n°32 – 12/08/23 – RASSEGNA DI NEWS NAZIONALI E INTERNAZIONALI. NEWS DAI PARLAMENTARI ELETTI ALL’ESTERO


01 – Massimo Franchi*:ECONOMIA . L’inflazione rallenta. Quella nel carrello no: è quasi il doppio. GIOCHI DA TAVOLO. L’Istat: a luglio 5,6% globale ma i prodotti della spesa al 10,2% La «forbice» pagata dai meno abbienti aumenta dello 0,2%. Il trimestre anti rincari di Urso partirà solo a ottobre I dati confermano: l’industria alimentare è innocente
02 – La Senatrice La Marca (pd) interviene alla commemorazione della tragedia di MARCINELLE a TORONTO
03 – Adriana Pollice*: Ponte sullo stretto, tolto il tetto ai compensi del Cda. Le opposizioni: «Un insulto agli italiani»
04 – Roberto Ciccarelli*: Crescono i profitti, i salari no: si chiama «inflazione da avidità»
05 – Francesca Leoci*: allarme colera molto elevato: casi in 25 paesi – secondo quanto dichiara l’OMS, è l’africa il paese più colpito dai casi di colera dall’inizio dell’anno: “il rischio è globale”.
06 – Miguel Angel Garcìa Herrera e Gonzalo Maestro Buelga *: SPAGNA, tiempo comprado, c’era il rischio che il ciclo aperto con il voto del 15 maggio segnasse un ritorno all’epoca pre-costituzionale
07 – Alice Facchini*: La povertà energetica si abbatte su chi è già in difficoltà. Redditi bassi, aumento del costo dell’energia, case vecchie. Più di due milioni di famiglie non riescono a pagare le bollette elettriche e del gas. Manca una strategia nazionale di sostegno che vada oltre le misure temporanee
08 – In Italia e in altri paesi Ue sono aumentati i divari di reddito. Nonostante le condizioni materiali siano mediamente migliorate, la disuguaglianze nella distribuzione della ricchezza sono rimaste pressoché invariate in Europa. L’Italia non costituisce un’eccezione.
09 – Cosa sono la legge europea e la legge di delegazione europea – Sono le due norme con cui l’Italia adegua la legislazione nazionale alla legislazione Ue.(*)
10 – Daniele Burgio, Massimo Leoni e Roberto Sidoli*: l’anti diplomatico – Cina: marxismo creativo invece del marxismo dogmatico

 

01 – Massimo Franchi*:ECONOMIA . L’INFLAZIONE RALLENTA. QUELLA NEL CARRELLO NO: È QUASI IL DOPPIO. GIOCHI DA TAVOLO. L’ISTAT: A LUGLIO 5,6% GLOBALE MA I PRODOTTI DELLA SPESA AL 10,2% LA «FORBICE» PAGATA DAI MENO ABBIENTI AUMENTA DELLO 0,2%. IL TRIMESTRE ANTI RINCARI DI URSO PARTIRÀ SOLO A OTTOBRE I DATI CONFERMANO: L’INDUSTRIA ALIMENTARE È INNOCENTE

L’INFLAZIONE CALA. QUELLA SUL CARRELLO DELLA SPESA MOLTO MENO, RISULTANDO QUASI DOPPIA. E così si allarga la forbice fra il costo della vita generale e quella che colpisce chi deve tagliare anche sui beni di prima necessità pur di mettere assieme il pranzo con la cena. In una parola: i poveri.

IL TUTTO ALLA FACCIA del «trimestre anti-inflazione» varato dal ministro Urso che questa «forbice» doveva ridurre e che invece partirà solo a ottobre. Mentre anche la Bce torna a mettere in guardia con il suo bollettino economico in cui dice che «le prospettive su Pil e inflazione restano incerte» e negli Stati Uniti l’inflazione torna ad alzare la testa, seppur solo al 3,2%.

In Italia a luglio l’Istat ha rilevato un tasso di inflazione – l’Indice nazionale dei prezzi al consumo per l’intera collettività (Nic) – del 5,9% su base annua, in calo rispetto al 6,4% di giugno. Il «carrello della spesa» che tiene conto dei prezzi al dettaglio dei beni alimentari, per la cura della casa e della persona rallenta meno: a luglio segna un più 10,2%, rispetto al +10,5% di giugno (ancora inferiore il calo dell’inflazione sui prodotti ad alta frequenza d’acquisto: da +5,7% a +5,5%).

Dunque la «forbice» si allarga: era 4,1% a giugno, è al 4,3% a luglio. Un più 0,2% che corrisponde a un fardello ulteriore sulle spalle e le tasche dei meno abbienti con un corollario inevitabile di riduzione del consumo interno, il vero spauracchio di qualsiasi governo, compreso quello di Giorgia Meloni.

«Dobbiamo e possiamo fare di più», ha commentato subito il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso, rilanciando il suo protocollo anti-inflazione siglato con organizzazioni della distribuzione, artigiani, cooperative e Pmi, che «dispiegherà i suoi effetti dal primo ottobre al 31 dicembre, attraverso «una sorta di calmiere in un paniere di prodotti di largo consumo, per stabilizzare l’inflazione e dargli il colpo finale». Una bacchettata poi alla grande industria alimentare che il ministro chiama a fare la sua parte: «Ci sono aziende italiane importanti che in Francia hanno sottoscritto l’accordo con il governo per ridurre i prezzi e in Italia dicono che non è possibile. Mi auguro che ci ripensino».

Ma è l’Istat a smentire il ministro, elencando i settori in cui i prezzi sono scesi di più: «La decelerazione del tasso di inflazione si deve, in prima battuta, al rallentamento della crescita tendenziale dei prezzi dei servizi relativi ai trasporti (da +4,7% a +2,4%), dei beni energetici non regolamentati (da +8,4% a +7,0%), degli alimentari lavorati (da +11,5% a +10,5%) e, in misura minore, di quelli degli altri beni (da +4,8% a +4,5%) e all’ampliamento della flessione su base annua degli energetici regolamentati (da -29,0% a -30,3%)».

DELL’ELENCO FANNO PARTE gli «alimentari lavorati» e cioè proprio quella industria che non ha firmato il patto e che è additata (ingiustamente) per la corsa dei prezzi del carrello della spesa. Non solo a luglio, in tutto questo periodo di inflazione galoppante l’Istat ha certificato come «i prezzi alla produzione, vale a dire i prezzi di cessione alla distribuzione, che si attestano ben al di sotto del tasso di inflazione medio», come rivendicano le associazioni dell’industria alimentare. Implicitamente accusando la grande distribuzione di fingere di impegnarsi per rallentare i prezzi.
Infine, l’Istat parla di «dinamica ancora fortemente influenzata dall’evoluzione dei prezzi dei beni energetici», con un’inflazione acquisita per il 2023 che al momento rimane stabile al 5,6%.

ANCORA TROPPO POCO però per le associazioni dei consumatori. L’Unione nazionale consumatori (Unc) parla di «calo con il misurino», a fronte di prezzi che restano agli stessi livelli «lunari» di giugno, stimando per una coppia con due figli una spesa da 1.699 euro in più all’anno. Di questi ben 864 euro soltanto per riempire il carrello della spesa. Per le famiglie più numerose, con oltre tre figli, l’esborso supera i 1.900 euro. La dinamica dell’inflazione però non è omogenea sul territorio nazionale. In alcune città l’impennata di prezzi e spese è più marcata rispetto ad altre. È il caso di Genova dove, indica ancora l’Unione nazionale consumatori, l’inflazione si attesta all’8,2% con 1.787 euro di spesa in più all’anno per una famiglia media. Segue Varese, con un +6,5% su luglio 2022 e maggiori spese familiari pari a 1.714 euro. Sul gradino più basso del podio Milano che, pur avendo un’inflazione poco più alta della media italiana, al 6,3%, fa registrare però una spesa supplementare di 1.710 euro annui per una famiglia tipo.
*( Fonte: Il Manifesto, Massimo Franchi. Professor of Econometrics. Dipartimento di Scienze Statistiche · Sapienza Università di Roma)

 

