N°49 – 9/11/23 – RASSEGNA DI NEWS NAZIONALI E INTERNAZIONALI NEWS DAI PARLAMENTARI ELETTI ALL’ESTERO.

01 – Antonio Cantaro*: Sette pensieri sul premierato infantile. Oggi non possiamo sapere se e quando il disegno di legge di riforma costituzionale che va sotto il nome di premierato elettivo andrà in porto. Oggi sappiamo – non è passato nemmeno un mese dalla sua presentazione – che non gode di buona stampa.
02 – Alfiero Grandi*: Il premierato di Meloni sovverte la Costituzione, un disegno eversivo che va bloccato.
03 – 03 – Claudia Fanti*: L’Esequibo mobilita le Americhe: Lula schiera le truppe, Biden i caccia
AMERICA LATINA. Dopo la mossa venezuelana, il continente si scalda. Ma Maduro va dritto per la sua strada e annuncia carte di identità per gli abitanti guyanesi
04 – Sabato Angieri*: Usa, bocciati i finanziamenti. Ora Kiev ha paura del collasso. CRISI UCRAINA. Al Senato americano non basta il monito di Biden. E anche i soldi della Ue sono in ritardo. Esulta il Cremlino, il portavoce Dmitry Peskov «spera» che il Congresso fermi l’intero pacchetto
05 – Una targa per ricordare dove morì Gramsci. L’APPELLO . Il 27 aprile 1937 si spegneva nella Clinica Quisisana a Roma, dopo una lunga, dolorosa, sorvegliata degenza, uno dei più grandi intellettuali italiani del Novecento: Antonio Gramsci. Il tentativo, condotto […] (*)
06 – Massimo Franchi*: La memoria negata di Gramsci. La clinica Quisisana rigetta la richiesta del comune di Roma di ricordare dove morì l’intellettuale antifascista: il Manifesto lancia una raccolta firme

 

 

01 – Antonio Cantaro*: SETTE PENSIERI SUL PREMIERATO INFANTILE. OGGI NON POSSIAMO SAPERE SE E QUANDO IL DISEGNO DI LEGGE DI RIFORMA COSTITUZIONALE CHE VA SOTTO IL NOME DI PREMIERATO ELETTIVO ANDRÀ IN PORTO. OGGI SAPPIAMO – NON È PASSATO NEMMENO UN MESE DALLA SUA PRESENTAZIONE – CHE NON GODE DI BUONA STAMPA.

Gli aggettivi denigratori si sprecano. Confuso, contraddittorio, torbido, pericoloso, autoritario, eversivo e decine altri, anch’essi assai poco lusinghieri.

SE NON È UN RECORD, POCO CI MANCA.

In un articoletto di qualche tempo fa dicevo: si scrive premierato elettivo, si legge premierato infantile. Un aggettivo, infantile, che condensa tutti gli altri.
Un aggettivo che, contro le apparenze, prende sul serio, molto sul serio, la proposta di riforma. Per questa ragione a questa breve premessa seguono sette pensieri. E, infine, una raccomandazione rivolta, innanzitutto, a me stesso.

PRIMO PENSIERO. Premierato infantile non significa che possiamo dormire sonni tranquilli. Il premierato elettivo è la peggiore forma di presidenzialismo ipotizzabile, prova ne sia che non esiste in nessuna parte del mondo “conosciuto”.
Israele la introduce nel 1996 ma l’abbandona già nel 2001. Perché? Perché non funzionava. Dopo cinque anni e tre elezioni aveva prodotto una frammentazione partitica e una instabilità politica ancora maggiori. Nessun governo “premierale” che riuscisse a portare a termine la legislatura. Un disastro, tant’è che in nessuna delle nuove costituzioni approvate e riformate per il mondo negli ultimi 20 anni si è tentato di riproporre un sistema simile.
Si obietta. Il premierato elettivo è già il modello che regge i comuni e le regioni italiane. Obiezione impropria. In nessuna parte del mondo – ha osservato Roberto Bin – è un metodo prescelto per governare uno Stato. Perché, dunque, copiarlo per la Repubblica italiana? La ragione per i fautori della formula “Sindaco d’Italia” è da ricercare nelle presunte qualità magiche della clausola “insieme staranno oppure insieme cadranno” (simul stabunt vel simul cadent) che tiene compatta la maggioranza con il ricatto dello scioglimento anticipato. Ma davvero questa formula consentirà al premier eletto di governare con una compagine governativa compatta? Non stimolerà, viceversa, la concorrenza tra potenziali leader a coagulare attorno a sé nuove confraternite? Chi terrà le forze politiche compatte e “fedeli” alla femme du peuple?

