n°06 – 10 febbraio 2024 – RASSEGNA DI NEWS NAZIONALI E INTERNAZIONALI NEWS DAI PARLAMENTARI ELETTI ALL’ESTERO.

01 – La Marca (PD) – Depositato emendamento per gli italiani all’estero che intendano avviare uno start-up innovativa in Italia.
02 – Silvia Ballestra*: La lingua cancellina del Tg1. GUERRA E MEDIA. Funziona così: le frasi, quando sono in forma passiva, risultano senza complemento d’agente. I palestinesi vengono bombardati, sì, ma non si dice da chi.
03 – Licenza israeliana sul gas di Gaza: «Il governo Eni-Meloni spieghi». INTERROGAZIONE PARLAMENTARE DEL VERDE BONELLI. La convenzione firmata il 29 ottobre nel pieno dell’offensiva una «pessima pagina»04 – Alfiero Grandi*: Premierato: la destra sequestra il dibattito e trasforma la Repubblica in “capocrazia”
05 – Francesca Lazzarato*: Adelaida, straniera ovunque. LETTERATURA LATINOAMERICANA. Una biografia da emigrante e poi un rientro, come esule in Italia: nella sua vita, lo scrittore Adrián Bravi coglie i riverberi della tragica storia del Ventesimo secolo argentino. Adelaida, straniera ovunque
06 – Claudia Fanti*: La legge Omnibus si è inceppata, Milei furioso: «Bestie». ARGENTINA. Il provvedimento a cui il presidente tiene di più torna in commissione. E lui attacca governatori e deputati della cosiddetta opposizione dialogante
07 – Emiliano Brancaccio*: Il “piano segreto” di Israele per il dopoguerra. (ndr: e l’occidente tutti zitti l’olocausto continua)

 

 

01 – La Marca (PD) – DEPOSITATO EMENDAMENTO PER GLI ITALIANI ALL’ESTERO CHE INTENDANO AVVIARE UNA START-UP INNOVATIVA IN ITALIA.
Roma, 08.02.2024 – In questi giorni, la Sen. La Marca ha depositato un emendamento al Disegno di Legge recante “Disposizioni per la promozione e lo sviluppo delle start-up e delle piccole e medie imprese innovative mediante agevolazioni fiscali e incentivi agli investimenti” che approderà in Aula nelle prossime settimane. Tale emendamento ha l’obiettivo di istituire un Fondo per la creazione in Italia di start-up innovative da parte di cittadini italiani residenti all’estero e dei loro discendenti. Tale emendamento permetterebbe di includere nelle agevolazioni previste dal Disegno di Legge anche ragazzi italiani che risiedono all’estero ma che intendano avviare una start-up innovativa sul territorio italiano, prevedendo la concessione a fondo perduto di un importo fino ad un massimo di 250.000 euro.
“Ho voluto presentare questo emendamento al DDL per la promozione e lo sviluppo di start-up innovative – ha dichiarato la Senatrice La Marca – perché ritengo che possa essere doppiamente utile, utile ai tanti ragazzi, oriundi italiani nel mondo, a permettere loro di conoscere meglio il Paese d’origine per cui nutrono un grande affetto e dall’altro lato, contribuire, con le loro competenze e creatività maturate all’estero, allo sviluppo economico dell’Italia”.
“Voglio sperare – conclude La Marca – che questa maggioranza riconosca il valore della misura proposta e che voglia approvare l’emendamento nel momento in cui si presenterà in Aula, più per il bene e lo sviluppo economico dell’Italia stessa che degli italiani nel mondo”.

Emendamento
Art. 2
LA MARCA
Art. 2-bis.
” (Fondo per la creazione in Italia di start-up innovative da parte di cittadini non residenti
discendenti in linea retta di cittadini italiani emigrati all’estero)
1. Al fine di promuovere la creazione nel territorio dello Stato italiano di imprese start-up innovative da parte di cittadini stranieri discendenti di cittadini italiani emigrati all’estero, nello stato di previsione del Ministero delle imprese e del made in Italy è istituito un apposito Fondo, con ima dotazione di 10 milioni di euro per ciascuno degli anni dal 2025 al 2027.
2. Le risorse del Fondo di cui al comma 1, nel rispetto della normativa dell’Unione europea sugli aiuti di Stato volti a promuovere gli investimenti in capitale di rischio nelle piccole e medie imprese PNG . è destinata alla concessione di finanziamenti a fondo perduto per progetti di investimento effettuati da cittadini non residenti discendenti in linea retta di cittadini italiani emigrati all’estero che intendono costituire una start-up innovativa nel territorio dello Stato italiano, per un ammontare non superiore a 250.000 euro per ogni progetto.
3. Con decreto del Ministro delle imprese e del made in Italy da adottare, di concerto con il Ministro dell’economia e delle finanze, entro sessanta giorni dalla data di entrata in vigore della presente legge, sono stabiliti i criteri e le modalità di accesso al finanziamento del Fondo di cui al comma 1. di selezione dei progetti, di concessione dei contributi, di monitoraggio e di revoca degli investimenti, nonché la durata minima degli stessi.
*(Sen. Francesca La Marca – 3ª Commissione – Affari Esteri e Difesa – Electoral College – North and Central America)

 

02 – Silvia Ballestra*: LA LINGUA CANCELLINA DEL TG1. GUERRA E MEDIA. FUNZIONA COSÌ: LE FRASI, QUANDO SONO IN FORMA PASSIVA, RISULTANO SENZA COMPLEMENTO D’AGENTE. I PALESTINESI VENGONO BOMBARDATI, SÌ, MA NON SI DICE DA CHI.

