Il Cile si scuote dal torpore: dalle proteste di piazza del 2019 alla Convenzione Costituente fino alle presidenziali del 19 dicembre

Le mobilitazioni studentesche contro l’aumento del costo del trasporto pubblico dell’ottobre 2019 hanno innescato un percorso di aspre lotte che hanno coinvolto settori crescenti della popolazione esasperati dalle politiche neoliberiste introdotte da Pinochet e mantenute nei 30 anni successivi dai governi democratici di centrosinistra e centrodestra.

Il 15 e 16 maggio 2021 si è svolta in Cile una votazione cruciale: si trattava di eleggere sindaci, consiglieri, governatori regionali – per la prima volta scelti dalla cittadinanza – e soprattutto i delegati destinati a comporre la Convenzione costituzionale incaricata di scrivere la nuova Costituzione democratica cilena. 

Una richiesta fatta fin dai primi giorni nelle proteste esplose a partire dal 18 ottobre 2019, poiché negli articoli della Costituzione tuttora vigente, emanata dal regime militare di Pinochet nel 1980, stanno i fondamenti del modello neoliberista sperimentato e applicato in Cile da oltre trent’anni, e che ha provocato tanti disastri, come la privatizzazione dell’acqua.

Purtroppo si è registrata un’alta astensione (circa il 43% degli aventi diritto ha votato) a causa del rifiuto da parte dei sostenitori dei partiti simpatizzanti del regime, e non sono stati superati i 7 milioni e mezzo di votanti, numero di elettori che invece ha partecipato alle elezioni del 2020, altra sonora sconfitta del presidente in carica Piñera e dei suoi collaboratori. Il 25 ottobre 2020, infatti, si è celebrato in Cile un referendum, con il quale si invitava la popolazione a esprimersi sulla possibilità di avviare un processo costituente, del quale sarebbero state fissate le regole (Accuerdo per la Paz y la Nueva Constitucion), escludendo il Pcch (il Partito Comunista Cileno), che avrebbe cercato di salvare Piñera dalle accuse di repressione violenta delle manifestazioni.

Dopo mesi di proteste, che continuano per ottenere la libertà dei 600 prigionieri politici, è assai probabile che molti di quelli che hanno partecipato al plebiscito di ottobre 2020, successivamente non abbiano votato perché hanno capito che non avrebbero mai eletto una vera Assemblea costituente a causa degli inganni posti dalla casta politica: per esempio, l’obbligo di mettere insieme due terzi di consensi per approvare qualsiasi mozione, o il divieto di mettere in discussione i trattati internazionali e i requisiti che hanno reso difficile la presentazione delle candidature indipendenti.

Questi aspetti sono molto importanti perché, se non si toccano i rapporti di potere, la penetrazione delle multinazionali (per esempio la gestione delle risorse minerarie come il rame), gli abusi dell’apparato repressivo che ha provocato molte vittime, la struttura istituzionale della nuova Costituzione non cambierebbe e il Cile resterebbe un paese a sovranità limitata, povero e disuguale.

Fatta questa premessa, la mia opinione personale è che la Nuova Costituzione non sarà scritta da quelli che hanno governato per 30 anni, applicando il testo costituzionale lasciato in eredità dal generale Augusto Pinochet. La destra (Chile Vamos) è stata finalmente sconfitta: non ottiene un terzo dei seggi della Convenzione e quindi non sarà in grado di opporre veti alle misure prese contro il potere economico e politico. Anche nelle elezioni della carica di governatore, per la quale si votava per la prima volta in Cile, la destra è andata male, vincendo solo in due regioni.

I trionfatori sono stati gli Indipendenti, un conglomerato eterogeneo, nel quale spiccano giudici critici, scrittori, giornalisti, attivisti sociali, giovani, ad esempio la sig.ra Giovanna Grandon che per 15 anni ha lavorato come educatrice di bambini e che ha avuto un ruolo centrale nelle manifestazioni di Plaza de la Dignidad. Gli Indipendenti hanno ottenuto il 64% degli scranni (88), sommando gli eletti nelle liste cittadine a quelli nelle quote spettanti ai partiti. Ci sono poi 17 seggi spettanti ai rappresentanti dei popoli indigeni, tra i quali si distinguono i combattivi mapuche.

La lista Apruebo Dignidad, formata dal Frente Amplio, altro insieme eterogeneo, e dal Pcch, costituisce oggi la seconda forza politica del Cile, superando la Concertación ora Nueva Mayoria, coalizione di centro-sinistra, che ha formato i governi “democratici” in carica dopo la fine della dittatura. Questi due gruppi hanno più forza della destra, ma non potranno non tenere conto delle strategie ancora non del tutto chiare degli Indipendenti, sulle quali mi soffermerò. Infine, il Partido de lo Trabajadores revolucionarios, di ispirazione trotskista, ha raccolto per la Convenzione circa 52.000 voti considerati un successo, realizzatosi soprattutto nella regione mineraria di Antofagasta.