02 – LA SENATRICE LA MARCA (PD) INTERVIENE ALLA COMMEMORAZIONE DELLA TRAGEDIA DI MARCINELLE A TORONTO
Si è tenuta ieri a Toronto, in Piazza Tagliavini a Woobridge, la commemorazione della tragedia di Marcinelle che, 67 anni fa, segnò per sempre la storia dei lavoratori italiani nel mondo.
“L’8 agosto 1956, un tragico incidente in una miniera del Belgio ha tolto la vita a 262 minatori, fra questi ben 136 erano italiani. Da allora Marcinelle è diventato il simbolo del sacrificio dell’ emigrazione italiana nel mondo e, ancora di più, del lungo percorso di lotte sociali per la dignità del lavoro”, ha dichiarato la senatrice Francesca La Marca.
Presenti alla cerimonia organizzata dal Comites di Toronto centinaia di ospiti fra cui il Console Generale d’Italia a Toronto, Luca Zelioli, l’On. Di Sanzo, le autorità locali del governo canadese, provinciale e locale dell’Ontario, oltre alla rappresentanze di tutte le forze armate italiane.
“Nella commemorazione dei 67 anni di quella tragedia, possiamo affermare che Marcinelle è stata uno spartiacque fondamentale nel cammino di creazione di un’Europa sociale che riconoscesse diritti a tutti i lavoratori. I lavoratori italiani infatti – ha continuato la senatrice La Marca – furono in qualche modo i primi cittadini europei che, per necessità di lavoro, si mossero verso altri paesi quali Germania, Francia, Svizzera e chiaramente anche il Belgio.”
La serata ha vissuto anche un momento molto commuovente quando la parola è stata presa da alcuni testimoni oculari del lavoro in miniera, che hanno raccontato la loro storia.
“ La memoria di quella tragedia deve necessariamente ispirarci alla solidarietà, specie in un’epoca in cui l’Italia è al centro di un processo migratorio. Sono milioni gli italiani che in passato hanno cercato lavoro e dignità fuori dai confini nazionali, a tutti loro deve andare il nostro ricordo e oggi più che mai bisogna ribadire che lasciare il proprio paese d’origine in cerca di un futuro migliore non può significare anche perdere la vita. Finché ci sarà anche un singolo morto sul luogo di lavoro il ricordo di Marcinelle sarà doveroso così come cercare di migliorare le condizioni lavorative affinché la storia non si ripeta” ha concluso la senatrice La Marca.
*(Sen. Francesca La Marca – Ripartizione Nord e Centro America/Electoral College – North and Central Ameri)

 

03 – Adriana Pollice*: PONTE SULLO STRETTO, TOLTO IL TETTO AI COMPENSI DEL CDA. LE OPPOSIZIONI: «UN INSULTO AGLI ITALIANI» – DL ASSET. NEL DECRETO OMNIBUS IL GOVERNO AUTORIZZA LA SPA A SFORARE IL LIMITE DEI 240MILA EURO L’ANNO. BONELLI (AVS): «L’AD CIUCCI AVEVA ASSICURATO CHE AVREBBERO PRESO 25MILA EURO CIASCUNO»
Avanti tutta con il Ponte sullo Stretto di Messina. Nella bozza del dl Asset, il provvedimento Omnibus che sarà approvato domani in Consiglio dei ministri, sono state inserite misure relative all’opera tanto cara al ministro Matteo Salvini, già cavalo di battaglia di Silvio Berlusconi. Per la Stretto di Messina Spa, incaricata della progettazione e realizzazione del collegamento tra la Calabria e la Sicilia, è previsto un aumento di capitale. Articolo 15, capo III, «Disposizioni urgenti per garantire l’operatività della società concessionaria»: al fine di determinare la composizione dell’azionariato, il ministero dell’Economia, d’intesa con il ministero delle Infrastrutture, provvede a sottoscrivere entro il 31 dicembre 2023 un aumento di capitale. Non solo, la società viene esonerata dalle disposizioni di legge sul tetto di 240mila euro per amministratori, titolari e componenti degli organi di controllo, dirigenti e dipendenti pubblici. «Non si vergogna?» è la domanda che il parlamentare di Avs, Angelo Bonelli, fa alla premier Meloni.
L’esponente dei Verdi due mesi fa aveva scritto all’AD della società, Pietro Ciucci, chiedendo a quanto corrispondesse l’indennità sua e dei consiglieri di amministrazione. La cortese risposte è arrivata l’otto giugno: «La informo che l’Assemblea degli azionisti ha determinato in euro 125.000 l’importo complessivo annuo spettante all’intero Consiglio di amministrazione da ripartire tra i membri del Consiglio stesso». Cordialmente, la firma. «Mi rispose che l’emolumento per i 5 componenti sarebbe stato di 25 mila euro l’anno per tutti, mi ero pure commosso per tanta sobrietà – ironizza Bonelli -. Adesso la norma prevista nel decreto Omnibus fa saltare il tetto di retribuzione dei componenti del Cdm, un insulto agli italiani. Il governo e Giorgia Meloni in persona se ne devono vergognare. Questa lobby, capeggiata dal ministro Salvini, ha voluto trasformare il Ponto sullo Stretto di Messina in una mangiatoia di Stato. Un’opera che sottrarrà risorse importanti per lo sviluppo del Sud a partire dal trasporto pubblico, dai depuratori, le scuole, la sanità e la messa in sicurezza del territorio».
E ANCORA: «NON AVEVAMO DUBBI CONSIDERATO CHE QUESTE PERSONE SONO ABITUATE AD AVERE COMPENSI MILIONARI. STA DI FATTO CHE QUESTA NORMA È UN INSULTO AGLI ITALIANI E AVVIENE PROPRIO DOPO CHE, CON UNA DELEGA FISCALE, SI FA UN ENORME REGALO AI GRANDI EVASORI GARANTENDO LORO L’IMMUNITÀ PENALE. DOPO CHE È STATO ELIMINATO IL REDDITO DI CITTADINANZA E DOPO L’ELEMOSINA DI STATO DA 1,20 EURO AL GIORNO PER LE FAMIGLIE CON 15MILA EURO DI ISEE E CON TRE FIGLI A CARICO.

Anche i 5STELLE attaccano il governo con il vicecapogruppo alla Camera, Agostino Santillo: «LO SCENARIO È IL SEGUENTE: REDDITO DI CITTADINANZA NO, AIUTI ALLE FAMIGLIE CONTRO IL CARO-VITA NO, SOSTEGNI CONTRO IL CARO-MUTUI NEMMENO, INTERVENTI PER ATTENUARE IL COSTO DELLA BENZINA NEANCHE A PARLARNE. QUESTA DESTRA GLI UNICI FAVORI LI FA AI SOLITI NOTI E A CHI HA GIÀ. A SALVINI DELLE INFRASTRUTTURE DEL SUD NON IMPORTA NULLA. NEMMENO DELL’INUTILE E FARSESCO PONTE SULLO STRETTO. AL MINISTRO INTERESSA SOLO L’AFFARE PONTE, CON TUTTE LE SUE SPARTIZIONI E PREBENDE VARIE. UNO SCEMPIO, MESSO IN PIEDI SULLA PELLE DEI CITTADINI E CON I LORO SOLDI». DAL PD ELLY SCHLEIN: «DICONO CHE I SALARI NON SI FANNO PER LEGGE. EPPURE FANNO LEGGI PER TOGLIERE IL TETTO MASSIMO AI SALARI SOPRA I 240MILA EURO». SURREALE LA REPLICA DELLA LEGA AD AVS: «BONELLI VUOLE DAVVERO PARLARE DI SOLDI? CI PARLI DI QUELLI PUBBLICI, STANZIATI PER L’ACCOGLIENZA MIGRANTI»
*( Adriana Pollice. Giornalista. * * *. Regione Campania,)

 