È una questione di qualità. Una sfumatura, un’omissione, giorno dopo giorno, a piccole dosi. Ricorda un po’ le truffe: se ti portano via tutto assieme te ne accorgi subito, se ti sottraggono un pezzettino alla volta ci metti un po’ di più.
E allora, ogni giorno da mesi, soprattutto all’ora di pranzo, ci tocca papparci questi telegiornali del primo canale della tv pubblica, in cui il linguaggio si torce impercettibilmente e bisogna avere l’orecchio un po’ fine per accorgersene, una particolare sensibilità per le parole, per la costruzione della frase.
Al momento di parlare di ciò che accade a Gaza, si produce uno strano fenomeno: la lingua del Tg1 diventa piccolina, poverina, come fosse una lingua nascondina, cancellina, dimentichina, sbianchettina dei nomi e dei numeri.
Funziona così: le frasi, quando sono in forma passiva, risultano senza complemento d’agente. I palestinesi vengono bombardati, sì, ma non si dice da chi. E muoiono, questo sì, ma risultano appunto morti, mai «uccisi», perché se si muore ammazzati vuol dire che c’è qualcuno che ammazza, mentre lì, secondo questi servizi, visto che non si dice bene per mano di chi, si muore così, un po’ all’improvviso, nel nulla, tra bombe che cadono da sole.
In effetti attorno c’è il nulla: macerie, edifici rasi al suolo (case, ospedali, scuole, musei, università), strade cancellate, spianate di nulla desertificato dall’esodo forzato. Ma chi sarà stato mai a ridurle così? Non si sa, non si dice. O meglio, certo è stata la guerra, ma così, astratta. Ci sarà un esercito, tra quella polvere, tra quegli scoppi densi di fumo, ma non si sente, non si nomina.
I nomi dei palestinesi uccisi, sequestrati, arrestati, qualcuno li pronuncia, li scrive, li legge, li comunica? Non al Tg1. E non solo le parole, anche le cifre per mesi sono state taciute. Guai a riferire i numeri, mostruosi, delle vittime civili perché, ti dicono altrove, vai a sapere chi li fornisce. Non importa se sono le agenzie internazionali sul posto, le organizzazioni per i diritti umani, i soccorritori a fornirli ufficialmente: no no, quelli sono «i numeri di Hamas», sostengono, quindi non si possono dire.
E la parola genocidio, nonostante l’assedio, i proclami a togliere cibo, acqua, medicine, carburante, gli appelli contro «gli animali umani», è rimasta impronunciabile, tabù, rimossa per mesi e c’è voluta l’Aja con il «rischio genocidio» per riuscire a sentirla pronunciare.
Che strano, allora, potendo informarsi in rete e su piattaforme, vedere che all’estero non funziona così. Come stona questa lingua del Tg pubblico italiano, se sentita dopo la Bbc! È la lingua di un paese distratto e analfabeta, che assieme alle notizie ha perso i nomi, le parole, le cifre, i concetti. E ci vorrebbe davvero un bravo filologo, con carta e penna, a certificare quanto ci sono e quanto ci fanno i giornalisti del nostro principale telegiornale il cui canone, come si sa, lo paga anche chi analfabeta e distratto non è. Anzi, magari conosce pure qualche altra lingua per fare confronti impietosi.
*(Fonte Il Manifesto. Silvia Ballestra giornalista, è una scrittrice e traduttrice italiana.)

 

03 – Licenza israeliana sul gas di Gaza: «Il governo Eni-Meloni spieghi». INTERROGAZIONE PARLAMENTARE DEL VERDE BONELLI. LA CONVENZIONE FIRMATA IL 29 OTTOBRE NEL PIENO DELL’OFFENSIVA UNA «PESSIMA PAGINA»

LICENZA ISRAELIANA SUL GAS DI GAZA: «IL GOVERNO ENI-MELONI SPIEGHI»
Sull’intesa siglata in piena offensiva israeliana tra Eni e governo israeliano per estrarre gas nelle acque di fronte alla Striscia di Gaza, il leader dei Verdi Angelo Bonelli ha presentato un’interrogazione parlamentare e chiesto un’urgente audizione del governo e di Eni S.p.A., affinché «spieghino come sia possibile aver firmato contratti che prendono risorse appartenenti al popolo palestinese».
Alla premier Giorgia Meloni, al «governo Eni-Meloni», viene chiesto conto in particolare di «una scelta che «non può – secondo il co-portavoce di Europa Verde e deputato di Avs – che riempirci di vergogna». L’interrogazione allega l’appello-denuncia dei gruppi palestinesi per i diritti umani Adalah, Al Mezan, Al-Haq e PCHR, che hanno dato mandato allo studio legale Foley Hoag LLP di Boston di comunicare a Eni e alle altre società coinvolte una diffida dall’intraprendere attività in queste acque. Evocando il rischio di complicità in crimini di guerra.
La firma della convenzione con cui Eni e altre società internazionali e israeliane hanno ottenuto la licenza a operare all’interno della zona marittima G, al 62% palestinese, è stata annunciata dal Ministero dell’Energia israeliano lo scorso 29 ottobre. Quella del governo secondo Bonelli è una «nuova pessima e inaccettabile pagina dell’operato predatorio nello sfruttamento di risorse naturali in termini di approvvigionamento energetico e non curante delle norme del diritto internazionale».
*(Fonte. Internazionale. On. Bonelli deputato Verdi)