SECONDO PENSIERO. Le forme di governo coerentemente presidenziali possono piacere o non piacere. Coloro ai quali non piacciono sottolineano che esse si sono storicamente dimostrate difficilmente esportabili al di fuori delle loro patrie di origine e che oggi non godono nemmeno lì di buona salute. E che, in ogni caso, se si vuole che funzionino, devono essere una cosa seria.
Presidenzialismo significa attribuzione di forti poteri di governo al Capo dello Stato. Ripeto: al Capo dello Stato. Questa attribuzione di potere può essere massima, è il caso della repubblica presidenziale statunitense. Oppure minore, o comunque non ‘permanente’, è il caso della repubblica semipresidenziale francese. E, tuttavia, nel caso in cui sia massima, come nel presidenzialismo statunitense, è necessario che vengano preservati due capisaldi del costituzionalismo moderno: il principio democratico e il principio garantista.
Traduco. “Doppia legittimità democratica” del Presidente e del Parlamento, frutto di due elezioni distinte. Rigida separazione tra potere presidenziale e potere parlamentare. Il che non accade compiutamente nel semipresidenzialismo francese – forma di governo in parte presidenziale in parte parlamentare – ove comunque vige la regola della distinta derivazione e legittimazione popolare di Presidente e Parlamento.

TERZO PENSIERO. Il meloniano premierato elettivo è lontano anni luce dal fornire le garanzie delle pur problematiche esperienze statunitensi e francese. Il meloniano premierato elettivo è una forma degenerata di presidenzialismo. È un governo del capo. Un Capo senza Costituzione, frutto di una cultura che non conosce la differenza tra governare e comandare.
Nelle democrazie parlamentari, quando c’è una crisi politica, si torna in Parlamento, magari facendo ricorso all’istituto della sfiducia costruttiva. Mentre, ripeto, nella democrazia presidenziale americana il popolo elegge separatamente il Capo dello Stato/Capo dell’esecutivo e il Parlamento. Il primo non può essere sfiduciato, il secondo non può essere sciolto anticipatamente.

QUARTO PENSIERO. La ‘terza via’ meloniana ignora come funziona l’orologio della democrazia. La sua brama di comando, Signora Meloni, è senza forma e senza limiti.
Ignora le virtù di pesi e contrappesi diretti a evitare che il potere politico sia concentrato in una sola persona, in una persona che decide per tutti. Un rischio mortale. Rischio che le forme non degenerate di governo parlamentare, presidenziale, semipresidenziale hanno ben presente nel momento in cui si guardano bene dall’esautorare il ruolo del Parlamento.
A garanzia delle opposizioni, il sale della democrazia. A garanzia del pluralismo, il sale della libertà politica. A garanzia della sovranità popolare, fonte permanente di legittimazione del potere, come è limpidamente scritto nel fondamentalissimo articolo 1 della Carta degli italiani. L’Italia è una Repubblica democratica, la sovranità appartiene al popolo che la esercita nelle forme e nei limiti previsti dalla Costituzione.

QUINTO PENSIERO. Il suo, Signora Meloni, è un presidenzialismo sconcertantemente immaturo, quanto mai lontano dal risolvere il problema della governabilità, da Lei solo retoricamente invocato.
L’infantilismo del suo progetto è reo confesso. Le sue norme antiribaltone non anti-ribaltano un bel niente. Ipotizzano che il Capo di un Governo morente non possa mai essere sostituito, se non da un parente, da uno di famiglia. A fronte del fallimento di un governo, delle sue politiche, il suo disegno di legge prevede – leggo testualmente – l’assunzione della carica di Premier nelle mani di «un altro parlamentare che è stato candidato in collegamento al Presidente eletto» e al quale spetterebbe da quel momento il compito di operare in sua vece «per attuare le dichiarazioni relative all’indirizzo politico e agli impegni programmatici su cui il Governo del Presidente eletto ha ottenuto la fiducia». Accanimento terapeutico, altro che governabilità.

SESTO PENSIERO. Il significato delle sue pseudo-disposizioni – che voglia Dio mai saremo chiamati ad applicare – è palese. Rancore e paura. L’opposizione è niente, il gioco dei ribaltoni all’interno della maggioranza è tutto.
Nelle scommesse alle corse dei cavalli si chiama accoppiata. Punto su Meloni vincente e Salvini secondo, ma per incassare la vincita va bene anche Salvini vincente e Meloni seconda. Niente governi tecnici, per carità. Ma il trasformismo no, va bene. Sbrighiamo tutto tra noi. Non siamo, d’altronde, quelli di «Dio, patria e, soprattutto, famiglia»?
La madre di tutte le riforme nasce vecchia, basta leggere un qualsivoglia enciclopedia: «Trasformismo. Prassi di governo fondata sulla ricerca di una maggioranza mediante accordi e concessioni a gruppi politici eterogenei allo scopo di impedire il formarsi di una vera opposizione come quella inaugurata da Agostino Depretis negli anni successivi al 1880».
Sono tato ingeneroso. la Signora Meloni, più che di Agostino Depretis, è una fan della Legge 18 novembre 1923, n. 2444., quella Legge Acerbo che attribuiva due terzi dei seggi alla lista vincente. La Signora Meloni si accontenta, è scritto nel riformato articolo 92, del 55 per cento dei seggi. Ma almeno quella sciagurata legge voluta da Mussolini prevedeva che il premio di maggioranza fosse attribuito alla lista che avesse superato il 25 per cento dei voti.
Su questo punto – sul raggiungimento di una soglia di voti del primo arrivato alle elezioni – il disegno di legge che costituzionalizza il premio di maggioranza ambiguamente tace. Nella speranza di sfuggire alle censure della Corte costituzionale sulla palese incompatibilità del disegno di legge con i supremi principi di eguaglianza del voto, di pluralismo politico, di tutela delle minoranze. Furbizie infantili, di corto respiro.