04 – Roberto Ciccarelli*: CRESCONO I PROFITTI, I SALARI NO: SI CHIAMA «INFLAZIONE DA AVIDITÀ» – ECONOMIA. DOPO IL COVID, IL CARO-PREZZI: ALLE ORIGINI DELLA POLI-CRISI CAPITALISTICA E DELLE LOTTE PER I SALARI E I CONTRATTI NEI TRASPORTI, E NON SOLO
La chiave per interpretare la fiammata degli scioperi estivi nei trasporti – e non solo in Italia – sta nella richiesta di aumentare i salari e rinnovare i contratti scaduti da anni. Richiesta sentita, e ancora presumibilmente al di sotto di un auspicabile quanto necessario livello di generalizzazione all’intera società. E tuttavia è una prima risposta all’interno della cornice economico-politica post-covid segnata dall’aumento colossale dei profitti e dal ristagno dei salari.
Marazzi: «Le banche centrali hanno paura del contagio delle lotte operaie e sociali»
L’inflazione che sta taglieggiando i salari, e spinge alcuni settori a mobilitarsi, è dovuta ai profitti ed è alimentata dal disallineamento tra prezzi crescenti e salari stagnanti. Lo ha ribadito una nota congiunturale diffusa ieri dalla Fisac Cgil. La chiamano, non a caso, «inflazione da avidità» (Greed Inflation). Una situazione che assume contorni drammatici nei paesi dove non esistono né misure di contenimento dei prezzi come la Spagna, né misure per incrementare i salari come la Francia. L’Italia, soprattutto. Qui, si è registrato il più forte calo dei salari reali tra le principali economie Ocse (-7% alla fine del 2022) e la discesa è proseguita nel primo trimestre del 2023 (-7,5% su base annua). Le previsioni prevedono un incremento dei salari nominali intorno al 3,6% per il 2023/24, «quindi ben al di sotto della dinamica inflattiva vista al 6,4% nel 2023 e al 3% nel 2024.
Matteo Gaddi: «Profitti alle stelle, crollano i salari, le imprese paghino»
A peggiorare le cose, nell’evidente tentativo di proteggere i profitti e punire doppiamente i lavoratori con i bassi salari e i mutui ancora aperti per i prossimi decenni, sono arrivati gli aumenti dei tassi di interesse decisi dalla Bce che “non stanno producendo gli effetti sul contenimento del costo della vita – sostiene Susy Esposito, segretaria della Fisac Cgil – Al contrario, le scelte di Francoforte, che hanno portato il tasso di rifinanziamento principale al 4% attuale dallo 0,5% in meno di un anno, e che già a fine luglio potrebbe salire al 4,5%, sta gravando in maniera pesante su lavoratori e pensionati, e si riflette in un calo dei depositi”.
Mario Pianta: «Non lasciare a Meloni la critica dell’austerità»
Un puntuale commento sulla «presunta crescita dell’economia italiana» di Andrea Fumagalli e Roberto Romano, pubblicato in un «diario della crisi» sui siti Effimera, Machina e El Salto, ha evidenziato come in Italia il rapporto tra reddito da lavoro e valore aggiunto (salario relativo) sia calato al 45,55% nel 2021 ed è ancora diminuito nel 2022, contro il 53% della media europea, il 59% della Germania, il 58% della Francia, il 52% della Spagna e il 55% degli Stati Uniti. In altre parole l’Italia è tra i paesi europei dove si lavora di più (nel 2023, 1694 ore all’anno contro le 1341 della Germania e le 1511 della Francia) e si guadagna di meno. La crescita è solo del lavoro povero. È un modello sociale, produttivo e ideologico che il governo Meloni sta ampliando. Sarebbe uno scenario ideale per una lotta di classe. La si combattere pure, in maniera frammentaria e non uniforme.
La Bce rialza i tassi a luglio, panico nel governo Meloni
Anche in Italia si sta consolidando un orientamento sulle risposte minime da fornire nella contingenza: veri rinnovi contrattuali (magari, senza facili entusiasmi come sulla scuola);controllo dei prezzi dei beni alimentari e energetici; tassazione degli extra profitti. Restano le divisioni. Ci vorrebbe la forza.
*( Roberto Ciccarelli , è filosofo e giornalista. Scrive per il manifesto.)

 

05 – Francesca Leoci*: ALLARME COLERA MOLTO ELEVATO: CASI IN 25 PAESI – SECONDO QUANTO DICHIARA L’OMS, È L’AFRICA IL PAESE PIÙ COLPITO DAI CASI DI COLERA DALL’INIZIO DELL’ANNO: “IL RISCHIO È GLOBALE”.
L’Organizzazione mondiale della sanità ha parlato di rischio “molto elevato” a livello globale sulla possibilità di diffusione del colera. Ben 25 Paesi hanno segnalato numerosi casi dall’inizio del 2023: l’Africa è la regione più colpita, dove sono stati registrati 14 casi.
“Sulla base dell’elevato numero di focolai e della loro espansione geografica, nonché della mancanza di vaccini e di altre risorse”, l’Oms continua a valutare il rischio a livello globale come “molto elevato”.
Dall’ultimo rapporto, pubblicato il 6 luglio 2023 (e che riguarda i dati segnalati fino al 15 giugno), a metà maggio una nuova epidemia di colera è stata segnalata dall’India.
L’organizzazione spiega che “la capacità complessiva di rispondere alle molteplici e simultanee epidemie continua a essere messa a dura prova a causa della mancanza globale di risorse, comprese le carenze del vaccino e delle forniture per fronteggiare la diffusione, nonché del personale medico e sanitario pubblico, che sta fronteggiando molteplici epidemie simultanee e altre emergenze sanitarie”.
Risale a questo fine luglio il caso di un 70enne ricoverato a Lecce, inizialmente per sintomi riconducibili alla malattia. Dopo aver analizzato un campione isolato di emocultura però, il Dipartimento di Malattie infettive dell’Iss, il caso è stato smentito.
Il ceppo batterico in esame “non appartiene ai sierotipi di Vibrio cholerae responsabili di colera”, avrebbe evidenziato l’Iss spiegando che si tratta di un batterio comune negli ambienti acquatici salmastri, che spesso non causa sintomi.
Si trattava di colera, invece, nel caso di un uomo a Cagliari, ricoverato il 9 luglio dopo aver mangiato dei frutti di mare.
*( Francesca Leoci. Copywriter ed articolista freelance.)

 

06 – Miguel Angel Garcìa Herrera e Gonzalo Maestro Buelga *: SPAGNA, TIEMPO COMPRADO.
C’ERA IL RISCHIO CHE IL CICLO APERTO CON IL VOTO DEL 15 MAGGIO SEGNASSE UN RITORNO ALL’EPOCA PRE-COSTITUZIONALE. UN BRIVIDO HA SCOSSO L’ANIMA DELLA SINISTRA SPAGNOLA, MA PESA L’INCOGNITA SULLA TENUTA DELLA COALIZIONE PROGRESSISTA. L’EUROPA, LA GRANDE ASSENTE DELLA CAMPAGNA ELETTORALE. E ORA?
C’era partita. Dopo il colpo inatteso dei risultati delle elezioni amministrative e regionali, l’indizione delle elezioni generali si è rilevata un’abile manovra tattica del presidente Sánchez che ha ottenuto i seguenti risultati: a) spegnere l’euforia del Partito Popolare per la sconfitta socialista e per la conquista del potere nei governi territoriali; b) prevenire l’indebolimento della legittimità del Governo dovuta al contrasto tra la composizione del Parlamento e la nuova realtà socio-politica spagnola; c) svalutare politicamente il trionfo elettorale del PP, trasformandolo in un primo turno che necessitava di ulteriori conferme; d) evitare, nei restanti mesi di legislatura, lo straziante calvario di rivendicare l’anticipo di una nuova data elettorale; e) confidare che la formazione dei governi locali e regionali mostrasse l’intensità dei legami politici, astutamente nascosti o negati, tra il Partito Popolare e Vox.