 

04 – Alfiero Grandi*: PREMIERATO: LA DESTRA SEQUESTRA IL DIBATTITO E TRASFORMA LA REPUBBLICA IN “CAPOCRAZIA”.
LE DESTRE PASTICCIANO E RACCONTANO BALLE, MA STANNO PREPARANDO UN PIATTO AVVELENATO LA CUI PRIMA VITTIMA SAREBBE LA DEMOCRAZIA DELLA COSTITUZIONE DEL 1948.
Il progetto di legge che punta all’elezione diretta del Presidente del Consiglio è del governo: questo va ricordato a quanti parlano di questa proposta come se si fosse frutto di una procedura normale, ma non è così. Certo, non è il primo governo che pretende di cambiare la Costituzione a suo piacimento (anche il governo Renzi ci ha provato, ma non ce l’ha fatta).

UNA PROPOSTA DEL GOVERNO
In passato, quando si è cercato di cambiare la Costituzione, le iniziative sono state prese per lo più una sede parlamentare, quindi con il coinvolgimento di tutti i partiti presenti sia alla Camera che al Senato. Per questo sono nate le commissioni ad hoc come la “bicamerale”. Una commissione parlamentare è ben diversa da una proposta del solo Governo perché presuppone un confronto tra maggioranza e opposizione.
Mentre il governo rappresenta solo la maggioranza e, come sta avvenendo in questi giorni, sequestra la discussione su punti importanti, modificando continuamente il testo su come e quando si scioglie il Parlamento di fronte alla caduta del Presidente del Consiglio.
C’è un’altra anomalia di rilievo nella procedura scelta dal governo Meloni, che all’inizio aveva detto che la sua proposta avrebbe attuato il programma elettorale che ha ottenuto –e non è così – il mandato dagli elettori. Non è vero perché nel programma delle destre c’è l’elezione diretta del Presidente della Repubblica, mentre ora si propone di eleggere direttamente il primo ministro.
Soprattutto, non è vero che la maggioranza dei cittadini abbia affidato questo compito al governo, perché nel 2022 ha votato il 63% degli aventi diritto e la destra ha preso il 44% dei voti di questi, cioè il 28% del corpo elettorale. Quindi la maggioranza dei cittadini non ha dato alle destre alcun mandato a modificare la Costituzione del 1948.
Altro discorso è la maggioranza ottenuta in Parlamento grazie ad una legge elettorale incostituzionale e che ha regalato alle destre un premio di maggioranza del 15%, gonfiando i propri gruppi parlamentari per portarli al 59%. Le opposizioni attuali hanno certamente sbagliato a non modificare il Rosatellum quando potevano avrebbero potuto farlo, ma questo non può essere un alibi per le balle della maggioranza.

LE TRAPPOLE DEL PREMIERATO
Va sottolineato che il governo ha presentato una proposta di modifica della Costituzione che nasconde la realtà delle proposte e tenta di oscurarne la portata. Primo esempio: il meccanismo elettorale proposto dal governo, anche tolta l’esplicitazione della soglia minima del 55% alla lista vincente, porterebbe ad un legame inscindibile dei parlamentari con il capo del governo e ciò sarebbe in contrasto con l’articolo 67 della Costituzione, che prevede invece che il parlamentare debba agire senza vincoli di mandato. Mentre il ddl del governo propone un ruolo del Parlamento subalterno/fedele al governo e in particolare al Presidente del Consiglio eletto direttamente, sotto la minaccia di elezioni anticipate, con un evidente ricatto che finisce, nei fatti, per introdurre un vincolo di voto che l’articolo 67 invece esclude.
Il governo si è ben guardato dal proporre una modifica esplicita dell’articolo 67, ma vuole comunque introdurre nel ddl una norma ad esso opposta, creando un’evidente contraddizione tra due articoli della Costituzione. Non è l’unico caso di modifiche introdotte fingendo che non sia già previsto il contrario. La proposta del governo, infatti, riduce drasticamente i poteri del Presidente della Repubblica a favore del capo del governo. Stessa situazione verrebbe a crearsi per il Parlamento che diventerebbe, come detto, di fatto subalterno al governo e in particolare al premier.
Ma perché il governo cerca di nascondere le conseguenze delle sue proposte? Per diverse ragioni, le più importanti sono: la preoccupazione di non spaventare l’opinione pubblica con troppe modifiche, anche rischiando di scrivere in Costituzione previsioni contraddittorie; evitare di scatenare reazioni come quelle che potrebbero verificarsi se diventasse esplicito il disegno di ridimensionamento del ruolo del Presidente della Repubblica (si dice che la sostanza non cambierebbe, ma è una balla); l’obbligo di prevedere un riequilibrio di poteri nei casi in cui ne vengano concentrati troppi sulla figura del Presidente del Consiglio (il noto meccanismo del check and balance), che nella nostra Costituzione attuale esiste e si basa sulla classica divisione dei poteri con al centro il ruolo del Parlamento, che non a caso nel 1948, dopo lo scioglimento forzato da parte del fascismo, è stato messo a fondamento della nostra Repubblica.