SETTIMO PENSIERO. Sostiene il Presidente del Consiglio, ormai smentito anche da esponenti della sua maggioranza, che tutti questi pensieri sono frutto di un processo alle intenzioni. Ad esempio, non sarebbe vero che vengono toccati poteri e funzioni del massimo garante dell’unità nazionale, del Presidente della Repubblica. No, Signora Meloni, il suo premierato infantile fa di peggio.
Il Presidente della Repubblica è messo in cantina e non tra i vini pregiati. Un passacarte. «Conferisce al Presidente del Consiglio dei ministri eletto l’incarico di formare il Governo», recita il terzo comma dell’art. 92. Ma, si obietterà, Giorgia Meloni è una signora di mondo, declinerà il verbo conferire nell’elegante significato che ne danno i dizionari della lingua italiana: «Conferire con qualcuno, intrattenersi a parlare, avere un colloquio su cose importanti».
Il cerimoniale è salvo. Forse. La Repubblica no. Al suo posto non una terza repubblica ma una repubblica con la p minuscola, nelle mani del Capo di turno di una maggioranza elettorale, quasi certamente una minoranza del Paese. Chi vince alle corse dei cavalli prende tutto: le cariche di Capo dello Stato, di giudice della Corte costituzionale, di componente del Consiglio Superiore della Magistratura. Roba da “Grande Fratello”.

CONCLUSIONI. BASTANO QUESTI ARGOMENTI, QUESTI SETTE PENSIERI, PER VINCERE LA BATTAGLIA PARLAMENTARE E, SOPRATTUTTO, LA BATTAGLIA NEL PAESE?

Basterebbero se l’infantilismo del premierato elettivo fosse semplicemente opera della mente del Presidente del Consiglio. Sappiamo che non è così. La Signora Meloni è semplicemente un agente, l’ultimo, di una infantilizzazione della politica, di una esasperata personalizzazione del potere che è stata negli ultimi decenni legittimata e alimentata anche a sinistra. Al contrario, di quanto era accaduto nel secondo dopoguerra, quando lo sviluppo del processo di democratizzazione – estensione del suffragio universale e partecipazione alla vita politica tramite i partiti di massa – aveva progressivamente contribuito ad una adultizzazione del popolo.
Qualcosa è andato storto. Più di qualcosa. Il processo di infantilizzazione non risparmia nessuna società occidentale. E, in una sorta di circolo vizioso, alimenta sotterraneamente la domanda popolare di agitatori di folle in grado di blandirle e rassicurarle con la promessa di renderle spettatrici dello spettacolo della società dell’informazione e della società digitalizzata.
A noi donne e uomini di buona volontà tocca oggi superare, mettere politicamente in forma, il momento plebiscitario, dargli uno sbocco progressivo. Se non vogliamo che lo facciano altri, nuovi agitatori di folle interessati alla loro acclamazione. In questo senso, come annunciavo all’inizio, queste mie considerazioni finali sono più una raccomandazione che delle conclusioni. Una raccomandazione a non sottovalutare l’argomento emotivo, presente in larga parte della popolazione, che l’“acclamazione plebiscitaria” del capo incarni compiutamente il principio democratico della sovranità popolare.

«Non c’è motivo per scoraggiarsi – osservava a suo tempo con compiacimento Friedrich Nietzsche – la manipolabilità degli uomini è diventata molto grande in questa democratica Europa … Chi è in grado di comandare trova coloro che devono obbedire». Non sarà, aggiungo io, come in passato, un capo militare o un duce, ma non per questo sarà meno inquietante.
La responsabilità che abbiamo è grande. L’associazionismo civico e politico, i sindacati, hanno ancora le antenne giuste per entrare in connessione emotiva con i sentimenti e con le paure che alimentano la morbosa domanda di personalizzazione e semplificazione del rapporto tra governati e governanti. Rimuoviamo rapidamente la ruggine che ricopre queste preziose antenne. Non c’è Res publica fondata sul lavoro, sull’eguaglianza e sulla giustizia, senza Res publica democratica. Senza il potere costituente del popolo.
http://www.lacostituzione.info/wp-content/uploads/2023/12/meloni-150×150.jpegdi
*( ANTONIO CANTARO – È professore ordinario di Diritto Costituzionale presso l’Università degli

 

02 – Alfiero Grandi*: IL PREMIERATO DI MELONI SOVVERTE LA COSTITUZIONE, UN DISEGNO EVERSIVO CHE VA BLOCCATO.

