici economici per i cittadini non saranno tanto la conseguenza del funzionamento più o meno fluido del citato Fondo sociale, ma saranno frutto della crescita esponenziale del fabbisogno petrolifero mondiale. Infatti, nonostante l’importanza che vanno via via acquisendo le fonti energetiche rinnovabili, è certo che il mondo avrà bisogno dell’oro nero brasiliano.

Secondo stime del Governo statunitense, entro il 2030 la domanda della materia prima crescerà del quarantacinque per cento, mentre tra i giacimenti di petrolio scoperti di recente, sono quelli brasiliani ad avere le dimensioni maggiori. E’ inevitabile quindi che le imprese petrolifere nazionali e straniere finiscano per accettare senza indugi le pur dure condizioni imposte da Brasília, contribuendo così a finanziare lautamente, oltre che le proprie, anche le casse pubbliche.

Senza considerare che le stesse attività di esplorazione e ricerca daranno un decisivo impulso all’economia, favorendo l’indotto, e creando molti nuovi posti di lavoro.

Altri dubbi riguardano i tempi in cui appariranno i primi risultati economici concreti. Se gli addetti ai lavori più ottimisti parlano di sette anni, altri sono convinti che sarà necessario attendere oltre un decennio: dal fronte pessimista – cui appartiene Adriano Pires, direttore del Centro brasiliano d’infrastruttura (Cbie) – si fa notare che anche quando cominceranno ad arrivare i dollari delle esportazioni si dovrà comunque attendere che il Fondo sociale abbia raggiunto un certo capitale minimo d’investimento.

Alcuni economisti lanciano poi l’allarme per la cosiddetta «maledizione delle risorse»: quando l’economia di una nazione comincia a gravitare intorno ad una o poche materie prime abbondanti, il flusso dei petrodollari sopravvaluta la moneta nazionale, rende difficoltose le esportazioni dei prodotti non petroliferi, e quindi deprime lo sviluppo del sistema industriale e della ricerca.

Il direttore del Centro brasiliano d’infrastruttura, Adriano Pires
Altri osservatori, evidentemente d’impostazione politica liberista, vedono invece con sospetto questo rafforzamento del ruolo dello stato nell’economia, e sostengono che anche col nuovo modello di contrattazione si doveva evitare l’istituzione di una nuova impresa statale, ossia Petrosal.

Lula ha spesso criticato l’indebolimento di Petrobras negli anni novanta (nel 1997 la compagnia perse il monopolio, e il settore energetico poté attrarre nuovi investitori nazionali e stranieri, che hanno operato e operano in modo complementare rispetto all’azienda statale, ndr), manifestando sempre la convinzione che la popolazione sarà beneficiata dalle risorse petrolifere solo se il loro sfruttamento resterà ben saldo nelle mani del governo.

Sono in molti però a dubitare che l’oggettivo rafforzamento del colosso degli idrocarburi produca anche un miglioramento della sua produttività: si fa notare che non soltanto la sua efficienza poté raggiungere livelli d’eccellenza solo in seguito alla fine del monopolio, ma si rileva anche che proprio in regime di concorrenza, Petrobras è giunta a rispondere addirittura del tre per cento del prodotto interno lordo nazionale.

Inevitabilmente anche il mondo dei mercati s’interroga sulle conseguenze del futuro ruolo del Paese come potenza petrolifera. E se Credit Suisse ha definito Petrobras «una delle più promettenti compagnie petrolifere del mondo», alcuni analisti di borsa si dicono certi che la prevista crescita della partecipazione del Tesoro nel suo capitale (per adesso al 32 per cento) potrebbe danneggiare i piccoli azionisti.

http://musibrasil.net/articolo.php?id=2753

 
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EmiNews 2009

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