UN BRIVIDO HA SCOSSO L’ANIMA DELLA SINISTRA SPAGNOLA
L’aspettativa di Sanchez è stata largamente soddisfatta. Il raccapricciante spettacolo di un avido accesso al potere ha palesato molte contraddizioni. La ciliegina sulla torta sono state le concessioni programmatiche in tema di parità, l’ostilità nei confronti dei gruppi LGTBI e, infine, la censura promossa dai consiglieri di Vox che prevedevano una fase di persecuzione culturale che andava oltre il mero confronto (molestie permanenti). Questi fatti hanno reso più facile per la sinistra spagnola prospettare un futuro buio nel caso in cui l’estrema destra avesse conquistato la maggioranza con l’appoggio del Partito popolare. Un brivido ha scosso l’anima della sinistra spagnola. L’attacco alle libertà e il ritorno del lato oscuro della storia non erano più solo un sogno propagandistico ma una minaccia reale e imminente che doveva essere evitata. Il verbo si fece carne ed evidenziò la sua nocività. Sebbene il ciclo aperto dal Movimento 15 maggio si fosse concluso, c’era il rischio che si chiudesse anche il periodo iniziato nel 1975 e si aprisse una nuova fase: un ritorno all’epoca pre-costituzionale.
*(Miguel Angel Garcìa Herrera e Gonzalo Maestro Buelga – Costituzionalisti dell’Universidad del País Vasco.)

 

07 – Alice Facchini*: LA POVERTÀ ENERGETICA SI ABBATTE SU CHI È GIÀ IN DIFFICOLTÀ
REDDITI BASSI, AUMENTO DEL COSTO DELL’ENERGIA, CASE VECCHIE. PIÙ DI DUE MILIONI DI FAMIGLIE NON RIESCONO A PAGARE LE BOLLETTE ELETTRICHE E DEL GAS. MANCA UNA STRATEGIA NAZIONALE DI SOSTEGNO CHE VADA OLTRE LE MISURE TEMPORANEE
“Ho lavorato per vent’anni in fabbrica, prendendomi cura di mia madre malata: dopo che mi sono separata sono andata a vivere nelle case popolari. L’affitto è proporzionato al mio reddito, ma le bollette no: da quando i prezzi sono aumentati ho cominciato ad accumulare ritardi nei pagamenti. Fino a che non mi hanno minacciato di togliermi l’alloggio”. Alda, 59 anni, di Perugia, snocciola velocemente una serie di numeri: 450 euro è il suo salario mensile, a cui va aggiunta una piccola pensione di invalidità. Poco più di 40 euro sono quelli che paga di affitto, mentre 105 euro vanno per le spese condominiali, che comprendono acqua e gas, più 60 euro di rateizzazione degli arretrati da pagare. E poi ci sono altri cento euro di bolletta elettrica. “Facendo i conti resta poco, considerato che ho tante spese sanitarie e che mi servono i soldi per la benzina per andare al lavoro. Deve pur rimanermi qualcosa per mangiare”.
Nel 2022 4,7 milioni di persone in Italia hanno saltato il pagamento di almeno una bolletta, e 3,3 milioni hanno dichiarato che non sarebbero riuscite a pagare in caso di ulteriori rincari. La povertà energetica è definita nella Strategia energetica nazionale come la “difficoltà di acquistare un paniere minimo di beni e servizi energetici”: in pratica, si verifica quando una famiglia non può permettersi di pagare l’elettricità o il gas necessari a riscaldare o illuminare adeguatamente la propria abitazione. Alla fine del 2021 in Italia colpiva 2,2 milioni di famiglie, circa 125mila in più rispetto al 2020 e l’8,5 per cento del totale.

Ci sono profonde differenze regionali: la percentuale oscilla tra un minimo del 4,6 per cento nelle Marche e un massimo del 16,7 per cento in Calabria. Il Rapporto 2022 sull’efficienza energetica dell’Enea fornisce ulteriori dettagli: la quota di famiglie in povertà energetica è maggiore tra i 18 e i 34 anni (10 per cento contro il 7 per cento di chi ha più di 65 anni), tra chi vive in abitazioni di piccole dimensioni (14 per cento contro il 4 per cento di chi abita in una casa grande), e cresce con l’aumentare del numero di componenti del nucleo familiare.

FENOMENO MULTIDIMENSIONALE
La pandemia e la guerra in Ucraina hanno aggravato il problema: se la prima ha determinato un aumento nei consumi nelle case, la seconda ha contribuito a un aumento del costo dell’energia. Il 16 aprile 2023 una donna di 76 anni è morta in un incendio in casa sua nella zona del Pigneto: il suo nome era Anna Maria Palma, e tentando di risparmiare sulle bollette usava le candele per illuminare. Già lo scorso gennaio, sempre a Roma, c’era stato il primo anziano morto in casa per il freddo dopo che gli avevano staccato le utenze. È successo nel quartiere Balduina: l’uomo si chiamava Antonio Porta, aveva 77 anni, era solo, malato e povero.

“Per ora in Italia la povertà energetica è calcolata tenendo conto dell’Isee, ma si tratta di un valore che non prende in considerazione diversi fattori importanti”, spiega Agnese Cecchini, fondatrice dell’Alleanza contro la povertà energetica, una rete di organizzazioni e istituzioni nata per contrastare il fenomeno. “Per questo si stanno studiando nuovi metodi di misurazione, anche se per il momento mancano parametri univoci”.

La povertà energetica, infatti, è un fenomeno multidimensionale: può derivare da redditi bassi, da prezzi alti dell’energia, ma è anche legata alle condizioni abitative delle persone – case vecchie, con infissi non coibentati, senza cappotto termico e con elettrodomestici datati. A incidere c’è anche l’accesso alla rete locale, che non sempre è garantito, e la scarsa conoscenza dei possibili sgravi in bolletta. Infine si devono considerare le condizioni climatiche, visto che un inverno rigido o un’estate calda possono comportare una spesa maggiore per il riscaldamento o il raffrescamento.

Secondo un sondaggio di Eurostat condotto nel 2020, l’8 per cento della popolazione europea non riesce a riscaldare adeguatamente la propria casa

Anche se negli ultimi mesi il valore dell’energia è calato, ancora rappresenta una grande parte del bilancio di spesa di molte famiglie.L’Autorità di regolazione per energia, reti e ambiente (Arera) calcola che, in Italia, tra il luglio 2022 e il giugno 2023 la spesa media di una famiglia per la bolletta elettrica siaè stata di 1.267 euro, un terzo in più rispetto all’anno precedente. Per quanto riguarda il gas, tra il marzo 2022 e il febbraio 2023 la spesa in media è stata di 1.666 euro, con una crescita del 16 per cento rispetto ai dodici mesi precedenti. “Il problema è la scarsa trasparenza verso i consumatori”, continua Agnese Cecchini. “È difficile fare confronti tra diversi operatori o saper leggere una bolletta, le informazioni non sono chiare. A volte le offerte indicano un certo prezzo dell’energia, ma non includono altri costi nascosti”.

Con l’estate il rischio è di ricevere bollette sempre più salate. “La povertà energetica non colpisce solo d’inverno”, afferma Ivan Faiella dell’Osservatorio italiano povertà energetica (Oipe), che mette insieme ricercatori ed esperti interessati al tema. “Anche nella stagione calda i costi energetici aumentano: l’aria condizionata, i deumidificatori e i ventilatori si usano sempre di più, visto l’innalzamento delle temperature dovuto al cambiamento climatico. Si tratta di soluzioni che consumano energia, ma di cui non si può più fare a meno. Il caldo può uccidere quanto il freddo”. Non si tratta infatti di un lusso da ricchi: è stato dimostrato che il non raffrescamento porta a un aumento dei rischi sanitari, soprattutto per le persone anziane.

Il problema della povertà energetica, comunque, non è solo italiano. Secondo un sondaggio di Eurostat condotto nel 2020, l’8 per cento della popolazione europea non riesce a riscaldare adeguatamente la propria casa. La situazione è diversa da regione a regione e non dipende dal clima: in alcuni paesi, come la Bulgaria, la Lituania e Cipro, la quota di poveri energetici supera il 20 per cento, mentre altri si attestano al di sotto dell’1 per cento, come la Norvegia e la Svizzera.