L’ELEZIONE DIRETTA DEL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI PROPOSTA DAL GOVERNO MELONI, CAMBIANDO LA COSTITUZIONE, STRETTAMENTE LEGATA AD UNA LEGGE MAGGIORITARIA CHE DEVE GARANTIRGLI IL 55 % DEI PARLAMENTARI, HA UN OBIETTIVO POLITICO E ISTITUZIONALE CHE STRAVOLGEREBBE LA NOSTRA COSTITUZIONE, DEMOCRATICA ED ANTIFASCISTA.
L’antifascismo è sempre stato impronunciabile per questo Governo, questa proposta lo conferma.
C’è un tentativo di dissimulare la vera natura della proposta del Governo Meloni e le conseguenze a cui porterebbe con affermazioni del tutto false come quella – ad esempio – che non cambierebbero i poteri del Presidente della Repubblica. E’ una balla, il Presidente della Repubblica vedrebbe pesantemente limitati i suoi poteri e la sua autonomia di garante dell’unità nazionale.
Un Presidente del Consiglio eletto direttamente avrebbe inevitabilmente un peso maggiore di un Presidente della Repubblica eletto da un’assemblea di parlamentari e delegati regionali. Per di più il Presidente sarebbe obbligato a nominare a capo del governo il candidato eletto direttamente, inoltre non potrebbe sciogliere il parlamento – o viceversa rifiutarsi di farlo – perché questo potere sarebbe di fatto nelle mani del Presidente del Consiglio, la cui caduta trascinerebbe quella del parlamento. Con questa proposta Presidente del Consiglio e Parlamento vivrebbero o cadrebbero insieme, con il rischio di sostituire la frequente caduta dei governo con la frequente fine delle legislature. Non si vede la stabilità di cui si parla.
Potere ed autonomia di iniziativa del Presidente della Repubblica verso Governo e Parlamento verrebbero azzerati, mentre sono stati importanti per garantire l’assetto costituzionale, come del resto ha riconosciuto anche Gianni Letta che ha chiesto esplicitamente di ripensarci.

PARLAMENTO SOTTOMESSO
Non solo il Presidente della Repubblica si vedrebbe sottratti poteri a favore del Presidente del Consiglio ma anche il Parlamento – organo centrale della nostra Repubblica – con questo sovvertimento della Costituzione vedrebbe il suo ruolo ridotto ad approvare le scelte del Governo, sparirebbe ogni dialettica democratica tra esecutivo (il Governo) e la rappresentanza (Parlamento) che è un caposaldo di una democrazia articolata in poteri autonomi dello Stato in dialettica e con un reciproco controllo. Per di più la nostra Repubblica parlamentare avrebbe una torsione accentratrice ed autoritaria, con connotati che ricordano l’occupazione del potere della destra sovranista in Polonia.
E’ vero che da un paio di decenni le leggi elettorali hanno interrotto il rapporto di conoscenza e di fiducia verso i parlamentari, la cui elezione in sostanza dipende dai capi e quindi è una cooptazione dall’alto. Oggi elettrici ed elettori non conoscono i loro rappresentanti e viceversa. Questo ha portato ad un corto circuito che ha gravemente danneggiato il ruolo e la qualità stessa del parlamento, i cui componenti rispondono ad un criterio di fedeltà al leader che li ha fatti eleggere. Questo conferma che la legge elettorale è centrale ed è indispensabile che venga riformata per consentire la rappresentanza dei territori, delle opinioni culturali e politiche, mentre oggi la fedeltà fa premio su tutto.
La crisi di fiducia dei cittadini ha portato a percentuali di votanti sempre più basse (nel collegio senatoriale di Monza si è arrivati al 20 %, percentuale che dovrebbe obbligare a ripetere il voto) e la risposta non può essere votare ogni 5 anni una delega in bianco al Presidente del Consiglio, ma invece poter scegliere direttamente i 400 deputati e 200 senatori, quindi sceglierne 600 e non farsi imbrogliare con il solo Presidente del Consiglio.
Il Parlamento deve rappresentare le istanze, le ansie dei cittadini, deve ascoltarli e la democrazia non può essere ridotta ad un voto ogni 5 anni con una delega in bianco al capo, ma è un sistema complesso di organizzazioni sociali e territori che si confrontano con le sedi politiche. Infatti la Costituzione italiana regola la dialettica democratica tra interessi, organizzazioni, territori e istituzioni. Se viene meno il ruolo del Parlamento questa dialettica decisiva per fare vivere la democrazia non può esistere. Non va trascurata poi la proiezione nel tempo di questo sovvertimento della nostra Costituzione. E’ evidente che una maggioranza con il 55 % potrebbe eleggere da sola anche il (suo) Presidente della Repubblica, ottenendo la possibilità suo tramite di nominare 1/3 della Corte Costituzionale e di presiedere il Consiglio superiore della Magistratura, esercitando una pressione su di essa.

