7534 BRASILE: Sul dopo Lula giochi ancora aperti

20091017 11:39:00 redazione-IT

Ad un anno dalle elezioni presidenziali brasiliane la sfida per sostituire Luiz Inácio Lula da Silva alla guida del Paese è apertissima e nessun candidato pare sinora avere la forza per staccare i propri avversari.

[i]di Francesco Giappichini[/i]

I sondaggi mostrano un’ampia rosa di candidati competitivi, tutti potenzialmente capaci di raccogliere un forte consenso elettorale, e indicano che i cittadini sono alla ricerca di nomi nuovi, e di uno scenario alternativo rispetto allo scontro tra titani che dal 1994 in poi ha caratterizzato tutte le sfide presidenziali: da un lato il rappresentante del Partido dos trabalhadores (Pt), e dall’altro quello del Partido da social democracia brasileira (Psdb).

Da una parte la prima forza politica brasiliana che ha posto in primo piano il riscatto del diritto e dell’idea stessa di cittadinanza creando al contempo un vero e proprio sistema di potere. Dall’altra il comitato elettorale delle elite economiche al potere da secoli, capace però di rappresentare anche gli interessi della media e piccola borghesia, specie nelle regioni più ricche del Paese, e di attrarre tutti coloro che non hanno «il cuore a sinistra».

Non si ha invero l’impressione che si vada alla ricerca di nomi estranei alla classe politica, né che vi sia l’ansia del cosiddetto «ricambio generazionale», ma la rimonta del socialista Ciro Gomes e della verde Marina Silva su José Serra e Dilma Rousseff, nonché la buona performance di Heloísa Helena che rappresenta la sinistra radicale, dimostrano che gli elettori sono attenti anche a proposte meno ortodosse o comunque estranee al bipartitismo consolidatosi negli ultimi anni.

Secondo il sondaggio più recente, il socialdemocratico Serra raggiunge il 34 per cento dei voti validi, distanziando di venti punti Gomes e la petista Rousseff, fermi al 14. A seguire la Helena e la senatrice Silva, cui va rispettivamente l’otto e il sei per cento delle intenzioni di voto. L’istituto di ricerca non ha simulato il secondo turno, ma è evidente che questo scenario profila un ballottaggio molto incerto, giacché tutti gli avversari del governatore di San Paolo – il più importante esponente dell’opposizione moderata – sono collocabili alla sua sinistra, e dovrebbero creare un fronte comune contro di lui.

La società di sondaggi ha elaborato altre due proiezioni: una esclude dalla corsa presidenziale la rappresentante dello Psol (Partido socialismo e libertade), e l’altra colloca al posto di Serra, e qual rappresentante del fronte moderato, il governatore socialdemocratico del Minas Gerais, Aécio Neves. In entrambi i casi il deputato del Partido socialista brasileiro (Psb) prevale sensibilmente sul ministro della Casa civil su cui, com’è noto, punta con decisione il capo dello stato: ad oggi Gomes appare, con buona pace dei lulisti d’ogni latitudine, e nonostante l’appoggio di Lula alla Rousseff, il candidato più attrezzato per contrastare gli esponenti politici del fronte moderato.

I risultati hanno scosso sia la coalizione di governo che l’opposizione, e se negli ambienti conservatori c’è maretta per la flessione di Serra, che ha immediatamente chiamato a raccolta il proprio quartier generale, tra i dirigenti del Pt il nervosismo è ancora maggiore, come dimostra la velata minaccia dell’ex ministro José Dirceu: «Se il Psb insiste nella tesi di due candidature, entrambe sostenute dal Governo, noi faremo lo stesso negli Stati ove il Psb ha nomi già consolidati. Ciro non è d’accordo su una strategia unitaria», ha proseguito l’esponente petista, che ha mantenuto il suo ruolo di eminenza grigia del partito anche dopo la destituzione dal Congresso, «e vorrebbe essere presidente della Repubblica con l’assenso di Lula. Ma né il Pt né Lula rinunceranno a un ruolo egemonico nel processo elettorale».

Nei piani alti del Pt è molto forte la delusione per il mancato decollo della candidatura Rousseff, e le maggiori responsabilità di quello che al momento si preannuncia come un insuccesso vengono imputate alla scesa in campo di Gomes: nei prossimi mesi si cercherà quindi di invertire la rotta attraverso duri attacchi all’ex governatore del Ceará, volti a mettere in luce le incongruenze della sua linea politica ed economica e a indebolire la sua immagine pubblica.

Questi invece, nonostante il carattere notoriamente impulsivo, cerca di evitare ogni tipo di rottura con Lula, i vertici del Pt e la stessa Rousseff, consapevole che l’eventuale imprimatur del governo alla sua candidatura rappresenterebbe un vero e proprio asso nella manica. «Non mi aspetto certo che Lula o il Pt rinuncino a lanciare Dilma», ha di recente dichiarato, «tuttavia spero che con la mia candidatura consolidata il presidente dica che, oltre a Dilma, anche io rappresento un nome capace di portare avanti le riforme che il Paese sta cercando di applicare».