Il contrasto alla povertà energetica è stato inserito all’interno dell’obiettivo numero uno dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite – “porre fine ad ogni forma di povertà nel mondo” – mentre la Commissione europea, con la raccomandazione 2020/1563, ha dichiarato che affrontare questo problema può “apportare diversi benefici”, tra cui una minor spesa sanitaria, la riduzione dell’inquinamento atmosferico, l’aumento del benessere della popolazione e il miglioramento dei bilanci familiari. Si chiede quindi ai governi nazionali “di concentrarsi, al momento di assegnare i fondi pubblici e in particolare le sovvenzioni, sulle famiglie a basso reddito”, e di trovare soluzioni di finanziamento “che consentano di ristrutturare superando l’ostacolo dei costi iniziali elevati”. A oggi, però, meno di un terzo dei paesi europei ha adottato una misura di contrasto alla povertà energetica e solamente pochi, tra cui Francia, Irlanda, Regno Unito e Slovacchia, hanno inserito una sua definizione nelle proprie legislazioni.

Misure parziali
“Tra i paesi più avanzati c’è la Francia, che ha stabilito rigidi parametri per spingere i proprietari a non vendere o affittare case che non abbiano una certa classe energetica”, continua Agnese Cecchini. “In Spagna le proteste degli abitanti della baraccopoli La Cañada Real, nella periferia sud di Madrid, hanno fatto sì che l’energia fosse riconosciuta come un servizio essenziale per la sopravvivenza. In Belgio stanno nascendo diversi gruppi locali che hanno realizzato impianti di rinnovabili con cooperative che redistribuiscono l’energia prodotta tra gli stessi cittadini, e anche l’Italia è all’avanguardia sulle comunità energetiche, anche se molti investimenti sono bloccati perché ancora si stanno aspettando i decreti attuativi”.

Nel marzo 2023 il governo ha approvato il cosiddetto “decreto bollette”, che stanzia 4,9 miliardi di euro per contenere i costi dell’energia. Tra gli strumenti per combattere la povertà energetica c’è un bonus sociale che viene riconosciuto automaticamente in bolletta alle famiglie con un Isee inferiore a 15mila euro, o a chi ha gravi problemi di salute, e un bonus per chi abita in condomini con il riscaldamento centralizzato.

“Queste misure sono parziali e partono da una scarsa conoscenza del fenomeno”, spiega Paola Valbonesi, presidente dell’Oipe. “Per esempio, molti poveri energetici si riscaldano con stufette elettriche o a gas, e dunque non possono usufruire dei contributi in bolletta, che tra l’altro non sono progressivi: se una famiglia ha un reddito di 15mila euro più uno, non ha accesso alle riduzioni”. Altri contributi sono stati invece distribuiti a pioggia, come il superbonus 110 per cento o l’abbattimento degli oneri di sistema. “Questi interventi hanno avuto un effetto limitato sul contenimento della spesa per le famiglie più vulnerabili”, continua Valbonesi, “mentre hanno favorito anche chi non aveva difficoltà a pagare”. Nel 2022 il ministero della transizione ecologica ha istituito l’Osservatorio nazionale povertà energetica (Onpe): la prima riunione si è tenuta nel dicembre 2022, ma per ora non sono state realizzate azioni concrete.

“Dalla fine del 2022 la mia bolletta è aumentata visibilmente”, racconta Tiziana, 62 anni, che vive in una piccola casa di proprietà nella periferia di Roma. “Per ridurre i costi ho cambiato le mie abitudini: adesso faccio la lavatrice una volta alla settimana, lavo a mano la biancheria intima e mi faccio la doccia solo di notte, per non tenere acceso lo scaldabagno nelle ore in cui l’elettricità è più cara. Certo, mi piacerebbe mettere i pannelli solari e usare l’auto elettrica, ma chi paga? Io non me li posso permettere”. Sì, perché i poveri energetici sono prima di tutto poveri. “La transizione energetica ha un costo che non può ricadere sui cittadini”, afferma Luciano Lavecchia dell’Oipe. “Si tratta di una questione di interesse pubblico, che avrà ricadute su tutta la comunità: per questo non bisogna lasciare indietro nessuno”.

Nel frattempo, nel 2023 il governo ha deciso di non rifinanziare il contributo all’affitto né il fondo per la morosità incolpevole, gli unici ammortizzatori sociali che erano rimasti nel settore delle locazioni per tamponare l’emergenza abitativa. “In questi anni alle nostre sedi si sono rivolti inquilini che devono scegliere se pagare le bollette o l’affitto, ma anche proprietari che hanno difficoltà ad arrivare a fine mese tra il mutuo, le spese condominiali e le utenze”, racconta Stefano Chiappelli, segretario generale del sindacato inquilini della Cgil Sunia. “Per le famiglie che vivono negli alloggi popolari ormai è quasi più difficile pagare le bollette che l’affitto, e spesso accumulano ritardi. In alcuni casi, si è arrivati anche al distacco delle forniture”. Nell’ottobre 2022 il tavolo interregionale su infrastrutture, mobilità e governo del territorio aveva inviato al governo una serie di richieste, tra cui quella di costituire un fondo per le aziende regionali dell’edilizia residenziale pubblica con risorse ad hoc per far fronte all’aumento dei casi di morosità incolpevole determinati dal caro bollette. Ma per ora non si è mosso nulla.
In caso di ritardi nel pagamento della bolletta, alcune aziende fornitrici di energia stanno invece accorciando i tempi per staccare luce e gas. Le associazioni dei consumatori denunciano che centinaia di utenti hanno ricevuto una immediata messa in mora, invece di un sollecito, con il successivo distacco della fornitura: è nata così la proposta di sospendere i distacchi, optando invece per la rateizzazione delle bollette. Contemporaneamente, l’Autorità garante della concorrenza e del mercato (Agcm, l’antitrust) ha avviato quattro istruttorie contro le aziende Iren, Iberdrola, E.On e Dolomiti per presunte modifiche unilaterali illegittime dei prezzi e per l’ingannevolezza delle comunicazioni.
Per supportare chi ha problemi a pagare le bollette si sono attivate diverse organizzazioni, come il Banco dell’energia, una fondazione che finanzia progetti di contrasto alla povertà energetica. Tra questi c’è Energia in periferia. “Attraverso questo programma formiamo gli operatori sociali che lavorano sul campo, che diventano ‘tutor per l’energia’”, spiega la segretaria generale Laura Colombo. “Non si tratta solo di erogare contributi, ma di fare un lavoro di educazione alle famiglie, per aiutarle a leggere la bolletta o l’etichetta energetica degli elettrodomestici, ma anche a conoscere i sostegni statali e alcuni semplici pratiche di risparmio quotidiano”.
Per diffondere le informazioni, è stato realizzato anche un decalogo tradotto in sei lingue. “Prima di rivolgersi a noi, alcune famiglie avevano bollette anche da mille euro”, racconta Rosa Scopelliti, che fa la volontaria con l’associazione Nuova solidarietà nella periferia nord di Reggio Calabria e che è diventata una tutor per l’energia. “Spesso gli alloggi sono vecchi, senza impianti a norma. Ci sono persone che devono scegliere se pagare le bollette o fare la spesa: per questo doniamo anche vestiti e alimenti di prima necessità”. Tra loro c’è anche Daniele, che abita in affitto con sua moglie e i tre figli. “Io sono l’unico che lavora, ma purtroppo non ho un contratto e ci sono periodi che non mi chiamano”, racconta. “Sono arrivato a spendere anche 300 euro di bollette, che si sommano ai 350 d’affitto. Ogni mese mi chiedo: i soldi basteranno? Il problema sono le bollette alte, ma non solo: qui mancano posti di lavoro regolari, case dignitose, sostegni alle famiglie. È molto difficile vivere in questa instabilità”
*( da Internazionale. Alice Facchini – Giornalista viaggiatrice ascoltatrice di storie)

 

08 – IN ITALIA E IN ALTRI PAESI UE SONO AUMENTATI I DIVARI DI REDDITO. NONOSTANTE LE CONDIZIONI MATERIALI SIANO MEDIAMENTE MIGLIORATE, LA DISUGUAGLIANZE NELLA DISTRIBUZIONE DELLA RICCHEZZA SONO RIMASTE PRESSOCHÉ INVARIATE IN EUROPA. L’ITALIA NON COSTITUISCE UN’ECCEZIONE.