BLOCCARE UN DISEGNO EVERSIVO
La proposta di eleggere direttamente il Presidente del Consiglio senza modificare le soglie di garanzia per evitare che la maggioranza prenda tutto conferma che è in campo il disegno di sovvertire per questa via l’equilibrio democratico e occupare i centri di potere dello Stato.
Pochi ancora si sono accorti che – senza aspettare la modifica della Costituzione – la maggioranza di destra sotto l’impulso diretto di Fratelli d’Italia sta spostando poteri verso il Presidente del Consiglio. Non solo il PNRR è stato spostato dal Ministero dell’Economia al controllo del Presidente del Consiglio attraverso un Ministro che da lui dipende, ma nelle leggi che si stanno approvando gli vengono dati nuovi poteri, ma decreti legge e voti di fiducia hanno ormai valicato ogni limite costituzionale. Nel testo Calderoli sull’Autonomia regionale differenziata sono entrati emendamenti di Fratelli d’Italia che attribuiscono al Presidente del Consiglio poteri importanti, come togliere o inserire negli accordi a due Governo/Regione materie da decentrare. E’ una norma da potere occulto, che porta nell’ambito della sola maggioranza le decisioni.
C’è chi si illude che la scelta di attaccare la Costituzione sia solo una scelta tattica dovuta alle politiche inadeguate del Governo, che certo esistono o alla necessità di avere una bandiera identitaria per le elezioni europee, ma questa non è la ragione principale. La proposta di elezione diretta, fortemente voluta da Giorgia Meloni, punta al superamento della Costituzione del 1948 per sostituirla con una diversa, in cui la discriminante antifascista non sia più tale. Fini aveva iniziato un percorso a Fiuggi che portava ad accettare la Costituzione, ora Meloni ha l’obiettivo di arrivare ad un nuovo impianto costituzionale che superi quanto una parte della destra non ha mai accettato di quella del 1948.
Non ha molto senso una logica emendativa sulla proposta eversiva (per la Costituzione) che punta ad un Presidente del Consiglio pigliatutto, ad un Presidente della Repubblica subalterno, ad un Parlamento sottomesso e a guardia del capo, quindi ad un’altra Costituzione.
Questa proposta va contrastata in parlamento e nel paese costruendo una forte e motivata opposizione. Per questo il Coordinamento Democrazia Costituzionale ha proposto di costituire subito i Comitati per la Costituzione che si trasformeranno, se verrà approvata la proposta del Governo Meloni, in Comitati per il No nel referendum costituzionale che la destra, non avendo i 2/3 dei parlamentari come prevede l’articolo 138 della Costituzione, non può evitare.
Giorgia Meloni, Presidente di Fratelli d’Italia, dei Conservatori europei nonché Presidente del Consiglio ha la sfrontatezza di rivolgersi ai cittadini chiedendo se preferiscono decidere loro sul Presidente del Consiglio o lasciare decidere ai partiti, di cui lei è oggi la maggiore espressione in Italia. Bloccare questa proposta eversiva in Parlamento è l’obiettivo e se non sarà possibile preparare da subito le condizioni per far vincere il No nel referendum popolare.
*(Fonte: StrisciaRossa. Alfiero Grandi, è un politico e sindacalista italiano. Alfiero Grandi. Deputato della Repubblica Italiana. Durata mandato, 2001 )

 

03 – Claudia Fanti*: L’ESEQUIBO MOBILITA LE AMERICHE: LULA SCHIERA LE TRUPPE, BIDEN I CACCIA – AMERICA LATINA. DOPO LA MOSSA VENEZUELANA, IL CONTINENTE SI SCALDA. MA MADURO VA DRITTO PER LA SUA STRADA E ANNUNCIA CARTE DI IDENTITÀ PER GLI ABITANTI GUYANESI
Con gli ultimi passi compiuti dal governo venezuelano, il rischio che il conflitto per l’Esequibo vada fuori controllo non è più così trascurabile: era forse dalla guerra delle Malvinas di 41 anni fa che l’America latina non assisteva a uno scontro di tali proporzioni.
Forte del successo del referendum di domenica scorsa, il presidente Maduro sembra deciso a procedere all’annessione del territorio in disputa, a meno che, dice, il governo guyanese non accetti la via del negoziato diretto – come previsto dall’Accordo di Ginevra del 1966 – anziché attendere il pronunciamento della Corte Internazionale di Giustizia e nel frattempo puntare all’installazione di basi militari Usa. E a tal fine il presidente ha persino dato l’ordine di stampare e diffondere una nuova mappa geografica aggiornata, con l’incorporazione dell’Esequibo al territorio venezuelano.
TRA LE MISURE annunciate, la costituzione di una «Alta commissione per la Difesa della Guayana Esequiba», composta dal Consiglio federale di governo, dal Consiglio di Difesa e da quello di sicurezza, oltre che da «tutti i settori politici, religiosi e accademici»; l’immediato avvio di un dibattito parlamentare sulla «Legge organica per la creazione della Guyana Esequiba», finalizzata a concretizzare l’incorporazione della regione allo stato venezuelano; la creazione di una Zona di difesa integrale sotto l’autorità del generale Rodríguez Cabello, con sede politica e amministrativa a Tumeremo, a 75 chilometri dal confine con l’Esequibo.
Inoltre, il presidente ha ordinato alla Pdvsa, la compagnia statale petrolifera, di concedere licenze per lo sfruttamento di petrolio e gas nella regione contesa – dove di recente sono state scoperte riserve immense di idrocarburi – dando tre mesi di tempo a tutte le imprese già operative nell’Esequibo di ritirarsi dalle acque ancora in attesa di delimitazione, benché si sia detto «aperto alla discussione».
E, per finire, Maduro ha annunciato un piano di assistenza sociale a tutta la popolazione della regione, a partire dalla realizzazione di un censimento e dalla distribuzione delle carte di identità, oltre che un programma speciale per il recupero di «una delle aree più belle della biodiversità sudamericana e caraibica», attraverso la creazione di aree di protezione ambientale e di parchi nazionali.
Un’intenzione resa tuttavia meno credibile dai danni provocati dallo sfruttamento intensivo e in gran parte illegale della regione vicina all’Esequibo, l’Arco Minero dell’Orinoco, superficie di 120mila kmq nell’Amazzonia venezuelana – corrispondente a circa un terzo dell’Italia – ricca, oltre che di petrolio, di oro, coltan, diamanti, ferro, bauxite e altri minerali.
Di «una minaccia diretta all’integrità territoriale, alla sovranità e all’indipendenza politica» del suo paese ha parlato invece il presidente della Guyana Irfaan Ali che, se non dispone di forze armate come quelle venezuelane, può contare sul sostegno del Comando Sud dell’esercito statunitense.
ITO battuto un colpo, annunciando operazioni di volo all’interno della Guyana in collaborazione con le forze militari guyanesi. Ma è difficile che Maduro non si sia fatto due conti: già coinvolti nei conflitti in Ucraina e in Medio Oriente, gli Stati uniti potrebbero avere seri problemi ad aprire un altro fronte.
A preoccuparsi è anche il governo brasiliano di Lula che non solo ha convocato una riunione di emergenza per discutere del conflitto, ma sta anche inviando nuove truppe e veicoli armati nello stato di Roraima, confinante sia con il Venezuela che con la Guyana.
*( Fonte: Il Manifesto. Claudia Fanti: Giornalista, scrive da più di 20 anni sul settimanale Adista, collabora con “il manifesto” e con altre testate).