Le classi popolari in Cile hanno una scarsissima fiducia nelle istituzioni tradizionali: solo il 2% della popolazione crede nei partiti, il 6% nel Congresso, il 9% nel governo, il 12% nei tribunali, bassa è poi la fiducia nella Chiesa cattolica, nei Carabinieri e nelle Forze Armate.

Non si tratta certo di un fenomeno esclusivamente cileno, giacché da decenni la democrazia borghese neoliberale, nonostante le sue promesse ideologiche, è ovunque in grave crisi, mostrando che essa accresce la povertà, le disuguaglianze e non garantisce un’autentica libertà. D’altra parte, le parole di Piñera, che riconosceva la mancanza di sintonia tra il governo e il popolo, hanno messo in evidenza questo fatto di per sé lampante date le brutali azioni repressive condotte dalla polizia e dai Carabinieri contro i manifestanti, dei quali circa 600 sono stati imprigionati.

Gli Indipendenti costituiscono un insieme variegato, nel quale spicca la Lista por el pueblo (27 seggi), che ha al suo interno molti personaggi sconosciuti i quali si definiscono lottatori per la dignità e la giustizia e sembrano essere i più radicali. Il loro programma può essere riassunto in poche parole: ossia un Cile che rispetti l’uguaglianza di genere, che sia plurinazionale e degno padrone delle sue risorse da impiegare per il suo popolo. Accanto ai radicali vi sono, tuttavia, i moderati (Independientes no neutrales, 11 seggi), i quali potrebbero patteggiare con le forze di centro-sinistra. In ogni caso, la figura dell’indipendente, sganciato da un partito, viene ritenuta preoccupante perché fuori controllo in tutte le direzioni (sia a destra che a sinistra). Se questo fosse il malaugurato caso ci ritroveremo con movimenti indefiniti politicamente e mutevoli, che si sono limitati a esprimere il malcontento verso la “casta” per poi accettare tutto e il contrario di tutto. 

Concludendo, in particolare il programma della Lista por el pueblo non mi sembra poi così radicale dato che, partendo da un vigoroso attacco ai partiti, si propone di riconquistare i diritti sociali nel contesto di una corretta convivenza tra Stato e mercato, senza tenere conto che i reali poteri economici, l’apparato repressivo, le principali istituzioni stanno tutte nelle mani degli eredi di Pinochet. 

Proprio domenica 19 dicembre si è tenuto il ballottaggio delle elezioni presidenziali tra l’ultraconservatore José Antonio Kast e Gabriel Boric, leader della coalizione di sinistra, cioè i due candidati più votati del primo turno, che si era tenuto il 21 novembre. Kast è di estrema destra e fa parte del Partido Republicano de Chile. Fin dall’inizio della campagna elettorale, si è presentato come il leader della restaurazione dell’ordine nel paese, che era stato in qualche modo sconvolto dalle grandi proteste iniziate nel 2019 nella capitale Santiago del Cile che si erano estese iniziando a rivolgersi anche contro il governo guidato dal presidente Sebastian Piñera e contro la Costituzione scritta nel 1980, ai tempi della dittatura di Augusto Pinochet. Boric è a capo di una coalizione di sinistra chiamata Pacto Apruebo Dignidad, che ha tra i suoi membri il Partito comunista: propone di rafforzare il ruolo dello Stato per garantire diritti fondamentali quali l’istruzione, la salute e le pensioni e nel suo programma parla della necessità di un profondo cambiamento rispetto al passato.

La vittoria di Gabriel Boric è stata netta e si è delineata sin dallo scrutinio dei primi seggi. In termini percentuali il giovane candidato di sinistra è passato dal 26% del primo turno al 56% del secondo, mentre il candidato di estrema destra Jose Antonio Kast dal 28% al 44%. Le prime sintesi televisive sottolineano che Boric è il più giovane presidente eletto della storia del Cile ed è anche quello eletto col maggior numero di voti perché la percentuale di votanti ha superato il 56% per un totale di 8.344.000.

Si tratta di una partecipazione che è andata oltre quello che si riteneva il record, cioè il referendum dell’anno scorso sull’avvio del processo costituente. Boric ha vinto perché ha portato, o riportato alle urne, 1.200.000 cileni che non erano andati al primo turno. Evidentemente il ballottaggio è stato considerato dagli elettori una sorta di referendum. Anche se Jose Antonio Kast ha moderato il più possibile i toni che hanno caratterizzato la sua ascesa politica, è stato comunque visto come erede attuale del pinochetismo e come nemico dell’estallido social e del processo costituente.

Nel caso sotto il mandato del più giovane presidente della storia del Cile, peraltro nato sotto la sanguinaria dittatura di Pinochet, verrà approvato il nuovo testo costituzionale, non si tratterà esclusivamente di una suggestiva coincidenza ma il segno che il Cile avrà definitivamente chiuso i conti col passato e con la sua pesante eredità.

Tobia Fabeni

5 b afm – Ite Pacinotti (Pisa)

Attività del corso di “Geopolitica e analisi dei conflitti internazionali”

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