EUROPA
In Europa gli stipendi più bassi sono cresciuti poco e lentamente rispetto a quelli alti.
Il coefficiente di Gini è aumentato in 11 stati Ue su 27, negli ultimi 10 anni.
Il dato più elevato si registra in Bulgaria: 39,7%.
In Italia più della metà dei contribuenti dichiara di guadagnare meno di 20mila euro lordi l’anno.
Quasi 12 milioni di persone guadagnano meno di 10mila euro annui.
La ricchezza aumenta e le condizioni di vita migliorano. Tuttavia questo progresso non è distribuito equamente né tra i vari paesi che compongono l’Unione europea né, al loro interno, tra le diverse classi socio-economiche. Se in alcuni stati membri la situazione è migliorata, in altri si è verificato un marcato peggioramento, e nel complesso la situazione dell’Ue è rimasta sostanzialmente invariata.
Lo stesso si può dire dell’Italia, dove oggi è ancora visibile una marcata divisione tra una maggioranza di persone che dichiara di guadagnare poco (meno di 20mila euro lordi l’anno) e una minoranza che afferma di guadagnare molto (poco più dell’1% dei cittadini guadagna più di 100mila euro l’anno).
Le disuguaglianze sono ancora un problema in Europa
Le disuguaglianze a livello economico possono essere definite da diversi fattori. Per esempio il reddito oppure il capitale accumulato ereditato per via familiare, o ancora le proprietà immobili. Il principale indicatore della disuguaglianza si riferisce alla distribuzione del reddito all’interno di una società: si tratta dell’indice di Gini. Esso indica le differenze tra i redditi percepiti.
Per misurare le differenze che sussistono tra i redditi percepiti, si utilizza l’indice di Gini. Vai a “Cos’è l’indice di Gini”
Tale indicatore può avere valori compresi tra 0% e 100%. Più è basso, più ci si avvicina a una situazione di perfetta uguaglianza in cui tutte le persone hanno il medesimo reddito. Più è alto invece più i redditi sono concentrati in un piccolo gruppo di persone. Se l’indice è pari a 100% significa che un’unica persona possiede tutto il reddito del gruppo considerato.
Come riporta la banca mondiale, in Europa mediamente i salari sono aumentati e le condizioni di vita sono migliorate nel corso degli ultimi decenni. Tuttavia ciò non ha comportato un parallelo appianamento delle disuguaglianze tra i cittadini. Soprattutto a partire dalla crisi finanziaria del 2008. Questo fenomeno si manifesta in particolare attraverso l’aumento relativo degli stipendi più alti e il calo di quelli più bassi, in alcuni stati come quelli dell’Europa centro-orientale. Altrove, gli stipendi bassi sono comunque aumentati poco e lentamente rispetto a quelli medi e alti.
A questo si aggiunge il fatto che il capitale e le ricchezze si sono progressivamente concentrate all’interno di un numero minore di persone, in particolare negli stati più ricchi. Questi due fenomeni entrano in una dinamica di circolo vizioso, condizionandosi a vicenda. Il Covid ha dato poi un ulteriore contributo, penalizzando soprattutto i paesi economicamente più fragili e, all’interno dei singoli stati, le persone più vulnerabili o con le situazioni lavorative più difficili.
Certo si tratta di una dinamica che non ha riguardato soltanto l’Europa e che anzi ha colpito l’Europa in misura minore rispetto ad altri paesi ricchi e sviluppati come gli Stati Uniti.
Le disuguaglianze nella ricchezza sono lesive dei valori democratici.
Tuttavia la stagnazione se non l’incremento delle disuguaglianze pone una serie di problemi. Per esempio la questione di come alcuni meccanismi del nostro sistema economico ledano i valori democratici. A maggior ragione se consideriamo che, se non verranno implementate specifiche politiche per affrontare questo problema, esso è destinato ad aumentare. O almeno a lasciare alle proprie spalle pesanti strascichi e conseguenze. Infatti i bambini che nascono in contesti svantaggiati hanno meno opportunità nella vita, e quindi le disuguaglianze economiche sono in tutto e per tutto un circolo vizioso.
La distribuzione del reddito nei paesi Ue
Come accennato, il principale indicatore per misurare le disuguaglianze è il coefficiente di Gini. Mediamente in Europa il valore si attesta al 30,1% nel 2021, con un calo molto lieve rispetto a 10 anni prima.
-0,3 punti percentuali il coefficiente di Gini in Ue tra 2012 e 2021.
Analizziamo i dati relativi ai paesi membri, per vedere quanto la ricchezza risulta equamente distribuita nei vari contesti nazionali, e se la situazione è cambiata negli ultimi anni.
In 11 stati Ue le disuguaglianze di reddito sono aumentate
Il coefficiente di Gini nei paesi Ue nel 2012 e nel 2021
Il dato rappresenta l’indice di Gini calcolato per i vari paesi dell’Unione europea. Si tratta di una misura della disuguaglianza dei redditi. Più è alto il valore, maggiore è la concentrazione dei redditi in un gruppo ristretto di persone. Non è disponibile il dato della Slovacchia per l’anno considerato (è usato quello del 2020).
Dei 27 paesi membri dell’Ue, in 11 l’indice di Gini è aumentato negli ultimi 10 anni. Tra questi anche l’Italia (+0,5 punti percentuali). L’aumento più marcato si è registrato in Bulgaria (+6,1 punti percentuali). Mentre il calo maggiore si è verificato in Slovacchia (-4,4, dove però il dato più recente è relativo al 2020) e in Polonia (-4,1).
Nel complesso, nel 2021 il dato più alto è quello bulgaro che sfiora il 40%. Seguito da quello della Lettonia e della Lituania (al di sopra del 35%). Mentre il più basso è quello slovacco (21%). L’Italia è da questo punto di vista lievemente al di sopra della media Ue (30,1%), attestandosi, nel 2021, al 33%.
In Italia i redditi sono ancora distribuiti in modo diseguale
Come accennato, l’Italia ha un coefficiente di Gini leggermente superiore alla media Ue, che, come in vari altri stati membri, è lievemente aumentato nel corso dell’ultimo decennio.
Anche analizzando i dati relativi alle dichiarazioni dei redditi forniti dal ministero dell’economia e delle finanze, si può constatare che nel nostro paese gli stipendi sono molto lontani dall’essere equamente distribuiti. Sono ancora molti infatti i contribuenti che guadagnano meno di mille euro lordi al mese, prima di qualsiasi detrazione fiscale. E oltre la metà di tutti i contribuenti che dichiarano il proprio reddito non arriva comunque a 20mila euro annui.
57% dei contribuenti in Italia dichiara di guadagnare meno di 20mila euro lordi l’anno.
Il 30% dei contribuenti in Italia dichiara di guadagnare meno di 10mila euro l’anno
Le classi di reddito in Italia, per numero di contribuenti (2021)
I dati si riferiscono ai redditi complessivi, divisi per fasce. Non sono considerati i redditi inferiori allo 0, che comprendono circa 1 milione di persone. Non ci sono correzioni per il lavoro informale o sommerso.
La fascia più rappresentata è quella dei redditi compresi tra i 10mila e i 20mila euro l’anno. Tuttavia sono quasi 12 milioni gli italiani che guadagnano meno di 10mila euro l’anno, il 29,6% del totale.
Mentre meno del 3% di tutti i contribuenti guadagna più di 70mila euro, una quota che arriva poco sopra l’1% nel caso di chi dichiara più di 100mila euro (meno di mezzo di milione di persone in tutto il paese). Oltre 1 milione di persone afferma di guadagnare zero o addirittura di avere un reddito negativo.
Si tratta comunque di dati che vanno considerati con attenzione, in quanto si riferiscono esclusivamente al reddito dichiarato e quindi non tengono conto di fenomeni come il lavoro in nero o l’evasione fiscale o la sotto-dichiarazione, e in generale tutto ciò che avviene nell’ambito dell’economia sommersa, che le istituzioni non riescono a rilevare e che da sola ha registrato un valore pari a 203 miliardi di euro nel 2019.
*( FONTE: elaborazione openpolis su dati Eurostat)

 

09 – COSA SONO LA LEGGE EUROPEA E LA LEGGE DI DELEGAZIONE EUROPEA – SONO LE DUE NORME CON CUI L’ITALIA ADEGUA LA LEGISLAZIONE NAZIONALE ALLA LEGISLAZIONE UE.