 

04 – SABATO ANGIERI*: USA, BOCCIATI I FINANZIAMENTI. ORA KIEV HA PAURA DEL COLLASSO. CRISI UCRAINA. AL SENATO AMERICANO NON BASTA IL MONITO DI BIDEN. E ANCHE I SOLDI DELLA UE SONO IN RITARDO. ESULTA IL CREMLINO, IL PORTAVOCE DMITRY PESKOV «SPERA» CHE IL CONGRESSO FERMI L’INTERO PACCHETTO

I repubblicani statunitensi non cambiano idea e bloccano di nuovo l’approvazione dei finanziamenti straordinari per l’Ucraina e gli alleati. Con 51 voti a favore e 49 contrari la maggioranza democratica non ha raggiunto il quorum dei 60 consensi necessari per far passare la misura chiesta dal presidente Biden.
SI TRATTA di ben 106 miliardi di dollari, di cui almeno 61 andranno all’Ucraina e 14 a Israele. Ma Tel Aviv non è un problema, i repubblicani sono schierati compattamente per il sostegno al governo di Netanyahu. Il vero pomo della discordia è l’ennesima tranche di aiuti economici a Kiev che, almeno ufficialmente, i repubblicani hanno intenzione di usare come “prova” del disinteresse dell’attuale presidente verso i propri concittadini. In realtà l’alzata di scudi dei conservatori è il chiaro segnale che la campagna elettorale è iniziata e che gli slogan saranno quelli di Trump. A poco sono servite le dichiarazioni accorate di Joe Biden che aveva invitato il Congresso a non permettere al Cremlino di prendersi l’Ucraina. Neanche lo spettro terribile dei soldati Usa direttamente impegnati nel Vecchio continente in una guerra aperta contro Vladimir Putin è servito. I repubblicani hanno continuato a fare ostruzionismo, aiutati anche del senatore democratico Bernie Sanders, contrario all’invio di armi a Zelensky ma soprattutto a inviare soldi a Israele mentre bombarda Gaza.
Per Washington si tratta di una decisione scellerata. Il rafforzamento dei controlli alla frontiera con il Messico, su cui tanto insiste la destra, secondo l’attuale presidente è una «priorità bipartisan», così come gli aiuti a Israele e in ultima analisi anche quelli all’Ucraina. Tali priorità, in quanto trasversali, meritano un sostegno bipartisan». Ma al momento il presidente sembra essere l’unico a pensarla così.
CHI IN QUESTE ORE gongola è il Cremlino. Il portavoce del presidente Putin, Dmitry Peskov, ieri ha dichiarato che il suo governo «spera» che il Congresso americano continui a bloccare i nuovi finanziamenti all’Ucraina fino a far arenare la legge straordinaria. Dall’altro lato del fronte la tensione resta altissima. Nonostante Oleksii Danilov, il capo del Consiglio nazionale di sicurezza ucraino, abbia scritto su Twitter che sono necessarie «calma e fermezza. Indipendentemente da chi, dove e come hanno votato in qualsiasi Paese del mondo» e che «non smetteremo di difenderci, non rinunceremo a un solo pezzo della nostra terra e non perdoneremo per nessuno ucciso o ferito».
LA PAURA del collasso economico aleggia sulla Verkhovna Rada, il parlamento ucraino, a valle delle bellissime colline kievite dove si trovano il monastero di San Michele dalle cupole dorate e la Cattedrale di Santa Sofia. Fuori a quest’ultima ieri è stato acceso un albero di Natale. Come nelle grandi capitali occidentali del mondo. Il segnale che il governo vuole dare non è solo di speranza e vaga normalità, ma soprattutto di avvicinamento al mondo occidentale. L’allineamento del calendario liturgico ortodosso a quello gregoriano voluto dal presidente Zelensky fa sì che quest’anno per la prima volta il Natale in Ucraina si festeggi il 25 dicembre, mentre in Russia sarà il 7 gennaio. Siamo tutti europei, tutti cristiani, tutti democratici odiatori di Putin continua a sostenere il presidente ucraino. Peccato che anche in Europa non siano tutti d’accordo.
IL PRESIDENTE ungherese Orban ha dichiarato che non solo non vuole l’Ucraina nell’Ue, ma che non è neanche favorevole a inserire la decisione in agenda. Ieri il premier spagnolo Pedro Sanchez, presidente di turno dell’Ue, ha chiamato Orban per tentare una mediazione. «L’allargamento è un investimento nella pace, nella sicurezza, nella stabilità e nella prosperità per l’Europa» ha scritto su Twitter Sanchez, aggiungendo anche che «la Spagna farà tutto il possibile per raggiungere il consenso tra i 27 e mantenere il sostegno finanziario e militare all’Ucraina». Del resto, «le difficoltà di cui tutti parlano sono le difficoltà insite nelle decisioni davvero importanti», sostiene il Direttore generale per la politica di vicinato e i negoziati di allargamento dell’Ue, Gert Jan Koopman. Oggi, si riunirà l’Ecofin e discuterà proprio della situazione economica ucraina. «Penso che sia importante prendere una decisione sui finanziamenti» ha dichiarato il vice-presidente della Commissione europea, Valdis Dombrovskis, «perché è tardi, siamo già a dicembre».
*(Fonte: Il Manifesto – Sabato Angieri, Giornalista, scrittore, traduttore e autore teatrale)