LA “CAPOCRAZIA” MELONIANA
Perché Meloni insiste sull’elezione diretta del Presidente del Consiglio? Perché sente il bisogno di una legittimazione, che la Costituzione democratica e antifascista non le assicura in quanto essa rappresenta un forte antidoto a pulsioni autoritarie e inopportune nostalgie. Per questo ci si è inventati la formula della Terza Repubblica (eco della Quinta Repubblica francese di De Gaulle) e della scelta diretta dei cittadini di chi deve governare, suggestione che è sempre stata forte a destra. L’insistenza sull’elezione diretta del Presidente del Consiglio, una sorta di “capocrazia”, dovrebbe appagare tutto e tutti, poi se ne riparlerebbe dopo 5 anni. Naturalmente i parlamentari dovrebbero continuare ad essere nominati dall’alto, cooptati per fedeltà, perché il loro compito è di garantire il governo del capo.
La controproposta a questo disegno, però, sarebbe semplice semplice: anziché limitarsi ad eleggere il capo del governo, non sarebbe molto meglio eleggere direttamente tutti i 600 parlamentari cambiando una legge elettorale demenziale che ha rotto il legame tra rappresentanti e rappresentati? D’altronde, con una legge proporzionale e l’elezione diretta dei parlamentari da parte dei cittadini cambierebbe la vita parlamentare stessa. Del resto, negli stati presidenzialisti come gli Usa, che eleggono direttamente il Presidente della Repubblica, il parlamento è eletto del tutto autonomo e senza vincoli nei confronti del Presidente. Vige, in quei sistemi, una forma di divisione dei poteri e di controllo reciproco.
È paradossale che Meloni chieda ai cittadini di eleggere direttamente il capo del governo visto, che è Presidente di FdI, dei Conservatori e Riformisti Europei e del governo italiano e che per di più si regge su una maggioranza falsata, che viene usata per fare passare le proposte come un rullo compressore, comprese l’Autonomia regionale e le modifiche della Costituzione.
In realtà, la proposta del governo cerca di garantire la permanenza al potere della maggioranza attuale, di relegare l’opposizione in un ruolo ininfluente e di modificare nel tempo altri aspetti della Costituzione, perché è evidente che nel mirino c’è il futuro Presidente della Repubblica che con la legge maggioritaria verrebbe eletto dalla sola maggioranza, che potrebbe così influire sulla Corte Costituzionale e sul Consiglio Superiore della Magistratura.
Le modifiche vanno viste per gli effetti immediati e per quelli che avranno nel tempo. Il risultato conclusivo sarebbe che la nostra Costituzione democratica – basata sulla divisione dei poteri – ed antifascista verrebbe compromessa. E così la Repubblica avrebbe una nuova Costituzione voluta dalle destre.
Difendiamo e lottiamo per attuare la nostra Costituzione, contrastando in Parlamento questa proposta e preparandoci al referendum popolare per bocciare questa svolta politica ed istituzionale autocratica ed accentratrice, che punta a fare diventare un/a capo/a l’unica figura istituzionale a cui tutti dovrebbero inchinarsi, senza neppure il coraggio di dirlo apertamente e senza la sensibilità democratica di affidare ad altri il potere di controllo e verifica del suo operato.
Le destre stanno litigando sul testo, ma questo non fa che rafforzarne l’arroganza e la protervia come dimostra l’inizio della discussione in commissione affari costituzionali del Senato. Facciamo suonare le nostre “campane” prima che sia troppo tardi.
*(Fonte: Sinistrainrete. Alfiero Grandi giornalista, ex deputato)

 

05 – Francesca Lazzarato*: ADELAIDA, STRANIERA OVUNQUE. LETTERATURA. LATINO AMERICANA. UNA BIOGRAFIA DA EMIGRANTE E POI UN RIENTRO, COME ESULE IN ITALIA: NELLA SUA VITA, LO SCRITTORE ADRIÁN BRAVI COGLIE I RIVERBERI DELLA TRAGICA STORIA DEL VENTESIMO SECOLO ARGENTINO. ADELAIDA, STRANIERA OVUNQUE