La legge europea e la legge di delegazione europea sono due strumenti con cui l’ordinamento italiano recepisce e si adegua alle norme dell’Unione europea. Nella loro formulazione attuale, questi provvedimenti sono stati introdotti dalla legge 234/2012.

La prima contiene norme volte a modificare o abrogare leggi statali in contrasto con l’ordinamento Ue. In particolare, la legge europea agisce sulle norme italiane che sono oggetto di procedure di infrazione o di sentenze della corte di giustizia europea. Inoltre, può disporre la piena applicazione di atti legislativi comunitari e di trattati internazionali conclusi dall’unione. Può contenere infine l’esercizio da parte del governo dei poteri sostitutivi nei confronti di quelle regioni che non adempiono all’attuazione delle norme comunitarie nelle materie di loro competenza.
Cosa sono le procedure di infrazione.
La legge di delegazione europea invece serve a inserire nel nostro ordinamento norme attuative delle nuove direttive Ue o di altri atti legislativi o non. Questa norma in particolare può prevedere:
• deleghe legislative volte esclusivamente al recepimento delle direttive europee e delle decisioni quadro;
• deleghe volte a modificare o abrogare leggi statali vigenti, limitatamente a quanto indispensabile per garantire la conformità dell’ordinamento nazionale ai pareri motivati invitati dalla commissione europea o a sentenze di condanna per inadempimento emesse dalla corte di giustizia dell’Ue;
• disposizioni che autorizzano il governo a recepire direttive europee per mezzo di regolamenti;
• deleghe per la definizione di sanzioni derivanti da violazioni di atti normativi europei;
• deleghe volte a dare attuazione alle parti non immediatamente applicabili contenute nei regolamenti europei;
• disposizioni che individuano i principi fondamentali in base ai quali le regioni esercitano la propria competenza normativa per recepire e applicare gli atti Ue;
• disposizioni che autorizzano il governo a emanare testi unici per il riordino e l’armonizzazione di normative di settore;
• delega per l’integrazione o correzione di decreti legislativi già vigenti.
Cosa sono legge delega e decreto legislativo.
È il governo a dover presentare in parlamento i disegni di legge per entrambe le misure. Quello relativo alla legge di delegazione europea deve essere presentato entro il 28 febbraio di ogni anno. Nel caso in cui sorgessero nuove esigenze, l’esecutivo ha la possibilità di proporne un secondo entro il 31 luglio. Riguardo la presentazione del disegno di legge europea non è invece previsto alcun termine.
Istituzioni, territori, politiche di coesione, piani e strategie comunitarie.
Dalla loro introduzione nel 2012 sono state approvate 8 leggi europee e 9 leggi di delegazione europea. Grazie alle informazioni messe a disposizione dal dipartimento per le politiche europee è possibile avere un quadro più o meno esaustivo dell’impatto che questo tipo di norme ha avuto sull’ordinamento italiano.
Per quanto riguarda le leggi europee le misure adottate sono servite per affrontare 79 procedure di infrazione o per evitare che proseguisse l’iter legato a 71 procedure di pre-infrazone nell’ambito delle cosiddetta procedura “Eu-pilot”.

CON LA LEGGE EUROPEA AFFRONTATE 79 PROCEDURE DI INFRAZIONE
L’impatto nell’ordinamento italiano della legge europea e della legge di delegazione europea Questo contenuto è ospitato da una terza parte. Mostrando il contenuto esterno accetti i termini e condizioni di flourish.studio.
Relativamente alla legge di delegazione europea invece le informazioni consentono di sapere quante direttive e regolamenti europei sono stati recepiti dal 2013 a oggi. Parliamo in totale di 310 norme comunitarie.
LE DIRETTIVE RECEPITE SONO STATE IN TOTALE 250.
Il numero maggiore si concentra nei primi anni di introduzione della legge di delegazione europea. Tra il 2013 e il 2014 infatti gli atti Ue recepiti sono stati 116. In base alle informazioni disponibili invece i regolamenti assimilati sono 60.
Analisi
Gli stati membri dell’Ue devono adeguare la propria legislazione nazionale a quella comunitaria, attraverso un processo costante nel tempo. L’introduzione di questi 2 nuovi atti normativi nel 2012 ha agito positivamente in questo senso, rendendo il processo più veloce e, in una certa misura, più efficace.
In particolare, dal 2014 i governi hanno iniziato a presentare i due disegni di legge nello stesso momento ma in rami diversi del parlamento: uno alla camera e l’altro al senato. Questo ha determinato un allineamento quasi totale dei tempi di esame e di approvazione, accelerando il processo.

NEL 2023 I CONTENUTI DELLA LEGGE EUROPEA SONO STATI INTRODOTTI CON UN DECRETO LEGGE.
Le modalità di gestione di questi due atti da parte del governo Meloni nel 2023 sono state un po’ particolari. I contenuti di quella che avrebbe dovuto essere la legge europea infatti sono stati inseriti all’interno del decreto legge 69/2023. La giustificazione di questa scelta è l’urgenza di evitare l’apertura di nuove procedure di infrazione a carico dell’Italia. Ciò però ha contribuito a rendere il quadro normativo più confuso e meno facile da ricostruire.
Il testo di questa norma in particolare si compone di 27 articoli volti ad agevolare la chiusura di 8 procedure di infrazione e altrettanti casi di pre-infrazione. Inoltre con lo stesso atto si adegua l’ordinamento nazionale a 9 regolamenti e una direttiva.
Per quanto riguarda le procedure di infrazione in particolare è interessante rilevare che 3 di queste fanno riferimento alla qualità dell’aria. La 2014/2147 riguarda il superamento dei valori limite per il Pm10. La 2015/2043 riguarda il superamento dei valori di biossido di azoto.
Infine la 2020/2299 riguarda i valori limite per il Pm2,5.
(*)ndr

 

10 – Daniele Burgio, Massimo Leoni e Roberto Sidoli*: L’ANTI DIPLOMATICO – CINA: MARXISMO CREATIVO INVECE DEL MARXISMO DOGMATICO.
SPESSO NEL MONDO OCCIDENTALE, DOPO LA MORTE DI MARX ED ENGELS, IL SOCIALISMO SCIENTIFICO HA PURTROPPO ASSUNTO LA FORMA GENERALE DI UN MARXISMO DOGMATICO, VEDENDO CON NOTEVOLE SOSPETTO PERSINO IL PROCESSO DI INNOVAZIONE TEORICA CORRISPONDENTE AI FATTI CONCRETI E ALLA DINAMICA DI SVILUPPO ANCHE ALL’INIZIO DEL TERZO MILLENNIO.

In un suo importante discorso del 30 giugno 2023 proprio il compagno Xi Jinping, segretario generale del partito comunista cinese (PCC), ha posto invece al suo giusto e prioritario posto la praxis dell'”innovazione teorica” come “motivo fondamentale” per i successi ormai bisecolari riportati dal PCC dal luglio del 1921, data della sua fondazione.

XI JINPING HA INNANZITUTTO RIBADITO CHE PROPRIO QUESTO TEMA “È LA SOLENNE RESPONSABILITÀ STORICA DEI COMUNISTI CINESI DI OGGI.

Per l’occasione, Xi Jinping ha rilevato che guardando indietro alla secolare storia di lotta del Partito, il motivo fondamentale per cui il PCC ha potuto ottenere risultati importanti nei vari periodi storici di rivoluzione, costruzione e riforme risiede nel fatto che il Partito abbia padroneggiato la teoria scientifica del marxismo e promosso costantemente l’innovazione teorica in combinazione con nuove realtà, raggiungendo importanti risultati teorici, quali il pensiero di Mao Zedong, la teoria di Deng Xiaoping, l’importante pensiero dei “Tre Rappresentanti”, la prospettiva scientifica sullo sviluppo e il pensiero del socialismo con caratteristiche cinesi nella nuova era. Questo ha dato così al marxismo una forte vitalità in Cina, permettendo a sé stesso di afferrare la potente forza della verità.