 

05 – UNA TARGA PER RICORDARE DOVE MORÌ GRAMSCI. L’APPELLO . IL 27 APRILE 1937 SI SPEGNEVA NELLA CLINICA QUISISANA A ROMA, DOPO UNA LUNGA, DOLOROSA, SORVEGLIATA DEGENZA, UNO DEI PIÙ GRANDI INTELLETTUALI ITALIANI DEL NOVECENTO: ANTONIO GRAMSCI. IL TENTATIVO, CONDOTTO […] (*)

Il 27 aprile 1937 si spegneva nella Clinica Quisisana a Roma, dopo una lunga, dolorosa, sorvegliata degenza, uno dei più grandi intellettuali italiani del Novecento: Antonio Gramsci.
Il tentativo, condotto da un gruppo di studiosi, di ricordare con una targa commemorativa la figura umana e storica di Gramsci è stato disatteso dalla direzione della Clinica.
È una richiesta che farebbe onore alla clinica, vista peraltro la gloria postuma di cui gode Gramsci a livello mondiale, e che contribuisce a fare dell’Italia un centro di prima grandezza del pensiero politico moderno. Anche per questo va combattuta la tendenza a emarginare quando non a cancellare le culture e le origini antifasciste della Repubblica.
Facciamo dunque appello alle istituzioni competenti e alle persone “non indifferenti” di sottolineare con il loro intervento, o con la loro firma a questo appello, la loro protesta contro la scelta della clinica di negare un ricordo degli ultimi dolorosi giorni di Antonio Gramsci.
Se vuoi aderire e firmare l’appello clicca qui

*(Primi firmatari, Fabio Fabbri, Piero Bevilacqua, Giacomo Marramao, Donald Sassoon. Ferdinando Fasce, Luigi Ferraioli , Francesco Piva, Michele Fatica, Lorenzo Bertuccelli, Giorgio Sacchetti, Brunello Mantelli, Claudio Laudisia, Gianvito Mastroleo, Giovanni Carletti, Mario Curti, Anna Bozzo, Fabrizio Barca, Luciano Casali, Carlo Felice Casula, Gerardo Padulo, Enrico Ciancarini
Alfio Signorelli, Sara Cabibbo, Vittorio Dini, Claudio Natoli, Domenico Scacchi, Giovanna Procacci, Paul R. Corner)

 

06 – Massimo Franchi*: LA MEMORIA NEGATA DI GRAMSCI. LA CLINICA QUISISANA RIGETTA LA RICHIESTA DEL COMUNE DI ROMA DI RICORDARE DOVE MORÌ L’INTELLETTUALE ANTIFASCISTA: IL MANIFESTO LANCIA UNA RACCOLTA FIRME

Parecchi turisti appassionati di storia, numerosi ricercatori, moltissimi pazienti. Al personale della clinica Quisisana di Roma capita spesso sentirsi chiedere: «Gramsci è morto qui, sapete dove?». La risposta è sempre molto educata: «Mi spiace, non lo sappiamo». Quasi sempre arriva un’altra domanda: «Ma perché non c’è una targa a ricordarlo?». La nuova risposta è identica alla prima.