Quando Adrián Bravi era bambino, la sua famiglia visse per qualche anno in un sobborgo di Buenos Aires chiamato San Fernando, in una casa che fu poi abbandonata per i continui straripamenti del fiume Lujàn. All’epoca di quel lontano trasloco, Adrián aveva quattro anni e non poteva certo sapere che molto tempo dopo, nel 1988, avrebbe incontrato in una piccola città delle Marche una sua «vicina di casa», cresciuta a San Fernando e come lui rientrata a Recanati, luogo da cui le famiglie di entrambi erano emigrate in Argentina.
Bravi – oggi bibliotecario all’Università di Macerata e, grazie a nove romanzi scritti nella sua lingua d’adozione, scrittore noto ed apprezzato – aveva allora venticinque anni, era sfuggito per un soffio alla coscrizione che lo avrebbe mandato a combattere nelle Malvine e studiava filosofia all’Università di Macerata. La sua «vicina», invece, aveva ormai superato i sessant’anni ed era un’artista dalla vita tragica e romanzesca: Adelaida Gigli, nata a Recanati nel 1927 e figlia della bonaerense Maria Teresa Valeiras e di Lorenzo (noto pittore approdato giovanissimo in Argentina), che nel 1931 erano tornati a Buenos Aires dopo qualche anno trascorso in Italia, fuggendo dal fascismo per incappare in una nuova dittatura, imposta pochi mesi prima da un colpo di stato.

DA QUEL PRIMO INCONTRO nacque un’amicizia destinata a durare fino alla morte di Adelaida e anche oltre, perché Adrián, attingendo a una lunga frequentazione, a lettere e taccuini, a testimonianze e a dattiloscritti pieni di correzioni e cancellature, è oggi autore della prima biografia di una donna eccezionale (Adelaida, pp. 144, euro 17), appena pubblicata dalle edizioni Nutrimenti. In copertina, il primo piano di un volto femminile morbido e serio, quello di un’Adelaida giovane e bellissima; tra collo e spalla, l’immagine in bianco e nero rivela le dita possessive del suo compagno di allora, David Viñas, che insieme a lei e ad altri intellettuali aveva creato nel 1953 la leggendaria rivista Contorno, in cui letteratura, politica e società argentine venivano sottoposte a una critica minuziosa, in aperto contrasto con l’approccio cosmopolita ed elitario del gruppo raccolto intorno all’ ancor più celebre Sur, fondata negli anni ’30 da Victoria Ocampo.
Altre foto, riunite nell’interno della copertina, offrono una rapida panoramica della vita di Adelaida: la vediamo nell’infanzia, con i genitori, con Viñas (suo marito per pochi anni, e non ancora «mostro sacro» della cultura nazionale), anziana e ormai esule in Italia, dopo un viaggio rocambolesco verso Rio de Janeiro e la successiva partenza per Genova, nel 1977. In un angolo, una piccola immagine confusa ci mostra i suoi figli bambini, Maria Adelaida e Lorenzo Ismael, militanti montoneros che, lei a ventidue anni e lui a venticinque, vennero sequestrati, torturati e fatti sparire dall’ultima dittatura militare, la più feroce tra le tante che l’Argentina ha conosciuto.

FU PROPRIO LA SCOMPARSA irreparabile dei figli, ancor più del concreto pericolo di venire a sua volta arrestata, che indusse Adelaida a fuggire («… non volevo essere un’altra vittima dopo che i miei figli erano scomparsi, desaparecidos. Non aveva più senso vivere là, e poi non si poteva»), lasciandosi dietro amici molto amati, una vita intensa e movimentata, un intreccio eterogeneo di passioni politiche, una casa dove i guerriglieri nascondevano le armi e che ospitava feste memorabili, pronte a trasformarsi in vere e proprie performances.

ECCENTRICA, RIBELLE, provocatoria, estranea alle convenzioni borghesi, pronta a lanciare «frasi come bombe», straordinariamente libera in un ambiente fin troppo fedele a mitologie virili, per molto tempo Adelaida fu nota come «la donna di Contorno», l’unica in una redazione di uomini e tra le pochissime firme femminili apparse sulla rivista. Un’etichetta che la accompagna ancora oggi, ma che in qualche modo la sminuisce, sovrapponendosi a una personalità complessa e ai suoi molti talenti, quali un’instancabile e originale attività di ceramista, la critica letteraria – tra i pochi e mordaci articoli scritti per Contorno resta memorabile quello in cui analizza la figura di Victoria Ocampo –, la poesia e la scrittura quasi segreta di una brillante narrativa breve, raccolta in parte nell’antologia Paralelas y solitarias pubblicata nel 2006, quando Adelaida viveva in Italia da trent’anni e da cinque l’alzheimer l’aveva privata della memoria e della parola.
A Recanati (dove sarebbe morta nel 2010), era arrivata con una valigia come unico bagaglio e chiedendosi cosa ci facesse in una cittadina «dove non succedeva mai niente», lei che era sempre vissuta in una metropoli e che non parlava l’italiano. Si era subito arresa, però, alla pace un po’ immobile di un luogo in cui non si respirava la paura e non bisognava «stare sempre all’erta», dove poteva riprendere a modellare le sue sculture e, soprattutto, riusciva custodire «con grande amore le sue assenze», scrive Adrián Bravi, imparando a poco a poco la solitudine («Ho imparato a vivere sola, tanto che adesso mi sembra l’unica maniera di vivere»).
Creare nuove opere affondando le mani nella creta, scrivere, convivere con le proprie ferite e custodire i propri morti, come ha sottolineato il suo amico León Rozitchner, «al di là di qualsiasi riparazione, giustizia statale e memoria edificante»: così Adelaida è riuscita a non lasciarsi spezzare e a testimoniare un’ultima rivolta, silenziosa ma tenace. Straniera ovunque (argentina in Italia, italiana in Argentina), costretta per due volte da fascismi diversi a cambiare continente, era arrivata a definirsi «prima di tutto una donna», al di là di qualsiasi identità nazionale.
In una nota finale l’autore confessa a sé stesso e a chi legge di aver scritto una biografia «piena di buchi», ma le lacune, se davvero ci sono, appaiono irrilevanti in un testo così ricco e sfaccettato, in cui si materializzano luoghi e suoni diversi (le vie, le voci, il frastuono di Buenos Aires, le piazzette, gli scampanii e i silenzi di Recanati), e fili tesi con abilità collegano epoche e istanti, disegnando una miriade di storie e immagini, da quelle inevitabilmente strazianti di Maria Adelaida (che prima di essere sequestrata riuscì a salvare la sua bambina di pochi mesi affidandola a una coppia di sconosciuti turisti stranieri), di Lorenzo e dei loro compagni, fino alle apparizioni cupissime dei torturatori e alle audaci figure del Frente de Liberación Homosexual, che Adelaida appoggiava incondizionatamente, vedendo in esso «la vera rivoluzione».