Xi Jinping ha sottolineato che la ragione per cui il marxismo ha esercitato un’influenza di vasta portata consiste nel fatto che rilevi la verità dello sviluppo della società umana con profonde teorie accademiche e dimostri la natura scientifica della sua teoria con un sistema completo. Lo sviluppo del pensiero socialista con caratteristiche cinesi nella nuova era è un processo di continuo arricchimento, espansione, sistematizzazione e scientificazione. La ricerca teorica marxista e i progetti relativi di costruzione devono continuare ad approfondire la ricerca teorica e l’interpretazione, concentrandosi sulla ricerca e sull’interpretazione dei risultati teorici delle nuove idee e delle nuove conclusioni avanzate dal nostro Partito, cogliendo il rapporto interno tra di loro, educando e guidando l’intero Partito e l’intero Paese nell’imparare e nel comprendere meglio il sistema teorico del pensiero socialista con caratteristiche cinesi nella nuova era.

Inoltre, Xi Jinping ha sottolineato l’importanza di assorbire la saggezza dell’innovazione teorica dalla creazione della popolazione”.[1]

La decisiva questione della continua creatività non riguarda del resto solo la teoria-pratica dei comunisti cinesi e dell’intero pianeta, ma anche il variegato e meraviglioso universo della tecnoscienza.

In un nostro saggio dedicato al pensiero di Xi Jinping come marxismo del Ventunesimo secolo, infatti, si era già notato che ancora nel giugno del 2014 Xi Jinping esaltò “l’enorme potenziale della scienza e della tecnologia come principale forza produttiva”.[2]

Una volta attestata e accertata, mediante il processo di analisi di una pratica sociale ormai plurisecolare, la veridicità di tale tesi, essa determina come suo corollario inevitabile la centralità dell’inventiva e delle novità anche nella dinamica di sviluppo del lavoro cognitivo di matrice tecnoscientifica, applicato alla sfera economica: dunque emerge la realtà concreta della fantasia al potere se e quando essa si cristallizza e oggettivizza con successo in risultati reali e scoperte concrete, e proprio in un contesto particolare come quello cinese egemonizzato prevalentemente dal settore pubblico.

Creatività e comunismo: un binomio purtroppo messo in sordina dal marxismo almeno dopo i geniali Manoscritti economico-filosofici del 1844, mentre invece il concetto di inventiva tecnoscientifica ha assunto un ruolo centrale all’interno del marxismo cinese all’inizio del Ventunesimo secolo.

In un suo discorso del maggio 2018 Xi Jinping aveva innanzitutto descritto la nuova e contemporanea “innovazione globale in campo tecnologico e scientifico” che aveva preso piede con “un’intensità e vitalità senza precedenti”, rappresentando “un balzo di tigre” che non temeva confronti con i salti di qualità raggiunti nei quattro secoli passati.[3]

Oltre a presentare i campi principali della superrivoluzione tecnoscientifica ormai avviatasi all’alba del terzo millennio, quali ad esempio “intelligenza artificiale, scienza dell’informazione quantistica, telecomunicazioni mobili, l’Internet delle cose”, il segretario del partito comunista cinese aveva aggiunto che la nuova interconnessione di scoperte “sta rimodellando la struttura economica globale” e che, quindi, tale rivoluzione doveva essere inserita in una “visione globale”.[4]

In tale nuova visione proprio la creatività e “l’innovazione” di matrice tecnoscientifica assumono il ruolo di principale “forza guida” e di primaria forza motrice su scala mondiale, mentre il nucleo principale di tale processo di sviluppo viene rappresentato a giudizio del partito comunista cinese “dall’industria informatica”: ossia un ulteriore elemento di innovazione teorica e spunto di riflessione per i marxisti di tutto il mondo, che rendeva inoltre vitale il compito politico-sociale di promuovere una “profonda integrazione” tra “Internet, big data e l’intelligenza artificiale con l’economia reale, al fine di rendere l’economia digitale più grande e forte”.[5]

In questo entusiasmante scenario, che avrebbe sicuramente alimentato un’enorme e legittima curiosità in un Karl Marx che, ancora nel 1856, valutava le scoperte tecnoscientifiche di quel tempo come più pericolose per l’egemonia della borghesia degli stessi rivoluzionari della metà dell’Ottocento, il prioritario livello di innovazione tecnoscientifico secondo Xi Jinping deve essere stimolato e incentivato con tutte le misure possibili: anche accettando a tale scopo “un tasso di fallimento elevato, come 9 su 10” durante le nuove ricerche avente per oggetto il “lavoro universale”, termine usato da Marx per indicare l’insieme delle innovazioni e delle scoperte acquisite via via dal genere umano fin dai suoi albori.[6]

Xi Jinping indicò altresì come il socialismo con caratteristiche cinesi dovesse diventare “una superpotenza mondiale” in campo tecnoscientifico anche “osando prendere una strada su cui nessuno aveva viaggiato, sforzandosi di realizzare un controllo indipendente delle tecnologie chiave e decisive”: coraggio e inventiva diventano dunque centrali nelle linee-guida del partito comunista cinese, in notevole sintonia con l’affermazione del biofisico S. Klein secondo cui “se la specie umana è diventata quella dominante sulla Terra, non è stato per il trionfo dell’intelligenza, quanto invece della fantasia” incarnatasi via via in oggetti, pietre lavorate, tizzoni di fuoco, lance e così via.[7]

Creatività richiama comunque spesso creatività: spunta adesso il problema della forza motrice di ultima istanza della storia, la questione del “primum movens” della trasformazione del genere umano. Tutti i marxisti concordano infatti sulla centralità, seppur declinata e descritta in modi diversi, del processo di sviluppo qualitativo delle forze produttive sociali: ma tale innegabile dinamica non sorge dal nulla e “non cade dal cielo” , e tale semplice dato di fatto produce a nostro avviso tre livelli di conoscenza, collegati ma distinti tra loro.

• Dietro il processo di sviluppo delle forze produttive sociali, si ritrova facilmente, come causa prioritaria, l’insieme delle scoperte umane di natura scientifica e tecnologica, alias il lavoro universale di marxiana memoria del terzo libro del Capitale.
• Ma la storia non finisce qui, perché dietro il lavoro universale spunta inevitabilmente, come sua forza motrice essenziale, la creatività oggettivizzata (nei chopper, nel fuoco domesticato, nei teoremi scientifici, nei robot ecc.) della nostra specie.
• Nuovo livello di approfondimento: dietro la creatività oggettivizzata si scopre, come potenza determinante di ultima istanza, il genio collettivo umano. Genio collettivo inteso come genio collettivo dei morti – generazioni che ci hanno preceduto – e il genio (anonimo, fino al 2600 a.C. e al medico-architetto egiziano Imhotep) dei vivi, supportato quest’ultimo dalla combinazione di fattori importanti quali l’ininterrotta e costante pratica produttiva dell’homo sapiens, lo stimolo di scoperte altrui e l’utilizzo della casualità”.[8]
Si trova dunque molta carne al fuoco a disposizione del marxismo antidogmatico e creativo, anche del mondo occidente.

[1] “Xi Jinping chiede maggiori risultati nell’innovazione teorica del partito”, 1 luglio 2023, in italian.cri.cn
[2] “Xi Jinping on innovation, entrepreneurship and creativity”, marzo 2019, in bjreview.com
[3] “Xi Jinping: strike to become the world’s primary center for science and high ground for innovation”, 18 marzo 2021, in digichina.stanford.edu
[4] “Xi Jinping: strike to become…”, op. cit.
[5] “Xi Jinping: strike to become…”, op. cit.; S. Klein, “Come cambiare il mondo”, p. 17, ed. Bollati Boringhieri
[6] K. Marx, “Il Capitale”, libro terzo, cap. quinto
[7] Op. cit.
[8] D.Burgio, M. Leoni e R. Sidoli, “Xi. Il pensiero di Xi Jinping come marxismo del XXI secolo, pp. 18-19-20, ladedizioni.it
*(Fonte: Sinistrainrete – Daniele Burgio, scrittore – Massimo Leoni, è cronista e commentatore politico per Skytg24.
Roberto Sidoli, scrittore)

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