Naturalmente gli altri partiti dell’alleanza di Governo stanno alla finestra: il leader del Partito comunista do Brasil (Pcdob), Aldo Rebelo, ha annunciato ai vertici del Psb il sicuro appoggio all’irruento parlamentare nordestino qualora, entro le prime settimane del 2010, la candidatura della lady di ferro mineira non sia riuscita a decollare. Anche altre piccole formazioni che sostengono l’Esecutivo, magari per bocca di esponenti di secondo piano, hanno espresso la preferenza per una personalità che, almeno a loro parere, dovrebbe garantire maggiori margini di manovra ai partiti minori.

Si profila quindi, anziché un referendum sull’operato del presidente Lula e della sua amministrazione come sembrava scontato solo pochi mesi fa, uno scontro tra cinque candidati molto competitivi: se infatti Serra e Rousseff hanno maggiori risorse economiche, gli altri agguerriti sfidanti hanno dimostrato grande vitalità, e sono riusciti a recuperare terreno in una fase che avrebbe dovuto favorire gli esponenti delle due maggiori forze politiche.

L’ex guerrigliera non è riuscita a beneficiare né dei dati che hanno sancito l’uscita del Brasile dalla recessione né degli entusiastici annunci riguardanti lo sfruttamento dei megagiacimenti petroliferi, né della nuova impennata dell’indice di approvazione di Lula, che ha raggiunto l’ottantuno per cento. E’ apparsa così, ancora una volta e suo malgrado, insensibile rispetto al fenomeno del «trasferimento di voti» dal presidente uscente, e l’imbarazzante situazione, a detta di molti analisti politici, rappresenta la più grave sconfitta per il presidente in carica.

Ma la delusione è stata forte anche sul fronte socialdemocratico, poiché il calo di quattro punti percentuali sofferto da Serra ha coinciso non solo con l’aumento delle spese di propaganda da parte del governo paolista, ma anche con l’intensificarsi degli impegni dell’esponente moderato al di fuori del proprio stato.

Se il Pt cerca di resistere strenuamente alla proposta della doppia candidatura presidenziale, avanzata da Gomes, nel campo opposto si considera proprio questo lo scenario più probabile: «Credo che ci sia sempre stata, da parte del Governo, la ricerca di polarizzazione in queste elezioni», ha dichiarato il mineiro Neves, «ma ora penso che più passa il tempo e più sarà improbabile che sul fronte governativo venga presentata una unica candidatura». Il Pt e l’esecutivo, ha ripetuto di nuovo Dirceu sul proprio blog, «non possono accettare la divisione della base di Governo», e tuttavia, col trascorrere dei mesi, questa intransigente posizione appare sempre meno sostenibile.

Se andiamo ad analizzare la situazione e le strategie dei singoli candidati notiamo che il governatore di San Paolo – che dovrà comunque superare la concorrenza interna di Neves – è l’unico con la certezza di approdare al secondo turno: è prevedibile che cercherà di mettere a frutto l’indubbio vantaggio, e che resterà nelle retrovie al fine di evitare un prematuro logoramento della propria immagine. «La campagna elettorale», ha di recente dichiarato, «è stata purtroppo molto anticipata. Ma io non la anticiperò».

Gomes punterà invece sulla sua capacità d’attrazione delle piccole formazioni che oggi sostengono il governo Lula, e pare che i primi risultati concreti stiano arrivando: anche una forza politica importante come il Partido democrático trabalhista (Pdt) avrebbe offerto – a condizione di poter nominare per la corsa alla vicepresidenza il ministro del Lavoro Carlos Lupi – il proprio non trascurabile appoggio formale. Ma soprattutto questi spera che Lula, prendendo atto della sua forza elettorale, possa elevarlo al rango di candidato governativo: a suo parere, ciò rappresenterebbe la decisiva carta vincente per il sogno presidenziale. Il presidente gli avrebbe assicurato – l’ha riferito egli stesso alla stampa – di valutare, entro febbraio, questa possibilità della doppia candidatura governativa.

La Rousseff, che starebbe vincendo la dura battaglia contro il linfoma maligno che la affligge da mesi, scommette su una salda alleanza col Partido do movimento democrático brasileiro (Pmdb). La potente formazione centrista, un’efficiente macchina elettorale e al tempo stesso clientelare, è però divisa al proprio interno: l’ala destra, seppur minoritaria, guarda al fronte moderato, e ha sinora impedito che la dirigenza sancisse – naturalmente in cambio della candidatura alla vicepresidenza – l’appoggio ufficiale alla petista.

E’ molto probabile che nei prossimi mesi l’accordo possa concretizzarsi, tuttavia queste schermaglie non fanno che aggravare le difficoltà dell’entourage lulista, nient’affatto disposto a mollare il Planalto. Il Partido verde (Pv) e l’ex ministro Silva sono invece impegnati nell’attribuire alla propria candidatura una immagine ecumenica, e così per il ruolo di vicepresidente si sta sondando il mondo delle imprese: la proposta – è il loro non facile obiettivo – non dovrà essere indirizzata solo ai delusi dal Pt, né mirata esclusivamente ad erodere consensi alla Rousseff, ma dovrà rispondere al «desiderio di tanti di promuovere cambiamenti in questo Paese».

http://musibrasil.net/articolo.php?id=2765

 
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EmiNews 2009

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