NEL RACCONTARCI LA VITA di una donna fuori del comune Bravi ha saputo narrare, a chi non le conosce o le ha dimenticate, anche le vicende politiche e culturali di un paese intero, il suo oscillare tra tentativi di democrazia e violenza estrema secondo «un meccanismo di sostituzione dei governi eletti dal voto popolare attraverso l’intervento delle forze armate», e, al medesimo tempo, l’esistenza di un indomabile fermento intellettuale, di una costante elaborazione critica, di un tenace rifiuto della rassegnazione. E non è azzardato pensare ad «Adelaida» come a una sorta di biografia minima dell’Argentina, un breve ritratto del suo tragico Ventesimo secolo, che potrebbe e dovrebbe insegnare qualcosa ai molti cui, oggi, la memoria e l’immaginazione sembrano «merce scaduta»
*(Francesca Lazzarato, editor, scrittrice, traduttrice e operatrice culturale)

 

06 – Claudia Fanti*: LA LEGGE OMNIBUS SI È INCEPPATA, MILEI FURIOSO: «BESTIE». ARGENTINA. IL PROVVEDIMENTO A CUI IL PRESIDENTE TIENE DI PIÙ TORNA IN COMMISSIONE. E LUI ATTACCA GOVERNATORI E DEPUTATI DELLA COSIDDETTA OPPOSIZIONE DIALOGANTE

Da Israele, dove ha reso omaggio al governo Netanyahu promettendo di spostare l’ambasciata argentina a Gerusalemme e ricevendo in cambio un’accoglienza da star, il “loco” Milei ha reagito con furia alla prima grande sconfitta del suo governo. Dopo il ritiro della legge Omnibus e il suo ritorno in commissione, il presidente ha lanciato attacchi rabbiosi contro i governatori e i deputati della cosiddetta opposizione dialogante, accusandoli – con tanto di lista dei «traditori» – di essere «un gruppo di delinquenti», «ricattatori» èbestie» determinati a rendere l’Argentina un paese peggiore. E distribuendo like ai post sul tradimento che «si paga caro», i peronisti «pedofili» e i radicali «puttane del peronismo».
LA «CASTA», HA DICHIARATO MILEI usando la sua parola preferita – malgrado le misure finora adottate siano tutte al suo servizio – si è opposta al cambiamento che gli argentini hanno votato alle urne», rifiutandosi di «cedere i suoi privilegi». È per questo che «ho dato l’ordine di ritirare il progetto», ha affermato nella conferenza stampa tenuta dopo la riunione con Netanyahu.
Appena cinque giorni prima, Milei aveva celebrato il via libera della Camera dei Deputati al testo in generale, con 144 voti favorevoli e 109 contrari, dopo 30 ore di dibattito parlamentare e sfiancanti trattative che avevano praticamente dimezzato il progetto di legge, riducendolo a 386 articoli rispetto ai 664 iniziali. È sull’esame articolo per articolo che è però naufragata la legge Omnibus, a partire da quello che, insieme alle privatizzazioni, era il suo nucleo centrale: i cosiddetti superpoteri richiesti dal presidente attraverso la dichiarazione di emergenza pubblica in materia economica, finanziaria, di sicurezza, tariffaria, energetica e amministrativa, ossia le facoltà legislative straordinarie che gli avrebbero permesso di intervenire su gran parte della vita della popolazione argentina senza necessità di passare per il Congresso.
In realtà la giornata era partita bene per il governo, con l’approvazione dell’articolo sulla delega delle facoltà speciali per un anno. Ma è stato al momento di definirne dettagliatamente l’utilizzo che sono iniziati i problemi, finché, con una sorta di effetto domino, non sono cadute una dopo l’altra.
Sciopero generale contro “el loco” Milei, dopo soli 45 giorni
A CONFERMA DI UN’AMARA VERITÀ sistematicamente ignorata da Milei (ma drammaticamente nota a svariati governi progressisti nelle stesse condizioni): in mancanza di una maggioranza – e Milei può contare sul sostegno di appena 38 deputati – non resta che negoziare fino allo sfinimento e molte volte cedere. In tal senso, come ha ricordato il deputato dell’opposizione dialogante Nicolás Massot, la caduta della legge si deve «esclusivamente» all’«imperizia» e all’inesistente capacità governativa di «costruire consenso».
Milei tuttavia non arretra: il suo programma economico «continuerà come se nulla fosse successo», ha assicurato il portavoce presidenziale Manuel Adorni, non scartando il ricorso a un plebiscito o a un altro decreto di necessità e urgenza.
*(Claudia Fanti. Giornalista, scrive da più di 20 anni sul settimanale Adista e collabora con il Manifesto e con altre testate.)
na di civili palestinesi: ma anche questo…