IL GRANDE INTELLETTUALE sardo antifascista passò qui, in cima al quartier Parioli, gli ultimi venti mesi della sua vita: alla Quisisana arrivò il 24 agosto 1935 sotto «sorveglianza poliziesca severissima» con «tre poliziotti giorno e notte», fino al 27 aprile 1937, quando morì per «un’improvvisa emorragia cerebrale».
Già nel marzo 2017, in occasione dell’ottantesimo anniversario della morte, la richiesta divenne istituzionale: a richiedere una targa fu il municipio II di Roma. Negli ultimi mesi la sollecitazione è stata fatta dalla Fondazione Gramsci e direttamente dal Comune di Roma.
Dopo il fermo diniego dell’attuale proprietà della clinica, ora arriva l’appello lanciato da un gruppo di studiosi – primo firmatario è Fabio Fabbri, già docente di storia a Salerno, alla Sapienza e a Roma Tre – e intellettuali che il manifesto appoggia e sul quale aprirà da oggi una raccolta di firme sul nostro sito.
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A ottobre è stato l’assessore alla Cultura del Comune di Roma Miguel Gotor a contattare la proprietà sulla «possibilità, richiestaci da molti comitati di cittadini, di ricordare con una targa Antonio Gramsci nella clinica in cui fu ricoverato e morì. La targa potrebbe essere collocata sul muro esterno della proprietà».
La clinica Quisisana, «un piccolo gioiello di architettura di inizio secolo», è stata fondata da una congregazione di suore svizzere che nel 1983 hanno venduto a Eurosanità, della famiglia Ciarrapico, di chiare simpatie destrorse. La scusa è proprio questa: «Noi rispondiamo della nostra gestione, non sappiamo niente di Gramsci, non abbiamo alcun documento e neanche la cartella clinica che spesso ci viene richiesta da studiosi di tutto il mondo», fa sapere informalmente il personale della clinica.
Contattata dal manifesto, la proprietà ha ulteriormente specificato la motivazioni del diniego con ragioni particolari. «La cittadinanza per ovvie ragioni non potrebbe avere libero accesso alla struttura sanitaria e alle sue pertinenze», scrive il presidente del Consiglio di Amministrazione Maurizio Martinetti.

A ULTERIORE RICHIESTA di specificare «un elenco delle personalità del campo politico, imprenditoriale, nazionale ed internazionale, e, comunque, di personaggi noti deceduti nella Clinica» che avrebbero fatto richiesta di una targa, la proprietà si è trincerata dietro «la normativa Gdr e il Codice della Privacy».
Una ricerca non fornisce grandi risultati: oltre a Gramsci, l’unica «personalità» morta alla Quisisana citata sui media è Giuseppe Ciarrapico, padrone della clinica, deceduto qui nel 2019.
Le targhe dedicate a Gramsci invece sono molte. Claudio Laudisa, altro grande fautore dell’appello, ne ricorda varie: «Una in lungo Dora Firenze 57, prima casa in cui abitò a Torino, una in piazza Carlo Emanuele II 15, dove ha vissuto e dove oggi sorge un hotel di lusso, e l’altra in Via dell’Arcivescovado 6 dove fondò “Ordine nuovo”. Dunque – si chiede Laudisa – l’hotel di lusso a Torino sì, la Clinica Quisisana a Roma no: ma non sono tutti e due privati?», chiude polemico.

LA STORIA di Gramsci alla Quisisana è stata, come tutta la sua vita, piena di avventure e soprusi: «Gramsci era ricoverato in stato di detenzione nella clinica Cusumano di Formia dal dicembre 1933 – spiega Maria Luisa Righi, capo redattrice dell’Edizione nazionale degli scritti di Gramsci – . Lì era detenuto anche il generale Luigi Capello che aveva tramato per un attentato a Mussolini. I carabinieri controllavano entrambi. L’inadeguatezza delle cure ricevute, inducono Gramsci a chiedere un trasferimento: una clinica di Fiesole specializzata in malattie nervose è respinta dal governo fascista. Gramsci propone allora quattro cliniche romane. I Carabinieri autorizzano la Quisisana perché è più facilmente sorvegliabile. Tania (sorella della moglie Giulia, che l’accudirà per tutto l’ultimo periodo, ndr) conosce bene il chirurgo Vittorio Puccinelli, la cui moglie è russa come lei. Il 24 agosto ’35 arriva alla Quisisiana. A coprire le spese si è impegnato il Comintern. Gramsci è curato dall’illustre clinico Cesare Frugoni, ma non migliora. In vista della imminente libertà condizionale chiede alla famiglia di trovargli una sistemazione a Santu Lussurgiu, dove aveva fatto il ginnasio, e a luglio del ’36 la sorella Teresina ha già un accordo per una casetta. Ma Gramsci non abbandona la possibilità di essere estradato in Urss per unirsi a Giulia e i figli (la bozza della richiesta di espatrio è redatta da Sraffa il 18 aprile ’37). Qui morì all’alba del 27 aprile».

LA SALMA di Gramsci fu portata al cimitero del Verano in una giornata di pioggia alla presenza dei soli Tania e del fratello Carlo, nel frattempo fu fatto il calco del viso, conservato al museo di Ghilarza. Solo nei giorni seguenti il corpo fu traslato al cimitero acattolico di Testaccio.
*(Fonte Il Manifesto. Massimo Franchi, Ha collaborato con il mensile “LiberEtà”, con “l’Unità”, “Repubblica Bologna” e “il manifesto”.)

 

 

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