 

07 – Giacomo Gabellini*: IL “PIANO SEGRETO” DI ISRAELE PER IL DOPOGUERRA. (ndr: e l’occidente tutti zitti l’olocausto continua)

Secondo il quotidiano israeliano «Maariv», Israele avrebbe elaborato con grande discrezione un piano per il dopoguerra. Il piano prevede per un verso l’istituzione di un governo militare israeliano provvisorio nella Striscia di Gaza, incaricato di rapportarsi con la popolazione locale e preposto sia alla gestione dell’ordine pubblico, sia alla distribuzione del materiale umanitario. Per l’altro, la nascita di una coalizione di Stati composta dai firmatari degli Accordi di Abramo più l’Arabia Saudita, che dovrebbe occuparsi di rifondare l’Autorità Nazionale Palestinese (Anp) inserendovi funzionari sia privi di qualsiasi connessione con Hamas, sia estranei alla “cerchia” dell’anziano e screditatissimo leader dell’Anp Abu Mazen.
Questo nuovo organismo, indicato come Nuova Autorità Palestinese, assumerebbe la responsabilità politica della Striscia di Gaza soltanto una volta ultimato il processo di stabilizzazione affidato al governo militare israeliano, destinato a dissolversi all’atto del trasferimento dei poteri. Fermo restando che Tel Aviv si riserva il diritto di continuare ad agire unilateralmente per ragioni di sicurezza ogni qualvolta se ne presenti la necessità (o, forse, l’opportunità), nell’ambito di operazioni assimilabili a quelle condotte nel 2008 (Piombo Fuso) e nel 2014 (Margine Protettivo). I famigerati tagli periodici dell’erba, come li qualifica il gergo militare israeliano.
Nella fase successiva, Israele appoggerebbe una riforma generale dei meccanismi di (non) funzionamento dell’Autorità Nazionale Palestinese che amministra la Cisgiordania, del sistema scolastico palestinese e dei regolamenti vigenti che disciplinano il contrasto al terrorismo. Qualora l’intero processo dovesse svolgersi regolarmente, Israele provvederebbe, entro un arco temporale compreso tra i due e i quattro anni, al riconoscimento di uno Stato palestinese smilitarizzato nei territori amministrati dall’Autorità Palestinese, impegnandosi simultaneamente a intavolare una trattativa intesa a trasferire al nuovo Stato territori aggiuntivi come contropartita per la preservazione degli insediamenti coloniali già esistenti in Cisgiordania.
Stando alla ricostruzione formulata da «Maariv», il piano è frutto della progettualità politica di un nucleo ristretto di “uomini d’affari” vicini a Netanyahu e sarebbe stato sottoposto all’attenzione di alcuni funzionari statunitensi. Il primo ministro israeliano non sarebbe direttamente coinvolto nella promozione del disegno, ma si limiterebbe a influenzarne la struttura attraverso Ron Dermer, un suo stretto e fidato collaboratore, al fine di assicurarsi la possibilità di negare il proprio coinvolgimento diretto.
Come scrive il quotidiano: «oltre a questo piano, Israele sta lavorando contemporaneamente a diversi altri progetti per il dopoguerra: l’Israeli Defense Force sta lavorando al proprio piano e lo Shin Bet sta facendo lo stesso. Siamo di fronte al classico “metodo Netanyahu”, con molti messaggeri impegnati simultaneamente nella medesima missione e il primo ministro che si tiene al di fuori e al di sopra. Il piano degli “uomini d’affari” è però quello su cui Netanyahu sta meditando seriamente, ma sempre tenendosi a debita “distanza di sicurezza”».
Sotto alcuni aspetti, il progetto di cui «Maariv» ha delineato i contorni potrebbe scontare l’approvazione dell’amministrazione Biden, perché le consentirebbe di scrollarsi di dosso la fama di collaborazionismo con Israele che si è “guadagnata” con lo spalleggiamento all’Operazione Spade di Ferro. Un appoggio acritico imputabile al peso soverchiante della Israel Lobby e alla necessità che un presidente altamente impopolare come Biden avverte di ingraziarsi il favore dei 70 milioni di sionisti cristiani che popolano la Bible Belt statunitense in prossimità delle elezioni. Nonché a un possibile ricatto a cui il governo israeliano avrebbe sottoposto l’intera classe dirigente statunitense per tramite di Jeffrey Epstein, che secondo una pista investigativa sondata anni addietro e tornata di recente alla ribalta avrebbe messo in piedi per conto del Mossad – e con la collaborazione di Ghislaine Maxwell, condannata a 20 anni di carcere per adescamento di minori e altri reati commessi con o per conto del suo ex compagno Epstein – un sistema ricattatorio basato sulla videoregistrazione di politici e personaggi del potere statunitensi intenti a fare sesso con ragazze minorenni.
Allo stesso tempo, il piano descritto dal quotidiano israeliano risulterebbe funzionale al riavvicinamento allo schieramento occidentale di un Paese cruciale ma “indisciplinato” come l’Arabia Saudita, scarrellato rapidamente dal punto di vista sia economico che commerciale verso la Repubblica Popolare Cinese e artefice di una politica petrolifera allineata con la Federazione Russa i cui effetti sono risultati profondamente lesivi per gli Stati Uniti. Dal 2024, per di più, l’Arabia Saudita è divenuta membro a pieno titolo del Brics, dopo aver beneficiato della mediazione cinese per riaprire le relazioni diplomatiche con l’Iran, nell’ambito di una radicale revisione del tradizionale modus operandi – orientato allo scontro totale con l’Asse della Resistenza – culminato con l’appoggio di Riad al reintegro della Siria baathista nella Lega Araba e l’avvio di colloqui di pace con gli Houthi yemeniti. In seguito agli eventi del 7 ottobre, il principe Mohammad Bin-Salman e i suoi collaboratori hanno inoltre disposto il congelamento del processo di normalizzazione dei rapporti con Israele promosso dall’amministrazione Biden, vincolandone la riattivazione al riconoscimento di uno Stato palestinese da parte del governo di Tel Aviv.
D’altra parte, tuttavia, il piano verso cui «Maariv» ritiene che Netanyahu si sita orientando presenta alcune colossali controindicazioni. Anzitutto per quanto concerne l’irremovibile contrarietà di partiti israeliani di governo HaTzionut HaDatit (Partito Sionista Religioso), facente capo al ministro delle Finanze Bezalel Smotrich, e Otzma Yehudit (Potere Ebraico), il cui dominus incontrastato è rappresentato dal ministro per la Sicurezza Nazionale Itamar Ben-Gvir. Il primo, ha creato una catena di comando semiautonoma al servizio dei coloni di Cisgiordania, e stilato già nel 2017 un “piano decisivo” finalizzato a risolvere definitivamente il contenzioso israelo-palestinese attraverso il raddoppio della popolazione ebraica nei territori occupati, che a suo avviso produrrebbe «un effetto così profondo sulla coscienza degli arabi di Giudea e Samaria […] da portarli a prendere atto dell’impossibilità di fondare uno Stato arabo a ovest del fiume Giordano […]. I fatti sul campo sgonfiano le aspirazioni e sconfiggono le ambizioni». Sotto la spinta di Smotrich, l’esecutivo ha trasferito il controllo sui territori occupati dall’amministrazione militare a quella civile, e nello specifico proprio ai dipartimenti facenti capo al Ministero delle Finanze. Il provvedimento ha comportato l’eliminazione di gran parte delle preesistenti procedure diplomatiche e di sicurezza necessarie all’applicazione dei programmi di espansione degli insediamenti, predisponendone l’inoltro diretto ai comitati di pianificazione in Cisgiordania. Inoltre, ha osservato Michael Sfard, avvocato israeliano specializzato in questioni di diritto internazionale, il passaggio delle questioni afferenti la gestione degli insediamenti dall’autorità militare all’amministrazione civile rappresenta una conclamata violazione del diritto internazionale, perché sancisce l’annessione dei territori occupati nello Stato israeliano.
Itamar Ben-Gvir, invece, ha invocato la ricostruzione di insediamenti israeliani nella Striscia di Gaza, da realizzare previo incoraggiamento della “emigrazione volontaria” dei palestinesi. Più specificamente, il ministro per la Sicurezza Nazionale ha identificato nell’abbandono della Striscia di Gaza da parte dei palestinesi che la abitano la soluzione definitiva al conflitto, oltre che un prerequisito fondamentale per garantire il ritorno dei residenti del sud di Israele alle loro case. In tale contesto, la guerra rappresenta a suo avviso «un’opportunità per incoraggiare la migrazione dei residenti di Gaza».
Più recentemente, Ben-Gvir ha dichiarato urbi et orbi che aprirà una crisi di governo qualora Tel Aviv raggiungesse un ulteriore accordo con Hamas implicante un periodo di tregua.
C’è quindi del vero nella confidenza resa da un anonimo funzionario dell’amministrazione Biden a Jake Tapper della «Cnn», secondo cui «ad un certo punto, Netanyahu dovrà scegliere tra governare in un modo che piace a Ben-Gvir e Smotrich o governare in un modo che piace al presidente Biden e agli Stati Uniti».
Ma soprattutto, un piano che contempli il riconoscimento di uno Stato palestinese, anche se smilitarizzato, rappresenterebbe una ammissione di sconfitta, alla luce degli obiettivi massimalisti che il governo si proponeva di conseguire attraverso l’Operazione Spade di Ferro e dell’enormità del capitale sia politico che economico investito allo scopo.
*(Fonte: L’Antidiplomatico. Giacomo Gabellini, saggista e ricercatore indipendente specializzato in questioni economiche e geopolitiche)

 

 

 

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